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Il parametro del 3% Deficit-PIL fu inventato a caso

Sì, sì. Avete capito bene. A caso. E la cosa sottolinea in maniera lamante come spesso a monte di un presupposto complotto della finanza internazionale ci siano solo l’inettitudine dei governanti, la fretta dettata dalla visibilità e da una visione miope della politica, il combinarsi casuale di concause.

La Repubblica intervista Guy Abeille.

Vi offro una chiave di lettura. Come mai un quotidiano pro-sistema come Repubblica se ne esce con questo articolo? Abbastanza facile capirlo. Accusare il parametro del 3% è perfettamente in linea con l’idea del governo in carica. Secondo Renzi e il suo entourage di pseudo-economisti, il problema è l’austerità. E quindi l’impossibilità di crescere a causa dell’assenza di investimenti pubblici produttivi, bloccati dalla percentuale del 3%. Come spiega bene Alberto Bagnai si tratta di un falso problema. E questo perché se gli olando-tedeschi allentassero i cordoni e permettessero a Renzi di spendere oltre il 3% quello che succederebbe è che i soldi in più in tasca agli acquirenti finirebbero dritti in importazione di convenientissimi prodotti tedeschi. Ergo, la bilancia dei pagamenti sarebbe di nuovo in deficit. Ergo il problema innescato dalla crisi (debito estero NON DEBITO PUBBLICO) peggiorerebbe invece di migliorare. Tutto questo serve a distogliere l’attenzione dal problema vero, ossia la rigidità del cambio in un’area valutaria non ottimale e in assenza di un sistema fiscale unico. In sostanza dal problema rappresentato dall’euro.

Ma si sa, il giornale di De Benedetti di questa roba poco si interessa. Renzi, Stan Del Rio e Olive Padoan poco sanno o, se sanno, sono troppo intenti nell’intrattenimento ilare delle genti italiche prossime alle ferie estive.

Nonostante ciò l’intervista è interessante per capire l’inquadramento mediatico dei fenomeni e la loro strumentalizzazione. Nonché la superficialità di uomini e donne che rivestono ruoli cruciali nelle strutture gestionali di interi Paesi. E come sia facile in un mondo di idioti che un’idiozia diventi un dogma.

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Si sente in colpa?

«Per nulla. Anzi, orgoglioso».

L’uomo a cui dobbiamo Finanziarie lacrime e sangue, innumerevoli salassi e i nostri mali europei, è seduto in una brasserie del quinto arrondissement. Si chiama Guy Abeille, meglio conosciuto come “Monsieur 3%” perché rivendica di aver ideato discussa regola del 3% di deficit sul Pil, croce di tanti governanti dell’Ue. Nessuno conosce il suo nome, tutti conoscono e temono invece la sua invenzione.

«Fu una scelta casuale, senza nessun ragionamento scientifico» confessa adesso l’economista matematico di 62 anni. Anche se la Francia è tra i paesi meno rispettosi del limite imposto nel Patto di Stabilità (quest’anno il deficit è al 3,6%) , la norma-faro è nata a Parigi oltre trent’anni fa. Abeille, oggi in pensione, allora lavorava al ministero delle Finanze. Come si arriva a questo numero simbolico? «Quando François Mitterrand venne eletto, nel 1981, scoprimmo che il deficit lasciato da Valery Giscard d’Estaing per l’anno in corso non era di 29 ma di 50 miliardi di franchi. Sembrava anche difficile fermare l’appetito dei nuovi ministri socialisti. Avevamo davanti uno spauracchio: superare 100 miliardi di deficit. Mitterrand chiese all’ufficio in cui lavoravo di trovare una regola per bloccare questa deriva».

Perché proprio il 3%?

«Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Da qui il fatidico 3%. Qualche mese dopo, Mitterrand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata per contenere le spese dei ministeri. Trovo divertente che questa norma imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia Ne sono orgoglioso ria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò un deficit pari al 2,6% del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».

All’inizio era soprattutto uno slogan??

«L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata per contenere le spese dei ministeri. Ma dovevamo anche farci capire dall’opinione pubblica francese e dai mercati internazionali, non tanto per i tassi di interesse quanto per i rischi delle speculazione sul-la moneta nazionale. Oggi che esiste l’euro pochi lo ricordano ma all’epoca era quella la minaccia che faceva tremare gli Stati».

Come si è arrivati a farne una regola per gli altri paesi europei?

«La regola aveva funzionato bene negli anni Ottanta: i governi francesi non hanno sforato il 3%, tranne nel 1986. E’ stato Jean-Claude Trichet, allora direttore generale del ministero del Tesoro, a proporre questa norma durante i negoziati per il Trattato di Maastricht. Per paradosso, la Germania ha adottato la norma del 3%di deficit sul Pil fino a farne uno dei punti centrali del Patto di Stabilità. Trovo divertente che questa regola nata quasi per caso e oggi imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia».

Davvero non c’erano grandi teorie economiche dietro al 3%?

«Dovevamo fare in fretta, il 3% è venuto fuori in un’ora, una sera de1 1981. Qualche anno dopo ho lasciato il ministero delle Finanze per lavorare nel settore privato. Immaginavo che ci sarebbero stati degli studi più approfonditi, in particolare quando il parametro è stato esteso all’Europa. E invece il 3% rimane ancora oggi intoccabile, come una Trinità. Mi fa pensare a Edmund Hillary che quando gli chiesero perché aveva scalato l’Everest rispose: “Because it’s there”. Da quella sera del 1981 in cui il 3% è uscito fuori un po’ per caso, è diventato parte del paesaggio delle nostre vite. Nessuno più che si domanda perché. Come una montagna da scalare, semplicemente perché è lì


I Taleurani

All’inizio volevo solo scrivere delle ultime bastonate che la Commissione Europea ha dato alla Francia e delle solite inutili ricette proposte. Poi ho visto che il flusso delle idee mi portava altrove e il titolo l’ho rivisto.

Riflessioni il liberà? Steam of conciuosness di un mercoledì incasinato? Boh

Padoa Schioppa a fine anni ’90 ci rivelò che l’integrazione europea non poteva essere un processo democratico. Per essere effettiva doveva essere guidata da un’oligarchia. Ma esiste una forma di democrazia (storica non ideale) che non sia un’oligarchia? Nel senso che un numero ristretto di gruppi di interesse detiene di fatto – anche in assenza di una concertazione o di un qualsivoglia complotto – la capacità di influenzare il potere? E questo chiunque gli elettori inviino a sedere nelle stanze dei bottoni? Fatto sta che quell’oligarchia misteriosa, che compariva nelle parole di Padoa Schioppa, famoso teorico del complotto, oggi si è manifestata.

La chiamano Troika ma in realtà è qualcosa di più esteso e pervasivo. E’ una cultura blindata e fortemente conformista. Che replica sé stessa attraverso i classici meccanismi della diffusione delle credenze. Un gruppo di uomini analizza il reale, elabora una spiegazione accettabile e in base a essa costruisce gli strumenti per intervenire. L’idea piace, lo strumento sembra funzionare, i produttori di quel sapere ne celano volendo i lati oscuri e i difetti. Magari non lo fanno nemmeno con l’intenzione del dolo. Ma solo per evitare che sia leso il loro prestigio. Quello per il quale, magari indirettamente, la società aveva affidato a loro l’analisi e la definizione degli strumenti. Muoiono gli uomini di quel primo consesso e chi viene dopo prende i saperi e le convinzioni come dati di fatto e prosegue nella scia degli antenati. Alle volte, nella complessità dei tempi che viviamo, non c’è bisogno nemmeno che i “produttori originari” di un “sapere” muoiano fisicamente. L’importante è che muoia in loro (per interesse o per autosuggestione) il ricordo del loro stesso contributo alla produzione di quel sapere.

E’ un po’ l’atteggiamento di tutti gli –ismi. Da quelli di matrice religiosa a quelli con ascendenze laiche. L’importante è la sospensione del giudizio critico. O meglio della sua trasformazione in devianza e la sua marginalizzazione o, auspicabile, soppressione.

E allora succederà che chi fa studi e analisi per la Commissione Europea, pur di fronte all’evidenza dei dati, continui a far raccontare ad essi strane storie che non trovano riscontro nella realtà dei fatti. Il singolo funzionario-ricercatore andrà a casa e magari parlerà con la moglie di un sistema che non funziona per ragioni assolutamente endogene. Dimostrate dai dati. Ma lo studio che insieme ai suoi colleghi produrrà alla fine racconterà una storia diversa. Quella che deve essere raccontata. E’ un po’ la manifestazione delle teorie sul potere di Focault. Il potere non è solo verticale, ma attraversa e pervade le relazioni. Una cultura diventa efficace come insieme di saperi e relazioni, tanto più riesce a conservare sé stessa al mutare degli ecosistemi sociali e degli ambientali che la mettono in pericolo. Quando poi uno dei membri di un gruppo si fa sostenitore attivo (perché investito o convinto) dei valori che il sistema culturale propugna, la coercizione esplicita non è necessaria. Quando la cosiddetta istruzione si riempie di propaganda le verità possibili vengono sostituite e rimpiazzate dalla verità singola.

I funzionari del Commissione Europea, ma anche i loro interlocutori interni che poi mettono la faccia di fronte alla telecamera, nell’esercizio dei rispettivi ruoli, vestono gli abiti di una cultura. Magari una delle molte che ciascuno di loro veste nella propria vita quotidiana. Di mattina genitori, durante il giorno funzionari-ricercatori, la sera amici al bar, la notte coniugi, nel weekend figli. E nell’esercizio di quei ruoli ripetono incessantemente gli stessi schemi di pensiero, gli stessi comportamenti sociali. Cementandoli. Fortificandoli. Attraverso la ripetizione, la replicazione e la citazione. Anche se come individui possono conservare alcune riserve, come gruppo contribuiscono alla diffusione e al consolidamento di un sapere sociale condiviso e fortemente seduttivo. Perché ubiquo e maggioritario. Alcuni di loro invece finiscono per crederci, e non gli basta più timbrare l’uscita dai palazzi di vetro per dismettere la funzione di “consolidatori dei saperi”.

Se una cultura fosse un soggetto pensante loro sarebbero la sua massima soddisfazione. La sua più grande vittoria. Perché sono gli altoparlanti di quel sapere. I suoi maggiori e più convincenti diffusori.

Questi – e tutti quelli che ne condividono le idee – io li chiamo i Taleurani. I talebani dell’euro.  Una setta integralista che a differenza dei suoi Profeti Originari non ricorda più il compromesso ideologico fatto allora. Non  ricorda più che Prodi nel dicembre del 2001 disse al Financial Times “Sappiamo che la moneta non può funzionare. Ma un giorno ci sarà una crisi e saremo costretti a introdurre nuovi strumenti politici che oggi non sono proponibili”. D’altronde pure i sassi sanno che l’Europa non è un’Area Valutaria Ottimale. Che poi Prodi parlasse dell’oligarchia di Padoa Schioppa o del sogno di Altiero Spinell poco importa. L’utilizzo della crisi come strumento coercitivo per la realizzazione di un preciso progetto politico gli era già chiaro. I Taleurani non ricordano nemmeno che Mario Monti nel 2011 confermò che “I passi avanti dell’Europa sono cessioni di sovranità. E i cittadini posso essere pronti a queste cessioni solo quando ci sono crisi in atto”. Dimenticano anche le più recenti affermazioni di Draghi, secondo il quale “qualunque governo l’Italia decida di formare non c’è problema. Ormai l’economia è su un binario dal quale non si devia”. I Taleurani, di fronte al disastro in cui versa ormai tutto il vecchio continente sono pronti a giurare nel nome del Dio Unico Euro che ciò di cui si ha bisogno è portare a termine le ristrutturazioni, rispettare gli accordi fiscali perché questo rilancerà l’economia. Praticamente quello che è stato fato fino a oggi e l’economia l’ha depressa.

Ma si sa, chi di –ismo ferisce, di –ismo perisce. Come in una setta che si rispetti ci si aspetterebbe che la fine della predicazione coincida con il suicidio di massa. Ma non succederà. Burocrati, funzionari-ricercatori e dirigenti di partito inizieranno ad essere travolti dalla scia di disperazione che fino ad oggi hanno negato. La sabbia non entrerà più sotto al tappeto. Ma come tutti i culti millenaristici che non hanno il coraggio si scegliere l’immolazione, i Taleurani di fronte al crollo della moneta unica troveranno un capro espiatorio. La cultura ingerirà e digerirà il nuovo evento riducendolo ai parametri esegetici di sempre.

I devianti, gli eretici continueranno ad agitare i cartelli con scritto “ve l’avevamo detto”. Anzi, più correttamente “ve l’AVEVANO detto”. Perché i “produttori originari del sapere”, i Profeti di questo culto postmoderno, la verità l’avevano raccontata. Poi forse, accortisi della potenza distruttiva di quelle parole, avevano iniziato a sommergerle con altre narrazioni. Dando il via al processo di costruzione e cementificazione della cultura di riferimento dei Taleurani.

L’articolo da cui è scaturita la riflessione ve lo incollo qui sotto. Mentre leggevo mi sono chiesto, ma come è possibile che di fronte ai dati che si trovano sui siti del FMI e della BCE i funzionari della Commissione possano ancora scrivere boiate del genere? La coercizione è una risposta troppo semplice da immaginare e troppo complessa da esercitare. La condivisione totale dei principi ne è l’altrettanto improbabile opposto. Rimane l’ipotesi etnologica. Quella che considera gli esseri umani in gruppo nell’ottica di una dialettica costante fra singolo e organismo sociale. Con il secondo a farla da padrone in base ai meccanismi di remunerazione che premiano in larga parte l’adeguamento e i conformismo.

L’articolo è in inglese. E in sostanza parla del report della CE che bastona la Francia. Sostenendo, per la prima volta in maniera esplicita nei riguardi dei cugini d’oltralpe, che anche loro hanno risanato poco. Devono insistere: mercato del lavoro più flessibile, costo del lavoro più basso, ristrutturazioni del comparto pubblico, meno spesa, meno debito pubblico. Insomma la solita solfa. Negli ultimi paragrafi si parla anche di noi. Del voto che ha di fatto rigettato le politiche europeiste di Monti. In questo caso il FT riporta che, grazie ai poteri concessi alla CE sulla valutazione delle prestazioni dei paesi membri, in Italia “per sostenere il consolidamento fiscale e rilanciare la crescita potenziale, i progressi delle riforme strutturali devono essere messi al sicuro, assicurando la loro piena implementazione e il mantenimento della spinta riformatrice”. Depurato dal burocratese il documento è una ovvia raccomandazione (ma forse qualcosa di più) per chiunque governerà che la linea è quella indicata dagli “antenati produttori di saperi”. E che i Taleurani ci osservano.

Peter Spiegel da Brussels per il Financial Times.

EU intensifies reform pressure on France

Brussels turned up the pressure on the French government to overhaul the country’s sputtering economy more quickly, issuing a stinging report on Wednesday that argues President François Hollande’s reform efforts thus far have been insufficient to restore the country’s competitiveness.

The report, one of 13 issued on the EU’s most troubled countries outside the four in full-scale bailouts, warned that France’s shrinking share of global exports and diminishing growth prospects are likely to continue unless more is done to make the country’s labour market more flexible.

In addition, it warns that France’s increasing sovereign debt levels, which are expected to rise to 93.8 per cent of economic output next year, are not only choking off growth prospects but are threatening the country’s banking system and the broader European economy.

“France’s public sector indebtedness represents a vulnerability, not only for the country itself, but also for the euro area as a whole,” the report states.

The annual reports issued on Wednesday are part of new post-eurozone crisis powers given to the European Commission, the EU’s executive branch in Brussels, to identify and pressure EU countries on where their economies are most vulnerable.

Although the reports on other vulnerable eurozone countries such as Spain and Italy contain similar warnings, the stark evaluation of France’s economic difficulties stands out because Paris has not normally been lumped in with the region’s “peripheral” economies.

The French report is particularly blunt about the need for the president to act more decisively. Although the report praises the Hollande government for its recent efforts to lower the cost of labour and to “foster competitiveness”, it argues such measures are not adequate.

“While these reforms are steps in the right direction, they will not be sufficient to solve the competitiveness issues and, in view of the challenges ahead, further policy response will be needed,” the report states.

The commission’s report on Italy also contains tough language amid ongoing political turmoil in a country where voters resoundingly rejected outgoing Prime Minister Mario Monti’s efforts to implement Brussels-recommended economic reforms.

The report argues that Mr Monti’s overhauls have put Italy on the right path, but the commission sent a clear message to whoever emerges as his successor that failure to follow through with the reforms could make Italy vulnerable to market shocks in the future.

“To support fiscal consolidation and unleash the country’s growth potential, the gains from structural reforms should be secured by ensuring their full implementation and maintaining the reform momentum,” the commission’s Italy report warns.