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Renzi in diretta: la grande menzogna

grecia-crisi-120110132543_bigFinalmente sono riuscito a decidermi. Dopo settimane di analisi e di riflessioni so cosa farò il 25 maggio. D’altra parte le elezioni europee hanno definitivamente assunto le sembianze di un referendum su questo governo. E’ inutile, infatti, prendersi in giro. L’Europa non cambierà corso nel breve tempo. Il cambiamento nel nostro continente avverrà “the hard way” (nel modo più duro e cruento). L’incapacità e la collusione della politica hanno fatto sì che il mutamento, se ci sarà, sarà sofferto. Lancinante. E si lascerà dietro una lunga scia di cadaveri. Non sarà guidato dai rappresentanti eletti dai popoli europei. Ma dalle spinte centrifughe della speculazione finanziaria. Non sarà piacevole. Di conseguenza pensare di votare questo o quello nell’illusione di perseguire un “progetto europeista” o “anti-tale” è un’illusione.

Dunque le prossime europee servono solo a rafforzare o a indebolire il governo in carica. Rendiamocene conto fin da ora perché è così che tutte le forze politiche leggeranno il risultato elettorale.

Dunque cosa farò il 25 maggio?

Parto da ieri sera. Per puro caso ho acceso la radio e ho ascoltato una lunga intervista a Renzi. Una delle trasmissioni di analisi politica del primo canale RAI. Al termine dell’intervista il conduttore apriva il confronto con gli ascoltatori. Ovviamente filtratissimi. La critica più severa all’operato del governo la sollevava un piccolo imprenditore veneto che si lamentava dell’eccessiva pressione fiscale. Ovvero l’incarnazione perfetta di due delle più efficaci creazioni mediatiche del nemico dei nemici: l’evasore (perché se sei un piccolo imprenditore sei per definizione un evasore) e il secessionista (il tipo aveva in effetti votato al referendum per la separazione del Veneto). Dico questo semplicemente per inquadrare il tipo di trasmissione in cui si inserisce l’intervista. Ovvero un contenitore senza spigoli e con le pareti belle imbottite cosicché l’ospite non abbia ad essere disturbato da attacchi troppo ortogonali o troppo informati. Contesto nel quale le affermazioni di Renzi diventano ancora più gravi. Nemmeno giustificabili dall’attenuante di un dibattito troppo serrato o incalzante.

E vengo ai deliri del presidente.

A un certo punto il conduttore gli chiede, presidente ha visto gli ultimi dati sulla crescita? Sembra che si sia tornati a valori negativi?

E lui inizia a recitare a memoria numeri che vanno da -08% a +1, qualcosa per cento. Ancorati a questa o a quella annualità. A questo o a quel trimestre. Blaterando una sequela confusa di idiozie sulla necessita di individuare bene il periodo considerato. Ma di cosa parla Presidente? -0,8? +1 e qualcosa? Negli ultimi 20 anni l’economia italiana ha subito cali da percentuali a 2 cifre e lei si considera soddisfatto da variazioni insignificanti come queste?

Ma il bello deve ancora venire.

Il conduttore lo incalza e gli chiede, presidente ma tutti questi che dicono che la colpa è dell’Europa? Che da quando c’è l’euro Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia … tutti insomma … hanno visto decrescere sia il PIL che il PIL pro capite? Che l’unico Paese a crescere in Europa è la Germania?

E lui … Questi gufi dovrebbero chiedersi perché la Germania cresce invece di chiedersi perché tutti gli altri sono in recessione. Che cosa ha fatto la Germania che tutti gli altri non hanno fatto? La Germania ha fatto le riforme strutturali. La riforma della burocrazia. La riforma del lavoro. E’ per questo che loro crescono e noi no. Ma con il mio governo siamo sulla buona strada. Come detto abbiamo presentato una riforma al mese. Senato. Lavoro. Burocrazia. E ora a maggio la riforma degli 80 euro.

Sarebbe bastato spegnere a quel punto per capire che ormai quelli che volevano la fantasia al governo si sono talmente corrosi da averci portato l’idiozia (o la sua sorella più furba, la rapacità). Ma ho continuato. E il resto non è stato altro che un continuo sottolineare i concetti di cui sopra. Giocando una dopo l’altra le solite carte becere del “che succederà ai mutui se crolla l’euro” e “che farebbero le aziende se la moneta unica non ci fosse più” e “l’inflazione sarebbe una tragedia se fossimo costretti a svalutare”. Tutto il repertorio scritto per il PD da Boeri e a cui nemmeno Boeri crede più. Il peggio del peggio insomma. La grande menzogna elevata al quadrato grazie al peso del relatore.

Ora, potrei mettermi a citare gli studi di 7 premi Nobel per l’economia per spiegare indirettamente a Renzi che la Germania non cresce perché ha fatto le riforme. Ma perché il cambio fisso stabilito con l’euro è stato utilizzato ad arte per rilanciare le esportazioni tedesche proprio a discapito di qeulli che dovrebbero essere i partner europei e ce invece sono sempre stati e continuano ad essere dei competitor sul mercato. Ma va beh, poi bisognerebbe spiegargli anche che il debito pubblico non c’entra niente e che il problema è la bilancia dei pagamenti. E che quando un sistema economico capitalista è sotto l’attacco di una crisi sistemica sono le politiche espansive a salvarlo dalla bancarotta, non le austerità ragionieristiche. Ma lo sappiamo … non c’arriverebbe.

Ora, potrei mettermi a cercare gli articoli dei quotidiani tedeschi che raccontano la riforma del lavoro avviata dagli omologhi schroderiani di Renzi e il massacro delle buste paga targato SPD. Che raccontano di come anche grazie alla svalutazione interna (leggi abbassamento dei salari dei lavoratori) i tedeschi crescano più degli altri. Potrei far notare al presidente come il suo jobs act in realtà non sia che la fotocopia venuta male di quella controriforma scellerata. E che lui la vorrebbe applicare non alla Germania che cresce ma all’Italia in recessione.

Ora, potrei far notare al presidente che la Cina iper burocratizzata è cresciuta per un decennio con una rete di mandarini inossidabili da sfamare che in confronto le collusioni fra i suoi colonnelli e i vassalli delle cooperative rosse fanno sorridere come una sitcom britannica. E che quindi la burocrazia sta alla crescita come il cacio cavallo sta alla cucina norvegese.

Potrei fare tutte queste belle cose, presidente, per spigare la sua grande menzogna. Ma sentirla definire i suoi 80 euro ai redditi sotto la soglia della decenza un riforma è stato veramente troppo. La sua riforma di maggio, l’ha chiamata! Per un attimo ho pensato che fosse il primo aprile e stessero facendo uno scherzo agli ascoltatori. Che lei fosse Crozza che provava a fare la sua imitazione. Che lei non stesse, di fatto, raccontando in diretta agli italiani che Achille Lauro (con la sua scarpa in cambio del voto) fosse stato il più grande riformatore italiano. Ma davvero pensa che l’Italia sia popolata da 60 milioni di deficienti?

La decenza ha decisamente una soglia invalicabile. Che dopo la grande menzogna sull’Europa ci si spinga fino alla presa per il culo esplicita e spudorata dell’elettore è veramente troppo. Che per l’ennesima volta gli si elemosinino 80 euro per poi raccontargli che l’unico modo per crescere è sottomettersi all’inevitabilità di quelle che lei chiama riforme. Delle sue riforme. Di quelle oscenità che renderanno sempre più ampio il bacino dei destinatari della sua scarpa da 80 euro. Mi perdoni, presidente, ma è veramente troppo.

Anche per uno come lei.

Tutto sommato devo ringraziarla presidente. Mi ha tolto d’impaccio. Fino a ieri sera avrei giurato che mi sarei astenuto. Tuttavia, sentendola chiara dalla sua voce, non mediata dal scegli e riporta dei giornali, dal taglia e incolla dei social media …. Ascoltandola chiara e limpida nelle sue parole, la grande menzogna (e la beffa che ad essa ha fatto seguito), finalmente ho deciso.

Il 25 maggio andrò a mettere la mia crocetta sulla scheda. Con tutti i dubbi e le perplessità. Con la piena consapevolezza dei limiti e delle distanze che su molti temi mi separano dal Movimento 5 Stelle andrò e li voterò. Contro di lei presidente e contro tutto ciò che il suo partito e le sue larghe intese rappresentano. Contro la sua incompetenza e la sua collusione.

Perché se proprio questo Paese deve toccare il fondo prima che le prossime generazioni possano avere le chance di quelle passate, che almeno su quel fondo possano calpestare la vostra ingordigia.

Complimenti presidente, parli più spesso in pubblico, perché ieri sera lei ha conquistato un altro voto … ai suoi avversari.

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Un Grillo non fa primavera

Quella dell’Europa di primavera. Quella della crescita …. che non ci sarà. Quella del benessere …. che non tornerà. Quella di un’opposizione che sui temi fondamentali dell’economia ….. sta indietro anni luce.

Il Movimento 5 Stelle continua imperterrito la sua marcia sul sentiero sbagliato. Assecondando e concentrando la rabbia dell’elettore (nemmeno so se medio, saranno i numeri a dirlo) contro la corruzione, l’inciucio, il malgoverno. Tutti temi sacrosanti ma che NULLA hanno a che fare con la situazione economico-finanziaria del Paese. Negli anni ’80 l’evasione e la corruzione erano ben più pervasive, eppure i nostri genitori stavano meglio di noi. Con uno stipendio viveva anche una famiglia. Ora con 2, di stipendi, è già tanto se arrivi alla fine del mese.

I “pugni sul tavolo” dello slogan per le europee non sono né originali (li hanno usati tutti i politici italiani dal Berlusconi antiteutonico in qua) né funzionali. Sono uno slogan vuoto e privo di senso. Che al massimo procurerà ai cittadini eletti un bel mal di mani. Come dice Sapir l’Europa non si cambia, si smantella.

Per le elezioni di fine maggio sono veramente in difficoltà. Dal punto di vista delle politiche macro-economiche (ovvero l’asse centrale attorno a cui ruota il nostro futuro e sulle quali si gioca il confronto elettorale) la posizione del M5S è identica (nella sostanza) a quella dei partiti delle larghe intese (PD, FI, NCD e satelliti vari).

Se dovessi guardare alle europee per ciò che sono (elezioni europee) dovrei andarmene in montagna quel giorno.

Se le dovessi guardarle per ciò che necessariamente verranno considerate (un test di tenuta dell’attuale governo, quindi di fatto elezioni politiche italiane), dovrei andare e votare l’unico partito di opposizione in grado di avere i numeri per deragliare la devastante alleanza centro-destra centro-sinistra che insanguina questo paese dai primi anni ’90.

Chissà ….

intanto di seguito una bella collezione di idiozie economiche e auto-smentite di Grillo e Casaleggio nel corso dei mesi.

Fonte: il forum economia di Cobraf.com

Euro

Casaleggio, video del maggio 2013: “se usciamo dall’euro dopo un po’ la lira vale zero, ammesso che torniamo alla lira”, per Casaleggio la priorità non è la svalutazione competitiva perché “prima bisogna risolvere il problema della corruzione, dell’efficienza, della burocrazia”. “vi ricordo alla fine degli anni ’80-’90 che non riuscivamo ad andare neanche all’estero, la lira non valeva niente, le vacanze all’estero erano una cosa impossibile,bisogna far sì che il sistema paese diventi competitivo, poi eventualmente si può pensare alla svalutazione competitiva ”..
Strano… nel 1988 io sono andato a studiare in America…chissà con che cosa avrò comprato i dollari necessari…lire no, dice Casaleggio perchè all’epoca nessuno le accettava e lui è un noto manager come dice Grillo, allora con cosa avrò pagato.. forse pepite ?

Casaleggio è sulla stessa posizione del PD

(Grillo)  … si potrà svalutare la cara vecchia lira del 40-50% , e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive”
“Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro e sì o no all’Europa” . I trattati internazionali non possono essere soggetto di referendum, secondo l’Articolo 75 della Costituzione.
1 dicembre 2011:  Ci sono due posizioni opposte sull’euro, entrambe con pari dignità . Occorre referendum in proposito”.
20 aprile 2012: “Bisogna iniziare a discutere di uscita dall’euro, non deve essere un tabù”
Primavera 2012: Intervista Sortino a Grillo: “Io sono per valutare una seria proposta di rimanere in Europa ma uscire dall’euro, con il minor danno possibile”. Con altri giornalisti “90 su 100 ci riprendiamo la lira”.
28 giugno 2012: “Io non sono contrario all’euro in principio. Ho detto che bisogna valutare i pro e i contro e se è ancora fattibile mantenerlo. Ma, se usciremo dall’euro, sarà solo a causa del nostro enorme debito pubblico.”
22 febbraio 2013, Piazza S. Giovanni : “Io non ho mai detto di uscire dall’Europa, io non ho mai detto di togliersi dall’euro . Voglio una consultazione popolare”

Slot machines
(Grillo) “Le aziende delle slot machines hanno evaso 98 miliardi” Si tratta in realtà della cifra delle multe stimate e calcolate per i due anni che le slot machines sono state scollegate dalla rete nazionale dei Monopoli di Stato. Infatti la Corte dei conti stabilì che l’importo reale da pagare era 2,5 miliardi. Va ricordato che l’importo massimo dei ricavi del gioco delle slotmachines è stato di 80 miliardi l’anno (2012), per cui l’utile su cui pagare le tasse (che sarebbero state evase in parte per i due anni) è ovviamente una frazione di questa cifra (in altre parole chi parla di 98 miliardi confondeva il fatturato con l’utile, se fosse vero che in due anni hanno evaso 98 miliardi i loro utili pre-tasse sarebbero stato sui 250 miliardi in due anni !!! Gtech varrebbe come Apple…)

Beppe Grillo alla tv pubblica tedesca Ard: ”Dobbiamo realizzare un piano comparabile con l’Agenda 2010 tedesca”, ovvero quella dall’ex cancelliere Gerhard Schroeder, e che gli ha fatto perdere le elezioni successive. ”Quel che ha dato buoni risultati in Germania, lo vogliamo anche noi”, dice lui.

Debito Pubblico
(Grillo) “L’85% del debito non è in mano nostra […] è in mano alle banche! Di cui la metà straniere: francesi, inglesi, tedesche.” In realtà il debito attribuito a soggetti definibili raggiunge solo il 27,3%, un dato assai lontano dall’85% menzionato. A questo dato va sommata la quota detenuta dalla Banca d’Italia (4%), di conseguenza il debito in mano agli istituti bancari raggiunge il 31,3% mentre la restante somma appartiene a soggetti privati.
“Non siamo falliti perchè metà del nostro debito era in mano alle banche francesi e alle banche tedesche. Se fallivamo noi ci portavamo dietro la Francia e la Germania quindi tutta l’Europa.” Nel 2010 la Francia aveva in pancia il 20.93% del debito pubblico italiano, mentre la Germania solo il 7.78%, per un totale complessivo di 28.71%. Il debito complessivo nel 2010 era pari a 1.841.912 milioni di euro.
“Metà del nostro debito è in mano a banche straniere – 511 miliardi ce l’hanno i francesi, 200 miliardi i tedeschi” (2012). Il dato fornito da Grillo viene smentito dal Bollettino Statistico di Bankitalia. A maggio 2012 il debito in mano a tutti i non residenti ammontava a 690 miliardi, pertanto solo le banche tedesche e francesi non potevano avere in pancia 711 miliardi di debito (ne avevano meno della metà).

Lira
Nel post intitolato “Il Diavolo veste Merkel” “Solo così l’Italia tornerà a vedere la luce. Una prova? Usciti dallo SME nel 1992, svalutata la lira di quasi il 20% e riguadagnata la sovranità monetaria, il rapporto debito / PIL scese dal 120% del 1992 al 103% del 2003” . La rapida discesa del nostro indebitamento non è coincisa con la svalutazione della lira, bensì proprio con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria, formalmente avvenuta nel 1993 – Trattato di Maastricht – e poi sostanzialmente il primo gennaio del 1999, dopo che il nostro governo riuscì a rispettare i parametri previsti dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997 adottato al Consiglio europeo di Amsterdam. Fino al 2006/2007 il costo del debito è sceso grazie all’euro, tanto che nessuno all’epoca sapeva cosa fosse lo spread, tanto era minima la distanza tra paesi forti, la Germania, e le nazioni economicamente più deboli, come la Grecia.

Opere Pubbliche
Grillo ha detto in un comizio del 20 febbraio 2013 che “un terzo del pil lo spendiamo per opere che crollano e un altro terzo per aggiustarle” . Quindi il 66% del pil sarebbe speso in opere pubbliche. Chi, come, dove e quando? Qual è la fonte? Non esiste. Basta leggere il bilancio dello Stato per verificare che tale misura non raggiungeva l’11% due anni fa e il 9% attualmente.

Province
Nel suo post “L’oracolo della Consulta e le province eterne” scrive che “i risparmi derivanti dall’abolizione delle province sarebbero di ben 17 miliardi di euro”. Il costo delle province si aggira intorno a quella cifra (erano 14 miliardi nel 2005). Di quei 14 miliardi del 2005 poco più della metà andava in istruzione pubblica (18%), trasporti (9%) e gestione del territorio (24%)! Il risparmio potrebbe essere (stima ottimistica) di 2 miliardi e non 17.

UE
“un terzo del bilancio europeo è speso per traduzioni”. Il bilancio del 2012, a essere precisi, è di 147 miliardi, e le traduzioni sono costate 330 milioni… ” l’Italia fornisce un terzo del bilancio dell’Unione Europea”. A essere precisi è il terzo paese per contributi, che è diverso, perché significa che versa 14 miliardi su circa 140, cioè un decimo. “i soldi del bilancio vanno in ipermercati e strade e petrolio…” La metà dei fondi europei, a essere precisi, vanno in sovvenzioni per l’agricoltura. Poi Grillo ha citato alcuni grattacieli in bambù che Renzo Piano avrebbe progettato in Australia: a essere precisi in Australia non esistono grattacieli in bambù progettati da Renzo Piano, a Melbourne semmai esiste un palazzo di legno (non in bambù e progettato da altri) che comunque è costosissimo. Poi ha detto che la Francia ha un bilancio di 17 miliardi di euro inferiore al nostro. A essere precisi è di 300 miliardi superiore.


Il solito trucco

Ormai è abbastanza facile rendersi conto quali questioni sono del tutto irrilevanti per la vita dei cittadini. Basta leggere le notizie sui media mainstream (ma anche su buona parte di quelli dell’era social che spesso non fanno che sostituirsi all’urlo dello strillone di inizio secolo).

Ma come, devo saltare proprio le notizie principali? Ma non sono quelli i fatti più importanti?

Domande lecite, per carità. Se non fosse per il fatto che le maggiori testate sono controllate da gruppi con interessi ormai coincidenti. Se non fosse che l’effetto delle larghe intese e degli inciuci è ormai quello di rendere praticamente identici i pezzi di libero e dell’Unità. Tanto per citare quelli che dovrebbero essere gli organi di riferimento dei due estremi dello spettro.

Una prova qualunque?

“Faccio caciara, ergo esisto Il triste epilogo del grillismo 11 Movimento che doveva ribaltare il Palazzo non è mai stato veramente incisivo. Per uscire dall’isolamento ha quindi scelto lo scontro permanente. Ma così tradisce 8 milioni di voti GRILLINI SENZA FRENI CAMERA A 5 STALLE Urla, spintoni, botte, offese sessuali: i deputati di Grillo prendono d’assalto il Parlamento È la certificazione del loro fallimento: non toccano palla e fanno casino per far vedere che esistono” [Libero]

Quei giochi pericolosi di Beppe & C Sulla pelle dell’Italia MASSIMO ADINOLFI QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI COMINCIANO A GIOCARE. I DURI E I GRILLINI. SOLO CHE IL GIOCO SI CHIAMADEMOCRAZIA PARLAMENTARE,e troppa durezza rischia di ammaccarlo seriamente. Le cronache di queste giornate raccontano di insulti, risse, occupazioni [Unità]

Potrei proseguire con praticamente tutti gli altri quotidiani, siti di informazione e servizi televisivi con la sola eccezione del Fatto Quotidiano. Ve lo risparmio, sarebbe un dejavu continuo. E la ripetizione è così ossessiva che chi usasse solo quelle quali fonti di informazione rischierebbe addirittura di crederci. A maggior ragione se mezzi di informazione all’apparenza così diversi fra loro dicono la stessa cosa.

Quando succede così, però, non è nemmeno sufficiente prenderne atto, alzare le spalle e risettare l’interpretazione. Questa fase oggi è fin troppo facile. Cerchi le notizie più grandi, più strillate, più ripetute e per avere qualcosa di simile ai fatti che gli stanno dietro le ribalti a 180°. E’ un artificio chiaro. Un’iperbole. Come dire che tutte le parole spagnole sono piane e quelle inglesi sdrucciole. E’ chiaramente un’esagerazione. Ma nel dubbio è uno strumento che un’alta percentuale di riuscita. Proprio come quando in spagnolo o in inglese incontri una parola che non sai pronunciare e ti devi buttare.

Non basta dicevo. Perché quasi sempre l’urlo mediatico, il polverone notiziario, non sono nient’altro che il fumogeno lanciato per nascondere il vero atto progettato da un decisore accorto che sa di fare qualcosa di inammissibile. Si chiama strategia della distrazione. In guerra fa parte delle tecniche di base dello scontro. Perché non dovrebbe funzionare in politica, che è solo la maniera socialmente accettabile con cui si raggiungono i risultati di una guerra senza prendere in mano le armi e spargere sangue in maniera contenstuale?

Ciò su cui si dovrebbe riflettere è che in guerra l’inganno, la deception, il fumo, vengono utilizzati per farsi beffe del nemico. Nella politica servono a farsi beffe del cittadino. Ergo … mutatis mutandis …

Anche di questo volete la prova?

Mentre imperversa la fuffa sulla legge elettorale – come se ne esistesse una ce risolve tutti i problemi dell’ingovernabilità di un paese – guardate che succede.

La gravissima vicenda della privatizzazione di Bankitalia

Fonte: http://www.senzasoste.it/nazionale/la-gravissima-vicenda-della-privatizzazione-di-bankitalia

Tutti ricordiamo il tormentone Imu sì-Imu no, una bolla mediatica che ha accompagnato la vita politica istituzionale per metà 2013. È stato sostituto, sempre con Silvio protagonista (complimenti, anche vicino al sarcofago riesce a condizionare i nanerottoli politici di via del Nazareno) dall’altra bolla mediatica, quella della legge elettorale.

Bene, immaginate che casino succederebbe se qualcuno grosso, qualcuno di importante, volesse imporre una bella patrimoniale, di quelle toste. Già, immaginate il coro dei Roberto Speranza, uno che la parte l’ha imparata presto: “irresponsabile”, “populista” etc., e i sottili distinguo dei sindacalisti gialli Camusso e Landini sulla patrimoniale.

Il problema, non proprio leggerino, è che la proposta di una forte patrimoniale per l’Italia, sempre per il rigore dei conti pubblici, non l’ha avanzata qualche populista ma la Bundesbank. Eh sì. Era in prima pagina due giorni fa sulla Handelsblatt e su Die Welt, edizione online di entrambe le testate.

Così, mentre le prime pagine dei giornali italiani sono rigonfie di cose inutili, la banca centrale del principale paese dell’eurozona ha chiesto per noi una bella stangata (non esiste legge elettorale che risolva il problema della rappresentanza e dei processi decisionali. Ma da prima dello scioglimento del Pci i “riformisti” hanno provato questa droga del politico detta “legge elettorale”, e non hanno più smesso…).

D’altronde, con un’economia paralizzata cosa credete che voglia il grande fondo estero, come garanzia, per comprare i nostri titoli? Ma i nostri patrimoni! Grandi e piccoli che siano, basta non averli alle Cayman (come lo sponsor di Renzi). Così vuole la Bundesbank.

E che rapporto c’è tra queste necessità della Bundesbank e il decreto Imu-Bankitalia presentato furbescamente alla televisione e alle camere? Se qualcuno crede che le comparsate della Boldrini servano per garantire il rispetto alle istituzioni, viva il suo Nirvana e non proceda oltre nella lettura. Sennò ascolti un dettaglio. Prima di tutto mettere l’Imu nel decreto è costruire un cavallo di Troia (absit injuria verbis) per far passare tre perle:

1) L’aumento dell’acconto Ires.

2) La “sanatoria” sul gioco d’azzardo, che è un regalone a tutte le agenzie che dovevano somme astronomiche allo Stato.

3) La sterilizzazione del potere di veto del ministero dei beni culturali e (sic) del Ministero dell’Ambiente sulle dismissioni (e vai con nuovi ecomostri).

E qui arriva la perlona contenuta nel decreto Imu che prende anche il nome del gioiello, diventando decreto Imu-Bankitalia. Cosa prevede il gioiello?

1) La legittimazione della proprietà privata dell’ente che solo nominalmente resterà pubblico (nomina del governatore, vero Re Pipino della situazione)

2) L’impossibilità del potere pubblico di poter dire alcunché sulla compravendita delle quote di Bankitalia (quindi se qualcuno o qualcosa che ha interessi che non coincidono con quello nazionale prende piede in Bankitalia, il pubblico non può porre veti. Solo per questo Napolitano meriterebbe l’impeachment, altro che…)

3) Si apre legalmente la strada ad un patto di sindacato, esplicito o occulto, dove una serie di soggetti finanziari che entrano nelle banche italiane fanno cosa gli pare di Bankitalia (guarda caso tre giorni fa qualcuno ha fatto la spesa con i titoli bancari italiani che sono andati anche a -16 in una seduta).

4) Le privatizzazioni possono essere pilotate da questo patto di sindacato ormai legittimabile da questo decreto (vedi vicenda Cassa depositi e prestiti).

5) Il patto di sindacato (cioè l’insieme delle regole volte a determinare l’assetto della proprietà di una società), possibile e sostenibile da hedge fund che hanno un portafogli largo quanto il nostro Pil, può a questo punto controllare l’oro di Bankitalia a sostegno dell’euro. Proprio come desidera la Bundesbank. E ce la vedete questa nuova Bankitalia, in mano a tutti fuorché all’Italia, opporsi nel caso alla patrimoniale come desiderata dalla Bundesbank? “Ragassi” – avrebbe detto il povero Bersani – “Sciamo in Europa..”.

A questo punto anche un elettore di centrosinistra, cioè uno che in politica fa uso di droghe nemmeno tanto leggere, capisce la verità. Che la “crescita” non esiste, non ci sarà. Ma solo un periodo di estrazione di risorse da questo paese. Fino a quando non ci sarà nulla da estrarre e i nostri giovani accetteranno salari da 250 euro il mese, competitivi con l’Ucraina che spinge per entrare in Europa a costo della guerra civile, facendosi prendere per fame. in un paese dai prezzi tedeschi causa tasse e balzelli.

Tutto questo ha un nome nei manuali di concorrenza economica. Si chiama strategia del “Beggar thy neighbour”. Ovvero: porta il tuo vicino a mendicare. Ci guadagnerai un sacco. Specie se nel paese del tuo vicino ci sarà qualche servo che dà del populista e dell’irresponsabile a chi si oppone al saccheggio.

La proposta della patrimoniale della Bundesbank è all’opposto della patrimoniale “de sinistra”. Si tratta semplicemente di tassare e spedire in Germania. “Prima” deportavano uomini e ricchezze e mettevano tutto nei vagoni piombati. Ora sono solo interessati alle ricchezze, ma senza disturbare il traffico ferroviario.

Diffidate gente. Diffidate.

Tanto per approfondire


Chi ha paura di Grillo?

E del Movimento Cinque Stelle, è necessario aggiungere. La domanda è lecita. Perché quando si attiva la logica dei due pesi e delle due misure (2P2M), allora qualcosa non quadra.

Un inciso prima di proseguire. Che siate d’accordo o meno con le proposte, le posizioni, i programmi del M5S la riflessione è comunque interessante dal punto di vista degli equilibri (forse meglio disequilibri) politici nel nostro Paese.

L’esempio più palese della necessità dell’interrogativo è il recente referendum interno al M5S sulla abrogazione del reato di immigrazione clandestina. 2 terzi degli aventi diritto hanno votato per l’abrogazione del reato. Esattamente il contrario di ciò che Grillo stesso aveva indicato. Puntuale è scattata la logica 2P2M. Se il leader zittisce i suoi iscritti si sollevano le urla di chi mette in dubbio la democrazia interna al Movimento. Se il leader si sottomette alle indicazioni del suo “popolo”, allora dovrebbe dimettersi (da cosa non si capisce). In sostanza un leader democratico non può esistere. O sei autoritario o devi dimetterti.

Tuttavia, a prescindere che siate d’accoro o meno con il reato in questione – o che siate d’accordo o meno con una o l’altra delle violazioni della democrazia – la cosa curiosa è da dove vengono gli strali contro il M5S

Inizia l’Unità:

Titolone in prima pagina “Grillo cade nella Rete”.

Poi l’articolo di Michele di Salvo

Dimissioni, se Beppe Grillo fosse un vero segretario

MICHELE DI SALVO «DALLE 10 ALLE 17 GLI ISCRITTI CERTI- FICATI HANNO ESPRESSO IL PARERE VINCOLANTE SUL VOTO che il gruppo parlamentare del Senato dovrà esprimere domani 14 gennaio sul “reato di clandestinità”. 15.839 hanno votato per la sua abrogazione, 9.093 per il mantenimento. I votanti sono stati 24.932. Gli aventi diritto erano gli iscritti certificati al 30 giugno 2013, pari a 80.383». Manca la firma «la Casaleggio e associati rende noto». Non si sa se anche approvi, ma tant’è. E con questo laconico comunicato che dal blog di Beppe Grillo, organo unico più che ufficiale del Movimento 5 Stelle, il popolo pentastellato apprende l’esito di questa consultazione, e tutti noi a nostra volta finalmente sappiamo, in barba all’articolo 67 della Costituzione, come il terzo gruppo in Senato voterà domani. Con questo comunicato si chiude – forse – una polemica politica e programmatica profonda, proprio con alcuni senatori che avevano sollevato la questione, rivendicato la decisione come comunque coerente con il proprio elettorato (e la propria coscienza), e ne era sorta una violentissima controversia, con un Beppe Grillo che si è lasciato sfuggire anche che «se avessimo detto che avremmo fatto questo ai nostri elettori avremmo preso percentuali da prefisso telefonico». I TEMI CARI ALLA GENTE Sl, un Beppe Grillo sempre molto attento ai temi «cari alla gente», non tutti, solo quelli vendibili in un populismo facile, senza troppe argomentazioni, condito con qualche cifra sbagliata e soprattutto senza mai rispondere alle domande scomode e senza mai rendere conto di molte sue affermazioni. Già, a un Grillo impegnato in questi giorni a definire una linea coerente con i suoi riferimenti europei, da Alba dorata ai No Euro alla parte movimentista del Fronte Nazionale, agli euroscettici inglesi e spagnoli, per un Beppe impegnatissimo a drenare i voti del centro destra tanto da «mandare in India» una sua delegazione perché finalmente si è accorto del caso dei marb, avere anche questa seccatura proprio non deve essere andata giù. Del resto il suo inseguimento della Lega Nord sui temi dei «clandestini criminali» e «immigrati che ci rubano il lavoro» è uno Stavolta a chi darà la colpa? Ai media contrari oppure ai complotti delle note lobby degli immigrati clandestini? dei pochi contenuti sui quali, c’è da dirlo, il Beppe nazionale e nazional-popolare non si è mai smentito. NIENTE DIKTAT Stavolta però sarebbe stato troppo continuare a far da sé, minacciare espulsioni e ritorsioni e diktat, perché di una qualche base hai pur bisogno se quanto meno alle elezioni europee vuoi presentare la lista della rabbia e dello sfascio. E allora dopo aver già messo a dura prova i suoi, decidendo da solo che «in Sardegna non ci si presenta» (numeri dei sondaggi alla mano sarebbe stata una debacle, ma non lo puoi mica dire e ammettere), una forma di «partecipazione» doveva tirarla fuori dal cilindro del suo blog. Ci ha pensato Casaleggio. Consultazione alla chetichella, poche ore senza alcun preavviso (le precedenti consultazioni erano state annunciate con svariati giorni di anticipo), e vediamo che cosa esce fuori. Gli è andata male. Stavolta ha perso Beppe Grillo. Certo, sarà colpa dei media contrari (che però per una volta non si sono occupati della vicenda), dei complotti delle note lobby degli immigrati clandestini, o per una volta di una sana e spontanea linea più che politica direi semplicemente «umana»? Certo quelle percentuali di votanti, appena 25mila su 80mila, qualche margine lo offrono. In fondo sarà stato per questo. In un qualsiasi partito o movimento anche solo tendenzialmente democratico, il «segretario» prenderebbe atto che la sua linea è stata bocciata, convocherebbe una direzione, un’assemblea, qualsiasi cosa di collegiale e rappresentativa della base «umana» del suo movimento, e si dimetterebbe. IL PROPRIETARIO Ma come fai nel caso di Grillo? Lui è il proprietario del logo, il presidente di un’associazione a tre con suo nipote e Gianroberto. Privarlo del logo sarebbe un esproprio proletario, o una donazione forzata. E poi a chi? In attesa di sciogliere un dilemma, che perla verità siamo certi Beppe non si è mai posto, registriamo la fine del laconico comunicato. Più per la sua base leghista e di destra che per noi o per i suoi: Beppe precisa «con l’abrogazione si mantiene comunque il procedimento amministrativo di espulsione che sanziona coloro che violano le norme sull’ingresso e il soggiorno nello Stato». Adesso sì che siamo tutti più tranquilli.

Le parti in neretto fanno capire fin troppo bene l’antifona. Per l’organo ufficioso (uno dei tanti) del PD Grillo va a destra. Cerca i voti degli euroscettici (che per definizione sono di destra visto che gli euristi più convinti sono di sinistra?) e dei movimenti razzistoidi.

Gli risponde il Giornale e la penna è quella del suo direttore.

Grillini Fuori controllo. Il titolo accenna di nuovo alla questione della democrazia interna. Il Leader non li controlla più.

II Movimento Cinque Stelle sconfessa il suo leaderBeppeGrillo e si schiera per l’abrogazione del reato di clandestinità. La decisione è il risultato di un referendum lanciato su Internet tra gli iscritti: due terzi hanno votato sì, solo un terzo ha seguito l’indicazione del capo che soli pochi mesi fa aveva pubblicamente smentito – e fermato – un suo parlamentare che voleva proporre una le : e pro immigrazione facile. Per chi non lo sapesse, il reato di clandestinità non è una tortura suppletiva per i disperati che sbarcano sulle nostre coste, ma una norma di legittima auto-tutela di un libero Stato in vigore in tutti i Paesi civili, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa. Adesso lo sappiamo: votare Cinque Stelle vuol dire andare verso una immigrazione selvaggia eimpunita. Non cheorail reato di clandestinità spaventi più di tanto o serva da diga contro le ondate di immigrati. Ma ribadisce un principio fondamentale: in Italia entra solo chi ha un permesso, e quindi un lavoro e quindi una casa. Su questo non si può e non si deve trattare, pena abdicare alla sovranità, oltre che alla sicurezza delle nostre città. Quello dell’immigrazione clandestina non è l’unico caso in cui i grillini scherzano col fuoco. Le loro coccole ai manifestanti NoTav nei giorni caldi delle contestazioni violente in Val di Susa avevano creato un alone di simpatia attorno a un movimento, i No Tav, che oggi scopriamo pesantemente inquinato non solo da facinorosi e delinquenti comuni, ma addirittura da terroristi. Sono infatti di queste ore minacce di morte in puro stile brigatista che, sotto la bandiera No Tav, vengono rivolte a giornalisti, politici e addirittura magistrati. La deriva dei Cinque Stelle conferma il sospetto che da sempre abbiamo nutrito. Un conto sono le estrose, e a volte condivisibili, esternazioni di Grillo contro la casta, le banche voraci e l’Europa del cappio all’Italia. Altro è lo zoccolo duro dell’elettorato Cinque Stelle, pericolosamente vicino all’ala più radicale della sinistra e forse anche oltre. Qui uno rischia di votare per abolire i vitalizi dei parlamentari e di ritrovarsi con i clandestini liberi e protetti, con i violenti a farla da padroni in Val di Susa, con una nuova stagione di terrorismo. E per come si stanno mettendo le cose non c’è certezza che il vecchio Grillo riesca a tenere la situazione sotto controllo via Internet. Anzi, il voto di ieri, semmai, dimostra il contrario.

Per Sallusti Grillo va a sinistra. Anzi di più. Ci regalerà una nuova stagione di terrorismo sanguinario. Non solo ma è un leader troppo democratico, che non riesce tramite la magica bacchetta della Rete a tenere a bada i suoi iscritti.

Ma insomma Grillo va a destra o va a sinistra?

La risposta a una domanda stupida non può che essere idiota nel contenuto e inutile nella forma.

La realtà è che la campagna elettorale per le Europee è già bella che iniziata e i due Centri (quello a destra e quello a sinistra) se la fanno addosso. Cosa succederebbe se i loro magici sondaggi prendessero una cantonata peggiore di quella presa alle politiche dello scorso anno? Cosa succederebbe se le operazioni di maquillage del giovanilismo renzalfaniano o dell’ennesima plastica berlusconiana si rivelassero inutili mascherate? Che rinsaldano la fede dei duri e puri ma non convincono gli indecisi, ago della bilancia e necessari per la vittoria elettorale?


Reinvestire l’avanzo primario. Un passo prima di abbandonare l’euro?

Uscire dall’euro. Noi con una moneta sovrana. Attraverso una fase intermedia come quella proposta dal Manifesto di solidarietà europea. O con una conveniente autoespulsione della Germania. Ognuna di queste tre vie, applicata in maniera ragionata, pianificata e controllata, risolverebbe buona parte dei problemi del nostro Paese. Chi legge questo blog sa bene che la penso così.

La strada non sarebbe né facile né priva di rischi. Ma quella che stiamo percorrendo, è ormai evidente anche ai più beceri, porta in un luogo ben preciso e dal profilo inquietante. Un luogo che siamo soliti chiamare “terzo mondo”.

Alle élite che ci governano (plurale … perché non penserete mica che vi governano solo quelli che avete eletto no?) frega ben poco. Un politico, un’industriale, un banchiere, stanno meglio nel terzo mondo che qui da noi. Meno controlli, più forze di polizia a salvaguardare la loro sicurezza, più libertà nel reprimere il dissenso, più distanza sociale dal ciarpame che inonda di sudiciume le periferie urbane. I ricchi sono più ricchi nel terzo mondo. I poveri sono più poveri e non contano un cazzo. A conti fatti meglio appartenere all’élite del terzo mondo che a quella del (si fa per dire) primo … o secondo che sia.

Senza nemmeno il timore di sembrare complottisti dell’ultima ora, mettere in evidenza il progetto di terzomondializzazione del nostro Paese è quasi come dire che fumare fa male. Un’ovvietà. Eppure anche le ovvietà di tanto in tanto vano rinforzate. Perché la tendenza è quella di dimenticarle. Per sostituirle con ipotesi più martellate dal tam tam mediatico.

L’unico che nel panorama politico sembra dar voce alla questione è, ad ora, quel vecchio volpone del Caimano. Eh sì, perché quello sta una spanna sopra a tutti! Quando gli serviva riacquisire credibilità in Europa, ci regalò il pareggio di bilancio in costituzione. Praticamente fu lui a imporci una delle mannaie che oggi oscilla pericolosamente sopra le nostre teste. Ma si sa, in quel periodo c’era il caso Ruby. E il puttaniere cercava disperatamente di riaccreditarsi statista. Ancora non aveva capito che lo stavano sostituendo con qualcuno più affidabile. Oggi però incita le folle, gridando al Governo “freghiamocene del vincolo del 3%, tanto non ci cacceranno mica”. E si appresta con questo ennesimo trucchetto a fare le scarpe a PD e 5 stelle.

Ma la cosa più triste in tutto questo è che Mr B. ha ragione. Chiaro, considera l’ipotesi solo e unicamente pro domo sua, ma nonostante tutto ha ragione.

Esiste infatti una misura che potrebbe essere messa in campo subito per dare ossigeno all’economia ancora prima di pianificare l’uscita dall’euro. Il reinvestimento dell’avanzo primario. Fabio Santini lo spiega su Il Fatto.

Si dirà che lo fa per calcolo politico. Si dirà che ha governato per anni adeguandosi all’austerità. Si dirà che parla fuori tempo massimo. E si diranno altre cose più o meno sensate. Ma saremmo intellettualmente disonesti se negassimo che questa volta ha ragione Berlusconi: la politica economica del governo dovrebbe effettivamente guardare oltre i vincoli europei.

Per quanto mi riguarda, credo di averlo già chiarito pochi giorni fa sul “Sole 24 Ore”: bisogna utilizzare l’avanzo primario (l’eccedenza delle entrate fiscali sulla spesa, esclusi gli interessi sul debito), sfondando il vincolo europeo del deficit al 3%. Nelle condizioni date, non ci sono altre strade altrettanto efficaci, certe, per rilanciare l’economia. Infatti, nessuno ormai può più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito già tre anni fa, con la famosa “Lettera degli economisti”le politiche di austerità sono fortemente recessive e fanno sprofondare l’Europa nel baratro. Quanti sostenevano che i moltiplicatori della politica fiscale – che appunto misurano l’impatto dei tagli e delle tasse sulla produzione nazionale – fossero trascurabili (o addirittura negativi, secondo la favoletta per cui l’austerità favorirebbe la crescita) sono stati sbugiardati nella maniera più plateale. Come ha scritto Krugman, mai nel ring della storia del pensiero economico un match teorico si era chiuso con un ko così netto. I keynesiani, favorevoli alle politiche anticicliche di stimolo della domanda, hanno messo al tappeto i falchi della austerità. Insomma, oggi vi è unaclamorosa contraddizione tra la condizione in cui siamo, per molti aspetti peggiore di quella del ’29, e l’idea di proseguire con tagli della spesa pubblica (che, si badi bene, è già a livelli inferiori della media europea, considerando anche la spesa per interessi) e aumenti delle tasse.

L’azzeramento dell’avanzo primario, costruito con le politiche di lacrime e sangue, vale oltre 35 miliardi di euro e avrebbe un effetto benefico rilevante per l’economia italiana. Quanto benefico? Ebbene, utilizzando l’intervallo stimato da Olivier Blanchard – l’illustre quanto moderato capo economista del Fondo Monetaria Internazionale – l’effetto espansivo sul Pil italiano sarebbe, nel giro di 9-15 mesi, variabile tra i 34 e i 62 miliardi di euro, cioè tra i 2 e i 4 punti di Pil, con un valore medio superiore ai 45 miliardi di euro. Ma quest’ultima sarebbe una stima davvero molto prudente, se è vero che un ulteriore recente studio dello stesso Fondo Monetario Internazionale considera che il moltiplicatore della spesa in Italia, in una condizione recessiva come quella in cui siamo, dovrebbe assumere molto più probabilmente un valore intorno al massimo dell’intervallo proposto da Blanchard. Per non parlare delle stime compiute sugli effetti delle politiche espansive di Obama(l’American Recovery and Reinvestment Act) che sono arrivati ad individuare moltiplicatori ben più ampi, pari a 3.

A quanti osserveranno che questa manovra farebbe incrementare il rapporto tra deficit e Pil, ricordiamo che un intervento di questo genere avrebbe ampi effetti retroattivi positivi. Intanto, la crescita del Pil tenderebbe ad arginare significativamente l’aumento dei rapporti di finanza pubblica. E, d’altra parte, le entrate fiscali aumenterebbero non meno di un punto di Pil, come conseguenza automatica della crescita. A coloro che vivono nell’incubo del debito pubblico, vorrei piuttosto ricordare che nella storia italiana il debito raramente è cresciuto velocemente come in questo periodo di austerità e che (per quanto il paragone sia in buona misura improprio) se una impresa è indebitata il modo razionale per risolvere la questione può ben consistere nello spendere qualcosa in più per tentare di incrementare il fatturato, riducendo il peso dei debiti. A chi si chiede di quanto aumenterebbe lo spread sui titoli del debito pubblico, replico che si tratta di questione più politica che tecnica, perché se la Banca Centrale Europea assumesse un profilo accomodante gli spread potrebbero addirittura ridursi.

Una strada difficile da percorrere? Certamente. Ma è la sfida cui siamo sfortunatamente chiamati e il resto sono frottole.

 


Manifesto di solidarietà europea – domani la presentazione

Redatto a gennaio e pensato da economisti di tutta Europa. Viene presentato domani a Parigi. Si tratta di una versione “morbida” dell’uscita dall’euro. Una versione sicuramente più accettabile per l’asfittico sistema politico del continente. Una versione meno traumatica del ritorno alle valute nazionali. Speriamo sia un ulteriore volano per il dibattito e per la visibilità della questione. Chissà che anche i cavalli con i paraocchi a 2 stelle non riescano a guardare oltre il piccolo orizzonte della corruzione e del finanziamento pubblico ai partiti. Non è un lapsus, 2 stelle …. Come gli alberghi scadenti … altro che 5. Ormai i pallini sono quelli e nient’altro.

Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’Eurozona

La segmentazione controllata dell’Eurozona per preservare le conquiste più preziose dell’integrazione europea.

La crisi dell’Eurozona mette a rischio l’esistenza dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo.

La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politicoed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno.
Si era ritenuto che l’euro potesse essere un altro importante passo avanti sulla strada di una maggiore prosperità in Europa. Invece l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea.
I paesi meridionali dell’Eurozona sono intrappolati nella recessione e non possono ristabilire la propria competitività svalutando le proprie valute. D’altra parte, ai paesi settentrionali si chiede di mettere a rischio i benefici delle proprie politiche finanziarie prudenziali, e ci siaspetta che in quanto “benestanti” finanzino i paesi del Sud attraverso infiniti salvataggi. Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale, e di compromettere profondamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea nell’Europa settentrionale. L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo.

Una strategia nel segno della solidarietà europea

Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea. Un euro più debole migliorerebbe la competitività dei paesi dell’Europa meridionale e li aiuterebbe a uscire dalla recessione e tornare alla crescita. Ridurrebbe anche il rischio di panico bancario e il collasso del sistema bancario nei paesi dell’Europa meridionale, che potrebbe verificarsi se questi fossero costretti ad abbandonare l’Eurozona o decidessero di farlo per pressioni dell’opinione pubblica nazionale, prima di un abbandono dell’Eurozona da parte dei paesi più competitivi.
La solidarietà europea sarebbe ulteriormente sostenuta trovando un accordo su un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi Europei.
Naturalmente sarebbe necessario, in almeno alcuni dei paesi meridionali, un abbuono (haircut) deidebiti. La dimensione di questi tagli e il loro costo per i creditori,tuttavia, sarebbero inferiori rispetto al caso in cui questi paesi restassero nell’Eurozona, e le loro economie continuassero a crescere al disotto del proprio potenziale, soffrendo una elevata disoccupazione. Posta in questi termini, l’uscita dall’Eurozona non implicherebbe che le economie più competitive non debbano sopportare un costo per la diminuzione dell’onere del debito dei paesi in crisi. Tuttavia, ciò accadrebbe in circostanze nelle quali il loro contributo aiuterebbe quelle economie a tornare a crescere, al contrario di quanto accade con gli attuali salvataggi, che non ci stanno portando danessuna parte.

Perché questa strategia è così importante?

Non occorre dire che è nostro comune interesse che l’Unione Europea torni alla crescita economica – la migliore garanzia per la stabilità e la prosperità dell’Europa. La strategia di segmentazione controllata dell’Eurozona faciliterà il conseguimento di questo risultato nei tempi più rapidi.

Le firme sul manifesto sono quelle di

Alberto Bagnai – Professore associato di politica economica presso il Dipartimentodi Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio a Pescara (Italia),

Claudio Borghi Aquilini – Professore incaricato di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Brigitte Granville – Professore di Economia Internazionale e Politica Economica alla School of Business and Managementdell’Università Queen Mary di Londra

Hans-Olaf Henkel (@HansOlafHenkel)– Professore di Management Internazionale all’Università di Mannheim, già presidente della Confindustria tedesca

Stefan Kawalec – Amministratore delegato di Capital Strategy, una società polacca di consulenza strategica. Dal 1989 al 1994 ha svolto un ruolo significativo nella preparazione e nell’implementazione del piano di stabilizzazione e trasformazione dell’economia polacca

Jens Nordvig – Amministratore delegato di Nomura, la banca di investimento globale, dove dirige la Fixed Income Research, ed è capo delle strategie valutarie globali.

Ernest Pytlarczyk – Economista capo alla Banca BRE (sussidiaria della Commerzbank, e terza banca commerciale della Polonia), dove dirige il dipartimento ricerca.

Jean-Jacques Rosa – Professore Emerito di Economia e Finanza all’Institut d’Etudes Politiques (Parigi).

Jacques Sapir – Professore di economia presso la Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali (EHESS) e professore visitatore presso la MSE di Mosca.

Juan Francisco Martín Seco – Docente universitario di Introduzione all’economia, Teoria della Popolazione, e Finanza pubblica. Appartiene all’ordine dei Revisori dei conti (Ministero delle Finanze spagnolo) e al servizio di vigilanza delle cooperative di credito del Banco de España.

Alfred Steinherr – Professore presso la facoltà di Economia e Management della Libera Università di Bolzano, della quale è stato fondatore (1998-2003).


Vincere si può. Ma vincere sul serio.

Sono sostanzialmente d’accordo con l’analisi di VociAlVento che ribloggo più in basso. Il M5S ha perso. Punto.

Nonostante abbia sentito persone disgustate dall’inciucio di governo.

Nonostante una certa tendenza a partecipare alle elezioni politiche in maniera diversa da quelle amministrative.

Nonostante l’indubitabile carattere dell’italiano medio. A cui piace stare tranquillo. Che oggi lancia il sasso e domani nasconde la mano. Anche in periodi di necessità stringenti.

Nonostante … Nonostante …

In realtà quello che mi piacerebbe sentire ora è una bella sessione di autocritica. L’avversario lo conoscevano benissimo. Le sue armi erano palesi. Cos’è mancato? Perché la base elettorale del M5S è rimasta a casa? Il M5S è già diventato “parte del problema”?

Ecco, parte del problema. Vediamo.

“Mi dispiace che il voto sia andato in questa maniera in tutta Italia. La strategia politica dovrebbe essere già da un pò in mano ai cittadini e alla Rete e noi essere solo i portavoce, come dice giustamente Crimi. Ma con strumenti come la ‘piattaforma’ che, invece, ancora non c’è. Ci rimbocchiamo le mani e continuiamo a fare opposizione”, Adriano Zaccagnini, Deputato M5S

“Un occhio particolare alla mia Campania, dove gli enti locali sono dilaniati dal clientelismo politico più sfrenato. Se entriamo anche lì – sostiene – allora alle prossime elezioni nazionali, dove il voto è molto più libero, vinciamo e andiamo al governo di questo paese. L’attivismo e quindi il consenso libero continua a crescere. Chi dice il contrario forse non ci sta osservando […] Credo che se tra le amministrative dell’anno scorso e quelle di quest’anno non ci fossero state le politiche (con un 25% di crescita improvvisa), oggi staremmo esultando, perché tra 15 giorni avremo altri Sindaci a 5 Stelle, come Federico Pizzarotti …”, Luigi di Maio, Vicepresidente della Camera, Deputato M5S

Avete mai sentito due parlamentari della stessa forza politica esprimere due pareri agli antipodi? Sì, succede. In genere, quando è pianificato, serve ad accontentare tutti gli uditori. Quello dei critici e quello dei tifosi fedeli. Il problema è che, per quanto riguarda il M5s, non si tratta di strategie pianificate – la direttiva dei comunicatori era addirittura “non commentate”. Ma dell’improvvisazione (anche sincera) di chi fa ciò che può. Senza rete. Senza la forza di un vero piano d’azione. E il risultato è esattamente l’opposto. Sembra tattica da vecchi volponi del Palazzo ma il risultato è uno sfacelo. Quindi, dal punto di vista della reputazione, qualcosa di equivalente alla beffa dopo l’inganno.

In realtà un modo per vincere c’è. Un modo per vincere davvero. Bisogna tornare a parlare tanto agli intelletti informati, quanto alle pance da tifo. “Tutti a casa” funzionò perché entrò in sintonia con entrambi i pubblici. Sia con la tifoseria che cerca lo slogan e la soluzione semplice (e improbabile) a questioni complesse. Sia a chi riconosceva un ruolo non secondario (ma nemmeno primario) della classe dirigente incompetente e collusa nel tracollo del paese, in base a un analisi storica e politica.

Per tornare a vincere bisogna sintonizzarsi di nuovo su quel duplice canale. E l’unico modo per farlo è prendere in mano la questione delle questioni. Quella che nessuno dei partiti tradizionali e collusi avrà mai né l’interesse né il coraggio di fare. L’Italia deve uscire dall’Euro, recuperare la sovranità monetaria e garantire la linfa vitale per la ripresa. Sottraendosi definitivamente al giogo tedesco.

Fuori dall’euro. Fuori dalla crisi.

Una battaglia che va preparata. Spiegata. Illustrata in maniera semplice per le pance. Argomentata con i dati per le menti. I numeri stanno lì. Evidenti. Palesi. Aspettano solo che qualcuno li prenda in mano e li gridi nelle piazze. Raccontando finalmente la verità. Che la corruzione è lì da sempre. E non è solo con quella che si spiega il disastro sociale in cui viviamo.

Si tratta di vedere se si avrà l’onesta intellettuale per farlo. Passando da una battaglia importante (ma idealistica e irrealizzabile nell’immediato – tutti a casa) alla battaglia delle battaglie. Quella fondamentale per evitare il tracollo.

 

Analisi di una sconfitta

Da http://vocialvento.com/2013/05/28/analisi-di-una-sconfitta/

Purtroppo si leggono in giro tante versioni del risultato elettorale figlie di quel massimalismo masochistico che fece dire a chi criticava “avete sbagliato a votarci” della serie “meglio pochi ma buoni”.

Qualcuno addirittura fa riferimento al 2008-2009 e dice che da 0 a xx% il movimento è l’unico a guadagnare. O si insiste nel dire, dopo il friuli, che le comunali sono diverse. Sono tutte stronzate. La crisi è talmente profonda in questo paese che ogni momento, ogni decisione è pienamente politica. L’astensione è politica. La protesta è politica.

Ammetto che in un comune di 30.000 anime la situazione potà anche essere “di prossimità” e il voto alla persona. Ma francamente non me ne frega molto. Guardo al dato politico che esprime una città come Roma, dove la prossimità non esiste. Il voto a Roma è politico. Il governo della città è lontano dal cittadino quanto quello nazionale.

Ho fatto un’analisi dei numeri (su roma): hanno votato 1.242.384 su 2.353.282 ovvero il 52,8%

Marino prende 512.720 – 42,6%
Alemanno 364.337 – 30,27%
De Vito 149.665 – 12,43%
Marchini 114.169 – 9,48%
Medici 26.825 – 2,22%

se si fosse mantenuto il dato sull’astensione delle precedenti, ovvero il 73,66 del 2008 avrebbero votato 1.733.427 cioè 491.043 in più.

è evidente, che quel quasi mezzo milione di voti, avrebbe fatto la differenza. Anche semplicemente confermare i voti delle politiche a febbraio, cioè 436.340 avrebbe valso il 25,17%

Marino avrebbe avuto a parità di voti circa il 29,6%
Alemanno il 21% …

Quindi ci sarebbe stato un ballottaggio Marino – De Vito e secondo voi chi avrebbe vinto?

La realtà è che la martellante campagna mediatica non tendeva a riguadagnare consenso perduto per il partito unico. Tendeva a fare argine all’avanzata m5s demotivando in vario modo i suoi elettori, di febbraio e potenziali. Ci sono riusciti, per questo cantano vittoria. Per questo è una sconfitta del m5s.

Poi analizziamo i motivi di questa sconfitta. Pensare che dipenda solo dal non essere andati in tv è miope. Un uso più spregiudicato dei media classici può anche starci ma il problema è a monte. Il problema di comunicazione non è solo di vetrina e apparenza. Il problema è cosa comunichi. I parlamentari hanno fatto molto, fra loro ci sono persone veramente valide e tutti si sono fatti in quattro.

Direi che hanno fatto moltissimo, in relazione a quanto era in loro potere fare. Ma sono stati lasciati soli. Isolati. Costretti ad inventarsi puzzle di un programma che non esiste. A rappresentare in parlamento e sui media una ridda di voci in cui c’è di tutto, assolutamente di tutto, mantenendo però un’unità formale che se è reale negli intenti, non può esserlo nella politica ad ampio respiro.

Dietro di essi è mancato quello che normalmente si chiama “partito”, ma chiamatelo pure come volete. Ovvero una struttura che elaborasse, studiasse, proponesse, avendo competenze specifiche serie nel campo che andava affrontando. Si è chiesto ai parlamentari di fare questo e insieme anche di imparare a fare i parlamentari. Una cosa impossibile che pure per certi versi sono riusciti a fare. E ora gli si chiede anche di andare in televisione, di comunicare meglio.

Ma non sono loro il “partito”. Non sono loro il movimento. Sono dei portavoce si dice. Ma cosa hanno dietro? Nella migliore delle ipotesi piccoli gruppi informali.

Ma, oltre questo, il punto è: si riesce a fare politica,vera politica, con un movimento? la prassi di questi ultimi mesi dimostra di no. L’alternativa alle strutture di partito doveva essere la famosa piattaforma online, ma a parte che non se ne è vista traccia, personalmente ritengo che sia uno strumento valido consultivamente, ma quando si tratta di elaborare? Non sottovaluto l’intelligenza collettiva, anzi la esalto, ma quando essa riesce ad attrarre competenze e ad utilizzarle. La struttura assembleare molto difficilmente riesce ad esprimere posizioni elaborate. L’intelligenza collettiva si esprime in piccoli gruppi ad alta competenza specifica, laddove si incrociano esperienze trasversali che fanno elaborare al gruppo punti di vista diametralmente opposti, ma dove deve esistere comunque una capacità di sintesi che non è propria delle strutture assembleari.

Se non si costruisce un retroterra organizzativo che elabori strategie e le comunichi alla gente, ci vuole molto ottimismo per sperare che il m5s riesca a rappresentare l’alternativa al sistema di potere che occupa da decenni tutti i gangli di potere del paese. E di ottimismo nel paese ne è rimasto poco. Quindi la gente non va nemmeno a votare. Bisogna ridare speranza. Bisogna rischiare. Non è il momento dell’attendismo. Ma bisogna anche essere spregiudicati e realisti. I massimalisti idealisti non hanno mai fatto le rivoluzioni, al massimo hanno fatto i martiri.

C’è un altro dato che ha indotto all’astensionismo e che non va sottovalutato. Quello di sentirsi impotenti. Ho sentito molte persone ammettere che la campagna mediatica è stata indecente, che il movimento in parlamento ha fatto quello che poteva, ma … Ma se pure presenti 100 proposte di legge bellissime e sei costretto ad ammettere che il partito unico al potere le prende e ci si pulisce il culo, un po’ gente comunque smette di votarti, perché la tua è un’ammissione di impotenza.
Se ti fai fare a pezzi sui giornali, la tua è un’ammissione di impotenza.
Se ti fai rendere ridicolo, la tua è una faccia da perdente.
Perché dovresti prendere voti e fiducia di chi vuole sperare di cambiare la sua situazione da perdente?
Il motivo, uno dei motivi, per cui Berlusconi ha preso tanti voti sempre in questo paese, è questo. E’ un vincente, è un figlio di puttana, è uno che sta sempre a galla. La gente lo vota sperando in una sorta di trasfert. Lui vince e io con lui.
Non è vero un cazzo, ma così è, e la politica mediatica è fatta anche di questo. E’ psicologia delle masse. Anche questo conta. Per questo a volte è meglio mediare e ottenere poco o niente, facendo finta di aver ottenuto chissà cosa, piuttosto che arroccarsi e rimanere con un pugno di mosche in mano. Questo, tanta gente non lo ha perdonato. Aver preso un sacco di voti, essere entrati come vincenti e essere rimasti appunto, con un pugno di mosche in mano. Il messaggio che è passato è stato quello di essere dei pirla. E perchè dovrebbero votare dei pirla?

La politica è anche empatia di pancia. Non dico che questo sia il solo motivo dell’astensionismo, ma uno dei motivi. L’ho percepito bene, parlando con la gente, fra quelli che erano stati gli elettori più estemporanei, quelli dell’ultimo momento, quelli che avevano seguito l’onda della protesta indignata contro i partiti.

Anche laddove c’è vaga comprensione dei meccanismi che hanno impedito di “fare qualcosa”, anche dove si riconosce l’impegno, se perdi non ti voto. E’ un atteggiamento psicologico su cui ci sarebbe molto da discutere, ma è noto. Gli spin doctor / influencer lo conoscono bene. Paradossalmente, sotto il profilo della comunicazione, meglio un disonesto vincente che un onesto perdente. Con questo ovviamente non voglio dire che la comunicazione del m5s debba essere improntata alla disonestà… dico che c’è questo dato. Semplicemente. Può piacere o non piacere ma la gente, una parte di essa, funziona così, e vota. E il loro voto vale quanto quello di una persona consapevole e preparata.

Tutto questo porta a fare una semplice considerazione: il m5s, o quello che potrà nascere da esso, avrà qualche possibilità di cambiare l’italia solo se riuscirà ad elaborare una proposta politica antagonista che si affermi come una speranza nel cuore della gente.

Questa sconfitta probabilmente allenterà la pressione dei media di regime, ma fino a un certo punto.

Per far sì che sia stata una salutare scossa da cui ripartire si dovrà elaborare nelle giuste sedi una linea politica chiara, forte, abbastanza forte da permettere i necessari compromessi dove essi sono necessari, per iniziare a costruire il cambiamento. Deve rappresentare un’alternativa credibile, anche se scomoda. Fuori dal coro e necessariamente dura, perché i tempi lo impongono.

Sul piano strategico non può essere altro che assumersi la responsabilità di dire con chiarezza che l’italia deve uscire dall’euro e riconquistare la sovranità monetaria nazionalizzando la banca d’italia.

Sul piano tattico occorre mantenere la stessa politica di trasparente onestà che ha contraddistinto il movimento ma anche alleandosi transitoriamente con chiunque permetta l’attuare di parti di programma, anche piccole.

Di forze che restano con un pugno di mosche in mano la gente non sa che farsene, a quello provvediamo da soli.