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Dietro c’è il buio

Ovvero la tragicomica avventura dello stupido del PD che fa il bullo pensando di essere il più figo. Alcune riflessioni su ciò che ci aspetta. Un po’ scoordinate ma non troppo.

In questi giorni ho letto qui e lì tesi diverse sulla scalata di Renzi e la spallata a Letta. Non a torto qualcuno ha immaginato scenari suggeriti da chi il potere lo ha realmente in mano. Ovvero chi ha i cordoni della borsa. Soprattutto chi non riesce più a sfruttare come clienti-importatori i cittadini del sud-Europa depressi dall’austerity. Vista l’incapacità del duo Letta-Napolitano di sbloccare la situazione di stagnazione ci voleva l’uomo nuovo. L’uomo forte che in qualche modo avrebbe rilanciato un po’ di consumi al di sotto del parallelo di Berlino. Garantendo agli alleati di tutte le latitudini un novo accesso ai portafogli degli italiani … con il permesso stavolta.

Se all’interno dello scenario economico europeo ciò avesse anche una minima possibilità di accadere, sottoscriverei questa interpretazione completamente. Non è molto diversa da quella, che condivido, degli eventi del 2011 che tramite l’aiuto di Napolitano, spinsero Monti a prendere il posto che gli elettori (sic) avevano assegnato a Berlusconi. Allora serviva qualcuno che facesse il lavoro sporco per la Troika. E gli eletti in genere pensano ad essere rieletti, quindi le porcherie le fanno fare ai nominati (il grande successo elettorale di Scelta Civica nelle elezioni successive dimostra la validità di questa regola aurea).

Tornando all’attualità la mia opinione è che la vicenda Renzi sia, al contrario, solo l’ennesima conferma dell’inadeguatezza della classe politica italiana e della fondamentale stupidità e ingordigia degli uomini che la compongono. Un vicenda di piccolo cabotaggio interna al peggior partito italiano, sostenuta dal partito semi-mediatico di Repubblica (orami praticamente la corrente di destra e maggioritaria del PD), una notte dei lunghi coltelli che scalza (o tenta di scalzare) un altro pezzo del vecchio apparato. E questo per mettere a capo della gioiosa macchina da pace costante (la guerra ormai si fa solo dentro – con gli avversari si fanno le larghe intese) un accomodante stupidotto che pensa di essere il più figo della banda. Un pupazzo di plastica da far muovere sapientemente e da bruciare al momento propizio come la befana il 6 di gennaio.

Insomma, sono d’accordo con Barca. Si per una volta sono d’accordo con un insigne esponente del PD. Ma chi quello fregato dallo scherzo de La Zanzara? Sì, proprio lui, quando mestamente dice al finto Vendola: “De Benedetti spinge perché faccia il ministro ma io non voglio. Dietro Renzi non c’è nessuna idea. C’è il buio”. Ecco, il buio. Questo c’è dietro all’uomo di plastica del PD.

E cos’altro potrebbe esserci? Quale dovrebbe essere la magica idea del Renzipensiero per risollevare il paese dalla crisi? Che Renzi sia un povero idiota a cui non farei amministrare nemmeno i rifornimenti di carta igienica del bagno di casa mia è fuor di dubbio. Ma devo spezzare una lancia in suo favore. Renzi non farà niente perché nessun altro al suo posto, all’interno dei vincoli di Maaastricht, potrebbe fare niente.

Lascio alle parole di Paolo Barnard il compito di illustrare il motivo per cui Renzi è di fatto in trappola.

Tragica cosa per le persone di questo Paese, non per sto egocentrico servo della finanza europea. Renzi fallirà come un cretino qualsiasi. Perché neppure può provarci.

Non sto provocando, è che la sua è una missione impossibile. Se non fosse sto pupazzo pompato che è, se conoscesse l’Eurozona e la macroeconomia, non si sarebbe cacciato in questo pasticcio (e badate che sto dicendo che pure i suoi padroni speculatori ci smeneranno il muso, perché sto gioco di creare una moneta unica per distruggere mezza Europa e fare un gran banchetto si è già ritorto contro chi l’ha pensato. Gli speculatori ci hanno fatto un po’ di fortune per pochi anni, ma sta finendo).

NO SOVRANITA’ MONETARIA.

Per prima cosa Renzi si ritrova senza sovranità monetaria, quindi senza nessuna delle leve economiche fondamentali di cui deve godere un governo degno di questo nome, e di cui godono gli USA, la GB, la Svezia o il Giappone. Non ha una Banca Centrale che possa controllare inflazione, prezzo del denaro, tassi d’interesse, né monetizzare la spesa decisa dal Parlamento. Renzi non possiede una moneta, e deve usare gli euro, da restituire con tassi non decisi da lui ai mercati di capitali internazionali. Dovrà dunque tassarci a morte sempre, per fare quanto appena detto. Dovrà quindi mentire all’Italia fingendo col gioco delle tre carte di spostare fondi e investimenti essenziali (lavoro, infrastrutture, crescita…) da qui a lì, per poi rimangiarseli tutti con gli interessi. Dovrà rispettare il Pareggio di Bilancio, che peggiora ciò che ho appena scritto. Ovvero: Chemiotassazione garantita, impossibilità di investire per le aziende e tagli alla spesa. Qui abbiamo la garanzia della decapitazione di: speranze di posti di lavoro; salari; pensioni; modernizzazione del Paese; Sanità; risparmi privati; piano industriale; risanamento bancario; crescita del PIL; e domanda aggregata. Potrei finire qui, ce n’è già a sufficienza, ma purtroppo…

I DEFICIT NEGATIVI.

Renzi si ritroverà in una spirale di Deficit Negativi mortali, cioè di tutte quelle spese di Stato imposte dalla crisi dell’Eurozona ma che non risolvono nulla, non producono nulla e che aumentano il debito di Stato. Per prima cosa l’economia continuerà a contrarsi, come è già previsto per l’Italia dal FMI, Bloomberg, OCSE, Commissione UE, e quindi calerà sempre il gettito fiscale, che quindi va a ingrandire il debito. L’economia impantanata significa che il miliardo di ore di cassa integrazione rimarranno e aumenteranno, pompando di nuovo il debito. I fallimenti aziendali non caleranno, la curva dei prestiti bancari insolventi aumenterà, e le banche italiane che già sono in parte fallite, dovranno essere ri-salvate, a suon di denaro pubblico, e ancora il debito sale. Assieme ad esso salgono gli interessi da pagare, sempre spesa di Stato, ancora più debito. Ma stando in Eurozona, un debito che lievita è grave (con la Lira non lo sarebbe) perché porta all’allarme delle agenzie di rating, che porta all’allarme dei mercati di capitali che prestano a Renzi gli euro, che porta a tassi più alti sui titoli di Stato, che porta a più debito. Che farà Draghi a sto punto? Si metterà a comprarci i titoli di Stato per far scendere i nostri tassi? Farà cioè la famosaOutright Monetary Transaction? Se lo fa, la Germania lo ammazza. Non lo farà. Renzi rimane nel letame.

NO CRESCITA E DEFLAZIONE.

Renzi si ritrova con un’economia che si è contratta del 18% dalla fine degli anni ’90. Per riportarci a quel livello di vita, dovrebbe riuscire a far crescere l’Italia del 20%. No, calma, visto che oggi cresciamo dello 0,1% se va bene…. Il 20% fa ridere. Renzi non è Roosevelt e non ha la sua testa. Poi abbiamo il problema delladeflazione che sta aggredendo tutta l’Eurozona, con la BCE disperata perché non sa più che fare per fermare il crollo dei prezzi (deflazione = contrario di inflazione). E quel che è peggio, è che in un clima di crisi di queste proporzioni la gente corre a risparmiare disperatamente per il timore del domani (mica scemi), ma questo sottrae denaro in circolo, cosa che non solo affama tutta l’economia, ma peggiora la deflazione stessa. Vorrei che capiste che questo è uno dei mali economici peggiori e che c’è tutta la tecnocrazia europea che non sa più come fermarlo. Immaginatevi Renzi, il bulletto del PD.

CROLLO BANCHE.

Renzi, poi, fra otto mesi si ritroverà l’implosione del sistema creditizio europeo, quando i test dei regolamentatori dell’EBA inevitabilmente mostreranno che alcune delle maggiori banche sono irrecuperabili. Da qui il terremoto delle piccole medio banche, fra cui quelle italiane sono quelle messe peggio d’Europa sia come buchi di bilancio che come capitale di copertura. Prometeia stima che solo per i prestiti insolventi le banche italiane siano scoperte per 150 miliardi di euro. E chi le salva? E con che soldi? No, Renzi, la sovranità monetaria non ce l’hai, non le puoi nazionalizzare. Che fai? Chiami Benigni?

SVENDITA PUBBLICA INUTILE.

Ma Renzi almeno ha la carta delle privatizzazioni… Vendi il vendibile, incassa l’incassabile. Funziona? No. Non ha funzionato in nessun Paese del mondo, meno che meno da noi quando proprio il centro sinistra si mise negli anni ’90 a svendere pezzi di beni di Stato a un ritmo talmente forsennato che fece il record europeo delle privatizzazioni nel 1999. Sapete di quanto ridussero il debito di Stato italiano? Di un maestoso 8%… E che allora i prezzi contrattati per i beni pubblici da alienare erano, circa, decenti. Oggi, con l’Italia sprofondata dall’Eurozona in una svalutazione della sua economia da piangere, Roma deve svendere a prezzi stracciati qualsiasi cosa offra, con margini che saranno patetici. Renzi, farà la Thatcher dei poveri.

DISOCCUPAZIONE

E la disoccupazione? Sapete cosa costa all’Italia avere il 12% (fasullo, è molto di più) di disoccupati? Trecentosessanta miliardi all’anno perduti. E i giovani? Il 76% di loro è costretto alla flessibilità, con limiti invalicabili all’acquisto di una casa o al matrimonio. L’Eurozona fu pensata ed edificata proprio per ridurre il sud Europa a un serbatoio di lavoratori pagati alla kosovara ma in strutture moderne. Il futuro di questo ragazzi è ormai certo: stipendi dai 600 agli 800 euro per i più qualificati, al lavoro per investitori stranieri. Questo non è più un Economicidio, è un olocausto economico e generazionale, che Renzi dovrà gestire sotto l’egida della Germania che già oggi sta affossando il resto d’Europa coi suoi diktat criminosi. Tradotto in termini specifici: il potere Neomercantile della mega-industria tedesca, quello della Bundesbank, quello dei maggiori speculatori-rentiers del mondo, contro Renzino da Firenze. Matteo tu fai fesso qualcun altro. Perché è vero che ignori il 70% di tutto questo, ma sul restante 30% sei pienamente d’accordo, da bravo leader del partito di destra finanziaria peggiore d’Italia, il PD.

CONCLUSIONE.

Renzi non si rende conto di cosa lo aspetta, ma soprattutto del fatto che la catastrofe dell’economia italiana è un MACROPROBLEMA STRUTTURALE nell’Eurozona, e finché esisteranno i parametri economicidi dell’euro non esiste salvezza. Il governo Renzi è morto prima di nascere. Poi, sapete, uno si stufa di scrivere sempre le stesse cose.

Insomma Renzi non farà nulla. Né quello che promette sapendo di non poter mantenere, né quello che i fedeli del PD sperano che farà.

Chi pensa che andrà a negoziare riforme per investimenti sogna ad occhi aperti. Perché anche se succedesse sarebbe il gioco delle tre carte di cui parla Barnard. Tutta fuffa mediatica che racconta vi ho dato questo con la mano destra, dimenticando di menzionare cosa vi ho tolto con la sinistra per rispettare i parametri di Maastricht. In sostanza i produttori transatlantici che lamentano la nostra incapacità di comprare le loro merci dovranno aspettare … e molto ancora. Davvero hanno puntato soldi e forze sul cavallo Renzi? Bad move! Mi verrebbe da dire. Anche se ci credo poco.

A sentire ciò che riporta il Fatto dell’incontro all’American Chamber of Commerce (la lobby che cura gli interessi americani in Italia) il livello è veramente basso

L’establishment americano riunito nella AmCham che invece è affascinato dal new deal renziano. Soprattutto da quando ha appoggiato la battaglia contro la Web Tax voluta invece da Letta. Già qualche anno fa, l’ex-ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, definì in un’intervista “molto interessante” il “caso” di Matteo Renzi “che ha usato Internet per essere eletto sindaco di Firenze e sa gestire bene la sua città”. Del giovane sindaco gli americani hanno poi apprezzato l’entusiasmo con cui ha salutato l’arrivo del nuovo ambasciatore americano John Philips (presidente onorario della American Chamber), l’avvocato di Washington che insieme alla moglie Linda ha comprato un intero borgo, quello di Finocchieto, nel comune di Buonconvento, alle porte di Siena. Il 15 novembre del 2013 Renzi lo aveva accolto a Palazzo Vecchio con una cravatta di Ferragamo e un foulard di Gucci per la consorte.

Non so se mi spiego. Apprezzano Renzi per le cravatte regalate all’ambasciatore e perché ha vinto le elezioni a Firenze usando internet. Mi sembra chiaro che gli americani apprezzano i politici italiani per lo stesso motivo per cui apprezzano i film come la Grande Schifezza. Perché li guardano con i sottotitoli. Se arrivano addirittura a pensare che abbia amministrato la sua città bene, quando praticamente non c’è mai stato, non ci può essere altra spiegazione.

Altro che poteri forti. Con Renzi al massimo sono in azione le taglie forti. Quelle delle mogli dei diplomatici USA.

Curioso poi che mentre Renzi cerca un politico di caratura (auguri!) per il ruolo fondamentale del Ministro dell’Econmia, l’appena defenestrato Saccomanni continui a fare l’eco a Olli Rehn: se sforiamo il 3% poi toccherà pagare. Eh sì perché l’ortodossia vuole che se aumenti il deficit poi aumenta il debito. E il Sole 24 Ore rivela che Draghi lo preferisce agli altri in lizza (quali?):

Draghi lo preferisce a qualunque altra ipotesi appunto perché oggi tutto è diverso rispetto al 2011, meno un dettaglio: la minaccia a Eurolandia ora è sedata, non scomparsa. La Bce ha bisogno di un’Italia affidabile, perché sa che dovrà intervenire nei mesi prossimi per contrastare la nuova forma che la crisi ha preso: quella di una deflazione in grado di corrodere l’economia del Sud Europa e rendere insostenibili i debiti pubblici e privati. A gennaio l’inflazione media dell’area erro era di appena lo 0,7%, in Italia dello 0,6%. Spagna, Portogallo e Irlanda sono a un soffio da un avvitamento dei prezzi, Grecia e Cipro ci sono cadute già in pieno. Con tassi reali elevati per effetto dell’inflazione bassissima, lo spread a 190 punti-base di oggi pesa sull’Italia come se fosse sopra i 300 punti-base con un carovita normale. Per questo il debito pubblico continua pericolosamente a salire malgrado il calo apparente degli interessi.

I sostenitori dell’asse USA-esportatori-Renzi anti Napolitano-Letta-Merkel potrebbero trovare in questo una conferma alla loro tesi. Draghi vuole continuità perché ha paura che il Ministro dell’Economia di Renzi possa andare a chiedere l’ammorbidimento dei vincoli per rilanciare gli investimenti. O magari sforare proprio il famoso 3%. A parte che se rileggiamo quello che dice Barnard la cosa è proprio infattibile a meno di riscrivere i Trattati. Cosa che prima la vedo e poi ci credo. Ma davvero qualcuno si immagina il Renzi genuflesso alla corte della Merkel che grida e mette insieme il destrimano spagnolo, il liberista ex-socialista francese e le pezze al culo greche al grido di “o crescita o morte”? Ma figuriamoci! In realtà quello di Draghi, per via Saccomanni, è solo un reminder all’altezzoso Matteo. Un “in campana giovinotto che sinnò ‘nti compro manco le figurine, figuriamoci i titoli. E si nun stai bbono ti scateno pure lo spredde”.

Faccio un inciso prima di concludere. Qualcuno spero avrà notato quali sono i due mali della fase attuale della crisi evidenziati dal Sole: 1) la deflazione, 2) lo spread troppo basso. Ma come, i catastroeconomisti pro-euro non sostengono che se uscissimo dall’euro ci sarebbe l’inflazione alle stelle e il petrolio costerebbe milioni di milioni? E quando hanno fatto fuori Berlusconi che lo spread, oddio lo spread, sta a più di 500 e mo il debito che succede? Ma non erano l’inflazione (il contrario della deflazione) e lo spread alto (non sotto i 190) i grandi mali per cui dobbiamo continuare a subire l’austerity e non dobbiamo uscire dall’euro?

Ah no è vero, ce n’era un terzo la svalutation di celentaniana memoria. Perché se svaluti che ci fai poi con la liretta. Infatti nello stesso articolo il Sole ammette che:

la Abenomics giapponese, avendo provocato una svalutazione dello yen, ha complicato la vita ai responsabili delle politiche economiche dei Paesi vicini, ma questo non toglie che l’iniziativa del governo di Tokyo sia uno sforzo meritorio per mettere finalmente termine alla deflazione

In pratica anche il Sole sostiene che l’unico modo per uscire dalla deflazione stagnante sarebbe quello di svalutare. Ovvero di nuovo che l’Euro funzionerebbe … se fosse la Lira. Se solo i giornalisti del Sole si rendessero conto di cosa scrivono si darebbero finalmente pace che sono proprio gli industriali che dovrebbero sostenere forze politiche anti-euro nel nostro Paese.

Ovviamente tutto questo è fantapolitica. Perché Squinzi (presidente di Confindustria e vero editore del Sole 24 Ore) è parte di quella stessa stupida classe dirigente che ha bruciato il diplomatico Letta per montare come la panna il cafone Renzi. Convinta che era di nuovo l’ora del gioco delle 3 carte. Tutto pur di non tornare alle urne e magari vedere dissolversi come neve al sole 20 anni di bipolarismo del vivacchiare e dell’arraffare.

Quando dico “stupida” lo intendo in senso scientifico. Lo stupido, a differenza dell’intelligente, del bandito e dello sprovveduto, infatti, è colui che agendo provoca disastri per gli altri senza provocare nessun vantaggio duraturo per sé stesso.

Di conseguenza Renzi mi sembra sempre di più il bambino stupidotto della banda a cui i più smaliziati fanno fare le cose idiote e riprovevoli, sfruttando il suo profondo senso di inadeguatezza e il suo bisogno di conferme. Quello che viene messo in mezzo e che si becca la colpa dei misfatti. All’inizio dicevo che Renzi pensa di aver rottamato l’apparato dei vecchi PC e DC. In realtà non sa con cosa ha a che fare. E chi pensa che basti una stagione di purghette per radere al suolo i colonnelli di Andreotti e Berlinguer è un ingenuo. Quelli stanno là, come me, seduti sulla riva del fiume che aspettano galleggiare il corpo bruciacchiato del pupazzo sacrificale.

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Vi ricordate Prodi?

prodiMentre la sua portavoce storica diventa la vicepresidente del PD (chissà com’è) lui si rifiuta di entrare nella Direzione del partito. Finalmente ce ne siamo liberati? Forse … no. E staremo a vedere, se dovesse veramente andare come teme Cerasa, se confermerà alcune delle sue dichiarazioni di alcuni mesi fa moderatamente anti-europee. Io scommetto che tornerà ad essere il Super Europeista che ci precipitò nel baratro 15 anni fa. Staremo a vedere.

Claudio Cerasa su il Giornale di oggi

Roma. Piazza della Pigna, Roma, lunedì 17 dicembre. Sono le quattordici e trenta, Giorgio Napolitano ha appena finito di vergare il duro discorso che di là a breve rivolgerà alle forze politiche dal Quirinale e in un piccolo ristorante romano un amico del presidente della Repubblica, Emanuele Macaluso, offre al cronista un’opinione gustosa rispetto a un duello che segnerà i prossimi mesi di questa tormentata legislatura. “Secondo me – dice Macaluso – Romano Prodi, al dopo Napolitano, un pensierino ce lo sta facendo”. Prodi, già. Come spesso capita al Prof. bolognese, il suo percorso politico non è lineare, è ricco di contraddizioni, svolte impreviste, percorsi a zig zag, piroette e tentativi, spesso maldestri, di camuffare la propria rotta. Rotta che però, per una sorta di teorema del prodismo, risulta evidente e alla luce del sole ogni volta che viene solennemente smentita dal diretto interessato. E’ andata sempre così. Prodi arriva in Europa e sbuffando dice che non tornerà più in Italia per fare politica, e poi te lo ritrovi di nuovo in Italia e di nuovo presidente del Consiglio. Prodi lascia indignato la presidenza del Pd, dice che non vuole più avere a che fare con questa politica e poi te lo ritrovi li sul palco a festeggiare l’elezione a segretario di Pier Luigi Bersani e a prendersi gli applausi. Ancora. Prodi dice con solennità che non ha intenzione di immischiarsi con l’elezione del presidente della Repubblica, e poi eccolo lì impegnato a diventare presidente della Repubblica E poi. Prodi dice sdegnato che non ha intenzione di votare alle primarie e poi, oplà, eccolo che si presenta alle primarie per essere accolto come il salvatore dei gazebo. Oggi stessa storia. Il professore dice che no, per carità, non sono iscritto al Pd, non voglio aver a che fare con questa politica, non voglio aver a che fare con la direzione, mentre i suoi fanno capire che invece sì, con Renzi alla guida del Pd ritorna il bipolarismo e ovviamente, per il dopo Napolitano, il prodismo potrebbe essere candidato naturale al Quirinale. Co- -sì arriva Renzi, il Rottamatore, e tutti i prodiani che fino a qualche mese fa al nome di Renzi associavano le parole “101”, “franchi”, “tiratori” e “traditori” sono li che spifferano al cronista che “ovviamente Romano ha votato Matteo”, che “ovviamente Romano segue con affetto la corsa di Matteo” e che “ovviamente Romano è sempre stato incuriosito dal percorso di Matteo”. Matteo e Romano di qua Giorgio ed Enrico di là. Sul taxi del Rottamatore Al netto delle smentite che continueranno ad arrivare, Prodi, nei prossimi mesi, tenterà di salire sul taxi di Renzi; pomperà benzina nel serbatoio del segretario; incoraggerà la battaglia contro l’ideologia della grande coalizione; farà arrivare messaggi pieni d’amore al nuovo segretario del Pd (via Graziano Del-rio); eviterà di offrire messaggi di sostegno al governo dei 101 (che da quando è nato ha ricevuto più parole d’affetto da Brunetta che da Romano e anche ieri, intervistato su Radiol, il Prof ha mandato sguardi obliqui al governo Letta-Napolitano); e proverà a farsi trovare, quando sarà, in cima alla lista dei quirinabili del Pd renziano. Un po’ per questioni di curriculum, d’accordo. Un po’ però, come ha suggerito la sera delle primarie la storica portavoce di Prodi, Sandra Zampa (oggi diventa vicepresidente del Pd), perché con Renzi si può “rimarginare la ferita dei centouno”. I centouno, già. Come spesso capita nella storia delle corse di Prodi – quasi mai segnate da fasi di autocritica, quasi mai segnate da fasi di riconoscimento degli errori, quasi mai segnate dalla consapevolezza che i tradimenti possono essere causati anche da semplici valutazioni politiche, e non da complotti, e quasi sempre segnate da una sorta di insindacabile sacralizzazione delle proprie esperienze di governo – il filo conduttore del suo percorso è caratterizzato da una sorta di debito che il suo partito deve sempre restituire al Prof. bolognese. E in questa fase, ovvio, il debito che il Pd deve pagare a Prodi è quello contratto con il tradimento del 19 aprile che ha portato poi all’elezione di Napolitano. Renzi, ascoltando il discorso di Re George, discorso che il segretario ha sentito riferito più al Pd che al Cav., ha capito che la fine della legislatura coinciderà con la fine del regno di Napolitano. La prospettiva, a guardar bene, non preoccupa Renzi. Il segretario è convinto che anche in caso di voto anticipato Napolitano si dimetterà dopo le elezioni, e non prima. E anche qualora il go-verro dovesse cadere nel 2()14 e Napolitano dovesse scegliere di far eleggere a questo Parlamento il suo sostituto, Renzi è convinto che la carta Prodi sarebbe quella giusta da piazzare. Sia per far scontare al Pd il suo peccato. Sia, nel caso, per avere dalla propria parte la persona giusta con cui organizzarsi per andare subito a nuove elezioni. Romano e Matteo. Enrico e Giorgio. E chissà che non sia proprio questo il grande duello che segnerà i prossimi mesi di questa tormentata legislatura


A breve l’Italia al collasso. Intervista a Ambrose Evans Pritchard

Larticolo sarebbe riassumibile con una frase: “Il dramma dell’Italia non è morale, ma dipende dalla crisi deflattiva cui è costretta per la sua partecipazione alla zona euro”.

Per chi vuole approfondire eccolo qui.

Fonte lantidiplomatico.it

di Alessandro Bianchi

Ambrose Evans Pritchard. International Business Editor of The Daily Telegraph– Dalle colonne del Telegraph, Lei ha scritto spesso come i paesi dell’Europa del sud dovrebbero formare un cartello e parlare con un’unica voce nel board della Bce e nei vari summit per forzare quel cambiamento di politica necessario a rilanciare le loro economie. Ritiene che il sistema euro possa ancora salvarsi o giudica migliore per un paese come l’Italia scegliere il ritorno alla propria valuta nazionale?

Quello che serve in Europa oggi è uno shock economico sul modello dell’Abenomics. Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, insieme alla Francia devono smettere di fare finta di non avere un interesse in comune da tutelare. Questi paesi hanno i voti necessari per forzare un cambiamento. La Bce oggi non sta rispettando gli obblighi previsti dai trattati e non solo per il target del 2%, dato che nei trattati non si parla solo d’inflazione, ma anche di crescita e di occupazione. Il dato dello 0,8% di ottobre è un autentico disastro per l’andamento della traiettoria di lungo periodo del debito. Senza un cambio di strategia forte, l’Italia sarà al collasso nel 2014. Il paese ha un avanzo primario del 2.5% del PIL e ciononostante il suo debito continua ad aumentare. Il dramma dell’Italia non è morale, ma dipende dalla crisi deflattiva cui è costretta per la sua partecipazione alla zona euro.
La politica è fatta di scelte e di coraggio. Fino ad oggi non si è agito per impedire che si dissolvesse il consenso politico dell’euro in Germania. Ma oggi c’è una minaccia più grande e se Berlino non dovesse accettare le nuove politiche, può anche uscire dal sistema. Il ritorno di Spagna, Italia e Francia ad una valuta debole è proprio quello di cui i paesi latini hanno bisogno. Del resto, la minaccia tedesca è un bluff ed i paesi dell’Europa meridionale devono smascherarlo. L’ora del confronto è arrivato.
– Il problema è che i governi attuali dell’Europa meridionale sembrano ipnotizzati dall’incantesimo del “più Europa” e non prendono in considerazione altre soluzioni. Da cosa dipende?
Recentemente ho avuto modo di incontrare a Londra il primo ministro italiano Enrico Letta ed abbiamo parlato proprio di questo. Alla mia domanda sul perché non si facesse promotore di un cartello con gli altri paesi dell’Europa in difficoltà per forzare questo cambiamento, il premier italiano mi ha risposto che secondo lui sarà Angela Merkel a mutare atteggiamento nel prossimo mandato e venire incontro alle esigenze del sud. Si tratta di un approccio assolutamente deludente. Enrico Letta, come anche Hollande in Francia, è un fervente credente del progetto di integrazione europea e non riesce ad accettare che l’attuale situazione sia un completo disastro. Questo atteggiamento non gli permette di comprendere le ragioni per cui l’euro sia divenuto così disfunzionale per i paesi membri.
– Coloro che sostengono che i paesi dell’Europa meridionale non possono tornare alle loro monete nazionali utilizzano due motivazioni in particolare: l’enorme inflazione conseguente all’inevitabile svalutazione ed il fatto di non poter poi reggere la concorrenza di colossi commerciali come la Cina. Le giudica corrette? 
Si tratta, in entrambi casi, del contrario esatto della realtà. L’euro è un’autentica maledizione per le esportazioni, che dipendono dai prezzi e dal tasso di cambio. I paesi europei sopravvalutati a causa della moneta unica hanno perso una quota importante del loro mercato globale a disacapito della Cina. Con Pechino che tiene lo yaun sottovalutato e con una moneta enormemente sopravvalutata, molte aree dove l’industria italiana eccelle sono inevitabilmente in crisi. Una crisi che dipende dal tasso di cambio.
Per quel che riguarda l’inflazione, qualora l’Italia dovesse procedere ad un collasso disordinato e caotico dell’euro, il paese potrebbe perdere nella prima fase il controllo dei prezzi. Ma oggi quest’ultimi sono già fuori controllo. Nei paesi dell’Europa meridionale è in corso una grave crisi di deflazione che rischia di riproporre il “decennio perso” del Giappone con contorni inquietanti per quel riguarda l’andamento debito/Pil. In Italia è passato dal 120% al 133% in due anni: si tratta di una trappola che sta portando il paese al collasso. Il problema da combattere oggi è la deflazione e non l’inflazione.
L’esperienza attuale dell’Italia e degli altri paesi della zona euro è molto nota in Gran Bretagna. Nel nostro paese ci sono stati due esempi similari di crisi di deflazione e svalutazione interna: agli inizi degli anni ’30 con il sistema del Gold Standard e nella crisi dello SME del 1991-1992. In entrambi i casi, il Regno Unito ha determinato la rottura del sistema e restaurato il controllo totale della propria valuta nel momento in cui gli interessi del paese erano messi a rischio. I critici al tempo utilizzavano la stessa argomentazione dell’inflazione, ma nel 1931 all’uscita del Gold Standard, in una situazione di deflazione interna, non vi è stato alcun aumento incontrollato dei prezzi, con lo stimolo monetario e la svalutazione che sono stati la premessa per la ripresa dalla Grande Depressione. La stessa identica esperienza l’abbiamo vissuta nel 1992 con la crisi dello Sme.
Spesso si tende ad avere un approccio superficiale alle questioni economiche e questo non aiuta il dibattito politico. Se dovesse lasciare l’euro, l’Italia dovrebbe optare per un grande stimolo monetario da parte della Banca d’Italia, una svalutazione ed una politica fiscale sotto controllo. Questa combinazione garantirebbe al paese una transizione tranquilla e nessuna crisi fuori controllo.
– Molto spesso coloro che reputano insostenibile il ritorno alle monete nazionali paventano anche l’insostenibilità di poter sopportare le inevitabili ritorsioni economiche della Germania. Si tratta di una minaccia credibile? 
Non c’è nulla di più falso. E’ negli interessi della Germania gestire l’eventuale uscita di un paese membro nel modo più lineare, regolare e tranquillo possibile. Nel caso di un deprezzamento fuori controllo della Lira, ad esempio, il più grande sconfitto sarebbe Berlino: le banche ed assicurazioni tedesche che hanno enormi investimenti in Italia sarebbero a rischio fallimento; ed inoltre, le industrie tedesche non potrebbero più competere con quelle italiane sui mercati globali. Sarebbe interesse primordiale della Bundesbank acquisire sui mercati valutari internazionali le lire, i franchi, pesos o dracme per impedirne un crollo. Si tratta di un punto molto importante da comprendere: nel caso in cui uno dei paesi meridionali dovesse decidere di lasciare il sistema in modo isolato, è nell’interesse dei paesi economici del nord Europa, in primis la Germania, impedire che la sua valuta sia fuori controllo e garantire una transizione lineare. Tutte le storie di terrore su eventuali disastri che leggiamo non hanno alcuna base economica.
– In diversi suoi articoli recenti, Lei dichiara come la spinta al cambiamento arriverà dalla Francia. Quale sarà l’elemento che lo determinerà in concreto?
Con la disoccupazione che cresce a livelli non più controllabili, Hollande, che ha posto come suo obiettivo primario della sua presidenza quello dell’occupazione, ha perso ogni credibilità e sta arrivando al limite di sopportazione con l’Europa.
Continua a leggere. La Seconda Parte dell’Intervista a A. Evans-Pritchard sull’antidemocraticità dell’Ue, il referendum inglese e “l’ultima battaglia” del maggio del 2014
 
http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=5961La Versione originale dell’Intervista: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=5968
(
Traduzione a cura della Redazione)


La sinistra inesistente

Per Calvino era il Cavaliere ad essere inesistente. Per il nostro Paese è la sinistra Cavaliere-fobica, invece, che sta seguendo inesorabilmente le sorti della sua nemesi. La decadenza, il crollo, lo sfaldamento. Condannata com’è all’inesistenza. O forse, per dirlo meglio, all’inutilità.

La domanda infatti che mi faccio ormai da mesi è: a cosa serve questa sinistra? A cosa servono Letta, Renzi, Civati e i vecchi marmatroni alle loro spalle? E la risposta è: a nulla. Un tempo esisteva una voce dominante – quella del capitalismo euroamericano per semplificare – e dall’altra parte una voce alternativa – quella del socialismo reale. Oggi non è più così. Tutti conoscono i molteplici perché quindi non mi dilungo. Ma il risultato è curioso. La sinistra, un tempo anticapitalista, è diventata sostenitrice del liberismo più spinto e delle politiche economiche maggiormente tese all’allargamento della forbice fra ricchi e poveri. I Chicago Boys un tempo erano di destra oggi sono sia di destra che di sinistra. Dietro alla facciata keynesiana di Boccia e Fassina ci sono le ricette di Alesina e Giavazzi. L’ideologia comunista è stata miseramente sostituita dall’europeismo. Ovvero dalla dottrina che predica il massacro dei popoli del vecchio continente per la salvaguardia dei diritti, quelli sì inviolabili, di banche d’investimenti, grandi gruppi industriali transnazionali e potenti burocrazie tecnocratiche.

Cosa succede quindi ai legittimi interessi delle moltitudini che i fantocci del PD-Sel-pseudo sinistre non rappresentano più?

L’esempio più rappresentativo è quello della sacrosanta opposizione all’integralismo europeista, alla fedeltà ai dettami della Troika, all’idiota ossessione per l’euro, alla svendita di goni residuo della sovranità.

A chi legge il compito di trarre le dovute conclusioni:

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“Lo scontro che si sta consumando nel PDL è qualcosa che va al di là della folkloristica divisione tra falchi e colombe o della più seria divisione tra lealisti, pontieri e governisti. Nella totale inconsapevolezza dei più, in ballo c’è il lucido e legittimo tentativo da parte di Alfano, Lupi, Quagliariello e altri, di portare il maggior partito del centro destra italiano all’interno del club di élite ed establishment di cui già fanno parte Monti, Letta, Prodi, Casini, D’Alema ed i soggetti politici loro collegati.

Il loro obiettivo è quello di legittimarsi all’interno di quei salotti e di quei contesti nazionali ed internazionali dove c’è il vero potere e nei quali nessun partito del Cdx italiano é mai entrato. Questo passaggio, comprensibile nella visione di una politica che è principalmente crescita personale dei suoi protagonisti, significa blindare i confini dell’azione di quel partito, che si chiami Pdl o Fi è indifferente, in accordo con i confini di un “politicamente corretto” individuato da altri, accettare che il loro movimento entri in una sorta di recinto di “legittimità burocratico istituzionale” e di contestuale sudditanza politica. Si accettano acriticamente i paletti definiti a livello europeo e ci si confronta con un altro schieramento che ha accettato le stesse regole e lo stesso terreno di confronto.

Ci si avvia, cioè, su una strada nella quale le differenze tra cdx e cds sono marginali perché la base comune politica è definita altrove, in altre sedi, in altri contesti, senza le problematiche che comportano i sistemi democratici. Non si può mettere in discussione “questa” Europa, non si può mettere in discussione “questa” moneta così costruita, non si possono ridefinire parametri fissati burocraticamente anche se uccidono un paese reale ed un popolo in carne ed ossa, si accetta la sudditanza della politica rispetto al sistema di finanza, burocrazia e banche attualmente alla guida di questo continente e del mondo.

Si accetta il passaggio, indolore e certamente più sicuro e redditizio per chi lo porterà avanti, di partiti che aderiscono ad un “sistema” predefinito nel quale la vittoria dei uno schieramento o di un altro poco cambia sul piano delle grandi scelte future. Si accetta un ruolo marginale della politica, un ruolo marginale dell’Italia, una lenta decadenza del suo modello produttivo fatto da milioni di piccoli imprenditori, si sottoscrive un patto con il diavolo che congela le possibilità di rappresentanza reale di interessi diffusi dei cittadini italiani per intraprendere la strada di un pensiero unico nel quale è consentito dividersi solo sugli aggettivi. I lati positivi di questo percorso sono molti, moltissimi, ma quasi esclusivamente individuali e non del paese e del popolo.

Il PDL berlusconiano era fuori da questo sistema. Lo era forse proprio in virtù del grandissimo conflitto di interesse del suo leader, perché la sua forza finanziaria e mediatica, privata, personale lo rendeva insensibile ed indifferente alle lusinghe ed offerte di quel sistema. E quel sistema lo ha sempre guardato con sospetto e diffidenza perché non era “comprabile” con sistemi tradizionali, non per superiorità morale, per ricchezza. L’unica sua necessità era garantire il suo “particolare” ma questo lo rendeva più libero su tutti gli altri fronti, più libero di ogni suo altro concorrente politico che doveva aggiustarsi difendendo una pluralità di interessi di altri poteri. Questa libertà, pur nascendo da una contraddizione democratica, lo rendeva capace di interpretare meglio di altri, con totale libertà e con scientifico cinismo, il sentimento popolare di una parte del paese. La sua forza in questi anni è infatti stata la diversa possibilità di espressione e linea che poteva permettersi rispetto ad altri schieramenti obbligati ad accettare compromessi continui con poteri reali esigenti e molto più forti della politica e delle Istituzioni democratiche. Allo stesso modo gli concedeva una disinvoltura realistica e pragmatica nei rapporti internazionali, dalla Libia alla Russia, che non poteva essere concessa all’Italia. Proprio per questo motivo, la riconduzione del Pdl nell’alveo della “linea giusta”, il passaggio politico dell’altro giorno, questo governo Alfetta o Lettano,  è stato benedetto in modo bipartisan, da Schulz in nome dei socialdemocratici e dalla Merkel in nome dei popolari, avvallato da un messaggio di parte del Presidente della Repubblica, unico nella storia repubblicana, di Squinzi, e di tutti quelli che in un modo o nell’altro devono la loro sopravvivenza o il loro futuro al sistema bancario/finanziario/burocratico attualmente al comando. Proprio a dimostrare che non esisteranno nemmeno più in Italia differenze se non marginali, tra i due schieramenti.    Ma questa possibile scelta del pdl, che da un lato rafforza le persone che l’hanno guidata, apre loro spazi di radiosi futuri personali, dall’altro uccide una possibilità di espressione democratica in questo paese e sancisce in modo drammatico la linea di scivolamento dell’italia nella categoria dei paesi di serie b, in attesa della c. La vicenda interna del pdl diventa pertanto importante non perché sembra ridisegnare il ruolo di Berlusconi, che negli ultimi mesi ha sbagliato a mio avviso tutto ciò che si poteva sbagliare, non per il destino di alcuni falchi che sono riusciti a regalare, con il loro integralismo, la palma di moderati seri a persone cui poco importa del paese ed ancor meno del centro destra, non per la classe dirigente che non esiste di un partito che non è mai nato, ma per la rappresentanza della parte produttiva di questo paese che sarà uccisa da “questa” Europa, per le piccole e medie imprese, per agricoltori, artigiani, commercianti, ma anche per i loro dipendenti, che hanno perso ogni possibilità di essere difesi dal percorso di distruzione scientifica portato avanti dalle scelte economiche funeste accettate dal nostro paese. Oggi siamo un po’ più accettabili in Europa, ma non per la nobiltà delle nostre scelte.

Oggi una parte in più del sistema politico italiano è stata fagocitata in questa informe accozzaglia di euroentusiasti senza ragione. Anche il centro destra è stato messo in sicurezza. Ma non è in sicurezza il paese. Ora questo Governo dei buoni e gentili, questo governo i cui leader assomigliano anche fisicamente ai burocrati europei, approverà un’ennesima manovra, da 10 miliardi se non 15: di tasse, di prelievi, di imposte. Saranno nascoste, magari avranno un nome straniero, saranno affiancate da alcune finte concessioni, come i 20 euro in busta paga, ma questo è il valore che entro dicembre faranno uscire dalle tasche degli italiani.

Questo governo proseguirà con la compressione scientifica, in nome della competitività, del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti. Questo governo non farà il minimo atto nei confronti di un sistema bancario che sta strozzando ogni giorno migliaia di imprese e famiglie. Questo governo non disturberà i manovratori europei. Questo governo aiuterà la lenta conquista da parte di multinazionali del mondo della parte sana industriale del paese. Questo governo magari  farà come sta facendo in Grecia il suo gemello e cercherà di far diventare reato di opinione le critiche all’Europa ed all’Euro. Questo Governo continuerà a dare più credito a Befera che ai milioni di italiani uccisi da cartelle ed interessi surreali. Questo governo continuerà a calpestare lo statuto del contribuente; questo Governo non sarà in grado di toccare minimamente lo strapotere di una burocrazia intollerabile. Quello di Alfano non può e non potrà essere il centro destra che Berlusconi aveva detto di volere e che non é mai riuscito a costruire perché in realtà non gli interessava. E’ un’altra cosa. Con una sua legittimità, una sua logica, una sua ratio, una sua nobiltà politica. Ma la parte di società che sempre si è riconosciuta nel centro destra sarà da domani orfana. Si apre quindi la sfida a rappresentare questo popolo. Una sfida che ha bisogno di parole d’ordine forti e di proposte concrete che rompano lo steccato nel quale é stato compresso il paese. parole come sovranità nazionale, interesse nazionale, identità nazionale, libertà. Sfida che non penso potranno più cogliere i falchi    o le colombe. Sfida che molte persone libere possono provare a raccogliere uscendo dalle prigioni dei vecchi partiti di appartenenza. Sfida che vorrebbe cogliere l’officina che abbiamo lanciato: sfidando il falso popolarismo europeo, svenduto alla finanza,  in favore del popolo, la svenduta socialdemocrazia europea in favore della parte più debole del paese, l’inutile demagogia grillina per costruire istituzioni credibili che difendano chi non ha voce.

Guido Crosetto – Coordinatore Nazionale Fratelli d’Italia

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http://www.youtube.com/watch?v=mRPOzV2V0dA&feature=share

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Scaraventare in faccia la verità fa male, quindi o la si anestetizza oppure – meglio – la si nasconde. Sentite un po’ cosa ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera: “Tutti sanno, senza ipocrisie, perché in Italia non si è mai passati attraverso un passaggio elettorale per misurare il consenso della nostra partecipazione all’Europa. Tutti sanno che il popolo avrebbe votato contro l’Europa, esattamente com’è accaduto in tutti i Paesi europei (tranne in un caso) ogni volta che si è data la parola al verdetto popolare”.
Più chiara e sfacciata di così la verità non potrebbe essere raccontata. L’Europa popolare non esiste, l’Europa delle elite sì. Di più, è la sola ad esistere. Quindi non c’è bisogno di formare un consenso attorno ad essa: basta imporla. Così è. L’Europa politica senza democrazia non potrà mai esistere, malgrado i pistolotti di Napolitano e compagni. Senza il coinvolgimento dei popoli resta solo la sovrastruttura verticistica, ovvero il potere della Troika e dei tecnocrati. Prova ne è il fatto che, proprio nel momento di maggiore crisi dell’Europa tra i popoli, sono stati inventati governi della paura, calati dall’alto. I governi tecnici, i governi della larghe intese, i governi della Bce e del Fondo Monetario.
I popoli non devono votare perché il grande progetto non può essere messo in discussione. Tutt’al più il popolo va educato, anche rieducato. Va convinto con appositi lavaggi del cervello mediatico. I giornaloni italiani in coppia con Raiset sono campioni del mondo della specialità. Il Corriere è stato il giornale dell’endorsement a favore di Romano Prodi prima come oggi è lo sponsor delle larghe intese nel segno della continuità con il fallimentare governo di Mario Monti: tutti gabinetti intoccabili e credibili. La Repubblica non è mai stata da meno. Gli anatemi del padre fondatore contro chi osa mettere in dubbio la Verità europea sono celebri. Il recente duetto filosofico tra Scalfari e Cacciari è stato uno dei punti più alti del fanatismo europeista celebrato in una tre giorni di dibattito promosso sotto le insegne della “Repubblica delle Idee”. Incontri, convegni, dibattiti tra euroconvinti ed euroentusiasti; nessuno spazio a tesi alternative. Le stesse idee che stanno seminando il panico a Bruxelles. E che i megafoni della troika stanno confinando nello spazio dell’estrema destra, come se i movimenti no global o OccupyWallStreet – tanto per citarne due – fossero di estrema destra.
I cittadini non devono sapere. Devono solo subire. E soprattutto pagare il prezzo dell’austerity che Bce, Commissione europea e Fmi hanno ordinato ai governi. Per questo le leve massmediatiche usate sono quelle del terrore: se si uscisse dall’euro ci sarebbe la catastrofe; state attenti alla demagogia e al populismo dei nuovi movimenti no euro, eccetera eccetera. Il messaggio dominante ed esclusivo è da pensiero unico: morte a chi tocca Europa ed euro. Rivendicare un referendum sulla moneta unica? Giammai! Sarebbe pericoloso perché il risultato potrebbe essere ancora una volta contrario ai disegni in corso.
L’Europa ha svuotato gli Stati, ne ha resettato le politiche economiche imponendo una moneta-non-moneta. L’Europa pilota i governi. L’Europa scrive le manovre finanziarie imponendo l’indebitamento privato, che è la più diffusa arma nelle mani dei governanti. Solo un simile fanatismo avrebbe potuto bloccare ogni crescita nazionale su una percentuale (il famigerato rapporto 3% pil-debito) divenuta un idolo intoccabile. L’economia reale italiana sta saltando per aria per colpa di questo rigore giudicato eccessivo dalla maggioranza dei nostri concittadini.
L’autonomia dei governi è zero di fronte ai diktat europei. Da qui una domanda: che senso ha votare per dei partiti che sanno solo scazzarsi su Berlusconi o su Bossi e che poi votano come un gregge impaurito ogni ordine impartito da quei poteri privi di mandato? Gratta gratta, sulle cose fondamentali (cioè quelle economiche) non ci sono differenze tra le diverse fazioni; essi sono una cosa sola. Il siparietto sull’iva o sull’Imu è solo una parte in commedia perché il fiscal compact approvato e inserito in Costituzione non lascia margini di crescita. Dovremmo privatizzare e liberalizzare, ci viene detto. Certo, continuiamo a calare le braghe a compagnie di giro (quando all’osso non c’è rimasto nulla) o alle potenti banche d’affari (quando invece si tratta di mettere le mani su acqua ed energia).
La crisi finanziaria ha bruciato tanti di quei soldi che in confronto – lo dico a mio rischio e pericolo – lo spreco della Casta è ridicolo! Eppure a quella globalizzazione finanziaria non viene dato alcun freno; di contro, allo sviluppo di imprese e famiglie si obietta sempre il rispetto dei vincoli europei.
I cittadini potranno anche non votare ma queste cose lo conoscono eccome. Perché le hanno imparate sulla propria carne viva.

Gianluigi Paragone – giornalista

 

 


Dalla padella alla brace

Ovvero dalla Troika al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Ovvero quello che sta per succedere e dal quale non usciremo più. O quasi.

L’articolo Antonio Stragapede che ribloggo da www.cittalibera.info è già pienamente esplicativo. Quindi sulla cosa non aggiungo nulla.

Voglio solo sottolineare il curioso susseguirsi di alcuni eventi. Per storia e modalità interpretative non sono certo un complottista. Ma è divertente vedere come gli interessi dei potenti si combinino creando scenari che spesso fanno sembrare le ipotesi di complotto chiacchiere da bar.

Partiamo da un presupposto. Un’Europea realmente unita, con un bilancio unico e un’economia florida avrebbe messo in discussione, e non poco, gli equilibri geopolitici del pianeta. Quindi:

1)     Nel 2008 la finanza creativa made in USA e il botto dei subprime spingono il mondo verso la più feroce crisi economiche che il capitalismo abbia mai affrontato

2)     L’Europa segue e ruota, forse fra 2008 e 2009

3)     La FED inizia a pompare denaro “inventato dal nulla” nel mercato per ricapitalizzare le banche e rilanciare l’Economia

4)     La BCE spinge per l’austerity e l’Europa entra in un profondo conflitto interno

5)     Nel 2013 l’economia USA cresce del 2,3% con prospettive per l’anno prossimo di aumentare la crescita sino al 3,5%; il tasso di disoccupazione cala al 7.5% livello più basso dal 2008

6)     Nel 2013 l’economia europea è in macerie. Il PIL italiano registra segni meno di trimestre in trimestre. La disoccupazione è a livelli tali che il governo Letta inventa un provvedimento pubblicitario per i giovani disoccupati. E’ l’unico modo per non rischiare i fucili in piazza. Nel resto d’Europa si sta ance meglio

Si tratta di fatto del risultato di una guerra in cui non è stato sparato nemmeno un colpo. Vincitori da una parte. Vinti dall’altra. Per vincere una guerra si deve essere disposti a subire delle perdite (anche gli americani hanno sofferto per lunghi anni e ancora non si sono completamente ripresi). Per vincere una guerra bisogna approfittare delle debolezze del nemico e colpire per annientare (la rigidità dei trattati europei era cosa conosciuta ben prima della crisi). Per vincere una guerra bisogna lasciare al nemico sconfitto la possibilità di riprendersi (e possibilmente di far ricorso ai tuoi servizi vendendo i suoi asset). In un Paese vinto si fa turismo a basso costo, si fa shopping a prezzi stracciati, la manodopera costa nulla. E in certi casi puoi addirittura assumere la veste del “salvatore” … la guerra di fatto l’ha combattuta per te un esercito mercenario. E la tua deniability è totale.

PS: per evitare i soliti commenti demenziali. Non sto assolutamente dicendo che lo scenario sia stato pianificato a tavolino. Ma certo che se io fossi stato un consulente del governo USA all’inizio della crisi e mi avessero fatto la domanda gli avrei risposto “lasciate che la piaga si diffonda. Noi la medicina ce l’abbiamo. Loro no. Il nostro sarà al massimo un collateral demage. Ma loro mendicheranno per le strade”.

Buona lettura

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………… sto per raccontarvi una storia anzi una storiaccia di quelle che se l’Italia fosse un Paese normale riempirebbero le prime pagine dei giornali (altro che le trombate vere o presunte di B); di quelle che riempirebbero le piazze di gente incazzata e per le quali varrebbe davvero la pena di far dimettere in massa 200 deputati dal Parlamento (ogni riferimento a persone e/o cose reali è puramente voluto).

Alcuni giorni fa quella manica di fanatici, bigotti, fondamentalisti che reggono le sorti dell’Eurozona e che con troppa benevolenza ci limitiamo a definire “tecnocrati” ha redatto un documento ufficiale nel quale si mette nero su bianco che il salvataggio delle Banche private europee sarà pagato dai Governi e dai contribuenti europei.

Qualcuno obietterà … bella novità è dall’inizio della crisi che i contribuenti europei stanno pagando per salvare il culo alle Banche cosa c’è di nuovo? Beh di nuovo c’è che questa volta sono stati compiutamente descritti regole, metodi, cifre, vincoli che regolamenteranno  l’intero processo, lasciando poco spazio all’improvvisazione e all’immaginazione.

Il tutto avverrà tramite il MES ovvero il Meccanismo Europeo di Stabilità  detto anche Fondo Salva Stati ovvero quel meccanismo infernale e assurdo partorito dalle obnubilate menti di qualche banchiere per “salvare” gli Stati europei dal rischio di default. Semplificato ai massimi livelli il Fondo Salva Stati non è che un gigantesco Istituto di Credito sovranazionale dai poteri illimitati nel quale gli Stati Europei hanno deciso di versare soldi in gran parte prelevati dalla tasse dei loro cittadini (l’Italia si è obbligata per il momento a pagare la somma di € 125.000.000.000 – leggasi centoventicinque miliardi in 10 anni) ma tale somma potrebbe essere aumentata a giudizio insindacabile del MES. Tra il 2012 e il 2013 l’Italia avrà versato al MES la somma di € 35.000.000.000 (leggasi trentacinque miliardi). Se uno Stato si trova in difficoltà e non riesce a piazzare sul Mercato i titoli del debito pubblico che gli consentono di pagare stipendi, pensioni e quant’altro chiede aiuto al MES che gli “presta” i soldi che lo stesso Stato vi ha già depositato, in cambio di qualche ulteriore cessione di sovranità.

Avevo già fatto notare che i soldi che “generosamente” il MES  presta agli Stati per “salvarli” in realtà servivano in larga misura, come nel caso della Grecia, a salvare i crediti che le Banche private avevano nei confronti dello Stato in difficoltà in quanto possessori dei titoli del debito pubblico di quel Paese. E cioè in realtà il “salvataggio” degli Stati non era altro che il “salvataggio” delle banche private, spesso straniere, rispetto allo Stato da salvare. Ma qui si è andati ben oltre.

Adesso si è messo nero su bianco che il cd. Fondo Salva Stati non servirà solo a “salvare” gli Stati ma servirà direttamente a ricapitalizzare le banche private a rischio di fallimento.

C’è un gigantesco bubbone che sta minando alle fondamenta la sostenibilità di tutto il sistema economico occidentale ed in particolare nei Paesi dell’Eurozona: è costituito dai crediti in sofferenza delle banche (in inglese NPL Non Performing Loan).

Secondo alcune stime il totale dei crediti in sofferenza nelle banche private della zona Euro ammonterebbe alla considerevole cifra di € 720.000.000.000 (720 miliardi) dei quali ben 500 sarebbero concentrati nei Paesi periferici; queste stime tuttavia non possono che essere approssimate per difetto vista l’oramai consolidata abitudine delle banche private di “truccare” i propri bilanci nascondendo sotto il tappeto la polvere tramite il massiccio ricorso a prodotti derivati che “aggiustano” fittiziamente i bilanci (Monte dei Paschi di Siena docet).

E non è tutto: le aberranti politiche di austerity imposte dalla Germania all’Eurozona stanno rapidamente facendo aggravare la situazione specie nei Paesi periferici dove la percentuale dei crediti in sofferenza sta rapidamente aumentando.

In Italia il NPL ha recentemente raggiunto la percentuale del 13,4 % del totale degli attivi bancari più o meno come la Spagna e il Portogallo ma ancora al di sotto dell’Irlanda 19% e della Grecia 25%.

Per il momento la ricapitalizzazione diretta delle Banche private da parte del MES è limitata alla somma di 50-70 miliardi di euro, ben poca cosa rispetto alle dimensioni del bubbone che sta per scoppiare, ma è il principio quello che spaventa e che dovrebbe indignarci, sdegnarci e farci incazzare come iene.

Si stabilisce infatti che sarà compito degli Stati ricapitalizzare la banche private in difficoltà e che, nel caso in cui questi non riescano a farvi fronte, interverrà il MES. In altri termini o tramite l’intervento diretto dello Stato o tramite quello in seconda battuta del MES (finanziato dagli stessi Stati) saranno sempre i cittadini a pagare il conto, che si prevede salatissimo, del “salvataggio” delle banche private in difficoltà.

Secondo alcuni ciò che sta avvenendo in Europa in questo periodo è il più grande trasferimento di ricchezza dall’economia reale alla finanza che sia mai avvenuto nel corso della storia. Perchè se è vero che tutto il sistema economico e finanziario occidentale è “bancocentrico” e cioè per funzionare ha bisogno delle banche qui in Europa, dove non ci vogliamo mai far mancare nulla, il rapporto tra Stati e banche è diventato patologico.

Gli Stati infatti dopo aver ceduto la loro sovranità monetaria alla BCE per potersi finanziare e quindi sopravvivere hanno bisogno che le banche private acquistino sul Mercato i loro titoli del debito pubblico; sino a quando le cose vanno bene le Banche realizzano grandi profitti ma nel momento in cui per politiche sbagliate, per propria inettitudine, o per semplici ruberie le cose vanno male chiedono aiuto allo Stato che usa le tasse dei cittadini per ricapitalizzarle ed evitare il loro fallimento secondo il più classico dei principi dell’integralismo liberista… privatizzare i guadagni, socializzare le perdite!

Ora, qualche sapientone che scrive sui giornali di regime ci verrà a raccontare che anche negli Stati Uniti tra il 2008 e il 2010 la FED ha ricapitalizzato le Banche private “too big to fail” e questo ha impedito l’implosione di tutto il sistema e ora sta consentendo all’economia americana di uscire dalla crisi tanto che recentemente il Governatore della FED, Bernanke, ha dichiarato che smetterà di iniettare liquidità nel sistema perché l’economia può consolidare la sua ripresa da sola. Se l’hanno fatto gli Stati Uniti e ora stanno uscendo dalla crisi dobbiamo farlo anche noi. Ma proprio qui casca l’asino!

Perché negli Stati Uniti le Banche private sono state salvate senza troppo clamore dalla FED tramite una massiccia e oceanica iniezione di liquidità creata dal nulla! Tra il 2008 e il 2010 la FED ha creato con un semplice click del computer una quantità enorme di liquidità (parliamo di una cifra prossima ai 7.700 miliardi di dollari)  che è servita a sostenere il corso dei titoli finanziari e a ricapitalizzare direttamente il capitale sociale delle Banche private.

Nessun cittadino americano ha pagato né direttamente né indirettamente un solo centesimo di dollaro per ricapitalizzare le Banche private americane responsabili della crisi finanziaria sistemica verificatasi nel 2008. E come se non bastasse il Governatore Bernanke ha deciso di dare ulteriori stimoli all’economia americana decidendo di far acquistare dalla FED a partire dal 2008 e a tutt’oggi ottantacinque miliardi di titoli del debito pubblico al mese.   

Secondo le teorie monetariste alla Milton Friedman così accreditate e fideisticamente seguite in Europa una iniezione così massiccia di liquidità creata dal nulla (parliamo di una quantità enorme pari a circa 3 volte il PIL dell’Italia) avrebbe dovuto avere effetti devastanti sull’economia americana determinando un aumento esponenziale dell’inflazione e una svalutazione enorme del dollaro.  

In realtà è successo questo:  impatto sull’inflazione pressocchè ininfluente; economia americana che cresce del 2,3% con prospettive per l’anno prossimo di aumentare la crescita sino al 3,5%; tasso di disoccupazione in calo al 7.5% livello più basso dal 2008. Pensate che questo abbia incrinato le inossidabili certezze degli euro-tecnocrati di Bruxelles?   

No cari amici piddini e pidiellini, non c’è nulla che possa incrinare le granitiche e inossidabili certezze dei tecnocrati di Bruxelles; il loro fanatismo ideologico liberista ha permeato dalla sua costituzione questa Europa delle banche e della finanza che non diventerà MAI un’Europa dei popoli.

E anche quello che tra qualche giorno il nostro primo Ministro Letta si appresta a festeggiare come un successo personale (aver ottenuto che l’Europa sostenesse le politiche per l’occupazione giovanile con un impegno di spesa di 3 miliardi di euro da dividere per i 27 Stati dell’Eurozona) è talmente risibile, considerata l’entità della crisi in atto, che equivale a provare a spegnere l’incendio di una foresta con un secchiello di acqua.

Ormai dobbiamo prendere atto con dolore e con dispiacere ma con realismo che la bella nave sulla quale abbiamo voluto a tutti i costi imbarcarci inseguendo il sogno europeo, come il Titanic, si sta andando a schiantare contro un iceberg. Dobbiamo scendere dalla nave prima possibile e provare a metterci in salvo: non è detto che riusciremo comunque ad evitare l’impatto con l’iceberg ma, se non altro, quando avremo riacquistato la nostra sovranità, ridiventeremo arbitri e padroni del nostro destino.   


Il trucco mediatico dell’inflazione

Quante volte avete sentito il ritornello in televisione, sui giornali, perfino al bar? Mettere in circolo nuova moneta fa scattare alle stelle l’inflazione. Aumentano i prezzi e cade in picchiata il potere d’acquisto dei salari.

Questa convinzione è ormai un luogo comune dato per scontato. Come che gli zingari rubano, che in Inghilterra piove sempre e che mettersi il k-way durante il jogging aiuti a dimagrire. In pochi sanno che quel mantra è in realtà la semplificazione comunicativa della “teoria quantitativa della moneta” elaborata dall’economista americano e vate del neoliberismo Milton Friedman. Una teoria quindi. Come un’altra. Nella fattispecie basata sull’analisi dei processi economici dal solo punto di vista dell’offerta. C’è un piccolo problema però. Il capitalismo può essere osservato anche dal lato della domanda. E da lì le cose sono ben diverse.

In questi mesi in molte parti d’Europa – poco in Italia a parte le boutade di Mr.B – si affronta il dibattito su “euro sì, euro no”. E quasi tutte le ipotesi di uscita prevedono il ritorno alle monete sovrane, la disponibilità del cambio flessibile come strumento macroeconomico e l’eventuale emissione di moneta per ridare liquidità al mercato e spingere la ripresa.

Ditelo a chiunque dei soloni delle larghe intese e vi risponderà con il mantra. Anzi, per essere precisi, ditelo a chiunque ha il culo sugli scranni del Parlamento e  vi risponderà con il mantra. Su questa questione l’opposizione non esiste. Su tutte le altre cazzate, invece, sfodera la sciabola. Bontà loro.

E allora delle due l’una. O questi signori stringono la mano e inneggiano a folli criminali irresponsabili oppure vi raccontano balle. E io propendo per la seconda. Perché se non sbaglio nei giorni del G8 ho vito più volte lo sguardo fiero e scamiciato di Letta stringere il manone scuro del Nero più Bianco d’America. E pensate forse che Letta non sappia che negli ultimi 4 anni la Federal Reserve non ha fatto altro che alimentare la domanda grazie all’immissione sul mercato di nuova liquidità?

E’ esplosa forse l’inflazione? I prezzi sono forse schizzati alle stelle? Gli americani sono insorti perché le mele costano 20 dollari al chilo? Nemmeno per idea. L’economia degli Stati Uniti, invece, ha iniziato di nuovo a crescere. Di soli 2,5 punti si dirà. Roba che in questo Paese questi tassi di crescita non li vedremo più per decenni.

Ce lo racconta bene Krugman:

Brad DeLong ha scritto un pezzo abbastanza lungo e intricato su quello che sembrava un pronostico di John Cochrane, all’inizio della Grande Recessione, ovvero che l’espansione della Fed della base monetaria avrebbe alzato l’inflazione. Ma io credo che sia questo il punto principale, cioè che tutte le persone che predissero l’aumento dell’inflazione  quattro anni fa avevano ragione di farlo, visti i loro modelli. E la lezione dell’attuale bassa inflazione – una lezione che la maggior parte di loro si rifiuta di imparare – è che i loro modelli erano sbagliati.

In sostanza, molte persone di destra avevano e hanno una visione della crisi solo sul lato dell’offerta. Disponibile in diverse versioni: c’è l’opinione che le indennità di disoccupazione e Obamacare stanno riducendo l’offerta di lavoro, c’è la visione austriaca che la bolla ci ha lasciato con una struttura del capitale che non funziona e probabilmente altre versioni che mi sfuggono. Fatto sta che, qualunque fosse l’interpretazione dal lato dell’offerta, la decisione della Fed di rispondere cercando di pompare la domanda, che ha fatto aumentare notevolmente la base monetaria, avrebbe dovuto essere inflazionistica.

Ma non è stato così. Che è ciò che la gente dal mio lato della discussione aveva detto fin da subito. Perché abbiamo riconosciuto che il crollo della domanda ci aveva spinto in una trappola della liquidità in cui problema della Fed era la mancanza di trazione, non l’inflazione.

La cosa deludente è, come ho già suggerito, che quasi nessuno è stato indotto da questo drammatico fallimento della previsione – o l’errore simile su tassi di interesse – a cambiare punto di vista, e forse anche ad ammettere che i keynesiani avevano ragione.

Ironia della sorte, il monetarismo nato negli USA sembra essersi impossessato del vecchio continente. Austerità, recessione, caduta libera del PIL e del reddito medio. Aziende che chiudono, 100 negozi al giorno che falliscono, 40% dei giovani senza lavoro. Niente ferma l’ossessione ragionieristica dei Monti d’Europa per i conti in ordine e per la quantità di moneta in circolazione. E niente li fermerà. Né l’Immensa Depressione (se quella del ’39 era Grande non saprei come altro chiamare quella che ci aspetta dietro l’angolo) dei prossimi anni, né le eventuali proteste di piazza.

Alla fine, quando osservo gli scenari che ci si parano di fronte sono tristemente convinto che accanto alla competenza, all’etica e al senso di responsabilità di chi gestisce la cosa pubblica, sia morto il buon senso. Quella regola aurea che i nonni ci insegnavano nelle giornate di pioggia. Se fai una cosa e quella non funziona, fanne un’altra.


Bugiardi

All’insediamento del neo governo della Troika nel Protettorato Italia mi meravigliavo del fatto che le parole ormai abbiano perso completamente di significato. I campi semantici vengono talmente estesi da comprendere all’interno dei confini smisurati tutto e il contrario di tutto. Si dice politica e si pratica una versione parolaia del sopruso. Si dice populismo quando le proposte provengono da altri. Salvo poi definirle provvedimenti urgenti una volta assimilate. Si dice scienza e si pratica una sorta di oscura religione dei numeri che verifica sé stessa senza mai guardarsi da fuori o porsi le domande da nuove angolazioni.

Ma c’è una parola della quale è più difficile distorcere il significato. Bugiardi. Ovvero coloro che mentono. Ovvero l’unico modo di definire la cerchia che conia il Letta-pensiero. Perché il bugiardo non è colui che mente in buona fede. Pensando di dire la verità. Il bugiardo è colui che mente sapendo di mentire.

In molti si sono chiesti come mai nel discorso di insediamento Letta avesse tracciato la road map di mirabolanti provvedimenti per l’emergenza disoccupazione-recessione-calodelladomanda senza alcun cenno alle risorse per realizzarli. D’altra parte la differenza fra la campagna elettorale e l’esercizio delle funzioni di governo dovrebbe essere proprio questa. Almeno una delle differenze. Altri sono rimasti perplessi per la sua risposta ai cronisti tedeschi. “Dove troviamo i soldi sono affari nostri!”. E tutti (i più sprovveduti o cerebrolesi) ad applaudire. Bravo Letta. Finalmente dici qualcosa di nazional-popolare. E giusto nazional popolare, perché un paio di battute di Alberto Sordi dopo gli applausi non sarebbero sembrate per niente stonate. E almeno qualcuno avrebbe riso.

In realtà c’era poco da meravigliarsi. I numeri non c’erano perché, stanti le cose, quei numeri non esistono. Non possono esistere. Ai giornalisti tedeschi non poteva mica rispondere “tranquilli, lo so che se dobbiamo continuare a pagare voi strozzini teutonici non possiamo mica spendere anche i soldi per ristrutturare la domanda giù da noi. Dico queste cose perché almeno il belpaese sta tranquillo e non mi becco la prossima pallottola che vola per le strade”.

Perché Letta lo sa benissimo che anche per il 2014 la crescita non ci sarà. E l’austerità non potrà essere allentata del tanto necessario a sbloccare investimenti pubblici che rilancino la domanda, reimmettendo reddito (e quindi spesa) nelle tasche della gente e delle imprese. Perché lo sa? Perché lo dice la Commissione Europea nel report uscito venerdì scorso. Lo dice il Ministro dell’Economia dell’UE. Lo scrive a chiare lettere il Financial Times, che non è proprio l’ultimo foglietto anarco-bolsceviko con la kappa.

Vi incollo qui l’articolo di Peter Spiegel. Traduco i tratti salienti. Uso Google perché non ho tempo, tanto il senso si capisce. Interessanti le proiezioni sul disastro cipriota.

EU economies to breach deficit limits as economic picture darkens

Three of the eurozone’s five largest economies will bust through EU-mandated deficit limits this year as the bloc’s recession continues to deepen, according to highly anticipated European Commission forecasts published on Friday.

In addition to the anticipated breaches by France, Spain and the Netherlands, the currency union’s third-largest economy, Italy, will come within a hair’s breadth of missing the limit of 3 per cent of economic output, with a 2013 deficit forecasted at 2.9 per cent.

The across-the-board misses come as the eurozone’s economic picture continues to darken. Gross domestic product in the bloc is now expected to drop 0.4 per cent this year, down from a 0.3 per cent projection just six months ago.

Il complessivo fallimento nel rispettare il vincolo del 3% arriva mentre il quadro economico della zona euro continua a scurire. Il prodotto interno lordo nel blocco dovrebbe scendere dello 0,4 per cento quest’anno, passando da una proiezione di 0,3 per cento appena sei mesi fa.

Even though the commission now forecasts a return to solid economic growth will be delayed until 2014, it said it will not be enough to help the region’s bleak unemployment outlook. It will hit 12 per cent in the eurozone this year and stay at those levels next year as well, the commission projects, with “differences across member states expected to remain very large”.

Despite the multiple breaches of EU deficit limits, Olli Rehn, the EU economic chief, is expected to give France, Spain and the Netherlands waivers later this month, allowing them another year or two to get back under 3 per cent. Mr Rehn’s waivers are part of a growing consensus in Brussels that the eurozone needed to ease its austerity-led crisis response.

Anche se ora la Commissione prevede un ritorno alla crescita economica solida sarà ritardata fino al 2014, ha detto che non sarà sufficiente per aiutare desolante prospettiva di disoccupazione della regione. Sarà colpito il 12 per cento nella zona euro quest’anno e rimanere a questi livelli anche l’anno prossimo, i progetti della Commissione, con “differenze tra gli Stati membri che dovrebbero rimanere molto grande”.

“Fiscal consolidation is continuing, but its pace is slowing down,” Mr Rehn said in a statement issued along with the forecasts.

Il consolidamento fiscale sta continuando, ma il suo ritmo sta rallentando”, Rehn ha detto in una dichiarazione rilasciata insieme con le previsioni.

The forecasts also contain the EU’s first public projections of the damage last month’s botched bailout of Cyprus will have on the island’s economy. This year, the Cypriot economy is projected to shrink by 8.7 per cent and another 3.2 per cent in 2014.

Le previsioni hanno anche prime proiezioni pubbliche dell’UE del danno pasticciata piano di salvataggio di Cipro del mese scorso avrà sul l’economia dell’isola. Quest’anno, l’economia cipriota è proiettata a ridursi del 8,7 per cento e di un altro 3,2 per cento nel 2014.