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Minisaggio a puntate: Grillo e la crisi italiana

Interessante. Un analisi equilibrata che mi sembra mettere alcuni puntini sulle I. L’autore è un’esperto di comunicazione  e marketing social.

 

Fonte prima parte: http://biagiocarrano.blogspot.it/2013/04/minisaggio-puntate-grillo-e-la-crisi.html

Fonte seconda parte: http://biagiocarrano.blogspot.it/2013/03/minisaggio-puntate-grillo-e-la-crisi.html

 

Parte 1: democrazia e internet

Chi si attarda a tentare di inquadrare il MoVimento 5 Stelle in uno schema di destra o di sinistra, chi discute su se sia stato internet o la televisione a produrre il maggior numero di voti, chi cerca un parallelo politico nelle esperienze estere o di altre epoche (ne elenco alcune: qualunquismo, poujadismo, peronismo, personaggi come Viktor Orban, Nigel Farage, Pym Fortuyn, eccetera) semplicemente non ha capito nulla non solo del MoVimento, ma soprattutto non ha capito che il cambiamento intende impattare non solo sul sistema politico ma sull’assetto sociale complessivo del paese Italia e sulle ideologie dominanti, intese come retoriche che legittimano comportamenti e assetti di potere.

Democrazia, rete, rappresentanza

Nel 1995 la rivista Time pubblicò una copertina dell’edizione internazionale con un ritratto di George Washington con due auricolari: wired democracy, recitava il titolo. Wired come connessa, ma anche come recintata: processi decisionali basati sull’informatica che possono escludere più che includere. La rivista già parlava di un “populismo elettronico” , che, in polemica opposizione alla distanza tra eletti e cittadini, spingeva  i politici a prendere in considerazione ogni sondaggio, ogni telefonata o fax, ogni iniziativa promossa da talk show televisivi o radiofonici, con il rischio di creare un corto circuito tra media e democrazia rappresentativa. Che ne è del processo decisionale esperto se esso si fa condizionare da umori e passioni che non trovano un momento di elaborazione e confronto con visioni opposte? Dunque l’ambivalenza dei media e di internet in rapporto alle forme di partecipazione popolare non è cosa nuova a chi se ne occupa.

All’ambiguità dei media e ancor di più di internet si aggiunge anche l’ambiguità del concetto di democrazia, parola che sembra inequivoca, bella e lucente, usata, quasi sempre a sproposito e sulla base di un equivoco, per rendere inattaccabile ogni frase in cui la si cita o la si celebra.

Ma cosa si intende quando si parla di democrazia? Si crede comunemente che tale concetto sia nato nella Grecia classica ma si tratta di una mera assonanza fonetica. Democrazia era un termine usato spregiativamente dai nobili per indicare letteralmente “lo strapotere brutale del popolo” e Tucidide fa dire a Pericle che “La parola che utiliziamo per definire l’organizzazione del potere cittadino è democrazia per il fatto che essa, nell’amministrazione, si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza”. E la maggioranza che aveva diritto di partecipare alle assemblee dell’agorà era costituita in effetti da una minoranza, composta solo dai maschi adulti che possedevano abbastanza risorse per pagarsi l’attrezzatura militare. Lo stesso Tucidide afferma che ad Atene non c’era la tanto vituperata democrazia (strapotere del popolo) ma un principato, inteso come governo di un protos aner, lo stesso Pericle, appunto. (Cfr. Luciano Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia).

Da queste ambiguità duplici e tra esse intrecciate discendono oggi tutte le idee e le false metafore che parlano di internet come la nuova “agorà”, meglio come di un’agorà digitale”. Siamo costantemente vittime di giustapposizioni logiche che quando riescono a diventare metafore finiscono per confonderci e per spingerci a non interpretare i fenomeni “iuxta propria principia”. La democrazia moderna è un’agorà greca oppure è un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, come la storica definizione di Lincoln? Quali aspetti della democrazia modernamente intesi vengono toccati da internet? Per arrivare al tema del momento: l’uso che Grillo fa della rete è davvero “democratico”?

Tra le tante declinazioni moderne della democrazia ce ne sono due che approfondirò: democrazia come diritto d’accesso (a informare, informarsi  ed essere informati) e democrazia come “governo in pubblico”.

Vediamo il primo caso. Checché ne scriva Serena Danna, il blog di Beppe Grillo è stato in questi anni il principale luogo di informazione su fatti e iniziative spesso volutamente ignorati dai media mainstream in Italia. Una serie di tematiche che il sistema dei media rifuggiva, minimizzava o censurava ha trovato spazio sul blog di Grillo. Ricordo a memoria il dramma di Federico Aldovrandi, i danni causati dagli inceneritori e dai ripetitori, il movimento No Tav. Il blog ha offerto la possibilità a tanti cittadini di dire la propria tramite un commento quando questo costume era ritenuto eretico dai principali quotidiani online. Inoltre ha consentito lo sviluppo di dibattiti tra i partecipanti attraverso i lunghi thread che si sviluppavano, ha creato degli opinion leader (alcuni di essi oggi in parlamento) che partecipavano più costantemente e con maggiore acume e preparazione alle discussioni. In questo senso sbaglia la Danna a parlare di un utilizzo vecchio del blog. Il web sociale non è dato dall’uso di piattaforme banalmente intese come social quali  Twitter o Facebook ma dalla logica di utilizzo del media stesso. Se utilizzi un blog per aggreggare sei più “2.0” di un’azienda che sulla sua pagina facebook spara aggiornamenti in una logica meramente broadcast.  Se non è sociale un blog che riesce ad aggregare persone in migliaia di incontri reali sul territorio e finisce per essere votato da 8,7 milioni di italiani non so cosa possa esseredefinito “social”.

Ecco quindi che il blog di Grillo  (che si definisce, non a caso,  “il primo magazine solo in rete”) ha creato una zona franca di discussione che oltrepassava l’agenda setting dei media predominanti. La diffidenza se non il disprezzo verso i media tradizionali non è stata dunque una strategia elettorale ma nasce da scelte editoriali e da una critica di fondo ai media tradizionali elaborata su numerosi episodi di censura o di distorsione dei fatti denunciati per anni da Grillo.

Il secondo elemento democratico è quello del “governo in pubblico”. In questo senso il blog di Grillo si inserisce in una corrente molto più ampia che ha avuto il suo apice in Wikileaks. I rimborsi elettorali sono quasi folclore rispetto all’idea di portare le telecamere dei cellulari dentro le Camere e dentro le Commissioni parlamentari. In questo vi è una radicalità che trovo difficile non definire democratica, nel senso appunto di una costante scrutinabilità del potere da parte del cittadino informato.

Quindi una rete intesa come strumento di governo in pubblico, questo sì considerato dai grillini come un elemento di rottura rispetto all’opacità che caratterizza i processi decisionali italiani. Ovvio che questo principio, praticato da sprovvedute come Gessica Rostellato, porta a situazione patetiche e ridicole. Facile prevedere che ve ne saranno altre: la profondità di comprensione delle dinamiche della rete tra i promotori del Movimento e alcuni eletti in Parlamento è abissale.

Questo ci porta a ragionare nel prossimo post sul modello di governo della rete. Se non vi è un centro e la rete è per sua natura acefala, la leadership non è in un punto della rete (dove al massimo ci può essere un’aggregazione di attenzione e di reputazione), ma dietro o sopra di essa, ovvero in chi crea le condizioni e l’architettura logica e ideologica della rete.

Parte 2: rete, gerarchia, organizzazione

Molto si è polemizzato sull’utilizzo tradizionale e broadcast che Grillo e Casaleggio farebbero del blog. Ragionamento opinabile, se non distorto dalla malafede. Il titolare del blog non risponde ai commenti promossi dai suoi post, indi non crea la conversazione, non si apre “alla diversità e al confronto”, quindi è ununiverso chiuso, autoreferenziale, “centripeto e partigiano”. Ovvio quindi il sillogismo: il MoVimento 5 Stelle non dà spazio alle critiche, è autoritario, in definitiva è antidemocratico. Fine della storia: incaselliamo Grillo con Orban e Marine Le Pen (che rimastica il timore antieuropeo nell’interpretazione di Hollande ai fini di polemica interna e lancia inviti che cadono nel vuoto della sua incomprensione del fenomeno 5 Stelle) e non se ne parli più.

Forse però le cose non sono così semplici. Il blog di Grillo è una piattaforma sociale che ha connesso finora centinaia di migliaia di vite. Un luogo virtuale dove si scatenano di continuo decine di discussioni molto concrete che vanno, per toni e concetti, dal raffinato al greve. I commenti possono essere votati e acquisire maggiore visibilità. Queste discussioni e i relativi commenti finiscono per “esondare” su altre piattafome sociali come Facebook e Twitter, suscitando interesse e polemiche, consenso e insofferenze. Tutti questi moti browniani di pensiero scatenati dal blog hanno il carattere tipicamente anomico e acefalo di una rete senza snodi. Producono consenso o polemica ma senza un ordine, una gerarchia di impatto o una prevedbilità dimostrabile, come quella che appunto della diffusione di un virus. Questo movimento acefalo si è verificato anche nelle rivolte arabe, quando hanno si sono creati sul web infiniti focolai reali o virtuali di protesta contro i regimi, facendo emergere come sentire comune pensieri e idee fino a poco prima censurate dai media tradizionali, controllati dai vari rais. Ma le rivolte libertarie non sono diventate rivoluzioni libertarie proprio perché la natura acefala di internet non ha fatto emergere leader capaci di introdurre i principi di internet negli assetti giuridici che regolavano questi stati. Inevitabile è stata dunque la presa del potere da parte degli islamisti che avevano invece una struttura, rigorosamente gerarchica, capace di inserirsi nel vuoto di potere e legittimazione creato dalla rivolta diffusa da internet.

La contraddizione organizzativa del M5S sta propria nella gestione di una piattaforma sociale libertaria tuttavia controllata dai due fondatori Grillo e Casaleggio (il quale ha paragonato il controllo sui media italiani di massa di Berlusconi a Matrix).  La gerarchia non sta nella piattaforma sociale, ma sta dietro o sopra di essa, in chi la rende possibile. L’ipocrisia o l’ingenuità di chi accusa i due di non essere democratici sta proprio nel non rendersi conto che ogni rete, ovvero ogni sistema non gerarchico, ha almeno un livello di gerarchia in chi rende la stessa rete possibile. Mentre dentro la rete le gerarchie non esistono e possono verificarsi semmai degli snodi temporanei di consenso, il potere gerarchico di chi fa sussistere la rete è assoluto. È la gerarchia semi totale sul web che ha Google, è quella totale che hanno sulle loro piattaforme i dirigenti di Facebook e Twitter, è la gerarchia fondante dell’energia elettrica sull’internet stesso.

Penso che Casaleggio sia in grosse ambasce per questo, e non per qualche transfuga messo in conto già durante i comizi in campagna elettorale. Come gestire la rete che è stata creata senza produrre dei meccanismi di controllo gerarchico interni ad essa? Come evitare che la produzione e la diffusione virale di certi memi  non abbia effetti devastanti sui principi stessi del Movimento? Banalmente: come controllare i commenti e i dibattiti cercando un equilibrio tra rispetto dei principi di base (tra cui la libertà di opinione) e tutela degli indirizzi programmatici? Come promuovere l’intelligenza collettiva evitando che essa diventi coglionaggine di massa?  Per restare al tema di questi giorni: come essere capaci di pensare “out of the box” per la Presidenza della Repubblica senza finire per fare proposte di “outsider” fuori dai giochi che condannerebbero il M5S all’irrilevanza?

La rete per sua natura non si autoregola. Questa idea della rete come un territorio per sua natura libero da condizionamenti fa (quasi) il paio con l’esaltazione acritica del libero mercato che si autoregola fatta dagli iperliberisti. Se la rete non si autoregola per evitare il caos o l’insensatezza che ne deriva bisogna perciò accettare delle gerarchie che vengono applicate ad essa o a porzioni di essa, che possono chiamarsi Google, Facebook, Reddit (folksonomies), o Casaleggio e Grillo.

Se si comprende l’idea estrema di Casaleggio di superamento di tutte le forme di intermediazione all’interno della rete, allora diventano comprensibili e giustificate le espulsioni di chi intendeva creare delle strutture territoriali intermedie o di chi voleva utilizzare i media tradizionali per crearsi un ruolo che oltrepassasse quello del proprio ambito territoriale.

Fino a che punto, pur di far funzionare e rendere pregnante la rete che ha promosso, devi tradire o mettere tra parentesi i principi che propugni? Non sono giorni facili per Grillo e Casaleggio, e non per le gaffes di un Crimi qualsiasi.

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La civiltà del telecomando

Avrei voluto scrivere qualcosa su Boston. Poi ho visto il risultato delle “quirinarie” e mi sono cadute le braccia. Ma è possibile che l’iscritto medio al M5S abbia il QI pari a quello di un bambino delle elementari? E’ possibile che nella lista dei dieci nomi da proporre al voto degli iscritti comparissero nomi quali Gino Strada, Milena Gabanelli, Emma Bonino e Romano Prodi? Giornalista d’assalto la prima – con non poche falle nel suo CV  – ma anche fosse Presidente della Repubblica? Medico e attivista – con non poche ombre anche lui – uomo di grandi sforzi umanitari, ma anche fosse, Presidente della Repubblica? Mi chiedo se gli iscritti al M5S hanno la minima idea di quali siano le responsabilità e i compiti della prima carica dello Stato. A che livello di pressioni si è sottoposti. Alla quantità di potere che, soprattutto in questa fase anarchica (nel senso tecnico del termine), si troverà a gestire il successore di Napolitano. Su Prodi e Bonino nemmeno mi pronuncio. Sul primo ho detto già in passato tutto ciò che si potrebbe dire. Sulla seconda sono sostanzialmente d’accordo con Travaglio e i suoi 2 articoli sul Fatto.

Il risultato della votazione finale la dice lunga. Vince le quirinarie la Gabanelli. Secondo Gino Strada. Bontà loro i due si dicono indisponibili. E la parte meno idiota del Movimento scalda parole di approvazione per Mr. Authority Rodotà. Figura su cui trovare l’accordo con il PD. L’esito però la dice lunga sull’idiozia media del popolo del web. Questa però è una spiegazione sommaria. Troppo semplice per essere convincente. Ci deve essere qualcos’altro. Sarà che in Itali al web non accedono tutti. Sarà che nelle mie frequentazioni lavorativa ho notato una reticenza a utilizzare le rete per informarsi e partecipare proprio nelle persone più colte e preparate. Che intimorite dal mutamento continuo delle tecnologie e dalla valanga informativa preferiscono le tranquille spiagge del vecchio ai turbini elettronici del sempre contemporaneo. Di qualcosa che non solo non riesce ad essere “moderno”, ma che on diventerà mai “classico”. Sarà …

Poi ho ripensato a Boston. E a un commento che leggevo su un blog americano stamattina. E la connessione esiste.

Avevo cercato quel post chiedendomi: perché colpire una manifestazione sportiva? Sono andato a vedere i dati del Global Terrorism Database e le maratone oggetto di attacchi non sono poi molte. 3 in Irlanda del Nord, una in Bahrain, 2 in Pakisan. E una in Sri Lanka che fece 83 morti. Si aggiunge ora quella di Boston. 3 morti finora e più di un centinaio di feriti. Ma perché proprio lì?

Il commento parlava di 3 componenti: 1) lo sport rappresenta simbolicamente libertà e pluralismo. 2) in molti partecipano a una maratona. 3) ci sono i media.

Sul primo punto ho qualche dubbio. Nonostante il simbolismo sia azzeccato ci sono altri obiettivi che lo incarnano ancora di più. E che diventano molto più efficaci se si tiene in conto anche il punto 2. Una piazza durante un gioioso assembramento? Durante un concerto? Durante una delle classiche celebrazioni americane che festeggiano la libertà (liberamente interpretata)? Insomma il punto 1 è debole. Il punto 2 anche. Se decidi per una maratona sicuramente l’arrivo è dove ci sono più persone. Se devi colpire, colpisci lì. Ma di nuovo, meglio un luogo in cui i tuoi obiettivi non passano correndo, ma sono fermi e possibilmente assiepati. Diciamo che il motivo portante è il terzo. I media sono già lì. E seguono l’evento dall’inizio alla fine. Ci sono gli elicotteri che lo riprendono dall’altro. La commozione è alta sia in strada che a casa dove gli appassionati seguono passo passo. Il terrore (da chiunque venga dispensato) ha bisogno di un palcoscenico. Ha bisogno del media coverage. Per reclutare nuovi adepti, per consolidare la fedeltà di quelli che già si sentono parte dell’organizzazione terroristica. Per creare il casus e spingere il nemico a reagire in modo che la reazione ne provochi a cascata altre. E la spirale monti fino a dove il gruppo o il singolo che ha pianificato l’attacco vuole spingerla. Un’azione terroristica senza i media è come l’albero che cade nella foresta. Se nessuno la racconta, non esiste.

Tutti i media? Siamo sicuri? E’ vero, il CEO di FourthSquare ha twittato ai parenti che stava bene. Correva anche lui a Boston. Un giornalista di Repubblica ha telefonato raccontando le due esplosioni al traguardo. Ma cos’è che la gente è andata a cercare? Immagini semoventi. I servizi della TV. Le sedie a rotelle spinte dai paramedici con sopra la gente mutilata. I boati. Niente racconta e imprime un messaggio nella mente dello spettatore quanto l’immagine semovente. Qualcuno al massimo cerca su YouTube i video amatoriali di chi c’era. Quelli cu cui poi nascono le ipotesi di complotto. Ma il grosso degli spettatori guarda i servizi di ABC, CNN, BBC. Rimbalzati qui e lì dalle televisioni nazionali di tutto il mondo. E si nutre di montaggio. Di riscrittura spesso sgrammaticata della relatà. Di immagini accostate e ormai lontane mille miglia dal contesto originario. Di musica sovrapposte. Delle parole ripetute da Obama. “Make no mistake. We’ll see to the bottom of it!”.

Poi torno a pensare alla Gabanelli e la cosa un senso ce l’ha. La rivoluzione del web non ha rivoluzionato ancora un bel niente. Gli smanettoni del M5S che si professano avanguardie del nuovo hanno votato una faccia televisiva. Sapranno poco niente di Gustavo Zagrebelsky ma vedono Report. Si cibano della biondina che punisce i malfattori. Come l’eroina di un telefilm a stelle e strisce. Lo stesso che magari ha addestrato le menti di generazioni di spettatori in giro per il mondo. E di cui gli attentatori di Boston erano ben consapevoli.

Il quinto potere non cede terreno. La TV è ancora sovrana. Il web si conferma per ora un’occasione ancora da cogliere. Una grande discarica in cui i cicli del riciclaggio sono ancora inceppati. Quello più potente, che crea opinione  e gestisce comportamenti è quello delle immagini televisive. Afferrate, catturate e riprodotte. Condivise.  Amplificate. In questo senso, a guardare i grandi numeri, più che il luogo della creazione della controinformazione sembra una grande cassa di risonanza di contenuti televisivi. Per carità, c’è altro è ben venga. Ma la rivoluzione del sento potere è molto in là da venire.


Cosmologie: la Grande Fratellanza Euriana di Fubini

I luoghi comuni sono relativamente facili da creare. Ed estremamente duri a morire. Quelli sull’economia, poi, arrivano fino alle parole dei capi delle redazioni economiche. Ovvero quelle voci che dovrebbero informare lettori e ascoltatori e che inevitabilmente, invece, li formano. Li addestrano. Contribuendo alla cementazione delle culture di cui parlavo ieri. E creando vere e proprie cosmologie rassicuranti.

Parto da un esempio di oggi. Eh sì, ormai sempre più spesso è necessario fare il quotidiano debunking di ciò che viene detto e scritto sui media mainstream. Una nobile professione si penserà. Orientata a mostrare le cose sotto luci diverse. Certo però che palle! Ma questa gente non potrebbe approfondire un po’ di più? O forse nemmeno i loro comportamenti interpretativi sono poi così semplici da spiegare? Vediamo.

Prima pagina del Corriere della Sera. Federico Fubini, classe ’66, caporedattore Economia. Uno che scrive libri premiati. Una penna di quelle accreditate. Credibile. Il titolo di oggi è “L’illusione di avere tempo”. Scrive Fubini.

Nel 1992 l’Italia, oberata dai debiti fu costretta a uscire dall’accordo di cambio europeo e svalutare la lira del 30%. Gli investitori esteri che avevano comprato i Btp sulla base dell’impegno del Paese a restare nel sistema monetario, si ritrovarono con una perdita effettiva di un terzo del capitale. Fra loro c’è senz’altro chi si sarà sentito tradito, ma gli italiani non ebbero mai la percezione di non aver mantenuto i propri impegni. Al contrario, con i loro sforzi e grazie la scelta politica del resto d’Europa sei anni dopo erano già nell’euro: mai un Paese è passato così in fretta dalle stelle alle stalle dell’affidabilità finanziaria, da tassi argentini a tassi tedeschi. Questa manna non può tornare, ma devono essere stati episodi così ad aver convinto qualcuno che lo stellone ci assisterà sempre.

Una parentesi necessaria prima di passare al debunking. Le culture di tutti i tempi per spiegare ciò che le circonda sono costrette necessariamente alla semplificazione. E’ un’attitudine umana. La religione ad esempio ma anche la scienza sono semplificazioni della complessità del reale. Che rispondono a criteri ordinativi diversi ma che servono allo stesso scopo: aiutare l’uomo per sottrarsi dal caos. Questa semplificazione parte dalla creazione di simboli, ovvero di saperi paradigmatici, che vengono poi organizzati in sistemi coerenti chiamati cosmologie. Le culture che siamo soliti definire occidentali, a differenze di quelle di interesse etnologico, ne accatastano diverse , una sull’altra, di queste cosmologie. Si tratta di narrazioni coerenti che rassicurando, spiegano. O forse spiegando, rassicurano. Nella creazione di una cosmologia i fatti vengono spesso digeriti e modificati. Non si tratta quasi mai di mistificazioni coscienti, di atti deliberati a tavolino. Ma dell’equivalente digitale dell’oralità delle società tradizionali. E’ così che i luoghi comuni si trasformano in cosmologie. Come succedeva quando eravamo cacciatori-raccoglitori. In base alla ripetizione. Ed è incredibile notare come, nonostante la scrittura ci permetta di risalire al fatto originario, la modificazione mitologica sia comunque più forte.

La storia del ’92 (se non ricordo male sarebbe meglio dire ’93) infatti è diversa. Amato prima infilò le mani dello Stato nelle tasche dei contribuenti. Con un prelievo forzoso tipo quello cipriota. Poi svalutò. E fu proprio quella svalutazione (competitiva) a far sì che la crescita fosse rilanciata. Non furono gli eroici sforzi dell’Italia lavoratrice nei successivi anni a portarci con il debito pubblico in ordine e il PIL crescente all’appuntamento con l’Euro. O almeno non solo. Fu il rilancio della competitività anche attraverso l’esercizio della sovranità monetaria. In sostanza, quella parentesi aveva dimostrato ciò che tutti gli economisti accreditati  – da Alesina a Krugman, da Mosler agli stessi monetaristi equilibrati – sostenevano. Che l’Europa non è un’area valutaria ottimale e che il cambio fisso (leggi la moneta unica) avrebbe creato un disastro epocale. Caro Fubini, non erano i debiti il problema del ’92-’93, e nemmeno la classe politica che affrontava tangentopoli. Il problema erano i cambi fissi dello SME. La svalutazione li aggirò e rilanciò la crescita. In sei anni siamo risaliti per poi ricadere nello stesso errore. O era una trappola, Fubini? Una trappola ideata pe realizzare un progetto politico ben preciso? Scattata alla perfezione anche grazie alle cosmologie create e diffuse come mantra salvifici dai media e dal passaparola acritico?

Ma Fubini ci avverte. Dobbiamo fare in fetta perché la manna non può tornare. E’ chiaro, perché per il suo ragionamento anchilosato dalla cosmologia dell’euro, la manna è fu Maastricht. Ma basterebbe uscire dai confini del mito ed esercitare un po’ di pensiero laterale per capire invece che la manna fu proprio la svalutazione. E la manna può tornare, Fubini. E si chiama “uscita controllata dal cambio fisso”. Come dopo il ’93, grazie all’operosità che non ci manca e all’esercizio della sovranità monetaria torneremmo dall’economia reale del Burkina Faso a quella della Nova Zelanda. Economia reale Fubini. Altro che tassi. Vallo a chiedere ai lavoratori tedeschi se hanno apprezzato la deflazione interna e le decurtazioni salariali per conservare i tassi! E poi vallo a chiedere agli argentini se invece hanno apprezzato le mosse della Kirchner sul debito e sullo sgancio valutario dal dollaro!

L’articolo continua poi facendo notare che “nonostante non ci sia un governo lo spread è sceso a 300 e la borsa vola fino addirittura a capitalizzazioni del 6,7%”. Nella cosmologia dell’euro questa è un’anomalia. Come non c’è il governo che fa le ristrutturazioni, che taglia servizi e spesa, che alza le tasse per pagare i debiti eppure la borsa vola e lo spread scende? La cosmologia è in pericolo e quindi è necessario che digerisca nuovi elementi e si riposizioni. Sia Fubini che Rampini da Repubblica ci raccontano infatti che lo spread scende perché i giapponesi e gli americani stanno invadendo i mercati con moneta fresca di conio (come se la moneta si stampasse ancora!). Visto che i titoli del debito sovrano dei giapponesi non rendono più, i risparmiatori del Sol Levante starebbero puntando ai nostri titoli di Stato. E questa cosa Fubini la mette accanto all’annuncio di Bruxelles che “le turbolenze finanziarie sul debito sovrano italiano possono contagiare il resto d’Europa”. E alla sempiterna spada di Damocle del declassamento da parte delle agenzie di rating. Ma come Fubini, siamo o non siamo “affidabili”? Ha ragione l’Europa o hanno ragione gli investitori giapponesi? Tutti scemi questi ricconi con gli occhi a mandorla che investono sui nostri titoli invece di andare altrove? Qual è la verità Fubini?

La verità ovviamente, unica e incontrovertibile, non esiste. Ma un’altra verità fuori dai confini della cosmologia dominante, e che potrebbe spingerla a un cambio di direzione consistente per riuscire a digerire un’informazione così divergente, risiede nell’esercizio del buon senso. E’ chiaro che i mercati dei governi se ne fregano. O meglio che non è l’esercizio coordinato della gestione della cosa pubblica a interessare i capitali. Ma le dichiarazioni di chi governa. In Europa poi, dei governi “locali” non gliene frega nulla a nessuno. I capitali sanno che a Monti farà seguito la sua agenda. Che la teoria del binario di Draghi è realtà e non finzione, e che il governo risiede negli stanzoni illuminati di Francoforte e non nelle aule occupate dai Capitan Italia a 5 Stelle. Ma soprattutto che nella Borsa, come in tutte le arene dove si scommette, si punta su chi vince, ma si vince grosso puntando su chi perde.

Sembra chiaro a chiunque, quindi, che continuare a orientare la politica sulla base dell’umoralità dei mercati equivale a decidere la rotta in funzione del vento. E non a sfruttarlo in funzione di dove si vuole arrivare. L’esito è abbastanza prevedibile. Il naufragio.

Piccola curiosità. I capitali giapponesi che acquistano i nostri titoli, ma che presto si sposteranno su asset più tangibili sono i famosi capitali esteri. Quelli che dovrebbero arrivare quando un paese è affidabile. Ma quindi siamo affidabili o siamo untori? Non è dato sapere. Ma non sarà che questi capitali arrivano semplicemente quando gli conviene? E che il mito dell’affidabilità non è nient’altro che uno dei tanti che compongono la cosmologia dei Taleuriani? Attenzione poi, perché i mitici capitali esteri sono quelli che alimentano il debito estero e avviano il ciclo di Frenkel. Non vorrei che nel bel mezzo dell’ultima fase stessimo già inaugurando una nuova fase 1.

L’articolo di Fubini si conclude peggio di come era iniziato.

L’idea che ci sia ancora tempo e qualcosa e qualcuno alla fine ci salverà forse aveva senso nel ’92 quando Maastricht era il futuro. Vent’anni dopo la sola Maastricht che può salvarsi è qui in Italia, nella sua capacità di cambiare le proprie istituzioni economiche per prosperare, Bersani e Berlusconi ne stanno parlando, O no?

Il cerchio si chiude e la cosmologia rinforza se stessa ripetendo il mantra dell’incipit. Gli italiani spendaccioni sono di nuovo sull’orlo del tracollo. Se non rimettono a posto le loro istituzioni economiche saranno perduti. E questo va letto in funzione dell’agenda Monti-BCE. Ovvero tagli alla spesa, tasse per ripagare il debito. Più Europa! Più Europa! Sì perché nel ’92 avevamo  l’euro futuro che ci avrebbe salvato. Oggi cosa ci attende dietro l’angolo? Mi chiedo come mai Fubini, nell’ottica della sua formula, non si appelli a un’unione monetaria ancora più ampia. Se nel ’92 ci salvò Maastricht, perché non accordarsi anche con i paesi ancora fuori dall’euro ma nella UE per un SuperEuro che salvi tutti dallo spettro della crisi che non molla? O magari chiedere ai Russi di rinunciare ai rubli e di unirsi tutti nella grande Fratellanza Euriana (l’assonanza non è casuale). Forse perché ci manderebbero al diavolo mettendo in evidenza il campo minato in cui vgliamo attirarli? In tutto simile a quello dove i Taleuriani alla Fubini ci hanno attirato a inizio millennio?

In realtà Fubini non lo dice perché è un vero Taleuriano. E sotto sotto ha anche una vocina divergente che gli suggerisce di dire ciò che la cosmologia non prevede. Che il cambio fisso non fu la soluzione, ma il problema. E che il debito pubblico è il minore dei problemi, perché visto dall’altra parte è credito privato. Ovvero incentivo alla domanda, alla crescita dei consumi e al tanto invocato PIL. E che se il debito pubblico si calcola in percentuale sul PIL non è solo la riduzione del primo a renderla minore, ma anche l’aumento del secondo. Se ad esempio il credito alle imprese fosse stato liberato anni fa – con un forte vincolo che favorisse le assunzioni -, fregandosene dei dettami di Francoforte e Bruxelles e dell’aumento del debito pubblico (che è comunque aumentato nel conto che ieri Monti ha presentato con il DEF), oggi il PIL sarebbe in condizioni diverse. Così la domanda, la spesa dei cittadini e
il tasso di disoccupazione. Guardiamo spesso oltre oceano. E guardiamoci allora. Obama ha presentato la legge di bilancio USA 2014. Certo, per accordarsi con i repubblicani ha inserito anche una riduzione della spesa sociale spalmata su 10 anni. Ma il progetto nel breve è quello di “investimenti pubblici”. Il linguaggio, ricordiamoci, è il primo sistema di simboli sulla base del quale si creano le cosmologie. Investimenti pubblici, visto dall’interno della logica di Fubini, si traduce con aumento del debito. Immaginiamoci cosa succederebbe se l’esecutivo del prossimo governo italiano mettesse nella legge di stabilità per il 2014 l’aumento di investimenti pubblici! Fantasia ovviamente perché l’Eurogruppo boccerebbe immediatamente l’operazione e scatenerebbe il grido di dolore della Cosmologia, dell’apparato mediatico comunitario e a cascata delle scommesse sul cavallo perdente.

Leggendo e ascoltando ciò che legge e ascolta la gente rimango sempre più convinto che hanno ragione – per motivi opposti – sia Prodi che Bagnai. Il referendum sull’uscita dall’euro, se mai si dovesse fare, sarebbe una minchiata di dimensioni cosmiche. La cosmologia dei Taleuriani è troppo diffusa e resistente, ancora impreparata a riposizionarsi. Perché il volume del passaparola divergente è ancora basso, il numero degli eventi anomali da digerire ancora ininfluente. L’uscita controllata deve essere fatta come la svalutazione del ’93. Per decreto e a sorpresa. D’altra parte ci hanno abituato alle più grandi porcate firmate il 15 di agosto. Non vedo perché per una volta non si possa fare qualcosa di funzionale con la stesa metodologia.

Ah. È vero. La cosmologia assemblearista degli occupanti a 5 stelle lo impedisce.

Ma tanto ci salveranno il SuperEuro e la Fratellanza Euriana. Quindi niente di cui preoccuparsi.


Le 3 scimmie a 5 stelle e il prossimo Garage Sale Italia

I nomi non ce li avevo. E se ce li avevo non ce li hanno chiesti. E se pure ce li avessero chiesti non li avrebbe votati nessuno. La strategia comunicativa di Crimi (e quindi anche della Lombardi e del duo Messora- Martinelli) non mi convince nemmeno un po’. Sembra una perenne escusatio. Non vedo, non parlo, non sento. In continua e perenne difensiva dal nemico numero uno: il tritacarne mediatico. Per carità, la capacità distorsiva dei media mainstream è sotto l’occhio di tutti. Ma nel momento in cui rilasci (oggi) un’intervista a pagina 4 di Repubblica – forse il peggiore dei media mainstream – non puoi allo stesso tempo dire “non abbiamo fatto i nomi perché i media li avrebbero massacrati”. Finisce che qualcuno (a ragione?) pensa che in realtà eravate in alto mare e i nomi non li avete mai avuti. Come la progettualità che quei nomi avrebbe dovuto sostanziare.

Ma tant’è. Prime mosse tattiche (elezione di Grasso e consultazioni afone) dal mio punto di vista completamente fallimentari. Speriamo nella strategia. Sempre che prima o poi ci facciate capire qual è oltre al sacrosanto repulisti della classe dirigente (che comunque come dicevo giorni fa non è cosa secondaria ma nemmeno questione che si risolva a breve termine, e che comunque va ben oltre la sola riduzione degli stipendi)?

Anche perché ora oltre a un Parlamento sedato, a un governo in carica che tutto sta facendo tranne che “ordinaria amministrazione”, al binario su cui Draghi e la troika hanno messo il paese, ora abbiamo le 10 piaghe da affrontare. Che da Quagliariello a Violante tenteranno di salvare la capra con i cavoli. Tenteranno. Perché dubito che ci riusciranno. Sempre che ovviamente i lunghi coltelli del PD non facciano fuori ora e per sempre Rhom-Bersani e si spiani la via alle larghe intese. Infatti, a meno del dipanarsi di questo scenario, la clama piatta (sulla superficie) ci traghetterà direttamente verso l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Una questione non da poco.

Ne parlano sia Feltri che Travaglio oggi. E meraviglia delle meraviglie si riesce ad essere d’accordo con parte del discorso di entrambi.

Mentre i saggi cominceranno il loro lavoro, presumibil­mente inutile al fine di agevo­lare la formazione del gover­no, i partitisi daranno da fare per selezio­nare l’uomo sbagliato da mandare al Qui­rinale, diventato ormai il fulcro della poli­tica. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: la Repubblica presidenziale, tanto invisa alla sinistra di origine comunista, e cara alla destra di ogni tempo, è stata di fatto realizzata da Giorgio Napolitano, miglio­rista, già dirigente di spicco del Pci. Un controsenso? Sì. Ma necessario, dato che il sistema parlamentare, imbastardito da leggi elettorali scritte a capocchia e irre­sponsabilmente varate, non funziona più. Lo sanno tutti, pochi lo ammettono apertamente. Il Colle ha acquisito un’im­por­tanza strate­gica inimmagi­nabile solo qualche anno fa. Lo si vede in questi giorni. Dinanzi al pro­bl­ema della suc­cessione di Na­politano, persi­no quello del­l’esecutivo, dif­ficile da risolvere in mancanza di una maggioranza, è passato in secondo pia­no. L’attenzione dei politicanti d’ogni se­me è concentrata sulla più alta carica del­lo Stato. Il Pdl punta su un personaggio non pregiudizialmente ostile a Silvio Ber­lusconi e che garantisca equidistanza tra i vari schieramenti. Il Pd desidera poter contare su un amico, meglio ancora: un compagno. E il Movimento 5 stelle gradi­rebbe un signore della cosiddetta società civile, non implicato in interessi di parti­to. Feltri sul Giornale.

Crimi sostiene che Napolitano non gli aveva parlato dei saggi. E che anzi sostenesse che solo un governo politico poteva uscire dalle consultazioni. Delle due l’una. O mente Crimi o mente Napolitano. E visti i trascorsi (Palermo docet) propenderei più per la seconda. D’altra parte solo recentemente aveva detto che se ne sarebbe andato annunciandolo a media unificate. E poi ci ha ripensato. Di conseguenza fidarsi di Napolitano sui prossimi passi è come fidarsi di un commerciante sulla bontà della sua merce. Eppure Feltri ha ragione. La nostra democrazia parlamentare è schiacciata da una doppia anomalia, il parlamento esautorato dai governi a suon di decreti legge, e i governi esautorati da un Presidente della Repubblica Re. Preso atto di questo, e nell’impossibilità di modificare lo scenario nell’immediato, sarebbe il caso che anche il M5S si svegliasse. Al di là delle semplici Quirinarie online.

La Smorta Decina non combinerà un bel nulla, come tutte le bicamerali e bicameraline degli ultimi vent’anni. E ci accompagnerà dolcemente all’elezione del nuovo Presidente, che dovrà riprendere le consultazioni per mettere in piedi un governo. Che dipenderà molto dal nuovo Presidente e da chi l’avrà eletto. Reggerà l’intenzione del Pd di concordare un nome nuovo, fuori dai partiti, insieme ai 5Stelle? E soprattutto: i 5Stelle decideranno finalmente di giocare le carte che hanno in mano (e non sono poche), o continueranno a fare da spettatori? Giocarsi le proprie carte non significa né sporcarsi le mani né fare inciuci. Significa fare politica coerentemente con le attese degli elettori. Che, riguardo a M5S, non vogliono dare cambiali in bianco ai partiti. Ma neppure di rinunciare a influenzare la politica ogni volta che si può. Siccome il requisito indicato da Grillo per la scelta online del candidato Presidente nelle “Quirinarie” è l’estraneità alle vecchie poltrone, esistono personalità degnissime che rispondono a quell’identikit e possono piacere anche agli elettori del Pd. Il Pd, lo sappiamo, sarà tentato di mandare al Quirinale le solite muffe, da Amato a D’Alema a Marini. Ma potrebbe esserne dissuaso da una rivolta della base, se i grilli avanzassero candidature più autorevoli (non ci vuole molto). Dopodiché, quando ripartiranno le consultazioni, potrebbero finalmente proporre al nuovo Presidente un nome analogo e sfidare allo stesso modo il Pd su alcune proposte che fanno parte del loro programma, ma che non dispiacciono agli elettori progressisti. A quel punto il cerino, dalle mani di Grillo, passerebbe in quelle di Bersani (o chi per lui): se le boccerà, confermerà che il dialogo con M5S era un bluff e si assumerà la responsabilità di aver perso (e fatto perdere agli italiani) un’occasione d’oro; se accetterà, avremo un governo che ci sogniamo da chissà quanti anni. Travaglio su Il Fatto

L’elezione del Presidente della Repubblica non è solo un passaggio istituzionale. Il M5S lo sa. Ma c’è qualcosa che temo di più. Cosa? Quello che teme Feltri (ma che implicitamente teme anche Travaglio). Ovvero che la saldatura fra PD e M5S si realizzi su un nome impresentabile come quello di Prodi.

Grillo lo scriveva sul suo blog

Il pdl vuole un presidente di garanzia, un salvacondotto per i processi dello psiconano. Il pdmenoelle vuole anch’esso un presidente di garanzia, che lo tuteli dalla prossima bomba ternmonucleare del MPS. Entrambi vorrebbero un presidente “Quieta non movere et mota quietare (Non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato)”. Non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche. [i grassetti sono miei. i suoi non a caso erano altrove]

E lo sanno anche i sassi che Prodi rappresenterebbe per Bersani il puntello contro i lunghi coltelli dell’ala renziana. Do ut des. Negoziazione. Il cuore della politica no? D’altra parte l’endorsement di Prodi al segretario dei segretari è arrivata di fronte a una piazza semivuota durante la campagna elettorale. Di conseguenza nessuna meraviglia che per Bersani il nome più papabile possa essere quello.

Ciò che né Feltri né Travaglio dicono è però che il vero pericolo rappresentato da Prodi (o da un “prodiano” qualunque) è il rinforzo per 7 lunghi anni e sine die della liturgia dell’euro e della dottrina cementificata del più Europa a ogni costo. Per chi non se lo ricordasse Prodi è il grande traghettatore del nostro paese verso la trappola dell’euro e dell’economia commissariata. E’ né più né meno che l’alter ego dei Monti-Draghi-Amato e compagnia cantante. Il Presidente ideale per la tecnocrazia europeista. Ovvero di quel Patto d’Acciaio cha ci ha portato esattamente dove siamo. E dove siamo è il bengodi degli speculatori. Quello dove sfruttando la crisi si fanno affari d’oro. Ascoltate ad esempio cosa racconta Andrea Bonomi, un nostro rampante uomo della finanza creativa al soldo di un grande gruppo di investimento.

MILANO (MF-DJ)–Come puo’ un Paese in piena recessione economica, in un momento di profondo cambiamento politico e generazionale e con un debito pubblico monstre, rappresentare ancora un luogo dove e’ interessante investire? Nelle ultime settimane l’Harvard Business School e la New York
City University hanno chiamato Andrea Bonomi, senior principal di Investindustrial, a rispondere a questa domanda che riguarda l’Italia.

Evidentemente, scrive MF, ai docenti dei due dei piu’ noti atenei americani in cui studiano i futuri top manager internazionali non pare cosi’ intuitiva la ragione per la quale un veicolo di investimento
italiano l’anno scorso sia riuscito a raccogliere 1,25 mld euro di impegni da parte di investitori internazionali. Per Bonomi, pero’, le due lezioni sono state una passeggiata, visto che il tema da affrontare e’ stato appunto lo stesso che il manager aveva dovuto svolgere di fronte ai potenziali investitori stranieri nella fase di raccolta dei capitali. E uno degli argomenti piu’ convincenti utilizzato da Bonomi ora come allora e’ stato il successo del caso Ducati. Con una quota di mercato piu’ che raddoppiata e un profittabilita’ triplicata in cinque anni la casa motociclistica ceduta da Investindustrial al gruppo Audi nella primavera del 2012 e’ un biglietto da visita importante per Investindustrial.

Bonomi agli studenti americani ha spiegato che quella ricetta puo’ essere applicata a numerose altre eccellenze italiane che, partendo da un importante piano di investimenti, hanno la possibilita’ di aprirsi ai
mercati internazionali e cogliere le opportunita’ offerte dalla globalizzazione. Dal punto di vista degli investitori esteri che guardano alle aziende italiane, se in Italia e in generale in Europa c’e’ la crisi,
e’ anche meglio. Perche’, ha spiegato Bonomi, si possono investire capitali a prezzi molto buoni con ritorni potenziali molto interessanti, nel momento in cui le aziende sono in grado di crescere velocemente, a ritmi da Paesi emergenti, perche’ e’ proprio quei Paesi rappresentano oggi i principali mercati dei loro prodotti.
Non e’ un caso che Bonomi sia anche uno dei fondatori di Why not Italy?, l’associazione creata da un gruppo di operatori di private equity, consulenti e docenti universitari italiani con l’obiettivo di promuovere l’immagine dell’Italia tra gli investitori esteri.

Per inciso la Audi (guarda caso) è tedesca. Gruppo Volkswagen. E Bonomi è uno dei tanti che organizzano il Garage Sale Italia. Ovvero il mercatino della domenica nel portico del nostro paese. Dove, viste le pezze al culo che abbiamo, anche aziende che funzionano si comprano a prezzi coreani. La crisi è un’opportunità. Per loro. Quelli che arrivano dopo che i sicari economici alla Prodi hanno affamato la bestia. Una partita di giro che non ha bisogno di colorite visioni complottistiche per essere concepita. Ma sta lì, davanti a tutti, dove nessuno la nota. Nascosta dagli slogan.

Vi ricordate Monti con gli Emiri del Kuwait? E i russi delle banche di Cipro? Dovrebbe essere ormai chiaro dove porta quella strada. Ovvero quella dell’indebitamento estero e della cessione a buon mercato degli asset nazionali. Di quelle che Bonomi chiama eccellenze.

Ebbene Prodi è uno degli inventori di questa strategia. Del “facciamo l’euro, serve la stabilità per attirare gli investimenti stranieri”. E’ un simbolo potente per le oligarchie internazionali e per le lobby finanziarie internazionali. Un simbolo e una garanzia. La sua nomina al Quirinale sarebbe il colpo definitivo da cui il Paese non si risolleverebbe più.

Speriamo nelle quirinarie? Speriamo che stavolta, avendocelo il nome, Crimi lo tiri anche fuori? Magari evitando di farsi scudo degli incubi orwelliani che sembrano disturbare i suoi sogni? Sveglia ragazzi perché se dopo Grasso fate eleggere pure Prodi passerete alla storia come quelli che hanno salvato Bersani da Renzi pagando il caro prezzo dei propri elettori. Io in primis.


Questione secondaria?

La base inizia ad avere fretta. E a ragion veduta. Il paese cola sempre più a picco. Posti di lavoro che non vengono creati, quelli che ci sono che si restringono, disoccupazione da terzo mondo soprattutto quella giovanile, imprese alla canna del gas. E via dicendo. Bisogna uscire dalla palude.

E la cosa più importante per questo passaggio, l’ho scritto più volte su questo blog, è la politica economica. E in quell’ottica la revisione sostanziale del dogma dell’euro. Questa la premessa che sembrerebbe mettere tutto il resto in secondo piano. E uso il condizionale per una ragione ben precisa. In secondo piano, nella mia ottica significa anche (per un  paio di questioni in particolare) “sottoterra”, nel senso “nelle fondamenta”.

Il problema del nostro paese, è ormai chiaro a tutti quelli che si prendono la briga di studiare e leggere, non è il debito pubblico e non è nemmeno la casta corrotta e spendacciona. Ma siamo sicuri? Ovvero. Il problema principale è costituito dall’indebitamento estero e dall’attivazione del ciclo di Frenkel. Secondo il quale fra un po’ o si cambia marcia o facciamo il botto. Ormai abbiamo studiato e lo sappiamo. Ma chi ha permesso che le cose arrivassero a questo punto? Io? Voi commercianti? Voi tassisti? Voi grafici pubblicitari? Voi piccoli imprenditori, dipendenti, consulenti, operai, farmacisti? No. E’ evidente.

Un comitato d’affari che intreccia politica, burocrazia ministerial-amministrativa, banche, grandi settori corporativi dell’economia ha speculato e guadagnato sulle nostre spalle per almeno 20 anni (contiamo solo quelli della seconda repubblica nonostante quelli della prima non è che fossero diversi). Siamo soliti riferirci a lor signori con il termine di classe dirigente. Nel perseguire i propri interessi (diretti o indiretti) la classe dirigente ha trascurato (nella migliore delle ipotesi) importanti segnali che preannunciavano il declino e l’avvicinarsi del bordo del baratro. Quel settimo stadio del ciclo di Frenkel da cui indietro non si torna. Da cui si salta in una nuova avventura. Con molti margini di imprevedibilità. Nella peggiore delle ipotesi, invece, la classe dirigente sapeva, e sapeva bene. Ma il gioco valeva la candela, perché sapendo in anticipo chi vincerà basta scommettere su di lui per mettere insieme piccole e grandi fortune. Non solo economiche.

E allora mi chiedo: in questo scenario è pensabile che sia questa stessa classe dirigente a partorire il nuovo indirizzo che dovrebbe salvare il nostro futuro e invertire la tendenza? La domanda è ovviamente retorica. No. Non potrà mai accadere. Un’assemblea non elegge mai il candidato che propugna la sua stessa estinzione. Nessuno sceglie di suicidarsi se dalla vita può ancora ottenere qualcosa. I parlamenti (e le loro consorterie) non sono sette evangeliche che si danno fuoco nel palazzo all’avvicinarsi del giorno del giudizio. Sono molto più furbi.

E allora forse dovremmo rivedere un po’ le nostre aspettative. Ritararle alla luce di ciò che il risultato elettorale ha realmente significato. Leggo articoli in cui si scrive “è cambiato più nello scorso mese che nei 20 anni precedenti”. Vero per carità. Temi e comportamenti impensabili e quasi impronunciabili fino a ieri oggi lo sono. Ma le pretese, legittime e sacrosante, della base elettorale del M5S sono inevitabilmente destinate ad essere, nell’immediato, deluse. La classe dirigente è stata, per ora, appena scalfita dal risultato elettorale. In Parlamento il “nuovo” rappresenta ancora la minoranza. E soprattutto è un nuovo di superficie. E’ tutto da dimostrare che alla prova dei fatti la superficie nasconda anche la sostanza. I presidenti della camere rappresentano al 50% un’astuta mossa tattica. Ma nient’altro. Gli otto punti del programma di governo sono anche peggio. Fuffa allo stato puro utile a cercare i senatori necessari alla fiducia. E utile in seguito per poter infilarci dentro tutto e il contrario di tutto. Al di sotto dell’epidermide degli eletti la situazione è esattamente com’era. Il 90% dell’iceberg naviga saldo nel solito mare.

Il nuovo per ora è una mano di vernice che cerca di tenere in piedi lo scafo fatiscente della nave Italia.

Siamo quindi prigionieri di un paradosso?

Per cambiare la politica economica ci vuole una nuova classe dirigente. Quella vecchia continuerà solo a produrre vernice spendibile in termini di immagine ma che, alla fine, nasconderà le solite ricette, chiamandole in modo diverso. Ricordate il finanziamento pubblico ai partiti che diventò magicamente rimborsi elettorali? La logica sarà la stessa. Ciononostante il nuovo corso è urgente, serviva già ieri. E però per costruire una nuova classe dirigente ci vogliono anni. Non bastano un manipolo di benintenzionati inesperti che totalizzano poco più di un terzo degli eletti (ce ne sono sparsi anche oltre il M5S). E qualche mese a disposizione.

Nello specifico, sarebbe ora che il M5S proponesse il suo programma di riforma economica. Ma se anche lo facesse, pensiamo realmente che gli altri 2/3 del parlamento lo approverebbero? Pensiamo veramente che le cordate consolidatesi in 60 anni di partitocrazia si riposizionerebbero in funzione del cambiamento che ne mina nelle fondamenta guadagni e privilegi? Siamo realmente convinti che i Mandarini che siedono nei gabinetti ministeriali permetterebbero la realizzazioni dei loro “piani”? La tecnocrazia europea rimarrebbe a guardare? I mercati e le loro agenzie del terrore e del rating avallerebbero la nova linea?

Impensabile. Se si guarda in giro per il mondo recente, soluzioni estreme di questo tipo sono state adottate solo da paesi in cui la forza politica del Presidente aveva la maggioranza assoluta, quasi plebiscitaria, con forti sospetti di incrinature autoritarie della democrazia. In America Latina ad esempio mi vengono in mente l’Argentina peronista della Kirchner, il Venezuela bolivarista di Chavez e l’Ecuador di Carrera. E l’ultimo esempio sta già lentamente cedendo terreno al vecchio che inesorabilmente avanza di tre passi ogni volta che il nuovo ne fa uno.

Cosa fare dunque? Purtroppo gli spazi di manovra sono quasi inesistenti. Se potessimo aspettare direi di puntare solo a un programma di medio termine che punti al rinnovamento etico-politico. Base unica sulla quale poi si possono pensare le “politiche” … di qualunque genere esse siano. Ma non possiamo aspettare. E quindi?

Provo a darmi una risposta:

1)      Nell’immediato continuare la battaglia per la costruzione di una nova classe dirigente. Con un time-span realistico. Un piano quinquennale. E non il vuoto pneumatico di “apriremo il Parlamento come una lattina”.

2)      Fare molta attenzione alla partita sul Presidente della Repubblica. A differenza del M5S i partiti hanno lo sguardo lungo. Puntano a un degno sostituto di Napolitano. A un altro profeta dell’inciucio. A un garante dell’impunità per Berlusconi e della permanenza per i piddini. E mentre il Governo (se mai lo formeranno) durerà lo spazio di un mattino, e il Parlamento poco di più, il Presidente e Capo dello Stato sarà lì per 7 anni a firmare le leggi. Quindi la partita sul Presidente della Repubblica è parallela a quella sulla nuova classe dirigente.

3)      Ho scritto più volte che l’anomalia M5S può continuare ad esistere e a immettere innovazione nel sistema della politica solo se rimane tale. Un’anomalia. Una volta normalizzata sarà inutile. Al massimo ridotta al Movimento 5 Percento. E allora che si dia massima espressione all’anomalia. Che il M5S proponga 5 punti (non 20 slogan) – come le 5 stelle – da realizzare nei prossimi mesi. E che li proponga mediaticamente ai cittadini. E li mobiliti perché il Palazzo sia costretto a un’altra mossa, magari di facciata, ma che scalfisca un altro po’ il moloch del pensiero unico. La comunicazione politica si fa raramente con i silenzi stampa e con le conferenze chiuse da un “non accettimao domande”.

Io di idee ne avrei almeno un paio su come farlo. Ma Casaleggio ha un’intera agenzia a sua disposizione. Che si inventi qualcosa! O che volendo mi offra un consulenza 🙂


La logica del meno peggio

Grasso è Presidente del Senato grazie (anche) ai voti di alcuni neo eletti a 5 stelle. Meglio di Schifani? Beh, basta il cognome di quest’ultimo a dirlo. Ma battute a parte sì, meglio. Ma anche no.

La logica del meno peggio, dell’otturarsi il naso perché l’alternativa “no, no, no”. Del meglio Bersani che Berlusconi. Questa logica è esattamente quella che ci ha portato dove siamo. E che ancora tiene in piedi un partito come il PD, più bravo a celarsi dietro il politically correct dei suoi avversari. Politici scaltri contro politici cialtroni. Ma pur sempre la classe dirigente che ci ha condotto al 30% di disoccupazione giovanile.

Siamo sicuri di aver votato perché i nostri rappresentanti si facessero (al primo voto) interpreti di questa logica? Io, francamente, no. Certo non mi straccio le vesti perché so benissimo che fa parte del gioco. E lo detto più volte che un gruppo così fragile aveva due sole possibilità nella vasca degli squali. O fare come il banco di alici che si muove all’unisono o imparare a mordere più forte degli squali. La terza via consiste solo nel diventare il pasto degli altri.

Spero che non ci si sia avviati in questa direzione. Vista anche la notevole “discutibilità” dell’ex procuratore Grasso che viene acclamato come rappresentate del nuovo. Sarà!

Oggi Travaglio ne parla con parole ce condivido. Copio e incollo. Grassetti miei.

Gli innegabili aspetti positivi dell’elezione di Laura Boldrini e di Piero Grasso a presidenti di Camera e Senato li ha elencati ieri il nostro direttore Antonio Padellaro. Ma il coro di Exultet, con sottofondo di trombe e tromboni, che ha accompagnato la doppia votazione di sabato rischia di occultarne le ombre, che pure ci sono e vanno segnalate. A costo di passare per bastiancontrari.

1) È comprensibile che alcuni senatori di 5Stelle, pare di provenienza siciliana, non se la siano sentita di contribuire, astenendosi, al ritorno di Schifani (tuttoggi indagato per mafia a Palermo, sia pure con una richiesta di archiviazione dei pm pendente dinanzi al gip) alla presidenza del Senato. E abbiano dunque votato per Piero Grasso, evitando il peggio per la seconda carica dello Stato. Ma il metodo seguito non è stato dei più trasparenti: siccome tutti i candidati M5S si erano impegnati con gli elettori ad attenersi alle decisioni democraticamente assunte a maggioranza dai gruppi parlamentari, chi s’è dissociato dall’astensione decisa dal gruppo del Senato avrebbe dovuto dichiararlo e motivarlo apertamente, anziché rifugiarsi nel voto segreto. E precisare che lo strappo alla regola vale soltanto questa volta, in via eccezionale, trattandosi delle presidenze dei due rami del Parlamento, e non si ripeterà più.

2) Grillo, non essendo presente in Parlamento, deve rassegnarsi: i parlamentari di M5S saranno continuamente chiamati a votare sul tamburo, spesso con pochi secondi per riflettere, quasi sempre col ricatto incombente di dover scegliere il “meno peggio” per sfuggire all’accusa del “tanto peggio tanto meglio”, e neppure se volessero potranno consigliarsi continuamente con lui (che sta a Genova) e col guru Casaleggio (che sta a Milano). È la normale dialettica democratica, che però nasconde un grave pericolo per un movimento fragile e inesperto come 5 Stelle: la continua disunione dei gruppi parlamentari che, se non si atterranno alle regole che si sono dati, si condanneranno all’irrilevanza, vanificando lo strepitoso successo elettorale appena ottenuto. La regola non può essere che quella di decidere a maggioranza nei gruppi e poi di attenersi, tutti, scrupolosamente a quel che si è deciso. Anche quando il voto è segreto. Le eventuali eccezioni e deroghe vanno stabilite in anticipo, e solo per le questioni che interrogano le sfere più profonde della coscienza umana. Nelle prossime settimane il ricatto del “meno peggio” si ripeterà per la presidenza della Repubblica, per la fiducia al governo, per i presidenti delle commissioni di garanzia. Ogni qualvolta si fronteggerà un candidato berlusconiano e uno del centro o del centrosinistra, ci sarà sempre qualcuno che salta su a dire: piuttosto che Berlusconi, meglio D’Alema; piuttosto che Gianni Letta, meglio Enrico; piuttosto che Cicchitto, meglio Casini. Se ciascuno votasse come gli gira, sarebbe la morte del Movimento, che si ridurrebbe a ruota di scorta dei vecchi partiti, tradendo le aspettative dei milioni di elettori che l’hanno votato per spazzarli via o costringerli a rinnovarsi dalle fondamenta. ll che potrà avvenire solo se M5S, pur non rinunciando a fare politica, manterrà la sua alterità e sfuggirà a qualsiasi compromesso al ribasso, senza lasciarsi influenzare dai pressing dei partiti e dai media di regime.

3) Grasso e la Boldrini hanno storie diverse, non assimilabili in un unico, acritico plauso alla loro provenienza dalla mitica “società civile”. La Boldrini, per il suo impegno all’Onu in favore dei migranti, è una figura cristallina e super partes, mai compromessa con i giochetti della bottega politica. Grasso invece alle sirene della politica è stato sempre sensibilissimo, come dimostra la sua controversa carriera di magistrato antimafia: da procuratore di Palermo si sbarazzò dei pm più impegnati nelle indagini su mafia e politica e sulla trattativa Stato-mafia e trascurò filoni d’inchiesta che avrebbero potuto far emergere responsabilità istituzionali con una decina d’anni di anticipo; poi incassò la gratitudine del centrodestra, che di fatto lo nominò procuratore nazionale antimafia con tre leggi contra personam (incostituzionali) che eliminarono il suo concorrente Caselli; infine incassò la gratitudine del centrosinistra con la cooptazione nelle liste del Pd, dopo aver flirtato col Centro di Casini ed essersi guadagnato gli applausi del Pdl proponendo la medaglia al valore antimafia nientemeno che per Berlusconi. Solo la faccia del suo avversario Schifani può nascondere questi e altri altarini.

4) Il centrosinistra ha prevalso d’un soffio alle ultime elezioni col risultato più miserevole mai ottenuto da un vincitore nella storia della Repubblica: meno di un terzo dei votanti. Con che faccia Bersani e Vendola, nonostante le parole di apertura agli altri schieramenti per una distribuzione più equa delle presidenze delle Camere, se le sono accaparrate entrambe? Un minimo di decenza, oltrechè di spirito democratico, avrebbe dovuto indurli a rinunciare all’arroganza e all’ingordigia da poltrone, e a votare, senza mercanteggiare nulla in cambio, il candidato di 5 Stelle (o di un’altra coalizione) al vertice della Camera o del Senato.

5) A prescindere dai meriti e dai demeriti individuali, sia la Boldrini sia Grasso sono parlamentari esclusivamente grazie a quel Porcellum che i loro rispettivi partiti, Sel e Pd, contestano a parole e sfruttano nei fatti. Nessun elettore li ha scelti: sono stati cooptati nelle liste del centrosinistra dagli apparati, all’insaputa degli elettori, non avendo partecipato neppure alle primarie per i candidati. L’altroieri Vendola e Bersani li hanno estratti dal cilindro all’ultimo momento, senz’alcuna consultazione dei rispettivi gruppi, per dare una verniciata di nuovo alle vecchie logiche spartitorie che sarebbero subito saltate agli occhi se a incarnarle fossero stati i Franceschini e le Finocchiaro. Ma la sostanza non cambia. La Boldrini poi rappresenta un partito del 3% e ora presiede la Camera grazie a un altro meccanismo perverso del Porcellum: il mostruoso premio di maggioranza del 55% dei seggi assegnato allo schieramento che arriva primo, anche se non rappresenta nemmeno un terzo dei votanti. Grasso è presidente del Senato per conto di una coalizione minoritaria, con l’aggiunta decisiva di alcuni franchi tiratori del Centro e di 5 Stelle. Quanto di meno nuovo e trasparente si possa immaginare.

Da Il Fatto Quotidiano del 18/03/2013.

 


L’annosa questione della fiducia

I Piddini di tutte le provenienze insistono su questo punto. Il M5S deve assumersi la responsabilità di un’entrata nel Governo. Votino la fiducia al programma in 8 punti di Bersani. Ho cercato a più riprese, anche sui social network, di spiegare in controsenso implicito nella loro richiesta.

Oggi Claudio Messora lo illustra con una semplicità e una chiarezza impossibili da recepire. Leggete. E se non avrete capito nemmeno ora, mi arrendo. Contro la fede nulla può la scienza.

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Da Byoblu http://www.byoblu.com/post/2013/03/13/Perche-non-si-puo-dare-la-fiducia.aspx

Il Movimento Cinque Stelle ha detto fin da subito che non avrebbe votato la fiducia a un Governo Pd. Questa posizione è stata ovviamente criticata dall’esterno, e forse anche da qualcuno all’interno. Per comprenderne le ragioni, bisogna capire bene cosa significa, questa benedetta “fiducia”. Non a tutti è chiaro. Oggi lo spieghiamo anche alla proverbiale casalinga di Voghera.

La nostra forma di Governo prevede, tra le altre cose, un bicameralismo perfetto (unico caso nel mondo. Ovvero – in soldoni – tutte le leggi devono essere approvate e possono essere modificate da entrambe le Camere) e il meccanismo della fiducia. La “fiducia” è introdotta dall’art.94 della Costituzione italiana (e no, non bisogna essere fini costituzionalisti per leggerla e capirne il senso: la Costituzione è stata scritta perché la comprendessero tutti).
Art. 94
Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.
Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.
Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.
La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

L’Italia è una Repubblica Parlamentare (e questo va ricordato, ogni volta che si fa una critica sulla proposta di prorogatio all’attuale Governo). Questo significa che l’organo titolato ad esercitare la potestà legislativa (fare le leggi) è principalmente il Parlamento. Il Governo ha semmai il ruolo di indirizzo politico: la sua iniziativa legislativa è sempre e comunque subordinata. Può cioè dare esecuzione a strategie politiche, che poi trasforma per esempio in decreti legge, i quali però devono sempre e comunque essere convertiti in legge dal Parlamento (entro 60 giorni), altrimenti decadono. Per entrare in carica, il Governo deve farsi dare la fiducia, e siccome operiamo in regime di bicameralismo perfetto, la fiducia deve essere data sia alla Camera dei Deputati che al Senato della Repubblica. Perché si fa questo passaggio? Senza bisogno di aprire un manuale di Scienza Politica (ce l’ho, se volete lo tiro fuori), diamo un’occhiata a Wikipedia che lo spiega bene. In relazione alla votazione della fiducia con “mozione motivata” e per “appello nominale”, si legge:

« Queste ultime due disposizioni hanno un preciso scopo: quello di creare una stabile maggioranza politica. L’obbligo di motivare la mozione fa sì che i vari gruppi si impegnino, se favorevoli, a sostenere il Governo in modo stabile. La votazione a scrutinio palese serve a far sì che i vari parlamentari si assumano la responsabilità politica personale di sostenere il Governo. »

Tutto chiaro? La fiducia non è un atto formale che permette ad un Governo di entrare in carica, come qualche commentatore interessato cerca di far credere per semplificare a proprio vantaggio il casus belli, ma un vero e proprio atto di corresponsabilità politica di fronte al Paese e agli elettori, che per di più  deve essere stabile. La fiducia non si dà e non si toglie come si sale e si scende dal tram: questo sì, sarebbe da irresponsabili.
Tant’è vero che per togliere la fiducia a un Governo in carica la procedura si complica. Il primo voto di fiducia, quello che permette a un nuovo Governo di entrare in carica, è infatti un atto propositivo sul quale tutte le forze politiche sono chiamate immancabilmente ad esprimersi. La revoca della fiducia, invece, si può avere solo se qualcuno ne fa proposta (mozione di sfiducia) e se questa proposta viene sottoscritta da un numero sufficiente di parlamentari (un decimo per Camera, dunque nel caso di Montecitorio almeno 63 deputati). Inoltre, qualora la mozione avesse i requisiti per essere inserita all’ordine del giorno, non potrebbe essere discussa prima di tre giorni, perché (come nei casi di divorzio matrimoniale), si deve dare l’opportunità a chi l’ha presentata di ripensarci, magari sfiancandolo con estenuanti pressioni. E infine, ovviamente, bisognerebbe avere una maggioranza che la vota.

Supponiamo ora che il Pd presentasse un programma di Governo in cui, per assurdo, ricalca tutto quello che vuole fare Grillo. Dico “per assurdo” perchè, a quel punto, tanto varrebbe avere direttamente un Governo a Cinque Stelle. Supponiamo anche che i 162 parlamentari pentastellati, colti da raptus o irretiti dalle reiterate richieste di “responsabilità”, dopo il discorso parlamentare di Bersani (senza conoscere i contenuti del quale non ha senso neppure interrogarsi sulle intenzioni dei cinque stelle, visto che prima si ufficializza una proposta e solo dopo la si può votare), votassero per questa benedetta fiducia. Dal giorno dopo, il Partito Democratico avrebbe il viatico per iniziare la sua azione di Governo. Rispetterebbe l’indirizzo politico dichiarato per ottenere la fiducia? Questo è il problema.

Parliamo dello stesso partito che fa “parlamentarie” per definire liste di candidature in cui antidemocraticamente impone veterani vietati dallo statuto, come la Bindi. Parliamo dello stesso partito le cui ingerenze nelle fondazioni bancarie hanno portato alla situazione che sappiamo di Monte Dei Paschi, e che non ha mai pubblicato l’elenco dei mutui ottenuti dai suoi dirigenti/funzionari/parlamentari. Lo stesso partito del fiscal compact, del più Europa a tutti i costi, del conflitto di interessi che secondo Fassino non era una priorità degli italiani, e così via. Un partito che accusa gli altri di non essere democratici, ma che di democratico – visto l’establishment che non molla le redini – non ha poi molto. Un partito che insiste per governare perché sa benissimo che, se si tornasse alle urne, tutta la sua dirigenza verrebbe rasa al suolo e si farebbero avanti nuove leve, con tutto il loro entourage, come Matteo Renzi. E che per questo fa lanciare appelli su appelli a una presunta responsabilità, sia manipolando petizioni altrui e presentandole come se fossero della base del Movimento Cinque Stelle (Viola Tesi, esponente del Partito Pirata), sia lanciando i suoi intellettuali  su Repubblica.

La verità è che, con tutta probabilità, il Partito Democratico continuerebbe a fare quello che ha sempre fatto, ovvero i suoi interessi speculari e complementari a quelli del centrodestra, con la sola differenza che a permettergli di farlo, questa volta, sarebbe stato il Movimento Cinque Stelle, con il viatico del suo voto di fiducia. Cosa accadrebbe infatti dei punti condivisi con i parlamentari del Movimento? Si arenerebbero nelle sabbie mobili dei ministeri, dove Berlusconi stesso sosteneva che non si può spostare neanche una pianta. Basta vedere come sono riusciti a prendere in giro gli italiani con la legge per la riduzione degli stipendi dei parlamentari: fecero una commissione per valutare la media ponderata degli stipendi dei loro colleghi negli altri paesi d’Europa, parametrata al costo della vita e, poiché era troppo complicato derivarla, il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, posto a capo della commissione, dopo mesi e mesi dovette dimettersi e dichiarare un nulla di fatto. Ragion per cui gli stipendi rimasero quelli che sono. Sarebbe bastato restituire al Tesoro la parte eccedente a una quota prefissata, per esempo i 5 mila lordi dei “grillini”, o in alternativa fare una legge di un articolo solo, e avrebbero evitato di prendere in giro tutto il Paese. Ecco, quella è la stessa gente che oggi vorrebbe la fiducia su quegli stessi punti.

Di contro, potrebbero fare decreti legge sulle materie che più a loro interessano, sicuri di una conversione parlamentare che otterrebbero con una maggioranza questa volta estranea al Movimento Cinque Stelle, da realizzarsi sui singoli punti di interesse comune tirando dentro di volta in volta i montiani e il pdl. E cosa potrebbe fare, il Movimento Cinque Stelle, per opporsi? Nulla, perché anche qualora proponesse una mozione di sfiducia, non avrebbe la maggioranza per approvarla. Il Paese continuerebbe esattamente come prima, solo che, per la definizione di fiducia data sopra, ad assumersi la responsabilità politica personale di avere sostenuto il Governo questa volta sarebbe stato il Movimento Cinque Stelle. Questo sì, sarebbe un tradimento dell’elettorato. Non è evidente?

Obiezione: ma allora perché, se gli scenari per le due coalizioni più votate sono quelli, non partono direttamente con una fiducia Pd-Pdl su un Governo di larghe intese? La risposta è semplice ed è ancora una volta implicita nella definizione di fiducia. La fiducia è una dichiarazione di intenti. Sarebbero costretti a dichiarare un programma ed un’alleanza preventiva che li inchioderebbe di fronte al Paese e all’elettorato, mentre i singoli voti sulle singole leggi successive non avrebbero tale valenza incontestabile e potrebbero essere giustificati di fronte all’opinione pubblica dalle circostanze e dalle opportunità politiche (la grave situazione del Paese e così via…).

Qual è, dunque la soluzione al rebus? Bisogna partire da un assunto chiave: qualsiasi governo si formi, non sarà stabile. Al Senato della Repubblica non c’è una maggioranza dello stesso colore politico di quella che, grazie al Porcellum, domina la Camera. Questo è fuor di discussione. Per questo si naviga a vista e si circoscrive il programma di indirizzo politico a un piccolo numero di leggi o riforme necessarie e facili: la legge elettorale, gli sprechi e i costi della politica, la legge sui rimborsi elettorali e poco altro. Addirittura – sospetto per non consegnare il Paese a Grillo – il Pd vorrebbe anche solo la legge elettorale e poi al voto.
Domanda: visto che l’orizzonte politico è questo, è proprio necessario un Governo per realizzarlo? Ovviamente la risposta è no. Sono cose che (lo dissi, e Tremonti era più d’accordo di me, due settimane fa a L’Ultima Parola) potremmo fare anche io e voi. Un’esempio? Ecco la nuova legge elettorale: “Art.1. Il Porcellum è abrogato. Art.2. La presente legge entra in vigore il giorno dopo della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale”. Basta così poco? Certo: per il principio che l’Italia non può stare senza legge elettorale, perché risulterebbe impossibile formare parlamenti successivi (perlomeno senza una nuova costituente), automaticamente tornerebbe in vigore il Mattarellum. Si può discutere se fosse buono o cattivo, ma forse era un po’ meglio del Porcellum. Senza arrivare a tanto, in ogni caso, è il Parlamento (ricordate che siamo una Repubblica parlamentare?) che ha l’iniziativa legislativa: potrebbe semplicemente e in pochissimo tempo dividersi in commissioni, fare le sue proposte di legge e votarsele. E, visto che sarebbero state ampiamente discusse nelle varie assemblee, avrebbero un’altissima probabilità di recuperare maggioranze, anche di volta in volta diverse, per la loro approvazione.

O, se proprio non si riesce a fare pace con l’idea che le leggi, in una Repubblica parlamentare, le fa il Parlamento senza problemi (e ci mancherebbe altro!), visto che i punti essenziali sono punti condivisi dai Cinque Stelle, si potrebbe affidare il Governo a loro. Non hanno esperienza? Non è rilevante: si tratterebbe solo di un atto formale per realizzare, con il contributo di tutti, poche cose. In primis, appunto, la legge elettorale. Tutti ci fanno un figurone e possono tornare al voto sereni.

Tutto il resto si spiega solo alla luce della perniciosa e disperata volontà di restare aggrappati alle leve del potere, trascinando con sé anche l’unica forza di reale cambiamenteo del Paese.