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Le elezioni europee seconodo Sapir

Tutti i partiti in lizza – non solo in Italia – sostengono di voler cambiare l’Europa. Dateci i voti e noi cambieremo la direzione dell’Unione. Ma è veramente possibile? Ovviamente no. Le vie del marketing elettorale sono infinite. l’unico modo di cambiare l’Unione Europea è quello di smantellarla. Non lo dice il leader mascherato di un sedicente movimento di liberazione continentale che imbraccia gli AK 47 e nasconde i volti dietro i cappucci, ma l’economista francese Jacques Sapir.

In Italia che fare? I partiti di governo e di opposizione sono tutti pro-euro e pro-unione. La lista Tsipras è una mano di vernice data allo scafo bucato per venderlo prima ce affondi. Fa eccezione solo la Lega.

Buona lettura.

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articolo originale: russeurope.hypotheses.org/2179

fonte: vocidallestero.blogspot.it/2014/04/sapir-le-elezioni-europee.html

Dopo la formazione del nuovo governo francese siamo stati subito e pienamente coinvolti nella campagna per le elezioni europee. Queste suscitano in genere uno scarso interesse. E’ un errore, e sarebbe particolarmente dannoso se accadesse anche questa volta. La posta in gioco delle prossime elezioni è alta. Esse esprimeranno delle scelte elettorali che saranno, senza dubbio, difficili e delicate. Dobbiamo qui ricordare che tali elezioni riguardano in realtà l’Unione Europea e non l’Europa stessa. Uno può sentirsi culturalmente e storicamente europeo e rifiutare quell’istituzione che si è appropriata del nome di Europa, ma che è ben lontana dall’essere adeguata a tale scopo.

L’Unione Europea alla deriva

Oggi anche i più ferventi difensori dell’Unione Europea ammettono che essa è alla deriva e che, sempre di più, serve unicamente da copertura agli interessi della Germania [1]. Il perseguimento delle politiche di austerità, esplicitamente implementate per “salvare l’euro” senza imporre un costo troppo alto alla Germania, lo dimostra. Queste politiche stanno attualmente conducendo i paesi dell’Europa del sud verso la bancarotta e la miseria. Ma, parlando in generale, l’UE soffre anche di molteplici difetti, che nel tempo sono diventati sempre più evidenti. È politicamente elefantiaca, troppo aperta e senza altra linea di politica industriale se non la famosa “concorrenza libera e senza distorsioni”, che qualsiasi economista minimamente onesto deve riconoscere essere una contraddizione in termini. Essa non garantisce né la sicurezza economica ai popoli degli stati membri, e nemmeno la sicurezza politica – essendo stata catturata da interessi che ora premono per un’opposizione frontale nei confronti della Russia, come si è potuto constatare in occasione della crisi in Ucraina. In questa occasione i leader della UE, che si vantano di rispettare i diritti umani, non hanno esitato a dare il loro sostegno a dei gruppi fascistoidi come il “Pravy Sektory” o SVOBODA. Ricordiamo pure che questa stessa UE si è dimostrata totalmente incapace di evitarci la crisi finanziaria del 2007-2008, a dispetto di tutti i discorsi sul fatto che “l’Europa ci protegge”. Questa linea politica proseguirà con la firma del “Trattato Transatlantico” (il TTIP, ndt), che stabilisce le condizioni di un libero scambio generalizzato con gli Stati Uniti e che, di fatto, impone che le nostre norme sociali e sanitarie debbano essere allineate con quelle degli Stati Uniti. Di fronte a una tale nuova abdicazione a Washington, non si riesce più a vedere, dunque, quale sia la giustificazione per mantenere una “Unione Europea”.

Oltretutto possiamo qualificare l’Unione Europea come un’organizzazione criminale, a causa delle politiche che vengono tuttora implementate dalla cosiddetta “Troika” in Grecia e in altri paesi. Sicuramente, in questo la UE non sta agendo da sola. La “Troika” è costituita dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal FMI. Ma bisogna anche riconoscere che il FMI si è ripetutamente opposto alle politiche che venivano implementate dalla “Troika”, poichè ne prevedeva e calcolava le conseguenze. La responsabilità della smisurata durezza di queste politiche, che si sono tradotte in un netto incremento della mortalità in Grecia, e da qualche mese a questa parte anche in Portogallo – ed è per questo che usiamo l’aggettivo criminale – è solo ed esclusivamente da attribuire alla Commissione Europea e alla BCE. L’UE ha anche la responsabilità di aver fatto entrare un movimento neo-nazista come Alba Dorata nel Parlamento Greco. E’ anche questo che dovrà essere sanzionato in queste elezioni.

L’insensatezza del discorso “cambiamo l’Europa”

In un tale contesto, evidentemente, nessuno ha intenzione di difendere la UE “così com’è”, e i discorsi sulla necessità di “cambiare l’Europa” si vanno moltiplicando. Ma quanto possono essere reali?

L’Unione Europea comprende troppi membri per  poter portare avanti dei progetti interessanti. È un fatto che un’alleanza è sempre più lenta e più debole rispetto ad un singolo paese. Inoltre, la natura liberista dell’Unione Europea non è solo inscritta nel progetto europeo fin dal principio, ma corrisponde precisamente alla logica con cui si svolgono i negoziati. Quando si cerca un compromesso, risulta sempre molto più facile convergere su una posizione di non-intervento, sia che si tratti di materie economiche che sociali. Qualsiasi atto concreto genera un’infinità di mercanteggiamenti che, a loro volta, generano nuovi contenziosi. Oltre al peso dell’ideologia liberista, al peso degli interessi particolari delle grandi imprese che sono ben rappresentate a Bruxelles, si deve sapere che nella logica di un negoziato il “punto focale” [2] si trova molto spesso nella misura più “liberista”.

L’Unione Europea non è un’istituzione che sta fuori da un contesto. Si muove in un universo nel quale, sia per interessi particolari sia per ideologia, i funzionari che la compongono, e che in larga misuradecidono l’ordine del giorno delle riunioni, sono completamente intrisi dell’ideologia più liberista. Non dobbiamo dimenticare che queste persone vivono con ottimi stipendi (che non hanno mai pensato di ridursi per solidarietà con i popoli da loro oppressi). Pretendere di cambiare l’Unione Europea equivale a pretendere di stabilire un altro contesto, e implica la volontà coordinata di una maggioranza di paesi. È piuttosto evidente che, a causa dell’asincronia dei cicli della politica nei principali paesi, questo è al momento assolutamente impossibile.

A questo punto si potrebbe obiettare che questa è una conseguenza della natura inter-governativa della UE, e che per questa ragione bisogna andare nella direzione di un’Europa federale. Ma questo ragionamento poggia su false basi. Anzitutto, non esiste un popolo europeo, sia questo dovuto a rappresentazioni politiche troppo divergenti o al peso di storie diverse che sono troppo profondamente radicate. Solamente la soluzione inter-governativa è possibile se si vuole preservare un minimo di democrazia. Inoltre la soluzione federale esigerebbe ad oggi dei massicci trasferimenti fiscali dai redditi dei più ricchi (dei tedeschi per essere chiari [3]), al fine di alimentare questo “bilancio federale” che taluni vagheggiano. La federalizzazione dell’Europa è un non-senso, tanto politico quanto economico.

Infine diamo un’occhiata a chi sta oggi chiedendo di “cambiare l’Europa”.  Questo discorso viene fatto tanto dall’UMP quanto dai Socialisti. Tuttavia, da più di vent’anni nessuno di questi due partiti ha mostrato la benché minima volontà in tal senso. Il solo modo di “cambiare l’Europa” per davvero sarebbe quello di provocare una grave crisi, bloccando il processo decisionale, cosa che la Francia potrebbe fare da sola o assieme ad altri paesi, fino ad ottenere ciò che vogliamo, almeno in parte. Questo è ciò che il Generale De Gaulle fece negli anni ’60 con la sua politica della “sedia vuota”. Tuttavia, né l’UMP né i Socialisti si fanno oggi sostenitori di questa linea, il che pone un dubbio fondamentale sulla loro effettiva volontà di “cambiare l’Europa”. Lo stesso si può dire del partito centrista UDI, dei socialisti dissidenti del “Nouvelle Donne” o del partito ecologista EELV. Aggiungiamo che questi partiti sono debolmente strutturati e sono preda di ambizioni personali e di conflitti tra le varie personalità. Bisognerebbe essere matti per credere che da questi possa venire fuori una qualche possibilità di cambiamento.

In realtà, il discorso sul “cambiare l’Europa” si rivela essere, che sia di proposito o come conseguenza dei mezzi che vengono proposti, un discorso mistificatore. Non si cambia nulla, ma si finge di voler cambiare per legittimare delle posizioni che nei fatti non cambieranno nulla. Non è nemmeno come nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “cambiare tutto perché nulla cambi”. In realtà non dobbiamo “cambiare l’Europa”, ma cambiare di Europa. E per questo, si deve cominciare col distruggere ciò che ora rende impossibile alla UE qualsiasi movimento.

Due punti critici

In queste circostanze si sente fortemente la propensione ad astenersi a queste elezioni. Tale è la posizione di alcuni, tra cui Jacques Nikonoff e il M’PEP. È una posizione onorevole, ma erronea. In un’elezione, a meno che non si riesca materialmente ad impedirla, o che il tasso di astensione superi il 90%, gli assenti hanno sempre torto. Quindi occorre definire cosa motiva il voto e quali sono le liste che potrebbero essere votate, sapendo a priori che tra queste non ci sono nè l’UMP, ne l’UDI, nè i socialisti nè EELV. Queste elezioni si giocheranno in realtà su due punti.

Il primo punto è il famoso “Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti” (TTIP). Questo trattato è abominevole per diversi aspetti, sia perché toglie agli Stati le competenze fondamentali su temi quali la sovranità alimentare o la tracciabilità dei medicinali (il che tocca i due punti chiave dell’alimentazione e della salute), sia perché costituisce un malcelato abbandono di tutte le normative francesi ed europee. Questo trattato, come ha confermato Michel Sapin in una dichiarazione il 2 aprile di quest’anno, non verrà sottoposto a referendum. Perciò deve essere stroncato sul nascere, e questo si può fare solamente attraverso le elezioni europee.

Il secondo punto sono, ovviamente, l’euro e le politiche di euro-austerità che esso porta con sè. Per molti mesi abbiamo analizzato tutti i problemi, sia di breve termine che strutturali, causati dall’euro [4]. Dal 2012 sono stati molti gli economisti, ma anche i politici, che si sono detti d’accordo con queste conclusioni [5]. Ora il dibattito si è  generalizzato, e si estende dall’Italia al Portogallo, passando per la Germania [6]. Dev’essere detto e ripetuto: l’unico modo di uscire dal circolo vizioso dell’austerità e del debito è smantellare l’euro.Sulla base di questo argomento lo scorso febbraio il Partito di Sinistra ha significativamente spostato le proprie posizioni verso l’idea di un’uscita dall’euro.

Pertanto, e tenuto conto della natura delle procedure di voto, converrà sostenere e votare, in accordo con le proprie personali preferenze politiche, tutte le liste che si pronunceranno senza ambiguità contro questi due punti. Solo una chiara e netta sconfitta delle liste europeiste (UMP, UDI, Socialisti, “Nouvelle Donne” e EELV) può permettere il chiarimento politico di cui abbiamo bisogno, sia in Francia che in Europa. Dobbiamo rifiutarci di mandare al Parlamento Europeo persone che non faranno altro che prolungare delle politiche che sono già durate troppo a lungo.


Economia? No grazie non ci capisco niente

Molti di noi se la cavano così. Dismettendo il problema e delegandolo a chi ne sa di più. Fino al punto di prendere per oro colato qualunque idiozia un TG propini come realtà. Vorrei rassicurarvi. Dopo aver visto quanto poco capisce di economia il sottosegretario Del Rio … sottosegretario all’Economia (sic) … direi che c’è speranza per tutti. Basta leggere, approfondire, informarsi cercando fonti accreditate.

Ve ne propongo 2. Un video di Claudio Borghi a Piazza Piddina (ooopsss … Pulita). Che aveva di fronte proprio l’inconsistente vice di Padoan.

E un pezzo del caro vecchio Bagnai veramente a prova di principiante. Comprensibile, chiaro, cristallino.

In sostanza perché l’euro sta uccidendo l’Europa

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411


Alla Germania serviva l’italia nell’Euro – Parola di Vincenzo Visco

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Vi ripropongo un’intervista del Fatto all’ex Ministro che fece il “lavoro sporco” per portarci in Europa.

La frase saliente:

Un’Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, incluse Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i paesi, tranne la Russia da cui compra l’energia. Era un disegno razionale, serviva l’Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole. 

Il resto dell’intervista:

“La Germania ha gestito la globalizzazione in modo consapevole, avere paesi come l’Italia dentro la moneta unica ha reso l’euro una moneta più debole di quanto sarebbe stata altrimenti e ha permesso a Berlino di esportare”. Vincenzo Visco era ministro delle Finanze ai tempi del governoProdi, tra il 1996 e il 1998, e a lui era affidato “il lavoro sporco”, cioè tassare gli italiani per ridurre il deficit quel tanto che bastava da permettere all’Italia di entrare nell’euro.

Professor Visco, l’inchiesta dello Spiegel dimostra che la Germania non considerava affidabili i nostri conti.
Quando siamo entrati nell’euro era tutto in regola. Certo, nel 1997 rimasero tutti sorpresi che ce l’avessimo fatta, ma i nostri numeri erano certificati dall’Eurostat.

Ma l’Italia non è mai riuscita a rimanere nei parametri di Maastricht.
Entrammo con il deficit al 2,7 per cento del Pil, facendo l’eurotassa. Quando la sinistra tornò all’opposizione, nel 2001, lasciammo un avanzo primario di 5 punti, quello che adesso si cerca invano di raggiungere. I nostri guai derivano dalle scelte successive: si doveva continuare con il rigore, come richiedeva l’euro. Ma al governo c’era il centrodestra, da sempre ostile alla moneta unica, e le sue politiche hanno messo le basi dei guai attuali.

Avete mai avuto dubbi sulla possibilità di centrare gli obiettivi?
Siamo sempre stati ragionevolmente sicuri. Perché aumentando il surplus primario, scendeva il costo del debito. Scambiammo un aumento temporaneo di tasse con una riduzione permanente degli interessi da pagare. Eravamo tranquilli perché il distacco dal deficit al 3 per cento era minore di quanto risultava dai dati contabili.

Perché?
Man mano che facevamo correzioni, gli interessi scendevano. Gran parte del lavoro lo facevano i mercati. Il contrario di quello che succede oggi, quando gli investitori distruggono i risultati ottenuti dai governi, facendo salire i tassi sul debito. Siamo tornati in una situazione analoga a prima dell’euro. Ma l’euro c’è e ci vincola.

Ci sono mai stati momenti di tensione con i tedeschi?
Le relazioni con la Germania le gestiva Carlo Azeglio Ciampi che aveva una grandissima credibilità ed era molto abile. Io ricordo i rapporti con l’Olanda che erano molto difficili, proprio non ci volevano. Poi si convinsero. Però era chiaro a tutti che non avremmo mai avuto il debito al 60 per cento del Pil. Allora il Belgio era al 125 e stava peggio di noi. Poi loro sono scesi a 80-85 prima del 2008, quando sono fallite le banche e sono tornati in crisi. Hanno tenuto una politica rigidissima di bilancio, con una pressione fiscale superiore di 2 punti a quella media europea. Se uno vuole stare nell’euro deve mantenere il bilancio con un surplus primario, c’è poco da fare.

Qual è stato il momento più critico del percorso di accesso all’euro?
All’inizio sembrava che dovessimo entrare un anno dopo gli altri, perché il governo Dini aveva posto il 1998 anziché il 1997 come temine per rispettare il vincolo del 3 per cento tra deficit e Pil. Ma nessuno si era accorto che Ciampi si era tenuto una strada aperta, scrivendo in una riga del Dpef che si poteva anticipare. Poi Romano Prodi andò in Spagna e José Aznar gli disse che Madrid sarebbe entrata e fu molto sprezzante nei confronti dell’Italia. Quando Prodi tornò fece una riunione con CiampiEnrico Micheli, Tiziano Treu, e me. Si decise di provarci comunque per il ’97. Ma l’unico modo era fare una manovra dal lato delle entrate, il lavoro sporco fu delegato a me.

E se fossimo rimasti fuori?
Un’Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, incluse Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i paesi, tranne la Russia da cui compra l’energia. Era un disegno razionale, serviva l’Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole. In cambio di questo vantaggio sull’export la Germania avrebbe dovuto pensare al bene della zona euro nel suo complesso.

E lo ha fatto?
Non mi pare.


Quale futuro per la zona euro?

Stamattina definivo i neo governanti italiani bugiardi. Quest’articolo di Sapir tradotto da Sirtori aggiunge un tassello al perché della definizione. Sanno tutto. E’ impossibile che non sappiano. L’ipotesi della stupidità e dell’incompetenza inizia a vacillare. Se io e voi abbiamo accesso a queste informazioni, com’è possibile che loro non lo abbiano? Jacques Sapir è un’economista di rilievo internazionale. Mica il blogger di provincia ingigantito dalla bolla virtuale de “mi piace”!!!

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Jacques Sapir commenta uno studio di una fondazione tedesca sulla possibile evoluzione futura della crisi dell’eurozona

ribloggato da http://vocidallestero.blogspot.it/2013/05/sapir-quale-futuro-per-la-zona-euro.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+VociDallestero+%28Voci+dall%27estero%29

Traduzione di Ugo Sirtori

La Friederich Ebert Stiftung, una fondazione tedesca legata alla SPD, ha appena pubblicato un documento che analizza i possibili scenari futuri per la zona Euro, un progetto dal titolo Scenario Team Eurozona 2020 [1]. Questo documento è stato preparato sulla base di molti incontri (16 in totale) in diversi paesi nel corso del 2012. Le conclusioni sono state tirate in un incontro tenutosi a Bruxelles il 6 dicembre 2012. Anche se non rappresenta la posizione ufficiale della social-democrazia tedesca ed europea (partecipanti provenienti da vari paesi dell’area hanno collaborato alla sua stesura) questo documento è sintomatico del punto di vista che si è ora formato in Germania sulla questione dell’area dell’Euro. Questo è quel che lo rende interessante. Non consideriamo questo testo come l’alfa e l’omega della riflessione su questo tema, ma come qualcosa che è rappresentativo di una mentalità nel resto d’Europa e in Germania e che contrasta nettamente con quanto continua a essere propagandato dalla stampa francese tutta. Il documento inizia con uno ‘stato dell’arte’ e riconosce che l’Euro sta affrontando una crisi diffusa. Esso riconosce che le misure finora adottate per affrontare questa crisi si sono rapidamente mostrate inadeguate e hanno contribuito a esacerbare la crisi.

“Le misure adottate nei diversi summit si sono dimostate inadeguate e spesso hanno semplicemente esacerbato i sintomi della crisi. In molti paesi, specialmente nel Sud Europa, il tutto si è manifestato con un’intensificazione drammatica della crisi sociale, un’alta disoccupazione giovanile, la recessione dell’economia e una frustrazione crescente in vasti strati della popolazione sull’Europa e le istituzioni europee.”(p.3)

Non si può che concordare con la constatazione. Inoltre, alcune delle misure formalmente decise, si scontrano con una resistenza significativa sulla loro attuazione (come nel caso dell’unione bancaria che è stata accettata solo con grande riluttanza dalla Germania). L’acuirsi della crisi, sia per il drammatico aumento della disoccupazione in paesi come la Grecia e la Spagna, sia per il degrado costante dei conti pubblici in diversi paesi, dimostra che la crisi è sempre più presente e pressante.

I. I quattro scenari selezionati

Da questa osservazione, sono stati sviluppati quattro scenari. Alcune delle loro ipotesi sono realistiche, ma altre sembrano esserlo meno. Tuttavia, uno scenario è niente senza il realismo delle ipotesi. Li riepilogheremo brevemente, indicando gli elementi su cui i gruppi di lavoro non hanno adottato ipotesi realistiche, o dove sono state adottate ipotesi solo parziali.

(1) Lo stallo nella crisi. (Muddling-trough the crisis)

In questo scenario, l’Unione economica e monetaria rimane un meccanismo incompleto. Come risultato, i paesi dell’Europa del sud continuano a essere dipendenti da piani di salvataggio a carico dei paesi del Nord Europa, mentre la BCE continua, e aumenta anche, gli acquisti di debito sovrano sul mercato secondario per mantenere i tassi di interesse a livelli gestibili. L’Europa meridionale si avvia così in un lungo periodo di depressione e non è in grado di implementare un nuovo modello di crescita a causa della mancanza di investimenti. Si aggiunga inoltre la mancanza di domanda “solvibile” e la fuga dei migliori cervelli. I piani di salvataggio assicurano che questi paesi rimangano nell’euro (nonostante sorgano nelle popolazioni movimenti sempre più importanti contro l’euro), ma non sono in grado di trovare una soluzione a questa crisi. L’Unione europea si indebolisce sia nei confronti degli Stati Uniti che dei paesi emergenti e diventa sempre più dipendente da suoi partner.

(2) La rottura dell’Eurozona. (Break-up of the Eurozone)

Qui, la gestione della crisi è ancora più conservatrice rispetto allo scenario precedente, dove si ammetteva un significativo impegno della BCE. L’unione bancaria, anche se formalmente implementata, è inefficiente a causa della riluttanza di molti paesi alla sua applicazione. Il peggioramento della situazione economica dei paesi dell’Europa meridionale si combina con una rinnovata rigidità riguardo il patto di crescita e stabilità che richiede a questi paesi ancora maggiore impegno per una riduzione del deficit e del debito. Inoltre, non c’è nessuna politica di investimento né politica industriale o politica commerciale a livello europeo. Il risultato di tutto questo è che le tensioni sociali diventano incontrollabili e conducono a uscite non concordate dalla zona euro. Questo si traduce in un divisione monetaria dell’Europa in tre parti, con un euro “mantenuto” intorno all’area della Germania (in realtà una zona Marco), un’unione monetaria del Nord intorno alla Gran Bretagna e un Sud Europa, dove ogni paese riguadagna la sua sovranità monetaria. Facciamo qui notare che la cosiddetta ‘Unione monetaria del Nord’ è in realtà molto poco probabile.

La Gran Bretagna non ha alcun interesse a un’unione monetaria. L’”area della sterlina” è una possibilità, ma il grado di probabilità è basso. Il risultato da considerarsi più probabile è da un lato la costituzione di una ‘zona del marco’ destinata indirettamente o direttamente ad alcuni paesi dell’Europa centrale, e un ritorno alla sovranità monetaria per tutti gli altri paesi. In questo scenario, l’Unione europea è attaccata tanto dall’esterno, dove la sua posizione nei confronti degli Stati Uniti, ma anche di Cina e Russia è indebolita, quanto dall’interno dall’aumento dei movimenti politici che mettono radicalmente in discussione l’esistenza stessa delle istituzioni europee.

(3) Il ripiegamento su un nocciolo duro dell’Europa. (Core Europe)

In questo scenario rimangono da una parte solo i paesi del centro, nel contesto di un nuovo trattato, che comprende l’unione bancaria, ma anche l’Unione fiscale e dall’altro lato gli altri paesi che rifiutano questo trattato e che costituiscono un secondo livello di UE ridotta a una zona di libero scambio. Lo studio di FES naturalmente include la Germania e la Francia nei paesi core e accetta la scommessa che intorno a questi due paesi un certo numero di altri paesi si riunirà sulla base di un accordo politico (denominato Euro patto plus) che includa la cessazione dell’austerità e delle regole sociali e fiscali comuni per evitare il dumping sociale e fiscale.

“Il Patto Euro Plus, con il suo impegno per un’ulteriore convergenza della tassazione delle imprese, dei contributi e delle prestazioni sociali, sarebbe implementato solo nei paesi core, che dovrebbero protegersi dal crescente dumping fiscale e sociale da parte degli altri paesi. Delle nuove risorse finanziarie per gli investimenti, combinate con una politica industriale, col mercato unico e con adeguate riforme strutturali, aiuterebbero la transizione verso un’economia più verde, più efficiente e più inclusiva nel gruppo dei paesi del centro.” (p.8)

Questo nucleo di paesi avrebbe quindi una forte coerenza e ci potrebbe essere uno sviluppo più armonioso. Per altri paesi, la situazione sarebbe meno rosea e l’azione “non convenzionale” della Banca Centrale Europea sarebbe sempre necessaria. Allo stesso modo, il MES sarebbe comunque necessario e vedrebbe i suoi mezzi di intervento potenziati per far fronte a crisi nei membri non ‘hard core’ pur avendo una condizionalità ancora rinforzata. Le differenze tra i paesi del ‘hard core’ e il resto dell’Unione europea sarebbero destinate a crescere. Al limite, si potrebbe sviluppare un forte antagonismo tra i paesi ‘hard core’ e gli altri paesi dell’Unione europea.

“Gli stati membri della periferia sono favorevoli a misure protezionistiche, con gli stati del centro che devono fronteggiare delle pressioni crescenti in termini di competitività a causa dei loro standard sociali elevati. Questo porta ad una crescente ostitlità e ad un populismo antieuropeo all’interno e all’esterno dei paesi core.” (p.8)

Questo scenario sembra improbabile in quanto presuppone un accordo politico di fondo non semplice con la Germania, quando invece il conflitto tra la Francia e la Germania sta crescendo di intensità, nonostante quel che dice il governo. Ora, se tra Germania e Francia un accordo non è in realtà possibile, e considerando le attuali divergenze questa sembra la soluzione più probabile, la soluzione per il nostro paese potrà essere sia di dar ragione alla Germania sull’austerità, sia di lasciare l’Euro. Siamo pertanto ricondotti al primo scenario (la situazione di stallo) o al secondo (l’esplosione).

(4) Il completamento dell’Unione di bilancio (Fiscal union completed).

In questo scenario, al seguito della Francia, la Germania e altri paesi dell’Eurozona riconoscono la comune necessità di accelerare il movimento verso un’Europa federale, riducendo in modo significativo l’austerità per l’Europa meridionale. Un fondo comune di stabilizzazione è implementato (una mutualizzazione del debito) e l’area dell’Euro si dota di un’agenzia in grado di emettere il proprio indebitamento per finanziare investimenti massicci in tutti i paesi, sotto l’egida di un’autorità comune di controllo.

“Una sorveglianza macroeconomica è combinata con maggiori risorse per la ripresa: non solo una più rapida implementazione dei fondi strutturali, ma anche un Fondo Economico Europeo per la Stabilizzazione col compito di gestire gli shock asimmetrici. Il dialogo sociale e la contrattazione sono incoraggiati a libvelo nazionale ad europeo per un migliore allineamento dei salari e della produttività.” (p.9)

Il problema con questo scenario è che esso non quantifica le esigenze finanziarie in trasferimenti annuali al di là della questione degli investimenti. Questo è un problema ricorrente in tutti gli scenari federalisti. Il federalismo comporta trasferimenti, che la Germania, ma anche la Finlandia e l’Austria, rifiutano. Ora, la grandezza dei trasferimenti per assicurare soltanto un recupero dei quattro paesi più in difficoltà (Spagna, Grecia, Italia, Portogallo) è nell’ordine di 240 – 250 miliardi di euro all’anno per dieci anni. Inoltre, è altamente probabile che questo livello di trasferimento diventerebbe permanente, come si è visto oggi all’interno degli Stati e in Francia con il caso del DOM – TOM. Quindi non parliamo di trasferimenti per un breve periodo, e non è affatto realistico aspettarsi di finanziarlo con dei prestiti.

II. La probabile evoluzione della situazione nell’area dell’Euro.

Nella valutazione di possibili scenari futuri e del loro grado di probabilità, dalla lettura del documento si può notare facilmente che vi sono delle gravi divergenze. Questo è particolarmente visibile nella mancanza di coerenza osservata nell’analisi dei diversi scenari. Tuttavia, emerge un’impressione generale: quella di un grande pessimismo circa il futuro dell’eurozona.

(1) Dall’impossibilità di continuare l’attuale politica al rischio di esplosione dell’area dell’Euro.

Nel primo scenario, lo stallo nella crisi, questo passaggio è particolarmente contraddittorio. “Il primo scenario – muddling through the crisis – è generalmente considerato insostenibile, ma vi è una importante variabile nel quadro all’interno del quale la cosa potrebbe durare, e precisamente una sorta di Japanese scenario. Questo significherebbe un lungo periodo di stagnazione, deflazione e alto indebitamento. Questo scenario sarebbe il risultato della gestione della crisi prevalente sino ad ora, caratterizzata da too little, too late, combinata con la dominante del metodo intergovernativo invece che comunitario.” (p.10)

La prima reazione è che l’affermazione che un tale scenario non è sostenibile è contraddetta dal riferimento, alla fine, a uno scenario “giapponese”. Tuttavia, questo ultimo scenario, che fa riferimento al “decennio perduto” del Giappone, non tiene conto del fatto che la zona Euro non è un paese, ma un insieme di paesi, come sottolinea anche il riferimento al “metodo intergovernativo”. L’unica soluzione per dare una continuità allo scenario della situazione di stallo, è di ammettere un flusso di trasferimenti certamente inferiore rispetto agli importi necessari nell’ipotesi federale, ma che rimarrebbero comunque significativi. Tuttavia, è chiaro che non solo la Germania si rifiuta di pagare tali importi, ma si oppone sempre più apertamente alle modifiche avvenute alla BCE con l’arrivo di Mario Draghi [5]. In realtà, il secondo scenario, quello di una rottura dell’Eurozona, appare molto più probabile, ma si divide in uno scenario ‘nero’, descritto come “Jugoslavia” e uno scenario più roseo, chiamato “Unione Sovietica”.

Il secondo scenario – crollo dell’Eurozona – potrebbe essere il risultato del perdurante e infruttoso approccio di muddling-through seguito finora, come abbiamo visto. Questo crollo potrebbe verificarsi in due modi: in primo luogo, la sindrome Yugoslavia, che comporta una violenta separazione e un vuoto decisionale, con gli eventi che vanno fuori controllo. Questo, naturalmente, sarebbe il peggiore tra i peggiori scenari possibili e non è sorprendente che sia stato prefigurato da un rappresentate della exYugoslavia. Dovrebbe essere preso seriamente, perché anche se nessuno lo desidera, potrebbe anche accadere…” (p.10) e

Il secondo scenario sarebbe quello di uno scioglimento pacifico, come lo scioglimento dell’Unione Sovietica, dove una saggia leadership riconoscerebbe che i costi di mantenere l’unione sarebbero molto più alti – e probabilmente insostenibili – della scelta di consentire una separazione, mantenendo almeno un centro intatto (nel caso della UEM, la decisione di una saggia leadership di questo tipo condurrebbe logicamente allo scenario dell’Europa Core).” (p.10)

(2) L’ipotesi del “nocciolo duro” europeo e le sue contraddizioni.

Il terzo scenario esaminato potrebbe allora derivare dal secondo. Il “nocciolo duro” costituito da paesi che conserverebbero l’Euro è in realtà lo scenario che è stato considerato il più plausibile da una maggioranza di partecipanti in varie riunioni organizzate dalla Friedrich Ebert Stiftung. Ma su questo punto, noi non possiamo che rilevare un’incongruenza: perché il “nocciolo duro” previsto nello scenario 3 possa formarsi, è imperativo che la Francia ne faccia parte. Se il “nocciolo duro” è costituito dalla vecchia zona del marco, siamo infatti in una delle varianti dello scenario dell’esplosione dell’Eurozona, perché è chiaro che la Germania e i suoi satelliti non avrebbero né desiderio né interesse ad attuare le riforme che coinvolgono il “nocciolo duro”. Tuttavia, la Francia non potrebbe rimanere in una “area Euro” senza che l’Italia (e forse la Spagna) ne facciano parte. Gli effetti sull’industria francese dell’appartenenza a un Euro senza l’Italia o la Spagna sarebbero abbastanza drammatici. Ma un “nocciolo duro” comprendente la Germania, la Francia e l’Italia non è molto diverso dalla configurazione attuale. La Grecia e Cipro fuori dall’Euro avrebbero economicamente (finanziariamente sarebbe un’altra questione) poca importanza. Tuttavia, è chiaro che la situazione economica della Spagna e dell’Italia è molto compromessa. Pertanto, il “nocciolo duro” non è niente altro che una zona marco ridenominata, quindi la Germania dovrebbe accettare quei trasferimenti che oggi nega. Ci siamo quindi ritrovati nella situazione precedente.

Il terzo scenario – Core Europe – potrebbe così derivare dagli altri due sopra menzionati. E’ stato considerato da molti come lo scenario più probabile, ma comporta grandi rischi, che riguardano soprattutto la sua potenziale caratteristica non democratica, derivante dall’approccio intergovernativo alla gestione della crisi implementato dalla amministrazione Merkel ” (p.10).

Un altro problema sollevato è la mancanza di democrazia nel caso dell’istituzione di un “nocciolo duro” intorno alla Germania. Questo è davvero uno dei problemi, pure se estraneo all’economia. È chiaro che l’impostazione di istituzioni controllate dal governo tedesco non avrebbe altra logica che trasformare i paesi europei aderenti in protettorati (nella migliore delle ipotesi) o colonie (nella peggiore) della Germania.

Infine, l’ultimo scenario, quello di un federalismo fiscale altamente avanzato, è stato considerato dai partecipanti come il migliore ma il meno probabile degli scenari. Su questo punto, possiamo solo condividere l’osservazione già espressa sulla fattibilità di questo federalismo.

(3) Le ragioni dell’indecisione tedesca.

Da questa tabella elaborata da competenti esperti della Friederich Ebert Stiftung ne deriva una constatazione che alcuni troveranno pessimista, ma che è in verità realistica. La posizione della Germania condanna a breve termine l’area dell’Euro, e la soluzione migliore sarebbe una dissoluzione concertata, che permetta di salvaguardare un nucleo istituzionale europeo. Quindi è necessario pensare a “chi ha interesse all’Euro” in Germania.

Si tratta chiaramente di un’alleanza tra gli industriali dei più grandi mercati europei e dei banchieri che ha molto da perdere da una dissoluzione dell’Euro. Per i primi, l’Euro, nella sua forma attuale, è la garanzia di una moneta che non è troppo sopravvalutata. Se la Germania tornasse al marco, non solo quest’ultimo si apprezzerebbe fortemente contro il dollaro e lo Yen (con un cambio di un DM per 1.50 Dollari) ma le valute dei principali clienti della Germania in Europa, la Francia, l’Italia e la Spagna, si deprezzerebbero liberamente. Non solo il surplus commerciale tedesco scomparirebbe, ma non è impossibile che si trasformerebbe in un deficit dall’1% al 2% del PIL. D’altra parte, una parte della popolazione e i pensionati avrebbero interesse che la Germania lasci la zona Euro per garantire il valore dei loro risparmi. In ogni caso, questa parte della popolazione si oppone ferocemente a qualsiasi trasferimento della Germania ai paesi dell’Europa meridionale. Questa ambiguità spiega la politica della signora Merkel che afferma di voler mantenere l’Euro (e così facendo prende in considerazione gli interessi degli industriali e dei banchieri), ma che afferma anche che pagare, direttamente o indirettamente, è fuori questione, perché difende gli interessi del suo elettorato. Aggiungiamo che se deciderà di sacrificare gli interessi del suo elettorato, gli industriali le ricorderanno che la competitività tedesca è basata inoltre sul fatto che una parte delle eccedenze commerciali viene reinvestita.

Tabella I

Posizione dei gruppi sociali tedeschi sulle prospettive della crisi dell’Euro

Classe o gruppo sociale Continuazione della situazione attuale Federalismo completo (prelievi   dell’8-10% all’anno) Esplosione della zona Euro (Marco   a 1,50 dollari USA)
Grande industria globalizzata Situazione piuttosto favorevole. Situazione molto sfavorevole   a
causa della pressione sugli utili per alimentare i trasferimenti.
Situazione piuttosto sfavorevole,   ma che può essere controllata da
un’accelerazione delle delocalizzazioni, per sfuggire al marco forte,
in Cina e negli Stati Uniti.
Piccole e medie imprese. Situazione molto favorevole   per
il controllo della moneta e la mancanza di un marco forte.
Situazione molto sfavorevole   a
causa della pressione sui profitti.
Situazione molto sfavorevole   a
causa della perdita di competitività da marco forte.
Settore bancario. Situazione molto favorevole. Situazione moderatamente   favorevole. Situazione molto sfavorevole   a
causa di perdite di valore sugli attivi.
Amministrazione della Banca   centrale e assimilati Situazione sfavorevole per   l’interrogativo latente sullo status
della Bundesbank e la sua autorità a livello europeo.
Situazione molto sfavorevole   a
causa di un interrogativo aperto sullo stato e autorità della
Bundesbank.
Situazione molto favorevole   con
ritorno dell’autorità interna ed esterna della Bundesbank.
Risparmiatori e pensionati Situazione moderatamente avversa   per il rischio di erosione del valore
del patrimonio e dei beni.
Situazione molto sfavorevole con
forte attacco sul reddito e potenzialmente sul capitale.
Situazione molto favorevole,   con
guadagni sugli attivi a causa del marco forte.
Dipendenti di grandi aziende Situazione relativamente   favorevole dato che i datori di lavoro
possono permettersi di distribuire una parte dei profitti.
Situazione molto sfavorevole   per
le pressioni sui salari e sui redditi per finanziare i trasferimenti.
Situazione molto sfavorevole   con
massicci licenziamenti in virtù di delocalizzazioni.
Dipendenti delle piccole imprese Situazione sfavorevole a causa   della pressione sui salari e condizioni
di lavoro derivanti dalla riforma Harz IV.
Situazione sfavorevole a causa   dell’aumento del carico fiscale. Situazione relativamente meno   sfavorevole se la produzione non è
delocalizzabile.

Non ci sono grandi margini di manovra. Ci sono sette gruppi sociali, la cui dimensione è certamente diversa, ma la cui influenza sul processo decisionale è relativamente paragonabile o a causa dei mezzi di informazione che controllano, o della loro reputazione nella società o semplicemente per il loro peso elettorale. Essi sono di fronte alle tre possibilità che si aprono davanti alla Germania: o il perpetuarsi della situazione attuale, o un federalismo fiscale importante che impone i costi dei trasferimenti dall’8% al 10% per la Germania, o un’esplosione dell’Euro con una forte rivalutazione del marco. Vediamo che la soluzione del federalismo fiscale è quella peggiore per 5 delle 7 categorie previste. Esso non è realmente vantaggioso per alcuna categoria. La soluzione di un’esplosione dell’area dell’Euro è molto sfavorevole per 3 categorie, ma al contrario molto favorevole per 2 categorie. La soluzione del perpetuarsi della situazione attuale è moderatamente negativa o moderatamente favorevole per tutte le categorie tranne che per una per la quale è molto favorevole. Ecco perché il consenso si raccoglie, in realtà per impostazione predefinita, intorno a questa opzione. Ma, chiaramente, l’opzione del federalismo fiscale è da escludersi in Germania per una questione democratica, in quanto è troppo negativa per molti segmenti della società. Resta il fatto che la prima delle possibilità non può essere perpetuata nel tempo, come il documento della Friederich Ebert Stiftung stabilisce in modo convincente. In queste condizioni, inevitabilmente si procederà alla terza possibilità, lasciare esplodere l’area dell’Euro.

Per non aver capito questa situazione, per non aver fatto un’analisi per categorie sociali e gruppi con una significativa rappresentanza simbolica, un Jean-Luc Mélenchon tiene discorsi insensati dove si afferma, contro ogni evidenza, che la Germania “vuole” far uscire dall’Euro i paesi che sono i suoi principali clienti…Mentre quello che la Germania vuole soprattutto evitare è di dover contribuire massicciamente all’economia dell’area dell’Euro.

(4) Una dissoluzione ordinata, la migliore delle soluzioni ?

Una lettura attenta di questo documento conferma così che diversi esperti europei riuniti dalla Friederich Ebert Stiftung considerano che la continuazione della politica attuale non è più possibile e che è diventata anzi pericolosa, dato che può portare in qualsiasi momento ad un disfacimento incontrollato della zona Euro. La realizzazione di un ampio federalismo fiscale, al di là dei problemi politici che solleverebbe, non appartiene più all’ambito del possibile. Quest’obiettivo deve essere considerato come un’utopia nel vero senso del termine. La terza soluzione, nota come il “nocciolo duro” affronta due contraddizioni: la prima è tra le politiche francesi e tedesche. Se la Francia capitola alle condizioni tedesche il “nocciolo duro” non funziona; se la Francia cerca lo scontro, essa rischia di essere presa in parola della Germania e di dover uscire dall’Euro. Ma vi è una seconda contraddizione. Il “nocciolo duro” avrà l’omogeneità necessaria per funzionare solo se approssima la “zona del marco”, ma allora, perde molto del suo interesse.

Vediamo allora che la sola soluzione ragionevole è quella di uno scioglimento ordinato dell’Eurozona, lasciando i meccanismi di cooperazione monetaria tra i paesi, ma ripristinando tutta la flessibilità monetaria necessaria. Questo non è altro che la soluzione che ho difeso nel luglio scorso in un documento sul lavoro [6]. Ormai, ci si arriva, spinti dalla necessità.

[1]U. Dirksen, B. Hacker, M-J Rodriguez et W. Velt, Scenarios for the Eurozone 2020, Scenario Team Eurozone 2020, Friederich Ebert Stiftung, Berlin, Mars 2013. URL: http://library.fes.de/pdf-files/id/ipa/09723.pdf

[2] M. Aglietta, Zone Euro : éclatement ou fédération, Michalon, Paris, 2012.

[3] P. Artus, « Trois possibilités seulement pour la zone euro », NATIXIS, Flash-Économie, n°729, 25 octobre 2012 ; idem, « La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne : rester compétitive au niveau mondial ? La réponse est oui », NATIXIS, Flash-Économie, n°508, 17 juillet 2012.

[4] J. Sapir, “Le coût du fédéralisme dans la zone Euro”, billet publié sur le carnet Russeurope le 10/11/2012, URL: http://russeurope.hypotheses.org/453

[5] K. Pfaffenbach, « La BuBa confirme un rapport critique sur les OMT », Les Echos.fr et Reuters, 24 avril 2013, http://www.lesechos.fr/entreprises-secteurs/finance-marches/actu/reuters-00517494-la-buba-confirme-un-rapport-critique-sur-les-omt-562463.php

[6] Document publié en septembre 2012 sur RussEurope, J. Sapir, La dissolution de la Zone Euro: Une solution raisonnable pour éviter la catastrophe, Working Paper inédit, 19 juillet 2012, pdf., http://russeurope.hypotheses.org/23

 


Il predatore senza prede muore

La natura dovrebbe insegnarci qualcosa. Ma abbiamo smesso di osservarla e sincronizzarci con essa quando abbiamo iniziato a pensare di poterla controllare. Sottomettere. Ma il pianeta è un organismo troppo vasto per il piccolo uomo. E la natura torna sempre in pareggio. Perché in natura un predatore senza più prede o ne trova di nuove o muore. Si estingue. E l’ecosistema trova un nuovo equilibrio a prescindere dalla specie scomparsa.

L’economia funziona più o meno allo stesso modo. Chi fabbrica magliette se non ha a chi venderle muore. Così chi compra obbligazioni.

Bill Gross è uno dei top manager di Pimco. Il più grande fondo di investimento obligazionario del mondo. O giù di lì. E’ uno di quelli che Morningstar ha mantenuto negli ultimi 15 anni nel 3% in cima alla lista per produttività. In sostanza Bill Gross è uno squalo con la pinna bella grossa. Uno a cui non interessano le politiche sociali, il benessere delle masse o la condivisione del reddito. La sua missione è fare denaro e intascare il bonus annuale. Punto.

Eppure proprio Bill Gross rilascia un’intervista al Financial Times nella quale avvisa:

“The UK and almost all of Europe have erred in terms of believing that austerity, fiscal austerity in the short term, is the way to produce real growth. It is not,” Mr Gross told the Financial Times. “You’ve got to spend money.”

Uno speculatore internazionale che folgorato sulla via di Damasco si scopre keneysiano? Signori dei Governi dovete spendere soldi!!!

Gross continua. “I think, fiscally, that governments everywhere have erred in terms of their policy for one way or another and they certainly haven’t induced investment as a percentage of GDP, which, we all know, is ultimately the way to prosperity.”

Dice “certamente i governi non hanno indotto investimenti considerandoli parte del GDP”. Ma questa non era una delle riforme morbide che si volevano introdurre in Europa per far risultare più bassa la percentuale debito/PIL? Quell’”indurre”, messo accanto al commento precedente non significa “spendete i soldi così da indurre la crescita”?

Gross nel febbraio del 2010 aveva sostenuto la tesi opposta. Quella di Kenneth Rogoff and Carmen Reinhart. Quelli che “abbiamo sbagliato i conti”. Quelli che avevano trovato la pistola fumante dei debiti pubblici cresciuti oltre i limiti. Quelli che fornirono la base scientifica per le politiche di austerità.

Gross, in sostanza ci ha ripensato. Ha capito che anche il capitale finanziario per continuare a muovere le proprie pedine sulla scacchiera del Risiko della finanza non può puntare al saccheggio totale. All’annientamento degli stati da conquistare. Il predatore in natura aspetta che la preda ingrassi per attaccarla. Non la affama. E Gross ha capito che l’Europa è alla fame. L’austerità la sta conducendo sul pericoloso cammino del default. Non quello tecnico. Ma quello che, aldilà degli artifici contabili, sta nella realtà dei fatti.

In sostanza i mercati, che Gross impersona, iniziano a pensarla come i cittadini. L’austerità è un’aberrazione. Anche nei termini del peggior capitalismo predatorio. E’ come se una famiglia in difficoltà economica smettesse per prima cosa di acquistare cibo. Dopo un po’ nessuno sarebbe più in grado di lavorare per produrre reddito.

A cosa pensano i governanti d’Europa dunque quando utilizzano il grimaldello mediatico del “i mercati lo vogliono”, “i mercati reagirebbero malamente all’aumento del debito”? Qual è la vera storia dietro a queste richieste? Perché anche Olli Rehm, la Merkel e Draghi sanno bene che Gross ha ragione. Gross mica Keynes!

E’ evidente che c’è altro. Un paio di ipotesi:

  1. In autunno in Germania si vota. E un cedimento verso i pigri profittatori del sud varrebbe alla Merkel una bella batosta elettorale. Visto soprattutto il ruolo di guardiano del trattato di Maastricht che la Cancelliera ha ritagliato al suo paese
  2. Il progetto politico che sta dietro all’euro non ha nulla a che fare con la banale razionalità matematica dell’economia. Fino a un certo punto andava bene per le classi più abbienti e per i paesi del nord (Germania in testa) che costruivano reddito attraverso la svalutazione interna sulle spalle della minore competitività dei “meridionali”. Ora anche quest’approccio mostra la corda.

E in tutto questo cosa decide di fare l’Europa? Lo speculatore (che conta il profitto) ha capito che la regola dell’austerità non può funzionare più. I sordi governanti (i cui lauti stipendi li pagano i cittadini), invece, nel nome di una mitologia spacciata presso le masse per salvare il proprio futuro politico continuano imperterriti nel loro cammino. Non bastano i cittadini che affollano le mense pubbliche. Non bastano nemmeno gli avvisi dei tycoon della finanza. A testa bassa proseguono nel sentiero tracciato: euro, più Europa, austerità. Tutto pur di non ammettere che il cambio fisso è un’idiozia trasformatasi in tragedia.

Un anno in più alla Spagna (forse due), uno al Portogallo, due alla Grecia. Per fare cosa? Ovvio, per raggiungere il fatidico 3%. Sono queste le misure che varano per allentare con magnanimità la presa sul futuro del Continente. Melina in attesa del voto a Berlino. Melina per non far sollevare i popoli. Melina perché qualcuno spintonato dall’emergenza non decida di uscire dalla moneta unica. Melina sulla pelle della gente.

Nel frattempo la BCE stampa i nuovi 5 euro. Nella filigrana c’è il volto di Europa, la figlia dei Titani Oceano e Teti. O magari la principessa fenicia rapita e stuprata da Zeus. Qualunque delle due, la mitologia continua.


Debito pubblico il minore dei mali?

Eresia! In questi anni di crisi ci hanno lavato il cervello facendo in modo che ognuno nel suo piccolo si sentisse in colpa. Perché la sanità è pubblica. Perché la scuola è pubblica. Perché ci sono troppi consiglieri regionali. Perché l’autobus e le mense costano poco. Perché tutti abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi.

Ci sentiamo in colpa. Eppure continuiamo a guardare la macchina che abbiamo da 10 anni. Le scarpe che non ci possiamo permettere. Le vacanze in tenda. Le cene a casa perché fuori non si può. Il sogno dei figli perché dopo affitto e spese nemmeno al cinema riusciamo ad andare.

Ci guardiamo allo specchio e ci sovviene una domanda. Al di sopra dei nostri mezzi? Ma che cazzo dite!!

Sono ormai mesi che, come di consueto, cerco risposte diverse. Diverse dal mantra colpevolizzante che usa la crisi per spillarci gli ultimi risparmi al fine di comprare carbone per un sistema che è ormai come un treno a vapore ai tempi dell’elettricità.

E vagando di economista in economista qui e lì inizia a insinuarsi l’idea che il mantra sul debito pubblico in realtà sia ciò che sia. Ovvero una di quelle operazioni di illusione di massa che serve a garantire il silenzio conciliatorio del popolo di Auchan a politiche sempre più vessatorie. Perché siamo colpevoli. E dobbiamo espiare.

Peccato. Punizione. Espiazione. Felicità. La cultura giudaico-cristiana (quella a cui volenti o nolenti apparteniamo) fornisce il terreno di coltura ideale perché il mantra venga interiorizzato e i singoli si autoconvincano che continuare a soffrire sia la giusta punizione per le colpe del passato.

Nel mio vagare ho trovato un articolo di alcuni sediziosi rivoluzionari complottisti che scrivono per un blog sconosciuto e soprattutto totalmente ignorante su tutto ciò che riguarda il funzionamento e le dinamiche dell’economia di mercato. Il misterioso blog si chiama Bloomberg e l’articolo parla di come ricchi tedeschi pecchino e a espiare siano poveri greci. Una sorta di FIAT-Cattolicesimo. Privatizzare il peccato e socializzare l’espiazione.

In sostanza, si tratta di come il debito pubblico sia in realtà (e in buona parte) una sorta di trucco per ripagare il debito privato (soprattutto delle banche).

Ve lo traduco. Leggetelo anche se non vi frega un cazzo né dei Greci né dei Tedeschi, perché si tratta di un paradigma. Di un esempio di come stanno andando le cose in Europa. E di come anche le leggi di stabilità italiane rispondono a ben altri interessi che non quelli del “rimettiamo a posto i conti così poi torna la crescita e tutti stiamo meglio” (dichiarazioni di oggi del governo in gestione commissariata) … oooppsss …. in carica)

Buona lettura. L’originale è qui.

Nei milioni di parole scritte sulla crisi del debito in Europa, la Germania è in genere identificata come l’adulto responsabile a la Grecia come il bambino dissoluto. Alla prudente Germania, dice la storiella, dispiace moltissimo di dover salvare la Grecia, che ha preso in prestito molto di più di più di qunato poteva permettersi e ora deve pagarne le conseguenze.

Vi sorprenderebbe sapere che I contribuenti europei hanno fornito identico appoggio finanziario tanto alla Germania quanto alla Grecia? Un esame dei flussi monetari europei e dei bilanci delle Banche Centrali europee suggerisce proprio questo.

Iniziamo dicendo che non possono esistere debitori irresponsabili senza creditori irresponsabili. Le banche tedesche sono alla base del problema. Grazie in parte a leggi con ampi margini di manovra, le banche tedesche, negli anni prima della crisi, hanno creato un rischio altissimo (precarious exposures) nelle zone periferiche del continente. Dal dicembre del 2009, secondo la Bank for International Settlements, le banche tedesche hanno messo insieme un credito di $704 miliardi nei confronti di Grecia, Irlanda Italia, Portogallo e Spagna. Molto di più del capitale aggregato delle stesse banche. In altre parole hanno prestato più di quanto potevano permettersi.

Quando la Banca Centrale Europea e l’Unione Europea sono intervenute per salvare i Paesi in difficoltà hanno solo reso possibile che le banche tedesche riportassero a casa i propri capitali. Come risultato hanno salvato sia le banche tedesche sia i contribuenti che avrebbero dovuto supportare quelle banche se i prestiti non fossero stati ripagati.  A differenza degli aiuti alla Grecia, il supporto alle banche tedesche è avvenuto automaticamente, come conseguenza della struttura monetaria dell’Unione.

Come ha funzionato

Quando le banche tedesche hanno ritirato i capitali dalla Grecia, le altre banche centrali dell’area euro hanno controbilanciato la fuoriuscita con prestiti alla Banca Centrale Greca. Questi prestiti apparivano sui bilanci della Bundesbank, la banca centrale tedesca, come richieste di pagamento nei confronti del resto dei paesi dell’euro. Il meccanismo, pensato per mantenere a galla la moneta unica, ha reso più facile per el banche tedesche uscire dalle difficoltà.

Ed ora la parte ingannevole. Al contrario delle richieste delle banche private tedesche, quelle della Bundesbank erano solo in parte responsabilità della Germania. Se la Grecia non avesse onorato il debito, le perdite sarebbero state condivise da tutti i paesi dell’euro, d’accordo con la quota che essi hanno nella Banca Centrale Europea. La quota tedesca sarebbe stata del 28%. In breve, negli ultimi due anni, la maggior parte l’assunzione di rischio chiaramente visibile sui bilanci delle banche tedesche è stato caricato sui contribuenti di tutti i paesi dell’euro.

E’ difficile quantificare quanto esattamente la Germania abbia beneficiato dal salvataggio europeo. Un indicatore potrebbe essere la cifra che le banche tedesche hanno incassato a discapito dell’eurozona da quando la crisi è iniziata. Secondo la BIS la cifra si aggira intorno ai $353 miliardi fra fine 2009 e fine 2011 ultimo dato disponibile). Un altro indicatore potrebbe essere l’aumento delle richieste della Bundesbank’s indirizzate alle altre banche centrali europee. Si tratta di 466 miliardi di euro ($590 miliardi) fra dicembre 2009 e aprile 2011, anche se in questo caso la cosa potrebbe riflettere anche correntisti non-tedeschi che spostano capitali in banche tedesche.

Dall’altra parte la Grecia ha ricevuto un totale di circa 340 miliardi di euro per ricapitalizzare le banche, rimpiazzare capitali in fuga, ristrutturare il debito, e aiutare il governo a far quadrare i conti. Solo 15 di questi miliardi provengono direttamente dalla Germania. Il resto proviene dalla banca Centrale Europea, dall’Unione e dal Fondo Monetario Internazionale.

Meglio preparati

Il cambiamento della solvibilità della Germania ha implicazioni importantissime per il suo ruolo di leader nella risposta europea alla crisi economica. Prima che le banche tedesche ritirassero i capitali rischiavano tonnellate di denaro se la Grecia avesse deciso di uscire dall’euro. Ora qualunque perdita verrebbe condivisa dai contribuenti di tutta l’eurozona, in particolare la Francia, le cui banche hanno ancora crediti ingenti con la Grecia. Forse è proprio questo che alcuni funzionari intendevano quando sottolineavano come ora l’area dell’euro sia “meglio preparata” a un uscita della Grecia.

Infine, tuttavia, la Germania si renderebbe conto di quanto le costerebbe l’uscita della Grecia. Se la la situazione delle banche e l’irrequietezza dei mercati spingessero anche Portogallo, Spagna, Italia ed altri fuori dall’area euro, le perdite potrebbero cancellare la maggior parte del capitale delle banche tedesche. Per non parlare dei danni di lungo termine che la caduta dell’euro comporterebbe per le esportazioni che spingono l’economia tedesca e la potenziale dismissione di un progetto europeo pensato per impedire il ripetersi degli orrori di due guerre mondiali.

Per impedire questo scenario, con o senza la Grecia, la Germania dovrà fare tutto ciò che finora ha rifiutato. Ciò include permettere alla banca Centrale Europea di spalleggiare il governo del debito dei singoli paesi. L’area dell’euro necessita anche di un meccanismo che trasferisca automaticamente soldi ai paesi in difficoltà, così come è stato per il salvataggio delle banche tedesche – un elemento che gli economisti considerano da lungo tempo cruciale per rendere l’eurozona un’unione monetaria funzionale. Come abbiamo più volte ribadito un fondo congiunto di assicurazione per la disoccupazione potrebbe essere il primo passo verso l’unione fiscale.

Quando il Cancelliere Merkel pensa al prossimo passo da fare per contrastare la crisi europea – un passo che potrebbe tanto far crescere l’eurozona quanto, alternativamente, metterne a rischio la stessa sopravvivenza – dovrebbe tenere a mente che il suo paese è debitore nei confronti del sistema euro tanto quanto la Grecia”.