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Economia? No grazie non ci capisco niente

Molti di noi se la cavano così. Dismettendo il problema e delegandolo a chi ne sa di più. Fino al punto di prendere per oro colato qualunque idiozia un TG propini come realtà. Vorrei rassicurarvi. Dopo aver visto quanto poco capisce di economia il sottosegretario Del Rio … sottosegretario all’Economia (sic) … direi che c’è speranza per tutti. Basta leggere, approfondire, informarsi cercando fonti accreditate.

Ve ne propongo 2. Un video di Claudio Borghi a Piazza Piddina (ooopsss … Pulita). Che aveva di fronte proprio l’inconsistente vice di Padoan.

E un pezzo del caro vecchio Bagnai veramente a prova di principiante. Comprensibile, chiaro, cristallino.

In sostanza perché l’euro sta uccidendo l’Europa

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411


Bugiardi

All’insediamento del neo governo della Troika nel Protettorato Italia mi meravigliavo del fatto che le parole ormai abbiano perso completamente di significato. I campi semantici vengono talmente estesi da comprendere all’interno dei confini smisurati tutto e il contrario di tutto. Si dice politica e si pratica una versione parolaia del sopruso. Si dice populismo quando le proposte provengono da altri. Salvo poi definirle provvedimenti urgenti una volta assimilate. Si dice scienza e si pratica una sorta di oscura religione dei numeri che verifica sé stessa senza mai guardarsi da fuori o porsi le domande da nuove angolazioni.

Ma c’è una parola della quale è più difficile distorcere il significato. Bugiardi. Ovvero coloro che mentono. Ovvero l’unico modo di definire la cerchia che conia il Letta-pensiero. Perché il bugiardo non è colui che mente in buona fede. Pensando di dire la verità. Il bugiardo è colui che mente sapendo di mentire.

In molti si sono chiesti come mai nel discorso di insediamento Letta avesse tracciato la road map di mirabolanti provvedimenti per l’emergenza disoccupazione-recessione-calodelladomanda senza alcun cenno alle risorse per realizzarli. D’altra parte la differenza fra la campagna elettorale e l’esercizio delle funzioni di governo dovrebbe essere proprio questa. Almeno una delle differenze. Altri sono rimasti perplessi per la sua risposta ai cronisti tedeschi. “Dove troviamo i soldi sono affari nostri!”. E tutti (i più sprovveduti o cerebrolesi) ad applaudire. Bravo Letta. Finalmente dici qualcosa di nazional-popolare. E giusto nazional popolare, perché un paio di battute di Alberto Sordi dopo gli applausi non sarebbero sembrate per niente stonate. E almeno qualcuno avrebbe riso.

In realtà c’era poco da meravigliarsi. I numeri non c’erano perché, stanti le cose, quei numeri non esistono. Non possono esistere. Ai giornalisti tedeschi non poteva mica rispondere “tranquilli, lo so che se dobbiamo continuare a pagare voi strozzini teutonici non possiamo mica spendere anche i soldi per ristrutturare la domanda giù da noi. Dico queste cose perché almeno il belpaese sta tranquillo e non mi becco la prossima pallottola che vola per le strade”.

Perché Letta lo sa benissimo che anche per il 2014 la crescita non ci sarà. E l’austerità non potrà essere allentata del tanto necessario a sbloccare investimenti pubblici che rilancino la domanda, reimmettendo reddito (e quindi spesa) nelle tasche della gente e delle imprese. Perché lo sa? Perché lo dice la Commissione Europea nel report uscito venerdì scorso. Lo dice il Ministro dell’Economia dell’UE. Lo scrive a chiare lettere il Financial Times, che non è proprio l’ultimo foglietto anarco-bolsceviko con la kappa.

Vi incollo qui l’articolo di Peter Spiegel. Traduco i tratti salienti. Uso Google perché non ho tempo, tanto il senso si capisce. Interessanti le proiezioni sul disastro cipriota.

EU economies to breach deficit limits as economic picture darkens

Three of the eurozone’s five largest economies will bust through EU-mandated deficit limits this year as the bloc’s recession continues to deepen, according to highly anticipated European Commission forecasts published on Friday.

In addition to the anticipated breaches by France, Spain and the Netherlands, the currency union’s third-largest economy, Italy, will come within a hair’s breadth of missing the limit of 3 per cent of economic output, with a 2013 deficit forecasted at 2.9 per cent.

The across-the-board misses come as the eurozone’s economic picture continues to darken. Gross domestic product in the bloc is now expected to drop 0.4 per cent this year, down from a 0.3 per cent projection just six months ago.

Il complessivo fallimento nel rispettare il vincolo del 3% arriva mentre il quadro economico della zona euro continua a scurire. Il prodotto interno lordo nel blocco dovrebbe scendere dello 0,4 per cento quest’anno, passando da una proiezione di 0,3 per cento appena sei mesi fa.

Even though the commission now forecasts a return to solid economic growth will be delayed until 2014, it said it will not be enough to help the region’s bleak unemployment outlook. It will hit 12 per cent in the eurozone this year and stay at those levels next year as well, the commission projects, with “differences across member states expected to remain very large”.

Despite the multiple breaches of EU deficit limits, Olli Rehn, the EU economic chief, is expected to give France, Spain and the Netherlands waivers later this month, allowing them another year or two to get back under 3 per cent. Mr Rehn’s waivers are part of a growing consensus in Brussels that the eurozone needed to ease its austerity-led crisis response.

Anche se ora la Commissione prevede un ritorno alla crescita economica solida sarà ritardata fino al 2014, ha detto che non sarà sufficiente per aiutare desolante prospettiva di disoccupazione della regione. Sarà colpito il 12 per cento nella zona euro quest’anno e rimanere a questi livelli anche l’anno prossimo, i progetti della Commissione, con “differenze tra gli Stati membri che dovrebbero rimanere molto grande”.

“Fiscal consolidation is continuing, but its pace is slowing down,” Mr Rehn said in a statement issued along with the forecasts.

Il consolidamento fiscale sta continuando, ma il suo ritmo sta rallentando”, Rehn ha detto in una dichiarazione rilasciata insieme con le previsioni.

The forecasts also contain the EU’s first public projections of the damage last month’s botched bailout of Cyprus will have on the island’s economy. This year, the Cypriot economy is projected to shrink by 8.7 per cent and another 3.2 per cent in 2014.

Le previsioni hanno anche prime proiezioni pubbliche dell’UE del danno pasticciata piano di salvataggio di Cipro del mese scorso avrà sul l’economia dell’isola. Quest’anno, l’economia cipriota è proiettata a ridursi del 8,7 per cento e di un altro 3,2 per cento nel 2014.


Più europeisti dell’Euro

Mi piacerebbe iniziare questo post con un bel “ve l’avevamo detto”. Ma cercherò di evitare.

Anzi limiterò i miei commenti e lascerò la parola ai diretti interessati.

“Se questa esperienza finisce male, io non ho dubbi. La battaglia elettorale sarà fra europeisti e antieuropeisti. Ecco, voglio mettere saldamente il mio governo nel campo dei primi.” Per questo a Montecitorio i deputati ascolteranno l’apologia dell’Europa, dei suoi organismi, dell’integrazione e della moneta unica. “Se siamo arrivati fin qui, seppure con tutti i nostri problemi, lo dobbiamo alla nostra adesione al progetto europeo. E al fatto che per 50 anni abbiamo guidato questo percorso. Dobbiamo ricominciare a farlo”. (Enrico Letta a Repubblica)

“Non faccio parte di questo governo perché credo sia prevalso un segno di continuità con il governo Monti, che una figura come la mia non poteva garantire” (Stefano Fassina al Corriere della Sera)

Vi ricordate quando Draghi disse che il nostro Paese era su un bonario e che qualunque governo non avrebbe potuto “deragliare”? Beh, eccoci serviti. Oggi il Financial Times ci informa che “Sarcomanni (ministro dell’Economia) è uno dei 4 tecnocrati nel governo. La sua nomina è stata richiesta da Napolitano, Presidente della Repubblica e gestore del potere che ha obbligato i politici italiani a formare un governo. Mario Draghi, capo della BCE ed ex capo di Sarcomanni alla Banca d’Italia era anche lui a favore”. Il Financial Times prosegue dicendo che Sarcomanni punta a ridurre la spesa per poter poi ridurre l’entrata fiscale. Vi ricorda qualcosa? Ma non finisce qui. Più in là nell’articolo si dice che “l’agenda Napolitano (non è un errore di stampa) prevede la limitazione dell’influenza dei sindacati e riforme per liberalizzare l’energia, le assicurazioni, il gas, e i settori farmaceutico e postale”.

Chiacchierando con amici ieri, si affrontavano ovviamente le questioni della politica. Io sostenevo la versione che sostengo dalla deposizione di Berlusconi a suon di spread. Ovvero che il governo del paese risiede altrove. E che già prima, ma sicuramente da allora, l’uomo al governo deve essere “giusto” per garantire determinati interessi. E che non c’è bisogno di immaginare la Spectre per parlare di “mercati”. Ma che è sufficiente il saldarsi di interessi potenti con l’idiozia suicida di una classe politica inetta o collusa. E il gioco è fatto. Letta è quell’uomo. Basta il suo cv a chiarirlo. E in questa luce anche i piddini possono tranquillamente rivedere la storia recente del loro partito. Che non a caso si stringe oggi (a parte una ridottissima frangia di resistenti) attorno al suo nuovo leader. Confermando ciò che da almeno un decennio sostengo. Che il vero pericolo per questo paese non è il Caimano, ma i Piraña Dementi (PD) del partito avversario. Più europeisti dell’Euro. Più liberisti degli operatori di Goldman Sachs. Più a destra di qualunque destra.

Ora hanno aggiunto un’altra serratura alla gabbia. Getteranno dentro qualche polpetta per calmare i rantoli dello stomaco vuoto del Paese. Per evitare che qualche altro disperato spari a casaccio. O peggio che le armi si organizzino. Ma la musica sarà la stessa. Tutti uniti a cantare con la mano sul cuore “l’Europa lo vuole. L’Europa lo vuole”.


Fuori dall’Euro? Solo una questione di tempo

Il problema è che se aspettiamo, l’uscita non sarà contollata e finiremo con le pezze al culo (per usare un eufemismo). Se invece ci svegliassimo e optassimo per l’uscita ragionata e controllata forse non finiremmo con la gente in fila per il pane come in Argentina.

L’intervista ad Albero Bagnai che segue è spiegata talmente bene che anche chi non capisce nulla di economia può tranquillamente afferrare il senso delle cose.

Ciò a dimostrazione del fatto che quando aprite le pagine economiche di un sito o di un giornale, o qunado sentite un economista in televisione e non capite nulla, il problema non è vostro.

Buona lettura

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PARTE 1 – ECCO PERCHE’ L’EURO E’ INSOSTENIBILE

D – Professore, sono note le sue tesi sull’Euro; perche’ questa crisi in Europa?

R – Non per fare il “precisino”, ma vorrei chiarire subito che quelle che in Italia sono indicate come le “mie” tesi sull’euro in realtà di mio hanno ben poco. Ci tengo sia per onestà intellettuale (non sarebbe bello attribuirsi idee altrui), sia per far capire quanto sia indietro il dibattito in Italia (dove tesi comunemente accettate all’estero ancora sembrano rivoluzionarie).

L’insostenibilità di una moneta unica in Europa era un fatto ben noto alla scienza economica e agli stessi politici che hanno promosso il progetto di unione monetaria, come oggi vede e dichiara perfino Luigi Zingales, uno degli araldi dell’ortodossia economica italiana. Sono stati del resto i politici stessi a dire che l’euro sarebbe servito a governare i popoli europei a colpi di crisi. Lo documento nel libro e nel mio blog, riportando le tante dichiarazioni pubbliche di Prodi, Monti, Padoa Schioppa, Attali, Juncker, ecc. Non è una sorpresa, non c’è nulla di originale, né di complottistico.

Il problema principale è che adottando un cambio fisso, un paese si priva di un normale meccanismo di risposta a shock negativi provenienti dall’esterno: la possibilità di aggiustare il valore della propria valuta alle mutate condizioni di mercato. Non c’è nulla di scandaloso né di immorale nel fatto che il prezzo di una valuta segua la legge della domanda e dell’offerta. Se glielo si impedisce, si crea una tensione che fatalmente si scarica sul mercato del lavoro. Lo dice benissimo Vittorio Da Rold sul Sole24Ore: in caso di problemi “o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario”. Il problema è che la svalutazione (cioè il taglio) del salario, quella che oggi chiamiamo “svalutazione interna”, è un processo doloroso, lento, e soprattutto inefficace. Infatti, il taglio dei salari ha lo scopo di intercettare domanda estera offrendo prodotti a prezzi più contenuti, ma al tempo stesso distrugge la domanda interna.

La svalutazione del cambio, invece, permette un recupero di competitività più rapido. Basta confrontare i risultati conseguiti dalla Lettonia (che ha seguito la strada della svalutazione interna, massacrando la propria economia, come ricorda Mario Seminerio, altro economista ortodosso e pro-euro), e dalla Polonia, che invece dopo il crack Lehman del settembre 2008 ha lasciato svalutare lo zloty di quasi il 30%, risultando l’unico paese dell’Unione Europea con un tasso di crescita positivo nel 2009 (+1.6%). E notate che, una volta di più, questo risultato è stato ottenuto senza particolari costi in termini d’inflazione, che anzi in Polonia è scesa dal 4.2% al 3.4% fra 2008 e 2009, come ricordano Kawalec e Pytlarczyk.

Anche qui non c’è nulla di nuovo: nel mio ultimo libro documento svariati casi del genere. Il terrore dell’inflazione in caso di sganciamento non ha alcuna base storica né scientifica. Rimane allora la domanda: ma se rinunciare alla flessibilità del cambio fa tanti danni, impedendo di reagire rapidamente a una recessione, perché si sceglie questa strada palesemente sbagliata?

La risposta più plausibile a questa domanda, a mio avviso, è stata data da Roberto Frenkel e dai suoi coautori, partendo dall’analisi delle crisi dei paesi emergenti, fra i quali l’Argentina.

D – Si riferisce al “ciclo di Frenkel”, descritto nel suo libro recentemente pubblicato Il Tramonto dell’Euro (http://www.amazon.it/Il-tramonto-delleuro-Alberto-Bagnai/dp/8897949282 )? Questo ciclo passa per le sette fasi che qui riassumo:

frenkel2 1024x567 Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi

Puo’ spiegarci brevemente questo “Romanzo di centro e periferia” e dirci a che punto siamo?

R – È un dato di fatto: tutte le crisi finanziarie degli ultimi trent’anni sono state precedute da un tentativo di fissazione del cambio fra un paese più forte (il “centro”) e un paese più debole (la “periferia”). Il vantaggio per il centro è ovvio: può prestare soldi alla periferia, lucrando interessi generalmente più alti che a casa propria, senza incorrere nel rischio di cambio. Anche la periferia inizialmente trae vantaggi: diventando “credibile”, accede a credito estero relativamente a buon mercato, che potrebbe usare per promuovere il proprio sviluppo. Il gioco quindi potrebbe essere a somma positiva, ma il problema è che viene sempre spinto troppo oltre.

Da un lato i creditori del centro prestano troppo, in modo irresponsabile, sapendo che alla fine qualcuno pagherà (o i debitori, o i contribuenti). Dall’altro, i debitori della periferia si indebitano troppo, e non sempre utilizzano i capitali presi in prestito per investimenti produttivi (infrastrutture, ricerca, ecc.). Attenzione, però: in un sistema capitalistico l’onere di verificare che il progetto finanziato sia valido incombe al creditore. Quando chiedete un prestito, la banca valuta il vostro merito di credito, no? Le banche del centro, però, evitano di farlo, e un motivo c’è. A voi sembra logico che il centro finanzi la periferia per renderla più forte, cioè per avere un concorrente temibile in più? Non lo è molto, vero? La periferia viene finanziata perché i suoi cittadini acquistino prodotti del centro, non perché si dotino di infrastrutture efficienti, che li mettano in concorrenza col centro stesso.

Insomma, la periferia, indebitandosi, diventa la “locomotiva” del centro, del quale acquista i beni. Questo è un altro ovvio vantaggio per i capitalisti del centro, che affiancano profitti industriali a quelli finanziari. Ma anche i politici e i capitalisti della periferia qualche vantaggio lo traggono. Utilizzando il pretesto del vincolo esterno, del “ce lo chiede l’Europa”, riescono a far ingoiare ai propri cittadini delle politiche di smantellamento dei loro diritti e di compressione dei loro redditi che altrimenti non sarebbero politicamente sostenibili.

Il gioco si basa sul credito facile erogato dal Nord. Prima o poi si presenta un evento che, mettendo in difficoltà i debitori, rende palese a tutti che i debiti accumulati sono insostenibili, e inizia la crisi.

Nel caso dell’Eurozona, la crisi dei subprime e poi lo scandalo Lehmann hanno messo in grossa difficoltà le banche tedesche, imbottite di titoli tossici. Lo stato tedesco ne ha salvate alcune, come spiega Adriana Cerretelli sul Sole24Ore, poi, quando la situazione è diventata insostenibile, ha cominciato a fare la voce grossa coi paesi dell’Eurozona (non potendola fare con gli Stati Uniti).

Notate bene che fin qui si parla di debito privato: nella fase preparatoria della crisi, l’economia periferica gira a pieno regime, lo Stato incassa imposte, quindi il debito pubblico scende, come stava scendendo in Irlanda, Spagna e Italia (per fare tre esempi). Quando i mercati si innervosiscono, i governi adottano risposte recessive (austerità) e il debito pubblico esplode. Ora siamo lì, nella sesta fase del ciclo. La settima sarà, come sempre è stato, lo sganciamento della periferia dal centro, cioè, nel caso dell’Eurozona, la dissoluzione dell’euro.

D – Parlando di Europa, Euro e gestione del processo di integrazione e della Crisi, ci puo’ spiegare le “colpe” della Germania in questi 15 anni, e quelle dell’Italia?

R – Rifaccio il precisino: non mi piace parlare di “colpe” in economia, e non la metterei in termini di antagonismo fra “Germania” e “Italia”. Bisogna ricordare sempre che “Germania” e “Italia” non sono due personaggi (uno buono e uno cattivo, a scelta di chi legge), ma due insiemi composti da tanti attori economici e sociali, non tutti ugualmente informati, non tutti ugualmente razionali.

Andando nell’ordine che lei propone, sicuramente una certa leadership politica tedesca ha la responsabilità di aver badato agli interessi economici del proprio paese in modo egoistico e miope, violando l’obbligo di “stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri” stabilito dall’art. 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Chi rinfaccia il fatto che “la Germania è stata più brava perché ha fatto prima le riforme” dimostra una totale ignoranza dei principi della costruzione europea. “Stretto coordinamento” significa che le riforme si sarebbero dovute decidere e attuare insieme. Invece non solo non è stato così, ma per sorpassare a destra l’Europa, il governo tedesco ha sfacciatamente violato il Trattato di Maastricht, come spiego nel mio blog. Questo perché la riforma del mercato del lavoro, che moderava i salari introducendo flessibilità (cioè precarietà), prevedeva in contropartita una serie di ammortizzatori sociali che gravavano e gravano sul bilancio pubblico tedesco. Il contenimento dei salari tedeschi (riconosciuto dai responsabili politici tedeschi), è stato insomma finanziato con spesa pubblica, con aiuti massicci alle imprese (sotto la forma indiretta di spesa sociale per integrare i salari dei lavoratori).

Mi sembra che nessuno comprenda che dovremmo essere in un’Unione per cooperare, non per competere. Tutti danno per scontato il contrario. Il comportamento del governo tedesco, che ha esasperato la dinamica centro/periferia in Europa, è stato deprecato per questo motivo da organizzazioni internazionali come l’Ufficio Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite (per citarne uno).

Il problema del modello mercantilista tedesco è che è di corto respiro. Non c’è nessuna particolare virtù nel contenere i salari, deprimendo la domanda interna, per vendere di più all’estero. Questa strategia è ingiusta e ottusa per due motivi. Il primo, è che le imprese tedesche sono diventate più competitive sostanzialmente perché i lavoratori tedeschi non hanno beneficiato della loro maggiore produttività (e infatti in Germania la disuguaglianza fra i redditi è aumentata, come ci ricorda l’Economist, al punto che il governo ha cercato di manipolare un recente rapporto sulla povertà). Ricordiamoci sempre che chi ci parla di una Germania “vincitrice” omette di ricordarci che in Germania il numero dei “perdenti” sta crescendo, e questo male comune non è un mezzo gaudio, ma una fonte di preoccupazione: ricordiamoci che il popolo tedesco reagisce con una certa veemenza alle crisi economiche.

Il secondo motivo è che se vuoi crescere sulla domanda altrui, perdi anche quando vinci. Guardate cosa sta succedendo. Nel 2012 la Germania ha avuto una crescita infima, circa la metà di quella prevista a inizio anno. Perché? Perché se cresci solo sulla domanda estera, di fatto impoverisci i tuoi partner commerciali, che devono indebitarsi per comprare i tuoi prodotti. Quando saltano per aria, ti trovi senza mercato di sbocco e smetti di crescere anche tu, che è esattamente quello che sta succedendo adesso alla Germania.

Guardi che questo fatto, ignorato da molti italiani, è perfettamente chiaro ai tedeschi meno ottusi. Le faccio due esempi: si ricorda di quando l’ex cancelliere Helmut Schmidt ha dichiarato che la politica condotta dalla Merkel non era molto intelligente? E le segnalo che alcuni economisti europei si sono recentemente riuniti a Bruxelles per presentare un manifesto di solidarietà europea, basato sull’ipotesi che la Germania accetti di sganciarsi dall’eurozona. Da chi era rappresentata la Germania? Da Hans-Olaf Henkel, già a capo della “Confindustria” tedesca. Non stiamo parlando di personaggi di secondo piano.

D – Secondo lei l’Italia dovrebbe uscire dall’Euro: crede che ce lo consentiranno? Come andrà a finire?

R – L’euro è insostenibile. Chi parla di salvarlo con “più Europa” vaneggia. In tutti i paesi membri, dall’Italia, alla Germania, all’Olanda, si stanno mettendo in discussione i meccanismi di trasferimento di reddito fra regioni che hanno finora garantito la coesione territoriale. In Italia c’è la Lega Nord, in Germania ci sono i politici bavaresi. E voi pensate che un bavarese, che è stufo di pagare per un sassone, voglia invece farlo per un calabrese?! Voi pensate che chi vuole “meno Germania” voglia “più Europa”? Potete scordarvelo!

Jacques Sapir ha calcolato che per tenere insieme i paesi dell’Eurozona occorrerebbero, in aggiunta ai trasferimenti già previsti dal bilancio della Commissione, almeno altri 257 miliardi di euro all’anno, sostanzialmente a carico della Germania. Questo è il costo economico del “più Europa”. Nessun politico può seriamente pensare di proporlo agli elettori. Paolo Manasse, economista ortodosso, giunge alle medesime conclusioni, perché non ce ne sono altre.

Quindi, inutile girarci intorno: come decine di altre unioni monetarie nell’ultimo secolo, anche l’Eurozona dovrà sciogliersi. L’Italia, come paese sovrano (fino a prova contraria) non deve chiedere il permesso a nessuno, tanto più che, come ho ricordato, altri paesi hanno pesantemente violato i trattati europei, ponendo le basi di questa crisi.

Gli studi che circolano evidenziano tutti, unanimemente, che l’Italia trarrebbe il massimo vantaggio (o il minimo danno) da uno scioglimento dell’Eurozona: i vostri lettori sicuramente conoscono lo studio di Bank of America che a luglio scorso ha portato questo risultato all’attenzione del grande pubblico.

Il nostro problema è quello di essere in balìa di una classe politica che ha sistematicamente mentito sulla moneta unica, un vero Partito Unico Dell’Euro che dispone di tutti i mezzi di informazione e li usa in modo terroristico. In questo senso ripongo più fiducia nella Germania. Quando alla leadership tedesca sarà chiaro che sta segando il ramo dov’è seduta, le sarà facile tirarsi fuori dall’Eurozona: basterà continuare a mentire dicendo (come ha fatto per anni) che la crisi è colpa dei pigri del Sud (e non delle banche del Nord che hanno alimentato squilibri per sostenere le industrie del Nord). Gli elettori del Nord prima o poi reagiranno chiedendo la secessione. Il paradosso è che la secessione converrebbe di più agli elettori del Sud, ma a questi non viene nemmeno consentito di discuterne serenamente!

D – Professore, perche’ in Europa e nel mondo sono cosi’ importanti parametri come l’ammontare del Debito e Deficit Pubblico, mentre sono assai meno noti parametri come la Bilancia dei Pagamenti e la Posizione Netta sull’Estero?

graf1 Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi

R – L’attenzione si focalizza sul debito pubblico per motivi puramente ideologici. Ormai è appurato che le crisi finanziarie degli ultimi trent’anni sono state causate da elevato indebitamento privato (con l’estero), in presenza di debito pubblico stabile o decrescente. Tutti lo sanno. È quello che gli economisti chiamano un “fatto stilizzato”. Perfino il Trattato di Maastricht, come molti ignorano, prevedeva che l’indebitamento estero dei paesi fosse tenuto sotto controllo, come quello pubblico. Ma per quello pubblico si è stabilito un parametro (il 3% del Pil), mentre per quello estero no. Perché? Per due motivi. Primo, perché limitare l’indebitamento pubblico significa ridurre il peso del “nemico” ideologico, cioè dello Stato, mentre limitare l’indebitamento estero, che è per lo più privato, significherebbe limitare l’azione dei “mercati”. Secondo, perché in un’Europa costruita e gestita dai “vasi di ferro”, il debito estero dei vasi di coccio tornava utile (visto che, come abbiamo detto e ripetuto, si convertiva in acquisti di beni dei paesi forti).

Che l’indebitamento estero vada limitato non è l’idea di uno strampalato professore di provincia. Dopo aver usato il credito/debito estero come una clava per sbriciolare i paesi del Sud, la Commissione Europea, candidamente, ammette che c’è un problema, e nella sua “procedura contro gli squilibri macroeconomici”, promulgata a fine 2011, stabilisce limiti proprio per le variabili delle quali gli economisti riconoscono da tempo l’importanza: il debito privato, il debito estero, il deficit estero.

Naturalmente la stalla si chiude quando i buoi sono scappati, semplicemente perché le chiavi della stalla sono state date ai ladri di bestiame: le grandi banche del Nord. Ricapitolando: che il debito estero sia più pericoloso di quello pubblico lo sanno e lo sapevano tutti: economisti, politici, e tecnici della commissione (che infatti pongono sul debito estero un vincolo quantitativo più stringente che su quello pubblico). Non se ne parla nei media per motivi ideologici e di convenienza: se la gente capisse che il problema sono gli squilibri esteri, capirebbe che il problema è l’euro, e per la finanza del Nord finirebbe la pacchia.

 

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PARTE 2 – IL TRAMONTO DELL’EURO

 

D –Guardando l’andamento della Bilancia dei Pagamenti negli ultimi 15 mesi, si nota un forte calo dei passivi del conto corrente in relazione al PIL nella periferia (in Italia in 12 mesi siamo passati dal -3,5% al -1,3%), una stabilita’ del passivo Francese e dell’attivo Tedesco, ed un forte deterioramento del passivo della Gran Bretagna. Lei crede che tale andamento sia compatibile con un tracollo imminente dei periferici come descritto nella fase 7) del Ciclo di Frenkel? Non crede che la “rottura” dell’Euro vedra’ un ruolo della Francia?

bagnai22 Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi

R – Partirei dal dato tedesco: come vede, non si nota alcuna tendenza al rientro verso una situazione di equilibrio dei conti. Ora, l’origine del problema è lì, cioè nell’incapacità della Germania di immaginare un modello di sviluppo non mercantilistico, cioè non basato sulle esportazioni, sulla domanda degli altri paesi. Un modello miope, che conduce fatalmente al conflitto, e che ha vita breve, come ho già ricordato. Questo la Cina lo ha capito, la Germania probabilmente non lo capirà mai (purtroppo).

Il dato italiano ha un aspetto fisiologico e uno patologico. Quello fisiologico è che con una recessione oltre il -2.5% è chiaro che abbiamo importato di meno, riequilibrando il saldo commerciale. Il dato patologico è che il passivo corrente della bilancia dei pagamenti continua a essere composto ancora per la maggior parte da interessi sui debiti (privati) con l’estero, come ho evidenziato due anni or sono. Questo è un problema, perché crea sulla bilancia dei pagamenti una rigidità analoga a quella che il peso degli interessi mette sul bilancio pubblico.

La Francia si trova in situazione uguale e contraria: messa peggio di noi in termini di saldi commerciali, riequilibra le partite correnti con i proventi degli investimenti fatti all’estero nella prima tornata di “shopping”, quella di metà anni ’90 (per capirci, quando i supermercati italiani cominciarono ad avere nomi francesi…). Ma la situazione, vista da vicino, è peggiore di quella italiana, forse perché in Francia la stampa è più libera (37° posto nella classifica di Reporter sans frontières, contro il 57° posto dell’Italia): i telegiornali quotidianamente parlano di aziende che chiudono, di deindustrializzazione, di forti tensioni sociali.

D – Nel Libro definisce una exit strategy: puo’ chiarire ai nostri lettori il passaggio al nuovo conio e come verrebbero regolati debiti e crediti?

R – I dettagli del passaggio al nuovo conio sono stati descritti in tanti studi: consiglio l’ottima intervista a Claudio Borghi Aquilini, e, per chi mastica un po’ di inglese, la “Guida pratica” di Roger Bootle o quella di  Jonathan Tepper. Sui dettagli ci possono essere margini di discussione, ma le idee di fondo sono semplici.

Si uscirebbe con un rapporto di cambio uno a uno (un euro diventerebbe un “fiorino”). I rapporti di debito e credito verrebbero convertiti nel nuovo conio applicando la Lex Monetae, che consente a uno Stato sovrano di decidere quale moneta ha potere liberatorio per le obbligazioni regolate dal suo diritto.

La conversione sarebbe istantanea per i pagamenti che avvengono in via elettronica (di fatto, la stragrande maggioranza).

Vorrei ricordare che quando siamo entrati nell’euro non hanno continuato a pagarci lo stipendio in lire, e così quando usciremo dall’euro non continueremo a pagare il mutuo in euro: crediti e debiti regolati dal diritto interno verranno convertiti simmetricamente, perché questa è la cosa più ovvia, razionale ed equa (e fra l’altro prevista dal Codice Civile italiano, come ricordo nel mio testo).

Chi ricorda la forte rivalutazione subita dai mutui in ECU quando la lira uscì dallo SME nel 1992, trascura il fatto che l’ECU era, per l’Italia, una valuta estera, e quindi non era possibile applicare la Lex Monetae.

Chi blatera che le banche vorranno essere pagate in euro perché c’è un complotto, o perché loro sono “furbe”, dimentica che proprio perché “furbe” le banche non vorranno una conversione asimmetrica, poiché questa farebbe immediatamente fallire i loro debitori (causando un evidente danno ai loro bilanci).

Sul mercato dei cambi la nuova valuta fluttuerebbe, con un riallineamento che in capo a un anno si pensa potrebbe andare dal 10% al 30%. Com’è noto, abbiamo avuto già precedenti del genere (compresa la forte svalutazione dell’euro nei suoi primi due anni di vita), e siamo ancora qui. Ci potrebbero certo essere conseguenze inflazionistiche (anche se in precedenti esperienze non ci sono state), ma lo Stato avrebbe gli strumenti per contenerle (ad esempio, manovrando le accise, che sono la componente più rilevante dei costi dei carburanti). Gli studi dei quali disponiamo indicano che la maggiore inflazione potrebbe essere intorno ai 5 punti, in assenza di interventi correttivi. Sottolineo che nessuno pensa minimamente che si arriverebbe a inflazione a due cifre (in Italia l’abbiamo avuta, lo ricordo, quando il prezzo del petrolio quadruplicò, negli anni ’70, e non stiamo parlando di uno shock di quelle dimensioni). Chi parla di iperinflazione è semplicemente un ignorante o un ciarlatano.

D – Nel Libro propone l’External Compact al posto del Fiscal Compact: puo’ spiegarcelo?

R – Mi sono limitato, per chiarezza di esposizione, a dare un nome a una proposta che nella sua essenza risale a James Meade, premio Nobel nel 1977 per i suoi studi di economia internazionale. Nel 1957, data dei Trattati di Roma, Meade scrisse un articolo sull’Economic Journal per chiarire che un percorso di integrazione economica europea sensato doveva darsi come obiettivo quello di uno sviluppo equilibrato degli scambi esteri, e che questo obiettivo richiedeva il mantenimento della flessibilità del cambio.

Credo sia la testimonianza più antica del fatto che la catastrofe dell’Eurozona era annunciata: ci siamo privati di flessibilità del cambio, abbiamo favorito gli squilibri esteri, e abbiamo così disintegrato l’Europa.

Dobbiamo ora ritornare a quella proposta di buon senso. Come chiarisce molto bene Meade, il cambio flessibile è “il peggior regime di cambio, esclusi tutti gli altri”. In altre parole, abbandonare l’euro non risolverà tutti i nostri problemi con un colpo di bacchetta magica. La ritrovata flessibilità andrà gestita sul piano macroeconomico. In particolare, sia la politica dei redditi che quella fiscale andranno concordate a livello europeo: quella dei redditi, permettendo ai salari di seguire l’evoluzione della produttività (cosa che in Germania non è successa, come è noto); quella fiscale, favorendo politiche espansive nei paesi che si trovano in surplus estero (cosa che alla Germania è stata chiesta ma che si è rifiutata di fare).

La principale differenza fra la situazione attuale e quella che auspico è che mentre oggi, se un paese rifiuta di adottare politiche cooperative (violando gli obblighi europei), gli altri possono solo subire, col cambio flessibile i comportamenti non cooperativi troverebbero una immediata e automatica sanzione. Ad esempio: se un paese per drogare le proprie esportazioni comprimesse i salari al di sotto della produttività, il surplus estero da esso conseguito farebbe apprezzare il cambio, e quindi il comportamento non cooperativo sarebbe corretto dalle leggi del mercato.

D – Nel Libro ipotizza un forte risparmio nel pagamento degli interessi, tramite ritorno a sovranita’ monetaria, con Banca d’Italia che tornerebbe uno strumento nelle mani del tesoro, finanziando il 30% del fabbisogno stampando moneta. Puo’ spiegarci perche’ a suo avviso cancellare l’indipendenza della Banca centrale e stampare moneta a nastro da’ vantaggi?

R – Vorrei precisare due cose: la prima è che personalmente non propugno la “stampa di moneta a nastro”, e la seconda è che il parametro del 30% scelto nelle simulazioni presentate nel testo è puramente indicativo e tutt’altro che abnorme. Per darle un’idea, se lo Stato praticasse una regola monetaria di questo tipo, dopo 20 anni il debito detenuto dalla Banca centrale italiana (in contropartita della creazione di moneta) sarebbe appena il 15% del totale. La Banca centrale inglese attualmente detiene il 25% del debito pubblico della corona, e non mi sembra che a fronte di questa massa monetaria l’Inghilterra stia sprofondando nell’iperinflazione. Quindi dimentichiamoci il nastro: siamo su ordini di grandezza prudenziali rispetto a quelli praticati da altri paesi, e anche a quelli proposti da altri studi (ad esempio, Jacques Sapir parla di una monetizzazione del deficit fino al 50% nei primi anni dopo l’uscita della Francia dall’euro).

Secondo: che i tassi di interesse scenderebbero comunque abbandonando l’euro, ancora una volta non è una mia idea, ma un dato conforme a tante esperienze storiche, e anche a studi recenti come quello citato sopra della Bank of America, anche in assenza di recupero della sovranità monetaria.

Quanto all’indipendenza della banca centrale dal governo, Axel Leijonhufvud, un importante economista keynesiano, ha dichiarato per primo, ormai cinque anni or sono, che essa va cancellata perché è una colossale ipocrisia, giustificata con argomenti teoricamente deboli, e perché costituisce un vulnus per la democrazia. Questo, indipendentemente dal risparmio di interessi che un ritorno alla sovranità monetaria certo consentirebbe, permettendo un moderato finanziamento monetario del deficit.

Il problema è un altro, più grave. Non si può attribuire a un pugno di persone non elette da nessuno e spesso non particolarmente competenti (come i fatti dimostrano) il potere di vita e di morte su interi Stati, attribuendo loro la facoltà di decidere a quali condizioni il governo di uno Stato sovrano può finanziarsi. La politica monetaria deve ridiventare quello che era prima della deregulation finanziaria: uno strumento nelle mani dei governi.

Se i governi lo useranno male, i cittadini si regoleranno di conseguenza. Ma ora, quando una Banca come la Fed si comporta male, gonfiando con denaro facile la bolla dei subprime, cosa possono fare i cittadini statunitensi? E quando una Banca come la Bce si comporta male, lasciando per quasi un anno i paesi in balìa dello spread, quando una semplice dichiarazione sarebbe bastata a placare i mercati (come è poi successo a luglio del 2012), i cittadini europei a chi possono rivolgersi? A nessuno. È democrazia?

È stato un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz, a ribadire un mese fa che i paesi meno danneggiati dalla crisi erano quelli con le banche centrali meno indipendenti (Cina, India, Brasile), e che la stessa nozione di indipendenza è ridicola, perché ogni istituzione risponde a qualcuno: il problema è capire a chi. Di sicuro la Bce non risponde ai cittadini europei. Sarà la storia a dirci a chi ha risposto finché è esistita.

Nei paesi anglosassoni e nel resto dell’Europa questo tabù è ormai infranto, come testimoniano tanti articoli della stampa finanziaria.

 

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PARTE 3 – IL RILANCIO ECONOMICO E L’AUSTERITA’ SUICIDA

D – Pensa che il Governo Monti a Novembre 2011 abbia salvato l’Italia? Quale è il suo giudizio sui primi 12 mesi del governo Monti?

R – (a cura Professor Bagnai) Il mio giudizio sui governo Monti rimane esattamente quello che detti appena si insediò: i suoi salvataggi non ci avrebbero salvato perché si rivolgevano a un falso problema (il debito pubblico), e lo facevano con intento strumentale, cioè per estrarre dai cittadini italiani risorse da veicolare verso le banche del Nord onde consentirne il risanamento. Spero che sia chiaro che “salvare la Grecia, salvare la Spagna” significa in realtà salvare la Germania, che dalla Grecia e dalla Spagna deve farsi ridare dei soldi. Bene: il lavoro di Monti era far sì che questi soldi ce li mettesse chi ci legge pagando l’IMU. Missione compiuta, e intanto il debito pubblico italiano è cresciuto e l’Italia ha avuto la performance peggiore dell’Eurozona.

D – Secondo lei il debito pubblico italiano va onorato così come è oppure va ripudiato e quindi ristrutturato?

R – Nonostante il governo Monti, il debito pubblico italiano non era il problema, e non è ancora un problema. Non lo dico io, lo dice il Rapporto sulla Sostenibilità Fiscale della Commissione Europea. Certo, rischia di diventarlo se ci si continuerà ad avvitare sulla strada delle politiche di austerità suicida, che distruggono reddito e gettito fiscale. Ma tutti gli studi sull’uscita dall’euro concordano sul fatto che un default in Italia non sarebbe necessario, dato il forte avanzo primario dei conti pubblici e la forte propensione al risparmio delle famiglie.

 

D – Al di la’ della Sovranita’ Monetaria, quali sono secondo lei le principali azioni in campo economico che l’Italia dovrebbe mettere in campo per assicurare un futuro ai cittadini Italiani ed alle future generazioni? Nel Libro ipotizza l’incremento di alcune spese pubbliche (es. Ricerca ed investimenti) e la riqualificazione di altre spese, ma liquida come “Luogocomunisti” coloro che propongono un deciso ridimensionamento delle spese Pubbliche inefficienti (tema molto caro ai lettori di RC) e riduzioni di imposta conseguenti. Puo’ spiegarci meglio la sua posizione?

R – Lei ha mai trovato qualcuno che le abbia risposto: “Sì, mi piace lo spreco, viva l’inefficienza?”. Apprezzo le provocazioni, è noto, ma la domanda, più che provocatoria, mi sembra un po’ pleonastica. Comunque, non so in quale parte del mio testo lei abbia trovato la frase che mi attribuisce, so solo che non l’ho scritta.

Qui dobbiamo capire un paio di cose.

La prima è che l’odio ideologico verso lo Stato non ci porta da nessuna parte. La crisi è stata causata dai comportamenti irresponsabili e criminali della finanza privata. Lo Stato è colpevole, certo, di non aver vigilato, verosimilmente perché corrotto dai gruppi di potere che avevano interesse a farsi i fatti loro sul groppone del contribuente. Ma se, come i dati dimostrano, e i rapporti della Commissione Europea confermano, il debito pubblico italiano è sostenibile nel breve e nel lungo periodo, mi chiarite per quale arcano motivo stiamo parlando di spesa pubblica? Mi state dicendo che la Commissione Europea dice parole in libertà? Può darsi, ma a me non sembra. Chi vuole “meno Stato” aprioristicamente, senza se e senza ma, è semplicemente accecato dall’ideologia e sbaglia: occorre più Stato e un migliore Stato, per dotare di regole i mercati finanziari, per gestire i servizi pubblici essenziali, ecc.

La seconda cosa è che occorre distinguere fra il breve e il lungo periodo. Quello che nel lungo periodo può effettivamente essere uno spreco, nel breve può essere una misura congiunturale che impedisce il collasso del sistema. Licenziare dipendenti pubblici, o tagliare le loro retribuzioni, quando il Pil cala del -2.5% non è una buona idea: serve semplicemente a ridurre spesa che si rivolge alle imprese private (e gli imprenditori lo sanno). Le riforme strutturali vanno fatte in condizioni di serenità, non di urgenza, perché altrimenti aggravano semplicemente il male. È sotto gli occhi di tutti.

Quando saremo usciti dalla recessione, faremo una bella lista delle spese improduttive, e le taglieremo, tutti insieme. Non c’è problema. Immagino che l’ospedale vicino a casa vostra sia produttivo, e quello vicino a casa mia improduttivo, ma ripeto: non c’è problema: andrò in clinica. Non tutti però possono permetterselo. La coesione sociale e civile di un paese parte anche dall’attenzione a questi problemi.

D – Ci dia un messaggio di speranza: come potremo uscire da questo declino economico in atto ormai da tempo? Ce la faremo?

R – Del come mi sembra che abbiamo parlato a sufficienza. Ce la faremo? Senz’altro, anche se va detto che l’entità dei sacrifici che dovremo affrontare dipende molto dalla corretta informazione. Chi in questi giorni terrorizza i cittadini con informazioni strampalate, totalmente fuori dalla logica storica ed economica, circa la catastrofe che ci attenderebbe se uscissimo, in realtà contribuisce ad aggravare i costi della crisi e della sua risoluzione, perché spinge i cittadini a decisioni che potrebbero rivelarsi irrazionali e controproducenti (lo spiega bene Claudio Borghi nell’intervista che ho citato prima).

Suggerisco ai piccoli terroristi di non dimenticare che oggi c’è Internet. Fino a dieci anni fa le menzogne propalate in televisione duravano l’istante in cui venivano pronunciate, e quelle scritte sui giornali finivano per incartare il pesce il giorno dopo. Ma oggi Internet tiene traccia di tutto, e per sempre. Bisogna avere senso di responsabilità, bisogna documentarsi prima di parlare, e bisogna contribuire tutti a diffondere un’informazione più equilibrata. Vi ringrazio per avermi offerto questa opportunità.


Le Cayman del Mediterraneo

Sì, quando si pensa ai conti offshore tutti visualizzano le isole dell’Atlantico fra Messico e Cuba. O magari la vicina Svizzera. In pochi (me compreso) sanno che le banche di Cipro hanno svolto per molto tempo questa nobile funzione.

Il processo è lo stesso di sempre. Pochi giorni fa parlavo di Ungheria. Oggi la crisi di Cipro. Apparentemente una crisi di debito pubblico da salvataggio europeo, come da manuale si trata invece di una bella crisi da debito privato. Questa volta con una vena speculativa più aggressiva del solito. Su questo copio e incollo il pezzo di Pastidio.net che mi sembra fatto molto bene.

Intanto, l’antefatto: Cipro ha un sistema bancario terribilmente ipertrofico, rispetto alla dimensione economica del paese: gli attivi bancari sono pari a circa 8 volte il Pil dello stato-isola. In pratica, prescindendo dal modo in cui questa ipertrofia si è sviluppata, possiamo dire che Cipro è una Islanda con l’euro. E questo conta moltissimo, nel trattamento e negli esiti della crisi. Le banche cipriote si sono gonfiate a questo modo essenzialmente perché l’isola è divenuta, nel corso degli anni, un centro finanziario offshore entro l’Eurozona, intercettando depositi, soprattutto russi e britannici. Anche la crisi greca ha giocato un pesante ruolo: le banche cipriote sono state riempite di depositi di cittadini greci in fuga. Questi enormi afflussi di fondi sono stati impiegati soprattutto in speculazioni immobiliari ed acquisti di titoli di stato greci. Operazioni andate ovviamente a rotoli, e che hanno prodotto un enorme buco negli attivi delle banche cipriote, stimato intorno ai 6-7 miliardi di euro.

Tale buco andava ovviamente coperto. Le stime della Ue indicavano un fabbisogno complessivo di circa 17 miliardi di euro, che può sembrare poca roba, ma alla fine è pur sempre pari a circa il 100 per cento del Pil del paese. Il salvataggio della Troika prevede 10 miliardi di aiuti ufficiali (bailout) ed i restanti 7 miliardi posti a carico degli investitori-risparmiatori ciprioti (bail-in). E qui sono sorti i guai sistemici, cioè contagiosi. Purtroppo pressoché inevitabili, vediamo perché.

Dove colpire per ristrutturare? Forse sul debito sovrano cipriota? Escluso, perché circa metà di tale debito è stato emesso sotto la legge britannica, e contiene della clausole di azione collettiva (CACs) che prevedono che la ristrutturazione sia possibile solo con accordo vincolante del 75 per cento dei creditori. Ciò preclude l’attuazione rapida ed indolore di un concambio “volontario” di titoli di stato, tale da ridurne il valore attuale, come fatto ad esempio due volte per la Grecia. Inoltre, la parte di debito sovrano cipriota emesso sotto la legge locale è nelle banche del paese, quindi ristrutturare (pur se tecnicamente possibile) non farebbe altro che gonfiare il prezzo del salvataggio a carico della Troika. E voi ricordate che a settembre si vota in Germania, vero?

Fonte http://phastidio.net/2013/03/18/cipro-lultimo-di-una-lunga-serie-di-casi-unici/#more-9026

Quindi di fatto le banche acquisiscono capitali esteri e fanno speculazioni immobiliari e finanziarie. Queste vanno a rotoli e, quando si tratta di risanare, alzano le mani e si rivolgono al governo perché infili le mani nelle tasche dei cittadini. Quello che probabilmente succederà è che i conti al di sopra dei 100.000 euro verranno tassati al 9,9%. E fin qui qualcuno potrebbe dire “E chissene frega! E’ una patrimoniale. Che paghino i ricchi”. Anche se i cosiddetti ricchi starebbero pagando per errori speculativi ai quali non necessariamente hanno partecipato. E quindi, correttezza vorrebbe, che pagassero in primis quelli che hanno partecipato. E non che sia così difficile individuarli. Ma oltre la beffa, di slito c’è anche l’inganno. E a Cipro assume le sembianze di un vero esproprio. Infatti anche i conti inferiori ai 100.000 euro saranno tassati. Al 6,75%. E questi sono i conti di tutti. Quelli di chi sa mettendo gli spicci da parte per i momenti difficili. Per mandare i figli a scuola. Per sopravvivere una volta vecchio.

E allora la domanda che viene spontaneo farsi è “perché arrivare a questo?”. Non è una mossa furba per un governo eletto dai cittadini. Ma si sa i cittadini contano poco più di niente in un sistema di finte alternanze in cui chiunque governi persegue le stesse linee di politica economica. In genere dettate da tecnoburocrazie finanziarie. E Nicos Anastasiades non fa eccezione. Durante la riunione di venerdì sera dell’Eurogruppo, il Presidente cipriota, è andato con il cappello in mano dai padroni di questa Europa. Tedeschi, finlandesi, olandesi gli hanno risposto piccche. Il diktat è stato: 7 miliardi dai conti e 10 miliardi dall’Europa per ricapitalizzare la maffior parte del buco. E ai “nordici” poco importa da dove vengano i soldi dei cittadini. Se dai più ricchi o dagli altri.

Il Financial Times ha fatto un resoconto dettagliato della riunione serale a Brussell. E Peter Spiegel scrive:

Backed into a corner, the only thing the Cypriots could do was mitigate the damage. Several officials suggested putting all of the burden on deposits over €100,000. Berlin was agnostic about where the axe fell. But Cypriot officials, with the backing of the commission, felt anything over 10 per cent would appear so onerous that it would make the situation even worse.

“The Cypriot president did not want to agree to a levy higher than 10 per cent,” said one top negotiator. “People were joking that he has only rich friends.”

Fonte: http://www.ft.com/intl/cms/s/0/f890566a-8f24-11e2-a39b-00144feabdc0.html#axzz2NyQrwN00

Di fatto il presidente cipriota ha più a cuore i destini dei conti off-shore dei burocrati russi che quelli dei suoi cittadini. E anche qui mi sembra di assistere a un tristissimo dejavu. Cosa peraltro confermata dal fatto che al prestito europeo e al prelievo sui conti si aggiungeranno 1.4 miliardi fra privatizzazioni (leggi svendita di asset pubblici, spesso quelli funzionanti ed efficienti) e nuove tasse sulle imprese. La solita ricetta della troika che ha un solo esito conclamato: la spirale recessiva dalla quale non si esce più.

Si poteva fare altrimenti? Phastidio.net sembra pessimista. E sembra pesimista anche sul fall-out di questo “salvataggio”.

Che accadrà, ora? Il contagio verrà contenuto e riassorbito oppure scivoleremo inevitabilmente verso la resa dei conti in Eurozona? La Bce vedrà drammaticamente depotenziato il valore deterrente del “whatever it takes” di Mario Draghi e delle sue Outright Monetary Transactions? Come reagirà Vladimir Putin alla tosatura dei suoi oligarchi? Riusciranno i nostri eroi a far passare per l’ennesima volta che Cipro è “un caso unico”, come lo è stata la Grecia? Italia, Spagna e Portogallo subiranno un gradino all’insù nel costo della raccolta bancaria ed un nuovo chiodo conficcato nella loro bara? Attendiamo e vedremo. L’unica previsione che ci sentiamo di fare con una certa confidenza è che Cipro uscirà a pezzi da questo salvataggio. Ma non pensiamo vi fossero reali alternative a tale esito, purtroppo.

Resta un punto fondamentale, nel progressivo denudamento del re europeo e nello sbriciolamento delle nostre antiche certezze. Senza questo salvataggio, le banche cipriote saltano. Se saltano, il sovrano salta con loro. Se il sovrano salta, pensare che l’assicurazione pubblica sui depositi possa essere onorata è purissima illusione. E’ questo l’insegnamento più inquietante della vicenda cipriota, ed anche quello realmente sistemico, al di là della “unicità” della vicenda. Difficile che i mercati se ne dimentichino presto.

Certo è che vedere sempre in campo la regola aurea del capitalismo “de noantri” – privatizzazione dei profitti finché ci sono e socializzazione delle perdite non appena non si può fare più nulla – lascia con l’amaro in bocca. Con le banche poi il ricatto è ancora più consistente. Perché la scusa è “se cade la banca vengono polverizzati anche i risparmi dei cittadini”.

Forse che ci sia qualcosa da ripensare nel rapporto fra banca e correntista/risparmiatore? Non sia mai!

Cos’altro dovrà succedere perché ci si convinca che questa non è l’Europa che ci serve?


La svolta Ungherese

E che me ne frega dell’Ungheria? Qui c’ho quel pazzo di Grillo che non vuole fare governi. Berlusconi che assalta la magistratura. Bersani che fra un po’ lo saltano dalla finestra come il Rossi di MPS. Napolitano che difende tutti per non difendere nessuno. Ma che me ne frega dell’Ungheria! Il commento potrebbe essere legittimo. Se non fosse che l’Ungheria ci offre un esempio abbastanza lampante di cosa sarebbe potuto succedere.

Basta gugolare per ottenere almeno 45 link che dicono più o meno la stessa cosa. Il presidente Viktor Orban è riuscito a farsi votare dal parlamento le modifiche alla costituzione. In sostanza dalle prossime settimane alcuni simpatici provvedimenti stringeranno i cordoni della democrazia ungherese.

Quello che succederà è più o meno questo:

1-In futuro la Corte costituzionale potrà esaminare cambiamenti della Costituzione solo da un punto di vista formale, non sui contenuti. E inoltre i giudici supremi non potranno più richiamarsi a loro sentenze sul Diritto costituzionale ed europeo emesse prima dell’entrata in vigore della Costituzione voluta dal partito di Orbàn e varata nel gennaio 2012, anche in quel caso senza dialogo con gli altri partiti e senza tener conto di critiche e riserve dei partner europei. “E’ la vendetta di Orbàn contro la consulta”, dicono i socialisti. La Corte costituzionale in effetti aveva respinto proprio leggi liberticide che ora Orbàn trasforma col voto parlamentare di oggi in dettame costituzionale.

2-La libertà di espressione e di opinione potrà essere limitata se ferirà una non meglio definita “dignità della nazione ungherese”.

3. Gli studenti saranno obbligati, dopo la laurea, a restare in Ungheria per un periodo almeno lungo come il corso di laurea, e in alcuni casi fino a dieci anni, e sarà loro vietato di cercare lavoro all’estero. Se violeranno tale norma dovranno ripagare le spese degli studi superiori.

4. I senzatetto non potranno trattenersi e dormire in spazio pubblico, se lo faranno saranno punibili dal diritto penale.

5. Dibattiti elettorali saranno vietati su radio e tv private, le ultime indipendenti e già combattute dal regime con taglio di frequenze e pressing per brutali tagli della pubblicità.

6. Coppie non sposate, senza figli o omosessuali non potranno avere la definizione di famiglia, e non avranno gli stessi diritti e agevolazioni della famiglia eterosessuale ufficialmente sposata e con figli.

7. Il vecchio partito comunista (da cui è scaturito come altrove al centro-est europeo il Partito socialista, alleato all’Europarlamento di Spd, Pd, Ps francese o New Labour) è definito organizzazione criminale. Processi politici contro oppositori sono dunque teoricamente possibili con pretesti costituzionali.

Qui c’è anche una lunga analisi degli oppositori che ovviamente sottolinea il restringersi degli spazi democratici e la marcia dell’Ungheria verso un regime autoritario.

La prima cosa che viene da chiedersi è chi è questo Orban che i detrattori già chiamano Viktator. Leggendo in giro si intuisce che era il delfino del capo storico del partito Fidesz, l’Unione Civica Ungherese dei primi anni novanta, formazione liberale, progressista, impegnata sui diritti civili. Anticomunista fin da giovane, spostò l’asse del partito verso il centrodestra durante il primo mandato (1198-2002). Nel 2010, dopo 8 anni di opposizione, torna di nuovo al governo vincendo le elezioni con un quasi plebiscito. il 52,73% dei voti totali va al movimento di Orbán, mentre i socialdemocratici del MSZP – partito di Governo uscente – registrano un crollo di oltre 20 punti (dal 40,3% al 19,3%). Completa il quadro la crescita dell’estrema destra: i nazionalisti di Jobbik prendono il 16,67% (e 47 seggi). L’alleanza con Jobbik segna la svolta verso la destra autoritaria e conferisce a Orban 262 seggi su 386, pari al 67,88% circa dei parlamentari.

Ma cosa è successo in Ungheria negli 8 anni in cui un leader conservatore diventa un nazionalista reazionario e avvia il paese verso un regime autoritario para-fascista?

Non c’entrerà per caso l’economia? E chi ha governato per 8 anni mentre il paese colava a picco?

L’Ungheria è parte dell’Unione europea ma non dell’area Euro. Fra il 2002 e il 2010 i governi di centro sinistra (guarda caso – con alleanze di vario genere fra socialisti e liberali) fanno crollare il PIL (santo PIL! Sic) da +3.2% a -6,3%. Nel frattempo la disoccupazione sale dal 5,8% al 10. Il leader dell’ultimo governo elettorale prima della vittoria di Orban, Ferenc Gyurcsány, viene coinvolto in uno scandalo. Ha nascosto al paese la vera natura della crisi economica e di conseguenza tutti le cifre importanti hanno un meno davanti. In quei mesi qualcuno scrive:

Gordon Bajnai, il nuovo premier nominato a fine aprile e sostenuto da socialisti e liberali. Uomo d’affari ed ex ministro dell’Economia, Bajnai promette di “riportare l’Ungheria in condizioni migliori”. Per farlo dovrà tagliare il generoso welfare di Budapest. “Gli ungheresi dovranno fare molti sacrifici”, ha dichiarato Bajnai al momento della nomina.

“Il premier non può fidarsi neppure dei suoi alleati, il nuovo governo avrà vita breve”, avverte l’analista politico Zoltan Gyevai. “Dopo le prime misure d’austerità, i socialisti usciranno dal governo per evitare una disfatta politica alle prossime elezioni”.

La Fidesz, il più grande partito di opposizione, aspetta al varco il nuovo esecutivo. “Bajnai è parte del problema, non la soluzione”, sostiene Laszlo Surjan, parlamentare europeo della Fidesz. “Era una delle figure centrali nel governo Gyurcsany ed è uno dei responsabili di questa crisi, non il salvatore della patria”. Secondo i sondaggi, la pensa allo stesso modo il 70% degli ungheresi, propensi a votare per il centro-destra alle prossime elezioni politiche previste per il 2010. Solo un misero 18% appoggia il nuovo governo.

Uomo d’affari. Sostenuto da socialisti e liberali. Prima mossa l’austerità. Ci ricorda qualcosa? Ma l’Ungheria non è nell’euro. Perché questa mossa suicida?

Facciamo un passo indietro. Ovvero a quando fra il ‘95 e il 2004 i socialisti implementano le direttive dell’UE perché l’Ungheria possa farne parte. A quel punto l’Ungheria diventa affidabile. E come al solito cosa succede? Affluiscono i capitali esteri. I famosi investitori danno soldi a banche locali e queste agli ungheresi. Appena esplode il caso Gyurcsany e la crisi si manifesta per ciò che è la procedura si arresta. E come da manuale il flusso dei capitali si interrompe. Le banche locali diventano insolventi, i cittadini lo diventano verso le banche e lo Stato che fa? Tagli e aumenti della pressione fiscale. L’Ungheria precipita nella recessione più nera.

Mentre il clima politico si fa rovente, Bajnai deve affrontare un quadro economico desolante. Il PIL ungherese si ridurrà del 6% nel 2009, la produzione industriale a febbraio è calata del 30% su base annua e il tasso di disoccupazione ha superato il 9%. I consumi delle famiglie sono destinati a scendere del 3% nei prossimi mesi.

E gli economisti ci mettono il carico da 11.

“Il nuovo primo ministro è giovane, dinamico e deciso”, spiega Raffaella Tenconi, economista della banca d’investimenti Wood & Co. “Le misure draconiane promesse da Bajnai rallenteranno ancora la crescita, ma l’economia ungherese ha i mezzi per riprendersi sul lungo periodo”. Il rischio maggiore per Budapest è che le agenzie di rating non diano però fiducia al nuovo governo. “Se ci fosse un nuovo downgrade sul debito estero dell’Ungheria, il fiorino si svaluterebbe ancora. Per gli ungheresi diventerebbe sempre più difficile pagare i mutui e le banche straniere potrebbero correre grossi rischi”, prevede l’economista Tenconi.

Le banche stringono ancora di più i cordoni della borsa. La HSBC di Londra immagina scenari neri. Nel medio periodo il 25% dei mutui potrebbero essere inesigibili. Ci sono anche le banche italiane e Intesa San Paolo commenta così:

“Per quanto riguarda le aziende, è indubbio che ci sia un deterioramento della qualità del rischio del credito. Anche la nostra banca, come del resto tutto il settore finanziario, potrebbe avere delle ricadute negative”, conferma Paolo Spada, “È scontato un aumento del costo del rischio. In questo senso, la nostra politica di credito sarà più selettiva, senza però far mancare il sostegno alle aziende meritevoli”.

Un modo politicaly correct per dire “niente soldi a chi non assicuri la solvenza”. Ovvero a nessuno.

Qualunque analista politico avrebbe previsto la vittoria di Orban alle elezioni successive. Soprattutto perché si presentava con un programma teso a recuperare sovranità e a oltrepassare il guado della crisi. Punta sull’autarchia ma non sa chi ha di fronte.

Se avesse avuto la macchina del tempo avrebbe potuto ascoltare Mario Draghi che pochi giorni fa parlava del pilota automatico delle riforme. Non importano le elezioni. Il volere dei cittadini è secondario. Il volere dell’Unione trascende perfino la virata para-fascista di Orban. Dimostrando che il capitalismo finanziario conferma l’ipotesi strutturalista di Marx. Ovvero che la sovrastruttura dipende dalla struttura economica. E non ci sono restrizioni guidate dall’ideologia che tengano quando chi ha in mano i cordoni della borsa pronuncia il suo verdetto.

Costretto a fare un passo indietro sull’autarchia. Tirato per la giacca dal FMI e costretto a negoziare un prestito di 20-25 miliardi nel 2012 (ovviamente da utilizzato per ripagare i cosiddetti investitori che comprano il debito grazie ai tassi al 7% dovuti ai pessimi rating delle agenzie. Mentre l’economia ristagna e i consumi precipitano) anche Orban è all’angolo. E in questi giorni, subito dopo aver modificato la costituzione (sovrastruttura), si deve essere ricordato dei consigli del vecchio Zio Karl tanto odiato in gioventù. Ha infatti sostenuto che “è un anomalia che un così ampia parte del sistema bancario ungherese sia in mano straniera. Puntiamo a nazionalizzarne il 50%. Qui Bloomberg analizza la situazione e registra l’inquietudine delle banche estere. Italiane comprese. Orban nazionalizzerà forzosamente metà delle banche del paese? Difficile crederlo.

Ma una domanda sorge spontanea. Come mai l’UE non lascia andare a sé stessa la metastasi nazionalista ungherese e si libera delle incombenze che averci a che fare comporta? Facile. Le banche Europee hanno ingenti capitali di cui rientrare. A inizio 2012, quando i correntisti iniziavano ad aprire conti correnti nella vicina Austria i capitali in Ungheria erano più o meno questi: Austria (per la quale l’Ungheria è anche il quarto mercato d’esportazione) con 32 miliardi di euro, Italia con 23 miliardi e Germania con 21 miliardi. Inoltre gli avvoltoi sorvolano la preda e aspettano che sia morente per attaccarla e guadagnarsi un pasto facile. Se abbandonassero il campo al ritorno la troverebbero ormai putrefatta. E’ il capitolo finale della terzomondializzazione. UN paese non si abbandona, si aspetta che strangolato inizi a vendere gli asset di valore a prezzi da mercatino delle pulci. Quale modo migliore per rientrare dei capitali investiti?

Di fatto quindi gli elettori hanno consegnato a Orban un mandato che era forse irrealizzabile. Il neo-ministro dell’Economia del suo governo, Varga, è stato chiaro con il Wall Street Journal:

“ E necessario ascoltare gli operatori economici con un orecchio ricettivo”

Altro che autarchia! Altro che programma di rinascita nazionale. Quando il denaro chiama il debitore risponde e lo fa inchinandosi.

La riflessione che secondo me bisogna fare riguarda due aspetti:

  1. In Ungheria, come in Grecia ma con conseguenze più permanenti. La crisi è stata mal-guidata dal sodalizio delle forse social-liberali. E al momento della resa dei conti i cittadini si sono rivolti alla destra – anche estrema. In Italia i presupposti erano gli stessi. Ma il M5S ha significato una proposta diversa. In una direzione completamente nuova
  2. Essere fuori dall’Euro potrebbe non essere sufficiente. L’appartenenza all’Unione, ma soprattutto il debito estero e la catena di debiti che si trascina dietro, potrebbero rendere il fatto di liberarsi del vincolo monetario insufficiente per risalire la china.

Fanno solo il loro mestiere

VI ricordate i famosi mercati finanziari? Quelli ai quali dovremmo garantire la stabilità? Quelli che tramite le agenzie di rating di danno le triple A? Quelli che se non rispetti i vincoli di bilancio poi non ti portano i capitali? Quelli che se non eleggi il duo Bersani/Monti poi lo spread finisce alle stelle e la casalinga di Voghera rimane in mutande?

Ricordate le “liberalizzazioni”? La scuola del mostro bifronte tremonti/bersani del “meno Stato più mercato”? Del vendiamo le aziende di Stato perché i privati sanno fare meglio?

Vi ricordate i boiardi di Stato che voi non eleggete ma che da 30 anni si alternano alla guida di aziende, enti  e consorziate varie, le distruggono e poi le vendono a  soldi ai loro compagni di merende?

Beh, se intendete votare per consegnare il Paese ai dipendenti dei mercati finanziari – il cui stipendio ufficiale lo pagherete però voi – ai profeti delle liberalizzazioni, agli sponsor trasversali dei boiardi di Stato … beh, ecco le cifre di cui più o meno stiamo parlando. Ricordatevene quando Bersani presenterà la prima legge di stabilità. O magari un manovrina correttiva perché la patrimoniale sui grandi capitali no, non si fa. Il Cencelli dell’economista lacchè non lo permette.

Da Distuzione di Valore di Sergio Rizzo – (Corsera: un noto fogliettino rivoluzionario, antiliberista. Anarco-insurrezionalista). I grassetti sono miei

Leggendo le cronache di questi giorni c’è da rabbrividire. I magistrati sospettano che al Monte dei Paschi di Siena agisse una banda del 5 per cento, destinataria di una tangente su ogni operazione. Comprese quelle che danneggiavano la banca. La Seat Pagine Gialle, venduta nel 1996 dal Tesoro per 850 milioni, ha fruttato ai privati nei vari passaggi di mano almeno 12 miliardi. E sta ora scivolando in un penoso concordato dopo aver subito una colossale distruzione di valore, dai 23 miliardi dell’epoca d’oro a 17 milioni.

Su quel cadavere già spolpato a dovere volteggiano consulenti, professionisti, banche d’affari. Perché quando succede una cosa del genere state sicuri che lì intorno si muovono un sacco di soldi. Ha fatto scalpore la cifra impegnata nei primi due anni per la liquidazione Parmalat affidata a Enrico Bondi, pari a 32 milioni. Ma altrettanti ne avrebbe distribuiti in consulenze il liquidatore dell’Alitalia Augusto Fantozzi che, dopo aver ricevuto 6 milioni di compensi, ne avrebbe pretesi altri 3 successivamente alle dimissioni causate dalla decisione del precedente governo di sostituire il commissario unico con una terna. Tre commissari, tre compensi: mentre gli italiani già tiravano la cinghia.

Va detto che sarebbe ingiusto non considerare anche i risultati ottenuti, per esempio il salvataggio della Parmalat (poi finita ai francesi). Ma se in Italia le procedure di liquidazione durano decenni un motivo c’è, ed è legato ai soldi. In ogni caso l’ordine di grandezza di alcuni compensi ha oltrepassato di gran lunga la soglia moralmente accettabile.

E le astronomiche parcelle delle banche d’affari? Per i derivati del Comune di Milano, oggetto di un processo concluso in primo grado con la condanna di quattro istituti, l’accusa stimava 80-90 milioni. Gli advisor finanziari incaricati di seguire la ristrutturazione del debito Seat, ha scritto il Sole 24Ore, hanno portato a casa ben 40 milioni: e non è servito a evitare il concordato. Mentre 20 milioni di commissione avrebbe incassato per l’ormai famoso «Fresh» del Monte dei Paschi, finito nel mirino della magistratura, l’americana JPMorgan. La medesima banca che, dopo aver gestito quel singolare prestito obbligazionario, all’inizio di gennaio abbassava il rating dell’istituto senese. Strabiliante.

Duecento milioni sono invece i balzelli pagati a banche e studi legali per l’acquisizione di Fonsai da parte di Unipol. Per non parlare del pregresso. Dal 2005 al 2011 la famiglia di Salvatore Ligresti ha guadagnato 407 milioni grazie a operazioni concluse dalla Fonsai «con parti correlate», come l’acquisto di immobili della stessa famiglia. Di più. La società che negli ultimi due anni perdeva 2,7 milioni al giorno versava 42 milioni per «consulenze» al suo azionista di riferimento e 11 milioni di buonuscita all’amministratore delegato. Alla faccia dei risparmiatori che avevano comprato le azioni in Borsa.

Alla fine Rizzo si chiede cosa sia successo nel nostro Paese da riuscire a trasformarlo nel territorio prediletto di queste scorribande. Non è successo niente Rizzo. Ognuno fa solo il proprio mestiere. I banditi della politica rapinano. I banditi dei mercati finanziari rapinano. I banditi manager di Stato rapinano. Sono solo i cittadini coglioni che votano i primi perché servano i secondi attraverso i terzi che non hanno ancora capito qual è il loro mestiere.


Cosmopolis

Il film di Cronenberg. L’ho visto giorni fa ma ho dovuto aspettare che decantasse per farmi un’idea. E l’idea è frammentaria. Probabilmente integrabile da successive visioni. Ma d’altra parte è un film che si presta a molte letture. E il frammento inconcluso è l’unita minima su cui il esso stesso si basa. Quindi forse la frammentarietà della percezione non è risolvibile, anzi è perfettamente in linea con le caratteristiche intrinseche della pellicola.

Il bello delle opere antinarrative e aperte come questa è che ogni spettatore ci legge del suo. Di questa recensione e di quest’altra condivido gran parte dell’analisi. Il film della crisi. Il film sul corpo come esaltazione del paradosso della civiltà occidentale che del corpo ha fatto quasi una menomazione. Il film sul capitalismo efferato del cyber mercato su cui l’autore ironizza fino al ridicolo del topo-valuta.  Tutte queste letture mi convincono. Ma provo ad aggiungere ciò che ci ho visto io.

Intanto il titolo che già suggerisce la metafora che i contenuti rappresentano. La città (polis) che si fa cosmo (cosmos). La sua realtà e le sue malattie che si fanno paradigma. Parlando della città si riflette su un’intera civiltà e sui suoi percorsi.

Poi due parole. Sterilità e asimmetria.

Il bello classico si fondava sulla simmetria. Il bello anticlassico, moderno e poi post e neo col trattino hanno fatto dell’asimmetria un nuovo canone di bellezza. Fino alla celebrazione del brutto e del deforme in senso ribellistico o antisistemico. In Cosmopolis l’asse portante è quello dell’asimmetria. E le asimmetrie principali sono quelle del protagonista che gioca in questo il ruolo di fulcro. Come la città è paradigma del cosmo sociale, così il protagonista e le sue asimmetrie sono paradigma dell’uomo e della sua condizione individuale. La prostata asimmetrica è fisicamente il primo estremo dell’asimmetria. Quello dichiarato dallo specialista durante la visita periodica. L’altro è quello del taglio di capelli incompiuto. E la tragedia dell’individuo viene resa simbolica e profonda proprio dal fallimento dell’unico obiettivo dichiarato delle azioni compiute dal protagonista: “aggiustarsi il taglio”. Un compito apparentemente  insignificante che si risolve in una distruzione. Nell’annientamento di un’imperfezione (il taglio da aggiustare) con una imperfezione ancora maggiore (il taglio asimmetrico). O forse con una realizzazione di un nuovo bello asimmetrico. L’asimmetria si estende poi ai luoghi. Per l’80% girato nella limousine e in interni, la pellicola tratta l’esterno come zona di passaggio, luogo dell’apatia urbana o della protesta. Le pareti proteggono il protagonista e le sue asimmetrie. Ed è la sua guardia del corpo che lo informa su ciò che succede all’esterno.

Non solo, il discorso di Cronenberg celebra ancora di più il paradosso quando si nota la bellezza formale e simmetrica che come una spirale si avviluppa intorno all’asse delle asimmetrie. Uomini snelli e donne sensuali. Limousine candide e impeccabili. Tutte uguali. Giacche e cravatte, sia in primo piano che sullo sfondo, negli esterni che scorrono dietro ai vetri della limousine. Fanno eccezione la sommossa e l’interno finale con Paul Giamatti. Nuove asimmetrie che riguardano soprattutto il secondo tema. La sterilità

L’elemento sessuale è talmente esplicito in Cosmopolis che tutto il film assume le sembianze di una grande rito della sterilità. L’opposto esatto di quelle cerimonie della fertilità con cui le civiltà (storiche o contemporanee, piccole o grandi) si sono da sempre simbolicamente assicurate la propria sopravvivenza. L’Occidente cyberliberista e superpopolato celebra (forse con speranza ecologica) la sua sterilità. Sterilità in senso fisico. Con la Didi Fancher/Juliette Binoche il protagonista ha un rapporto “diversivo” e orientato al piacere fine a sé stesso. Con Vija Kinsi/Samantha Morton ha un rapporto simulato in cui vengono sovrapposti e confusi i ruoli e i piani. Con la moglie il rapporto vive della sua potenzialità e della sua assenza. Se ne parla ma si rimanda perché le energie vanno conservate per scrivere. Una civiltà che non produce più vita ma che non ha elaborato una nuova fertilità. Non produce ricchezza perché il mercato la distrugge con la stessa rapidità con cui la crea. Non produce felicità ma disperazione e sommossa. Non ha il coraggio di produrre nemmeno la morte violenta. Di fronte ad essa esita e si interrompe. Non dice. Come lo schermo nero con cui il film si chiude, lasciando allo spettatore la decisione rispetto alla vita o alla morte di Eric. La sterilità è anche nei dialoghi. Nella molteplicità dei temi che non concludono. Nel grottesco e nell’ironico con cui la realtà viene distorta e maltrattata senza che da essa fuoriesca un messaggio, una morale. La sterilità di una civiltà che non può più produrre nemmeno filosofia, perché il discorso è necessariamente destinato ad avvilupparsi su sé stesso. Interrotto dalla protesta e dalla contingenza. Affogato dal multitasking. E in quest’ottica anche la lunga limousine bianca assume le sembianze dello strumento fallico di questo rituale della sterilità. Che attraversa un utero urbano che la accetta con indifferenza, che ne rallenta la missione, che la assale e la danneggia. E che infine la consegna all’obiettivo quando ormai è tropo tardi ed esso può essere realizzato solo in parte. Incompleto. Asimmetrico.

Cronenberg e De Lillo costruiscono uno scenario apocalittico. Irridono la causa (il liberismo cibernetico e le follie della finanza) ma anche i modi della protesta (l’assalto della manifestazione, i flash mob a suon di ratti o l’attentato al singolo individuo). Nell’assenza e nell’impossibilità di un’alternativa o di una soluzione, la limousine riesce ad arrivare a destinazione. Ma la sua missione non si realizza. Il taglio non viene aggiustato mentre i capitali di Eric bruciano sull’altare dei mercati.


Mr B e lo spread

Oggi i media sono pieni di titoloni sullo spread che torna a salire. Dipenderebbe dalle promesse sull’IMU e sul fisco lanciate da Mr B. in piena campagna elettorale. In realtà il Wall Street Journal parla anche dello scandalo di MPS dietro a questo rialzo. Ma i media italiani sminuiscono.

La Frankfrter Allemagne lancia l’allarme. Silvio può vincere. Segue l’appello anche il Financial Times. Il direttore de La Dittatura, uno die quotidiani più venduti in Italia, scrive nel suo editoriale di oggi che i mercati hanno votato oggi. E il loro voto è contro Mr.B.

In tutti i social network si scatena il pubblico degli indignati. Da quelli ironici a quelli battaglieri i commenti si traducono più o meno così: non votate Berlusconi, se lo fate o siete stupidi o siete miei nemici.

Per carità, nulla da obiettare. Non voterei Mr B. nemmeno se mi ridesse 4 IMU. E considero le sue promesse semplici specchietti per le allodole.  Tuttavia, come al solito, il tifo da stadio genera mostri. E quindi mi piacerebbe anche analizzare la questione da un punto di vista diverso. D’altra parte il bicchiere mezzo pieno può anche essere mezzo vuoto. E una salita osservata al suo termine è pur sempre una discesa.

Il fatto che ci siano le elezioni alle porte non è ininfluente. Qualsiasi cosa succede in queste settimane non è un’azione casuale. Né questa, né la reazione che ne consegue. In ballo ci sono il potere, i milioni dei rimborsi elettorali, l’occupazione dei luoghi nevralgici delle amministrazioni e via dicendo. Chi crede all’amore per la patria degli aspiranti al governo, o peggio nella loro buona fede, è più fesso di chi vota Mr B.

Vediamo.

Come mai tanta enfasi su ruolo di Mr B nel rialzo dello spread e la glissata su MPS? E’ ovvio che si tratta di una strategia elettorale ben precisa. Favorire l’accoppiata Monti/PD a svantaggio di Mr.B. In effetti il rialzo dello spread è dovuto all’instabilità percepita dagli speculatori che anticipano il salvataggio di MPS con fondi pubblici. Forse di più che per i 4 miliardi di un’eventuale restituzione dell’IMU. In sostanza il famigerato aumento del debito pubblico. Una delle solite tiritere. E allora la domanda sorge spontanea. Pensate davvero che aumentare il debito pubblico ridando soldi ai cittadini (IMU) sia peggiore che aumentarlo salvando MPS? I soldi nelle tasche dei cittadini significano aumento degli acquisti e aumento del PIL. Il salvataggio di MPS significa soldi nelle tasche dei banchieri. Margini per le banche e nessun aumento redistribuito del PIL. I risparmi dei cittadini infatti non subirebbero un incremento da quel salvataggio. E se la banca fallisse sarebbero comunque coperti dai fondi di garanzia. Inoltre lo sanno tutti, la proposta di Mr.B sull’IMU è un’idiozia elettorale. Il salvataggio di MPS con un prossimo governo del PD è cosa sicura. Riflettete.

Il voto dei mercati e le pressioni internazionali. Ovvero la morte della democrazia. I cittadini esautorati del diritto necessario ma totalmente insufficiente al voto. Ma non da parte di un dittatore in divisa. Ma da parte del piccolo dittatore che vive dentro di loro. Cresciuto e pasciuto dalla disinformazione globalizzata. Il direttore della Dittatura lascia intendere che visto che lo spread aumenta allora non dovete votare Berlusconi. I quotidiani tedeschi e inglesi rincarano la dose: per non scontentare i mercati votate altro ma non Mr.B. E i piccoli dittatori ottusi dentro a ognuno rispondono all’appello. Se voti Mr B. cancellami dalle tue cerchie. Se voti Mr.B sei un idiota. Vota me e ti faccio vincere al Lotto. L’uomo della strada ha interiorizzato inconsapevolmente il dettato dei mercati. Ma anche qui una domanda nasce spontanea. Se i mercati non voglio Mr B. ma preferiscono il Monti/PD a te cittadino indignato che te ne viene? Sei sicuro che una battaglia di principio contro un bugiardo sia migliore di una battaglia di sostanza contro l’armata del saccheggio? Al supermercato il cibo non si compra con l’orgoglio, ma con i soldi che non avrai più nella busta paga. Perché non avrai più una busta paga. Rifletti.

Lungi da me consigliare il voto a Mr.B. Ma riassumendo le chiacchiere stanno a zero.

1)      Voti Mr B.: IMU = bugia elettorale che non verrà realizzata e anche se lo fosse riporterebbe soldi in tasca nostra.

Voti PD/Monti: salvataggio MPS e politiche dell’austerità = verità non detta in campagna elettorale che sottrarrà soldi dalle nostre tasche

2)      Voti Mr B.: I mercati scontenti. I cittadini scontenti

Voti Monti/PD: I mercati contenti. I cittadini scontenti

A conti fatti postatore indignato dei social network qual è il peggiore dei due mali?

Perché non gridi allo scandalo e non ti indigni anche con chi si prepara a consegnare il paese in mano ai mercati e le tue tasche alla povertà sempre più nera?


10 buoni motivi per non votare PD

Una premessa è d’obbligo. Si tratta di un’analisi che tende a demitizzare il credo cieco di alcuni in quello che ritengo il più serio pericolo per questo Paese. Con questo non intendo incoraggiare il voto per nessuna delle altre compagini maggioritarie. Berlusconi e i suoi si commenta da solo. Monti e i suoi si commentano aprendo la finestra e guardando in che stato è il nostro paese.

Ciononostante la vittoria del PD contribuirebbe a sospendere l’indignazione di molti che interpretano la politica con un misto di tifo calcistico e fede religiosa. E una volta sospesa l’indignazione anche le persone intelligenti finiscono per sospendere lo spirito critico e per abbassare il livello di guardia. E il gioco dei potenti diventa più forte, pervasivo e letale.

1)      Sono i padri dell’euro e non hanno nessuna intenzione di mettere in discussione questo dogma. Mentre addirittura i conservatori britannici pensano a uscire dall’unione (e loro hanno addirittura una moneta sovrana) Bersani & Co non rinuncerebbero a Bruxelles nemmeno se glielo dicesse lo spirito di Berlinguer.

2)      Il fiscal compact. Hanno votato senza nemmeno i rimorsi di facciata l’allineamento fiscale che ci impedirà per i prossimi 20 anni ogni possibilità di crescita. Deficit a zero dal prossimo anno (paesi di riferimento per le economie liberiste lo hanno almeno all’8% del PIL – Stai Uniti, Giappone, ecc). E debito da ridurre dal 120% al 60% in 20 anni. Una morsa d’acciaio che impedisce alla gente di lavorare, alle imprese di investire e in generale al denaro di circolare. Ovvero impediscono all’unico indicatore di riferimento per la buona salute di un economia liberal-liberista di crescere. Il PIL. Praticamene il serpente che si morde la coda.

3)      La TAV. Mentre si impegnano a rispettare tagli e austerità non una parola sulla TAV. Anzi i loro sindaci sono addirittura d’accordo. Un’opera inutile che costerà solo di spese vive 22 miliardi. Ovvero un paio di Leggi di Stabilità. Il motivo è ovvio. La maggior parte delle concessioni le hanno le cooperative rosse.

4)      Berlusconi e Monti. Usano il primo come spauracchio per convincere gli anti-puttanieri, gli idioti bigotti che pensano che sia il numero di amanti che determina la levatura di uno statista. E che quindi per contrasto l’eunuco Bersani sia necessariamente un politico integerrimo. E’ un vecchio trucco mediatico la stigmatizzazione dell’opposto. Con Monti invece si alleeranno comunque vada il voto. L’agenda politica la dettano i mercati. E ai mercati e ai partner euroamericani Monti piace di più. Perché garantisce interessi ben precisi. L’editoriale del Financial Times è solo una bacchettata per ricordare a Monti chi comanda e cosa gli si chiede di fare. O di far fare.

5)      L’ingovernabilità. Pur di avere i numeri faranno come nella precedente legislatura Prodi. Accordi con chiunque. Metteranno insieme SEL e Monti, Casini e Ingroia. E il pastrocchio si risolverà in mesi di enpasse durante i quali non si riuscirà a concludere nulla. L’importante è occupare le sedie. Insediare una nuova legione di garantiti che poi restano lì quando il governo cade. A garantire il presidio dei nodi strategici della Pubblica Amministrazione.

6)      Napolitano e la procura di Palermo. Il loro uomo al Colle era stato probabilmente colto con le mani nella marmellata al telefono con Macino. Oggi plaudono alla sentenza che intima alla Procura di Palermo di distruggere quelle intercettazioni. Ma se non aveva nulla da nascondere perché il Presidente della Repubblica ha sollevato la questione? Vi piace una democrazia che rende i suoi massimi rappresentanti sempre più immuni alla giustizia valida per i cittadini normali?

7)      Quello che non si può fare. Sul programma non c’è scritto. Provate a leggerlo. Ci sono scritte cose mirabolanti, studiate apposta per sedurre l’indeciso. Poi però non c’è una bella tabellina che dice quanto costa questo e quanto costa quello. E dove si vanno a prendere le risorse. E come la mettiamo con i vincoli europei, il pareggio di bilancio e tutte le menate europeiste che come vassalli ci obbligheranno a rispettare?

8)      Disonestà intellettuale. Il PD parla oggi come se durante l’anno mirabilis del governo dei mercati per mano di Monti loro fossero altrove. E non a votare i provvedimenti sulla reintroduzione dell’Imu, sui tagli alla spesa, su pensioni e lavoro. E’ vero, hanno mutato queste leggi pro domo loro introducendo emendamenti. Ma questo non li giustifica. Tutt’altro, li rende ancora più responsabili della paternità delle leggi in questione.

9)      Gli F-35. Dopo l’Imu utilizzano anche i caccia come esca per l’elettore. Danno dei populisti agli avversari – da Berlusconi a Grillo – come il bue dà del cornuto all’asino. Mi chiedo dove erano quando quei capitoli di spesa venivano votati e i loro parlamentari sottoscrivevano. 16 miliardi per 131 aerei. Praticamente un’altra legge di stabilità.

10)   La decima buona ragione la lascio al lettore … vediamo chi mi aiuta a trovarne una. Magari da mettere in cima alla lista.