Archivi tag: liberare una via

Imprigionare una via

Per chi scala il termine “liberare una via” fa parte del gergo comune. Lo si impara ancora prima di imparare ad arrampicare. Per chi non ha mai messo mani e piedi su roccia o ghiaccio la cosa appare senza senso e necessita quindi di qualche spiegazione.

La “via” è il percorso seguito dall’arrampicatore per arrivare da A – in genere la base di una parete – a B – in genere, ma non sempre, la sommità della stessa. All’inizio della storia delle attività verticali la questione principale era arrivare appunto da A a B. il come era secondario. Le imprese di allora si svolgevano soprattutto in ambienti montani e la retorica eroica della conquista di una vetta trascendeva ogni altra esigenza.

Intorno agli anni ’70 del secolo scorso qualcuno mise ufficialmente in dubbio questo aspetto dell’alpinismo classico. Lo stile e l’etica iniziarono a fare capolino accanto a nuovi “attrezzi”. La cosa coincise più o meno con l’avvento dell’arrampicata sportiva. Ovvero con il trasferimento delle tecniche arrampicatorie dall’ambiente montano e dalle vie lunghe (di più tiri, ovvero lunghezze di corda) ad ambienti diversi e ai cosiddetti monotiri. Alle protezioni aleatorie, inerite e disinserite dall’arrampicatore nella roccia o nel ghiaccio, si sostituivano sempre più protezioni fisse, inglobate per sempre nella roccia stessa.

Pian piano, arrampicatori tecnicamente sempre più preparati, iniziarono a innalzare gli standard non solo cimentandosi su itinerari più difficili ma anche stabilendo un nuovo stile. Fino ad allora era naturale per chi salisse utilizzare le protezioni fissate nella roccia (chiodi, cunei, dadi) come supporto per la progressione. In sostanza ci si appendeva anche a esse se ciò era necessario per oltrepassare un tratto complesso. Dagli anni ’70 in poi qualcuno iniziò a obiettare. Le protezioni andavano usate solo perché la corda a esse vincolata proteggesse, appunto, la caduta. La progressione doveva essere effettuata affidandosi solo alle mai e ai piedi.

Insieme all’arrampicata sportiva nasceva così l’arrampicata “in libera”. Dove “in libera” significava proprio “non utilizzando le protezioni per la progressione”.

Escalade en libre, free climbing. In tutte le lingue che conosco la parola che accompagna questo nuovo modo di arrampicare rimanda irrimediabilmente alla parola libertà.

Libertà dal vincolo dell’attrezzatura. Libertà di esprimere, col movimento che conduce il corpo da un punto di equilibrio all’altro, stati della mente nell’insolita dimensione verticale. Insolita in quanto pian piano dimenticata nei lunghi millenni di evoluzione che dai primati ci hanno condotto verso l’homo sapiens. Libertà che a partire dalla descrizione prettamente tecnica di un nuovo modo di arrampicare, iniziò pian piano ad acquisire sfumature di carattere culturale, sociale, politico. Intorno all’arrampicata, soprattutto nel primo mondo, si radunò un movimento culturale di opposizione ai modelli dominanti che vedeva nel semplice esercizio arrampicatorio il proprio ruggito antagonista. La dimensione verticale opposta in qualche modo alla dimensione orizzontale e consueta con la quale venivano indicati “gli altri”. L’arrampicata divenne così un esercizio di costruzione dell’identità.

Con il passare del tempo l’innovazione ripercorse a ritroso la via da cui era venuta. E nell’alpinismo, anche quello estremo, condotto in luoghi selvaggi e remoti o alle quote più elevate, qualcuno iniziò a introdurre l’etica dell’arrampicata “in libera”.

Oggi per un arrampicatore la “libera” è un po’ la massima aspirazione. Sui monotiri rappresenta un requisito base. Come nel calcio il fatto di non toccare la palla con le mani. Se lo fai è fallo. Se lo fai stai imbrogliando.  Se tocchi le protezioni, la via in sostanza non l’hai fatta. Nell’alpinismo è ciò che fa la differenza fra i pochi e i molti. Molti sono ormai in grado di percorrere itinerari complessi. Pochi quelli che lo sanno fare “in libera”.

Il paradosso dell’arrampicatore però è che più l’itinerario è complesso e più è libera l’esecuzione dell’individuo più l’ambiente, la via in questo caso vengono imprigionati in una sequenza di movimenti. Un insieme di passi e gesti che riducono o azzerano l’infinito numero di possibilità che una via sconosciuta rappresenta agli occhi di chi sogna di salirla.

La prima riduzione avviene quando l’uomo osserva una parete vergine e immagina su di essa una linea di salita. Già immaginare confina lo sguardo e la visualizzazione su una zona escludendo il resto. Un atto che richiede intuito, creatività e coraggio. Ma che dall’altro lato alimenta il paradosso. La via viene poi “aperta”. Nel senso che la si percorre fisicamente. E se viene aperta “in libera” – la massima aspirazione di un alpinista – allora il gioco è fatto. L’innocenza persa per sempre. Quella striscia verticale di roccia rimane per sempre stampata nella mente come un’imprigionante sequenza di tiri di corda. Di gesti e passi che da A portano a B. La potenza cede irrimediabilmente il passo all’atto. L’astrazione del pensiero alla concretezza del realizzato. Se la via viene aperta “appendendosi alle protezioni”, l’esito finale è solo rimandato. Prima o poi arriverà qualcuno che “libererà la via”, sottraendola per sempre alla sua dimensione potenziale.

Paradossalmente, più la via è complessa, più liberatorio è eseguirla in libera, più sarà imprigionante il liberarla. I movimenti di una via complessa sono infatti molto più obbligati di quelli di una via facile. Più una via è difficile più chiunque voglia liberarla sarà costretto a mettere mani e piedi sugli stessi appigli e appoggi di chi è venuto prima di lui. A quel punto la via non sarà imprigionata solo nella mente di chi l’ha eseguita, ma lo sarà allo stesso modo in quella di chiunque l’abbia salita.

Come ogni attività umana anche l’arrampicata è un atto di apprendimento. E come tale rappresenta una riduzione di ciò che è sconosciuto a ciò che dopo non lo sarà più. Ciononostante, il conosciuto non rappresenta mai la totalità delle possibilità che lo sconosciuto offre. Ma solo quella più “conveniente”, “semplice” ed “efficace” al momento in cui si apprende. Apprendere rappresenta una scelta. E come tale sovrappone alla realtà la nostra mappa ma sottrae tutte le altre possibili. Si tratta sostanzialmente di una riduzione agli schemi del sé dell’infinito numero di combinazioni che un fenomeno presenta.

Paradossalmente più si scala “in libera” più si imprigiona una via in una fissa sequenza di movimenti. E più la via è difficile più quella sequenza è uguale per tutti. Più le sbarre di quella via si fanno alte e spesse.

Quando arrampico su un itinerario al limite delle mie capacità fisiche e mentali vengo assalito da tutto lo spettro delle sensazioni possibili. Prima sono curioso, attratto, magari intimorito. Durante la salita sono assorto, entusiasta, felice se la via mi piace e riesco a “capirla”, deluso se è il contrario. Subito dopo averla conclusa però, immancabilmente, la gioia esplosiva cede lentamente il passo a un alone di tristezza per qualcosa che da plurale è diventato singolare. Per tutte le possibilità che la mia mente ha ormai escluso. Molti alpinisti chiudono il capitolo e corrono verso un’altra via cercando nuovi luoghi in cui immaginare. Sfuggono alla frustrazione emigrando. A me spesso succede l’inverso. Imperterrito torno sulla scena del crimine. Come un assassino del possibile che cerca disperatamente di andare oltre sé stesso cercando altri modi di compiere il delitto. Un atto insensato, lo so. Uccidere in modi diversi la stessa vittima non la riporta in vita né rende minore la gravità dell’atto. Rifaccio la via cercando altri modi. Cercando di tenerli a mente per conservare almeno un po’ della meraviglia del molteplice. Poi le possibilità si esauriscono e abbandono il tentativo. Passa il tempo e la sequenza indelebile che rimane nella mia mente è una. Una sola. Stampata a fuoco nei miei ricordi.

Paradossalmente l’unico modo di liberare veramente una via è quello di non salirla mai.

Annunci