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Le elezioni europee seconodo Sapir

Tutti i partiti in lizza – non solo in Italia – sostengono di voler cambiare l’Europa. Dateci i voti e noi cambieremo la direzione dell’Unione. Ma è veramente possibile? Ovviamente no. Le vie del marketing elettorale sono infinite. l’unico modo di cambiare l’Unione Europea è quello di smantellarla. Non lo dice il leader mascherato di un sedicente movimento di liberazione continentale che imbraccia gli AK 47 e nasconde i volti dietro i cappucci, ma l’economista francese Jacques Sapir.

In Italia che fare? I partiti di governo e di opposizione sono tutti pro-euro e pro-unione. La lista Tsipras è una mano di vernice data allo scafo bucato per venderlo prima ce affondi. Fa eccezione solo la Lega.

Buona lettura.

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articolo originale: russeurope.hypotheses.org/2179

fonte: vocidallestero.blogspot.it/2014/04/sapir-le-elezioni-europee.html

Dopo la formazione del nuovo governo francese siamo stati subito e pienamente coinvolti nella campagna per le elezioni europee. Queste suscitano in genere uno scarso interesse. E’ un errore, e sarebbe particolarmente dannoso se accadesse anche questa volta. La posta in gioco delle prossime elezioni è alta. Esse esprimeranno delle scelte elettorali che saranno, senza dubbio, difficili e delicate. Dobbiamo qui ricordare che tali elezioni riguardano in realtà l’Unione Europea e non l’Europa stessa. Uno può sentirsi culturalmente e storicamente europeo e rifiutare quell’istituzione che si è appropriata del nome di Europa, ma che è ben lontana dall’essere adeguata a tale scopo.

L’Unione Europea alla deriva

Oggi anche i più ferventi difensori dell’Unione Europea ammettono che essa è alla deriva e che, sempre di più, serve unicamente da copertura agli interessi della Germania [1]. Il perseguimento delle politiche di austerità, esplicitamente implementate per “salvare l’euro” senza imporre un costo troppo alto alla Germania, lo dimostra. Queste politiche stanno attualmente conducendo i paesi dell’Europa del sud verso la bancarotta e la miseria. Ma, parlando in generale, l’UE soffre anche di molteplici difetti, che nel tempo sono diventati sempre più evidenti. È politicamente elefantiaca, troppo aperta e senza altra linea di politica industriale se non la famosa “concorrenza libera e senza distorsioni”, che qualsiasi economista minimamente onesto deve riconoscere essere una contraddizione in termini. Essa non garantisce né la sicurezza economica ai popoli degli stati membri, e nemmeno la sicurezza politica – essendo stata catturata da interessi che ora premono per un’opposizione frontale nei confronti della Russia, come si è potuto constatare in occasione della crisi in Ucraina. In questa occasione i leader della UE, che si vantano di rispettare i diritti umani, non hanno esitato a dare il loro sostegno a dei gruppi fascistoidi come il “Pravy Sektory” o SVOBODA. Ricordiamo pure che questa stessa UE si è dimostrata totalmente incapace di evitarci la crisi finanziaria del 2007-2008, a dispetto di tutti i discorsi sul fatto che “l’Europa ci protegge”. Questa linea politica proseguirà con la firma del “Trattato Transatlantico” (il TTIP, ndt), che stabilisce le condizioni di un libero scambio generalizzato con gli Stati Uniti e che, di fatto, impone che le nostre norme sociali e sanitarie debbano essere allineate con quelle degli Stati Uniti. Di fronte a una tale nuova abdicazione a Washington, non si riesce più a vedere, dunque, quale sia la giustificazione per mantenere una “Unione Europea”.

Oltretutto possiamo qualificare l’Unione Europea come un’organizzazione criminale, a causa delle politiche che vengono tuttora implementate dalla cosiddetta “Troika” in Grecia e in altri paesi. Sicuramente, in questo la UE non sta agendo da sola. La “Troika” è costituita dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal FMI. Ma bisogna anche riconoscere che il FMI si è ripetutamente opposto alle politiche che venivano implementate dalla “Troika”, poichè ne prevedeva e calcolava le conseguenze. La responsabilità della smisurata durezza di queste politiche, che si sono tradotte in un netto incremento della mortalità in Grecia, e da qualche mese a questa parte anche in Portogallo – ed è per questo che usiamo l’aggettivo criminale – è solo ed esclusivamente da attribuire alla Commissione Europea e alla BCE. L’UE ha anche la responsabilità di aver fatto entrare un movimento neo-nazista come Alba Dorata nel Parlamento Greco. E’ anche questo che dovrà essere sanzionato in queste elezioni.

L’insensatezza del discorso “cambiamo l’Europa”

In un tale contesto, evidentemente, nessuno ha intenzione di difendere la UE “così com’è”, e i discorsi sulla necessità di “cambiare l’Europa” si vanno moltiplicando. Ma quanto possono essere reali?

L’Unione Europea comprende troppi membri per  poter portare avanti dei progetti interessanti. È un fatto che un’alleanza è sempre più lenta e più debole rispetto ad un singolo paese. Inoltre, la natura liberista dell’Unione Europea non è solo inscritta nel progetto europeo fin dal principio, ma corrisponde precisamente alla logica con cui si svolgono i negoziati. Quando si cerca un compromesso, risulta sempre molto più facile convergere su una posizione di non-intervento, sia che si tratti di materie economiche che sociali. Qualsiasi atto concreto genera un’infinità di mercanteggiamenti che, a loro volta, generano nuovi contenziosi. Oltre al peso dell’ideologia liberista, al peso degli interessi particolari delle grandi imprese che sono ben rappresentate a Bruxelles, si deve sapere che nella logica di un negoziato il “punto focale” [2] si trova molto spesso nella misura più “liberista”.

L’Unione Europea non è un’istituzione che sta fuori da un contesto. Si muove in un universo nel quale, sia per interessi particolari sia per ideologia, i funzionari che la compongono, e che in larga misuradecidono l’ordine del giorno delle riunioni, sono completamente intrisi dell’ideologia più liberista. Non dobbiamo dimenticare che queste persone vivono con ottimi stipendi (che non hanno mai pensato di ridursi per solidarietà con i popoli da loro oppressi). Pretendere di cambiare l’Unione Europea equivale a pretendere di stabilire un altro contesto, e implica la volontà coordinata di una maggioranza di paesi. È piuttosto evidente che, a causa dell’asincronia dei cicli della politica nei principali paesi, questo è al momento assolutamente impossibile.

A questo punto si potrebbe obiettare che questa è una conseguenza della natura inter-governativa della UE, e che per questa ragione bisogna andare nella direzione di un’Europa federale. Ma questo ragionamento poggia su false basi. Anzitutto, non esiste un popolo europeo, sia questo dovuto a rappresentazioni politiche troppo divergenti o al peso di storie diverse che sono troppo profondamente radicate. Solamente la soluzione inter-governativa è possibile se si vuole preservare un minimo di democrazia. Inoltre la soluzione federale esigerebbe ad oggi dei massicci trasferimenti fiscali dai redditi dei più ricchi (dei tedeschi per essere chiari [3]), al fine di alimentare questo “bilancio federale” che taluni vagheggiano. La federalizzazione dell’Europa è un non-senso, tanto politico quanto economico.

Infine diamo un’occhiata a chi sta oggi chiedendo di “cambiare l’Europa”.  Questo discorso viene fatto tanto dall’UMP quanto dai Socialisti. Tuttavia, da più di vent’anni nessuno di questi due partiti ha mostrato la benché minima volontà in tal senso. Il solo modo di “cambiare l’Europa” per davvero sarebbe quello di provocare una grave crisi, bloccando il processo decisionale, cosa che la Francia potrebbe fare da sola o assieme ad altri paesi, fino ad ottenere ciò che vogliamo, almeno in parte. Questo è ciò che il Generale De Gaulle fece negli anni ’60 con la sua politica della “sedia vuota”. Tuttavia, né l’UMP né i Socialisti si fanno oggi sostenitori di questa linea, il che pone un dubbio fondamentale sulla loro effettiva volontà di “cambiare l’Europa”. Lo stesso si può dire del partito centrista UDI, dei socialisti dissidenti del “Nouvelle Donne” o del partito ecologista EELV. Aggiungiamo che questi partiti sono debolmente strutturati e sono preda di ambizioni personali e di conflitti tra le varie personalità. Bisognerebbe essere matti per credere che da questi possa venire fuori una qualche possibilità di cambiamento.

In realtà, il discorso sul “cambiare l’Europa” si rivela essere, che sia di proposito o come conseguenza dei mezzi che vengono proposti, un discorso mistificatore. Non si cambia nulla, ma si finge di voler cambiare per legittimare delle posizioni che nei fatti non cambieranno nulla. Non è nemmeno come nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “cambiare tutto perché nulla cambi”. In realtà non dobbiamo “cambiare l’Europa”, ma cambiare di Europa. E per questo, si deve cominciare col distruggere ciò che ora rende impossibile alla UE qualsiasi movimento.

Due punti critici

In queste circostanze si sente fortemente la propensione ad astenersi a queste elezioni. Tale è la posizione di alcuni, tra cui Jacques Nikonoff e il M’PEP. È una posizione onorevole, ma erronea. In un’elezione, a meno che non si riesca materialmente ad impedirla, o che il tasso di astensione superi il 90%, gli assenti hanno sempre torto. Quindi occorre definire cosa motiva il voto e quali sono le liste che potrebbero essere votate, sapendo a priori che tra queste non ci sono nè l’UMP, ne l’UDI, nè i socialisti nè EELV. Queste elezioni si giocheranno in realtà su due punti.

Il primo punto è il famoso “Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti” (TTIP). Questo trattato è abominevole per diversi aspetti, sia perché toglie agli Stati le competenze fondamentali su temi quali la sovranità alimentare o la tracciabilità dei medicinali (il che tocca i due punti chiave dell’alimentazione e della salute), sia perché costituisce un malcelato abbandono di tutte le normative francesi ed europee. Questo trattato, come ha confermato Michel Sapin in una dichiarazione il 2 aprile di quest’anno, non verrà sottoposto a referendum. Perciò deve essere stroncato sul nascere, e questo si può fare solamente attraverso le elezioni europee.

Il secondo punto sono, ovviamente, l’euro e le politiche di euro-austerità che esso porta con sè. Per molti mesi abbiamo analizzato tutti i problemi, sia di breve termine che strutturali, causati dall’euro [4]. Dal 2012 sono stati molti gli economisti, ma anche i politici, che si sono detti d’accordo con queste conclusioni [5]. Ora il dibattito si è  generalizzato, e si estende dall’Italia al Portogallo, passando per la Germania [6]. Dev’essere detto e ripetuto: l’unico modo di uscire dal circolo vizioso dell’austerità e del debito è smantellare l’euro.Sulla base di questo argomento lo scorso febbraio il Partito di Sinistra ha significativamente spostato le proprie posizioni verso l’idea di un’uscita dall’euro.

Pertanto, e tenuto conto della natura delle procedure di voto, converrà sostenere e votare, in accordo con le proprie personali preferenze politiche, tutte le liste che si pronunceranno senza ambiguità contro questi due punti. Solo una chiara e netta sconfitta delle liste europeiste (UMP, UDI, Socialisti, “Nouvelle Donne” e EELV) può permettere il chiarimento politico di cui abbiamo bisogno, sia in Francia che in Europa. Dobbiamo rifiutarci di mandare al Parlamento Europeo persone che non faranno altro che prolungare delle politiche che sono già durate troppo a lungo.


Euro, miseria e le responsabilità dei partiti socialisti – intervista all’economista francese Jacques Sapir

Si fa presto a dire “usciamo dall’euro”. La questione cruciale è come gestire il processo per evitare il collasso dei mercati finanziari.

fonte: lantidiplomatico.it

Jacques SapirEconomista, direttore del Centre d’Etude des Modes d’Industrialisation (CEMI-EHESS). Autore di “Bisogna uscire dall’euro?” e “La demondialisation“.

– Professore, Lei è stato tra i primi economisti europei ed evidenziare i danni provocati dall’euro ed a chiedere la sua fine. In una delle ultime analisi ha scritto che si tratta di una sorte inevitabile. Secondo Lei, quanto tempo ancora ci vorrà e da quale paese potrà partire l’iniziativa? 
A questo punto bisogna distinguere due problematiche. La prima riguarda l’analisi della situazione economica che l’euro ha creato e delle sue conseguenze. Da ormai quasi tredici anni osserviamo che l’euro non solo non ha prodotto le convergenze macroeconomiche sperate, ma ha invece accentuato le divergenze. L’ho detto a più riprese, e ormai questa mia posizione riscuote consenso tra gli economisti. Constatiamo anche che l’euro rappresenta un enorme freno per la crescita nella maggior parte dei paesi che l’hanno adottato, ad eccezione, ovviamente, della Germania. Per finire, si osserva che l’euro fa aumentare i deficit, tanto interni quanto esteri, e che porta verso un debito sempre più grande dei paesi che sono entrati nell’Unione economica e monetaria. Tutto questo è abbondantemente documentato da numerosi autori. Siccome l’euro può funzionare solo in una spirale di impoverimento per la maggior parte dei paesi, ne deduco che è destinato a fallire.
Ma, qui, abbiamo una seconda problematica: le condizioni che determineranno la fine dell’euro. Tali condizioni possono creare una crisi catastrofica generata sul mercato obbligazionario. Al momento, la situazione resta stabile grazie alla Banca Centrale Europea. Ma la credibilità di quest’ultima sta nel fatto che non è stata messa alla prova. Prima o poi i mercati testeranno la risoluzione della Bce, e allora Mario Draghi si ritroverà fortemente in difficoltà. Queste condizioni potranno anche provenire dalle tensioni politiche crescenti che l’Euro genera sia tra i paesi membri dell’UME, sia all’interno degli stessi, dove le forze anti-europeiste prendono sempre più peso. Queste tensioni potranno ad un certo punto mettere gli attori politici di fronte alla necessità di dissolvere la zona euro o di uscire dalla moneta unica.
Per quanto mi riguarda, ho sovrastimato la rapidità delle evoluzioni finanziarie, sulla base di quello che avevamo conosciuto nel 2008-2009. Ma questo non cambia niente all’analisi di fondo.
– Sul suo blog RussEurope, ha ipotizzato ad un possibile ritorno allo Sme dopo l’eventuale dissoluzione della zona euro. Qual è secondo Lei la migliore strategia per uscire dall’euro per i paesi dell’Europa meridionale? 
Un ritorno allo Sme implica che ogni paese ritrovi la propria valuta nazionale. La questione della strategia è qui centrale. I paesi dell’Europa del Sud possono scegliere tra prendere la decisione di uscita in modo indipendente o chiedere la dissoluzione della zona euro. Se alcuni paesi, come l’Italia, la Francia, la Spagna dicessero durante un Consiglio Ecofin che sono pronti a lasciare l’euro ma che è preferibile lo scioglimento dell’Unione monetaria, questo, visto l’attaccamento dei tedeschi al Marco, verrebbe rapidamente accettato. Sarebbe di gran lunga la soluzione migliore perché presa in comune e apparirebbe come una decisione « europea ».
La fine dell”UEM non implicherebbe la fine dell’Unione Europea, tanto meno quella di una cooperazione sulle questioni monetarie tra i paesi in questione. Questa soluzione rimane comunque ad oggi la meno probabile rispetto a quella di un’uscita indipendente di un paese membro, che provocherà, entro sei mesi da quel momento, il collasso della zona euro, ma in un contesto politico assai più conflittuale.
– Secondo Lei quanta responsabilità hanno i partiti socialisti europei rispetto all’attuale crisi e da quali forze politiche ritiene possibile un cambiamento? 
La responsabilità dei partiti socialisti europei è schiacciante. E’ prima di tutto diretta: questi partiti si sono arresi senza condizione davanti alle esigenze della finanza e del capitale; hanno imposto delle politiche di austerità inaudite alle popolazioni e sono di conseguenza fortemente responsabili della stagnazione economica che viviamo. Ma resiste anche una responsabilità indiretta. Nel pretendere che non esistono altre soluzioni oltre l’austerità, nel proclamare il dogma dell’euro ed ipotizzando scenari catastrofici nel caso di un’uscita, tali partiti socialisti hanno costruito un discorso politico che blocca la situazione ed è parte integrante della crisi. Ragion per cui non si potrà uscire dalla crisi se non attraverso la distruzione di questi partiti, la loro implosione, e delle ricomposizioni politiche importanti. E’ quello che stiamo assistendo in Francia ed in Grecia.
Oggi, bisogna riunire le forze di sinistra e di destra che hanno capito il pericolo che rappresenta l’euro, unirli non in un solo partito ma all’interno di un’alleanza in grado di sostenere una politica di rottura.
– Secondo Lei la Francia è da considerare un paese dell’Europa del sud o del nord? E quali sono i rischi che il suo paese avrà di fronte nel 2014? 
Per essere chiari, per me la Francia è un paese d’Europa meridionale. Lo è se si guardano tanto le caratteristiche strutturali quanto congiunturali dell’economia e si paragonano ad esempio a quelle dell’economia italiana. La Francia è anche culturalmente assai più vicina all’Europa del sud che del nord. Per questa ragione è anche più esposta alle conseguenze congiunte delle politiche d’austerità portate avanti in Italia ed in Spagna. Finché questi tre paesi rimarranno nella zona euro saranno condannati a una concorrenza feroce tra di loro. Al contrario, dal momento in cui ritroveranno la propria valuta nazionale potranno ritrovare margini di manovra importante.
– Per concludere, come giudica le vicende della politica italiana dal novembre 2011, quando Mario Monti ha iniziato ad imporre le misure d’austerità dell’Europa? 
La politica di Mario Monti consisteva nel cercare di ottenere dei risultati a breve senza preoccuparsi del dopo. Ha bloccato i pagamenti che lo Stato doveva alle imprese, ha lasciato che il credito crollasse e che gli investimenti si contraessero. Il tutto condanna nel medio periodo l’economia italiana ed è il contrario di una politica da «esperto». La fama da «tecnico» che si costruito è del tutto usurpata. Si è comportato come uno di quei politicanti di basso livello il cui nome è scomparso nelle pattumiere della storia.

Manifesto di solidarietà europea – domani la presentazione

Redatto a gennaio e pensato da economisti di tutta Europa. Viene presentato domani a Parigi. Si tratta di una versione “morbida” dell’uscita dall’euro. Una versione sicuramente più accettabile per l’asfittico sistema politico del continente. Una versione meno traumatica del ritorno alle valute nazionali. Speriamo sia un ulteriore volano per il dibattito e per la visibilità della questione. Chissà che anche i cavalli con i paraocchi a 2 stelle non riescano a guardare oltre il piccolo orizzonte della corruzione e del finanziamento pubblico ai partiti. Non è un lapsus, 2 stelle …. Come gli alberghi scadenti … altro che 5. Ormai i pallini sono quelli e nient’altro.

Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’Eurozona

La segmentazione controllata dell’Eurozona per preservare le conquiste più preziose dell’integrazione europea.

La crisi dell’Eurozona mette a rischio l’esistenza dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo.

La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politicoed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno.
Si era ritenuto che l’euro potesse essere un altro importante passo avanti sulla strada di una maggiore prosperità in Europa. Invece l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea.
I paesi meridionali dell’Eurozona sono intrappolati nella recessione e non possono ristabilire la propria competitività svalutando le proprie valute. D’altra parte, ai paesi settentrionali si chiede di mettere a rischio i benefici delle proprie politiche finanziarie prudenziali, e ci siaspetta che in quanto “benestanti” finanzino i paesi del Sud attraverso infiniti salvataggi. Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale, e di compromettere profondamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea nell’Europa settentrionale. L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo.

Una strategia nel segno della solidarietà europea

Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea. Un euro più debole migliorerebbe la competitività dei paesi dell’Europa meridionale e li aiuterebbe a uscire dalla recessione e tornare alla crescita. Ridurrebbe anche il rischio di panico bancario e il collasso del sistema bancario nei paesi dell’Europa meridionale, che potrebbe verificarsi se questi fossero costretti ad abbandonare l’Eurozona o decidessero di farlo per pressioni dell’opinione pubblica nazionale, prima di un abbandono dell’Eurozona da parte dei paesi più competitivi.
La solidarietà europea sarebbe ulteriormente sostenuta trovando un accordo su un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi Europei.
Naturalmente sarebbe necessario, in almeno alcuni dei paesi meridionali, un abbuono (haircut) deidebiti. La dimensione di questi tagli e il loro costo per i creditori,tuttavia, sarebbero inferiori rispetto al caso in cui questi paesi restassero nell’Eurozona, e le loro economie continuassero a crescere al disotto del proprio potenziale, soffrendo una elevata disoccupazione. Posta in questi termini, l’uscita dall’Eurozona non implicherebbe che le economie più competitive non debbano sopportare un costo per la diminuzione dell’onere del debito dei paesi in crisi. Tuttavia, ciò accadrebbe in circostanze nelle quali il loro contributo aiuterebbe quelle economie a tornare a crescere, al contrario di quanto accade con gli attuali salvataggi, che non ci stanno portando danessuna parte.

Perché questa strategia è così importante?

Non occorre dire che è nostro comune interesse che l’Unione Europea torni alla crescita economica – la migliore garanzia per la stabilità e la prosperità dell’Europa. La strategia di segmentazione controllata dell’Eurozona faciliterà il conseguimento di questo risultato nei tempi più rapidi.

Le firme sul manifesto sono quelle di

Alberto Bagnai – Professore associato di politica economica presso il Dipartimentodi Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio a Pescara (Italia),

Claudio Borghi Aquilini – Professore incaricato di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Brigitte Granville – Professore di Economia Internazionale e Politica Economica alla School of Business and Managementdell’Università Queen Mary di Londra

Hans-Olaf Henkel (@HansOlafHenkel)– Professore di Management Internazionale all’Università di Mannheim, già presidente della Confindustria tedesca

Stefan Kawalec – Amministratore delegato di Capital Strategy, una società polacca di consulenza strategica. Dal 1989 al 1994 ha svolto un ruolo significativo nella preparazione e nell’implementazione del piano di stabilizzazione e trasformazione dell’economia polacca

Jens Nordvig – Amministratore delegato di Nomura, la banca di investimento globale, dove dirige la Fixed Income Research, ed è capo delle strategie valutarie globali.

Ernest Pytlarczyk – Economista capo alla Banca BRE (sussidiaria della Commerzbank, e terza banca commerciale della Polonia), dove dirige il dipartimento ricerca.

Jean-Jacques Rosa – Professore Emerito di Economia e Finanza all’Institut d’Etudes Politiques (Parigi).

Jacques Sapir – Professore di economia presso la Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali (EHESS) e professore visitatore presso la MSE di Mosca.

Juan Francisco Martín Seco – Docente universitario di Introduzione all’economia, Teoria della Popolazione, e Finanza pubblica. Appartiene all’ordine dei Revisori dei conti (Ministero delle Finanze spagnolo) e al servizio di vigilanza delle cooperative di credito del Banco de España.

Alfred Steinherr – Professore presso la facoltà di Economia e Management della Libera Università di Bolzano, della quale è stato fondatore (1998-2003).


Quale futuro per la zona euro?

Stamattina definivo i neo governanti italiani bugiardi. Quest’articolo di Sapir tradotto da Sirtori aggiunge un tassello al perché della definizione. Sanno tutto. E’ impossibile che non sappiano. L’ipotesi della stupidità e dell’incompetenza inizia a vacillare. Se io e voi abbiamo accesso a queste informazioni, com’è possibile che loro non lo abbiano? Jacques Sapir è un’economista di rilievo internazionale. Mica il blogger di provincia ingigantito dalla bolla virtuale de “mi piace”!!!

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Jacques Sapir commenta uno studio di una fondazione tedesca sulla possibile evoluzione futura della crisi dell’eurozona

ribloggato da http://vocidallestero.blogspot.it/2013/05/sapir-quale-futuro-per-la-zona-euro.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+VociDallestero+%28Voci+dall%27estero%29

Traduzione di Ugo Sirtori

La Friederich Ebert Stiftung, una fondazione tedesca legata alla SPD, ha appena pubblicato un documento che analizza i possibili scenari futuri per la zona Euro, un progetto dal titolo Scenario Team Eurozona 2020 [1]. Questo documento è stato preparato sulla base di molti incontri (16 in totale) in diversi paesi nel corso del 2012. Le conclusioni sono state tirate in un incontro tenutosi a Bruxelles il 6 dicembre 2012. Anche se non rappresenta la posizione ufficiale della social-democrazia tedesca ed europea (partecipanti provenienti da vari paesi dell’area hanno collaborato alla sua stesura) questo documento è sintomatico del punto di vista che si è ora formato in Germania sulla questione dell’area dell’Euro. Questo è quel che lo rende interessante. Non consideriamo questo testo come l’alfa e l’omega della riflessione su questo tema, ma come qualcosa che è rappresentativo di una mentalità nel resto d’Europa e in Germania e che contrasta nettamente con quanto continua a essere propagandato dalla stampa francese tutta. Il documento inizia con uno ‘stato dell’arte’ e riconosce che l’Euro sta affrontando una crisi diffusa. Esso riconosce che le misure finora adottate per affrontare questa crisi si sono rapidamente mostrate inadeguate e hanno contribuito a esacerbare la crisi.

“Le misure adottate nei diversi summit si sono dimostate inadeguate e spesso hanno semplicemente esacerbato i sintomi della crisi. In molti paesi, specialmente nel Sud Europa, il tutto si è manifestato con un’intensificazione drammatica della crisi sociale, un’alta disoccupazione giovanile, la recessione dell’economia e una frustrazione crescente in vasti strati della popolazione sull’Europa e le istituzioni europee.”(p.3)

Non si può che concordare con la constatazione. Inoltre, alcune delle misure formalmente decise, si scontrano con una resistenza significativa sulla loro attuazione (come nel caso dell’unione bancaria che è stata accettata solo con grande riluttanza dalla Germania). L’acuirsi della crisi, sia per il drammatico aumento della disoccupazione in paesi come la Grecia e la Spagna, sia per il degrado costante dei conti pubblici in diversi paesi, dimostra che la crisi è sempre più presente e pressante.

I. I quattro scenari selezionati

Da questa osservazione, sono stati sviluppati quattro scenari. Alcune delle loro ipotesi sono realistiche, ma altre sembrano esserlo meno. Tuttavia, uno scenario è niente senza il realismo delle ipotesi. Li riepilogheremo brevemente, indicando gli elementi su cui i gruppi di lavoro non hanno adottato ipotesi realistiche, o dove sono state adottate ipotesi solo parziali.

(1) Lo stallo nella crisi. (Muddling-trough the crisis)

In questo scenario, l’Unione economica e monetaria rimane un meccanismo incompleto. Come risultato, i paesi dell’Europa del sud continuano a essere dipendenti da piani di salvataggio a carico dei paesi del Nord Europa, mentre la BCE continua, e aumenta anche, gli acquisti di debito sovrano sul mercato secondario per mantenere i tassi di interesse a livelli gestibili. L’Europa meridionale si avvia così in un lungo periodo di depressione e non è in grado di implementare un nuovo modello di crescita a causa della mancanza di investimenti. Si aggiunga inoltre la mancanza di domanda “solvibile” e la fuga dei migliori cervelli. I piani di salvataggio assicurano che questi paesi rimangano nell’euro (nonostante sorgano nelle popolazioni movimenti sempre più importanti contro l’euro), ma non sono in grado di trovare una soluzione a questa crisi. L’Unione europea si indebolisce sia nei confronti degli Stati Uniti che dei paesi emergenti e diventa sempre più dipendente da suoi partner.

(2) La rottura dell’Eurozona. (Break-up of the Eurozone)

Qui, la gestione della crisi è ancora più conservatrice rispetto allo scenario precedente, dove si ammetteva un significativo impegno della BCE. L’unione bancaria, anche se formalmente implementata, è inefficiente a causa della riluttanza di molti paesi alla sua applicazione. Il peggioramento della situazione economica dei paesi dell’Europa meridionale si combina con una rinnovata rigidità riguardo il patto di crescita e stabilità che richiede a questi paesi ancora maggiore impegno per una riduzione del deficit e del debito. Inoltre, non c’è nessuna politica di investimento né politica industriale o politica commerciale a livello europeo. Il risultato di tutto questo è che le tensioni sociali diventano incontrollabili e conducono a uscite non concordate dalla zona euro. Questo si traduce in un divisione monetaria dell’Europa in tre parti, con un euro “mantenuto” intorno all’area della Germania (in realtà una zona Marco), un’unione monetaria del Nord intorno alla Gran Bretagna e un Sud Europa, dove ogni paese riguadagna la sua sovranità monetaria. Facciamo qui notare che la cosiddetta ‘Unione monetaria del Nord’ è in realtà molto poco probabile.

La Gran Bretagna non ha alcun interesse a un’unione monetaria. L’”area della sterlina” è una possibilità, ma il grado di probabilità è basso. Il risultato da considerarsi più probabile è da un lato la costituzione di una ‘zona del marco’ destinata indirettamente o direttamente ad alcuni paesi dell’Europa centrale, e un ritorno alla sovranità monetaria per tutti gli altri paesi. In questo scenario, l’Unione europea è attaccata tanto dall’esterno, dove la sua posizione nei confronti degli Stati Uniti, ma anche di Cina e Russia è indebolita, quanto dall’interno dall’aumento dei movimenti politici che mettono radicalmente in discussione l’esistenza stessa delle istituzioni europee.

(3) Il ripiegamento su un nocciolo duro dell’Europa. (Core Europe)

In questo scenario rimangono da una parte solo i paesi del centro, nel contesto di un nuovo trattato, che comprende l’unione bancaria, ma anche l’Unione fiscale e dall’altro lato gli altri paesi che rifiutano questo trattato e che costituiscono un secondo livello di UE ridotta a una zona di libero scambio. Lo studio di FES naturalmente include la Germania e la Francia nei paesi core e accetta la scommessa che intorno a questi due paesi un certo numero di altri paesi si riunirà sulla base di un accordo politico (denominato Euro patto plus) che includa la cessazione dell’austerità e delle regole sociali e fiscali comuni per evitare il dumping sociale e fiscale.

“Il Patto Euro Plus, con il suo impegno per un’ulteriore convergenza della tassazione delle imprese, dei contributi e delle prestazioni sociali, sarebbe implementato solo nei paesi core, che dovrebbero protegersi dal crescente dumping fiscale e sociale da parte degli altri paesi. Delle nuove risorse finanziarie per gli investimenti, combinate con una politica industriale, col mercato unico e con adeguate riforme strutturali, aiuterebbero la transizione verso un’economia più verde, più efficiente e più inclusiva nel gruppo dei paesi del centro.” (p.8)

Questo nucleo di paesi avrebbe quindi una forte coerenza e ci potrebbe essere uno sviluppo più armonioso. Per altri paesi, la situazione sarebbe meno rosea e l’azione “non convenzionale” della Banca Centrale Europea sarebbe sempre necessaria. Allo stesso modo, il MES sarebbe comunque necessario e vedrebbe i suoi mezzi di intervento potenziati per far fronte a crisi nei membri non ‘hard core’ pur avendo una condizionalità ancora rinforzata. Le differenze tra i paesi del ‘hard core’ e il resto dell’Unione europea sarebbero destinate a crescere. Al limite, si potrebbe sviluppare un forte antagonismo tra i paesi ‘hard core’ e gli altri paesi dell’Unione europea.

“Gli stati membri della periferia sono favorevoli a misure protezionistiche, con gli stati del centro che devono fronteggiare delle pressioni crescenti in termini di competitività a causa dei loro standard sociali elevati. Questo porta ad una crescente ostitlità e ad un populismo antieuropeo all’interno e all’esterno dei paesi core.” (p.8)

Questo scenario sembra improbabile in quanto presuppone un accordo politico di fondo non semplice con la Germania, quando invece il conflitto tra la Francia e la Germania sta crescendo di intensità, nonostante quel che dice il governo. Ora, se tra Germania e Francia un accordo non è in realtà possibile, e considerando le attuali divergenze questa sembra la soluzione più probabile, la soluzione per il nostro paese potrà essere sia di dar ragione alla Germania sull’austerità, sia di lasciare l’Euro. Siamo pertanto ricondotti al primo scenario (la situazione di stallo) o al secondo (l’esplosione).

(4) Il completamento dell’Unione di bilancio (Fiscal union completed).

In questo scenario, al seguito della Francia, la Germania e altri paesi dell’Eurozona riconoscono la comune necessità di accelerare il movimento verso un’Europa federale, riducendo in modo significativo l’austerità per l’Europa meridionale. Un fondo comune di stabilizzazione è implementato (una mutualizzazione del debito) e l’area dell’Euro si dota di un’agenzia in grado di emettere il proprio indebitamento per finanziare investimenti massicci in tutti i paesi, sotto l’egida di un’autorità comune di controllo.

“Una sorveglianza macroeconomica è combinata con maggiori risorse per la ripresa: non solo una più rapida implementazione dei fondi strutturali, ma anche un Fondo Economico Europeo per la Stabilizzazione col compito di gestire gli shock asimmetrici. Il dialogo sociale e la contrattazione sono incoraggiati a libvelo nazionale ad europeo per un migliore allineamento dei salari e della produttività.” (p.9)

Il problema con questo scenario è che esso non quantifica le esigenze finanziarie in trasferimenti annuali al di là della questione degli investimenti. Questo è un problema ricorrente in tutti gli scenari federalisti. Il federalismo comporta trasferimenti, che la Germania, ma anche la Finlandia e l’Austria, rifiutano. Ora, la grandezza dei trasferimenti per assicurare soltanto un recupero dei quattro paesi più in difficoltà (Spagna, Grecia, Italia, Portogallo) è nell’ordine di 240 – 250 miliardi di euro all’anno per dieci anni. Inoltre, è altamente probabile che questo livello di trasferimento diventerebbe permanente, come si è visto oggi all’interno degli Stati e in Francia con il caso del DOM – TOM. Quindi non parliamo di trasferimenti per un breve periodo, e non è affatto realistico aspettarsi di finanziarlo con dei prestiti.

II. La probabile evoluzione della situazione nell’area dell’Euro.

Nella valutazione di possibili scenari futuri e del loro grado di probabilità, dalla lettura del documento si può notare facilmente che vi sono delle gravi divergenze. Questo è particolarmente visibile nella mancanza di coerenza osservata nell’analisi dei diversi scenari. Tuttavia, emerge un’impressione generale: quella di un grande pessimismo circa il futuro dell’eurozona.

(1) Dall’impossibilità di continuare l’attuale politica al rischio di esplosione dell’area dell’Euro.

Nel primo scenario, lo stallo nella crisi, questo passaggio è particolarmente contraddittorio. “Il primo scenario – muddling through the crisis – è generalmente considerato insostenibile, ma vi è una importante variabile nel quadro all’interno del quale la cosa potrebbe durare, e precisamente una sorta di Japanese scenario. Questo significherebbe un lungo periodo di stagnazione, deflazione e alto indebitamento. Questo scenario sarebbe il risultato della gestione della crisi prevalente sino ad ora, caratterizzata da too little, too late, combinata con la dominante del metodo intergovernativo invece che comunitario.” (p.10)

La prima reazione è che l’affermazione che un tale scenario non è sostenibile è contraddetta dal riferimento, alla fine, a uno scenario “giapponese”. Tuttavia, questo ultimo scenario, che fa riferimento al “decennio perduto” del Giappone, non tiene conto del fatto che la zona Euro non è un paese, ma un insieme di paesi, come sottolinea anche il riferimento al “metodo intergovernativo”. L’unica soluzione per dare una continuità allo scenario della situazione di stallo, è di ammettere un flusso di trasferimenti certamente inferiore rispetto agli importi necessari nell’ipotesi federale, ma che rimarrebbero comunque significativi. Tuttavia, è chiaro che non solo la Germania si rifiuta di pagare tali importi, ma si oppone sempre più apertamente alle modifiche avvenute alla BCE con l’arrivo di Mario Draghi [5]. In realtà, il secondo scenario, quello di una rottura dell’Eurozona, appare molto più probabile, ma si divide in uno scenario ‘nero’, descritto come “Jugoslavia” e uno scenario più roseo, chiamato “Unione Sovietica”.

Il secondo scenario – crollo dell’Eurozona – potrebbe essere il risultato del perdurante e infruttoso approccio di muddling-through seguito finora, come abbiamo visto. Questo crollo potrebbe verificarsi in due modi: in primo luogo, la sindrome Yugoslavia, che comporta una violenta separazione e un vuoto decisionale, con gli eventi che vanno fuori controllo. Questo, naturalmente, sarebbe il peggiore tra i peggiori scenari possibili e non è sorprendente che sia stato prefigurato da un rappresentate della exYugoslavia. Dovrebbe essere preso seriamente, perché anche se nessuno lo desidera, potrebbe anche accadere…” (p.10) e

Il secondo scenario sarebbe quello di uno scioglimento pacifico, come lo scioglimento dell’Unione Sovietica, dove una saggia leadership riconoscerebbe che i costi di mantenere l’unione sarebbero molto più alti – e probabilmente insostenibili – della scelta di consentire una separazione, mantenendo almeno un centro intatto (nel caso della UEM, la decisione di una saggia leadership di questo tipo condurrebbe logicamente allo scenario dell’Europa Core).” (p.10)

(2) L’ipotesi del “nocciolo duro” europeo e le sue contraddizioni.

Il terzo scenario esaminato potrebbe allora derivare dal secondo. Il “nocciolo duro” costituito da paesi che conserverebbero l’Euro è in realtà lo scenario che è stato considerato il più plausibile da una maggioranza di partecipanti in varie riunioni organizzate dalla Friedrich Ebert Stiftung. Ma su questo punto, noi non possiamo che rilevare un’incongruenza: perché il “nocciolo duro” previsto nello scenario 3 possa formarsi, è imperativo che la Francia ne faccia parte. Se il “nocciolo duro” è costituito dalla vecchia zona del marco, siamo infatti in una delle varianti dello scenario dell’esplosione dell’Eurozona, perché è chiaro che la Germania e i suoi satelliti non avrebbero né desiderio né interesse ad attuare le riforme che coinvolgono il “nocciolo duro”. Tuttavia, la Francia non potrebbe rimanere in una “area Euro” senza che l’Italia (e forse la Spagna) ne facciano parte. Gli effetti sull’industria francese dell’appartenenza a un Euro senza l’Italia o la Spagna sarebbero abbastanza drammatici. Ma un “nocciolo duro” comprendente la Germania, la Francia e l’Italia non è molto diverso dalla configurazione attuale. La Grecia e Cipro fuori dall’Euro avrebbero economicamente (finanziariamente sarebbe un’altra questione) poca importanza. Tuttavia, è chiaro che la situazione economica della Spagna e dell’Italia è molto compromessa. Pertanto, il “nocciolo duro” non è niente altro che una zona marco ridenominata, quindi la Germania dovrebbe accettare quei trasferimenti che oggi nega. Ci siamo quindi ritrovati nella situazione precedente.

Il terzo scenario – Core Europe – potrebbe così derivare dagli altri due sopra menzionati. E’ stato considerato da molti come lo scenario più probabile, ma comporta grandi rischi, che riguardano soprattutto la sua potenziale caratteristica non democratica, derivante dall’approccio intergovernativo alla gestione della crisi implementato dalla amministrazione Merkel ” (p.10).

Un altro problema sollevato è la mancanza di democrazia nel caso dell’istituzione di un “nocciolo duro” intorno alla Germania. Questo è davvero uno dei problemi, pure se estraneo all’economia. È chiaro che l’impostazione di istituzioni controllate dal governo tedesco non avrebbe altra logica che trasformare i paesi europei aderenti in protettorati (nella migliore delle ipotesi) o colonie (nella peggiore) della Germania.

Infine, l’ultimo scenario, quello di un federalismo fiscale altamente avanzato, è stato considerato dai partecipanti come il migliore ma il meno probabile degli scenari. Su questo punto, possiamo solo condividere l’osservazione già espressa sulla fattibilità di questo federalismo.

(3) Le ragioni dell’indecisione tedesca.

Da questa tabella elaborata da competenti esperti della Friederich Ebert Stiftung ne deriva una constatazione che alcuni troveranno pessimista, ma che è in verità realistica. La posizione della Germania condanna a breve termine l’area dell’Euro, e la soluzione migliore sarebbe una dissoluzione concertata, che permetta di salvaguardare un nucleo istituzionale europeo. Quindi è necessario pensare a “chi ha interesse all’Euro” in Germania.

Si tratta chiaramente di un’alleanza tra gli industriali dei più grandi mercati europei e dei banchieri che ha molto da perdere da una dissoluzione dell’Euro. Per i primi, l’Euro, nella sua forma attuale, è la garanzia di una moneta che non è troppo sopravvalutata. Se la Germania tornasse al marco, non solo quest’ultimo si apprezzerebbe fortemente contro il dollaro e lo Yen (con un cambio di un DM per 1.50 Dollari) ma le valute dei principali clienti della Germania in Europa, la Francia, l’Italia e la Spagna, si deprezzerebbero liberamente. Non solo il surplus commerciale tedesco scomparirebbe, ma non è impossibile che si trasformerebbe in un deficit dall’1% al 2% del PIL. D’altra parte, una parte della popolazione e i pensionati avrebbero interesse che la Germania lasci la zona Euro per garantire il valore dei loro risparmi. In ogni caso, questa parte della popolazione si oppone ferocemente a qualsiasi trasferimento della Germania ai paesi dell’Europa meridionale. Questa ambiguità spiega la politica della signora Merkel che afferma di voler mantenere l’Euro (e così facendo prende in considerazione gli interessi degli industriali e dei banchieri), ma che afferma anche che pagare, direttamente o indirettamente, è fuori questione, perché difende gli interessi del suo elettorato. Aggiungiamo che se deciderà di sacrificare gli interessi del suo elettorato, gli industriali le ricorderanno che la competitività tedesca è basata inoltre sul fatto che una parte delle eccedenze commerciali viene reinvestita.

Tabella I

Posizione dei gruppi sociali tedeschi sulle prospettive della crisi dell’Euro

Classe o gruppo sociale Continuazione della situazione attuale Federalismo completo (prelievi   dell’8-10% all’anno) Esplosione della zona Euro (Marco   a 1,50 dollari USA)
Grande industria globalizzata Situazione piuttosto favorevole. Situazione molto sfavorevole   a
causa della pressione sugli utili per alimentare i trasferimenti.
Situazione piuttosto sfavorevole,   ma che può essere controllata da
un’accelerazione delle delocalizzazioni, per sfuggire al marco forte,
in Cina e negli Stati Uniti.
Piccole e medie imprese. Situazione molto favorevole   per
il controllo della moneta e la mancanza di un marco forte.
Situazione molto sfavorevole   a
causa della pressione sui profitti.
Situazione molto sfavorevole   a
causa della perdita di competitività da marco forte.
Settore bancario. Situazione molto favorevole. Situazione moderatamente   favorevole. Situazione molto sfavorevole   a
causa di perdite di valore sugli attivi.
Amministrazione della Banca   centrale e assimilati Situazione sfavorevole per   l’interrogativo latente sullo status
della Bundesbank e la sua autorità a livello europeo.
Situazione molto sfavorevole   a
causa di un interrogativo aperto sullo stato e autorità della
Bundesbank.
Situazione molto favorevole   con
ritorno dell’autorità interna ed esterna della Bundesbank.
Risparmiatori e pensionati Situazione moderatamente avversa   per il rischio di erosione del valore
del patrimonio e dei beni.
Situazione molto sfavorevole con
forte attacco sul reddito e potenzialmente sul capitale.
Situazione molto favorevole,   con
guadagni sugli attivi a causa del marco forte.
Dipendenti di grandi aziende Situazione relativamente   favorevole dato che i datori di lavoro
possono permettersi di distribuire una parte dei profitti.
Situazione molto sfavorevole   per
le pressioni sui salari e sui redditi per finanziare i trasferimenti.
Situazione molto sfavorevole   con
massicci licenziamenti in virtù di delocalizzazioni.
Dipendenti delle piccole imprese Situazione sfavorevole a causa   della pressione sui salari e condizioni
di lavoro derivanti dalla riforma Harz IV.
Situazione sfavorevole a causa   dell’aumento del carico fiscale. Situazione relativamente meno   sfavorevole se la produzione non è
delocalizzabile.

Non ci sono grandi margini di manovra. Ci sono sette gruppi sociali, la cui dimensione è certamente diversa, ma la cui influenza sul processo decisionale è relativamente paragonabile o a causa dei mezzi di informazione che controllano, o della loro reputazione nella società o semplicemente per il loro peso elettorale. Essi sono di fronte alle tre possibilità che si aprono davanti alla Germania: o il perpetuarsi della situazione attuale, o un federalismo fiscale importante che impone i costi dei trasferimenti dall’8% al 10% per la Germania, o un’esplosione dell’Euro con una forte rivalutazione del marco. Vediamo che la soluzione del federalismo fiscale è quella peggiore per 5 delle 7 categorie previste. Esso non è realmente vantaggioso per alcuna categoria. La soluzione di un’esplosione dell’area dell’Euro è molto sfavorevole per 3 categorie, ma al contrario molto favorevole per 2 categorie. La soluzione del perpetuarsi della situazione attuale è moderatamente negativa o moderatamente favorevole per tutte le categorie tranne che per una per la quale è molto favorevole. Ecco perché il consenso si raccoglie, in realtà per impostazione predefinita, intorno a questa opzione. Ma, chiaramente, l’opzione del federalismo fiscale è da escludersi in Germania per una questione democratica, in quanto è troppo negativa per molti segmenti della società. Resta il fatto che la prima delle possibilità non può essere perpetuata nel tempo, come il documento della Friederich Ebert Stiftung stabilisce in modo convincente. In queste condizioni, inevitabilmente si procederà alla terza possibilità, lasciare esplodere l’area dell’Euro.

Per non aver capito questa situazione, per non aver fatto un’analisi per categorie sociali e gruppi con una significativa rappresentanza simbolica, un Jean-Luc Mélenchon tiene discorsi insensati dove si afferma, contro ogni evidenza, che la Germania “vuole” far uscire dall’Euro i paesi che sono i suoi principali clienti…Mentre quello che la Germania vuole soprattutto evitare è di dover contribuire massicciamente all’economia dell’area dell’Euro.

(4) Una dissoluzione ordinata, la migliore delle soluzioni ?

Una lettura attenta di questo documento conferma così che diversi esperti europei riuniti dalla Friederich Ebert Stiftung considerano che la continuazione della politica attuale non è più possibile e che è diventata anzi pericolosa, dato che può portare in qualsiasi momento ad un disfacimento incontrollato della zona Euro. La realizzazione di un ampio federalismo fiscale, al di là dei problemi politici che solleverebbe, non appartiene più all’ambito del possibile. Quest’obiettivo deve essere considerato come un’utopia nel vero senso del termine. La terza soluzione, nota come il “nocciolo duro” affronta due contraddizioni: la prima è tra le politiche francesi e tedesche. Se la Francia capitola alle condizioni tedesche il “nocciolo duro” non funziona; se la Francia cerca lo scontro, essa rischia di essere presa in parola della Germania e di dover uscire dall’Euro. Ma vi è una seconda contraddizione. Il “nocciolo duro” avrà l’omogeneità necessaria per funzionare solo se approssima la “zona del marco”, ma allora, perde molto del suo interesse.

Vediamo allora che la sola soluzione ragionevole è quella di uno scioglimento ordinato dell’Eurozona, lasciando i meccanismi di cooperazione monetaria tra i paesi, ma ripristinando tutta la flessibilità monetaria necessaria. Questo non è altro che la soluzione che ho difeso nel luglio scorso in un documento sul lavoro [6]. Ormai, ci si arriva, spinti dalla necessità.

[1]U. Dirksen, B. Hacker, M-J Rodriguez et W. Velt, Scenarios for the Eurozone 2020, Scenario Team Eurozone 2020, Friederich Ebert Stiftung, Berlin, Mars 2013. URL: http://library.fes.de/pdf-files/id/ipa/09723.pdf

[2] M. Aglietta, Zone Euro : éclatement ou fédération, Michalon, Paris, 2012.

[3] P. Artus, « Trois possibilités seulement pour la zone euro », NATIXIS, Flash-Économie, n°729, 25 octobre 2012 ; idem, « La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne : rester compétitive au niveau mondial ? La réponse est oui », NATIXIS, Flash-Économie, n°508, 17 juillet 2012.

[4] J. Sapir, “Le coût du fédéralisme dans la zone Euro”, billet publié sur le carnet Russeurope le 10/11/2012, URL: http://russeurope.hypotheses.org/453

[5] K. Pfaffenbach, « La BuBa confirme un rapport critique sur les OMT », Les Echos.fr et Reuters, 24 avril 2013, http://www.lesechos.fr/entreprises-secteurs/finance-marches/actu/reuters-00517494-la-buba-confirme-un-rapport-critique-sur-les-omt-562463.php

[6] Document publié en septembre 2012 sur RussEurope, J. Sapir, La dissolution de la Zone Euro: Une solution raisonnable pour éviter la catastrophe, Working Paper inédit, 19 juillet 2012, pdf., http://russeurope.hypotheses.org/23