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Dietro c’è il buio

Ovvero la tragicomica avventura dello stupido del PD che fa il bullo pensando di essere il più figo. Alcune riflessioni su ciò che ci aspetta. Un po’ scoordinate ma non troppo.

In questi giorni ho letto qui e lì tesi diverse sulla scalata di Renzi e la spallata a Letta. Non a torto qualcuno ha immaginato scenari suggeriti da chi il potere lo ha realmente in mano. Ovvero chi ha i cordoni della borsa. Soprattutto chi non riesce più a sfruttare come clienti-importatori i cittadini del sud-Europa depressi dall’austerity. Vista l’incapacità del duo Letta-Napolitano di sbloccare la situazione di stagnazione ci voleva l’uomo nuovo. L’uomo forte che in qualche modo avrebbe rilanciato un po’ di consumi al di sotto del parallelo di Berlino. Garantendo agli alleati di tutte le latitudini un novo accesso ai portafogli degli italiani … con il permesso stavolta.

Se all’interno dello scenario economico europeo ciò avesse anche una minima possibilità di accadere, sottoscriverei questa interpretazione completamente. Non è molto diversa da quella, che condivido, degli eventi del 2011 che tramite l’aiuto di Napolitano, spinsero Monti a prendere il posto che gli elettori (sic) avevano assegnato a Berlusconi. Allora serviva qualcuno che facesse il lavoro sporco per la Troika. E gli eletti in genere pensano ad essere rieletti, quindi le porcherie le fanno fare ai nominati (il grande successo elettorale di Scelta Civica nelle elezioni successive dimostra la validità di questa regola aurea).

Tornando all’attualità la mia opinione è che la vicenda Renzi sia, al contrario, solo l’ennesima conferma dell’inadeguatezza della classe politica italiana e della fondamentale stupidità e ingordigia degli uomini che la compongono. Un vicenda di piccolo cabotaggio interna al peggior partito italiano, sostenuta dal partito semi-mediatico di Repubblica (orami praticamente la corrente di destra e maggioritaria del PD), una notte dei lunghi coltelli che scalza (o tenta di scalzare) un altro pezzo del vecchio apparato. E questo per mettere a capo della gioiosa macchina da pace costante (la guerra ormai si fa solo dentro – con gli avversari si fanno le larghe intese) un accomodante stupidotto che pensa di essere il più figo della banda. Un pupazzo di plastica da far muovere sapientemente e da bruciare al momento propizio come la befana il 6 di gennaio.

Insomma, sono d’accordo con Barca. Si per una volta sono d’accordo con un insigne esponente del PD. Ma chi quello fregato dallo scherzo de La Zanzara? Sì, proprio lui, quando mestamente dice al finto Vendola: “De Benedetti spinge perché faccia il ministro ma io non voglio. Dietro Renzi non c’è nessuna idea. C’è il buio”. Ecco, il buio. Questo c’è dietro all’uomo di plastica del PD.

E cos’altro potrebbe esserci? Quale dovrebbe essere la magica idea del Renzipensiero per risollevare il paese dalla crisi? Che Renzi sia un povero idiota a cui non farei amministrare nemmeno i rifornimenti di carta igienica del bagno di casa mia è fuor di dubbio. Ma devo spezzare una lancia in suo favore. Renzi non farà niente perché nessun altro al suo posto, all’interno dei vincoli di Maaastricht, potrebbe fare niente.

Lascio alle parole di Paolo Barnard il compito di illustrare il motivo per cui Renzi è di fatto in trappola.

Tragica cosa per le persone di questo Paese, non per sto egocentrico servo della finanza europea. Renzi fallirà come un cretino qualsiasi. Perché neppure può provarci.

Non sto provocando, è che la sua è una missione impossibile. Se non fosse sto pupazzo pompato che è, se conoscesse l’Eurozona e la macroeconomia, non si sarebbe cacciato in questo pasticcio (e badate che sto dicendo che pure i suoi padroni speculatori ci smeneranno il muso, perché sto gioco di creare una moneta unica per distruggere mezza Europa e fare un gran banchetto si è già ritorto contro chi l’ha pensato. Gli speculatori ci hanno fatto un po’ di fortune per pochi anni, ma sta finendo).

NO SOVRANITA’ MONETARIA.

Per prima cosa Renzi si ritrova senza sovranità monetaria, quindi senza nessuna delle leve economiche fondamentali di cui deve godere un governo degno di questo nome, e di cui godono gli USA, la GB, la Svezia o il Giappone. Non ha una Banca Centrale che possa controllare inflazione, prezzo del denaro, tassi d’interesse, né monetizzare la spesa decisa dal Parlamento. Renzi non possiede una moneta, e deve usare gli euro, da restituire con tassi non decisi da lui ai mercati di capitali internazionali. Dovrà dunque tassarci a morte sempre, per fare quanto appena detto. Dovrà quindi mentire all’Italia fingendo col gioco delle tre carte di spostare fondi e investimenti essenziali (lavoro, infrastrutture, crescita…) da qui a lì, per poi rimangiarseli tutti con gli interessi. Dovrà rispettare il Pareggio di Bilancio, che peggiora ciò che ho appena scritto. Ovvero: Chemiotassazione garantita, impossibilità di investire per le aziende e tagli alla spesa. Qui abbiamo la garanzia della decapitazione di: speranze di posti di lavoro; salari; pensioni; modernizzazione del Paese; Sanità; risparmi privati; piano industriale; risanamento bancario; crescita del PIL; e domanda aggregata. Potrei finire qui, ce n’è già a sufficienza, ma purtroppo…

I DEFICIT NEGATIVI.

Renzi si ritroverà in una spirale di Deficit Negativi mortali, cioè di tutte quelle spese di Stato imposte dalla crisi dell’Eurozona ma che non risolvono nulla, non producono nulla e che aumentano il debito di Stato. Per prima cosa l’economia continuerà a contrarsi, come è già previsto per l’Italia dal FMI, Bloomberg, OCSE, Commissione UE, e quindi calerà sempre il gettito fiscale, che quindi va a ingrandire il debito. L’economia impantanata significa che il miliardo di ore di cassa integrazione rimarranno e aumenteranno, pompando di nuovo il debito. I fallimenti aziendali non caleranno, la curva dei prestiti bancari insolventi aumenterà, e le banche italiane che già sono in parte fallite, dovranno essere ri-salvate, a suon di denaro pubblico, e ancora il debito sale. Assieme ad esso salgono gli interessi da pagare, sempre spesa di Stato, ancora più debito. Ma stando in Eurozona, un debito che lievita è grave (con la Lira non lo sarebbe) perché porta all’allarme delle agenzie di rating, che porta all’allarme dei mercati di capitali che prestano a Renzi gli euro, che porta a tassi più alti sui titoli di Stato, che porta a più debito. Che farà Draghi a sto punto? Si metterà a comprarci i titoli di Stato per far scendere i nostri tassi? Farà cioè la famosaOutright Monetary Transaction? Se lo fa, la Germania lo ammazza. Non lo farà. Renzi rimane nel letame.

NO CRESCITA E DEFLAZIONE.

Renzi si ritrova con un’economia che si è contratta del 18% dalla fine degli anni ’90. Per riportarci a quel livello di vita, dovrebbe riuscire a far crescere l’Italia del 20%. No, calma, visto che oggi cresciamo dello 0,1% se va bene…. Il 20% fa ridere. Renzi non è Roosevelt e non ha la sua testa. Poi abbiamo il problema delladeflazione che sta aggredendo tutta l’Eurozona, con la BCE disperata perché non sa più che fare per fermare il crollo dei prezzi (deflazione = contrario di inflazione). E quel che è peggio, è che in un clima di crisi di queste proporzioni la gente corre a risparmiare disperatamente per il timore del domani (mica scemi), ma questo sottrae denaro in circolo, cosa che non solo affama tutta l’economia, ma peggiora la deflazione stessa. Vorrei che capiste che questo è uno dei mali economici peggiori e che c’è tutta la tecnocrazia europea che non sa più come fermarlo. Immaginatevi Renzi, il bulletto del PD.

CROLLO BANCHE.

Renzi, poi, fra otto mesi si ritroverà l’implosione del sistema creditizio europeo, quando i test dei regolamentatori dell’EBA inevitabilmente mostreranno che alcune delle maggiori banche sono irrecuperabili. Da qui il terremoto delle piccole medio banche, fra cui quelle italiane sono quelle messe peggio d’Europa sia come buchi di bilancio che come capitale di copertura. Prometeia stima che solo per i prestiti insolventi le banche italiane siano scoperte per 150 miliardi di euro. E chi le salva? E con che soldi? No, Renzi, la sovranità monetaria non ce l’hai, non le puoi nazionalizzare. Che fai? Chiami Benigni?

SVENDITA PUBBLICA INUTILE.

Ma Renzi almeno ha la carta delle privatizzazioni… Vendi il vendibile, incassa l’incassabile. Funziona? No. Non ha funzionato in nessun Paese del mondo, meno che meno da noi quando proprio il centro sinistra si mise negli anni ’90 a svendere pezzi di beni di Stato a un ritmo talmente forsennato che fece il record europeo delle privatizzazioni nel 1999. Sapete di quanto ridussero il debito di Stato italiano? Di un maestoso 8%… E che allora i prezzi contrattati per i beni pubblici da alienare erano, circa, decenti. Oggi, con l’Italia sprofondata dall’Eurozona in una svalutazione della sua economia da piangere, Roma deve svendere a prezzi stracciati qualsiasi cosa offra, con margini che saranno patetici. Renzi, farà la Thatcher dei poveri.

DISOCCUPAZIONE

E la disoccupazione? Sapete cosa costa all’Italia avere il 12% (fasullo, è molto di più) di disoccupati? Trecentosessanta miliardi all’anno perduti. E i giovani? Il 76% di loro è costretto alla flessibilità, con limiti invalicabili all’acquisto di una casa o al matrimonio. L’Eurozona fu pensata ed edificata proprio per ridurre il sud Europa a un serbatoio di lavoratori pagati alla kosovara ma in strutture moderne. Il futuro di questo ragazzi è ormai certo: stipendi dai 600 agli 800 euro per i più qualificati, al lavoro per investitori stranieri. Questo non è più un Economicidio, è un olocausto economico e generazionale, che Renzi dovrà gestire sotto l’egida della Germania che già oggi sta affossando il resto d’Europa coi suoi diktat criminosi. Tradotto in termini specifici: il potere Neomercantile della mega-industria tedesca, quello della Bundesbank, quello dei maggiori speculatori-rentiers del mondo, contro Renzino da Firenze. Matteo tu fai fesso qualcun altro. Perché è vero che ignori il 70% di tutto questo, ma sul restante 30% sei pienamente d’accordo, da bravo leader del partito di destra finanziaria peggiore d’Italia, il PD.

CONCLUSIONE.

Renzi non si rende conto di cosa lo aspetta, ma soprattutto del fatto che la catastrofe dell’economia italiana è un MACROPROBLEMA STRUTTURALE nell’Eurozona, e finché esisteranno i parametri economicidi dell’euro non esiste salvezza. Il governo Renzi è morto prima di nascere. Poi, sapete, uno si stufa di scrivere sempre le stesse cose.

Insomma Renzi non farà nulla. Né quello che promette sapendo di non poter mantenere, né quello che i fedeli del PD sperano che farà.

Chi pensa che andrà a negoziare riforme per investimenti sogna ad occhi aperti. Perché anche se succedesse sarebbe il gioco delle tre carte di cui parla Barnard. Tutta fuffa mediatica che racconta vi ho dato questo con la mano destra, dimenticando di menzionare cosa vi ho tolto con la sinistra per rispettare i parametri di Maastricht. In sostanza i produttori transatlantici che lamentano la nostra incapacità di comprare le loro merci dovranno aspettare … e molto ancora. Davvero hanno puntato soldi e forze sul cavallo Renzi? Bad move! Mi verrebbe da dire. Anche se ci credo poco.

A sentire ciò che riporta il Fatto dell’incontro all’American Chamber of Commerce (la lobby che cura gli interessi americani in Italia) il livello è veramente basso

L’establishment americano riunito nella AmCham che invece è affascinato dal new deal renziano. Soprattutto da quando ha appoggiato la battaglia contro la Web Tax voluta invece da Letta. Già qualche anno fa, l’ex-ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, definì in un’intervista “molto interessante” il “caso” di Matteo Renzi “che ha usato Internet per essere eletto sindaco di Firenze e sa gestire bene la sua città”. Del giovane sindaco gli americani hanno poi apprezzato l’entusiasmo con cui ha salutato l’arrivo del nuovo ambasciatore americano John Philips (presidente onorario della American Chamber), l’avvocato di Washington che insieme alla moglie Linda ha comprato un intero borgo, quello di Finocchieto, nel comune di Buonconvento, alle porte di Siena. Il 15 novembre del 2013 Renzi lo aveva accolto a Palazzo Vecchio con una cravatta di Ferragamo e un foulard di Gucci per la consorte.

Non so se mi spiego. Apprezzano Renzi per le cravatte regalate all’ambasciatore e perché ha vinto le elezioni a Firenze usando internet. Mi sembra chiaro che gli americani apprezzano i politici italiani per lo stesso motivo per cui apprezzano i film come la Grande Schifezza. Perché li guardano con i sottotitoli. Se arrivano addirittura a pensare che abbia amministrato la sua città bene, quando praticamente non c’è mai stato, non ci può essere altra spiegazione.

Altro che poteri forti. Con Renzi al massimo sono in azione le taglie forti. Quelle delle mogli dei diplomatici USA.

Curioso poi che mentre Renzi cerca un politico di caratura (auguri!) per il ruolo fondamentale del Ministro dell’Econmia, l’appena defenestrato Saccomanni continui a fare l’eco a Olli Rehn: se sforiamo il 3% poi toccherà pagare. Eh sì perché l’ortodossia vuole che se aumenti il deficit poi aumenta il debito. E il Sole 24 Ore rivela che Draghi lo preferisce agli altri in lizza (quali?):

Draghi lo preferisce a qualunque altra ipotesi appunto perché oggi tutto è diverso rispetto al 2011, meno un dettaglio: la minaccia a Eurolandia ora è sedata, non scomparsa. La Bce ha bisogno di un’Italia affidabile, perché sa che dovrà intervenire nei mesi prossimi per contrastare la nuova forma che la crisi ha preso: quella di una deflazione in grado di corrodere l’economia del Sud Europa e rendere insostenibili i debiti pubblici e privati. A gennaio l’inflazione media dell’area erro era di appena lo 0,7%, in Italia dello 0,6%. Spagna, Portogallo e Irlanda sono a un soffio da un avvitamento dei prezzi, Grecia e Cipro ci sono cadute già in pieno. Con tassi reali elevati per effetto dell’inflazione bassissima, lo spread a 190 punti-base di oggi pesa sull’Italia come se fosse sopra i 300 punti-base con un carovita normale. Per questo il debito pubblico continua pericolosamente a salire malgrado il calo apparente degli interessi.

I sostenitori dell’asse USA-esportatori-Renzi anti Napolitano-Letta-Merkel potrebbero trovare in questo una conferma alla loro tesi. Draghi vuole continuità perché ha paura che il Ministro dell’Economia di Renzi possa andare a chiedere l’ammorbidimento dei vincoli per rilanciare gli investimenti. O magari sforare proprio il famoso 3%. A parte che se rileggiamo quello che dice Barnard la cosa è proprio infattibile a meno di riscrivere i Trattati. Cosa che prima la vedo e poi ci credo. Ma davvero qualcuno si immagina il Renzi genuflesso alla corte della Merkel che grida e mette insieme il destrimano spagnolo, il liberista ex-socialista francese e le pezze al culo greche al grido di “o crescita o morte”? Ma figuriamoci! In realtà quello di Draghi, per via Saccomanni, è solo un reminder all’altezzoso Matteo. Un “in campana giovinotto che sinnò ‘nti compro manco le figurine, figuriamoci i titoli. E si nun stai bbono ti scateno pure lo spredde”.

Faccio un inciso prima di concludere. Qualcuno spero avrà notato quali sono i due mali della fase attuale della crisi evidenziati dal Sole: 1) la deflazione, 2) lo spread troppo basso. Ma come, i catastroeconomisti pro-euro non sostengono che se uscissimo dall’euro ci sarebbe l’inflazione alle stelle e il petrolio costerebbe milioni di milioni? E quando hanno fatto fuori Berlusconi che lo spread, oddio lo spread, sta a più di 500 e mo il debito che succede? Ma non erano l’inflazione (il contrario della deflazione) e lo spread alto (non sotto i 190) i grandi mali per cui dobbiamo continuare a subire l’austerity e non dobbiamo uscire dall’euro?

Ah no è vero, ce n’era un terzo la svalutation di celentaniana memoria. Perché se svaluti che ci fai poi con la liretta. Infatti nello stesso articolo il Sole ammette che:

la Abenomics giapponese, avendo provocato una svalutazione dello yen, ha complicato la vita ai responsabili delle politiche economiche dei Paesi vicini, ma questo non toglie che l’iniziativa del governo di Tokyo sia uno sforzo meritorio per mettere finalmente termine alla deflazione

In pratica anche il Sole sostiene che l’unico modo per uscire dalla deflazione stagnante sarebbe quello di svalutare. Ovvero di nuovo che l’Euro funzionerebbe … se fosse la Lira. Se solo i giornalisti del Sole si rendessero conto di cosa scrivono si darebbero finalmente pace che sono proprio gli industriali che dovrebbero sostenere forze politiche anti-euro nel nostro Paese.

Ovviamente tutto questo è fantapolitica. Perché Squinzi (presidente di Confindustria e vero editore del Sole 24 Ore) è parte di quella stessa stupida classe dirigente che ha bruciato il diplomatico Letta per montare come la panna il cafone Renzi. Convinta che era di nuovo l’ora del gioco delle 3 carte. Tutto pur di non tornare alle urne e magari vedere dissolversi come neve al sole 20 anni di bipolarismo del vivacchiare e dell’arraffare.

Quando dico “stupida” lo intendo in senso scientifico. Lo stupido, a differenza dell’intelligente, del bandito e dello sprovveduto, infatti, è colui che agendo provoca disastri per gli altri senza provocare nessun vantaggio duraturo per sé stesso.

Di conseguenza Renzi mi sembra sempre di più il bambino stupidotto della banda a cui i più smaliziati fanno fare le cose idiote e riprovevoli, sfruttando il suo profondo senso di inadeguatezza e il suo bisogno di conferme. Quello che viene messo in mezzo e che si becca la colpa dei misfatti. All’inizio dicevo che Renzi pensa di aver rottamato l’apparato dei vecchi PC e DC. In realtà non sa con cosa ha a che fare. E chi pensa che basti una stagione di purghette per radere al suolo i colonnelli di Andreotti e Berlinguer è un ingenuo. Quelli stanno là, come me, seduti sulla riva del fiume che aspettano galleggiare il corpo bruciacchiato del pupazzo sacrificale.

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Il solito trucco

Ormai è abbastanza facile rendersi conto quali questioni sono del tutto irrilevanti per la vita dei cittadini. Basta leggere le notizie sui media mainstream (ma anche su buona parte di quelli dell’era social che spesso non fanno che sostituirsi all’urlo dello strillone di inizio secolo).

Ma come, devo saltare proprio le notizie principali? Ma non sono quelli i fatti più importanti?

Domande lecite, per carità. Se non fosse per il fatto che le maggiori testate sono controllate da gruppi con interessi ormai coincidenti. Se non fosse che l’effetto delle larghe intese e degli inciuci è ormai quello di rendere praticamente identici i pezzi di libero e dell’Unità. Tanto per citare quelli che dovrebbero essere gli organi di riferimento dei due estremi dello spettro.

Una prova qualunque?

“Faccio caciara, ergo esisto Il triste epilogo del grillismo 11 Movimento che doveva ribaltare il Palazzo non è mai stato veramente incisivo. Per uscire dall’isolamento ha quindi scelto lo scontro permanente. Ma così tradisce 8 milioni di voti GRILLINI SENZA FRENI CAMERA A 5 STALLE Urla, spintoni, botte, offese sessuali: i deputati di Grillo prendono d’assalto il Parlamento È la certificazione del loro fallimento: non toccano palla e fanno casino per far vedere che esistono” [Libero]

Quei giochi pericolosi di Beppe & C Sulla pelle dell’Italia MASSIMO ADINOLFI QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI COMINCIANO A GIOCARE. I DURI E I GRILLINI. SOLO CHE IL GIOCO SI CHIAMADEMOCRAZIA PARLAMENTARE,e troppa durezza rischia di ammaccarlo seriamente. Le cronache di queste giornate raccontano di insulti, risse, occupazioni [Unità]

Potrei proseguire con praticamente tutti gli altri quotidiani, siti di informazione e servizi televisivi con la sola eccezione del Fatto Quotidiano. Ve lo risparmio, sarebbe un dejavu continuo. E la ripetizione è così ossessiva che chi usasse solo quelle quali fonti di informazione rischierebbe addirittura di crederci. A maggior ragione se mezzi di informazione all’apparenza così diversi fra loro dicono la stessa cosa.

Quando succede così, però, non è nemmeno sufficiente prenderne atto, alzare le spalle e risettare l’interpretazione. Questa fase oggi è fin troppo facile. Cerchi le notizie più grandi, più strillate, più ripetute e per avere qualcosa di simile ai fatti che gli stanno dietro le ribalti a 180°. E’ un artificio chiaro. Un’iperbole. Come dire che tutte le parole spagnole sono piane e quelle inglesi sdrucciole. E’ chiaramente un’esagerazione. Ma nel dubbio è uno strumento che un’alta percentuale di riuscita. Proprio come quando in spagnolo o in inglese incontri una parola che non sai pronunciare e ti devi buttare.

Non basta dicevo. Perché quasi sempre l’urlo mediatico, il polverone notiziario, non sono nient’altro che il fumogeno lanciato per nascondere il vero atto progettato da un decisore accorto che sa di fare qualcosa di inammissibile. Si chiama strategia della distrazione. In guerra fa parte delle tecniche di base dello scontro. Perché non dovrebbe funzionare in politica, che è solo la maniera socialmente accettabile con cui si raggiungono i risultati di una guerra senza prendere in mano le armi e spargere sangue in maniera contenstuale?

Ciò su cui si dovrebbe riflettere è che in guerra l’inganno, la deception, il fumo, vengono utilizzati per farsi beffe del nemico. Nella politica servono a farsi beffe del cittadino. Ergo … mutatis mutandis …

Anche di questo volete la prova?

Mentre imperversa la fuffa sulla legge elettorale – come se ne esistesse una ce risolve tutti i problemi dell’ingovernabilità di un paese – guardate che succede.

La gravissima vicenda della privatizzazione di Bankitalia

Fonte: http://www.senzasoste.it/nazionale/la-gravissima-vicenda-della-privatizzazione-di-bankitalia

Tutti ricordiamo il tormentone Imu sì-Imu no, una bolla mediatica che ha accompagnato la vita politica istituzionale per metà 2013. È stato sostituto, sempre con Silvio protagonista (complimenti, anche vicino al sarcofago riesce a condizionare i nanerottoli politici di via del Nazareno) dall’altra bolla mediatica, quella della legge elettorale.

Bene, immaginate che casino succederebbe se qualcuno grosso, qualcuno di importante, volesse imporre una bella patrimoniale, di quelle toste. Già, immaginate il coro dei Roberto Speranza, uno che la parte l’ha imparata presto: “irresponsabile”, “populista” etc., e i sottili distinguo dei sindacalisti gialli Camusso e Landini sulla patrimoniale.

Il problema, non proprio leggerino, è che la proposta di una forte patrimoniale per l’Italia, sempre per il rigore dei conti pubblici, non l’ha avanzata qualche populista ma la Bundesbank. Eh sì. Era in prima pagina due giorni fa sulla Handelsblatt e su Die Welt, edizione online di entrambe le testate.

Così, mentre le prime pagine dei giornali italiani sono rigonfie di cose inutili, la banca centrale del principale paese dell’eurozona ha chiesto per noi una bella stangata (non esiste legge elettorale che risolva il problema della rappresentanza e dei processi decisionali. Ma da prima dello scioglimento del Pci i “riformisti” hanno provato questa droga del politico detta “legge elettorale”, e non hanno più smesso…).

D’altronde, con un’economia paralizzata cosa credete che voglia il grande fondo estero, come garanzia, per comprare i nostri titoli? Ma i nostri patrimoni! Grandi e piccoli che siano, basta non averli alle Cayman (come lo sponsor di Renzi). Così vuole la Bundesbank.

E che rapporto c’è tra queste necessità della Bundesbank e il decreto Imu-Bankitalia presentato furbescamente alla televisione e alle camere? Se qualcuno crede che le comparsate della Boldrini servano per garantire il rispetto alle istituzioni, viva il suo Nirvana e non proceda oltre nella lettura. Sennò ascolti un dettaglio. Prima di tutto mettere l’Imu nel decreto è costruire un cavallo di Troia (absit injuria verbis) per far passare tre perle:

1) L’aumento dell’acconto Ires.

2) La “sanatoria” sul gioco d’azzardo, che è un regalone a tutte le agenzie che dovevano somme astronomiche allo Stato.

3) La sterilizzazione del potere di veto del ministero dei beni culturali e (sic) del Ministero dell’Ambiente sulle dismissioni (e vai con nuovi ecomostri).

E qui arriva la perlona contenuta nel decreto Imu che prende anche il nome del gioiello, diventando decreto Imu-Bankitalia. Cosa prevede il gioiello?

1) La legittimazione della proprietà privata dell’ente che solo nominalmente resterà pubblico (nomina del governatore, vero Re Pipino della situazione)

2) L’impossibilità del potere pubblico di poter dire alcunché sulla compravendita delle quote di Bankitalia (quindi se qualcuno o qualcosa che ha interessi che non coincidono con quello nazionale prende piede in Bankitalia, il pubblico non può porre veti. Solo per questo Napolitano meriterebbe l’impeachment, altro che…)

3) Si apre legalmente la strada ad un patto di sindacato, esplicito o occulto, dove una serie di soggetti finanziari che entrano nelle banche italiane fanno cosa gli pare di Bankitalia (guarda caso tre giorni fa qualcuno ha fatto la spesa con i titoli bancari italiani che sono andati anche a -16 in una seduta).

4) Le privatizzazioni possono essere pilotate da questo patto di sindacato ormai legittimabile da questo decreto (vedi vicenda Cassa depositi e prestiti).

5) Il patto di sindacato (cioè l’insieme delle regole volte a determinare l’assetto della proprietà di una società), possibile e sostenibile da hedge fund che hanno un portafogli largo quanto il nostro Pil, può a questo punto controllare l’oro di Bankitalia a sostegno dell’euro. Proprio come desidera la Bundesbank. E ce la vedete questa nuova Bankitalia, in mano a tutti fuorché all’Italia, opporsi nel caso alla patrimoniale come desiderata dalla Bundesbank? “Ragassi” – avrebbe detto il povero Bersani – “Sciamo in Europa..”.

A questo punto anche un elettore di centrosinistra, cioè uno che in politica fa uso di droghe nemmeno tanto leggere, capisce la verità. Che la “crescita” non esiste, non ci sarà. Ma solo un periodo di estrazione di risorse da questo paese. Fino a quando non ci sarà nulla da estrarre e i nostri giovani accetteranno salari da 250 euro il mese, competitivi con l’Ucraina che spinge per entrare in Europa a costo della guerra civile, facendosi prendere per fame. in un paese dai prezzi tedeschi causa tasse e balzelli.

Tutto questo ha un nome nei manuali di concorrenza economica. Si chiama strategia del “Beggar thy neighbour”. Ovvero: porta il tuo vicino a mendicare. Ci guadagnerai un sacco. Specie se nel paese del tuo vicino ci sarà qualche servo che dà del populista e dell’irresponsabile a chi si oppone al saccheggio.

La proposta della patrimoniale della Bundesbank è all’opposto della patrimoniale “de sinistra”. Si tratta semplicemente di tassare e spedire in Germania. “Prima” deportavano uomini e ricchezze e mettevano tutto nei vagoni piombati. Ora sono solo interessati alle ricchezze, ma senza disturbare il traffico ferroviario.

Diffidate gente. Diffidate.

Tanto per approfondire


Vi ricordate Prodi?

prodiMentre la sua portavoce storica diventa la vicepresidente del PD (chissà com’è) lui si rifiuta di entrare nella Direzione del partito. Finalmente ce ne siamo liberati? Forse … no. E staremo a vedere, se dovesse veramente andare come teme Cerasa, se confermerà alcune delle sue dichiarazioni di alcuni mesi fa moderatamente anti-europee. Io scommetto che tornerà ad essere il Super Europeista che ci precipitò nel baratro 15 anni fa. Staremo a vedere.

Claudio Cerasa su il Giornale di oggi

Roma. Piazza della Pigna, Roma, lunedì 17 dicembre. Sono le quattordici e trenta, Giorgio Napolitano ha appena finito di vergare il duro discorso che di là a breve rivolgerà alle forze politiche dal Quirinale e in un piccolo ristorante romano un amico del presidente della Repubblica, Emanuele Macaluso, offre al cronista un’opinione gustosa rispetto a un duello che segnerà i prossimi mesi di questa tormentata legislatura. “Secondo me – dice Macaluso – Romano Prodi, al dopo Napolitano, un pensierino ce lo sta facendo”. Prodi, già. Come spesso capita al Prof. bolognese, il suo percorso politico non è lineare, è ricco di contraddizioni, svolte impreviste, percorsi a zig zag, piroette e tentativi, spesso maldestri, di camuffare la propria rotta. Rotta che però, per una sorta di teorema del prodismo, risulta evidente e alla luce del sole ogni volta che viene solennemente smentita dal diretto interessato. E’ andata sempre così. Prodi arriva in Europa e sbuffando dice che non tornerà più in Italia per fare politica, e poi te lo ritrovi di nuovo in Italia e di nuovo presidente del Consiglio. Prodi lascia indignato la presidenza del Pd, dice che non vuole più avere a che fare con questa politica e poi te lo ritrovi li sul palco a festeggiare l’elezione a segretario di Pier Luigi Bersani e a prendersi gli applausi. Ancora. Prodi dice con solennità che non ha intenzione di immischiarsi con l’elezione del presidente della Repubblica, e poi eccolo lì impegnato a diventare presidente della Repubblica E poi. Prodi dice sdegnato che non ha intenzione di votare alle primarie e poi, oplà, eccolo che si presenta alle primarie per essere accolto come il salvatore dei gazebo. Oggi stessa storia. Il professore dice che no, per carità, non sono iscritto al Pd, non voglio aver a che fare con questa politica, non voglio aver a che fare con la direzione, mentre i suoi fanno capire che invece sì, con Renzi alla guida del Pd ritorna il bipolarismo e ovviamente, per il dopo Napolitano, il prodismo potrebbe essere candidato naturale al Quirinale. Co- -sì arriva Renzi, il Rottamatore, e tutti i prodiani che fino a qualche mese fa al nome di Renzi associavano le parole “101”, “franchi”, “tiratori” e “traditori” sono li che spifferano al cronista che “ovviamente Romano ha votato Matteo”, che “ovviamente Romano segue con affetto la corsa di Matteo” e che “ovviamente Romano è sempre stato incuriosito dal percorso di Matteo”. Matteo e Romano di qua Giorgio ed Enrico di là. Sul taxi del Rottamatore Al netto delle smentite che continueranno ad arrivare, Prodi, nei prossimi mesi, tenterà di salire sul taxi di Renzi; pomperà benzina nel serbatoio del segretario; incoraggerà la battaglia contro l’ideologia della grande coalizione; farà arrivare messaggi pieni d’amore al nuovo segretario del Pd (via Graziano Del-rio); eviterà di offrire messaggi di sostegno al governo dei 101 (che da quando è nato ha ricevuto più parole d’affetto da Brunetta che da Romano e anche ieri, intervistato su Radiol, il Prof ha mandato sguardi obliqui al governo Letta-Napolitano); e proverà a farsi trovare, quando sarà, in cima alla lista dei quirinabili del Pd renziano. Un po’ per questioni di curriculum, d’accordo. Un po’ però, come ha suggerito la sera delle primarie la storica portavoce di Prodi, Sandra Zampa (oggi diventa vicepresidente del Pd), perché con Renzi si può “rimarginare la ferita dei centouno”. I centouno, già. Come spesso capita nella storia delle corse di Prodi – quasi mai segnate da fasi di autocritica, quasi mai segnate da fasi di riconoscimento degli errori, quasi mai segnate dalla consapevolezza che i tradimenti possono essere causati anche da semplici valutazioni politiche, e non da complotti, e quasi sempre segnate da una sorta di insindacabile sacralizzazione delle proprie esperienze di governo – il filo conduttore del suo percorso è caratterizzato da una sorta di debito che il suo partito deve sempre restituire al Prof. bolognese. E in questa fase, ovvio, il debito che il Pd deve pagare a Prodi è quello contratto con il tradimento del 19 aprile che ha portato poi all’elezione di Napolitano. Renzi, ascoltando il discorso di Re George, discorso che il segretario ha sentito riferito più al Pd che al Cav., ha capito che la fine della legislatura coinciderà con la fine del regno di Napolitano. La prospettiva, a guardar bene, non preoccupa Renzi. Il segretario è convinto che anche in caso di voto anticipato Napolitano si dimetterà dopo le elezioni, e non prima. E anche qualora il go-verro dovesse cadere nel 2()14 e Napolitano dovesse scegliere di far eleggere a questo Parlamento il suo sostituto, Renzi è convinto che la carta Prodi sarebbe quella giusta da piazzare. Sia per far scontare al Pd il suo peccato. Sia, nel caso, per avere dalla propria parte la persona giusta con cui organizzarsi per andare subito a nuove elezioni. Romano e Matteo. Enrico e Giorgio. E chissà che non sia proprio questo il grande duello che segnerà i prossimi mesi di questa tormentata legislatura


Più europeisti dell’Euro

Mi piacerebbe iniziare questo post con un bel “ve l’avevamo detto”. Ma cercherò di evitare.

Anzi limiterò i miei commenti e lascerò la parola ai diretti interessati.

“Se questa esperienza finisce male, io non ho dubbi. La battaglia elettorale sarà fra europeisti e antieuropeisti. Ecco, voglio mettere saldamente il mio governo nel campo dei primi.” Per questo a Montecitorio i deputati ascolteranno l’apologia dell’Europa, dei suoi organismi, dell’integrazione e della moneta unica. “Se siamo arrivati fin qui, seppure con tutti i nostri problemi, lo dobbiamo alla nostra adesione al progetto europeo. E al fatto che per 50 anni abbiamo guidato questo percorso. Dobbiamo ricominciare a farlo”. (Enrico Letta a Repubblica)

“Non faccio parte di questo governo perché credo sia prevalso un segno di continuità con il governo Monti, che una figura come la mia non poteva garantire” (Stefano Fassina al Corriere della Sera)

Vi ricordate quando Draghi disse che il nostro Paese era su un bonario e che qualunque governo non avrebbe potuto “deragliare”? Beh, eccoci serviti. Oggi il Financial Times ci informa che “Sarcomanni (ministro dell’Economia) è uno dei 4 tecnocrati nel governo. La sua nomina è stata richiesta da Napolitano, Presidente della Repubblica e gestore del potere che ha obbligato i politici italiani a formare un governo. Mario Draghi, capo della BCE ed ex capo di Sarcomanni alla Banca d’Italia era anche lui a favore”. Il Financial Times prosegue dicendo che Sarcomanni punta a ridurre la spesa per poter poi ridurre l’entrata fiscale. Vi ricorda qualcosa? Ma non finisce qui. Più in là nell’articolo si dice che “l’agenda Napolitano (non è un errore di stampa) prevede la limitazione dell’influenza dei sindacati e riforme per liberalizzare l’energia, le assicurazioni, il gas, e i settori farmaceutico e postale”.

Chiacchierando con amici ieri, si affrontavano ovviamente le questioni della politica. Io sostenevo la versione che sostengo dalla deposizione di Berlusconi a suon di spread. Ovvero che il governo del paese risiede altrove. E che già prima, ma sicuramente da allora, l’uomo al governo deve essere “giusto” per garantire determinati interessi. E che non c’è bisogno di immaginare la Spectre per parlare di “mercati”. Ma che è sufficiente il saldarsi di interessi potenti con l’idiozia suicida di una classe politica inetta o collusa. E il gioco è fatto. Letta è quell’uomo. Basta il suo cv a chiarirlo. E in questa luce anche i piddini possono tranquillamente rivedere la storia recente del loro partito. Che non a caso si stringe oggi (a parte una ridottissima frangia di resistenti) attorno al suo nuovo leader. Confermando ciò che da almeno un decennio sostengo. Che il vero pericolo per questo paese non è il Caimano, ma i Piraña Dementi (PD) del partito avversario. Più europeisti dell’Euro. Più liberisti degli operatori di Goldman Sachs. Più a destra di qualunque destra.

Ora hanno aggiunto un’altra serratura alla gabbia. Getteranno dentro qualche polpetta per calmare i rantoli dello stomaco vuoto del Paese. Per evitare che qualche altro disperato spari a casaccio. O peggio che le armi si organizzino. Ma la musica sarà la stessa. Tutti uniti a cantare con la mano sul cuore “l’Europa lo vuole. L’Europa lo vuole”.


Di che vi meravigliate?

Il fatto. I magistrati riprendono a convocare Berlusconi perché compaia nei vari processi di cui è protagonista. Ruby, la compravendita dei parlamentari, ecc. Un gruppo di parlamentari del PDL reagisce inscenando una manifestazione anti-magistratura, passeggiando per qualche ora sulle scalinate del tribunale. I simboli, come dico sempre, sono importanti. Perché la gente mangia cibo ma poi sono le narrazioni in cui è coinvolta che orientano i comportamenti. E simbolicamente è ovvio, il quel flash mob, che simo stati di fronte all’intervento di un potere dello Stato (quello parlamentare/legislativo) su un altro (quello giudiziario).

Nel caso di Berlusconi, poi, la cosa è ancora più evidente. I suoi ripetuti tentativi di imbavagliare i giudici con leggi ad personam hanno scatenato una risposta conflittuale di una parte consistente della magistratura. Quella parte che lui definisce politicizzata e che in realtà è semplicemente “partitizzata”. Basta osservare i destini di alcuni magistrati (Di Pietro, De Magistris, Ingoria sono solo i primi che mi vengono in mente) per non poterlo di certo negare come assunto generale.

Tuttavia, finché si parla di convivenza conflittuale, tecnicamente i confini della democrazia non sono assolutamente messi in pericolo. La suddivisione del potere regio di legiferare-controllare-sanzionare in 3 poteri separati fu pensata proprio per questo. Il confronto – anche conflittuale –  dovrebbe generare il controllo reciproco e l’equilibrio dinamico sul quale dovrebbe reggersi la democrazia. I condizionali sono d’obbligo perché conosciamo fin troppo bene le pesanti ombre di questo sistema. E come sia facile operare anti-democraticamente nelle zone di sovrapposizione dei vari poteri.

Come si colloca in quest’ottica l’intervento di Napolitano? Qualcuno lo sminuisce definendolo “equilibrismo”, “cerchiobottismo”. Ma siamo sicuri che sia solo questo?

Evidentemente dimentichiamo facilmente.

Qualche mese fa un certo magistrato di Palermo iniziò ad ascoltare le registrazioni di telefonate fra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano. Il tema era la trattativa fra Stato e Mafia. Mancino indagato. Napolitano no. A quel punto il Quirinale si scagliò con tutta la potenza di fuoco della massima istituzione dello Sato per sollevare il conflitto di attribuzione e ordinare la distruzione dei nastri. Ad oggi, se non sbaglio, ancora non sono stati distrutti. Ma di fatto i contenuti sono stati derubricati.

Questo non dovrebbe far suonare un campanello d’allarme? A prescindere dalle norme che permettono questo e non permettono quello – norme che scrivono uomini interessati e che quindi possono rispondere a alcuni interessi e non ad altri. Non si tratta della stessa ingerenza dei berluscones, semplicemente a ruoli scambiati? Se i simboli sono importanti, lo sono in entrambi i casi. E solo il tam tam servile dei media mainstream fa sì che oggi Napolitano sia ancora per alcuni una figura credibile. In un altro Paese lo avrebbero dimesso in poche settimane. Per un malore magari. Ma sarebbe sparito dalla scena politica.

Avrebbe mai potuto il bue dire cornuto all’asino? Direi proprio di no.

Meno che mai nel momento in cui si appresta a trovare la quadratura del cerchio per dare un governo al Paese. Cosa per la quale gli serve anche Berlusconi.

Potrei anche chiuderla qui e sarebbe sufficiente. Ma visto che non pensare ai retroscena in un ambito come quello della politica italiana – fatto quasi solo di retroscena – sarebbe un’ingenuità imperdonabile, mi spingo oltre.

Se sui nastri del processo di Palermo non ci fosse nulla di compromettente, a che pro sollevare il putiferio sul conflitto di attribuzione? Non è che Napolitano ci abbia fatto una bella figura in quella storia. E se non fosse stato per il M5S, Ingroia se lo ritrovava anche in Parlamento. E allora, non sarà mica che Berlusconi sa qualcosa – lui o uno dei suoi ex Ministri di Interno e Giustizia – e che questo qualcosa stia riuscendo a far leva sulle decisioni del Quirinale?

Non lo sapremo mai. Ma l’importante è avere il dubbio.


Non cambierà niente – Parte I

Non condivido tutti i contenuti. In particolare questo appello accorato al PD a fare ciò che non è geneticamente programmato per fare. Sono convinto però che gran parte delle riflessioni siano quelle di molti cittadini. Anche le mie.

 

Gli otto punti incomunicabili del Pd

Luca Ricolfi. Da La Stampa del 08/03/2013.

Mi è capitato, nei giorni scorsi, di prender parte a un dibattito televisivo sulle elezioni e di ascoltare una puntata di un talk show politico, sempre con esponenti del Pd. Poi, ieri, ho letto attentamente gli 8 punti programmatici con cui Bersani pensa di candidarsi a guidare un governo appoggiato da Grillo. Ebbene, lo dico subito, io sono sconcertato.

Sono sconcertato perché, più li leggi e li ascolti, più ti accorgi che nei dirigenti del Pd nulla, ma proprio nulla è cambiato dopo il voto. Non sono cambiati gli slogan, non sono cambiati i programmi, non sono cambiati gli atteggiamenti. Non sono cambiati i rituali, non sono cambiati i ragionamenti, non è cambiato il linguaggio. Non c’è nessuna idea veramente nuova. Solo tanta supponenza, e una completa incapacità di capire come si viene percepiti dagli altri. Questi dirigenti dimostrano, con il loro modo di parlare e di atteggiarsi, di non avere la minima idea di come la gente li vede. Se potessero entrare anche solo per qualche minuto nei nostri cervelli avrebbero uno shock: scoprirebbero che non solo non li apprezziamo, non solo li troviamo irritanti, ma siamo semplicemente increduli.

Ma come? Nemmeno dopo lo schiaffo, lo sberleffo, l’umiliazione del trionfo di Grillo, nemmeno dopo tutto questo riuscite a mettere insieme una reazione, un ripensamento, un dubbio vero?

E’ terribile, quel che sta succedendo. Il vincitore morale delle elezioni è Grillo, che ha sfondato per l’elementare ragione che noi sfortunati elettori di questo paese non avevamo alcun altro mezzo per dare un segnale forte ai partiti tradizionali. Ma questa vittoria si sta rivelando inutile, se non dannosa. Il vincitore tecnico delle elezioni, il Pd di Bersani, si sta infatti mostrando del tutto incapace di recepire quel segnale. E il programma in 8 punti varato l’altro ieri nella direzione del Pd ne è purtroppo l’amara testimonianza scritta.

Io consiglio caldamente a tutti di andarselo a leggere, questo programma che dovrebbe “cambiare l’Italia” (www.partitodemocratico.it). Di studiarlo parola per parola. Di provare a capirne la logica. Perché è una cartina di tornasole perfetta dell’incapacità di cambiare o, se preferite, dell’incapacità di concepire il cambiamento al di fuori delle furbizie della politica.

Che cosa vi troviamo, infatti? Fondamentalmente due cose.

Primo, un umiliante strizzare l’occhio a Grillo, con la ripresa di temi cari al Movimento Cinque Stelle (misure anti-casta, “banda larga”, “ottimizzazione ciclo dei rifiuti”, “recupero aree dismesse”, etc.), ma silenzio assoluto sulla sua proposta chiave (condivisa anche da Matteo Renzi), e cioè l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Su questo il punto 3 di Bersani si limita a dire: “Legge sui partiti con riferimento alla democrazia interna, ai codici etici, all’accesso alle candidature e al finanziamento”. Formulazione farraginosa e vuota, da cui si può dedurre solo che il finanziamento resta in piedi e si tratta unicamente di fissarne l’entità, in totale spregio del risultato del referendum che lo aveva abolito giusto vent’anni fa.

Secondo, una riproposizione, in molti punti e sotto-punti del programma di governo, del medesimo linguaggio usato in campagna elettorale, un linguaggio che, se (forse) ricompatta la base dei militanti, è invece del tutto controproducente quando si cerca di arrivare all’elettore normale, che non solo ignora il codice della politica ma lo detesta.

Che cosa è il “codice” della politica? L’essenza del codice della politica è la preferenza per le formule astratte, generiche, involute, vuote o meramente intenzionali. Espressioni che si limitano a comunicare l’attenzione per un tema o per un problema, senza indicare una soluzione praticabile (dove trovo i soldi?) ma soprattutto comprensibile. Esempio: se dico “metto 100 euro al mese in più nella social card e i soldi per farlo li trovo aumentando la benzina di tot centesimi al litro”, il cittadino può gradire oppure no, ma capisce perfettamente di che cosa stiamo parlando. Ma che cosa può capire se gli prometto “l’avvio della universalizzazione delle indennità di disoccupazione”? O se gli garantisco “avvio della spending review con il sistema delle autonomie e definizione di piani di riorganizzazione di ogni Pubblica Amministrazione” ? O se gli prometto un “programma pubblico-privato per la riqualificazione del costruito” ? O se mi limito a dire che farò una legge, o introdurrò nuove norme, su un problema, un ambito, un tema?

Gli “8 punti” di Bersani grondano di leggi, norme, misure, piani, revisioni e rivisitazioni su tutto e su tutti: “misure per la tracciabilità”, “rivisitazione delle procedure di Equitalia”, “revisione degli emolumenti”, “legge sui partiti”, “legge sulla corruzione”, “norme efficaci sul voto di scambio” “norme sui conflitti di interesse”, “norme contro il consumo del suolo”, “norme sulle unioni civili”, “norme sull’acquisto della cittadinanza”, “contrasto all’abbandono scolastico”, “piano bonifiche per lo sviluppo delle smart grid”. Ma a chi parlate? E che cosa credete di comunicare, se non la vostra pretesa di occuparvi un po’ di tutto, e quindi la nostra certezza che finirete per combinare ben poco?

Di questa farraginosità degli 8 punti del programma di Bersani si è accorto persino il sindaco Pd di Padova, che in direzione ha detto senza tanti giri di parole (cito testualmente dalla trascrizione del suo intervento): “I punti proposti da Pierluigi, però, non sono 8, ma 50. Come li comunichiamo? Faccio un esempio: la campagna elettorale di Berlusconi si è basata fondamentalmente sulla restituzione dell’Imu e sull’eliminazione delle tasse per chi assume i giovani. (…). Gli 8 punti (di Bersani), ognuno dei quali si articola in 5 o 6 proposte, sono secondo me incomunicabili. Ha ragione il sindaco di Bari quando dice che oggi la proposta politica e la sua capacità di essere comunicata coincidono, hanno la stessa importanza”.

Da un programma di governo, tanto più se si tratta di un governo che difficilmente governerà a lungo, non ci aspettiamo che sia zeppo di buone intenzioni, di dichiarazioni di sensibilità e di interesse, tanto più che la maggior parte di tali intenzioni e dichiarazioni le abbiamo già sentite innumerevoli volte e ogni volta, arrivati al dunque, cioè al governo del Paese, le abbiamo viste sciogliersi come neve al sole. E questo sempre, a sinistra, come a destra, come al centro. No, quel che chiediamo a un programma di governo è di indicare poche cose, ma che siano chiare, ben definite, fattibili, e davvero utili al Paese. Alcune di queste cose, a mio parere, sono presenti nel programma elettorale del Pd, altre in quello del Pdl, altre in quello del Movimento Cinque Stelle. Altre ancora non stanno in alcun programma, perché sono impopolari.

Quel che manca non sono le idee, ma un gruppo dirigente capace di scegliere le cose da fare e quelle da non fare. Un leader e una squadra che non fabbrichino i programmi politici al servizio delle alleanze che intendono costruire, ma che costruiscano le alleanze al servizio del programma che intendono realizzare.

Un sogno?

A Giorgio Napolitano l’ardua sentenza.

 


Fatevi il VOSTRO governo

Cosa ci si può aspettare da chi sostiene “non abbiamo vinto ma non abbiamo nemmeno perso”? E’ chiaro che quando la strategia – elettorale e politica in primis – fa acqua da tutte le parti si passa agli aggiustamenti tattici. E il segreto è quello di vestirli di una prospettiva strategica. Detto così sembra complicato ma in realtà è semplicissimo.

Bersani e le truppe piddine offrono al nemicofascistazazzistacomunistapopulista Grillo di far parte del governo. Questa è la mossa tattica. Non hanno una maggioranza reale e vogliono evitare il governissimo con il PDL-Monti. “C’è il paese da salvare, non possiamo fare un convegno culturale (cit. D’Alema oggi sul Corriere) dovete assumervi le vostre responsabilità. E’ anche il paese dei vostri figli”. E questa sarebbe la veste strategica.

Ma cerchiamo di analizzare la cosa da un altro punto di vista. Perché quello che ancora fanno finta di non capire è che le griglie interpretative sono cambiate. Il bipolarismo manicheo è finito. Non c’è più il buono o il cattivo. Non c’è più il giusto o lo sbagliato. Destra e sinistra sono solo direzioni stradali. La piattaforma con cui il M5S si è presentato agli elettori è proprio quella basata sul rifiuto di queste logiche spartitorie.

Nelle campagne elettorali che abbiamo visto fino ad oggi i contendenti se le davano di santa ragione stimolando l’adesione emotiva degli elettori. Poi, una volta ricevuto il mandato, si infilavano nel palazzo e, fra pranzi insieme e trasmissioni televisive artefatte, governavano congiuntamente scambiandosi favori. C’era una separazione totale fra lo scatenamento passionale delle truppe cammellate durante la battaglia elettorale e ciò che il vincitore faceva con il potere che la vittoria gli accordava. Ovvero niente di ciò che aveva promesso ma ciò che, d’accordo con quello che era l’acerrimo avversario, accontentava sé stesso e le varie lobby e consorterie che gli giravano attorno. E gli elettori erano abituati a questo processo. All’inizio gli dava fastidio. Poi col tempo lo hanno assimilato come fosse la prassi. E’ diventato parte del loro DNA politico.

Non è un caso che sia i partitici (che mi piacerebbe distinguere dalla nobile categoria dei politici)  che parte dell’elettorato oggi spingano per un accordo PD-M5S. Il DNA, soprattutto quello culturale, è roba potente. Prima di riuscire a digerire il cambiamento e a reimpostare le griglie interpretative ci vogliono decenni.

Quello che sta succedendo – staremo a vedere se così si manterrà – è che per la prima volta, almeno dall’inaugurazione della cosiddetta Seconda Repubblica, la cesura fra promessa e programma sembra caduta. L’M5S si è presentato puntando al rinnovamento, sostenendo che la classe politica TUTTA è responsabile dello status quo. L’hanno votato per questo. E ora respinge l’offerta al mittente.  La strategia non fa acqua e non necessita di aggiustamenti tattici.

Ma veniamo alla tattica del PD. Essa risponde a due precisi obiettivi dettati da un terrore profondo. Dettati dalla consapevolezza che l’analisi politica sulle dinamiche del consenso e sulla base elettorale del M5S era completamente sbagliata. Dettati dalla terra che trema e che quando sprofonda porta direttamente verso le percentuali di SEL e di Ingroia. Quali sono i due obiettivi? Semplice.

1)      L’entrata del M5S nel governo rappresenterebbe la prima frattura aperta nel corpo ora solido del suo elettorato. Il primo bastone fra le ruote. L’attivazione della regola degli scheletri nell’armadio. Sarebbe come dire “dicevate a noi, ora vedi che fate lo stesso?”. Servirebbe a inglobare il Movimento all’interno della casta che inciucia per poi tornare dagli elettori dicendo. “ma come non erano loro quelli che dicevano no alla casta, no all’inciucio, no ai governissimi”. In quella frattura si rinfilerebbero i partitici. E alle prossime elezioni le percentuali stabilizzerebbero di nuovo, riportando il sistema verso il bipolarismo, l’elettorato lontano dalla politica, i partitici e le consorterie di nuovo a potere. Il lampo di democrazia sarebbe riassorbito dalla pioggia costante della dittatura tecnocratica.

2)      Ma il terrore più grande è quello di essere costretti – la coalizione del PD ha vinto (o non ha perso? Boh) le elezioni ed è suo compito indicare il premier e trovare una maggioranza – a formare un Monti bis anche senza Monti. Affidandolo ad un ottuagenario tipo Amato. O magari alla belva Prodi. Il che sancirebbe anche per il 28% che ha votato il PD, quali interessi quel partito rappresenti. Certo diranno “a Grillo l’abbiamo proposto lui ci ha detto di no. Noi siamo i politici responsabili”. Ma questa è un’evidente finzione. Perché i governi non possono essere il frutto di tatticismi aritmetici ma di accordi sui programmi e sulle riforme da fare.

3)      Ce n’è un terzo di motivo tattico. All’interno del PD si sta scatenando la notte dei lunghi coltelli. Ed evidentemente Bersani ha capito che le sciabole dei populisti del PD (come altro chiamarli visto che definiscono chi sostiene tesi simili alle loro ma appartiene ad altre formazioni?) sono di più di quelle dell’”europalovuolec’èildebitopubblicoeimercatipoichefanno”. E non ha nessuna intenzione di fare la fine dell’agnello sacrificale – altrimenti si sarebbe già dimesso.

In sostanza per coerenza strategica l’M5S dovrebbe rimanere sulla posizione espressa oggi. Si facessero il loro governo! Ma anche dal punto di vista tattico questo pagherebbe. E Grillo lo sa – i grillini ancora non l’hanno capito. Mettiamo il caso che il governissimo a guida Monti/Amato/Prodi governi per un anno e non riesca a fare nemmeno la legge sul conflitto di interessi e la riforma di quella elettorale. Alla prossima tornata elettorale dove finirebbero i voti del PD – ma anche gran parte di quelli del PDL?

Questo in definitiva realizzerebbe il grande sogno di Napolitano, dei suoi amici berlinesi ma anche dell’Europa e dei mercati. Un paese perfettamente governabile con un movimento politico che ottiene più del 40% dei consensi. La governabilità in Italia è solo rimandata.

Staremo a vedere.