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Un Grillo non fa primavera

Quella dell’Europa di primavera. Quella della crescita …. che non ci sarà. Quella del benessere …. che non tornerà. Quella di un’opposizione che sui temi fondamentali dell’economia ….. sta indietro anni luce.

Il Movimento 5 Stelle continua imperterrito la sua marcia sul sentiero sbagliato. Assecondando e concentrando la rabbia dell’elettore (nemmeno so se medio, saranno i numeri a dirlo) contro la corruzione, l’inciucio, il malgoverno. Tutti temi sacrosanti ma che NULLA hanno a che fare con la situazione economico-finanziaria del Paese. Negli anni ’80 l’evasione e la corruzione erano ben più pervasive, eppure i nostri genitori stavano meglio di noi. Con uno stipendio viveva anche una famiglia. Ora con 2, di stipendi, è già tanto se arrivi alla fine del mese.

I “pugni sul tavolo” dello slogan per le europee non sono né originali (li hanno usati tutti i politici italiani dal Berlusconi antiteutonico in qua) né funzionali. Sono uno slogan vuoto e privo di senso. Che al massimo procurerà ai cittadini eletti un bel mal di mani. Come dice Sapir l’Europa non si cambia, si smantella.

Per le elezioni di fine maggio sono veramente in difficoltà. Dal punto di vista delle politiche macro-economiche (ovvero l’asse centrale attorno a cui ruota il nostro futuro e sulle quali si gioca il confronto elettorale) la posizione del M5S è identica (nella sostanza) a quella dei partiti delle larghe intese (PD, FI, NCD e satelliti vari).

Se dovessi guardare alle europee per ciò che sono (elezioni europee) dovrei andarmene in montagna quel giorno.

Se le dovessi guardarle per ciò che necessariamente verranno considerate (un test di tenuta dell’attuale governo, quindi di fatto elezioni politiche italiane), dovrei andare e votare l’unico partito di opposizione in grado di avere i numeri per deragliare la devastante alleanza centro-destra centro-sinistra che insanguina questo paese dai primi anni ’90.

Chissà ….

intanto di seguito una bella collezione di idiozie economiche e auto-smentite di Grillo e Casaleggio nel corso dei mesi.

Fonte: il forum economia di Cobraf.com

Euro

Casaleggio, video del maggio 2013: “se usciamo dall’euro dopo un po’ la lira vale zero, ammesso che torniamo alla lira”, per Casaleggio la priorità non è la svalutazione competitiva perché “prima bisogna risolvere il problema della corruzione, dell’efficienza, della burocrazia”. “vi ricordo alla fine degli anni ’80-’90 che non riuscivamo ad andare neanche all’estero, la lira non valeva niente, le vacanze all’estero erano una cosa impossibile,bisogna far sì che il sistema paese diventi competitivo, poi eventualmente si può pensare alla svalutazione competitiva ”..
Strano… nel 1988 io sono andato a studiare in America…chissà con che cosa avrò comprato i dollari necessari…lire no, dice Casaleggio perchè all’epoca nessuno le accettava e lui è un noto manager come dice Grillo, allora con cosa avrò pagato.. forse pepite ?

Casaleggio è sulla stessa posizione del PD

(Grillo)  … si potrà svalutare la cara vecchia lira del 40-50% , e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive”
“Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro e sì o no all’Europa” . I trattati internazionali non possono essere soggetto di referendum, secondo l’Articolo 75 della Costituzione.
1 dicembre 2011:  Ci sono due posizioni opposte sull’euro, entrambe con pari dignità . Occorre referendum in proposito”.
20 aprile 2012: “Bisogna iniziare a discutere di uscita dall’euro, non deve essere un tabù”
Primavera 2012: Intervista Sortino a Grillo: “Io sono per valutare una seria proposta di rimanere in Europa ma uscire dall’euro, con il minor danno possibile”. Con altri giornalisti “90 su 100 ci riprendiamo la lira”.
28 giugno 2012: “Io non sono contrario all’euro in principio. Ho detto che bisogna valutare i pro e i contro e se è ancora fattibile mantenerlo. Ma, se usciremo dall’euro, sarà solo a causa del nostro enorme debito pubblico.”
22 febbraio 2013, Piazza S. Giovanni : “Io non ho mai detto di uscire dall’Europa, io non ho mai detto di togliersi dall’euro . Voglio una consultazione popolare”

Slot machines
(Grillo) “Le aziende delle slot machines hanno evaso 98 miliardi” Si tratta in realtà della cifra delle multe stimate e calcolate per i due anni che le slot machines sono state scollegate dalla rete nazionale dei Monopoli di Stato. Infatti la Corte dei conti stabilì che l’importo reale da pagare era 2,5 miliardi. Va ricordato che l’importo massimo dei ricavi del gioco delle slotmachines è stato di 80 miliardi l’anno (2012), per cui l’utile su cui pagare le tasse (che sarebbero state evase in parte per i due anni) è ovviamente una frazione di questa cifra (in altre parole chi parla di 98 miliardi confondeva il fatturato con l’utile, se fosse vero che in due anni hanno evaso 98 miliardi i loro utili pre-tasse sarebbero stato sui 250 miliardi in due anni !!! Gtech varrebbe come Apple…)

Beppe Grillo alla tv pubblica tedesca Ard: ”Dobbiamo realizzare un piano comparabile con l’Agenda 2010 tedesca”, ovvero quella dall’ex cancelliere Gerhard Schroeder, e che gli ha fatto perdere le elezioni successive. ”Quel che ha dato buoni risultati in Germania, lo vogliamo anche noi”, dice lui.

Debito Pubblico
(Grillo) “L’85% del debito non è in mano nostra […] è in mano alle banche! Di cui la metà straniere: francesi, inglesi, tedesche.” In realtà il debito attribuito a soggetti definibili raggiunge solo il 27,3%, un dato assai lontano dall’85% menzionato. A questo dato va sommata la quota detenuta dalla Banca d’Italia (4%), di conseguenza il debito in mano agli istituti bancari raggiunge il 31,3% mentre la restante somma appartiene a soggetti privati.
“Non siamo falliti perchè metà del nostro debito era in mano alle banche francesi e alle banche tedesche. Se fallivamo noi ci portavamo dietro la Francia e la Germania quindi tutta l’Europa.” Nel 2010 la Francia aveva in pancia il 20.93% del debito pubblico italiano, mentre la Germania solo il 7.78%, per un totale complessivo di 28.71%. Il debito complessivo nel 2010 era pari a 1.841.912 milioni di euro.
“Metà del nostro debito è in mano a banche straniere – 511 miliardi ce l’hanno i francesi, 200 miliardi i tedeschi” (2012). Il dato fornito da Grillo viene smentito dal Bollettino Statistico di Bankitalia. A maggio 2012 il debito in mano a tutti i non residenti ammontava a 690 miliardi, pertanto solo le banche tedesche e francesi non potevano avere in pancia 711 miliardi di debito (ne avevano meno della metà).

Lira
Nel post intitolato “Il Diavolo veste Merkel” “Solo così l’Italia tornerà a vedere la luce. Una prova? Usciti dallo SME nel 1992, svalutata la lira di quasi il 20% e riguadagnata la sovranità monetaria, il rapporto debito / PIL scese dal 120% del 1992 al 103% del 2003” . La rapida discesa del nostro indebitamento non è coincisa con la svalutazione della lira, bensì proprio con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria, formalmente avvenuta nel 1993 – Trattato di Maastricht – e poi sostanzialmente il primo gennaio del 1999, dopo che il nostro governo riuscì a rispettare i parametri previsti dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997 adottato al Consiglio europeo di Amsterdam. Fino al 2006/2007 il costo del debito è sceso grazie all’euro, tanto che nessuno all’epoca sapeva cosa fosse lo spread, tanto era minima la distanza tra paesi forti, la Germania, e le nazioni economicamente più deboli, come la Grecia.

Opere Pubbliche
Grillo ha detto in un comizio del 20 febbraio 2013 che “un terzo del pil lo spendiamo per opere che crollano e un altro terzo per aggiustarle” . Quindi il 66% del pil sarebbe speso in opere pubbliche. Chi, come, dove e quando? Qual è la fonte? Non esiste. Basta leggere il bilancio dello Stato per verificare che tale misura non raggiungeva l’11% due anni fa e il 9% attualmente.

Province
Nel suo post “L’oracolo della Consulta e le province eterne” scrive che “i risparmi derivanti dall’abolizione delle province sarebbero di ben 17 miliardi di euro”. Il costo delle province si aggira intorno a quella cifra (erano 14 miliardi nel 2005). Di quei 14 miliardi del 2005 poco più della metà andava in istruzione pubblica (18%), trasporti (9%) e gestione del territorio (24%)! Il risparmio potrebbe essere (stima ottimistica) di 2 miliardi e non 17.

UE
“un terzo del bilancio europeo è speso per traduzioni”. Il bilancio del 2012, a essere precisi, è di 147 miliardi, e le traduzioni sono costate 330 milioni… ” l’Italia fornisce un terzo del bilancio dell’Unione Europea”. A essere precisi è il terzo paese per contributi, che è diverso, perché significa che versa 14 miliardi su circa 140, cioè un decimo. “i soldi del bilancio vanno in ipermercati e strade e petrolio…” La metà dei fondi europei, a essere precisi, vanno in sovvenzioni per l’agricoltura. Poi Grillo ha citato alcuni grattacieli in bambù che Renzo Piano avrebbe progettato in Australia: a essere precisi in Australia non esistono grattacieli in bambù progettati da Renzo Piano, a Melbourne semmai esiste un palazzo di legno (non in bambù e progettato da altri) che comunque è costosissimo. Poi ha detto che la Francia ha un bilancio di 17 miliardi di euro inferiore al nostro. A essere precisi è di 300 miliardi superiore.


Chi ha paura di Grillo?

E del Movimento Cinque Stelle, è necessario aggiungere. La domanda è lecita. Perché quando si attiva la logica dei due pesi e delle due misure (2P2M), allora qualcosa non quadra.

Un inciso prima di proseguire. Che siate d’accordo o meno con le proposte, le posizioni, i programmi del M5S la riflessione è comunque interessante dal punto di vista degli equilibri (forse meglio disequilibri) politici nel nostro Paese.

L’esempio più palese della necessità dell’interrogativo è il recente referendum interno al M5S sulla abrogazione del reato di immigrazione clandestina. 2 terzi degli aventi diritto hanno votato per l’abrogazione del reato. Esattamente il contrario di ciò che Grillo stesso aveva indicato. Puntuale è scattata la logica 2P2M. Se il leader zittisce i suoi iscritti si sollevano le urla di chi mette in dubbio la democrazia interna al Movimento. Se il leader si sottomette alle indicazioni del suo “popolo”, allora dovrebbe dimettersi (da cosa non si capisce). In sostanza un leader democratico non può esistere. O sei autoritario o devi dimetterti.

Tuttavia, a prescindere che siate d’accoro o meno con il reato in questione – o che siate d’accordo o meno con una o l’altra delle violazioni della democrazia – la cosa curiosa è da dove vengono gli strali contro il M5S

Inizia l’Unità:

Titolone in prima pagina “Grillo cade nella Rete”.

Poi l’articolo di Michele di Salvo

Dimissioni, se Beppe Grillo fosse un vero segretario

MICHELE DI SALVO «DALLE 10 ALLE 17 GLI ISCRITTI CERTI- FICATI HANNO ESPRESSO IL PARERE VINCOLANTE SUL VOTO che il gruppo parlamentare del Senato dovrà esprimere domani 14 gennaio sul “reato di clandestinità”. 15.839 hanno votato per la sua abrogazione, 9.093 per il mantenimento. I votanti sono stati 24.932. Gli aventi diritto erano gli iscritti certificati al 30 giugno 2013, pari a 80.383». Manca la firma «la Casaleggio e associati rende noto». Non si sa se anche approvi, ma tant’è. E con questo laconico comunicato che dal blog di Beppe Grillo, organo unico più che ufficiale del Movimento 5 Stelle, il popolo pentastellato apprende l’esito di questa consultazione, e tutti noi a nostra volta finalmente sappiamo, in barba all’articolo 67 della Costituzione, come il terzo gruppo in Senato voterà domani. Con questo comunicato si chiude – forse – una polemica politica e programmatica profonda, proprio con alcuni senatori che avevano sollevato la questione, rivendicato la decisione come comunque coerente con il proprio elettorato (e la propria coscienza), e ne era sorta una violentissima controversia, con un Beppe Grillo che si è lasciato sfuggire anche che «se avessimo detto che avremmo fatto questo ai nostri elettori avremmo preso percentuali da prefisso telefonico». I TEMI CARI ALLA GENTE Sl, un Beppe Grillo sempre molto attento ai temi «cari alla gente», non tutti, solo quelli vendibili in un populismo facile, senza troppe argomentazioni, condito con qualche cifra sbagliata e soprattutto senza mai rispondere alle domande scomode e senza mai rendere conto di molte sue affermazioni. Già, a un Grillo impegnato in questi giorni a definire una linea coerente con i suoi riferimenti europei, da Alba dorata ai No Euro alla parte movimentista del Fronte Nazionale, agli euroscettici inglesi e spagnoli, per un Beppe impegnatissimo a drenare i voti del centro destra tanto da «mandare in India» una sua delegazione perché finalmente si è accorto del caso dei marb, avere anche questa seccatura proprio non deve essere andata giù. Del resto il suo inseguimento della Lega Nord sui temi dei «clandestini criminali» e «immigrati che ci rubano il lavoro» è uno Stavolta a chi darà la colpa? Ai media contrari oppure ai complotti delle note lobby degli immigrati clandestini? dei pochi contenuti sui quali, c’è da dirlo, il Beppe nazionale e nazional-popolare non si è mai smentito. NIENTE DIKTAT Stavolta però sarebbe stato troppo continuare a far da sé, minacciare espulsioni e ritorsioni e diktat, perché di una qualche base hai pur bisogno se quanto meno alle elezioni europee vuoi presentare la lista della rabbia e dello sfascio. E allora dopo aver già messo a dura prova i suoi, decidendo da solo che «in Sardegna non ci si presenta» (numeri dei sondaggi alla mano sarebbe stata una debacle, ma non lo puoi mica dire e ammettere), una forma di «partecipazione» doveva tirarla fuori dal cilindro del suo blog. Ci ha pensato Casaleggio. Consultazione alla chetichella, poche ore senza alcun preavviso (le precedenti consultazioni erano state annunciate con svariati giorni di anticipo), e vediamo che cosa esce fuori. Gli è andata male. Stavolta ha perso Beppe Grillo. Certo, sarà colpa dei media contrari (che però per una volta non si sono occupati della vicenda), dei complotti delle note lobby degli immigrati clandestini, o per una volta di una sana e spontanea linea più che politica direi semplicemente «umana»? Certo quelle percentuali di votanti, appena 25mila su 80mila, qualche margine lo offrono. In fondo sarà stato per questo. In un qualsiasi partito o movimento anche solo tendenzialmente democratico, il «segretario» prenderebbe atto che la sua linea è stata bocciata, convocherebbe una direzione, un’assemblea, qualsiasi cosa di collegiale e rappresentativa della base «umana» del suo movimento, e si dimetterebbe. IL PROPRIETARIO Ma come fai nel caso di Grillo? Lui è il proprietario del logo, il presidente di un’associazione a tre con suo nipote e Gianroberto. Privarlo del logo sarebbe un esproprio proletario, o una donazione forzata. E poi a chi? In attesa di sciogliere un dilemma, che perla verità siamo certi Beppe non si è mai posto, registriamo la fine del laconico comunicato. Più per la sua base leghista e di destra che per noi o per i suoi: Beppe precisa «con l’abrogazione si mantiene comunque il procedimento amministrativo di espulsione che sanziona coloro che violano le norme sull’ingresso e il soggiorno nello Stato». Adesso sì che siamo tutti più tranquilli.

Le parti in neretto fanno capire fin troppo bene l’antifona. Per l’organo ufficioso (uno dei tanti) del PD Grillo va a destra. Cerca i voti degli euroscettici (che per definizione sono di destra visto che gli euristi più convinti sono di sinistra?) e dei movimenti razzistoidi.

Gli risponde il Giornale e la penna è quella del suo direttore.

Grillini Fuori controllo. Il titolo accenna di nuovo alla questione della democrazia interna. Il Leader non li controlla più.

II Movimento Cinque Stelle sconfessa il suo leaderBeppeGrillo e si schiera per l’abrogazione del reato di clandestinità. La decisione è il risultato di un referendum lanciato su Internet tra gli iscritti: due terzi hanno votato sì, solo un terzo ha seguito l’indicazione del capo che soli pochi mesi fa aveva pubblicamente smentito – e fermato – un suo parlamentare che voleva proporre una le : e pro immigrazione facile. Per chi non lo sapesse, il reato di clandestinità non è una tortura suppletiva per i disperati che sbarcano sulle nostre coste, ma una norma di legittima auto-tutela di un libero Stato in vigore in tutti i Paesi civili, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa. Adesso lo sappiamo: votare Cinque Stelle vuol dire andare verso una immigrazione selvaggia eimpunita. Non cheorail reato di clandestinità spaventi più di tanto o serva da diga contro le ondate di immigrati. Ma ribadisce un principio fondamentale: in Italia entra solo chi ha un permesso, e quindi un lavoro e quindi una casa. Su questo non si può e non si deve trattare, pena abdicare alla sovranità, oltre che alla sicurezza delle nostre città. Quello dell’immigrazione clandestina non è l’unico caso in cui i grillini scherzano col fuoco. Le loro coccole ai manifestanti NoTav nei giorni caldi delle contestazioni violente in Val di Susa avevano creato un alone di simpatia attorno a un movimento, i No Tav, che oggi scopriamo pesantemente inquinato non solo da facinorosi e delinquenti comuni, ma addirittura da terroristi. Sono infatti di queste ore minacce di morte in puro stile brigatista che, sotto la bandiera No Tav, vengono rivolte a giornalisti, politici e addirittura magistrati. La deriva dei Cinque Stelle conferma il sospetto che da sempre abbiamo nutrito. Un conto sono le estrose, e a volte condivisibili, esternazioni di Grillo contro la casta, le banche voraci e l’Europa del cappio all’Italia. Altro è lo zoccolo duro dell’elettorato Cinque Stelle, pericolosamente vicino all’ala più radicale della sinistra e forse anche oltre. Qui uno rischia di votare per abolire i vitalizi dei parlamentari e di ritrovarsi con i clandestini liberi e protetti, con i violenti a farla da padroni in Val di Susa, con una nuova stagione di terrorismo. E per come si stanno mettendo le cose non c’è certezza che il vecchio Grillo riesca a tenere la situazione sotto controllo via Internet. Anzi, il voto di ieri, semmai, dimostra il contrario.

Per Sallusti Grillo va a sinistra. Anzi di più. Ci regalerà una nuova stagione di terrorismo sanguinario. Non solo ma è un leader troppo democratico, che non riesce tramite la magica bacchetta della Rete a tenere a bada i suoi iscritti.

Ma insomma Grillo va a destra o va a sinistra?

La risposta a una domanda stupida non può che essere idiota nel contenuto e inutile nella forma.

La realtà è che la campagna elettorale per le Europee è già bella che iniziata e i due Centri (quello a destra e quello a sinistra) se la fanno addosso. Cosa succederebbe se i loro magici sondaggi prendessero una cantonata peggiore di quella presa alle politiche dello scorso anno? Cosa succederebbe se le operazioni di maquillage del giovanilismo renzalfaniano o dell’ennesima plastica berlusconiana si rivelassero inutili mascherate? Che rinsaldano la fede dei duri e puri ma non convincono gli indecisi, ago della bilancia e necessari per la vittoria elettorale?


Vi ricordate Prodi?

prodiMentre la sua portavoce storica diventa la vicepresidente del PD (chissà com’è) lui si rifiuta di entrare nella Direzione del partito. Finalmente ce ne siamo liberati? Forse … no. E staremo a vedere, se dovesse veramente andare come teme Cerasa, se confermerà alcune delle sue dichiarazioni di alcuni mesi fa moderatamente anti-europee. Io scommetto che tornerà ad essere il Super Europeista che ci precipitò nel baratro 15 anni fa. Staremo a vedere.

Claudio Cerasa su il Giornale di oggi

Roma. Piazza della Pigna, Roma, lunedì 17 dicembre. Sono le quattordici e trenta, Giorgio Napolitano ha appena finito di vergare il duro discorso che di là a breve rivolgerà alle forze politiche dal Quirinale e in un piccolo ristorante romano un amico del presidente della Repubblica, Emanuele Macaluso, offre al cronista un’opinione gustosa rispetto a un duello che segnerà i prossimi mesi di questa tormentata legislatura. “Secondo me – dice Macaluso – Romano Prodi, al dopo Napolitano, un pensierino ce lo sta facendo”. Prodi, già. Come spesso capita al Prof. bolognese, il suo percorso politico non è lineare, è ricco di contraddizioni, svolte impreviste, percorsi a zig zag, piroette e tentativi, spesso maldestri, di camuffare la propria rotta. Rotta che però, per una sorta di teorema del prodismo, risulta evidente e alla luce del sole ogni volta che viene solennemente smentita dal diretto interessato. E’ andata sempre così. Prodi arriva in Europa e sbuffando dice che non tornerà più in Italia per fare politica, e poi te lo ritrovi di nuovo in Italia e di nuovo presidente del Consiglio. Prodi lascia indignato la presidenza del Pd, dice che non vuole più avere a che fare con questa politica e poi te lo ritrovi li sul palco a festeggiare l’elezione a segretario di Pier Luigi Bersani e a prendersi gli applausi. Ancora. Prodi dice con solennità che non ha intenzione di immischiarsi con l’elezione del presidente della Repubblica, e poi eccolo lì impegnato a diventare presidente della Repubblica E poi. Prodi dice sdegnato che non ha intenzione di votare alle primarie e poi, oplà, eccolo che si presenta alle primarie per essere accolto come il salvatore dei gazebo. Oggi stessa storia. Il professore dice che no, per carità, non sono iscritto al Pd, non voglio aver a che fare con questa politica, non voglio aver a che fare con la direzione, mentre i suoi fanno capire che invece sì, con Renzi alla guida del Pd ritorna il bipolarismo e ovviamente, per il dopo Napolitano, il prodismo potrebbe essere candidato naturale al Quirinale. Co- -sì arriva Renzi, il Rottamatore, e tutti i prodiani che fino a qualche mese fa al nome di Renzi associavano le parole “101”, “franchi”, “tiratori” e “traditori” sono li che spifferano al cronista che “ovviamente Romano ha votato Matteo”, che “ovviamente Romano segue con affetto la corsa di Matteo” e che “ovviamente Romano è sempre stato incuriosito dal percorso di Matteo”. Matteo e Romano di qua Giorgio ed Enrico di là. Sul taxi del Rottamatore Al netto delle smentite che continueranno ad arrivare, Prodi, nei prossimi mesi, tenterà di salire sul taxi di Renzi; pomperà benzina nel serbatoio del segretario; incoraggerà la battaglia contro l’ideologia della grande coalizione; farà arrivare messaggi pieni d’amore al nuovo segretario del Pd (via Graziano Del-rio); eviterà di offrire messaggi di sostegno al governo dei 101 (che da quando è nato ha ricevuto più parole d’affetto da Brunetta che da Romano e anche ieri, intervistato su Radiol, il Prof ha mandato sguardi obliqui al governo Letta-Napolitano); e proverà a farsi trovare, quando sarà, in cima alla lista dei quirinabili del Pd renziano. Un po’ per questioni di curriculum, d’accordo. Un po’ però, come ha suggerito la sera delle primarie la storica portavoce di Prodi, Sandra Zampa (oggi diventa vicepresidente del Pd), perché con Renzi si può “rimarginare la ferita dei centouno”. I centouno, già. Come spesso capita nella storia delle corse di Prodi – quasi mai segnate da fasi di autocritica, quasi mai segnate da fasi di riconoscimento degli errori, quasi mai segnate dalla consapevolezza che i tradimenti possono essere causati anche da semplici valutazioni politiche, e non da complotti, e quasi sempre segnate da una sorta di insindacabile sacralizzazione delle proprie esperienze di governo – il filo conduttore del suo percorso è caratterizzato da una sorta di debito che il suo partito deve sempre restituire al Prof. bolognese. E in questa fase, ovvio, il debito che il Pd deve pagare a Prodi è quello contratto con il tradimento del 19 aprile che ha portato poi all’elezione di Napolitano. Renzi, ascoltando il discorso di Re George, discorso che il segretario ha sentito riferito più al Pd che al Cav., ha capito che la fine della legislatura coinciderà con la fine del regno di Napolitano. La prospettiva, a guardar bene, non preoccupa Renzi. Il segretario è convinto che anche in caso di voto anticipato Napolitano si dimetterà dopo le elezioni, e non prima. E anche qualora il go-verro dovesse cadere nel 2()14 e Napolitano dovesse scegliere di far eleggere a questo Parlamento il suo sostituto, Renzi è convinto che la carta Prodi sarebbe quella giusta da piazzare. Sia per far scontare al Pd il suo peccato. Sia, nel caso, per avere dalla propria parte la persona giusta con cui organizzarsi per andare subito a nuove elezioni. Romano e Matteo. Enrico e Giorgio. E chissà che non sia proprio questo il grande duello che segnerà i prossimi mesi di questa tormentata legislatura


Intellettuali organici

Brecht diceva che uno spettacolo teatrale può essere utile, inutile o dannoso. La cosiddetta sinistra italiana, quell’accozzaglia melmosa che comprende i Partito Deficiente e tutti i suoi satelliti è ormai sulla soglia fra le due ultime tipologie. E i suoi intellettuali costruiscono la rete di giustificazoni a cui i pastori e il gregge si arrampicano.
Buona lettura. Il pezzo ce segue lo condivo alla virgola
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Ci siamo. Pressati dall’attualità e dalle contingenze, molti degli osannati e sempre troppo sovrastimati “intellettuali” italiani sono costretti ad uscire allo scoperto e a confessare in modo schietto e diretto come la pensano su certi temi delicati e oltremodo cruciali della politica interna e internazionale. Eugenio Scalfari e Massimo Cacciari sono senza dubbio i campioni della “real politik” nostrana, quella secondo cui con la caduta del muro di Berlino e la fine delle ideologie, bisogna guardare con un certo disincanto la storia e adattarsi con concreto pragmatismo al corso degli eventi. Il loro assunto più propagandato a furor di popolo è il seguente: “siccome c’è la globalizzazione, e la competizione economica avviene su scala globale, non si può più competere rimanendo piccoli stati sovrani isolati, ma bisogna unire le forze creando federazioni e confederazioni di stati, come sta avvenendo oggi in Europa”. Tradotto in termini più semplici il loro famigerato sillogismo suona così: “siccome c’è la Cina, bisogna creare per forza di cose gli Stati Uniti d’Europa, in caso contrario saremo spacciati e verremo travolti dalla marea gialla!”. Inutile ricordare che qualcuno (per la precisione Claudio Borghi Aquilini) ha già smontato questa tesi bizzarra con straordinaria capacità di sintesi e immaginazione: l’economia non è mai stato un gioco di tiro alla fune in cui più siamo e meglio è, ma è una complicata questione di organizzazione, efficienza, sinergia, competenza, conoscenza, ripartizione, distribuzione, in cui vince chi riesce ad utilizzare meglio le proprie risorse umane e materiali. Belle parole, ma del tutto inefficaci nel nostro caso, perché Cacciari e Scalfari hanno sempre ragione.
 Infatti, nonostante la tesi quantitativa sia la più nota del duo delle meraviglie, Cacciari e Scalfari sono anche i mostri della tuttologia italiota, quelli del “so tutto io”, quelli dell’opposizione bieca a qualsiasi tipo di contraddittorio che non confermi ed esalti le loro conclusioni: si va dalla filosofia, alla storia, fino alla letteratura, all’economia, alla gastronomia, al taglio e cucito. Qualsiasi sia la materia del contendere, quando arriva la sentenza di uno dei due saggi barbuti, bisogna ascoltare in religioso silenzio e accettare senza battere ciglio le loro illuminanti dissertazioni. Puoi anche sforzarti di sottoporre al duo quintali di studi e documenti vergati di proprio pugno da premi Nobel ed economisti di caratura internazionale, che spiegano in modo accessibile a tutti come le unioni monetarie, politiche e commerciali tra stati diversi funzionino solo quando sussistono delle particolari condizioni al contorno, ma questo impegno si dimostrerà presto del tutto vano e infruttuoso: di fronte all’infinita saccenteria del duo, anche le vette più alte del sapere umano si sciolgono come neve al sole. Per intenderci, se in giornata di grazia, Cacciari e Scalfari sarebbero pure capaci di stravolgere il relativismo di Einstein o la teoria quantistica di Planck. Figurarsi, quindi, se in un dibattito serrato non sfiderebbero sfrontatamente gli impegnativi studi e le ricerche sul campo di umilissimi premi Nobel dell’economia.
 Ma in effetti è bene sottolineare che la fama di questi due personaggi da commedia dell’arte italiana ha potuto prosperare e ingigantirsi all’interno di un particolare contesto sociale e politico: il PD, il partito più curioso e singolare della storia dell’uomo. L’unica aggregazione di individui che si dichiarano ostinatamente di “sinistra”, ma che da più di trenta anni perseguono e applicano solo politiche di “destra” ultraliberiste e ultraconservatrici. Soltanto i “piddini” potevano elevare a loro modelli ed icone delle statue di cera, dei colossi d’argilla, dei vitelli dai piedi di balsa come Scalfari e Cacciari. In ogni altro ambito culturale, questi due megafoni del vuoto pneumatico sarebbero stati cacciati fuori a pedate. Ma nel PD tutto può succedere e nulla è impossibile: in un partito in cui vengono messi sullo stesso piano Matteo Renzi (il concorrente della “Ruota della Fortuna”) e Antonio Gramsci, Margaret Thatcher e Karl Marx, Von Hayek e Keynes, delle sagome abituate da anni a fare equilibrismi e salti mortali da circensi come Scalfari e Cacciari non potevano che trovare entusiastica accoglienza.
 Nel PD esistono infatti due correnti prevalenti: quella dei “comunisti” della base che non hanno mai letto un libro in vita loro e votano PD sulla fiducia credendo (o meglio illudendosi) che sia un partito di diretta emanazione della gloriosa sinistra operaia, e quella dei “radical chic” dei salotti che leggono soltanto Benni e Ammaniti perché scrittori alla moda e tanto politicamente corretti e non hanno mai capito un accidenti di nulla di politica e di economia, reputandole discipline aride e specialistiche da riservare soltanto ad esperti qualificati. In un taleagglomerato sociale di imbecillità e ignoranza, condito da fanatismo e orgoglio di appartenenza, tenuto insieme negli ultimi decenni solo grazie all’anti-berlusconismo viscerale, due fini dicitori dal lessico forbito come Scalfari e Cacciari non potevano che inserirsi come due lame nel burro. Nessun piddino oserebbe mai contraddire una qualunque tesi del duo, o perché non ha i mezzi culturali per farlo o perché pur avendo un discreto bagaglio culturale, la sua visione del mondo è stata ormai stravolta e manipolata da anni di lettura degli editoriali e delle inesattezze giornalistiche di “Repubblica” (i libri di Cacciari invece servono solo da arredamento, e nessun piddino è andato mai oltre l’introduzione). Nonostante lo stesso Scalfari abbia a più riprese confessato di non essere mai stato un “comunista” e di sentirsi molto più legato alla tradizione liberale italiana, nessun piddino avrebbe mai il coraggio di ammettere a se stesso che il verecondo ottuagenario non sia un “uomo di sinistra”. Sarebbe la fine di un mito, di un sogno che per decenni ha consentito a milioni di elettori traditi e beffati di ingoiare i più amari rospi della storia italiana. La distruzione endemica dello stato sociale italianosotto gli occhi attoniti di coloro che più avevano lottato e beneficiato delle sue garanzie è potuta avvenire solo perché sponsorizzata da esperti della truffa e del raggiro come Scalfari e Cacciari. Al suono di guerra di “ce lo chiede l’Europa”, “più Europa”, “il sogno degli Stati Uniti d’Europa”, “solo così possiamo competere con la Cina”, “c’è la globalizzazione” e via dicendo.
Tuttavia, ora che il sogno europeo sta cominciando a dissolversi sotto i colpi del giudizio della storia e della dura realtà, anche per due acrobati della dialettica come Scalfari e Cacciari la vita comincia a farsi più difficile ed è arrivato il momento di alzare il tiro delle loro provocazioni. Durante la festa organizzata da “Repubblica”, la “Repubblica delle idee” (vi consiglio di vedere il video integralmente, perchè si tratta di una vera chicca di idiozia), sono rimasto allibito dalla disinvoltura con cui i due venerabili del PD, in un’orgia di boria e autoreferenzialità, abbiano potuto rivelare delle convinzioni piuttosto indigeste e raccapriccianti, che solo una platea assolutamente distratta e sonnolenta come quella dei piddini poteva lasciar passare senza la minima obiezione o mugugno. Una in particolare ha colpito la mia attenzione: la democrazia funziona solo quando è oligarchica, ovvero condotta e guidata da un gruppo ristretto di persone, possibilmente molto, ma molto ricche. Con tanto di esempi della Grecia di Pericle, della Roma dei patrizi, e della Venezia dei dogi. Per carità, a livello storiografico la conclusione non fa una piega (anche se, ad onor del vero, bisogna dire che è esistita pure la Grecia di Efialte e la Roma di Tiberio Gracco, ostici avversari dei ricchi, dei plutocrati e degli oligarchi, non a caso morti entrambi assassinati), ma per essere davvero obiettivi bisognava quantomeno ammettere che dal Rinascimento ad oggi, la storia della democrazia ha fatto passi da gigante, con l’eliminazione dei vincoli patrimoniali alla partecipazione politica, la conquista del suffragio universale, la nascita delle moderne repubbliche costituzionali parlamentari. Insomma da Pericle a Vito Crimi, ne è passata di acqua sotto i ponti, e semplificare così la faccenda mi sembra un esercizio di retorica un po’ frivolo e inconsistente.
 Ma a questo punto bisogna chiarire anche il contesto in cui è scaturita questa summa di pragmatismo politico: si parlava del vuoto di democrazia che esiste in Europa, a causa del processo incompleto di creazione degli Stati Uniti d’Europa, che si è fermato praticamente all’introduzione della moneta unica senza dare vita ad un governo centrale federale come è accaduto negli Stati Uniti d’America. La causa principale di questa anomalia è dovuta alle differenze linguistiche, culturali, storiche che esistono tra i diversi stati europei, che necessitavano quindi di una struttura del tutto nuova di governo, come l’oligarchia tecnocratica degli Olli Rehn, Van Rompuy, Barroso, che pur non essendo mai stati democraticamente elettiricoprono oggi i principali posti di potere dell’Unione Europea. Di necessità insomma si è dovuta fare virtù, e visto che in passato la democrazia oligarchica ha funzionato abbastanza bene, dobbiamo avere fiducia e continuare nel nostro processo di integrazione guidato dall’alto. Rivendicare un’anacronistica appartenenza al territorio e alla propria nazione è del tutto fuorviante, visto che oggi esiste solo un’appartenenza di diritto, ovvero le persone si riconoscono cittadini di un certo stato o federazione di stati solo quando rispettano le stesse leggi. Bene, applauso del pubblico e tutti a casa felici e contenti.
 Con tutto il rispetto per Cacciari e Scalfari, facciamo ora però alcune precisazioni, creando un ideale contradditorio che non c’è mai stato ai due retori della sinistra annacquata dei giorni nostri. Il fatto che esistano delle notevoli differenze linguistiche, politiche, istituzionali, culturali tra i vari stati membri europei doveva essere una pregiudiziale da non sottovalutare durante il processo di integrazione, che doveva agire come elemento frenante di prudenza e non come acceleratore turbolento di un disastro annunciato. La circostanza che molti politologi, nonché svariati economisti, avessero avversato l’introduzione di una moneta unica in Europa perché non esistevano a priori quegli elementi automatici di aggiustamento, quali la flessibilità dei prezzi e dei salari, la mobilità dei lavoratori, la convergenza dei tassi di inflazione, i trasferimenti pubblici e privati di reddito, l’omogeneizzazione fiscale, sindacale, scolastica, le barriere linguistiche e culturali, avrebbe dovuto essere un deterrente e non un catalizzatore del processo. Fare per forza qualcosa che è impossibile e sconveniente fare non giustifica l’adozione di prassi anomale, ma ne rende quantomeno sospetta e sindacabile l’impostazione di massima. Se gettandomi da una rupe so con certezza che mi schianterò al suolo, non sono meno stupido se mi getto di testa, di piedi, di lato, con doppia giravolta carpiata. Sono stupido e basta. L’evidenza empirica che ha mostrato a conti fatti quanti squilibri e asimmetrie macroeconomiche si siano create in Europa a causa dell’euro, è una dimostrazione palese della giustezza delle tesi di coloro che avevano bocciato il progetto fin dall’inizio e non una giustificazione a posteriori dell’eccezionalità con cui si continua a condurre l’intera operazione.
Andiamo avanti. Cacciari dice che gli europei ormai si riconoscono tali perché rispettano le stesse leggi. Di grazia, potrebbe spiegarci il filosofo Cacciari quali siano queste fantomatiche leggi (a parte i cervellotici standard qualitativi sul diametro dei piselli o la curvatura delle banane) che gli europei rispetterebbero alla stessa maniera? Paesi come Germania, Italia, Francia, Spagna hanno costituzioni diversecodici penali e civili diversi,amministrazioni pubbliche diversesistemi pensionistici e contrattuali diversileggi bancarie diverse ed era proprio questo uno dei maggiori limiti che ostacolavano il processo di integrazione. Però con un po’ di malizia, possiamo intuire a quale unica legge si riferisca Cacciari: la legge del mercato. Attraverso i trattati europei, il libero mercato e la moneta unica, tutti gli europei sono stati resi uguali di fronte alle leggi del mercato, che ne hanno decretato a forza di spreads e continuo stato di emergenza, il livello di reddito, la quota di redistribuzione, i diritti sindacali, la flessibilità in uscita, le decurtazioni previdenziali e assistenziali, imovimenti migratori, contravvenendo esplicitamente ai principi costituzionali che in teoria avrebbero dovuto costituire un argine a questa deriva mercantilista. Descrivendo il processo di globalizzazione come storicamente ineluttabile, Cacciari presenta l’euro e l’unione monetaria come l’unico espediente per contrastare l’ascesa dei paesi emergenti, dimenticando però che non esiste un unico modo di globalizzare l’economia, ma infiniti (e la stessa storia umana ce ne offre diversi esempi) e questo particolare tipo di globalizzazione è stato proprio voluto dagli oligarchi, al fine di minimizzare i salari e massimizzare i profitti e le rendite. L’euro quindi non è una cura o una necessità storica, ma è la conseguenza di un processo politico fortemente voluto dagli stessi oligarchi che Cacciari vuole adesso al governo delle vetuste e antiquate democrazie parlamentari, ridotte ormai a futili assemblee consultive o passivi organi di ratifica di decisioni prese sempre altrove.
 Fra l’altro, numeri alla mano, ribadiamo che a causa dei ben noti squilibri e dissidi interni, l’euro non ha rafforzato la competitività dei singoli stati e dell’unione in quanto tale, ma ne ha indebolito la capacità produttiva e la propensione al consumo e agli investimenti di lungo termine, portando a compimento il disegno perseguito dagli oligarchi: la globalizzazione sfrenata senza regole che punta al ribasso dei salari, all’espansione delle esportazioni, alla maggiore redditività degli investimenti esteri speculativi e alla concentrazione della ricchezza in poche mani e non quella regolata e governata democraticamente che tende alla crescita uniforme e sostenibile dei diritti e del benessere in tutto il mondo. Gli ultimi dati sulla distribuzione della ricchezza (vedi grafico sotto) confermano inequivocabilmente che questo tipo di globalizzazione ha provocato alcuni effetti distorsivi mai avvenuti prima nella storia: meno dell’1% della popolazione possiede il 41% della ricchezza mondiale. Questo risultato secondo Cacciari è un processo storico ineluttabile o un evidente indirizzo politico? E’ chiaro che poi, essendo i veri artefici del progetto, gli oligarchi si propongano al pubblico, in forza anche delle loro smisurate risorse finanziarie e mediatiche, come gli unici capaci di gestirlo e governarlo, sempre a loro uso e consumo. La prospettiva quindi è completamente ribaltata: l’eurocrazia non è un’anomalia necessaria a contrastare una trasformazione storica irreversibile ed immutabile, ma è uno dei tanti aspetti dell’anomalo e provvisorio processo di globalizzazione, che è stato sempre guidato dall’alto e non ha mai ricevuto legittimazione democratica dal basso. Tanto è vero che sia la globalizzazione che l’eurocrazia sono stati sempre bocciati dai popoli vessati e sfruttati in tutte le occasioni in cui questi ultimi hanno avuto la possibilità di farlo.
 Ora, il tentativo di Cacciari di giustificare a posteriori l’oligarchia tecnocratica, come miglior modo di governo delle moderne democrazie, si scontra non solo con i dati puramente economici che sono tutti contro il progetto, ma anche con semplici fattori di gradimento, difficilmente contestabili dal punto di vista statistico e quantitativo. Se la democrazia oligarchica funzionasse così bene e si dimostrasse così efficace ed equa (?!) nella distribuzione delle ricchezze, perché mai esisterebbe tutta questa avversione da parte dei popoli? Come mai Olli Rehn non è così acclamato come lo era Pericle nell’agora? Come mai Van Rompuy non è così amato come Solone? Come mai Barroso non gode della stessa fama di Pisistrato? Le ragioni potrebbero essere molteplici e noi ne isoliamo solo due: o la democrazia oligarchica non funziona più bene come un tempo perché la storia è cambiata oppure Rehn, Van Rompuy, Barroso, sono degli inetti incapaci buoni solo a riscaldare poltrone e ad avallare direttive commerciali provenienti da una miriade di gruppi di pressione e di potere privati. E la notizia brutta per noi è che queste due conclusioni sono vere entrambe. Gli oligarchi di un tempo sapevano che dovevano lavorare bene e soddisfare le richieste dei rispettivi popoli, perché dal loro benessere e consenso, attraverso i tumultuosi dibattiti dell’agorà, della bulè, dei tribuni della plebe, dipendeva gran parte del loro potere. Gli oligarchi di oggi invece non devono rendere conto e ragione del loro operato a nessuno (a parte i “mercati”), sia perché non sono eletti democraticamente ma nominati unilateralmente (dai “mercati”), sia perché hanno ormai distrutto ed esautorato la capacità di filtro e mediazione dei vari parlamenti europei e nazionali. Il potere degli oligarchi di oggi è smisurato come quello dei monarchi del passato e, con buona pace di Cacciari, ha davvero poche similitudini con ciò che accadeva nelle antiche forme democratiche di governo.
Questo discorso non vuole essere sicuramente una spassionata adesione verso i modelli di democrazia diretta, che possono funzionare bene in piccole realtà locali, che vanno dai quartieri ai comuni fino ai singoli cantoni svizzeri, ma mostrano i loro limiti quando si tratta di governare e gestire paesi complessi di grandi dimensioni. In questo caso l’unica soluzione valida, per evitare la paralisi e il caos, rimane sempre la democrazia partecipativa, che richiede la faticosa formazione di classi dirigenti politiche competenti e responsabili che definiscono i programmi e le strategie di politica economica di lungo periodo, tramite un continuo confronto con i dati reali e un fecondo dialogo con la propria base elettorale. Le classi dirigenti e i quadri intermedi si devono fare carico di trovare di volta in volta le migliori soluzioni per garantire i principi costituzionali su cui si forgia l’identità e l’appartenenza di un popolo, dall’equità alla giustizia sociale fino alla libertà di impresa e di opinione. Cavalcare l’onda della democrazia oligarchica, come fanno i cosiddetti “intellettuali di sinistra” sulla scia di uno scellerato pragmatismo utilitarista tipico degli “intellettuali di destra” e dei conservatori, significa invece svilire i principi costituzionali molto concreti in favore di astratte leggi di mercato, che poi hanno sempre l’obiettivo di avvantaggiare ancora di più gli oligarchi e di espandere a dismisura le disuguaglianze. Questo gli oligarchi lo sanno bene e per questo motivo allevano con cura e coccolano lautamente i propri intellettuali e propagandisti di regime prezzolati (filosofi, professori, economisti di università private, politici, giornalisti). Senza la loro indefessa opera di manipolazione e mistificazione, difficilmente gli oligarchi potrebbero continuare a governare, controllare e reprimere le richieste di democrazia e partecipazione che arrivano dal basso.
Un’ultima considerazione che serve a smontare un ennesimo ragionamento davvero pretestuoso e goffo del buon Cacciari (buono si fa per dire, perché come si dice spesso dalle mie parti: se fosse fatto di pane, mi guarderei bene dal mangiarlo). Secondo Cacciari, noi europei dovremmo ritenerci fortunati perché siamo arrivati a questaforma ibrida ed anomala di governo (un qualcosa che è a metà fra una federazione e una confederazione di stati, ma in fondo è solo l’euro e la BCE), senza passare per guerre e spargimenti di sangue come è accaduto negli Stati Uniti con la guerra di secessione. Ora, la guerra civile americana sappiamo che aveva delle ragioni politiche e sociali molto complesse, che avevano spaccato praticamente in due gli interessi e le rivendicazioni popolari: un processo sicuramente guidato dall’alto, ma che aveva profonde radici di partecipazione umana e emotiva anche dal basso, fra chi parteggiava per le istanze separatiste e chi per quelle unitarie. In queste condizioni di accesa dialettica interna, non era difficile convincere un giovane ragazzo ad indossare una divisa e imbracciare un fucile per inseguire un sogno di libertà, pace, prosperità, unità nazionale, come dall’altra parte dell’Oceano, stava già accadendo quasi contemporaneamente in Europa con i moti risorgimentali.
Il processo di integrazione europea è stato invece solamente pilotato e imposto dall’alto e nessun cittadino, men che meno oggi, si sognerebbe mai di combattere e rischiare la propria vita (a parte i militari di professione e i mercenari che sono pagati per farlo) per difendere l’Unione Europea e l’eurozona in particolare. Per che cosa dovrebbero combattere? Per un pezzo di metallo chiamato euro? Per difendere il palazzo di vetro di Francoforte? Per garantire ai propri figli una prosperità e un futuro che proprio l’euro ha contribuito a tagliare? Ma siamo sinceri, nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe mai combattuto e combatterebbe oggi per difendere la moneta unica, perché quest’ultima non è il frutto spontaneo di un acceso dibattito partito dal basso, ma ilprodotto artificiale di un progetto preconfezionato fortemente voluto dall’alto, che è stato fatto passare e digerire ai popoli europei con una campagna mediatica che ha del demenziale. Anzi, è molto più probabile che i popoli europei si coalizzino, come peraltro stanno già facendo in modo disorganizzato e scoordinato, contro gli oligarchi per la ragione opposta: per distruggere questo tipo di progetto unitario, a causa di tutte le differenze, gli squilibri, le miserie e le umiliazioni che ha già generato.
Fra l’altro, gli americani avevano il vantaggio di parlare la stessa lingua e di essere nati dallo stesso processo storico e culturale che portò alla dichiarazione di indipendenza dalle monarchie europee, mentre gli stati europei come già sappiamo e abbiamo ripetuto tante volte nascono da storie, tradizioni ed esperienze culturali totalmente diverse, che hanno condotto alla fine alla definizione e alla nascita degli odierni stati nazionali. In che lingua avrebbero dovuto parlare i soldati alleati di questa ipotetica guerra di annessione europea paventata da Cacciari? Quale cultura dominante avrebbe dovuto assumersi l’onere di combattere questa guerra? Ma se è lo stesso Cacciari a dire che ogni progetto unitario europeo tentato in passato, da Roma a Carlo Magno fino a Napoleone e Hitler, è stato fallimentare, perché mai avrebbe dovuto avere successo il subdolo disegno oligarchico portato avanti soltanto per ragioni commerciali e con il vessillo di una moneta unica? Come può pretendere Draghi di riuscire oggi con i suoi miserabili spiccioli da un euro dove non sono riusciti in passato le gloriose aquile delle insegne romane? Si tratta veramente di argomentazioni talmente fragili da rasentare il ridicolo, perché se è inconfutabile che l’Europa è sempre stata un’entità geografica e culturale a se stante nell’immaginario collettivo, è altrettanto vero che non è mai stata un’esigenza politica e una necessità storica sentita dai popoli europei.
E paradossalmente nemmeno la classe degli oligarchi e dei plutocrati vuole questa tanto agognata (a parole) unione politica e fiscale, perché ciò comporterebbe una perdita dei lucrosi profitti e delle rendite di posizione ottenuti solo grazie alle disfunzioni finanziarie create dall’euro (ricordiamo che quando i mercati sono stabili, omogenei e poco volatili, gli speculatori guadagnano poco o nulla). Agli oligarchi interessa solo l’euro e la sua permanenza a qualunque costo sociale, mentre tutto il resto sono chiacchiere da bar buone soltanto per tenere a bada una certa parte dell’elettorato di sinistra e illuderlo con sogni e fantasie che hanno poca attinenza con l’attuale corso della storia. A dispetto delle paure e delle fobie dei piddini, la pace tra i popoli europei continentali (un discorso a parte meriterebbero invece i paesi balcanici), prima dell’introduzione dell’euro, era ormai una condizione conclamata e duratura, mentre oggi, proprio a causa dell’euro, cominciano a riemergere antichi dissapori e conflitti tra i paesi che hanno guadagnato e paesi che hanno perso con la moneta unica.
Il sogno europeo di Altiero Spinelli, di cui spesso si parla fuori luogo e a sproposito, non aveva nulla a che vedere con una insignificante unione monetaria che annulla gli aggiustamenti valutari delle bilance dei pagamenti e il rischio di cambio degli speculatori. Inoltre se Spinelli ha sognato un’unione politica e federale europea nel momento più sanguinoso e tragico della seconda guerra mondiale, quando tutti i paesi europei erano dilaniati dalla violenza e dall’odio, ciò non significa che questo sogno di pace e fratellanza universale, concretamente irrealizzabile, avesse mantenuto la stessa consistenza e importanza a guerra conclusa. Ma poi cosa volete che sogni un povero esiliato di guerra per ragioni politiche se non il Manifesto di Ventotene? Un uomo sogna la pace quando è in guerra, mentre quando è in pace dovrebbe utilizzare tutti gli accorgimenti politici, diplomatici e culturali per preservala nel tempo. E l’euro non è sicuramente fra questi strumenti, visto che esaspera le differenze e esacerba certi atavici dissidi tra i popoli. E siccome già sappiamo che nessuno stato europeo egemone vuole oggi l’unione politica e fiscale, perché ciò comporterebbe un permanente trasferimento di ricchezza dagli stati più ricchi a quelli più poveri, come è avvenuto negli Stati Uniti, in Italia e in Germania dopo l’unificazione, cosa facciamo? Gli puntiamo un fucile in testa perché i piddini hanno un sogno? Quante morti, suicidi, sofferenze, malversazioni dobbiamo sopportare perché una minoranza politica sgangherata e ormai allo sbando, fomentata da un’ancora più ristretta casta di oligarchi, ha un sogno strampalato da realizzare in questo mondo?
Concludo dicendo che forzature del ragionamento come quelle espresse da Cacciari e Scalfari, se possono avere cittadinanza in luoghi ovattati e impermeabili al libero pensiero, come può essere un covo di piddini, devono essere invece tenacemente contrastate e smontate in tutte le sedi opportune, per rivelarne in profondità la loro misera ed impalpabile infondatezza. Certi argomenti, come la democrazia oligarchica, non devono assolutamente passare, perché, come successo per tante altre cose sgradevoli, a lungo andare si finisce per abituarsi e reputarle normali (il metodo utilizzato dalla propaganda è abbastanza noto: si ripete ad oltranza una menzogna finchè non viene accettata da tutti come un’ovvia verità). Invece si tratta di assurdità senza capo né coda, perché rappresentano un antico retaggio del passato e un passo indietro nel cammino evolutivo della storia e  della civiltà. E bisogna stigmatizzare a dovere chiunque tiri in ballotesi così offensive ed oltraggiose nei confronti dei nostri principi democratici e costituzionali.
Se per nostra fortuna di uno dei due mistificatori presto ne sentiremo parlare soltanto nei necrologi (è sempre squallido augurarsi la morte di un uomo, ma nel caso di Scalfari la natura è nostra alleata), con l’altro dovremo purtroppo fare i conti ancora per qualche decennio e considerando che si tratta di un presunto ideologo che detta la linea sia agli avamposti che alle retrovie, dobbiamo imparare a fronteggiarlo senza alcun timore reverenziale. Iltuttologo buono per tutte le stagioni e per tutti i programmi televisivi, con i suoi virtuosismi da equilibrista, ormai è in evidente affanno e di fronte al corso inesorabile degli eventi, ha iniziato ad arrampicarsi sugli specchi. Pensate, della storica avanzata del Fronte Nazionale di Marine Le Pen in Francia, Scalfari e Cacciari hanno colto soltanto la ferma condanna di Hollande contro tutti i nazionalismi e i fascismi. Quindi, un partito dichiaratamente anti-euro si prepara a governare il secondo paese più importante dell’unione, e tu cosa cogli? La tempestiva dichiarazione del tuo compare di cordata, senza fare un minimo accenno a tutti i malumori e i mal di pancia del popolo francese contro l’impostazione eurista, che hanno favorito l’ascesa del Fronte Nazionale. Come se queste persone in fondo non esistesseronon avessero diritto ad avere voce e ad essere rappresentatifossero cittadini di serie B, da oscurare e censurare in tutti i modi possibili. Perchè loro hanno sicuramente torto, mentre Cacciari, Scalfari, Letta, Monti, Hollande, Merkel, Draghi, Barroso, Van Rompuy, Olli Rehn hanno certamente ragione. Vi ricorda qualcosa questo modo di fare?
Ora, la Le Pen sarà pure un’estremista di destra (e così dicendo rischio anche di beccarmi una bella querela, visto che lei stessa ha minacciato di denunciare tutti coloro che etichettavano il suo partito in questa categoria), ma secondo voi è più fascista chi cerca di contrastare nel merito e nei fatti il pensiero unico dell’euro o chi è ormai assuefatto a questo pensiero e con le buone o con le cattive cerca di marginalizzare ed isolare tutte le opposizioni? Non sarebbe un modo di fare molto democratico, improntare ad armi pari un dibattito e sconfiggere l’avversario nel merito, invece di esorcizzare la sua avanzata tirando in ballo fantasmi e paure del passato? Perché mai nessun politico francese pro-euro si è mai preso la briga di intavolare un confronto televisivo a reti unificate con la Le Pen? Possibile che questi impavidi sognatori della moneta unica non abbiano argomenti validi per sostenere le loro nobili tesi, a parte le castronerie storiografiche e politiche bofonchiate da vecchi tromboni come Cacciari e Scalfari? Ragionate, ragionate gente, e un giorno non tanto lontano scoprirete forse che i tatuaggi con le svastiche stavano proprio sulle braccia e sulle spalle delle persone più insospettabili. Quelli sempre politicamente corretti. Quelli di “sinistra”.

La sinistra inesistente

Per Calvino era il Cavaliere ad essere inesistente. Per il nostro Paese è la sinistra Cavaliere-fobica, invece, che sta seguendo inesorabilmente le sorti della sua nemesi. La decadenza, il crollo, lo sfaldamento. Condannata com’è all’inesistenza. O forse, per dirlo meglio, all’inutilità.

La domanda infatti che mi faccio ormai da mesi è: a cosa serve questa sinistra? A cosa servono Letta, Renzi, Civati e i vecchi marmatroni alle loro spalle? E la risposta è: a nulla. Un tempo esisteva una voce dominante – quella del capitalismo euroamericano per semplificare – e dall’altra parte una voce alternativa – quella del socialismo reale. Oggi non è più così. Tutti conoscono i molteplici perché quindi non mi dilungo. Ma il risultato è curioso. La sinistra, un tempo anticapitalista, è diventata sostenitrice del liberismo più spinto e delle politiche economiche maggiormente tese all’allargamento della forbice fra ricchi e poveri. I Chicago Boys un tempo erano di destra oggi sono sia di destra che di sinistra. Dietro alla facciata keynesiana di Boccia e Fassina ci sono le ricette di Alesina e Giavazzi. L’ideologia comunista è stata miseramente sostituita dall’europeismo. Ovvero dalla dottrina che predica il massacro dei popoli del vecchio continente per la salvaguardia dei diritti, quelli sì inviolabili, di banche d’investimenti, grandi gruppi industriali transnazionali e potenti burocrazie tecnocratiche.

Cosa succede quindi ai legittimi interessi delle moltitudini che i fantocci del PD-Sel-pseudo sinistre non rappresentano più?

L’esempio più rappresentativo è quello della sacrosanta opposizione all’integralismo europeista, alla fedeltà ai dettami della Troika, all’idiota ossessione per l’euro, alla svendita di goni residuo della sovranità.

A chi legge il compito di trarre le dovute conclusioni:

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“Lo scontro che si sta consumando nel PDL è qualcosa che va al di là della folkloristica divisione tra falchi e colombe o della più seria divisione tra lealisti, pontieri e governisti. Nella totale inconsapevolezza dei più, in ballo c’è il lucido e legittimo tentativo da parte di Alfano, Lupi, Quagliariello e altri, di portare il maggior partito del centro destra italiano all’interno del club di élite ed establishment di cui già fanno parte Monti, Letta, Prodi, Casini, D’Alema ed i soggetti politici loro collegati.

Il loro obiettivo è quello di legittimarsi all’interno di quei salotti e di quei contesti nazionali ed internazionali dove c’è il vero potere e nei quali nessun partito del Cdx italiano é mai entrato. Questo passaggio, comprensibile nella visione di una politica che è principalmente crescita personale dei suoi protagonisti, significa blindare i confini dell’azione di quel partito, che si chiami Pdl o Fi è indifferente, in accordo con i confini di un “politicamente corretto” individuato da altri, accettare che il loro movimento entri in una sorta di recinto di “legittimità burocratico istituzionale” e di contestuale sudditanza politica. Si accettano acriticamente i paletti definiti a livello europeo e ci si confronta con un altro schieramento che ha accettato le stesse regole e lo stesso terreno di confronto.

Ci si avvia, cioè, su una strada nella quale le differenze tra cdx e cds sono marginali perché la base comune politica è definita altrove, in altre sedi, in altri contesti, senza le problematiche che comportano i sistemi democratici. Non si può mettere in discussione “questa” Europa, non si può mettere in discussione “questa” moneta così costruita, non si possono ridefinire parametri fissati burocraticamente anche se uccidono un paese reale ed un popolo in carne ed ossa, si accetta la sudditanza della politica rispetto al sistema di finanza, burocrazia e banche attualmente alla guida di questo continente e del mondo.

Si accetta il passaggio, indolore e certamente più sicuro e redditizio per chi lo porterà avanti, di partiti che aderiscono ad un “sistema” predefinito nel quale la vittoria dei uno schieramento o di un altro poco cambia sul piano delle grandi scelte future. Si accetta un ruolo marginale della politica, un ruolo marginale dell’Italia, una lenta decadenza del suo modello produttivo fatto da milioni di piccoli imprenditori, si sottoscrive un patto con il diavolo che congela le possibilità di rappresentanza reale di interessi diffusi dei cittadini italiani per intraprendere la strada di un pensiero unico nel quale è consentito dividersi solo sugli aggettivi. I lati positivi di questo percorso sono molti, moltissimi, ma quasi esclusivamente individuali e non del paese e del popolo.

Il PDL berlusconiano era fuori da questo sistema. Lo era forse proprio in virtù del grandissimo conflitto di interesse del suo leader, perché la sua forza finanziaria e mediatica, privata, personale lo rendeva insensibile ed indifferente alle lusinghe ed offerte di quel sistema. E quel sistema lo ha sempre guardato con sospetto e diffidenza perché non era “comprabile” con sistemi tradizionali, non per superiorità morale, per ricchezza. L’unica sua necessità era garantire il suo “particolare” ma questo lo rendeva più libero su tutti gli altri fronti, più libero di ogni suo altro concorrente politico che doveva aggiustarsi difendendo una pluralità di interessi di altri poteri. Questa libertà, pur nascendo da una contraddizione democratica, lo rendeva capace di interpretare meglio di altri, con totale libertà e con scientifico cinismo, il sentimento popolare di una parte del paese. La sua forza in questi anni è infatti stata la diversa possibilità di espressione e linea che poteva permettersi rispetto ad altri schieramenti obbligati ad accettare compromessi continui con poteri reali esigenti e molto più forti della politica e delle Istituzioni democratiche. Allo stesso modo gli concedeva una disinvoltura realistica e pragmatica nei rapporti internazionali, dalla Libia alla Russia, che non poteva essere concessa all’Italia. Proprio per questo motivo, la riconduzione del Pdl nell’alveo della “linea giusta”, il passaggio politico dell’altro giorno, questo governo Alfetta o Lettano,  è stato benedetto in modo bipartisan, da Schulz in nome dei socialdemocratici e dalla Merkel in nome dei popolari, avvallato da un messaggio di parte del Presidente della Repubblica, unico nella storia repubblicana, di Squinzi, e di tutti quelli che in un modo o nell’altro devono la loro sopravvivenza o il loro futuro al sistema bancario/finanziario/burocratico attualmente al comando. Proprio a dimostrare che non esisteranno nemmeno più in Italia differenze se non marginali, tra i due schieramenti.    Ma questa possibile scelta del pdl, che da un lato rafforza le persone che l’hanno guidata, apre loro spazi di radiosi futuri personali, dall’altro uccide una possibilità di espressione democratica in questo paese e sancisce in modo drammatico la linea di scivolamento dell’italia nella categoria dei paesi di serie b, in attesa della c. La vicenda interna del pdl diventa pertanto importante non perché sembra ridisegnare il ruolo di Berlusconi, che negli ultimi mesi ha sbagliato a mio avviso tutto ciò che si poteva sbagliare, non per il destino di alcuni falchi che sono riusciti a regalare, con il loro integralismo, la palma di moderati seri a persone cui poco importa del paese ed ancor meno del centro destra, non per la classe dirigente che non esiste di un partito che non è mai nato, ma per la rappresentanza della parte produttiva di questo paese che sarà uccisa da “questa” Europa, per le piccole e medie imprese, per agricoltori, artigiani, commercianti, ma anche per i loro dipendenti, che hanno perso ogni possibilità di essere difesi dal percorso di distruzione scientifica portato avanti dalle scelte economiche funeste accettate dal nostro paese. Oggi siamo un po’ più accettabili in Europa, ma non per la nobiltà delle nostre scelte.

Oggi una parte in più del sistema politico italiano è stata fagocitata in questa informe accozzaglia di euroentusiasti senza ragione. Anche il centro destra è stato messo in sicurezza. Ma non è in sicurezza il paese. Ora questo Governo dei buoni e gentili, questo governo i cui leader assomigliano anche fisicamente ai burocrati europei, approverà un’ennesima manovra, da 10 miliardi se non 15: di tasse, di prelievi, di imposte. Saranno nascoste, magari avranno un nome straniero, saranno affiancate da alcune finte concessioni, come i 20 euro in busta paga, ma questo è il valore che entro dicembre faranno uscire dalle tasche degli italiani.

Questo governo proseguirà con la compressione scientifica, in nome della competitività, del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti. Questo governo non farà il minimo atto nei confronti di un sistema bancario che sta strozzando ogni giorno migliaia di imprese e famiglie. Questo governo non disturberà i manovratori europei. Questo governo aiuterà la lenta conquista da parte di multinazionali del mondo della parte sana industriale del paese. Questo governo magari  farà come sta facendo in Grecia il suo gemello e cercherà di far diventare reato di opinione le critiche all’Europa ed all’Euro. Questo Governo continuerà a dare più credito a Befera che ai milioni di italiani uccisi da cartelle ed interessi surreali. Questo governo continuerà a calpestare lo statuto del contribuente; questo Governo non sarà in grado di toccare minimamente lo strapotere di una burocrazia intollerabile. Quello di Alfano non può e non potrà essere il centro destra che Berlusconi aveva detto di volere e che non é mai riuscito a costruire perché in realtà non gli interessava. E’ un’altra cosa. Con una sua legittimità, una sua logica, una sua ratio, una sua nobiltà politica. Ma la parte di società che sempre si è riconosciuta nel centro destra sarà da domani orfana. Si apre quindi la sfida a rappresentare questo popolo. Una sfida che ha bisogno di parole d’ordine forti e di proposte concrete che rompano lo steccato nel quale é stato compresso il paese. parole come sovranità nazionale, interesse nazionale, identità nazionale, libertà. Sfida che non penso potranno più cogliere i falchi    o le colombe. Sfida che molte persone libere possono provare a raccogliere uscendo dalle prigioni dei vecchi partiti di appartenenza. Sfida che vorrebbe cogliere l’officina che abbiamo lanciato: sfidando il falso popolarismo europeo, svenduto alla finanza,  in favore del popolo, la svenduta socialdemocrazia europea in favore della parte più debole del paese, l’inutile demagogia grillina per costruire istituzioni credibili che difendano chi non ha voce.

Guido Crosetto – Coordinatore Nazionale Fratelli d’Italia

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http://www.youtube.com/watch?v=mRPOzV2V0dA&feature=share

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Scaraventare in faccia la verità fa male, quindi o la si anestetizza oppure – meglio – la si nasconde. Sentite un po’ cosa ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera: “Tutti sanno, senza ipocrisie, perché in Italia non si è mai passati attraverso un passaggio elettorale per misurare il consenso della nostra partecipazione all’Europa. Tutti sanno che il popolo avrebbe votato contro l’Europa, esattamente com’è accaduto in tutti i Paesi europei (tranne in un caso) ogni volta che si è data la parola al verdetto popolare”.
Più chiara e sfacciata di così la verità non potrebbe essere raccontata. L’Europa popolare non esiste, l’Europa delle elite sì. Di più, è la sola ad esistere. Quindi non c’è bisogno di formare un consenso attorno ad essa: basta imporla. Così è. L’Europa politica senza democrazia non potrà mai esistere, malgrado i pistolotti di Napolitano e compagni. Senza il coinvolgimento dei popoli resta solo la sovrastruttura verticistica, ovvero il potere della Troika e dei tecnocrati. Prova ne è il fatto che, proprio nel momento di maggiore crisi dell’Europa tra i popoli, sono stati inventati governi della paura, calati dall’alto. I governi tecnici, i governi della larghe intese, i governi della Bce e del Fondo Monetario.
I popoli non devono votare perché il grande progetto non può essere messo in discussione. Tutt’al più il popolo va educato, anche rieducato. Va convinto con appositi lavaggi del cervello mediatico. I giornaloni italiani in coppia con Raiset sono campioni del mondo della specialità. Il Corriere è stato il giornale dell’endorsement a favore di Romano Prodi prima come oggi è lo sponsor delle larghe intese nel segno della continuità con il fallimentare governo di Mario Monti: tutti gabinetti intoccabili e credibili. La Repubblica non è mai stata da meno. Gli anatemi del padre fondatore contro chi osa mettere in dubbio la Verità europea sono celebri. Il recente duetto filosofico tra Scalfari e Cacciari è stato uno dei punti più alti del fanatismo europeista celebrato in una tre giorni di dibattito promosso sotto le insegne della “Repubblica delle Idee”. Incontri, convegni, dibattiti tra euroconvinti ed euroentusiasti; nessuno spazio a tesi alternative. Le stesse idee che stanno seminando il panico a Bruxelles. E che i megafoni della troika stanno confinando nello spazio dell’estrema destra, come se i movimenti no global o OccupyWallStreet – tanto per citarne due – fossero di estrema destra.
I cittadini non devono sapere. Devono solo subire. E soprattutto pagare il prezzo dell’austerity che Bce, Commissione europea e Fmi hanno ordinato ai governi. Per questo le leve massmediatiche usate sono quelle del terrore: se si uscisse dall’euro ci sarebbe la catastrofe; state attenti alla demagogia e al populismo dei nuovi movimenti no euro, eccetera eccetera. Il messaggio dominante ed esclusivo è da pensiero unico: morte a chi tocca Europa ed euro. Rivendicare un referendum sulla moneta unica? Giammai! Sarebbe pericoloso perché il risultato potrebbe essere ancora una volta contrario ai disegni in corso.
L’Europa ha svuotato gli Stati, ne ha resettato le politiche economiche imponendo una moneta-non-moneta. L’Europa pilota i governi. L’Europa scrive le manovre finanziarie imponendo l’indebitamento privato, che è la più diffusa arma nelle mani dei governanti. Solo un simile fanatismo avrebbe potuto bloccare ogni crescita nazionale su una percentuale (il famigerato rapporto 3% pil-debito) divenuta un idolo intoccabile. L’economia reale italiana sta saltando per aria per colpa di questo rigore giudicato eccessivo dalla maggioranza dei nostri concittadini.
L’autonomia dei governi è zero di fronte ai diktat europei. Da qui una domanda: che senso ha votare per dei partiti che sanno solo scazzarsi su Berlusconi o su Bossi e che poi votano come un gregge impaurito ogni ordine impartito da quei poteri privi di mandato? Gratta gratta, sulle cose fondamentali (cioè quelle economiche) non ci sono differenze tra le diverse fazioni; essi sono una cosa sola. Il siparietto sull’iva o sull’Imu è solo una parte in commedia perché il fiscal compact approvato e inserito in Costituzione non lascia margini di crescita. Dovremmo privatizzare e liberalizzare, ci viene detto. Certo, continuiamo a calare le braghe a compagnie di giro (quando all’osso non c’è rimasto nulla) o alle potenti banche d’affari (quando invece si tratta di mettere le mani su acqua ed energia).
La crisi finanziaria ha bruciato tanti di quei soldi che in confronto – lo dico a mio rischio e pericolo – lo spreco della Casta è ridicolo! Eppure a quella globalizzazione finanziaria non viene dato alcun freno; di contro, allo sviluppo di imprese e famiglie si obietta sempre il rispetto dei vincoli europei.
I cittadini potranno anche non votare ma queste cose lo conoscono eccome. Perché le hanno imparate sulla propria carne viva.

Gianluigi Paragone – giornalista

 

 


Reinvestire l’avanzo primario. Un passo prima di abbandonare l’euro?

Uscire dall’euro. Noi con una moneta sovrana. Attraverso una fase intermedia come quella proposta dal Manifesto di solidarietà europea. O con una conveniente autoespulsione della Germania. Ognuna di queste tre vie, applicata in maniera ragionata, pianificata e controllata, risolverebbe buona parte dei problemi del nostro Paese. Chi legge questo blog sa bene che la penso così.

La strada non sarebbe né facile né priva di rischi. Ma quella che stiamo percorrendo, è ormai evidente anche ai più beceri, porta in un luogo ben preciso e dal profilo inquietante. Un luogo che siamo soliti chiamare “terzo mondo”.

Alle élite che ci governano (plurale … perché non penserete mica che vi governano solo quelli che avete eletto no?) frega ben poco. Un politico, un’industriale, un banchiere, stanno meglio nel terzo mondo che qui da noi. Meno controlli, più forze di polizia a salvaguardare la loro sicurezza, più libertà nel reprimere il dissenso, più distanza sociale dal ciarpame che inonda di sudiciume le periferie urbane. I ricchi sono più ricchi nel terzo mondo. I poveri sono più poveri e non contano un cazzo. A conti fatti meglio appartenere all’élite del terzo mondo che a quella del (si fa per dire) primo … o secondo che sia.

Senza nemmeno il timore di sembrare complottisti dell’ultima ora, mettere in evidenza il progetto di terzomondializzazione del nostro Paese è quasi come dire che fumare fa male. Un’ovvietà. Eppure anche le ovvietà di tanto in tanto vano rinforzate. Perché la tendenza è quella di dimenticarle. Per sostituirle con ipotesi più martellate dal tam tam mediatico.

L’unico che nel panorama politico sembra dar voce alla questione è, ad ora, quel vecchio volpone del Caimano. Eh sì, perché quello sta una spanna sopra a tutti! Quando gli serviva riacquisire credibilità in Europa, ci regalò il pareggio di bilancio in costituzione. Praticamente fu lui a imporci una delle mannaie che oggi oscilla pericolosamente sopra le nostre teste. Ma si sa, in quel periodo c’era il caso Ruby. E il puttaniere cercava disperatamente di riaccreditarsi statista. Ancora non aveva capito che lo stavano sostituendo con qualcuno più affidabile. Oggi però incita le folle, gridando al Governo “freghiamocene del vincolo del 3%, tanto non ci cacceranno mica”. E si appresta con questo ennesimo trucchetto a fare le scarpe a PD e 5 stelle.

Ma la cosa più triste in tutto questo è che Mr B. ha ragione. Chiaro, considera l’ipotesi solo e unicamente pro domo sua, ma nonostante tutto ha ragione.

Esiste infatti una misura che potrebbe essere messa in campo subito per dare ossigeno all’economia ancora prima di pianificare l’uscita dall’euro. Il reinvestimento dell’avanzo primario. Fabio Santini lo spiega su Il Fatto.

Si dirà che lo fa per calcolo politico. Si dirà che ha governato per anni adeguandosi all’austerità. Si dirà che parla fuori tempo massimo. E si diranno altre cose più o meno sensate. Ma saremmo intellettualmente disonesti se negassimo che questa volta ha ragione Berlusconi: la politica economica del governo dovrebbe effettivamente guardare oltre i vincoli europei.

Per quanto mi riguarda, credo di averlo già chiarito pochi giorni fa sul “Sole 24 Ore”: bisogna utilizzare l’avanzo primario (l’eccedenza delle entrate fiscali sulla spesa, esclusi gli interessi sul debito), sfondando il vincolo europeo del deficit al 3%. Nelle condizioni date, non ci sono altre strade altrettanto efficaci, certe, per rilanciare l’economia. Infatti, nessuno ormai può più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito già tre anni fa, con la famosa “Lettera degli economisti”le politiche di austerità sono fortemente recessive e fanno sprofondare l’Europa nel baratro. Quanti sostenevano che i moltiplicatori della politica fiscale – che appunto misurano l’impatto dei tagli e delle tasse sulla produzione nazionale – fossero trascurabili (o addirittura negativi, secondo la favoletta per cui l’austerità favorirebbe la crescita) sono stati sbugiardati nella maniera più plateale. Come ha scritto Krugman, mai nel ring della storia del pensiero economico un match teorico si era chiuso con un ko così netto. I keynesiani, favorevoli alle politiche anticicliche di stimolo della domanda, hanno messo al tappeto i falchi della austerità. Insomma, oggi vi è unaclamorosa contraddizione tra la condizione in cui siamo, per molti aspetti peggiore di quella del ’29, e l’idea di proseguire con tagli della spesa pubblica (che, si badi bene, è già a livelli inferiori della media europea, considerando anche la spesa per interessi) e aumenti delle tasse.

L’azzeramento dell’avanzo primario, costruito con le politiche di lacrime e sangue, vale oltre 35 miliardi di euro e avrebbe un effetto benefico rilevante per l’economia italiana. Quanto benefico? Ebbene, utilizzando l’intervallo stimato da Olivier Blanchard – l’illustre quanto moderato capo economista del Fondo Monetaria Internazionale – l’effetto espansivo sul Pil italiano sarebbe, nel giro di 9-15 mesi, variabile tra i 34 e i 62 miliardi di euro, cioè tra i 2 e i 4 punti di Pil, con un valore medio superiore ai 45 miliardi di euro. Ma quest’ultima sarebbe una stima davvero molto prudente, se è vero che un ulteriore recente studio dello stesso Fondo Monetario Internazionale considera che il moltiplicatore della spesa in Italia, in una condizione recessiva come quella in cui siamo, dovrebbe assumere molto più probabilmente un valore intorno al massimo dell’intervallo proposto da Blanchard. Per non parlare delle stime compiute sugli effetti delle politiche espansive di Obama(l’American Recovery and Reinvestment Act) che sono arrivati ad individuare moltiplicatori ben più ampi, pari a 3.

A quanti osserveranno che questa manovra farebbe incrementare il rapporto tra deficit e Pil, ricordiamo che un intervento di questo genere avrebbe ampi effetti retroattivi positivi. Intanto, la crescita del Pil tenderebbe ad arginare significativamente l’aumento dei rapporti di finanza pubblica. E, d’altra parte, le entrate fiscali aumenterebbero non meno di un punto di Pil, come conseguenza automatica della crescita. A coloro che vivono nell’incubo del debito pubblico, vorrei piuttosto ricordare che nella storia italiana il debito raramente è cresciuto velocemente come in questo periodo di austerità e che (per quanto il paragone sia in buona misura improprio) se una impresa è indebitata il modo razionale per risolvere la questione può ben consistere nello spendere qualcosa in più per tentare di incrementare il fatturato, riducendo il peso dei debiti. A chi si chiede di quanto aumenterebbe lo spread sui titoli del debito pubblico, replico che si tratta di questione più politica che tecnica, perché se la Banca Centrale Europea assumesse un profilo accomodante gli spread potrebbero addirittura ridursi.

Una strada difficile da percorrere? Certamente. Ma è la sfida cui siamo sfortunatamente chiamati e il resto sono frottole.

 


Una persona geneticamente di sinistra

Si definisce così il mittente di questa email. Potreste pensare che me la sono inventata. Non è così. Ma non ho nessuna intenzione di mettermi lì a tentare di dimostrare il contrario. L’autore vuole rimanere anonimo. E quello che m’interessa è mettere in evidenza il paradigma. Almeno altri 3 o 4 amici che hanno votato PD mi hanno detto le stesse identiche cose.

Fate un po’ voi ….

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Qualcuno mi ha detto che la poesia è una cosa e la politica un’altra. Io ho risposto in questo modo…

Poesia è immaginare che in questi vent’anni la sinistra, avendo la possibilità di un suo rappresentante alla presidenza della Repubblica, avesse fatto in modo da svelare gli oscuri intrecci delle stragi di stato, in cui tante persone, tanti cittadini hanno innocentemente perso la loro vita, per sempre. Patetico è stato il fatto che sia successo proprio il contrario!

Poesia è immaginare che a promuovere ciò fosse stato il Presidente della Repubblica, padre dei padri, garante per le nuove generazioni di verità e giustizia.

Poesia è pensare che la sinistra avesse fronteggiato il fenomeno ”Berlusconi” con una legge sul conflitto di interessi in grado di risparmiare al paese vent’anni bui, colmi di arroganza, ignoranza, intrallazzi e corruzione estesa. Vent’anni di inciviltà e razzia dei beni comuni a favore delle privatizzazioni. Patetico è pensare che la sinistra non sia stata complice in qualche modo, in qualche miserando modo.

Poesia è essere consapevoli che i cittadini non solo votano, ma vengono anche influenzati ed “educati a votare” in funzione della manipolazione di cui è capace la comunicazione di massa, poesia è essere consapevoli che in Italia pochi leggono i giornali e si informano, molti ascoltano la televisione e ascoltano acriticamente. Patetico è non riconoscere il contributo potente che la sinistra ha dato nell’affossare il nostro sistema scolastico tra i migliori negli anni 70/80

Poesia è immaginare che il Pd avesse accettato come Presidente Rodotà, uscendo dallo schema della propria convenienza, buttando il cuore oltre l’ostacolo e rischiando di ascoltare –dopo tanto tempo, troppo tempo- le indicazioni dei propri elettori di base. Patetico aver partecipato alle primarie, avere sperato, aver accettato di fare gli scrutinatori in condizioni da dopoguerra mentre il Partito dispone di ben altre risorse che dedica sicuramente non a coloro che sul territorio si fanno il c. per loro.

Poesia è immaginare che constatata l’impossibilità/incapacità di eleggere Rodotà, il Pd avesse votato compatto Prodi. Patetico è limitarsi a credere ad un manipolo di traditori che l’hanno fatta grossa, invece che all’esistenza di un bubbone coltivato da tempo nel cuore di una cultura gerarchica, fondata sull’interesse personale e del proprio clan, sulla vischiosità dei processi decisionali e il gioco dello scarica barile delle responsabilità.

Poesia è immaginare che in questi anni per dare forza all’opposizione la sinistra avesse promosso consentito contribuito a sostituire le vecchie generazioni con nuovi giovani preparati  e scelti in funzione delle loro capacità e competenze e non alle appartenenze. Patetico sentire alcuni lamentarsi del fenomeno Renzi, prodotto fisiologico di ciò che i padri e le madri della sinistra non hanno saputo fare

Poesia è immaginare che, se la sinistra avesse fatto la sinistra, Grillo non avrebbe avuto ragione di fare la sua comparsa  e Berlusconi sarebbe stato stroncato sul nascere, come avviene in tutti i paesi civili. Patetico è credere che in una situazione come questa possa funzionare il governo delle larghe intese, credendo ancora, ancora, che il meno peggio possa essere la soluzioni di problemi veri, complessi le cui soluzioni in buona parte dipendono da decisioni che si prendono a livelli di cui non abbiamo visibilità.

Forse se avessimo creduto di più tutti nella poesia non ci troveremmo in questa situazione oggi così inesorabilmente, drammaticamente, insopportabilmente patetica.