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Economia? No grazie non ci capisco niente

Molti di noi se la cavano così. Dismettendo il problema e delegandolo a chi ne sa di più. Fino al punto di prendere per oro colato qualunque idiozia un TG propini come realtà. Vorrei rassicurarvi. Dopo aver visto quanto poco capisce di economia il sottosegretario Del Rio … sottosegretario all’Economia (sic) … direi che c’è speranza per tutti. Basta leggere, approfondire, informarsi cercando fonti accreditate.

Ve ne propongo 2. Un video di Claudio Borghi a Piazza Piddina (ooopsss … Pulita). Che aveva di fronte proprio l’inconsistente vice di Padoan.

E un pezzo del caro vecchio Bagnai veramente a prova di principiante. Comprensibile, chiaro, cristallino.

In sostanza perché l’euro sta uccidendo l’Europa

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411


I partiti social-democratici dietro al neo-estremismo nero in Europa

“I partiti social-democratici hanno preso una scelta decisiva a metà degli anni ’90: sono entrati in società con il capitale finanziario. Al tempo, aveva un senso. Non era mai stato facile per i socialdemocratici convincere gli industriali, i commercianti, il mondo degli affari in generale, a finanziare il Welfare state al quale erano, invece, impegnati. E’ stato più facile invece chiudere gli occhi agli opachi raggiri dei banchieri degli anni ’90 e 2000 (senza del resto mai comprenderli del tutto) ed, in cambio, ottenere una piccola percentuale delle montagne di rendite che i banchieri producevano per finanziare i programmi sociali – alcuni molto degni, del resto.”
Ma, in modo tragico, nel 2008 le banche sono crollate e le montagne di surplus finanziari si sono trasformati in pesanti perdite. A quel punto, i banchieri hanno richiesto che gli Stati riempissero quei buchi con soldi prestati dai contribuenti ed i socialdemocratici avevano perso sia l’autorità morale che la capacità teorica per opporsi a questi argomenti”.

Più chiaro di così!!!

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Alessandro Bianchi intervista Yanis Varoufakis, professore di Teoria economica, all’Università di Atene

fonte: beppegrillo.it/2013/10/la_troika_e_i_nuovi_fascismi.html#comments

originale: http://yanisvaroufakis.eu/2013/10/11/euro-crisis-modest-proposal-social-democracys-waterloo-and-the-threat-of-fascism-interview/

Alessandro Bianchi: “Professore, insieme a Galbraith e Holland, ha aggiornato nel luglio scorso la sua “Modest Proposal“, in cui indicava quattro programmi di politica economica di assoluto buon senso che potrebbero aiutare l’Europa ad uscire dal collasso attuale. Programmi, però, che i Paesi del Nord, Berlino in particolare, hanno dimostrato di non voler attuare in nessun modo. Allo stato attuale delle cose, non ritiene che la migliore soluzione per i paesi dell’Europa meridionale sia l’uscita dalla moneta unica?
Yanis Varoufakis: “Se potessimo tornare indietro nel tempo, la migliore scelta per i Paesi dell’Europa del sud – e dell’Irlanda – sarebbe di rimanere fuori dalla zona Euro. Dal 2000 in poi, il comportamento delle potenze del nord e del sud del continente ha sciolto ogni dubbio su una possibile evoluzione in una entità federale della zona Euro, anche dopo una crisi esistenziale che ha minacciato la sua integrità. Detto brutalmente, le nostre élite hanno commesso un peccato capitale mettendo i paesi periferici in una versione “europea” del Gold Standard, che ha causato massicci afflussi di capitale nelle regioni deficitarie, producendo gigantesche bolle e ha prodotto una depressione permanente negli stessi Paesi in deficit una volta che sono scoppiate le bolle, dando così seguito al 1929 della nostra generazione (il 2008).
Uscire della nostra orribile unione monetaria non ci riporterà, anche nel lungo periodo, al punto in cui saremmo se ne fossimo rimasti fuori. Una volta dentro, una via di fuga potrebbe spingere le nostre balbettanti economie sociali su un terribile precipizio. Soprattutto se ciò avvenisse in modo non coordinato da un Paese ad un altro. Il motivo è molto semplice: a differenza dell’Argentina nel 2002 e della Gran Bretagna nel 1931, uscire dalla zona euro non è solo una questione di disancoraggio tra la nostra moneta ed una straniera, perché non esiste una moneta da disancorare. In altre parole, dovremmo creare una moneta – un compito che richiede almeno 8-10 mesi – per poi disancorare o svalutare. 8/10 mesi di ritardo tra l’annuncio di una svalutazione ed il suo effettivo compimento sono sufficienti per far tornare le nostre economie all’età della pietra.
Naturalmente tutto questo non significa che i Paesi periferici europei debbano subire in silenzio i danni prodotti da un’insostenibile e misantropa Eurozona. I nostri governi possono esercitare i loro poteri di veto al prossimo vertice dell’Unione Europea o riunione dell’Euro-gruppo e chiedere che politiche come quelle che abbiamo proposto nella nostra Modest Proposal vengano discusse seriamente, in modo che sia data la possibilità di riconfigurare il sistema in modo sostenibile.
Alessandro Bianchi: “Il Wall Street Journal di questa settimana ha pubblicato gli inediti resoconti delle dichiarazioni dei membri del board durante la riunione del 10 maggio 2010, che ha poi aperto al piano di salvataggio della Grecia. In diversi avevano predetto la sua insostenibilità, il fatto che avrebbe solo permesso a banche e creditori privati di riappropriarsi dei loro investimenti e peggiorato la situazione socio-economica del Paese, senza migliorare, del resto, l’andamento debito/Pil. Tutto quello che poi è successo nella realtà. Anche alla luce di queste rilevazioni come giudica il comportamento della troika nel suo paese ad oltre tre anni di distanza?”
Yanis Varoufakis: “La troika passerà alla storia come un’Alleanza Sacrilega tra irrazionalità e malvagità. I rappresentanti delle organizzazioni, che sapevano perfettamente che le politiche che stavano imponendo sarebbero fallite, hanno svolto i loro ‘ordini‘ senza rimorso, ragione ed in un modo che ricorda la Banalità del Male di Hannah Arendt. Il loro secondo fine, nascosto dietro una retorica del ‘salvare‘ i nostri Paesi, non era altro che spostare le perdite dai libri contabili della Deutsche Bank e company sulle spalle dei contribuenti europei più deboli (compresi quelli in Germania che stanno sperimentando un dura restrizione del valore reale del loro salario).
Alessandro Bianchi: “Come in diversi altri paesi europei, anche in Grecia assistiamo all’unione dei partiti conservatori e socialisti per difendere un modello economico che ha portato il tessuto sociale al collasso. Come giudica l’azione del Pasok di Venizelos e quanta responsabilità le attribuisce rispetto all’attuale crisi?”
Yanis Varoufakis: “I partiti social-democratici hanno preso una scelta decisiva a metà degli anni ’90: sono entrati in società con il capitale finanziario. Al tempo, aveva un senso. Non era mai stato facile per i socialdemocratici convincere gli industriali, i commercianti, il mondo degli affari in generale, a finanziare il Welfare state al quale erano, invece, impegnati. E’ stato più facile invece chiudere gli occhi agli opachi raggiri dei banchieri degli anni ’90 e 2000 (senza del resto mai comprenderli del tutto) ed, in cambio, ottenere una piccola percentuale delle montagne di rendite che i banchieri producevano per finanziare i programmi sociali – alcuni molto degni, del resto.”
Ma, in modo tragico, nel 2008 le banche sono crollate e le montagne di surplus finanziari si sono trasformati in pesanti perdite. A quel punto, i banchieri hanno richiesto che gli Stati riempissero quei buchi con soldi prestati dai contribuenti ed i socialdemocratici avevano perso sia l’autorità morale che la capacità teorica per opporsi a questi argomenti. Sia come organizzazioni pubbliche sia come singoli politici, avevano venduto la loro anima al diavolo, che era ora ferito e chiedeva loro di rinunciare a tutte le priorità storiche per soccorrere coloro che avevano nutrito il loro caro Welfare state per un decennio. E così si sono piegati alla volontà dei banchieri. Invece di richiedere un default del debito pubblico in Grecia ed uno su quello privato in Irlanda, i socialdemocratici si sono uniti ai conservatori dalla parte dei banchieri per ritardare ogni fallimento fino al momento in cui molte delle perdite delle banche non fossero state trasferite sulle deboli spalle dei contribuenti.
In questa situazione, la base fedele dei partiti social-democratici si è sentita tradita. Dopo aver combattuto per anni per ottenere la distribuzione dei redditi, improvvisamente ha scoperto che il loro partito aveva stretto un’alleanza che, in nome del “salvataggio del paese dalla bancarotta“, ha effettuato la più brutale redistribuzione di reddito a favore di coloro che avevano generato il crac con i loro atti assurdi. Non ci è voluto molto perché i partiti socialdemocratici fossero abbandonati dalle buone intenzioni, dai migliori membri e finire nelle mani sporche dei carrieristi ed opportunisti che li hanno trasformato in loro feudi personali. E’ questo è proprio il caso del Pasok di Venizelos.”
Alessandro Bianchi: “Il partito all’opposizione più credibile che si oppone al commissariamento della troika oggi in Grecia è Syriza. Pensa che arriverà mai al governo? E come giudica l'”agenda europea” di Tsipras recentemente annunciata al Kreisky Forum di Vienna?
Yanis Varoufakis: “La mia paura è che la vittoria di Syriza possa arrivare troppo tardi. Vale a dire, dopo che i banchieri, in combutta con l’attuale governo, abbiano costruito una Nuova Cleptocrazia che, nel tempo in cui Tsipras sarà primo ministro, si sarà trasformata in uno Stato nello Stato. Per quel che riguarda la sua recente “Agenda europea“, penso sia un faro nell’oscurità attuale del paesaggio europeo.”
Alessandro Bianchi: “L’ultimo punto della sua Modest Proposal 2.0 invoca la creazione di un programma di solidarietà sociale per garantire i bisogni minimi esistenziali di tutti i cittadini europei ed impedire che la crisi sia il pretesto per l’ascesa dei totalitarismi. Ritiene possibile il ripetersi di quanto accaduto negli anni’30 del 1900? E la situazione della Grecia è così differente da quella degli altri paesi dell’Europa meridionale?”
Yanis Varoufakis: “Si, abbiamo ripetuto gli errori degli anni ’30 e dovremo, dunque, non essere sorpresi se stiamo evocando gli stessi tipi di demoni. Per fortuna, Portogallo e Spagna non hanno visto l’ascesa di partiti nazisti. Ma i due Paesi non hanno neanche avuto, almeno non ancora, una perdita del 30% del loro Pil. Se le cose dovessero continuare a peggiorare non ho dubbi che i nazionalismi estremi infileranno le loro brutte teste anche lì. Nel frattempo, l’estrema destra, i partiti filo-nazisti stanno crescendo in Danimarca, Olanda, Austria, nella regione scandinava ed in Ungheria. L’Europa sta giocherellando con fantasmi molto pericolosi che si nutrono e si rinforzano con ogni atto di diniego della vera natura della crisi.” Alessandro Bianchi

Leggi la “Modest Proposal” di Yanis Varoufakis

 

 


I Greci hanno salvato le banche tedesche e francesi

Intanto un paio di chiarimenti visto che non sono un economista e anche io queste cose le ho dovute imparare.

  1. Chi presta soldi si assume un rischio (quello di non vederseli restituiti) che si concretizza nel tasso di interesse sul capitale prestato. Se ti do 10 tu mi restituirai 12. Il 2 aggiunto è di fatto la quantificazione economica del rischio (che però spesso non viene calcolato come altri “rischi di impresa”.  E si dà per scontato che la restituzione sia “ad ogni costo”)
  2. Ristrutturare un debito sovrano significa che anche il creditore perde parte del suo investimento (si badi bene si parla di “investimento£ ovvero non un prestito caritatevole ma un acquisto di titoli di Stato a pure e semplice fine speculativo
  3. Non ristrutturare un debito significa che pagano solo i cittadini
  4. Optare per la soluzione 3) è ovviamente un’idiozia logica, soprattutto in un periodo di crisi economica. Non ci vuole un genio per capire che l’unico modo in cui si può scaricare sui cittadini il costo del debito è aumentando le tasse o tagliare la spesa. Che si opti per uno o per l’altra, in un’economia di mercato, la fine è chiara a chiunque: la spirale della recessione. Meno soldi in tasca alla gente, meno acquisti, meno PIL. L’aumento delle tasse inoltre significa anche una contrazione immediata dell’offerta di lavoro che spinge in alto la disoccupazione. Il che spinge ancora più in basso i consumi . Applicando di fatto un effetto moltiplicatore sulla velocità in cui l’economia peggiora
  5. Applicando 3 e arrivando a 4, prima o poi si arriva anche a 2 (se non si vuole scatenare una guerra di quelle vere … quelle con i fucili)

Possibile che queste banali regolette da economia domestica non fossero chiare al FMI quando si decise di “salvare” la Grecia?

No, infatti. Il piano di salvataggio della Grecia (il primo) fu semplicemente altro. In quell’occasione vennero salvati i crediti delle banche (private) francesi e tedesche che avevano in mano i titoli di Stato greci.

E i documenti del FMI dimostrano che nel direttivo gli scettici c’erano eccome e che il piano fu applicato nonostante tutto. Il che ovviamente ha portato a nuovi piani di “salvataggio” in cui anche i creditori hanno visto toccati i loro interessi.

Non ho i numeri ma sono convinto, chissà com’è, che procedere con 3-4-2 sia molto più vantaggioso che procedere direttamente con 2.

E sono anche convinto che la misteriosa nomina della Lagarde (Ministra francese che si occupava di proteggere le banche del suo paese) alla presidenza del FMI (allora scettico sul piano greco) non sia stata né meritocratica né casuale.

Attenti quindi quando vi parlano di debito a ricordare che senza debito il capitalismo non funziona. Il debito non è una roba “cattiva” è solo l’altro nome del “credito”.

Buona lettura

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Fonte: vocidallagermania.blogspot.it/2013/10/i-documenti-confidenziali-del-fmi.html

I documenti confidenziali del FMI sul caso greco

Che il salvataggio greco sia stato fatto su misura dei creditori esteri di Atene, lo sapevamo già. Adesso arrivano i verbali segreti delle sedute del FMI a confermalo. Dal wsj.de

La Grecia nel 2010 doveva essere salvata con un pacchetto di aiuti miliardario? I documenti confidenziali di cui è in possesso il Wall Street Journal mostrano che il FMI al proprio interno era profondamente diviso. Nonostante cio’, si decise di concedere ugualmente gli aiuti.

I documenti confidenziali sono in palese contrasto con le dichiarazioni ufficiali del FMI e non mancheranno di riaccendere la discussione sul possibile taglio del debito greco. La Germania ed altri altri stati europei infatti continuano a rifiutare una ristrutturazione del debito greco nel tentativo di nascondere agli occhi dei propri elettori la reale situazione. Ma visto che il FMI in futuro non intenderà concedere nuovi aiuti alla Grecia se il debito non dovesse scendere, molto probabilmente si dovrà arrivare ad una decisione in questa direzione.

Un terzo dei membri del FMI aveva dei dubbi

Data l’estrema incertezza che caratterizzava l’intero piano di salvataggio, sin dall’inizio il FMI si è pronunciato a favore di un taglio del debito.  Il primo piano di aiuti è stato approvato il 9 maggio 2010, e gli atti relativi alla decisione – catalogati come segreti o altamente confidenziali – ci offrono una visione degli avvenimenti interni al FMI.

Quasi un terzo di tutti i membri del consiglio direttivo, che insieme rappresentano oltre 40 paesi non europei, secondo gli atti, avevano dei forti dubbi sull’intero piano di salvataggio greco. Erano in molti a ritenere che il programma di salvataggio stava spostando sui greci l’intero onere dell’aggiustamento, mentre dai creditori europei non si pretendeva alcuna rinuncia. Molti membri del FMI sostenevano infatti che il salvataggio non avrebbe avuto successo se i creditori esteri della Grecia non avessero rinunciato ad una parte dei crediti.

“Sul tavolo della discussione dovrebbe esserci la possibilità di una ristrutturazione del debito”, affermava Pablo Andrés Pereira durante la difficile riunione del 2010, all’epoca direttore esecutivo e rappresentantante argentino. Il fondo, secondo Pereira, “corre il rischio di ritardare o addirittura peggiorare l’inevitabile default greco”.

I rappresentanti di Brasile, Russia, Canada e Austrialia, sempre secondo gli atti, nella stessa seduta hanno parlato degli immensi rischi cui il programma di salvataggio andava incontro. Il rappresentante brasiliano al FMI, sempre secondo gli atti, definiva il piano “inappropriato e decisamente non sostenibile” o piu’ semplicemente un “salvataggio dei creditori privati dello stato greco, soprattutto degli istituti di credito europei”.

I rappresentanti europei ed americani, che nel consiglio direttivo hanno oltre la metà dei diritti di voto, sono comunque riusciti ad ottenere un numero sufficiente di voti per approvare il programma di salvataggio.

Il programma di aiuti finanziari prevedeva infatti come condizione una forte riduzione del debito ed un aumento delle tasse. La ristrutturazione del debito – sotto forma di rinuncia dei creditori, riduzione dei tassi oppure un allungamento della durata – non era prevista. E cio’ ha salvato i detentori di titoli greci (principalmente banche europee) dalle perdite in cui sarebbero incorsi con una ristrutturazione.

Gli interessi europei sono piu’ importanti di quelli greci

Alcuni dei membri del FMI all’epoca contrari al programma di salvataggio, continuano a sostenere che sono stati tutelati gli interessi dei paesi creditori, ma non quelli greci. Dal 2009 l’economia greca si è ridotta di un quinto e il tasso di disoccupazione del paese è salito a quasi il 28 %. La situazione attuale spinge il FMI a chiedere ai paesi europei una rinuncia ai crediti, almeno stando alle recenti dichiarazioni degli attuali rappresentanti del FMI.

“Il piano di aiuti non è stato un programma di salvataggio per la Grecia, piuttosto dell’ Eurozona”, dice uno dei rappresentanti del FMI presenti alla riunione del 2010.

I documenti riservati mostrano che diversi membri nel consiglio direttivo del FMI sin dall’inizio guardavano con molto scetticismo alle previsioni economiche: le consideravano “eccessivamente ottimiste” oppure “troppo positive”.

Per molti versi, la storia del piu’ grande pacchetto di salvataggio approvato dal FMI, dovrà essere interamente riscritta.

L’allora direttore del FMI Dominque Strauss-Kahn nel maggio 2010 dichiarava ai giornalisti che il fondo “non aveva alcun dubbio sulle possibilità di successo del piano”. Ma dietro le quinte una parte importante del direttorio nutriva dei forti dubbi sull’efficacia del piano o addirittura era arrabbiata, almeno da quanto si legge fra i verbali delle riunioni.

Rabbia e frustrazione nel direttorio FMI

Gli aggiustamenti finanziari richiesti alla Grecia sono uno “sforzo immane a cui l’economia non riuscirà a far fronte”, ha dichiarato l’ex direttore del FMI, l’indiano Arvind Virmani, durante la seduta in cui è stato approvato il primo pacchetto di salvataggio. Il numero uno del fondo si era infatti già chiesto se le dimensioni del risparmio che il FMI si aspettava dalla Grecia non avrebbero piuttosto fatto fallire il programma e portato il paese al default.

Tutti i tentativi di raggiungere l’ex capo del FMI Strauss-Kahn per avere un commento sul tema purtroppo sono andati a vuoto. Nel frattempo il FMI ha riconosciuto alcuni errori. In un rapporto pubblicato nel mese di giugno, il Fondo ha finalmente ammesso che alcune proiezioni finanziarie erano troppo rosee.

I funzionari del FMI tuttavia hanno sempre sottolineato le loro buone intenzioni: quando nel 2010 il piano di salvataggio è stato approvato, il FMI nelle proprie considerazioni interne non riteneva necessaria una ristrutturazione del debito

“Nel maggio 2010 sapevamo che la Grecia avrebbe avuto bisogno di un fondo di salvataggio ma non che sarebbe stata necessaria una ristrutturazione del debito”, ha detto il direttore del FMI Christine Lagarde in un’intervista rilasciata in giugno. “Non sapevamo che la situazione economica generale sarebbe peggiorata cosi’ rapidamente come poi ha fatto”, sempre Lagarde.

Nei primi mesi del 2011, quando orami era chiara la non sostenibilità del debito, il FMI ha preteso una ristrutturazione, conferma un portavoce del FMI.

Già nel 2010 si parlava di un taglio del debito

I documenti confidenziali del FMI mostrano che sin dall’inizio si parlava apertamente della necessità di ristrutturare il debito greco. Nella seduta del maggio 2010 i rappresentanti del Medio oriente, dell’Asia e dell’America Latina hanno chiesto piu’ volte perché questa opzione non fosse stata presa in considerazione.

I rappresentanti europei invece sono rimasti “molto sorpresi” quando la Svizzera “con molta enfasi”, all’interno del consiglio direttivo FMI si è schierata a fianco dei critici, sempre secondo i verbali delle sedute. “Perché una ristrutturazione del debito e il coinvolgimento del settore privato non sono stati contemplati dal piano di salvataggio?”, chiedeva il rappresentante svizzero René Weber.

Oggi il FMI sostiene che nel 2010 una ristrutturazione non sarebbe stata praticabile. Il rischio che i problemi finanziari greci potessero diffondersi anche verso altri paesi era troppo grande.

Una larga parte dei titoli di stato greci allora era in possesso delle banche tedesche e francesi. Per questa ragione la ristrutturazione non era una possibilità contemplata dai capi di stato europei. E gli USA temevano per i loro investimenti miliardari nel capitale delle banche europee.

L’attuale presidente del FMI Lagarde, all’epoca ancora Ministro delle finanze in Francia, era impegnata a limitare con ogni mezzo le perdite per le banche del suo paese. Le banche francesi avevano infatti una grande esposizione verso la Grecia.

Nel 2013 nel direttorio del FMI arriva la svolta

In una relazione del giugno 2013 il FMI ha ammesso “carenze significative” nel programma di salvataggio greco, sebbene il fondo avesse già indicato la strada da seguire. “Sin dall’inizio sarebbe stata preferibile una ristrutturazione del debito, sebbene per i partner europei fosse inaccettabile”, si dice nel rapporto.

Il FMI constata che sin dall’inizio l’operazione di salvataggio ha permesso ai creditori privati di ridurre l’esposizione, scaricandone i costi “sul contribuente e sul settore pubblico”.

Diversi rappresentanti del FMI già 3 anni fa avevano messo in guarda. “Si puo’ dire che l’operazione piu’ che un programma di salvataggio per la Grecia, sia  una forma di salvataggio dei creditori privati, soprattutto degli istituti finanziari europei”, affermava il rappresentante brasiliano Paulo Nogueira Batista durante una seduta del 2010.

Gli scettici avevano ragione. La Grecia non è riuscita a raggiungere gli obiettivi finanziari concordati e nel 2012 ha avuto bisogno di un ulteriore piano di salvataggio. Nel piu’ grande piano di salvataggio mai intrapreso dal FMI, i creditori privati hanno dovuto farsi carico di una parte delle perdite

Con il collasso dell’economia greca il debito del paese è esploso. E la situazione potrebbe spingere i governi dell’Eurozona a mettere in campo un terzo pacchetto di salvataggio. Ma questa volta dovranno necessariamente rinunciare ad una parte dei crediti verso la Grecia.


Il predatore senza prede muore

La natura dovrebbe insegnarci qualcosa. Ma abbiamo smesso di osservarla e sincronizzarci con essa quando abbiamo iniziato a pensare di poterla controllare. Sottomettere. Ma il pianeta è un organismo troppo vasto per il piccolo uomo. E la natura torna sempre in pareggio. Perché in natura un predatore senza più prede o ne trova di nuove o muore. Si estingue. E l’ecosistema trova un nuovo equilibrio a prescindere dalla specie scomparsa.

L’economia funziona più o meno allo stesso modo. Chi fabbrica magliette se non ha a chi venderle muore. Così chi compra obbligazioni.

Bill Gross è uno dei top manager di Pimco. Il più grande fondo di investimento obligazionario del mondo. O giù di lì. E’ uno di quelli che Morningstar ha mantenuto negli ultimi 15 anni nel 3% in cima alla lista per produttività. In sostanza Bill Gross è uno squalo con la pinna bella grossa. Uno a cui non interessano le politiche sociali, il benessere delle masse o la condivisione del reddito. La sua missione è fare denaro e intascare il bonus annuale. Punto.

Eppure proprio Bill Gross rilascia un’intervista al Financial Times nella quale avvisa:

“The UK and almost all of Europe have erred in terms of believing that austerity, fiscal austerity in the short term, is the way to produce real growth. It is not,” Mr Gross told the Financial Times. “You’ve got to spend money.”

Uno speculatore internazionale che folgorato sulla via di Damasco si scopre keneysiano? Signori dei Governi dovete spendere soldi!!!

Gross continua. “I think, fiscally, that governments everywhere have erred in terms of their policy for one way or another and they certainly haven’t induced investment as a percentage of GDP, which, we all know, is ultimately the way to prosperity.”

Dice “certamente i governi non hanno indotto investimenti considerandoli parte del GDP”. Ma questa non era una delle riforme morbide che si volevano introdurre in Europa per far risultare più bassa la percentuale debito/PIL? Quell’”indurre”, messo accanto al commento precedente non significa “spendete i soldi così da indurre la crescita”?

Gross nel febbraio del 2010 aveva sostenuto la tesi opposta. Quella di Kenneth Rogoff and Carmen Reinhart. Quelli che “abbiamo sbagliato i conti”. Quelli che avevano trovato la pistola fumante dei debiti pubblici cresciuti oltre i limiti. Quelli che fornirono la base scientifica per le politiche di austerità.

Gross, in sostanza ci ha ripensato. Ha capito che anche il capitale finanziario per continuare a muovere le proprie pedine sulla scacchiera del Risiko della finanza non può puntare al saccheggio totale. All’annientamento degli stati da conquistare. Il predatore in natura aspetta che la preda ingrassi per attaccarla. Non la affama. E Gross ha capito che l’Europa è alla fame. L’austerità la sta conducendo sul pericoloso cammino del default. Non quello tecnico. Ma quello che, aldilà degli artifici contabili, sta nella realtà dei fatti.

In sostanza i mercati, che Gross impersona, iniziano a pensarla come i cittadini. L’austerità è un’aberrazione. Anche nei termini del peggior capitalismo predatorio. E’ come se una famiglia in difficoltà economica smettesse per prima cosa di acquistare cibo. Dopo un po’ nessuno sarebbe più in grado di lavorare per produrre reddito.

A cosa pensano i governanti d’Europa dunque quando utilizzano il grimaldello mediatico del “i mercati lo vogliono”, “i mercati reagirebbero malamente all’aumento del debito”? Qual è la vera storia dietro a queste richieste? Perché anche Olli Rehm, la Merkel e Draghi sanno bene che Gross ha ragione. Gross mica Keynes!

E’ evidente che c’è altro. Un paio di ipotesi:

  1. In autunno in Germania si vota. E un cedimento verso i pigri profittatori del sud varrebbe alla Merkel una bella batosta elettorale. Visto soprattutto il ruolo di guardiano del trattato di Maastricht che la Cancelliera ha ritagliato al suo paese
  2. Il progetto politico che sta dietro all’euro non ha nulla a che fare con la banale razionalità matematica dell’economia. Fino a un certo punto andava bene per le classi più abbienti e per i paesi del nord (Germania in testa) che costruivano reddito attraverso la svalutazione interna sulle spalle della minore competitività dei “meridionali”. Ora anche quest’approccio mostra la corda.

E in tutto questo cosa decide di fare l’Europa? Lo speculatore (che conta il profitto) ha capito che la regola dell’austerità non può funzionare più. I sordi governanti (i cui lauti stipendi li pagano i cittadini), invece, nel nome di una mitologia spacciata presso le masse per salvare il proprio futuro politico continuano imperterriti nel loro cammino. Non bastano i cittadini che affollano le mense pubbliche. Non bastano nemmeno gli avvisi dei tycoon della finanza. A testa bassa proseguono nel sentiero tracciato: euro, più Europa, austerità. Tutto pur di non ammettere che il cambio fisso è un’idiozia trasformatasi in tragedia.

Un anno in più alla Spagna (forse due), uno al Portogallo, due alla Grecia. Per fare cosa? Ovvio, per raggiungere il fatidico 3%. Sono queste le misure che varano per allentare con magnanimità la presa sul futuro del Continente. Melina in attesa del voto a Berlino. Melina per non far sollevare i popoli. Melina perché qualcuno spintonato dall’emergenza non decida di uscire dalla moneta unica. Melina sulla pelle della gente.

Nel frattempo la BCE stampa i nuovi 5 euro. Nella filigrana c’è il volto di Europa, la figlia dei Titani Oceano e Teti. O magari la principessa fenicia rapita e stuprata da Zeus. Qualunque delle due, la mitologia continua.


La troika lascia Atene delusa

Lo sottolinea il Financial Times. Nonostante le pressioni il premier greco resiste su due punti:

1)      Alleggerire l’austerità a causa dell’aggravarsi delle condizioni sociali

2)      Limitare i pesanti licenziamenti nel settore pubblico. Che si vorrebbero fino a 25.000 unità entro il 2014

La leva da utilizzare? Un’ulteriore tranche di prestito da 2,8 miliardi di euro.

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Greece and lenders fall out over firings

By Kerin Hope in Athens

A dispute over sacking civil servants has stalled talks between Greece and the “troika” of international lenders, delaying disbursement of a €2.8bn aid tranche due this month amid fears the country’s bailout programme is already veering off track.

A joint statement by the EU, European Central Bank and International Monetary Fund said: “Significant progress has been made but a few issues remain outstanding”, adding that the mission would return in April after more technical work had been done.

It was only the second time in almost three years of regular reviews of Greek progress with economic reform that the troika has left Athens without agreeing specific measures with the government.

At a meeting on Wednesday night with Antonis Samaras, prime minister, the troika heads of mission rejected requests for austerity to be modified because of deepening social distress, arguing that more work needed to be done to quantify alternative measures proposed by the Greek side.

The governing coalition has pledged to avoid compulsory lay-offs to achieve a target of 25,000 civil service job cuts by 2014. But Greek officials failed to provide sufficient details of proposals to sack 7,000 public sector workers found guilty of misdemeanours, transfer less-skilled workers to a “mobility reserve” and accelerate retirements this year.


Euro: proteggere la Francia, deindustrializzare l’Italia

Ovvero di come L’Italia fra incapacità e collusione è finita nella trappola della moneta unica.

Un’altra intervista di Byoblu a un famoso complottista, anarco-insurrezionalista, no global, no tav, esponente di spicco dei centri sociali … Antonino Galloni, direttore generale del Ministero del Lavoro.

Il tema? La svendita dell’Italia sull’altare dell’euro. Tanto per fare un po’ di storia.

Al minuto 19.05 si fa interessante. Copio e incollo l’estratto di Byoblu:

Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Giulio Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quell’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

Non a caso appena la Francia ha dischiarato di non riuscire a ridurre il deficit, l’UE ha ammorbidito i termini. Che sia il prossimo fallimento della Francia a decidere finalmente la fine dell’unica moneta senza Stato della storia dell’uomo?

Fonte: http://finanza.lastampa.it/Notizie/0,495979/Olli_Rehn_i_Paesi_in_crisi_possono_avere_pi%EF%BF%BD.aspx

I Paesi di Eurolandia in crisi potranno avere più tempo per raggiungere il pareggio di bilancio. Questo il nucleo principale di una lettera scritta ieri dal Commissario europeo agli affari economici Olli Rehn ed indirizzata ai ministri delle Finanze. Per la Commissione europea, in caso di peggioramento delle proprie condizioni economiche, un Paese può chiedere ed ottenere un periodo di tempo più lungo per risanare i conti. Rehn però specifica che la condizione imprescindibile per beneficiare di un rinvio per la correzione del deficit è che lo Stato in questione abbia effettuato gli sforzi di risanamento richiesti. Decisioni di questo tipo sono già state prese lo scorso anno per la Grecia, il Portogallo e la Spagna. Precisazioni quelle del funzionario europeo fatte alla vigilia dell’aggiornamento delle previsioni economiche della Commissione europea, che saranno pubblicate il prossimo 22 febbraio. A preoccupare soprattutto la Francia; proprio ieri infatti il premier Jean-Marc Ayrault ha confermato che Parigi non riuscirà a ridurre il deficit a 3% entro il 2013 come richiesto dalla Ue. Lo zero sarà raggiunto alla fine del quinquennio del presidente Francois Hollande. Rehn si sofferma anche sulla situazione italiana; le decisioni di bilancio prese da Roma dopo il novembre 2011 hanno convinto i mercati e abbassato i tassi. Solo nel primo anno una discesa di 100 punti nei tassi ha fatto risparmiare all’Italia 3 miliardi di euro.


Bersani il pifferaio

Sì, quello che condurrà i cittadini-topi italiani ad annegare nelle acque dell’Egeo.

Ieri ho pubblicato un posti in cui stralciavo e commentavo contenuti di altre fonti. Non quelle ufficiali. In particolare un articolo di Cori di Modigliani che focalizzava sulla situazione tragica greca. Poi ho visto che in rete si sollevavano domande, dubbi, rettifiche. Non è vero che la Grecia è al collasso! I soliti complottisti che denigrano il nostro benemerito sistema dei media main stream. E via dicendo.

In serata Byoblu ha organizzato una intervista video a Monia Benini. Una che in Grecia ci vive. Dura 57 minuti. Molto interessante. Per chi non avesse tempo di ascoltarla ho stralciato le parti salienti. Mi piacerebbe che le leggessero soprattutto quelli che dopo il posti di ieri, che parlava di mille cose, hanno commentato “ma l’assalto ai supermercati è una bufala”. Con il solito atteggiamento di chi guarda il dito e perde di vista il contesto.

Ma un attimo. In tutto questo ce c’entra Bersani? Leggete fino in fondo e capirete. Si tratta del Santo Euro e di chi in questo paese rappresenta il pericolo numero uno per le vostre tasche. Ma se avete fretta correte alla parte evidenziata in rosso.

Quando sentirete l’acqua calda dell’Egeo che vi arriva in faccia, ricordatevi della crocetta che avrete messo il giorno delle elezioni. A quel punto non potrete più fare nulla. Ma almeno potrete fare mea culpa. Anche perché le preghiere saranno tutto ciò che ci sarà rimasto.

 

Cosa succede in Grecia

Le farmacie scioperano. Non accolgono le prescrizioni ma forniscono i medicinali solo a pagamento. Così il governo può dimostrare alla Troika che in effetti sta applicando i tagli alla spesa sui farmaci.

I contadini protestano per avere il prezzo del gasolio uguale a quello degli armatori.  Anziché maggiorato con le sovrattasse che lo rendono inabbordabile. Non gli viene accordato quindi distribuiscono gratuitamente i loro prodotti a una popolazione che è realmente affamata. (al minuto 13.07 si vedono le immagini sembra l’Iraq dopo l’invasione)

La situazione è gravissima. Ormai da mesi il governo ha autorizzato la vendita nei supermercati dei cibi scaduti. Fino a 90gg oltre la data di scadenza con un taglio del 66% sul prezzo. La popolazione non ha più i soldi per sfamarsi. I bambini svengono a scuola.

I genitori lasciano i figli agli orfanotrofi perché abbiano un posto al caldo dove mangiare e dormire.

La situazione sta degenerando ormai dal marzo 2012. Ogni volta che agenzie di rating, FMI, Troika hanno dato indicazioni sulla Grecia le condizioni di vita sono peggiorate. Nelle ultime settimane, dopo il memorandum di dicembre, la situazione è precipitata.

Chi perde il lavoro non ha più assistenza sanitaria. Quindi ci sono code per ricevere cure dalle organizzazioni non governative.

Il giornalista Kostas Vaxevanis che a novembre pubblicò la lista Lagarde (detentori di conti in svizzera che dovevano essere tassati come cittadini greci) è stato arrestato e processato per direttissima.

L’ex ambasciatore in Canada Cristopulos sostiene che la democrazia in Grecia non esiste più.  Come in un vero e proprio regime sono state dettate linee guida su ciò che può essere tollerato da parte dei giornalisti e ciò che invece va represso. Il giornalista trasgressore viene importunato dai servizi segreti o direttamente arrestato (un giornalista della TV di stato arrestato per aver passato un video in cui il primo ministro veniva fischiato). Nemmeno nei canali ufficiali vengono passate le notizie.

Una ONG (riporta il Guardian) ha denunciato la gravissima situazione umanitaria e richiesto l’intervento dell’ONU. In alcune aree di Atene la popolazione vive in situazione di totale indigenza.

I finti aiuti

La Grecia ha ottenuto 130 miliardi di euro di cosiddetti “aiuti” e dovrà restituirne entro il 2020 274 miliardi. Ma che fino hanno fatto? Il 52% alle banche internazionali, il 23% è tornato alla BCE, il 20% alle banche elleniche private e soli il 5% allo Stato. Che dovrà comunque restituire tutto. Interessi compresi.

I soldi della BCE finiscono dritti nelle casse delle banche per la ricapitalizzazione (nell’ultima trance di dicembre, 24 dei 34 miliardi ricevuti). Aiuti “salva stati” che diventano in realtà “salva banche”.

Le banche nazionali risultano così virtuose ma attraverso un meccanismo perverso che mette il cappio intorno al collo del paese.

La Grecia fuori dall’euro e il consulente tedesco

Sinn [per il contesto vedi quanto ho riportato ieri] è un personaggio molto influente e la posizione sull’uscita della Grecia risale al 2003. D’altra parte molti tedeschi non erano favorevoli all’entrata nell’euro. Nel giugno del 2012 ha avviato un dibattito sull’uscita greca con una moneta svalutata. Molti economisti tedeschi lo hanno attaccato. Non mi risulta che ci sia un suo documento ufficiale presentato al Consiglio Europeo ma la sua posizione è comunque chiara da anni.

L’Italia farà La fine della Grecia?

Se facciamo il confronto fra i provvedimenti adottati dai governi c’è un pauroso parallelo. Le misure adottate sono le stesse perché è lo stesso il ventre che le partorisce. Non solo le istituzioni europee ma soprattutto il FMI. Aumento dell’IVA, pareggio di bilancio, privatizzazioni, taglio dei posti di lavoro, riduzione di salari e pensioni, ecc. La regia è chiaramente unica. La Grecia non aveva un apparato produttivo variegato e funzionale come l’Italia. Da noi dobbiamo preoccuparci perché quel tessuto lo stanno smantellando giorno dopo giorno. La Grecia così si è trovata in ginocchio prima. Ma lì, come da noi c’è stato un vero assalto al denaro pubblico. I politici hanno fatto perlopiù gli interessi di gruppi finanziari e lobby internazionali. Ho timore che dopo le prossime elezioni si riproduca in Italia lo scenario Greco. Sta a noi cittadini attivarci per frenare lo stillicidio dei nostri aguzzini.

A chi non gioverebbe in Italia che queste cose si sapessero?

Cito il Guardian. “Non si parla di queste cose perché parlarne significa ammettere il fallimento di chi ha voluto seguire le indicazioni della Troika. Di chi continua a sostenere che è necessario imporre le politiche europeiste”. E’ ovvio che questo andrebbe a discapito di tutte quelle forze che continuano a insistere su questo punto.

E il PD è il partito più europeista. Bersani a Berlino aveva sostenuto apertamente che il programma di integrazione europea non avrebbe più dovuto essere perseguito con una logica di segretezza. Dando ovviamente a intendere che il progetto esiste, che lui è d’accordo e che lo si persegue in segreto altrimenti la gente insorgerebbe. Non è un caso se già lo scorso autunno Goldman Sachs rilasciava comunicati in cui sosteneva che il PD era l’unica forza credibile di governo. L’unica formazione in grado di portare avanti un’efficace azione montiana.

Il PDL fa antieuropeismo ma non mostra le immagini della Grecia, come mai?

Berlusconi alla mattina dice una cosa e verso sera la smentisce. Ma alla fine contano i fatti. Nel momento in cui si poteva votare il MSE o le risoluzioni sul Fondo europeo di riscatto o il Fiscal Compact, loro che cosa hanno fatto? Non prendiamoci in giro. Hanno sostenuto Monti fino all’altro ieri.

Forze come l’Italia dei Valori, che su alcune di queste iniziative si sono astenute, dovrebbero fare ammenda allo stesso modo.

Il referendum sull’Euro

Molti dicono che non si può fare perché la costituzione non prevede referendum consultivi,. Meno che mai sui trattati internazionali e sulle questioni finanziarie. Ma di fatto questa norma è già stata aggirata in passato. Si fa una legge di rilevanza costituzionale che dura il tempo del referendum. A consultazione terminata la legge decade. In sostanza ciò che manca è solo la volontà politica.

L’entrata nell’euro avvenne nonostante importanti economisti e premi Nobel lo sconsigliarono. Avvenne perché fosse possibile il processo di deindustrializzazione del paese e il suo smantellamento. Serviva a una “nuova” classe politica per legittimarsi in un contento diverso, quello del grande ombrello europeo.

 

E’ vero quello che dice Monti (e il suo epigono Bersani). La Grecia è il grande successo dell’euro. D’altra parte il successo di un’arma letale si misura sul numero delle vittime che riesce a fare.


O Grillo o Grecia

Bello leggere la rassegna stampa di oggi. Tutti i partiti iniziano a farsela sotto.

  • D’Alema dice che Grillo spaventerà gli investitori. Invece lui li attira come il miele le mosche. E infatti si vede dopo 20 anni di co-governo con Berlusconi dove siamo.
  • Bersani dice dopo le elezioni mai con Grillo. Bellissimo. Come se il M5S gli avesse mai fatto proposte di alleanza!
  • Berlusconi dice che ha controllato e che nell’M5S ci sono solo estremisti di sinistra, gente di Centri Sociali e No Tav. Non sarà mica che se la fa addosso perché i piccoli imprenditori del nord hanno deciso che lui non li rappresenta più?
  • Alla Lega tremano i polsi perché dopo che gli hanno ammanettato Orsi per lo scandalo Finmeccanica rischia di tornare alle percentuali da Vitamina B di quando nacque
  • Monti. Il più divertente dei commenti è quello del professore col cagnetto. Adesso sarebbe l’M5S la via maestra verso al situazione greca. Delle 2 l’una. O ha la faccia come il culo o ha deciso di combattere Grillo su suo stesso terreno. Fa il comico. Solo che a differenza di Grillo, Monti manco fa ridere.

Se il valore di un guerriero si misurasse in base al numero dei suoi nemici, direi che non possiamo avere dubbi. Il Sistema dei partiti che ci ha condotto al punto in cui siamo ha un nemico giurato: il M5S. Fra 15 giorni dovete decidere se continuare a far parte del problema o tentare di risolverlo. Cos’avete da perdere? Se votate uno dei simboli sporchi di incompetenza, corruzione e rapina sapete già che nulla cambierà. Se votate l’M5S potete avere una speranza in più. Meglio di niente no?

E vengo alla Grecia. Monti pensa che siate tutti imbecilli. Che non sappiate che le condizioni del popolo greco dipendono dai diktat della Troika imposti tramite governanti-bamboccio. Proprio come l’ex Presidente della Bocconi. Il problema è che non vi racconta – come nessun altro d’altronde – cosa realmente stia succedendo in Grecia. Non potrebbe. Sarebbe come dirvi “vi ricordate l’austerità e la recessione che vi ho imposto e che continuerete ad affrontare nella prossima legislatura? Beh ecco dove porta”.

Ma in Grecia la situazione è esplosa. I media italiani non ne parlano. Disturberebbe le elezioni. Cosa succede? Riassumo in qualche punto elenco.

  • La disoccupazione è oltre il 26%
  • La gente assalta i supermercati e gli impiegati li lasciano fare. “E’ gente affamata”.
  • Contadini si rifiutano di distruggere frutta “in eccesso” e la distribuiscono
  • Produttori di yogurt hanno preso il carico settimanale destinato alla Muller (sono stati acquisiti per spiccioli dopo la crisi. Avete capito a che serve la ricetta Monti/Bersani?) e lo hanno redistribuito
  • Gruppi di anarchici (li chiamano così ma fate voi la tara) hanno iniziato ad assaltare le banche. Le rapine sono salite del 600%
  • Le tasse sul riscaldamento (+50%) hanno spinto gli ateniesi ad aggredire i boschi. Si riscaldano con la legna e i cieli di Atene sembrano quelli di Pechino

Fonti:

huffingtonpost.com/bill-frezza/how-long-until-junta_b_2542993.html

sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/02/amnesty-international-denuncia-il.html

Questo succede in Grecia. Ma il bello è che:

“… il più importante economista tedesco, il prof. Hans Werner Sinn, (consigliere personale di Frau Angela Merkel) sorretto da altri 50 economisti, avvalendosi addirittura dell’appoggio di un rappresentante doc del sistema bancario europeo, Sir Moorald Choudry (il vice-presidente della Royal Bank of Sctoland, , la quarta banca al mondo) hanno presentato un rapporto urgente sia al Consiglio d’Europa che alla presidenza della BCE che all’ufficio centrale della commissione bilancio e tesoro dell’Unione Europea, sostenendo che “la Grecia deve uscire, subito, temporaneamente dall’euro, svalutando la loro moneta del 20/ 30%, pena la definitiva distruzione dell’economia, arrivata a un tale punto di degrado da poter essere considerata come “tragedia umanitaria” e quindi cominciare anche a ventilare l’ipotesi di chiedere l’intervento dell’Onu”.

Sì sì … avete letto bene. E’ ovvio che quello che intende Sinn non è quello che intendono altri economisti meno rapaci dei consiglieri del Quarto Reich. Lui intende “svalutare solo quello che fa comodo a noi”. E solo fino a quando non sia di nuovo conveniente fare affari nella terra di Omero. Gli altri intenderebbero “svalutare sì i crediti … ma pure i debiti”. E non so quanto la cosa piacerebbe ai falchi che sono già pronti ad affondare gli artigli sugli asset greci (o che già lo hanno fatto).

Intanto in Italia cosa succede? In piena campagna elettorale siamo di fronte alla Madre di Tutte le Collusioni fra politici (quelli che vi chiedono il voto eh … sempre loro … i nemici di Grillo per capirci) e cricche di affaristi. Fra ENI, MPS e Finmeccanica ce n’è per risanare il debito pubblico di un paio di paesi dell’Africa sub sahariana. Dal PD alla Lega-PDL, fino al duo Monti–Grilli che nominarono Orsi ce n’è per tutti.

Avete ancora dubbi? Siete veramente ancora indecisi? Siete veramente disposti ad affidare il futuro vostro e dei vostri figli (se ne avete) a questa cricca di banditi?

La Grecia non è a 1000km da qui. La Grecia è dietro l’angolo.


La soluzione alle questioni del debito pubblico esiste. E’ rapida, facile e quasi indolore

Non sono laureato in Scienze Economiche. Quindi forse qualcosa me lo perdo. Ma so leggere e capisco l’italiano.

Il documento che potete trovare qui è lungo decine di pagine. Lo riassumo in un paragrafo e poi vi incollo la parte saliente e l’appello dell’autore:  Loris Asoli del Consiglio direttivo di REES  (Rete di Economia Etica Solidale) Marche http://web.resmarche.it.

Il denaro ormai non viene prodotto più in base a un controvalore effettivo. Prima o avevi le risorse auree o non potevi battere moneta. Oggi non è più così. Quindi perché non battere nuovi euro per permettere agli stati europei di risanare il debito senza spellare i cittadini? Qualcuno obietterà: e l’inflazione? L’utore ci spiega perché la manovra non sarebbe assolutamente inflattiva, anzi, aiuterebbe l’ecnomia a riprendersi dalle ferite inferte dalla crisi. L’unico ostacolo sembra essere lo strapotere della finanza internazionale sulla politica. In sostanza non si fa non perché non si può fare, ma perché non si vule fare.

A voi la lettura e i commenti.

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 “Vi preghiamo dunque di divulgare e diffondete questo scritto quanto più ampiamente possibile e di creare le sintesi dei punti essenziali e le illustrazioni che ritenete più opportune. Preghiamo anche chi ne ha la possibilità di tradurlo nelle lingue europee e di diffonderlo in tutti gli stati europei.”

Indice
• Cos’è il debito pubblico
• Che effetti ha il debito pubblico
• Come si è generato
Quale è la soluzione unica, semplice, immediata, efficace, senza costi e
controindicazioni, per annullare il debito pubblico
Legge di emissione monetaria straordinaria del Parlamento Europeo
• Quali sono gli effetti di questa soluzione
• Quali altre misure vanno bene per il contenimento futuro del debito pubblico
• Perché la politica restrittiva non è la soluzione
• Perché la svendita dei beni pubblici non è da realizzare
• Perché gli Eurobond non sono una soluzione
• Perché il debito deve essere pagato
• Interazioni fra ciclo produttivo, finanza e moneta
• Perché il controllo dell’inflazione è un falso problema
• Perché la sovrapproduzione non è un problema
• Esempi di attività economiche virtuose
• Il problema della BCE
• Una nuova relazione fra le strutture di base della società
• Liberalizzazione della forma d’impresa
• Riassunto delle misure per sanare il debito pubblico e bloccare la recessione
• Il programma anti-recessione espresso in frasi di sintesi
• Strategia per conquistare la libertà dal debito pubblico e dalla recessione

Quale è la soluzione unica, semplice, immediata, efficace, senza costi e
controindicazioni, per annullare il debito pubblico
Riferiamoci ora ai dati del debito pubblico europeo del 2009, della precedente tabella. Esso è di 8720 miliardi di euro. Prendiamo una cifra un po’ maggiore di questa, di 10.000 miliardi di euro. Dividiamola su 4 anni, ottenendo 2500 miliardi di euro all’anno (25% all’anno).

Prendiamo ora questa cifra annuale e dividiamola fra gli stati europei della zona euro, al 50 % in proporzione alla popolazione e al 50 % in proporzione al PIL. E’ lo stesso identico ed equo criterio con cui questi stati hanno partecipato alla formazione del capitale sociale della BCE e partecipano alla emissione monetaria. E’ quindi un criterio di equità. Ora la cifra che viene ad ammontare per ogni Stato accreditiamola gratuitamente sul conto del Tesoro di quello Stato.

Con quella cifra lo Stato sia obbligato a comprare una corrispondente quantità dei propri titoli del debito
annullandoli, in modo da rimanere con un debito ridotto. In questo modo con una semplicissima operazione elettronica da computer avremo eliminato il 25 % del debito pubblico europeo. Dopo un anno ripeteremo l’operazione con un altro 25 % e così per 4 anni. In quattro anni avremo eliminato la quasi totalità del debito pubblico europeo.
Gli stati che ricevono più del loro debito potranno usare le loro cifre per altre finalità.
Riportiamo i conteggi in tabella, utilizzando i dati del 2009.

Come si può vedere, riferendoci solo al debito 2009, solo quattro stati, Italia in testa, rimarrebbero con un residuo di debito pubblico ancora da saldare, mentre gli altri 23 stati avrebbero la possibilità di utilizzare per altri scopi il denaro residuo.

Dopo questa descrizione vogliamo sperare che nessuno venga a dire che non è possibile fare queste operazioni e adottare questa soluzione. La cosa è del tutto possibile e semplicissima: si tratta soltanto di una questione di volontà politica del Parlamento europeo; se esso lo vuole esso può farlo, eventualmente rimuovendo ostacoli legislativi precedenti, senza che nessuno possa impedirlo e non certo la dirigenza della Banca Centrale Europea, la quale dovrebbe sottostare al volere degli organi elettivi sovrani dell’Europa, se questi decidono di adottare questa soluzione e vogliono imporla per il bene dei popoli Europei, invece di operare per il bene degli uomini della finanza speculativa.

E’ sufficiente una leggina del Parlamento europeo, di pochi articoli, per realizzare quanto proposto.
E’ vergognoso vedere come i nostri uomini politici, e quelli di tutta Europa, siano sottoposti alla BCE dei banchieri privati e costretti ad elemosinare l’acquisto dei titoli del debito pubblico, perché essi stessi hanno svenduto ai banchieri privati il loro potere politico, che non avrebbero mai dovuto e potuto svendere perché appartenente in ultima analisi non a loro ma alle popolazioni che glielo avevano affidato. I nostri politici avrebbero il pieno diritto a dirigere una vera Banca Centrale Europea Pubblica, in grado di annullare il debito pubblico nel modo sopra indicato, come prassi normale, quando giustificata dagli eventi.

Invece i titoli che la BCE acquista sono comunque da ripagare allo stesso modo che se li acquistasse un privato
e ci sono sopra alti interessi da pagare, che i banchieri stessi della BCE hanno contribuito in modo determinante a far elevare, con le loro politiche monetarie restrittive.

Purtroppo sia la dirigenza della BCE che molti uomini politici italiani sono persone gradite alla grande finanza internazionale, che in effetti ha il dominio sulle politiche della BCE. Draghi è stato vicepresidente della grande banca d’affari americana Goldman Sachs, prima di passare a dirigere la Banca d’Italia e poi ora la BCE.
La Goldman Sachs è specializzata, fra l’altro, nel guidare i processi di privatizzazione delle aziende statali. E, in effetti Draghi era stato uno degli artefici delle privatizzazioni dello Stato italiano. Il precedente presidente, Trichet, è membro
dell’Aspen Institute, che ha la finalità di favorire una leadership illuminata del mondo, cioè ha una concezione nettamente verticistica del potere, e che è finanziato, fra gli altri, dalla Rockefeller Brother Fundation, cioè dalla fondazione di una famiglia di banchieri fra i più potenti del mondo. Il primo presidente Wim Duisenberg era un banchiere, passato per il fondo monetario internazionale, per la Banca centrale olandese e per la Banca dei regolamenti internazionali, tutti incarichi che si ricoprono solo con il favore, non solo dei politici, ma anche dei principali azionisti del sistema bancario.
L’operazione risolutiva qui descritta non è altro che la creazione di denaro dal nulla e la sua attribuzione agli stati. Sia chiaro a tutti che tutto il denaro viene sempre creato dal nulla, in quanto attualmente è l’unico modo di crearlo, perché non è più emesso con il controvalore in oro, depositato a garanzia.
Ci sono tre modi principali di creare denaro dal nulla: due ne realizzano le banche centrali, quando stampano nuove banconote oppure quando creano denaro elettronicamente, scrivendo cifre su un conto apposito, eventualmente in contropartita all’acquisto di titoli o altri valori; il terzo lo realizzano le banche normali, quando emettono credito (debito per i clienti). Infatti la banca emettendo credito mette denaro a disposizione sul conto del cliente, senza toglierlo dal conto di nessun depositante. E’ un puro aumento di moneta a disposizione del sistema economico.

Queste operazioni di creazione moneta, sono tutte operazioni normali, che sono sempre avvenute perché il sistema economico ha sempre avuto bisogno di nuovo denaro, in quanto è sempre stato in espansione. Il denaro creato dalle banche con il credito (debito per chi prende il denaro a prestito) si annulla a mano a mano che viene restituito; poiché tuttavia la richiesta di denaro-debito è sempre aumentata, di fatto questo tipo di emissione è stata sempre in consistente aumento.

La stessa creazione di denaro dal nulla purtroppo è del tutto facile dall’interno delle banche collocate nei paradisi fiscali, le quali, non essendo sottoposte a controlli, possono creare denaro dal nulla su qualche conto speciale e poi trovare il modo di trasferirlo su banche all’interno di paesi normali. Se possono ricevere e riciclare denaro proveniente da attività illecite di ogni genere, altrettanto bene possono dotarsi di denaro fresco creandolo dal nulla sui loro conti incontrollati, senza neanche bisogno di impegnarsi in attività criminali rischiose.

Questa è l’incredibile babele del nostro attuale sistema monetario!

Chiarito che il mettere in pratica la nostra proposta è solo una questione di volontà politica, il problema rimane quello di valutare l’effetto di una manovra del genere sull’economia.

Per primo però vediamo la formulazione della semplice legge del Parlamento europeo, che dispone le misure per la soluzione del problema del debito pubblico. Va detto che le attuali istituzioni europee sono prevalentemente antidemocratiche e che normalmente il Parlamento EU approva proposte di Legge elaborate dalla
Commissione UE, non eletta dal popolo.

Inoltre i Dicasteri, cioè l’enorme apparato di funzionari pubblici dell’UE, è a disposizione della Commissione, invece che del Parlamento. In questo caso di emergenza economica e sociale deve essere il Parlamento ad assumere direttamente la facoltà legislativa, prendendo come base questa proposta di legge elaborata dalla società civile.

I parlamentari avranno l’occasione di mostrare se sono al servizio del potere della grande finanza o se sono al
servizio delle popolazioni che li hanno eletti.
5. LEGGE DI EMISSIONE MONETARIA STRAORDINARIA DEL
PARLAMENTO EUROPEO PER L’ANNULLAMENTO DEL DEBITO PUBBLICO
Il Parlamento Europeo, come massima autorità delle istituzioni europee, perché unica eletta a suffragio universale, al fine di arrestare la crisi del debito pubblico e la recessione economica, promulga la presente legge di emissione monetaria straordinaria a favore dei 27 stati membri, senza l’intervento della Banca centrale
europea.
ART 1. Al fine di eliminare o ridurre in maniera consistente l’entità del debito pubblico degli stati europei, il Parlamento europeo consente e dispone una emissione monetaria elettronica gratuita di 10.000 (diecimila) miliardi di euro, a favore dei 27 stati membri, da ripartirsi in 2500 miliardi di euro per ognuno degli anni 2011, 2012, 2013, 2014.
ART 2. La ripartizione fra gli stati, dei quattro importi annuali, sarà effettuata al 50% in proporzione alla popolazione al 31 dicembre 2010, e al 50% in proporzione al PIL 2010. Per il dato sulla popolazione, in mancanza di un dato alla data indicata, vengono fatte proiezioni in base ai dati disponibili e all’andamento delle variazioni dei dati. I dati complessivi sono i seguenti (segue tabella relativa al 2010, strutturata come la precedente tabella, relativa al 2009, indicata in questo scritto) Per gli stati che non hanno l’euro come moneta, gli importi assegnati sono stati tradotti nella loro valuta, al tasso di cambio vigente al 31.12.2010.
ART. 3. Al momento dell’approvazione della presente legge, gli Uffici del Tesoro dei 27 stati UE sono autorizzati ad inserire gli importi relativi all’anno 2011, di cui alla tabella dell’articolo precedente, all’interno dei loro conti di attività monetaria in un conto nuovo denominato “Conto di emissione monetaria autorizzata dal parlamento “UE”, senza contropartita di passività (o con contropartita di comodo). Altrettanto faranno nello stesso giorno dei tre anni successivi previsti dalla presente legge.
ART. 4. Gli importi accreditati potranno essere utilizzati al solo fine di ridurre il debito pubblico, rimborsando alla scadenza i titoli del debito pubblico che scadono per primi. Solo dopo aver rimborsato la totalità del debito sarà possibile, per gli stati che avranno ancora importi residui, di utilizzarli per altri fini di politica economica a favore
di attività produttive (di beni e servizi) che incrementino l’occupazione, in particolare con risvolti ecologici e di alleviamento del disagio sociale degli strati più poveri della popolazione. E’ proibito usare le cifre residue per incrementare le assunzioni e le spese nelle strutture amministrative statali, centrali e periferiche.
6. QUALI SONO GLI EFFETTI DI QUESTA SOLUZIONE
In pratica si tratta di una emissione monetaria elettronica gratuita a favore degli stati europei, con la quale si mette a disposizione dei governi degli stati una maggiore quantità di moneta. Questa moneta è obbligata ad uno scopo preciso, l’abbassamento del loro debito pubblico e non può essere usata per altri scopi, se non per le cifre residue dopo l’annullamento del debito. L’effetto immediato al primo anno è che sul mercato c’è una minore offerta di titoli del debito pubblico, per cui l’interesse su quelli rimanenti si abbassa quasi certamente. In questo modo non solo gli stati risparmiano il pagamento di interessi sul 25 % del loro debito, perché esso viene annullato, ma risparmiano anche gli interessi sul rimanente 75 %.
L’effetto aumenta poi in ognuno dei tre anni successivi.
Un altro effetto certo è che un 25 % del denaro che i cittadini e gli investitori avevano immobilizzato in titoli di Stato ora diviene libero per i consumi e soprattutto per gli investimenti. Quindi sta agli stati e alla politica europea di indirizzare bene queste risorse liberatesi, per una ripresa economica virtuosa, per iniziative economiche positive che guardano al futuro e in primo luogo all’occupazione dei giovani; si ha un chiaro impulso espansivo che va assolutamente indirizzato
nella giusta direzione, tenendo conto anche degli aspetti ecologici, perché la crisi ecologica è ancora più grave di quella finanziaria.
Il tasso di interesse dovrebbe avere la tendenza a scendere per la maggiore disponibilità di capitali e anche questo fatto è un incentivo ad iniziare attività nuove; la BCE non dovrebbe assolutamente alzare il tasso di riferimento. A questo proposito si potrebbe aggiungere alla legge del Parlamento UE un quinto articolo che obbliga la BCE a non alzare il tasso di interesse al di sopra del tasso di inflazione, depurato dalla percentuale dovuta all’aumento del costo delle materie prime.
Valutiamo ora come influisce l’operazione sull’aggregato monetario M3, controllato normalmente dalla BCE.
L’aggregato monetario M1 è la somma delle banconote, delle monete e dei depositi a vista.
L’aggregato M2 si ottiene sommando a M1 i depositi con scadenza fissa fino a due anni e i depositi rimborsabili con un preavviso fino a 3 mesi.
L’aggregato M3 si ottiene sommando a M2 le obbligazioni (prestiti alle imprese) con scadenza fino a due anni, le quote dei fondi di investimento e i titoli di debito con scadenza fino a due anni.

E’ chiaro che, adottando questa soluzione, i titoli del debito che gli stati non rinnoveranno più sono quelli con scadenza più ravvicinata; quindi l’aggregato M3 sarà diminuito del valore dei titoli non più rinnovati e sarà aumentato della stessa cifra che si riverserà sui depositi in attesa di nuova forma di investimento; lì per lì la quantità di moneta rimarrà perciò la stessa e conseguentemente non creerà nessuna inflazione da troppa presenza di moneta. Addirittura, se la politica economica europea farà in modo che questo denaro, almeno in parte, sia stimolato verso investimenti produttivi di lungo periodo (quote capitale in imprese, acquisto casa, ecc.), non solo la moneta totale non sarà aumentata, ma addirittura sarà diminuita, senza che possa perciò paventarsi in alcun modo alc un pericolo di inflazione.
L’aumento dei depositi a vista farà aumentare M1 e questo permetterà di rimettere in circolo quel denaro che manca e di ridare fiato all’economia, se gli stati e l’Unione Europea approveranno incentivi a favore di iniziative economiche virtuose.
La mancanza di moneta è proprio il problema basilare dell’attuale recessione dei paesi sviluppati, perciò, essendo il sistema economico fortemente sottomonetizzato, l’emissione di nuova moneta non può che giovare. Questo aspetto
lo approfondiamo in due capitoli successivi, uno sull’interazione fra ciclo produttivo, finanza e moneta e un altro sul controllo dell’inflazione.

Qui diciamo in sintesi che la sottomonetizzazione del sistema economico europeo reale è dovuta alle seguenti cause principali:
1. Un ingente massa monetaria è sottratta all’economia reale, in quanto utilizzata a fini speculativi di rendita finanziaria, e non ai fini del consumo, della produzione e degli investimenti.
2. Le differenze di reddito fra i più poveri e i più ricchi sono notevolmente aumentate, per cui chi dispone di maggiori risorse finanziarie non ha capacità né necessità di spenderle o farle utilizzare per consumi e nuove iniziative
produttive e le investe in iniziative di rendita speculativa.
3. La bilancia dei pagamenti europea, per molteplici fenomeni, è in passivo, in quanto sono più le importazioni e fuoriuscite di capitali che non le esportazioni di merci e gli ingressi di capitali da altre economie. Nel 2010 l’Italia ha avuto un saldo negativo della bilancia dei pagamenti pari a 53,5 miliardi di euro (dati ICE). L’UE a 27 ha avuto nel 2010 un deficit ufficiale del 1% del PIL, che è una cifra modesta, che incide poco, ma ad essa vanno sommate, per esempio, tutte le rimesse non ufficiali e non registrate dei milioni di immigrati verso i loro paesi di origine e anche quelle delle numerose mafie estere.
4. Le banche concedono meno prestiti per l’esigenza di aumentare le loro riserve in relazione alle normative di Basilea 3 e per la situazione di crisi che rende i prestiti più pericolosi
5. L’economia per creare nuove iniziativa ha comunque sempre bisogno di denaro ulteriore rispetto a quello già presente
6. I fallimenti delle imprese, intrinseci all’attuale sistema economico, negli ultimi anni sono in aumento e fanno diminuire i capitali a disposizione.

Duemila e cinquecento miliardi di euro sono circa il 20% del PIL annuale europeo e non è una cifra eccessiva, ma adeguata a cercare di coprire la carenza monetaria attuale. La liberazione di denaro è esattamente ciò di cui ha bisogno il sistema economico europeo in questo momento storico e in questo contesto economico.

Attualmente manca denaro ai cittadini privati, soprattutto ai disoccupati, ai precari e a tutte le altre numerose fasce di soggetti più deboli economicamente; manca denaro alle imprese, che non ne hanno per rinnovarsi, per ricerca, per formazione, per investimenti di rinnovamento costruttivo; manca denaro alle banche, che sono avare nel concedere prestiti e devono aumentare le loro riserve presso la banca centrale; manca denaro ancor più agli stati, che non riescono a ripagare il debito pubblico e a liberarsi dai pesanti interessi, che vengono costretti alla svendita dei beni pubblici e alla macelleria sociale, che non hanno risorse per rilanciare l’economia, né per mantenere efficiente la scuola, la ricerca, l’arte, il walfare sociale interno ed esterno; manca denaro alle istituzioni pubbliche locali che non riescono più a garantire i servizi che sono loro affidati.
Dunque come si fa ad essere così ciechi e a temere l’inflazione se si immette nel sistema ciò che più gli manca e gli necessita? Ed è evidente anche che il sistema economico-sociale va monetizzato proprio là dove la mancanza è più grave e più urgente: nei conti del Tesoro dei vari governi statali, da dove può riversarsi poi anche negli altri settori che ne sono carenti (banche, imprese, cittadini). Altrettanto evidente è che la speculazione finanziaria va disincentivata ed adeguatamente tassata e che occorre operare contro i grandi squilibri di reddito.
Uno Stato dotato di più risorse finanziarie sarebbe anche in grado di orientare l’uso delle risorse finanziarie private, liberate dalla legge del Parlamento europeo, attraverso un contributo al pagamento degli interessi dei capitali impiegati nelle iniziative economiche virtuose, individuate dallo Stato, oppure abbassando le tasse sugli interessi percepiti da questi capitali, se utilizzati secondo le direttive dello Stato, oppure decretando sgravi sui contributi sociali.

Se il denaro che si libera viene ben indirizzato, facendo in modo che serva principalmente per favorire l’occupazione dei disoccupati, per produrre opere e servizi utili alla collettività, non è assolutamente pensabile e prevedibile un effetto inflattivo.
Cresceranno parallelamente l’offerta e la domanda di beni e servizi utili, senza che i prezzi debbano crescere. Attenzione però: siamo in tempi di grave crisi ecologica e ciò che deve crescere sono soprattutto i servizi e i beni che rispettano ampiamente criteri ecologici.
Fra l’altro una parte della moneta immessa potrà essere subito annullata con una operazione della BCE volta a rimettere in circolo i titoli del debito pubblico che ha acquistato finora. E le banche potranno ugualmente togliere una parte della moneta aumentando le loro riserve, secondo i criteri richiesti da Basilea 3 e potrebbero concedere più facilmente credito alle imprese e con più successo in quanto le imprese sarebbero facilitate da un aumento dei consumi. I prodotti degli stati europei potrebbero essere pagati di più, invece di far provenire merci sottocosto dall’estero; questo tipo di aumento dei prezzi al consumo sarebbe positivo, perché legato ad una maggiore produzione interna e a una maggiore occupazione.

Se non si andrà nella direzione illustrata – e purtroppo c’è poco da sperarci, dato il potere che l’apparato finanziario ha sopra quello politico – e si preferiranno invece nuove misure “lacrime e sangue”, togliendo risorse importanti a settori di spesa virtuosi, come già sta avvenendo ovunque, sarà necessario che la popolazione prenda consapevolezza della vera causa dei problemi e incominci a scendere nelle piazze per pretendere l’immediata promulgazione della legge indicata o, in mancanza, per pretendere un radicale cambiamento della classe politica, per un radicale cambiamento
della politica economica, monetaria, sociale e comunitaria.

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«Popolo degli indignati, popolo dei social forum, popolo viola, popolo delle reti di economia solidale e del consumo critico, popolo dell’associazionismo sociale e ambientale, popolo dell’impegno politico di base, popolo dell’informazione alternativa alle menzogne, studenti universitari e delle scuole medie superiori, popolo dei disoccupati e dei precari presenti e futuri, cittadini europei tutti, imprenditori e bancari onesti, uniamoci insieme in una grande volontà di cambiamento, per rinnovare in meglio la vita politica e sociale della nostra Europa e per l’avvento di una nuova civiltà più evoluta, senza disoccupati, creativa, ricca, pacifica e felice.

E’ tempo di rivoluzione, rivoluzione etica, rivoluzione nonviolenta, rivoluzione di coscienza, r-evoluzione verso un nuovo stile di vita, più solidale, più ecologico, più rispettoso delle diversità, più comunitario.»

In questo momento storico, il nemico principale dell’evoluzione positiva dell’umanità è uno solo: la grande finanza internazionale speculativa, che però dispone di ingenti, inimmaginabili risorse finanziarie, che le conferiscono un enorme potere, per cercare di modellare la società a proprio piacimento, finché le popolazioni non si svegliano dal letargo della coscienza.

Per battere la grande finanza internazionale speculativa, inmodo nonviolento è necessaria una grande alleanza fra tutti gli starti della popolazione, compresi gli impresari e le banche al servizio dell’economia reale e del bene comune. La finanza ha i piedi d’argilla, in quanto può mantenersi soltanto con il nostro consenso.

Prendiamo coscienza che questa che proponiamo non è una battaglia di alcuni contro altri, ma un processo evolutivo dell’umanità che andrà a vantaggio di tutti, anche di quelli che ora si oppongono.

Prendiamo anche coscienza del fatto che, chi nel piccolo della propria vita ricerca il privilegio e il potere, anche solo nei rapporti familiari e di lavoro, alimenta il grande potere e i grandi previlegi che ci opprimono. Prendiamo coscienza del fatto che il nemico che è fuori di noi è anche dentro di noi. Prendiamo coscienza che siamo tutti coinvolti nell’attuale sistema e che esso è lo specchio della coscienza di tutta l’umanità.


La casa: un privilegio

Leggo su media ufficiali e non che una delle geniali misure del “Salva-Italia” sarà la reintroduzione dell’ICI sulla prima casa. Con una doppia linea di attacco. Da una parte la percentuale dello 0,4% del valore catastale. Che i comuni potranno aumentare di un ulteriore 0,2%. Cosa che ovviamente faranno tutti. Soprattutto se lontani da scadenze elettorali. Dall’altra parte la rivalutazione del 160% del valore dell’immobile. In sostanza se la casa valeva 100 prima dell’abolizione pagavi 0,4 circa. Oggi pagheresti lo 0,6 di 160, ovvero 0,64. Un aumento medio dello 0,24. Così sembrano cifre minuscole. Ma se una casa vale 100.000 il calcolo fa 640.

I sindacati hanno fatto il calcolo e la stangata sarà di circa 300 euro a famiglia. In media. Quindi per qualcuno sarà anche di più.

Ma siamo sicuri che la prima casa sia questo grande privilegio da considerare l’ICI addirittura una specie di patrimoniale? A me sembra che si tratti del solito trucchetto da scuola elementare. Colpire i piccoli che non possono difendersi raccontando di averle date a quelli grossi.

Vivo in un quartiere popolare dove una parte dei miei conoscenti ha la casa di proprietà. Operai, insegnanti, impiegati di basso e medio livello, piccoli commercianti, extracomunitari, molti anziani con pensioni medio-basse. Da domani a questi ricconi sarà chiesto un sacrificio. Un altro. A gente che nella migliore delle ipotesi riesce ad arrivare per miracolo alla fine del mese. Che ha messo un gruzzoletto da parte e per lasciare qualcosa ai figli ha acquistato l’unica cosa quasi sicura. Quattro mura. Una casa.

Non stiamo parlando di speculatori. Di gente che compra e che vende proprietà. Di magna-magna che hanno tre case, una in città, una al mare e una in montagna. Parliamo di persone che vivono nell’unica cosa che possiedono. E che spesso la possiedono virtualmente. Perché hanno dato un anticipo e poi si sono indebitate per la vita. Per pagare un mutuo. Di questo parliamo.

Ma sono ricconi. Hanno un privilegio e il Paese è in un momento di bisogno. “Non chiederti cosa può fare i Paese per te. Chiediti invece cosa puoi fare tu per il Paese”. E le fedi d’oro vennero fuse per la gloria dell’Impero.

In Italia, soprattutto da Firenze in giù, la casa si usa come il salvadanaio. Invece di tenere i soldi nel materasso, compri una cosa che almeno in apparenza è solida e duratura.

L’ICI o IMU – come sembra si chiamerà – è una tassa iniqua perché non tiene conto del reddito di chi la possiede. Da che mondo è mondo l’unica tassazione equa è quella progressiva.  Quella trasversale o lineare che dir si voglia colpisce i più deboli. Che senso ha calcolare l’IMU sul valore catastale? Se me l’hanno regalata essa inciderà molto meno sul mio reddito reale di quanto invece farà se ci pago sopra un mutuo infinito. Se poi il mio reddito è medio basso, la rata del mutuo inciderà molto di più che per qualcuno con un reddito alto o altissimo. In quel caso lo 0,6% per lui sarà una tassa ridicola.

E’ la valutazione del reddito reale l’unica base su cui calcolare imposte eque. Ma è chiaro, farlo è complesso. Richiede controlli sofisticati. Richiede una lotta vera all’evasione. Richiede uno Stato che funzioni nell’interesse dei cittadini. Non un baraccone pieno di mangiasoldi e lacchè che lavorano per il proprio profitto. E per quello di chi ha garantito loro il passato e garantirà loro il futuro.

Mia madre e mio padre vivono di pensioni ridicole e a 70 anni pagano un mutuo per la prima casa. Vivono lontano. Dove le case costano meno. Non potevano più permettersi di vivere in città. Ora il governo dei bocconiani gli toglie un altro alito. Chissà, fra un po’ forse non potranno nemmeno più vivere dove vivono ora. Ma è giusto. Sono ricconi possidenti. Che paghino loro il debito di questo Paese!

Leggo che il gettito del nuovo ICI costituisce un terzo della manovra. “Non chiederti cosa può fare i Paese per te. Chiediti invece cosa puoi fare tu per il tuo Paese”. E le fedi d’oro vennero fuse per la gloria dell’Impero.

Tutto ciò a fronte di una nuova garanzia per le Banche in caso di passività. In pratica se fanno profitti se li tengono. Se vanno sotto il cittadino paga. Magari quello stesso cittadino che si ritrova a dover di nuovo pagare l’IMU. Ma già, dimenticavo, è un riccone sfondato. Ha una casa. Potrà pure permetterselo no? Intanto il genio dell’economia, il nuovo eroe salvifico del Paese dei balocchi, il Mario nazionale nella conferenza stampa di presentazione della manovra risponde alla domanda di un giornalista sull’ICI sulle proprietà della Chiesa. ”Si tratta di una questione che nel pacchetto urgente adottato ieri non ci siamo posti”. Ci rendiamo conto di cosa parliamo?

Una manovra così l’avrei potuta scrivere anche io. Non ci vuole la laurea alla Bocconi. Ma vi dirò di più, se l’avesse scritta Tremonti il popolo bue, che ragiona in base alle due categorie dell’adesione fideistica a un ideale (indottrinamento cattolico docet) e del tifo acritico (calcio docet), sarebbe sceso in piazza gridando al sopruso.

E invece niente. Intorpiditi dalla filastrocca dell’emergenza, ingannati dalla messinscena del poliziotto buono e di quello cattivo, gridiamo in coro “1, 10, 100, 1000 Monti”.

Raramente sono d’accordo con i sindacalisti. Soprattutto quelli italiani li ritengo responsabili di buona parte dell’attuale situazione di disgregazione sociale. Ciononostante non posso non essere d’accordo con Giorgio Cremaschi quando osserva:

“La manovra decisa dal governo Monti è un intollerabile concentrato di aggressioni alle condizioni di vita della maggioranza della popolazione italiana. Il 10% più ricco del paese, che detiene la metà della ricchezza nazionale, pagherà si e no l’1% dei costi della manovra. Il restante 90% paga tutto il resto e la stragrande maggioranza dei costi sono su lavoratori dipendenti e pensionati.

Si va in pensione a 66 anni gli uomini e a 62-63 le donne, una vergogna sociale che colpisce le condizioni di lavoro di chi fatica davvero, di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, di chi non ha contributi sufficienti. La pensione di anzianità va a 42 anni, ancora una volta un danno soprattutto per gli operai e per chi fa i lavori più faticosi. Così i giovani verranno ancora una volta imbrogliati, perché sarà per essi sempre più difficile accedere al lavoro. Si blocca la rivalutazione delle pensioni sull’inflazione, una vera e propria carognata che colpisce i redditi già falcidiati dall’inflazione. E poi c’è una valanga di tasse, in gran parte sul lavoro e sui redditi più bassi, da quelle sulla prima casa, all’aumento delle addizionali Irpef comunali e regionali, all’aumento delle tasse sulla benzina, all’aumento dell’Iva, dai ticket sanitari all’aumento dei prezzi dei costi di tutti i servizi sociali.

Di fronte a tutto questo i ricchi pagano con qualche piccola elemosina e le caste vengono lasciate sostanzialmente immuni. Non c’è una patrimoniale sulle grandi ricchezze, non si toccano le spese militari o per le grandi opere o gli sprechi veri della pubblica amministrazione. Qui, insomma, un massacro sociale che si aggiunge a quelli già preventivati dalle manovre del governo Berlusconi. Nel 2012 la somma delle manovre Tremonti-Monti porterà a un salasso di quasi 70 miliardi sui redditi e sulle condizioni sociali della stragrande maggioranza del paese. (…)

Di fronte a tutto questo le misure per la cosiddetta “crescita” sono solo sgravi fiscali alle aziende, che significheranno profitti in più per chi già guadagna, ma nemmeno mezzo posto di lavoro aggiuntivo.
Questa manovra è semplicemente la cura greca somministrata all’Italia. E’ la tecnocrazia liberista e bancaria dell’Europa che impone la stessa ricetta ovunque, con gli stessi fallimenti.
La Grecia ha cominciato così un anno e mezzo fa e adesso è alla catastrofe sociale ed economica, senza aver ridotto di un centesimo il peso del debito. La stessa via imbocca l’Italia, con una manovra che avrà un puro effetto recessivo e che quindi potrà anche salvare il bilancio di qualche banca ma farà sprofondare il paese nella miseria”.