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Il parametro del 3% Deficit-PIL fu inventato a caso

Sì, sì. Avete capito bene. A caso. E la cosa sottolinea in maniera lamante come spesso a monte di un presupposto complotto della finanza internazionale ci siano solo l’inettitudine dei governanti, la fretta dettata dalla visibilità e da una visione miope della politica, il combinarsi casuale di concause.

La Repubblica intervista Guy Abeille.

Vi offro una chiave di lettura. Come mai un quotidiano pro-sistema come Repubblica se ne esce con questo articolo? Abbastanza facile capirlo. Accusare il parametro del 3% è perfettamente in linea con l’idea del governo in carica. Secondo Renzi e il suo entourage di pseudo-economisti, il problema è l’austerità. E quindi l’impossibilità di crescere a causa dell’assenza di investimenti pubblici produttivi, bloccati dalla percentuale del 3%. Come spiega bene Alberto Bagnai si tratta di un falso problema. E questo perché se gli olando-tedeschi allentassero i cordoni e permettessero a Renzi di spendere oltre il 3% quello che succederebbe è che i soldi in più in tasca agli acquirenti finirebbero dritti in importazione di convenientissimi prodotti tedeschi. Ergo, la bilancia dei pagamenti sarebbe di nuovo in deficit. Ergo il problema innescato dalla crisi (debito estero NON DEBITO PUBBLICO) peggiorerebbe invece di migliorare. Tutto questo serve a distogliere l’attenzione dal problema vero, ossia la rigidità del cambio in un’area valutaria non ottimale e in assenza di un sistema fiscale unico. In sostanza dal problema rappresentato dall’euro.

Ma si sa, il giornale di De Benedetti di questa roba poco si interessa. Renzi, Stan Del Rio e Olive Padoan poco sanno o, se sanno, sono troppo intenti nell’intrattenimento ilare delle genti italiche prossime alle ferie estive.

Nonostante ciò l’intervista è interessante per capire l’inquadramento mediatico dei fenomeni e la loro strumentalizzazione. Nonché la superficialità di uomini e donne che rivestono ruoli cruciali nelle strutture gestionali di interi Paesi. E come sia facile in un mondo di idioti che un’idiozia diventi un dogma.

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Si sente in colpa?

«Per nulla. Anzi, orgoglioso».

L’uomo a cui dobbiamo Finanziarie lacrime e sangue, innumerevoli salassi e i nostri mali europei, è seduto in una brasserie del quinto arrondissement. Si chiama Guy Abeille, meglio conosciuto come “Monsieur 3%” perché rivendica di aver ideato discussa regola del 3% di deficit sul Pil, croce di tanti governanti dell’Ue. Nessuno conosce il suo nome, tutti conoscono e temono invece la sua invenzione.

«Fu una scelta casuale, senza nessun ragionamento scientifico» confessa adesso l’economista matematico di 62 anni. Anche se la Francia è tra i paesi meno rispettosi del limite imposto nel Patto di Stabilità (quest’anno il deficit è al 3,6%) , la norma-faro è nata a Parigi oltre trent’anni fa. Abeille, oggi in pensione, allora lavorava al ministero delle Finanze. Come si arriva a questo numero simbolico? «Quando François Mitterrand venne eletto, nel 1981, scoprimmo che il deficit lasciato da Valery Giscard d’Estaing per l’anno in corso non era di 29 ma di 50 miliardi di franchi. Sembrava anche difficile fermare l’appetito dei nuovi ministri socialisti. Avevamo davanti uno spauracchio: superare 100 miliardi di deficit. Mitterrand chiese all’ufficio in cui lavoravo di trovare una regola per bloccare questa deriva».

Perché proprio il 3%?

«Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Da qui il fatidico 3%. Qualche mese dopo, Mitterrand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata per contenere le spese dei ministeri. Trovo divertente che questa norma imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia Ne sono orgoglioso ria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò un deficit pari al 2,6% del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».

All’inizio era soprattutto uno slogan??

«L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata per contenere le spese dei ministeri. Ma dovevamo anche farci capire dall’opinione pubblica francese e dai mercati internazionali, non tanto per i tassi di interesse quanto per i rischi delle speculazione sul-la moneta nazionale. Oggi che esiste l’euro pochi lo ricordano ma all’epoca era quella la minaccia che faceva tremare gli Stati».

Come si è arrivati a farne una regola per gli altri paesi europei?

«La regola aveva funzionato bene negli anni Ottanta: i governi francesi non hanno sforato il 3%, tranne nel 1986. E’ stato Jean-Claude Trichet, allora direttore generale del ministero del Tesoro, a proporre questa norma durante i negoziati per il Trattato di Maastricht. Per paradosso, la Germania ha adottato la norma del 3%di deficit sul Pil fino a farne uno dei punti centrali del Patto di Stabilità. Trovo divertente che questa regola nata quasi per caso e oggi imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia».

Davvero non c’erano grandi teorie economiche dietro al 3%?

«Dovevamo fare in fretta, il 3% è venuto fuori in un’ora, una sera de1 1981. Qualche anno dopo ho lasciato il ministero delle Finanze per lavorare nel settore privato. Immaginavo che ci sarebbero stati degli studi più approfonditi, in particolare quando il parametro è stato esteso all’Europa. E invece il 3% rimane ancora oggi intoccabile, come una Trinità. Mi fa pensare a Edmund Hillary che quando gli chiesero perché aveva scalato l’Everest rispose: “Because it’s there”. Da quella sera del 1981 in cui il 3% è uscito fuori un po’ per caso, è diventato parte del paesaggio delle nostre vite. Nessuno più che si domanda perché. Come una montagna da scalare, semplicemente perché è lì

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Renzi in diretta: la grande menzogna

grecia-crisi-120110132543_bigFinalmente sono riuscito a decidermi. Dopo settimane di analisi e di riflessioni so cosa farò il 25 maggio. D’altra parte le elezioni europee hanno definitivamente assunto le sembianze di un referendum su questo governo. E’ inutile, infatti, prendersi in giro. L’Europa non cambierà corso nel breve tempo. Il cambiamento nel nostro continente avverrà “the hard way” (nel modo più duro e cruento). L’incapacità e la collusione della politica hanno fatto sì che il mutamento, se ci sarà, sarà sofferto. Lancinante. E si lascerà dietro una lunga scia di cadaveri. Non sarà guidato dai rappresentanti eletti dai popoli europei. Ma dalle spinte centrifughe della speculazione finanziaria. Non sarà piacevole. Di conseguenza pensare di votare questo o quello nell’illusione di perseguire un “progetto europeista” o “anti-tale” è un’illusione.

Dunque le prossime europee servono solo a rafforzare o a indebolire il governo in carica. Rendiamocene conto fin da ora perché è così che tutte le forze politiche leggeranno il risultato elettorale.

Dunque cosa farò il 25 maggio?

Parto da ieri sera. Per puro caso ho acceso la radio e ho ascoltato una lunga intervista a Renzi. Una delle trasmissioni di analisi politica del primo canale RAI. Al termine dell’intervista il conduttore apriva il confronto con gli ascoltatori. Ovviamente filtratissimi. La critica più severa all’operato del governo la sollevava un piccolo imprenditore veneto che si lamentava dell’eccessiva pressione fiscale. Ovvero l’incarnazione perfetta di due delle più efficaci creazioni mediatiche del nemico dei nemici: l’evasore (perché se sei un piccolo imprenditore sei per definizione un evasore) e il secessionista (il tipo aveva in effetti votato al referendum per la separazione del Veneto). Dico questo semplicemente per inquadrare il tipo di trasmissione in cui si inserisce l’intervista. Ovvero un contenitore senza spigoli e con le pareti belle imbottite cosicché l’ospite non abbia ad essere disturbato da attacchi troppo ortogonali o troppo informati. Contesto nel quale le affermazioni di Renzi diventano ancora più gravi. Nemmeno giustificabili dall’attenuante di un dibattito troppo serrato o incalzante.

E vengo ai deliri del presidente.

A un certo punto il conduttore gli chiede, presidente ha visto gli ultimi dati sulla crescita? Sembra che si sia tornati a valori negativi?

E lui inizia a recitare a memoria numeri che vanno da -08% a +1, qualcosa per cento. Ancorati a questa o a quella annualità. A questo o a quel trimestre. Blaterando una sequela confusa di idiozie sulla necessita di individuare bene il periodo considerato. Ma di cosa parla Presidente? -0,8? +1 e qualcosa? Negli ultimi 20 anni l’economia italiana ha subito cali da percentuali a 2 cifre e lei si considera soddisfatto da variazioni insignificanti come queste?

Ma il bello deve ancora venire.

Il conduttore lo incalza e gli chiede, presidente ma tutti questi che dicono che la colpa è dell’Europa? Che da quando c’è l’euro Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia … tutti insomma … hanno visto decrescere sia il PIL che il PIL pro capite? Che l’unico Paese a crescere in Europa è la Germania?

E lui … Questi gufi dovrebbero chiedersi perché la Germania cresce invece di chiedersi perché tutti gli altri sono in recessione. Che cosa ha fatto la Germania che tutti gli altri non hanno fatto? La Germania ha fatto le riforme strutturali. La riforma della burocrazia. La riforma del lavoro. E’ per questo che loro crescono e noi no. Ma con il mio governo siamo sulla buona strada. Come detto abbiamo presentato una riforma al mese. Senato. Lavoro. Burocrazia. E ora a maggio la riforma degli 80 euro.

Sarebbe bastato spegnere a quel punto per capire che ormai quelli che volevano la fantasia al governo si sono talmente corrosi da averci portato l’idiozia (o la sua sorella più furba, la rapacità). Ma ho continuato. E il resto non è stato altro che un continuo sottolineare i concetti di cui sopra. Giocando una dopo l’altra le solite carte becere del “che succederà ai mutui se crolla l’euro” e “che farebbero le aziende se la moneta unica non ci fosse più” e “l’inflazione sarebbe una tragedia se fossimo costretti a svalutare”. Tutto il repertorio scritto per il PD da Boeri e a cui nemmeno Boeri crede più. Il peggio del peggio insomma. La grande menzogna elevata al quadrato grazie al peso del relatore.

Ora, potrei mettermi a citare gli studi di 7 premi Nobel per l’economia per spiegare indirettamente a Renzi che la Germania non cresce perché ha fatto le riforme. Ma perché il cambio fisso stabilito con l’euro è stato utilizzato ad arte per rilanciare le esportazioni tedesche proprio a discapito di qeulli che dovrebbero essere i partner europei e ce invece sono sempre stati e continuano ad essere dei competitor sul mercato. Ma va beh, poi bisognerebbe spiegargli anche che il debito pubblico non c’entra niente e che il problema è la bilancia dei pagamenti. E che quando un sistema economico capitalista è sotto l’attacco di una crisi sistemica sono le politiche espansive a salvarlo dalla bancarotta, non le austerità ragionieristiche. Ma lo sappiamo … non c’arriverebbe.

Ora, potrei mettermi a cercare gli articoli dei quotidiani tedeschi che raccontano la riforma del lavoro avviata dagli omologhi schroderiani di Renzi e il massacro delle buste paga targato SPD. Che raccontano di come anche grazie alla svalutazione interna (leggi abbassamento dei salari dei lavoratori) i tedeschi crescano più degli altri. Potrei far notare al presidente come il suo jobs act in realtà non sia che la fotocopia venuta male di quella controriforma scellerata. E che lui la vorrebbe applicare non alla Germania che cresce ma all’Italia in recessione.

Ora, potrei far notare al presidente che la Cina iper burocratizzata è cresciuta per un decennio con una rete di mandarini inossidabili da sfamare che in confronto le collusioni fra i suoi colonnelli e i vassalli delle cooperative rosse fanno sorridere come una sitcom britannica. E che quindi la burocrazia sta alla crescita come il cacio cavallo sta alla cucina norvegese.

Potrei fare tutte queste belle cose, presidente, per spigare la sua grande menzogna. Ma sentirla definire i suoi 80 euro ai redditi sotto la soglia della decenza un riforma è stato veramente troppo. La sua riforma di maggio, l’ha chiamata! Per un attimo ho pensato che fosse il primo aprile e stessero facendo uno scherzo agli ascoltatori. Che lei fosse Crozza che provava a fare la sua imitazione. Che lei non stesse, di fatto, raccontando in diretta agli italiani che Achille Lauro (con la sua scarpa in cambio del voto) fosse stato il più grande riformatore italiano. Ma davvero pensa che l’Italia sia popolata da 60 milioni di deficienti?

La decenza ha decisamente una soglia invalicabile. Che dopo la grande menzogna sull’Europa ci si spinga fino alla presa per il culo esplicita e spudorata dell’elettore è veramente troppo. Che per l’ennesima volta gli si elemosinino 80 euro per poi raccontargli che l’unico modo per crescere è sottomettersi all’inevitabilità di quelle che lei chiama riforme. Delle sue riforme. Di quelle oscenità che renderanno sempre più ampio il bacino dei destinatari della sua scarpa da 80 euro. Mi perdoni, presidente, ma è veramente troppo.

Anche per uno come lei.

Tutto sommato devo ringraziarla presidente. Mi ha tolto d’impaccio. Fino a ieri sera avrei giurato che mi sarei astenuto. Tuttavia, sentendola chiara dalla sua voce, non mediata dal scegli e riporta dei giornali, dal taglia e incolla dei social media …. Ascoltandola chiara e limpida nelle sue parole, la grande menzogna (e la beffa che ad essa ha fatto seguito), finalmente ho deciso.

Il 25 maggio andrò a mettere la mia crocetta sulla scheda. Con tutti i dubbi e le perplessità. Con la piena consapevolezza dei limiti e delle distanze che su molti temi mi separano dal Movimento 5 Stelle andrò e li voterò. Contro di lei presidente e contro tutto ciò che il suo partito e le sue larghe intese rappresentano. Contro la sua incompetenza e la sua collusione.

Perché se proprio questo Paese deve toccare il fondo prima che le prossime generazioni possano avere le chance di quelle passate, che almeno su quel fondo possano calpestare la vostra ingordigia.

Complimenti presidente, parli più spesso in pubblico, perché ieri sera lei ha conquistato un altro voto … ai suoi avversari.


Un Grillo non fa primavera

Quella dell’Europa di primavera. Quella della crescita …. che non ci sarà. Quella del benessere …. che non tornerà. Quella di un’opposizione che sui temi fondamentali dell’economia ….. sta indietro anni luce.

Il Movimento 5 Stelle continua imperterrito la sua marcia sul sentiero sbagliato. Assecondando e concentrando la rabbia dell’elettore (nemmeno so se medio, saranno i numeri a dirlo) contro la corruzione, l’inciucio, il malgoverno. Tutti temi sacrosanti ma che NULLA hanno a che fare con la situazione economico-finanziaria del Paese. Negli anni ’80 l’evasione e la corruzione erano ben più pervasive, eppure i nostri genitori stavano meglio di noi. Con uno stipendio viveva anche una famiglia. Ora con 2, di stipendi, è già tanto se arrivi alla fine del mese.

I “pugni sul tavolo” dello slogan per le europee non sono né originali (li hanno usati tutti i politici italiani dal Berlusconi antiteutonico in qua) né funzionali. Sono uno slogan vuoto e privo di senso. Che al massimo procurerà ai cittadini eletti un bel mal di mani. Come dice Sapir l’Europa non si cambia, si smantella.

Per le elezioni di fine maggio sono veramente in difficoltà. Dal punto di vista delle politiche macro-economiche (ovvero l’asse centrale attorno a cui ruota il nostro futuro e sulle quali si gioca il confronto elettorale) la posizione del M5S è identica (nella sostanza) a quella dei partiti delle larghe intese (PD, FI, NCD e satelliti vari).

Se dovessi guardare alle europee per ciò che sono (elezioni europee) dovrei andarmene in montagna quel giorno.

Se le dovessi guardarle per ciò che necessariamente verranno considerate (un test di tenuta dell’attuale governo, quindi di fatto elezioni politiche italiane), dovrei andare e votare l’unico partito di opposizione in grado di avere i numeri per deragliare la devastante alleanza centro-destra centro-sinistra che insanguina questo paese dai primi anni ’90.

Chissà ….

intanto di seguito una bella collezione di idiozie economiche e auto-smentite di Grillo e Casaleggio nel corso dei mesi.

Fonte: il forum economia di Cobraf.com

Euro

Casaleggio, video del maggio 2013: “se usciamo dall’euro dopo un po’ la lira vale zero, ammesso che torniamo alla lira”, per Casaleggio la priorità non è la svalutazione competitiva perché “prima bisogna risolvere il problema della corruzione, dell’efficienza, della burocrazia”. “vi ricordo alla fine degli anni ’80-’90 che non riuscivamo ad andare neanche all’estero, la lira non valeva niente, le vacanze all’estero erano una cosa impossibile,bisogna far sì che il sistema paese diventi competitivo, poi eventualmente si può pensare alla svalutazione competitiva ”..
Strano… nel 1988 io sono andato a studiare in America…chissà con che cosa avrò comprato i dollari necessari…lire no, dice Casaleggio perchè all’epoca nessuno le accettava e lui è un noto manager come dice Grillo, allora con cosa avrò pagato.. forse pepite ?

Casaleggio è sulla stessa posizione del PD

(Grillo)  … si potrà svalutare la cara vecchia lira del 40-50% , e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive”
“Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro e sì o no all’Europa” . I trattati internazionali non possono essere soggetto di referendum, secondo l’Articolo 75 della Costituzione.
1 dicembre 2011:  Ci sono due posizioni opposte sull’euro, entrambe con pari dignità . Occorre referendum in proposito”.
20 aprile 2012: “Bisogna iniziare a discutere di uscita dall’euro, non deve essere un tabù”
Primavera 2012: Intervista Sortino a Grillo: “Io sono per valutare una seria proposta di rimanere in Europa ma uscire dall’euro, con il minor danno possibile”. Con altri giornalisti “90 su 100 ci riprendiamo la lira”.
28 giugno 2012: “Io non sono contrario all’euro in principio. Ho detto che bisogna valutare i pro e i contro e se è ancora fattibile mantenerlo. Ma, se usciremo dall’euro, sarà solo a causa del nostro enorme debito pubblico.”
22 febbraio 2013, Piazza S. Giovanni : “Io non ho mai detto di uscire dall’Europa, io non ho mai detto di togliersi dall’euro . Voglio una consultazione popolare”

Slot machines
(Grillo) “Le aziende delle slot machines hanno evaso 98 miliardi” Si tratta in realtà della cifra delle multe stimate e calcolate per i due anni che le slot machines sono state scollegate dalla rete nazionale dei Monopoli di Stato. Infatti la Corte dei conti stabilì che l’importo reale da pagare era 2,5 miliardi. Va ricordato che l’importo massimo dei ricavi del gioco delle slotmachines è stato di 80 miliardi l’anno (2012), per cui l’utile su cui pagare le tasse (che sarebbero state evase in parte per i due anni) è ovviamente una frazione di questa cifra (in altre parole chi parla di 98 miliardi confondeva il fatturato con l’utile, se fosse vero che in due anni hanno evaso 98 miliardi i loro utili pre-tasse sarebbero stato sui 250 miliardi in due anni !!! Gtech varrebbe come Apple…)

Beppe Grillo alla tv pubblica tedesca Ard: ”Dobbiamo realizzare un piano comparabile con l’Agenda 2010 tedesca”, ovvero quella dall’ex cancelliere Gerhard Schroeder, e che gli ha fatto perdere le elezioni successive. ”Quel che ha dato buoni risultati in Germania, lo vogliamo anche noi”, dice lui.

Debito Pubblico
(Grillo) “L’85% del debito non è in mano nostra […] è in mano alle banche! Di cui la metà straniere: francesi, inglesi, tedesche.” In realtà il debito attribuito a soggetti definibili raggiunge solo il 27,3%, un dato assai lontano dall’85% menzionato. A questo dato va sommata la quota detenuta dalla Banca d’Italia (4%), di conseguenza il debito in mano agli istituti bancari raggiunge il 31,3% mentre la restante somma appartiene a soggetti privati.
“Non siamo falliti perchè metà del nostro debito era in mano alle banche francesi e alle banche tedesche. Se fallivamo noi ci portavamo dietro la Francia e la Germania quindi tutta l’Europa.” Nel 2010 la Francia aveva in pancia il 20.93% del debito pubblico italiano, mentre la Germania solo il 7.78%, per un totale complessivo di 28.71%. Il debito complessivo nel 2010 era pari a 1.841.912 milioni di euro.
“Metà del nostro debito è in mano a banche straniere – 511 miliardi ce l’hanno i francesi, 200 miliardi i tedeschi” (2012). Il dato fornito da Grillo viene smentito dal Bollettino Statistico di Bankitalia. A maggio 2012 il debito in mano a tutti i non residenti ammontava a 690 miliardi, pertanto solo le banche tedesche e francesi non potevano avere in pancia 711 miliardi di debito (ne avevano meno della metà).

Lira
Nel post intitolato “Il Diavolo veste Merkel” “Solo così l’Italia tornerà a vedere la luce. Una prova? Usciti dallo SME nel 1992, svalutata la lira di quasi il 20% e riguadagnata la sovranità monetaria, il rapporto debito / PIL scese dal 120% del 1992 al 103% del 2003” . La rapida discesa del nostro indebitamento non è coincisa con la svalutazione della lira, bensì proprio con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria, formalmente avvenuta nel 1993 – Trattato di Maastricht – e poi sostanzialmente il primo gennaio del 1999, dopo che il nostro governo riuscì a rispettare i parametri previsti dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997 adottato al Consiglio europeo di Amsterdam. Fino al 2006/2007 il costo del debito è sceso grazie all’euro, tanto che nessuno all’epoca sapeva cosa fosse lo spread, tanto era minima la distanza tra paesi forti, la Germania, e le nazioni economicamente più deboli, come la Grecia.

Opere Pubbliche
Grillo ha detto in un comizio del 20 febbraio 2013 che “un terzo del pil lo spendiamo per opere che crollano e un altro terzo per aggiustarle” . Quindi il 66% del pil sarebbe speso in opere pubbliche. Chi, come, dove e quando? Qual è la fonte? Non esiste. Basta leggere il bilancio dello Stato per verificare che tale misura non raggiungeva l’11% due anni fa e il 9% attualmente.

Province
Nel suo post “L’oracolo della Consulta e le province eterne” scrive che “i risparmi derivanti dall’abolizione delle province sarebbero di ben 17 miliardi di euro”. Il costo delle province si aggira intorno a quella cifra (erano 14 miliardi nel 2005). Di quei 14 miliardi del 2005 poco più della metà andava in istruzione pubblica (18%), trasporti (9%) e gestione del territorio (24%)! Il risparmio potrebbe essere (stima ottimistica) di 2 miliardi e non 17.

UE
“un terzo del bilancio europeo è speso per traduzioni”. Il bilancio del 2012, a essere precisi, è di 147 miliardi, e le traduzioni sono costate 330 milioni… ” l’Italia fornisce un terzo del bilancio dell’Unione Europea”. A essere precisi è il terzo paese per contributi, che è diverso, perché significa che versa 14 miliardi su circa 140, cioè un decimo. “i soldi del bilancio vanno in ipermercati e strade e petrolio…” La metà dei fondi europei, a essere precisi, vanno in sovvenzioni per l’agricoltura. Poi Grillo ha citato alcuni grattacieli in bambù che Renzo Piano avrebbe progettato in Australia: a essere precisi in Australia non esistono grattacieli in bambù progettati da Renzo Piano, a Melbourne semmai esiste un palazzo di legno (non in bambù e progettato da altri) che comunque è costosissimo. Poi ha detto che la Francia ha un bilancio di 17 miliardi di euro inferiore al nostro. A essere precisi è di 300 miliardi superiore.


Le elezioni europee seconodo Sapir

Tutti i partiti in lizza – non solo in Italia – sostengono di voler cambiare l’Europa. Dateci i voti e noi cambieremo la direzione dell’Unione. Ma è veramente possibile? Ovviamente no. Le vie del marketing elettorale sono infinite. l’unico modo di cambiare l’Unione Europea è quello di smantellarla. Non lo dice il leader mascherato di un sedicente movimento di liberazione continentale che imbraccia gli AK 47 e nasconde i volti dietro i cappucci, ma l’economista francese Jacques Sapir.

In Italia che fare? I partiti di governo e di opposizione sono tutti pro-euro e pro-unione. La lista Tsipras è una mano di vernice data allo scafo bucato per venderlo prima ce affondi. Fa eccezione solo la Lega.

Buona lettura.

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articolo originale: russeurope.hypotheses.org/2179

fonte: vocidallestero.blogspot.it/2014/04/sapir-le-elezioni-europee.html

Dopo la formazione del nuovo governo francese siamo stati subito e pienamente coinvolti nella campagna per le elezioni europee. Queste suscitano in genere uno scarso interesse. E’ un errore, e sarebbe particolarmente dannoso se accadesse anche questa volta. La posta in gioco delle prossime elezioni è alta. Esse esprimeranno delle scelte elettorali che saranno, senza dubbio, difficili e delicate. Dobbiamo qui ricordare che tali elezioni riguardano in realtà l’Unione Europea e non l’Europa stessa. Uno può sentirsi culturalmente e storicamente europeo e rifiutare quell’istituzione che si è appropriata del nome di Europa, ma che è ben lontana dall’essere adeguata a tale scopo.

L’Unione Europea alla deriva

Oggi anche i più ferventi difensori dell’Unione Europea ammettono che essa è alla deriva e che, sempre di più, serve unicamente da copertura agli interessi della Germania [1]. Il perseguimento delle politiche di austerità, esplicitamente implementate per “salvare l’euro” senza imporre un costo troppo alto alla Germania, lo dimostra. Queste politiche stanno attualmente conducendo i paesi dell’Europa del sud verso la bancarotta e la miseria. Ma, parlando in generale, l’UE soffre anche di molteplici difetti, che nel tempo sono diventati sempre più evidenti. È politicamente elefantiaca, troppo aperta e senza altra linea di politica industriale se non la famosa “concorrenza libera e senza distorsioni”, che qualsiasi economista minimamente onesto deve riconoscere essere una contraddizione in termini. Essa non garantisce né la sicurezza economica ai popoli degli stati membri, e nemmeno la sicurezza politica – essendo stata catturata da interessi che ora premono per un’opposizione frontale nei confronti della Russia, come si è potuto constatare in occasione della crisi in Ucraina. In questa occasione i leader della UE, che si vantano di rispettare i diritti umani, non hanno esitato a dare il loro sostegno a dei gruppi fascistoidi come il “Pravy Sektory” o SVOBODA. Ricordiamo pure che questa stessa UE si è dimostrata totalmente incapace di evitarci la crisi finanziaria del 2007-2008, a dispetto di tutti i discorsi sul fatto che “l’Europa ci protegge”. Questa linea politica proseguirà con la firma del “Trattato Transatlantico” (il TTIP, ndt), che stabilisce le condizioni di un libero scambio generalizzato con gli Stati Uniti e che, di fatto, impone che le nostre norme sociali e sanitarie debbano essere allineate con quelle degli Stati Uniti. Di fronte a una tale nuova abdicazione a Washington, non si riesce più a vedere, dunque, quale sia la giustificazione per mantenere una “Unione Europea”.

Oltretutto possiamo qualificare l’Unione Europea come un’organizzazione criminale, a causa delle politiche che vengono tuttora implementate dalla cosiddetta “Troika” in Grecia e in altri paesi. Sicuramente, in questo la UE non sta agendo da sola. La “Troika” è costituita dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal FMI. Ma bisogna anche riconoscere che il FMI si è ripetutamente opposto alle politiche che venivano implementate dalla “Troika”, poichè ne prevedeva e calcolava le conseguenze. La responsabilità della smisurata durezza di queste politiche, che si sono tradotte in un netto incremento della mortalità in Grecia, e da qualche mese a questa parte anche in Portogallo – ed è per questo che usiamo l’aggettivo criminale – è solo ed esclusivamente da attribuire alla Commissione Europea e alla BCE. L’UE ha anche la responsabilità di aver fatto entrare un movimento neo-nazista come Alba Dorata nel Parlamento Greco. E’ anche questo che dovrà essere sanzionato in queste elezioni.

L’insensatezza del discorso “cambiamo l’Europa”

In un tale contesto, evidentemente, nessuno ha intenzione di difendere la UE “così com’è”, e i discorsi sulla necessità di “cambiare l’Europa” si vanno moltiplicando. Ma quanto possono essere reali?

L’Unione Europea comprende troppi membri per  poter portare avanti dei progetti interessanti. È un fatto che un’alleanza è sempre più lenta e più debole rispetto ad un singolo paese. Inoltre, la natura liberista dell’Unione Europea non è solo inscritta nel progetto europeo fin dal principio, ma corrisponde precisamente alla logica con cui si svolgono i negoziati. Quando si cerca un compromesso, risulta sempre molto più facile convergere su una posizione di non-intervento, sia che si tratti di materie economiche che sociali. Qualsiasi atto concreto genera un’infinità di mercanteggiamenti che, a loro volta, generano nuovi contenziosi. Oltre al peso dell’ideologia liberista, al peso degli interessi particolari delle grandi imprese che sono ben rappresentate a Bruxelles, si deve sapere che nella logica di un negoziato il “punto focale” [2] si trova molto spesso nella misura più “liberista”.

L’Unione Europea non è un’istituzione che sta fuori da un contesto. Si muove in un universo nel quale, sia per interessi particolari sia per ideologia, i funzionari che la compongono, e che in larga misuradecidono l’ordine del giorno delle riunioni, sono completamente intrisi dell’ideologia più liberista. Non dobbiamo dimenticare che queste persone vivono con ottimi stipendi (che non hanno mai pensato di ridursi per solidarietà con i popoli da loro oppressi). Pretendere di cambiare l’Unione Europea equivale a pretendere di stabilire un altro contesto, e implica la volontà coordinata di una maggioranza di paesi. È piuttosto evidente che, a causa dell’asincronia dei cicli della politica nei principali paesi, questo è al momento assolutamente impossibile.

A questo punto si potrebbe obiettare che questa è una conseguenza della natura inter-governativa della UE, e che per questa ragione bisogna andare nella direzione di un’Europa federale. Ma questo ragionamento poggia su false basi. Anzitutto, non esiste un popolo europeo, sia questo dovuto a rappresentazioni politiche troppo divergenti o al peso di storie diverse che sono troppo profondamente radicate. Solamente la soluzione inter-governativa è possibile se si vuole preservare un minimo di democrazia. Inoltre la soluzione federale esigerebbe ad oggi dei massicci trasferimenti fiscali dai redditi dei più ricchi (dei tedeschi per essere chiari [3]), al fine di alimentare questo “bilancio federale” che taluni vagheggiano. La federalizzazione dell’Europa è un non-senso, tanto politico quanto economico.

Infine diamo un’occhiata a chi sta oggi chiedendo di “cambiare l’Europa”.  Questo discorso viene fatto tanto dall’UMP quanto dai Socialisti. Tuttavia, da più di vent’anni nessuno di questi due partiti ha mostrato la benché minima volontà in tal senso. Il solo modo di “cambiare l’Europa” per davvero sarebbe quello di provocare una grave crisi, bloccando il processo decisionale, cosa che la Francia potrebbe fare da sola o assieme ad altri paesi, fino ad ottenere ciò che vogliamo, almeno in parte. Questo è ciò che il Generale De Gaulle fece negli anni ’60 con la sua politica della “sedia vuota”. Tuttavia, né l’UMP né i Socialisti si fanno oggi sostenitori di questa linea, il che pone un dubbio fondamentale sulla loro effettiva volontà di “cambiare l’Europa”. Lo stesso si può dire del partito centrista UDI, dei socialisti dissidenti del “Nouvelle Donne” o del partito ecologista EELV. Aggiungiamo che questi partiti sono debolmente strutturati e sono preda di ambizioni personali e di conflitti tra le varie personalità. Bisognerebbe essere matti per credere che da questi possa venire fuori una qualche possibilità di cambiamento.

In realtà, il discorso sul “cambiare l’Europa” si rivela essere, che sia di proposito o come conseguenza dei mezzi che vengono proposti, un discorso mistificatore. Non si cambia nulla, ma si finge di voler cambiare per legittimare delle posizioni che nei fatti non cambieranno nulla. Non è nemmeno come nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “cambiare tutto perché nulla cambi”. In realtà non dobbiamo “cambiare l’Europa”, ma cambiare di Europa. E per questo, si deve cominciare col distruggere ciò che ora rende impossibile alla UE qualsiasi movimento.

Due punti critici

In queste circostanze si sente fortemente la propensione ad astenersi a queste elezioni. Tale è la posizione di alcuni, tra cui Jacques Nikonoff e il M’PEP. È una posizione onorevole, ma erronea. In un’elezione, a meno che non si riesca materialmente ad impedirla, o che il tasso di astensione superi il 90%, gli assenti hanno sempre torto. Quindi occorre definire cosa motiva il voto e quali sono le liste che potrebbero essere votate, sapendo a priori che tra queste non ci sono nè l’UMP, ne l’UDI, nè i socialisti nè EELV. Queste elezioni si giocheranno in realtà su due punti.

Il primo punto è il famoso “Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti” (TTIP). Questo trattato è abominevole per diversi aspetti, sia perché toglie agli Stati le competenze fondamentali su temi quali la sovranità alimentare o la tracciabilità dei medicinali (il che tocca i due punti chiave dell’alimentazione e della salute), sia perché costituisce un malcelato abbandono di tutte le normative francesi ed europee. Questo trattato, come ha confermato Michel Sapin in una dichiarazione il 2 aprile di quest’anno, non verrà sottoposto a referendum. Perciò deve essere stroncato sul nascere, e questo si può fare solamente attraverso le elezioni europee.

Il secondo punto sono, ovviamente, l’euro e le politiche di euro-austerità che esso porta con sè. Per molti mesi abbiamo analizzato tutti i problemi, sia di breve termine che strutturali, causati dall’euro [4]. Dal 2012 sono stati molti gli economisti, ma anche i politici, che si sono detti d’accordo con queste conclusioni [5]. Ora il dibattito si è  generalizzato, e si estende dall’Italia al Portogallo, passando per la Germania [6]. Dev’essere detto e ripetuto: l’unico modo di uscire dal circolo vizioso dell’austerità e del debito è smantellare l’euro.Sulla base di questo argomento lo scorso febbraio il Partito di Sinistra ha significativamente spostato le proprie posizioni verso l’idea di un’uscita dall’euro.

Pertanto, e tenuto conto della natura delle procedure di voto, converrà sostenere e votare, in accordo con le proprie personali preferenze politiche, tutte le liste che si pronunceranno senza ambiguità contro questi due punti. Solo una chiara e netta sconfitta delle liste europeiste (UMP, UDI, Socialisti, “Nouvelle Donne” e EELV) può permettere il chiarimento politico di cui abbiamo bisogno, sia in Francia che in Europa. Dobbiamo rifiutarci di mandare al Parlamento Europeo persone che non faranno altro che prolungare delle politiche che sono già durate troppo a lungo.


Economia? No grazie non ci capisco niente

Molti di noi se la cavano così. Dismettendo il problema e delegandolo a chi ne sa di più. Fino al punto di prendere per oro colato qualunque idiozia un TG propini come realtà. Vorrei rassicurarvi. Dopo aver visto quanto poco capisce di economia il sottosegretario Del Rio … sottosegretario all’Economia (sic) … direi che c’è speranza per tutti. Basta leggere, approfondire, informarsi cercando fonti accreditate.

Ve ne propongo 2. Un video di Claudio Borghi a Piazza Piddina (ooopsss … Pulita). Che aveva di fronte proprio l’inconsistente vice di Padoan.

E un pezzo del caro vecchio Bagnai veramente a prova di principiante. Comprensibile, chiaro, cristallino.

In sostanza perché l’euro sta uccidendo l’Europa

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411


Dietro c’è il buio

Ovvero la tragicomica avventura dello stupido del PD che fa il bullo pensando di essere il più figo. Alcune riflessioni su ciò che ci aspetta. Un po’ scoordinate ma non troppo.

In questi giorni ho letto qui e lì tesi diverse sulla scalata di Renzi e la spallata a Letta. Non a torto qualcuno ha immaginato scenari suggeriti da chi il potere lo ha realmente in mano. Ovvero chi ha i cordoni della borsa. Soprattutto chi non riesce più a sfruttare come clienti-importatori i cittadini del sud-Europa depressi dall’austerity. Vista l’incapacità del duo Letta-Napolitano di sbloccare la situazione di stagnazione ci voleva l’uomo nuovo. L’uomo forte che in qualche modo avrebbe rilanciato un po’ di consumi al di sotto del parallelo di Berlino. Garantendo agli alleati di tutte le latitudini un novo accesso ai portafogli degli italiani … con il permesso stavolta.

Se all’interno dello scenario economico europeo ciò avesse anche una minima possibilità di accadere, sottoscriverei questa interpretazione completamente. Non è molto diversa da quella, che condivido, degli eventi del 2011 che tramite l’aiuto di Napolitano, spinsero Monti a prendere il posto che gli elettori (sic) avevano assegnato a Berlusconi. Allora serviva qualcuno che facesse il lavoro sporco per la Troika. E gli eletti in genere pensano ad essere rieletti, quindi le porcherie le fanno fare ai nominati (il grande successo elettorale di Scelta Civica nelle elezioni successive dimostra la validità di questa regola aurea).

Tornando all’attualità la mia opinione è che la vicenda Renzi sia, al contrario, solo l’ennesima conferma dell’inadeguatezza della classe politica italiana e della fondamentale stupidità e ingordigia degli uomini che la compongono. Un vicenda di piccolo cabotaggio interna al peggior partito italiano, sostenuta dal partito semi-mediatico di Repubblica (orami praticamente la corrente di destra e maggioritaria del PD), una notte dei lunghi coltelli che scalza (o tenta di scalzare) un altro pezzo del vecchio apparato. E questo per mettere a capo della gioiosa macchina da pace costante (la guerra ormai si fa solo dentro – con gli avversari si fanno le larghe intese) un accomodante stupidotto che pensa di essere il più figo della banda. Un pupazzo di plastica da far muovere sapientemente e da bruciare al momento propizio come la befana il 6 di gennaio.

Insomma, sono d’accordo con Barca. Si per una volta sono d’accordo con un insigne esponente del PD. Ma chi quello fregato dallo scherzo de La Zanzara? Sì, proprio lui, quando mestamente dice al finto Vendola: “De Benedetti spinge perché faccia il ministro ma io non voglio. Dietro Renzi non c’è nessuna idea. C’è il buio”. Ecco, il buio. Questo c’è dietro all’uomo di plastica del PD.

E cos’altro potrebbe esserci? Quale dovrebbe essere la magica idea del Renzipensiero per risollevare il paese dalla crisi? Che Renzi sia un povero idiota a cui non farei amministrare nemmeno i rifornimenti di carta igienica del bagno di casa mia è fuor di dubbio. Ma devo spezzare una lancia in suo favore. Renzi non farà niente perché nessun altro al suo posto, all’interno dei vincoli di Maaastricht, potrebbe fare niente.

Lascio alle parole di Paolo Barnard il compito di illustrare il motivo per cui Renzi è di fatto in trappola.

Tragica cosa per le persone di questo Paese, non per sto egocentrico servo della finanza europea. Renzi fallirà come un cretino qualsiasi. Perché neppure può provarci.

Non sto provocando, è che la sua è una missione impossibile. Se non fosse sto pupazzo pompato che è, se conoscesse l’Eurozona e la macroeconomia, non si sarebbe cacciato in questo pasticcio (e badate che sto dicendo che pure i suoi padroni speculatori ci smeneranno il muso, perché sto gioco di creare una moneta unica per distruggere mezza Europa e fare un gran banchetto si è già ritorto contro chi l’ha pensato. Gli speculatori ci hanno fatto un po’ di fortune per pochi anni, ma sta finendo).

NO SOVRANITA’ MONETARIA.

Per prima cosa Renzi si ritrova senza sovranità monetaria, quindi senza nessuna delle leve economiche fondamentali di cui deve godere un governo degno di questo nome, e di cui godono gli USA, la GB, la Svezia o il Giappone. Non ha una Banca Centrale che possa controllare inflazione, prezzo del denaro, tassi d’interesse, né monetizzare la spesa decisa dal Parlamento. Renzi non possiede una moneta, e deve usare gli euro, da restituire con tassi non decisi da lui ai mercati di capitali internazionali. Dovrà dunque tassarci a morte sempre, per fare quanto appena detto. Dovrà quindi mentire all’Italia fingendo col gioco delle tre carte di spostare fondi e investimenti essenziali (lavoro, infrastrutture, crescita…) da qui a lì, per poi rimangiarseli tutti con gli interessi. Dovrà rispettare il Pareggio di Bilancio, che peggiora ciò che ho appena scritto. Ovvero: Chemiotassazione garantita, impossibilità di investire per le aziende e tagli alla spesa. Qui abbiamo la garanzia della decapitazione di: speranze di posti di lavoro; salari; pensioni; modernizzazione del Paese; Sanità; risparmi privati; piano industriale; risanamento bancario; crescita del PIL; e domanda aggregata. Potrei finire qui, ce n’è già a sufficienza, ma purtroppo…

I DEFICIT NEGATIVI.

Renzi si ritroverà in una spirale di Deficit Negativi mortali, cioè di tutte quelle spese di Stato imposte dalla crisi dell’Eurozona ma che non risolvono nulla, non producono nulla e che aumentano il debito di Stato. Per prima cosa l’economia continuerà a contrarsi, come è già previsto per l’Italia dal FMI, Bloomberg, OCSE, Commissione UE, e quindi calerà sempre il gettito fiscale, che quindi va a ingrandire il debito. L’economia impantanata significa che il miliardo di ore di cassa integrazione rimarranno e aumenteranno, pompando di nuovo il debito. I fallimenti aziendali non caleranno, la curva dei prestiti bancari insolventi aumenterà, e le banche italiane che già sono in parte fallite, dovranno essere ri-salvate, a suon di denaro pubblico, e ancora il debito sale. Assieme ad esso salgono gli interessi da pagare, sempre spesa di Stato, ancora più debito. Ma stando in Eurozona, un debito che lievita è grave (con la Lira non lo sarebbe) perché porta all’allarme delle agenzie di rating, che porta all’allarme dei mercati di capitali che prestano a Renzi gli euro, che porta a tassi più alti sui titoli di Stato, che porta a più debito. Che farà Draghi a sto punto? Si metterà a comprarci i titoli di Stato per far scendere i nostri tassi? Farà cioè la famosaOutright Monetary Transaction? Se lo fa, la Germania lo ammazza. Non lo farà. Renzi rimane nel letame.

NO CRESCITA E DEFLAZIONE.

Renzi si ritrova con un’economia che si è contratta del 18% dalla fine degli anni ’90. Per riportarci a quel livello di vita, dovrebbe riuscire a far crescere l’Italia del 20%. No, calma, visto che oggi cresciamo dello 0,1% se va bene…. Il 20% fa ridere. Renzi non è Roosevelt e non ha la sua testa. Poi abbiamo il problema delladeflazione che sta aggredendo tutta l’Eurozona, con la BCE disperata perché non sa più che fare per fermare il crollo dei prezzi (deflazione = contrario di inflazione). E quel che è peggio, è che in un clima di crisi di queste proporzioni la gente corre a risparmiare disperatamente per il timore del domani (mica scemi), ma questo sottrae denaro in circolo, cosa che non solo affama tutta l’economia, ma peggiora la deflazione stessa. Vorrei che capiste che questo è uno dei mali economici peggiori e che c’è tutta la tecnocrazia europea che non sa più come fermarlo. Immaginatevi Renzi, il bulletto del PD.

CROLLO BANCHE.

Renzi, poi, fra otto mesi si ritroverà l’implosione del sistema creditizio europeo, quando i test dei regolamentatori dell’EBA inevitabilmente mostreranno che alcune delle maggiori banche sono irrecuperabili. Da qui il terremoto delle piccole medio banche, fra cui quelle italiane sono quelle messe peggio d’Europa sia come buchi di bilancio che come capitale di copertura. Prometeia stima che solo per i prestiti insolventi le banche italiane siano scoperte per 150 miliardi di euro. E chi le salva? E con che soldi? No, Renzi, la sovranità monetaria non ce l’hai, non le puoi nazionalizzare. Che fai? Chiami Benigni?

SVENDITA PUBBLICA INUTILE.

Ma Renzi almeno ha la carta delle privatizzazioni… Vendi il vendibile, incassa l’incassabile. Funziona? No. Non ha funzionato in nessun Paese del mondo, meno che meno da noi quando proprio il centro sinistra si mise negli anni ’90 a svendere pezzi di beni di Stato a un ritmo talmente forsennato che fece il record europeo delle privatizzazioni nel 1999. Sapete di quanto ridussero il debito di Stato italiano? Di un maestoso 8%… E che allora i prezzi contrattati per i beni pubblici da alienare erano, circa, decenti. Oggi, con l’Italia sprofondata dall’Eurozona in una svalutazione della sua economia da piangere, Roma deve svendere a prezzi stracciati qualsiasi cosa offra, con margini che saranno patetici. Renzi, farà la Thatcher dei poveri.

DISOCCUPAZIONE

E la disoccupazione? Sapete cosa costa all’Italia avere il 12% (fasullo, è molto di più) di disoccupati? Trecentosessanta miliardi all’anno perduti. E i giovani? Il 76% di loro è costretto alla flessibilità, con limiti invalicabili all’acquisto di una casa o al matrimonio. L’Eurozona fu pensata ed edificata proprio per ridurre il sud Europa a un serbatoio di lavoratori pagati alla kosovara ma in strutture moderne. Il futuro di questo ragazzi è ormai certo: stipendi dai 600 agli 800 euro per i più qualificati, al lavoro per investitori stranieri. Questo non è più un Economicidio, è un olocausto economico e generazionale, che Renzi dovrà gestire sotto l’egida della Germania che già oggi sta affossando il resto d’Europa coi suoi diktat criminosi. Tradotto in termini specifici: il potere Neomercantile della mega-industria tedesca, quello della Bundesbank, quello dei maggiori speculatori-rentiers del mondo, contro Renzino da Firenze. Matteo tu fai fesso qualcun altro. Perché è vero che ignori il 70% di tutto questo, ma sul restante 30% sei pienamente d’accordo, da bravo leader del partito di destra finanziaria peggiore d’Italia, il PD.

CONCLUSIONE.

Renzi non si rende conto di cosa lo aspetta, ma soprattutto del fatto che la catastrofe dell’economia italiana è un MACROPROBLEMA STRUTTURALE nell’Eurozona, e finché esisteranno i parametri economicidi dell’euro non esiste salvezza. Il governo Renzi è morto prima di nascere. Poi, sapete, uno si stufa di scrivere sempre le stesse cose.

Insomma Renzi non farà nulla. Né quello che promette sapendo di non poter mantenere, né quello che i fedeli del PD sperano che farà.

Chi pensa che andrà a negoziare riforme per investimenti sogna ad occhi aperti. Perché anche se succedesse sarebbe il gioco delle tre carte di cui parla Barnard. Tutta fuffa mediatica che racconta vi ho dato questo con la mano destra, dimenticando di menzionare cosa vi ho tolto con la sinistra per rispettare i parametri di Maastricht. In sostanza i produttori transatlantici che lamentano la nostra incapacità di comprare le loro merci dovranno aspettare … e molto ancora. Davvero hanno puntato soldi e forze sul cavallo Renzi? Bad move! Mi verrebbe da dire. Anche se ci credo poco.

A sentire ciò che riporta il Fatto dell’incontro all’American Chamber of Commerce (la lobby che cura gli interessi americani in Italia) il livello è veramente basso

L’establishment americano riunito nella AmCham che invece è affascinato dal new deal renziano. Soprattutto da quando ha appoggiato la battaglia contro la Web Tax voluta invece da Letta. Già qualche anno fa, l’ex-ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, definì in un’intervista “molto interessante” il “caso” di Matteo Renzi “che ha usato Internet per essere eletto sindaco di Firenze e sa gestire bene la sua città”. Del giovane sindaco gli americani hanno poi apprezzato l’entusiasmo con cui ha salutato l’arrivo del nuovo ambasciatore americano John Philips (presidente onorario della American Chamber), l’avvocato di Washington che insieme alla moglie Linda ha comprato un intero borgo, quello di Finocchieto, nel comune di Buonconvento, alle porte di Siena. Il 15 novembre del 2013 Renzi lo aveva accolto a Palazzo Vecchio con una cravatta di Ferragamo e un foulard di Gucci per la consorte.

Non so se mi spiego. Apprezzano Renzi per le cravatte regalate all’ambasciatore e perché ha vinto le elezioni a Firenze usando internet. Mi sembra chiaro che gli americani apprezzano i politici italiani per lo stesso motivo per cui apprezzano i film come la Grande Schifezza. Perché li guardano con i sottotitoli. Se arrivano addirittura a pensare che abbia amministrato la sua città bene, quando praticamente non c’è mai stato, non ci può essere altra spiegazione.

Altro che poteri forti. Con Renzi al massimo sono in azione le taglie forti. Quelle delle mogli dei diplomatici USA.

Curioso poi che mentre Renzi cerca un politico di caratura (auguri!) per il ruolo fondamentale del Ministro dell’Econmia, l’appena defenestrato Saccomanni continui a fare l’eco a Olli Rehn: se sforiamo il 3% poi toccherà pagare. Eh sì perché l’ortodossia vuole che se aumenti il deficit poi aumenta il debito. E il Sole 24 Ore rivela che Draghi lo preferisce agli altri in lizza (quali?):

Draghi lo preferisce a qualunque altra ipotesi appunto perché oggi tutto è diverso rispetto al 2011, meno un dettaglio: la minaccia a Eurolandia ora è sedata, non scomparsa. La Bce ha bisogno di un’Italia affidabile, perché sa che dovrà intervenire nei mesi prossimi per contrastare la nuova forma che la crisi ha preso: quella di una deflazione in grado di corrodere l’economia del Sud Europa e rendere insostenibili i debiti pubblici e privati. A gennaio l’inflazione media dell’area erro era di appena lo 0,7%, in Italia dello 0,6%. Spagna, Portogallo e Irlanda sono a un soffio da un avvitamento dei prezzi, Grecia e Cipro ci sono cadute già in pieno. Con tassi reali elevati per effetto dell’inflazione bassissima, lo spread a 190 punti-base di oggi pesa sull’Italia come se fosse sopra i 300 punti-base con un carovita normale. Per questo il debito pubblico continua pericolosamente a salire malgrado il calo apparente degli interessi.

I sostenitori dell’asse USA-esportatori-Renzi anti Napolitano-Letta-Merkel potrebbero trovare in questo una conferma alla loro tesi. Draghi vuole continuità perché ha paura che il Ministro dell’Economia di Renzi possa andare a chiedere l’ammorbidimento dei vincoli per rilanciare gli investimenti. O magari sforare proprio il famoso 3%. A parte che se rileggiamo quello che dice Barnard la cosa è proprio infattibile a meno di riscrivere i Trattati. Cosa che prima la vedo e poi ci credo. Ma davvero qualcuno si immagina il Renzi genuflesso alla corte della Merkel che grida e mette insieme il destrimano spagnolo, il liberista ex-socialista francese e le pezze al culo greche al grido di “o crescita o morte”? Ma figuriamoci! In realtà quello di Draghi, per via Saccomanni, è solo un reminder all’altezzoso Matteo. Un “in campana giovinotto che sinnò ‘nti compro manco le figurine, figuriamoci i titoli. E si nun stai bbono ti scateno pure lo spredde”.

Faccio un inciso prima di concludere. Qualcuno spero avrà notato quali sono i due mali della fase attuale della crisi evidenziati dal Sole: 1) la deflazione, 2) lo spread troppo basso. Ma come, i catastroeconomisti pro-euro non sostengono che se uscissimo dall’euro ci sarebbe l’inflazione alle stelle e il petrolio costerebbe milioni di milioni? E quando hanno fatto fuori Berlusconi che lo spread, oddio lo spread, sta a più di 500 e mo il debito che succede? Ma non erano l’inflazione (il contrario della deflazione) e lo spread alto (non sotto i 190) i grandi mali per cui dobbiamo continuare a subire l’austerity e non dobbiamo uscire dall’euro?

Ah no è vero, ce n’era un terzo la svalutation di celentaniana memoria. Perché se svaluti che ci fai poi con la liretta. Infatti nello stesso articolo il Sole ammette che:

la Abenomics giapponese, avendo provocato una svalutazione dello yen, ha complicato la vita ai responsabili delle politiche economiche dei Paesi vicini, ma questo non toglie che l’iniziativa del governo di Tokyo sia uno sforzo meritorio per mettere finalmente termine alla deflazione

In pratica anche il Sole sostiene che l’unico modo per uscire dalla deflazione stagnante sarebbe quello di svalutare. Ovvero di nuovo che l’Euro funzionerebbe … se fosse la Lira. Se solo i giornalisti del Sole si rendessero conto di cosa scrivono si darebbero finalmente pace che sono proprio gli industriali che dovrebbero sostenere forze politiche anti-euro nel nostro Paese.

Ovviamente tutto questo è fantapolitica. Perché Squinzi (presidente di Confindustria e vero editore del Sole 24 Ore) è parte di quella stessa stupida classe dirigente che ha bruciato il diplomatico Letta per montare come la panna il cafone Renzi. Convinta che era di nuovo l’ora del gioco delle 3 carte. Tutto pur di non tornare alle urne e magari vedere dissolversi come neve al sole 20 anni di bipolarismo del vivacchiare e dell’arraffare.

Quando dico “stupida” lo intendo in senso scientifico. Lo stupido, a differenza dell’intelligente, del bandito e dello sprovveduto, infatti, è colui che agendo provoca disastri per gli altri senza provocare nessun vantaggio duraturo per sé stesso.

Di conseguenza Renzi mi sembra sempre di più il bambino stupidotto della banda a cui i più smaliziati fanno fare le cose idiote e riprovevoli, sfruttando il suo profondo senso di inadeguatezza e il suo bisogno di conferme. Quello che viene messo in mezzo e che si becca la colpa dei misfatti. All’inizio dicevo che Renzi pensa di aver rottamato l’apparato dei vecchi PC e DC. In realtà non sa con cosa ha a che fare. E chi pensa che basti una stagione di purghette per radere al suolo i colonnelli di Andreotti e Berlinguer è un ingenuo. Quelli stanno là, come me, seduti sulla riva del fiume che aspettano galleggiare il corpo bruciacchiato del pupazzo sacrificale.


Il problema non è la Germania … è l’Euro …

Sono fondamentalmente d’accordo con l’analisi dell’articolo che vi incollo più in basso. Lo sono meno con le conclusioni. In questi mesi si sta diffondendo sempre più la convinzione che i mali d’Europa dipendano dalla Germania. Che sia una sorta di storica rapacità teutonica ad affliggere l’Europa. E che se invece i tedeschi fossero più buoni e magnanimi invece tutto andrebbe alla grande.

In realtà i tedeschi (e in questo blog non ne parlo poco. Qui un esempio) fanno solo ciò che fa (o dovrebbe fare) ogni paese (ma anche ogni realtà produttiva) all’interno del sistema economico che siamo soliti chiamare capitalismo neoliberale. Ovvero, curare i propri interessi. E’ ciò che faremmo noi al loro posto. E’ ciò che fa un’azienda quando sottrae fette di mercato ad un suo competitor. All’interno della griglia di valori di questo sistema economico non è giusto o sbagliato. E’ così. Gli economisti sostengono che è la legge della domanda e dell’offerta che dovrebbe rimettere tutto in equilibrio.

Fatto sta che le scelte politiche che spesso guidano quelle economiche possono distorcere, anche di molto, il tornare in equilibrio dei rapporti di forza di chi compra e di chi vende. E questo presupponendo che le teorie economiche liberali siano giuste.

Di conseguenza dell’utilizzo a prorpiro vantaggio di meccanismi e norme che regolano i rapporti fra i paesi dell’Eurozona da parte della Germania, non è una colpa teutonica, ma semmai il frutto dell’estrema stupidità di classe politica ed elettori dei paesi che il giogo tedesco lo subiscono.

Ciò che qualcuno ci vuol far credere, infatti, è che se convincessimo i tedeschi a fare i bravi tutto si risolverebbe. Mentre la verità è che la rigidità del cambio imposta dall’euro e la vera ragione della situazione deflazionistica in cui ristagna l’Europa e dei tassi di disoccupazione e “non crescita” (per non dire recessione – alla faccia dei proclami mensili di Letta smentiti di regola 3 giorni dopo dal sole 24 Ore).

Se i paesi del sud Europa non escono dall’euro è loro responsabilità. Non della Germania che fino a che il giochino funzionerà (ancora poco direi perché poi se affami i tuoi acquirenti a chi la vendi la merce?) fa quello che le regole del mercato prevedono.

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THOMAS FAZI
fonte: comedonchisciotte.org

Il 27 gennaio era la “giornata della memoria”. Come tutti gli anni, tante parole sono state spese per ricordare gli orrori della shoa. Forse, però, sarebbe stato più utile – se veramente lo scopo della memoria è evitare di ripetere gli errori/orrori del passato – ricordare le ragioni che hanno portato all’ascesa di Hitler in Germania. È opinione comune – anche in Germania – che sia stata l’iperinflazione degli anni venti a spianare la strada al nazismo, e che questo dovrebbe essere un monito per tutti coloro che potrebbero essere tentati dall’idea di risolvere le crisi ricorrendo all’aiuto della banca centrale. Da cui la nota – e, secondo questa lettura, comprensibile – ortodossia anti-inflazionistica dei tedeschi.

Ma la verità è ben diversa. In risposta all’iperinflazione degli anni venti, al crash economico d’oltreoceano e alle pressioni dei paesi creditori, negli anni trenta la Germania del cancelliere Brüning perseguì una politica monetaria e fiscale iper-restrittiva. In una parola: haushalt, austerità.

Le conseguenze per il paese furono devastanti: la Germania sprofondò in una gravissima deflazione, e la disoccupazione schizzò alle stelle (vi ricorda qualcosa?). Secondo molti storici, fu proprio questa miscela letale di salari bassi e disoccupazione di massa – una conseguenza diretta delle politiche deflazionistiche del cancelliere Brüning – a spianare la strada a Hitler, e non l’iperinflazione degli anni venti. E il seguente grafico, che mostra l’inquietante correlazione tra il tasso di disoccupazione tedesco e il crescente consenso elettorale del Partito Nazionalsocialista – che passò dal 2,6% dei voti del maggio del 1928 al 34,7% del luglio 1932 –, parrebbe confermarlo.

 

Grafico 1

Come ha dichiarato di recente Ewald Nowotny, governatore della banca centrale austriaca, fu proprio “la scelta di concentrarsi esclusivamente sulle politica di austerità che negli anni venti e trenta del secolo scorso portò alla disoccupazione di massa, alla rottura dei sistemi democratici e infine alla catastrofe del nazismo”. È sconcertante, dunque, che proprio i tedeschi – direttamente per mezzo degli organi istituzionali europei e indirettamente per mezzo della loro influenza all’interno della BCE – stiano oggi imponendo esattamente lo stesso tipo di politiche ai paesi della periferia. Come ormai sostengono in molti, senza un drastico cambio di rotta l’eurozona – con un tasso d’inflazione medio inferiore all’1% (bel lontano dall’obiettivo della BCE del “poco meno del 2%”), e vicino allo zero in molti paesi della periferia – rischia seriamente di cadere in una spirale deflazionistica dalle conseguenze imprevedibili ma potenzialmente catastrofiche, sia in termini economici che politici. Come sosteniamo da tempo su questo blog, la BCE avrebbe tutti gli strumenti necessari per far ripartire l’inflazione, per esempio monetizzando una parte del debito pubblico dei paesi periferia, riducendo così le spese per interesse e permettendo ai governi dei suddetti paesi di perseguire politiche fiscali espansive (nel caso dell’Italia, che registra un avanzo primario, anche all’interno dei limiti del Fiscal Compact). Questo non solo ridarebbe fiato alle economie strangolate della periferia ma renderebbe anche più sostenibili i loro debiti pubblici. Come evidenziato in un recente studio del Bruegel Institute, per paesi come la Spagna e l’Italia un tasso d’inflazione più alto dell’1% avrebbe un’incidenza positiva enorme sul loro rapporto debito-PIL (vedi la seguente figura).

grafico 2

Come dice Zsolt Darvas del Bruegel, un tasso d’inflazione più alto non risolverebbe di colpo tutti i problemi dell’eurozona, ma senz’altro renderebbe l’attuale processo di aggiustamento “molto meno doloroso”. Non solo per l’Europa, ma per tutta l’economia globale, che risente pesantemente del crollo della domanda aggregata nel continente. Non sorprende dunque che ormai fiocchino dalle fonti più disparate – dall’Economist alWall Street Journal, dal Telegraph al Fondo monetario internazionale – appelli alla BCE affinché intervenga per arginare l’innescarsi di una spirale deflazionistica nel continente. Ovviamente, sappiamo bene – come non perde occasione di ricordarci Draghi, al punto che cominciamo a pensare che abbia un po’ la coda di paglia – che i trattati europei vietano il “monetary financing”, il finanziamento diretto degli stati. Ma i trattati esistono per essere cambiati. Non a caso un draft report della Commissione Affari Economici e Monetari preparato l’anno scorso da Gianni Pittella e dal suo staff – successivamente bocciato dai tedeschi – proponeva proprio di rivedere lo statuto della BCE per permettere alla banca centrale europea di portare avanti politiche di “overt monetary financing” – finanziamento diretto dei del debito pubblico degli stati membri –, e per aggiungere all’obiettivo della stabilità monetaria quello della piena occupazione.

Non possiamo sapere come sarebbe andata la storia se la Germania, negli anni trenta, avesse seguito l’esempio dei paesi dell’area della sterlina (sterling bloc), che nel 1931 uscirono dal gold standard e poterono così perseguirono politiche esplicitamente espansionistiche-inflazionistiche. Ma il seguente grafico – che mette a confronto l’andamento del tasso di disoccupazione inglese e quello tedesco a partire dall’anno in cui il Regno Unito abbandonò il gold standard – fa supporre che probabilmente sarebbe andata molto diversamente.

Grafico 3

Quest’altro grafico, invece, mette a confronto l’andamento del PIL dei paesi dello sterling bloc (linea grigia) – che, ricordiamo, iniziarono a svalutare a partire dal 1931 – e quello dei paesi del gold bloc (linea gialla), tra cui la Germania, tra il 1929 e il 1938. Anch’esso lascia poco spazio all’immaginazione.

Grafico 4

E la linea rossa?, vi starete chiedendo. Quella rappresenta l’andamento del PIL dell’eurozona tra il 2007 e il 2015. Come si può notare, il trend dell’eurozona rispecchia molto da vicino quello del gold bloc – e non a caso, visto che stiamo seguendo lo stesso tipo di politiche deflazionistiche.

Non possiamo cambiare la storia, ma possiamo evitare che si ripeta. È vero: oggi non rischiamo l’ascesa di un nuovo Hitler. Ma il rischio di un prolungato periodo di regressione economica, politica e sociale, e di una recrudescenza di movimenti fascisti e reazionari (vedi la Grecia) – con conseguente disgregazione del processo di integrazione europea –, c’è, ed è reale. Anzi, si potrebbe dire che è già in corso. Siamo ancora in tempo per cambiare traiettoria. Ma dobbiamo agire presto. Sarebbe veramente imperdonabile se la Germania commettesse lo stesso errore di ottant’anni fa. Come ha dichiarato nel 2012 l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer:

Per due volte, nel ventesimo secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo.

Questo è vero oggi più che mai.