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Chi ha paura di Grillo?

E del Movimento Cinque Stelle, è necessario aggiungere. La domanda è lecita. Perché quando si attiva la logica dei due pesi e delle due misure (2P2M), allora qualcosa non quadra.

Un inciso prima di proseguire. Che siate d’accordo o meno con le proposte, le posizioni, i programmi del M5S la riflessione è comunque interessante dal punto di vista degli equilibri (forse meglio disequilibri) politici nel nostro Paese.

L’esempio più palese della necessità dell’interrogativo è il recente referendum interno al M5S sulla abrogazione del reato di immigrazione clandestina. 2 terzi degli aventi diritto hanno votato per l’abrogazione del reato. Esattamente il contrario di ciò che Grillo stesso aveva indicato. Puntuale è scattata la logica 2P2M. Se il leader zittisce i suoi iscritti si sollevano le urla di chi mette in dubbio la democrazia interna al Movimento. Se il leader si sottomette alle indicazioni del suo “popolo”, allora dovrebbe dimettersi (da cosa non si capisce). In sostanza un leader democratico non può esistere. O sei autoritario o devi dimetterti.

Tuttavia, a prescindere che siate d’accoro o meno con il reato in questione – o che siate d’accordo o meno con una o l’altra delle violazioni della democrazia – la cosa curiosa è da dove vengono gli strali contro il M5S

Inizia l’Unità:

Titolone in prima pagina “Grillo cade nella Rete”.

Poi l’articolo di Michele di Salvo

Dimissioni, se Beppe Grillo fosse un vero segretario

MICHELE DI SALVO «DALLE 10 ALLE 17 GLI ISCRITTI CERTI- FICATI HANNO ESPRESSO IL PARERE VINCOLANTE SUL VOTO che il gruppo parlamentare del Senato dovrà esprimere domani 14 gennaio sul “reato di clandestinità”. 15.839 hanno votato per la sua abrogazione, 9.093 per il mantenimento. I votanti sono stati 24.932. Gli aventi diritto erano gli iscritti certificati al 30 giugno 2013, pari a 80.383». Manca la firma «la Casaleggio e associati rende noto». Non si sa se anche approvi, ma tant’è. E con questo laconico comunicato che dal blog di Beppe Grillo, organo unico più che ufficiale del Movimento 5 Stelle, il popolo pentastellato apprende l’esito di questa consultazione, e tutti noi a nostra volta finalmente sappiamo, in barba all’articolo 67 della Costituzione, come il terzo gruppo in Senato voterà domani. Con questo comunicato si chiude – forse – una polemica politica e programmatica profonda, proprio con alcuni senatori che avevano sollevato la questione, rivendicato la decisione come comunque coerente con il proprio elettorato (e la propria coscienza), e ne era sorta una violentissima controversia, con un Beppe Grillo che si è lasciato sfuggire anche che «se avessimo detto che avremmo fatto questo ai nostri elettori avremmo preso percentuali da prefisso telefonico». I TEMI CARI ALLA GENTE Sl, un Beppe Grillo sempre molto attento ai temi «cari alla gente», non tutti, solo quelli vendibili in un populismo facile, senza troppe argomentazioni, condito con qualche cifra sbagliata e soprattutto senza mai rispondere alle domande scomode e senza mai rendere conto di molte sue affermazioni. Già, a un Grillo impegnato in questi giorni a definire una linea coerente con i suoi riferimenti europei, da Alba dorata ai No Euro alla parte movimentista del Fronte Nazionale, agli euroscettici inglesi e spagnoli, per un Beppe impegnatissimo a drenare i voti del centro destra tanto da «mandare in India» una sua delegazione perché finalmente si è accorto del caso dei marb, avere anche questa seccatura proprio non deve essere andata giù. Del resto il suo inseguimento della Lega Nord sui temi dei «clandestini criminali» e «immigrati che ci rubano il lavoro» è uno Stavolta a chi darà la colpa? Ai media contrari oppure ai complotti delle note lobby degli immigrati clandestini? dei pochi contenuti sui quali, c’è da dirlo, il Beppe nazionale e nazional-popolare non si è mai smentito. NIENTE DIKTAT Stavolta però sarebbe stato troppo continuare a far da sé, minacciare espulsioni e ritorsioni e diktat, perché di una qualche base hai pur bisogno se quanto meno alle elezioni europee vuoi presentare la lista della rabbia e dello sfascio. E allora dopo aver già messo a dura prova i suoi, decidendo da solo che «in Sardegna non ci si presenta» (numeri dei sondaggi alla mano sarebbe stata una debacle, ma non lo puoi mica dire e ammettere), una forma di «partecipazione» doveva tirarla fuori dal cilindro del suo blog. Ci ha pensato Casaleggio. Consultazione alla chetichella, poche ore senza alcun preavviso (le precedenti consultazioni erano state annunciate con svariati giorni di anticipo), e vediamo che cosa esce fuori. Gli è andata male. Stavolta ha perso Beppe Grillo. Certo, sarà colpa dei media contrari (che però per una volta non si sono occupati della vicenda), dei complotti delle note lobby degli immigrati clandestini, o per una volta di una sana e spontanea linea più che politica direi semplicemente «umana»? Certo quelle percentuali di votanti, appena 25mila su 80mila, qualche margine lo offrono. In fondo sarà stato per questo. In un qualsiasi partito o movimento anche solo tendenzialmente democratico, il «segretario» prenderebbe atto che la sua linea è stata bocciata, convocherebbe una direzione, un’assemblea, qualsiasi cosa di collegiale e rappresentativa della base «umana» del suo movimento, e si dimetterebbe. IL PROPRIETARIO Ma come fai nel caso di Grillo? Lui è il proprietario del logo, il presidente di un’associazione a tre con suo nipote e Gianroberto. Privarlo del logo sarebbe un esproprio proletario, o una donazione forzata. E poi a chi? In attesa di sciogliere un dilemma, che perla verità siamo certi Beppe non si è mai posto, registriamo la fine del laconico comunicato. Più per la sua base leghista e di destra che per noi o per i suoi: Beppe precisa «con l’abrogazione si mantiene comunque il procedimento amministrativo di espulsione che sanziona coloro che violano le norme sull’ingresso e il soggiorno nello Stato». Adesso sì che siamo tutti più tranquilli.

Le parti in neretto fanno capire fin troppo bene l’antifona. Per l’organo ufficioso (uno dei tanti) del PD Grillo va a destra. Cerca i voti degli euroscettici (che per definizione sono di destra visto che gli euristi più convinti sono di sinistra?) e dei movimenti razzistoidi.

Gli risponde il Giornale e la penna è quella del suo direttore.

Grillini Fuori controllo. Il titolo accenna di nuovo alla questione della democrazia interna. Il Leader non li controlla più.

II Movimento Cinque Stelle sconfessa il suo leaderBeppeGrillo e si schiera per l’abrogazione del reato di clandestinità. La decisione è il risultato di un referendum lanciato su Internet tra gli iscritti: due terzi hanno votato sì, solo un terzo ha seguito l’indicazione del capo che soli pochi mesi fa aveva pubblicamente smentito – e fermato – un suo parlamentare che voleva proporre una le : e pro immigrazione facile. Per chi non lo sapesse, il reato di clandestinità non è una tortura suppletiva per i disperati che sbarcano sulle nostre coste, ma una norma di legittima auto-tutela di un libero Stato in vigore in tutti i Paesi civili, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa. Adesso lo sappiamo: votare Cinque Stelle vuol dire andare verso una immigrazione selvaggia eimpunita. Non cheorail reato di clandestinità spaventi più di tanto o serva da diga contro le ondate di immigrati. Ma ribadisce un principio fondamentale: in Italia entra solo chi ha un permesso, e quindi un lavoro e quindi una casa. Su questo non si può e non si deve trattare, pena abdicare alla sovranità, oltre che alla sicurezza delle nostre città. Quello dell’immigrazione clandestina non è l’unico caso in cui i grillini scherzano col fuoco. Le loro coccole ai manifestanti NoTav nei giorni caldi delle contestazioni violente in Val di Susa avevano creato un alone di simpatia attorno a un movimento, i No Tav, che oggi scopriamo pesantemente inquinato non solo da facinorosi e delinquenti comuni, ma addirittura da terroristi. Sono infatti di queste ore minacce di morte in puro stile brigatista che, sotto la bandiera No Tav, vengono rivolte a giornalisti, politici e addirittura magistrati. La deriva dei Cinque Stelle conferma il sospetto che da sempre abbiamo nutrito. Un conto sono le estrose, e a volte condivisibili, esternazioni di Grillo contro la casta, le banche voraci e l’Europa del cappio all’Italia. Altro è lo zoccolo duro dell’elettorato Cinque Stelle, pericolosamente vicino all’ala più radicale della sinistra e forse anche oltre. Qui uno rischia di votare per abolire i vitalizi dei parlamentari e di ritrovarsi con i clandestini liberi e protetti, con i violenti a farla da padroni in Val di Susa, con una nuova stagione di terrorismo. E per come si stanno mettendo le cose non c’è certezza che il vecchio Grillo riesca a tenere la situazione sotto controllo via Internet. Anzi, il voto di ieri, semmai, dimostra il contrario.

Per Sallusti Grillo va a sinistra. Anzi di più. Ci regalerà una nuova stagione di terrorismo sanguinario. Non solo ma è un leader troppo democratico, che non riesce tramite la magica bacchetta della Rete a tenere a bada i suoi iscritti.

Ma insomma Grillo va a destra o va a sinistra?

La risposta a una domanda stupida non può che essere idiota nel contenuto e inutile nella forma.

La realtà è che la campagna elettorale per le Europee è già bella che iniziata e i due Centri (quello a destra e quello a sinistra) se la fanno addosso. Cosa succederebbe se i loro magici sondaggi prendessero una cantonata peggiore di quella presa alle politiche dello scorso anno? Cosa succederebbe se le operazioni di maquillage del giovanilismo renzalfaniano o dell’ennesima plastica berlusconiana si rivelassero inutili mascherate? Che rinsaldano la fede dei duri e puri ma non convincono gli indecisi, ago della bilancia e necessari per la vittoria elettorale?

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Chi ha paura di uscire dall’euro

www.rischiocalcolato.it ha fatto una simulazione. Una delle tante che gli studiosi fanno ormai da tempo. Non è difficile capire cosa succederebbe semplicemente “guardando le figure”.

Lo scenario 3 ovviamente implica un’uscita controllata e una classe politica responsabile. Se il primo fattore presenta dubbi, in Italia il secondo è pura fantasia.

Di conseguenza ….

Debito pubblico

Debito pub
Disoccupazione

Disocupazione

PIL

PIL

Produzione Industriale

Prod Ind


Cosmologie: la Grande Fratellanza Euriana di Fubini

I luoghi comuni sono relativamente facili da creare. Ed estremamente duri a morire. Quelli sull’economia, poi, arrivano fino alle parole dei capi delle redazioni economiche. Ovvero quelle voci che dovrebbero informare lettori e ascoltatori e che inevitabilmente, invece, li formano. Li addestrano. Contribuendo alla cementazione delle culture di cui parlavo ieri. E creando vere e proprie cosmologie rassicuranti.

Parto da un esempio di oggi. Eh sì, ormai sempre più spesso è necessario fare il quotidiano debunking di ciò che viene detto e scritto sui media mainstream. Una nobile professione si penserà. Orientata a mostrare le cose sotto luci diverse. Certo però che palle! Ma questa gente non potrebbe approfondire un po’ di più? O forse nemmeno i loro comportamenti interpretativi sono poi così semplici da spiegare? Vediamo.

Prima pagina del Corriere della Sera. Federico Fubini, classe ’66, caporedattore Economia. Uno che scrive libri premiati. Una penna di quelle accreditate. Credibile. Il titolo di oggi è “L’illusione di avere tempo”. Scrive Fubini.

Nel 1992 l’Italia, oberata dai debiti fu costretta a uscire dall’accordo di cambio europeo e svalutare la lira del 30%. Gli investitori esteri che avevano comprato i Btp sulla base dell’impegno del Paese a restare nel sistema monetario, si ritrovarono con una perdita effettiva di un terzo del capitale. Fra loro c’è senz’altro chi si sarà sentito tradito, ma gli italiani non ebbero mai la percezione di non aver mantenuto i propri impegni. Al contrario, con i loro sforzi e grazie la scelta politica del resto d’Europa sei anni dopo erano già nell’euro: mai un Paese è passato così in fretta dalle stelle alle stalle dell’affidabilità finanziaria, da tassi argentini a tassi tedeschi. Questa manna non può tornare, ma devono essere stati episodi così ad aver convinto qualcuno che lo stellone ci assisterà sempre.

Una parentesi necessaria prima di passare al debunking. Le culture di tutti i tempi per spiegare ciò che le circonda sono costrette necessariamente alla semplificazione. E’ un’attitudine umana. La religione ad esempio ma anche la scienza sono semplificazioni della complessità del reale. Che rispondono a criteri ordinativi diversi ma che servono allo stesso scopo: aiutare l’uomo per sottrarsi dal caos. Questa semplificazione parte dalla creazione di simboli, ovvero di saperi paradigmatici, che vengono poi organizzati in sistemi coerenti chiamati cosmologie. Le culture che siamo soliti definire occidentali, a differenze di quelle di interesse etnologico, ne accatastano diverse , una sull’altra, di queste cosmologie. Si tratta di narrazioni coerenti che rassicurando, spiegano. O forse spiegando, rassicurano. Nella creazione di una cosmologia i fatti vengono spesso digeriti e modificati. Non si tratta quasi mai di mistificazioni coscienti, di atti deliberati a tavolino. Ma dell’equivalente digitale dell’oralità delle società tradizionali. E’ così che i luoghi comuni si trasformano in cosmologie. Come succedeva quando eravamo cacciatori-raccoglitori. In base alla ripetizione. Ed è incredibile notare come, nonostante la scrittura ci permetta di risalire al fatto originario, la modificazione mitologica sia comunque più forte.

La storia del ’92 (se non ricordo male sarebbe meglio dire ’93) infatti è diversa. Amato prima infilò le mani dello Stato nelle tasche dei contribuenti. Con un prelievo forzoso tipo quello cipriota. Poi svalutò. E fu proprio quella svalutazione (competitiva) a far sì che la crescita fosse rilanciata. Non furono gli eroici sforzi dell’Italia lavoratrice nei successivi anni a portarci con il debito pubblico in ordine e il PIL crescente all’appuntamento con l’Euro. O almeno non solo. Fu il rilancio della competitività anche attraverso l’esercizio della sovranità monetaria. In sostanza, quella parentesi aveva dimostrato ciò che tutti gli economisti accreditati  – da Alesina a Krugman, da Mosler agli stessi monetaristi equilibrati – sostenevano. Che l’Europa non è un’area valutaria ottimale e che il cambio fisso (leggi la moneta unica) avrebbe creato un disastro epocale. Caro Fubini, non erano i debiti il problema del ’92-’93, e nemmeno la classe politica che affrontava tangentopoli. Il problema erano i cambi fissi dello SME. La svalutazione li aggirò e rilanciò la crescita. In sei anni siamo risaliti per poi ricadere nello stesso errore. O era una trappola, Fubini? Una trappola ideata pe realizzare un progetto politico ben preciso? Scattata alla perfezione anche grazie alle cosmologie create e diffuse come mantra salvifici dai media e dal passaparola acritico?

Ma Fubini ci avverte. Dobbiamo fare in fetta perché la manna non può tornare. E’ chiaro, perché per il suo ragionamento anchilosato dalla cosmologia dell’euro, la manna è fu Maastricht. Ma basterebbe uscire dai confini del mito ed esercitare un po’ di pensiero laterale per capire invece che la manna fu proprio la svalutazione. E la manna può tornare, Fubini. E si chiama “uscita controllata dal cambio fisso”. Come dopo il ’93, grazie all’operosità che non ci manca e all’esercizio della sovranità monetaria torneremmo dall’economia reale del Burkina Faso a quella della Nova Zelanda. Economia reale Fubini. Altro che tassi. Vallo a chiedere ai lavoratori tedeschi se hanno apprezzato la deflazione interna e le decurtazioni salariali per conservare i tassi! E poi vallo a chiedere agli argentini se invece hanno apprezzato le mosse della Kirchner sul debito e sullo sgancio valutario dal dollaro!

L’articolo continua poi facendo notare che “nonostante non ci sia un governo lo spread è sceso a 300 e la borsa vola fino addirittura a capitalizzazioni del 6,7%”. Nella cosmologia dell’euro questa è un’anomalia. Come non c’è il governo che fa le ristrutturazioni, che taglia servizi e spesa, che alza le tasse per pagare i debiti eppure la borsa vola e lo spread scende? La cosmologia è in pericolo e quindi è necessario che digerisca nuovi elementi e si riposizioni. Sia Fubini che Rampini da Repubblica ci raccontano infatti che lo spread scende perché i giapponesi e gli americani stanno invadendo i mercati con moneta fresca di conio (come se la moneta si stampasse ancora!). Visto che i titoli del debito sovrano dei giapponesi non rendono più, i risparmiatori del Sol Levante starebbero puntando ai nostri titoli di Stato. E questa cosa Fubini la mette accanto all’annuncio di Bruxelles che “le turbolenze finanziarie sul debito sovrano italiano possono contagiare il resto d’Europa”. E alla sempiterna spada di Damocle del declassamento da parte delle agenzie di rating. Ma come Fubini, siamo o non siamo “affidabili”? Ha ragione l’Europa o hanno ragione gli investitori giapponesi? Tutti scemi questi ricconi con gli occhi a mandorla che investono sui nostri titoli invece di andare altrove? Qual è la verità Fubini?

La verità ovviamente, unica e incontrovertibile, non esiste. Ma un’altra verità fuori dai confini della cosmologia dominante, e che potrebbe spingerla a un cambio di direzione consistente per riuscire a digerire un’informazione così divergente, risiede nell’esercizio del buon senso. E’ chiaro che i mercati dei governi se ne fregano. O meglio che non è l’esercizio coordinato della gestione della cosa pubblica a interessare i capitali. Ma le dichiarazioni di chi governa. In Europa poi, dei governi “locali” non gliene frega nulla a nessuno. I capitali sanno che a Monti farà seguito la sua agenda. Che la teoria del binario di Draghi è realtà e non finzione, e che il governo risiede negli stanzoni illuminati di Francoforte e non nelle aule occupate dai Capitan Italia a 5 Stelle. Ma soprattutto che nella Borsa, come in tutte le arene dove si scommette, si punta su chi vince, ma si vince grosso puntando su chi perde.

Sembra chiaro a chiunque, quindi, che continuare a orientare la politica sulla base dell’umoralità dei mercati equivale a decidere la rotta in funzione del vento. E non a sfruttarlo in funzione di dove si vuole arrivare. L’esito è abbastanza prevedibile. Il naufragio.

Piccola curiosità. I capitali giapponesi che acquistano i nostri titoli, ma che presto si sposteranno su asset più tangibili sono i famosi capitali esteri. Quelli che dovrebbero arrivare quando un paese è affidabile. Ma quindi siamo affidabili o siamo untori? Non è dato sapere. Ma non sarà che questi capitali arrivano semplicemente quando gli conviene? E che il mito dell’affidabilità non è nient’altro che uno dei tanti che compongono la cosmologia dei Taleuriani? Attenzione poi, perché i mitici capitali esteri sono quelli che alimentano il debito estero e avviano il ciclo di Frenkel. Non vorrei che nel bel mezzo dell’ultima fase stessimo già inaugurando una nuova fase 1.

L’articolo di Fubini si conclude peggio di come era iniziato.

L’idea che ci sia ancora tempo e qualcosa e qualcuno alla fine ci salverà forse aveva senso nel ’92 quando Maastricht era il futuro. Vent’anni dopo la sola Maastricht che può salvarsi è qui in Italia, nella sua capacità di cambiare le proprie istituzioni economiche per prosperare, Bersani e Berlusconi ne stanno parlando, O no?

Il cerchio si chiude e la cosmologia rinforza se stessa ripetendo il mantra dell’incipit. Gli italiani spendaccioni sono di nuovo sull’orlo del tracollo. Se non rimettono a posto le loro istituzioni economiche saranno perduti. E questo va letto in funzione dell’agenda Monti-BCE. Ovvero tagli alla spesa, tasse per ripagare il debito. Più Europa! Più Europa! Sì perché nel ’92 avevamo  l’euro futuro che ci avrebbe salvato. Oggi cosa ci attende dietro l’angolo? Mi chiedo come mai Fubini, nell’ottica della sua formula, non si appelli a un’unione monetaria ancora più ampia. Se nel ’92 ci salvò Maastricht, perché non accordarsi anche con i paesi ancora fuori dall’euro ma nella UE per un SuperEuro che salvi tutti dallo spettro della crisi che non molla? O magari chiedere ai Russi di rinunciare ai rubli e di unirsi tutti nella grande Fratellanza Euriana (l’assonanza non è casuale). Forse perché ci manderebbero al diavolo mettendo in evidenza il campo minato in cui vgliamo attirarli? In tutto simile a quello dove i Taleuriani alla Fubini ci hanno attirato a inizio millennio?

In realtà Fubini non lo dice perché è un vero Taleuriano. E sotto sotto ha anche una vocina divergente che gli suggerisce di dire ciò che la cosmologia non prevede. Che il cambio fisso non fu la soluzione, ma il problema. E che il debito pubblico è il minore dei problemi, perché visto dall’altra parte è credito privato. Ovvero incentivo alla domanda, alla crescita dei consumi e al tanto invocato PIL. E che se il debito pubblico si calcola in percentuale sul PIL non è solo la riduzione del primo a renderla minore, ma anche l’aumento del secondo. Se ad esempio il credito alle imprese fosse stato liberato anni fa – con un forte vincolo che favorisse le assunzioni -, fregandosene dei dettami di Francoforte e Bruxelles e dell’aumento del debito pubblico (che è comunque aumentato nel conto che ieri Monti ha presentato con il DEF), oggi il PIL sarebbe in condizioni diverse. Così la domanda, la spesa dei cittadini e
il tasso di disoccupazione. Guardiamo spesso oltre oceano. E guardiamoci allora. Obama ha presentato la legge di bilancio USA 2014. Certo, per accordarsi con i repubblicani ha inserito anche una riduzione della spesa sociale spalmata su 10 anni. Ma il progetto nel breve è quello di “investimenti pubblici”. Il linguaggio, ricordiamoci, è il primo sistema di simboli sulla base del quale si creano le cosmologie. Investimenti pubblici, visto dall’interno della logica di Fubini, si traduce con aumento del debito. Immaginiamoci cosa succederebbe se l’esecutivo del prossimo governo italiano mettesse nella legge di stabilità per il 2014 l’aumento di investimenti pubblici! Fantasia ovviamente perché l’Eurogruppo boccerebbe immediatamente l’operazione e scatenerebbe il grido di dolore della Cosmologia, dell’apparato mediatico comunitario e a cascata delle scommesse sul cavallo perdente.

Leggendo e ascoltando ciò che legge e ascolta la gente rimango sempre più convinto che hanno ragione – per motivi opposti – sia Prodi che Bagnai. Il referendum sull’uscita dall’euro, se mai si dovesse fare, sarebbe una minchiata di dimensioni cosmiche. La cosmologia dei Taleuriani è troppo diffusa e resistente, ancora impreparata a riposizionarsi. Perché il volume del passaparola divergente è ancora basso, il numero degli eventi anomali da digerire ancora ininfluente. L’uscita controllata deve essere fatta come la svalutazione del ’93. Per decreto e a sorpresa. D’altra parte ci hanno abituato alle più grandi porcate firmate il 15 di agosto. Non vedo perché per una volta non si possa fare qualcosa di funzionale con la stesa metodologia.

Ah. È vero. La cosmologia assemblearista degli occupanti a 5 stelle lo impedisce.

Ma tanto ci salveranno il SuperEuro e la Fratellanza Euriana. Quindi niente di cui preoccuparsi.


I Taleurani

All’inizio volevo solo scrivere delle ultime bastonate che la Commissione Europea ha dato alla Francia e delle solite inutili ricette proposte. Poi ho visto che il flusso delle idee mi portava altrove e il titolo l’ho rivisto.

Riflessioni il liberà? Steam of conciuosness di un mercoledì incasinato? Boh

Padoa Schioppa a fine anni ’90 ci rivelò che l’integrazione europea non poteva essere un processo democratico. Per essere effettiva doveva essere guidata da un’oligarchia. Ma esiste una forma di democrazia (storica non ideale) che non sia un’oligarchia? Nel senso che un numero ristretto di gruppi di interesse detiene di fatto – anche in assenza di una concertazione o di un qualsivoglia complotto – la capacità di influenzare il potere? E questo chiunque gli elettori inviino a sedere nelle stanze dei bottoni? Fatto sta che quell’oligarchia misteriosa, che compariva nelle parole di Padoa Schioppa, famoso teorico del complotto, oggi si è manifestata.

La chiamano Troika ma in realtà è qualcosa di più esteso e pervasivo. E’ una cultura blindata e fortemente conformista. Che replica sé stessa attraverso i classici meccanismi della diffusione delle credenze. Un gruppo di uomini analizza il reale, elabora una spiegazione accettabile e in base a essa costruisce gli strumenti per intervenire. L’idea piace, lo strumento sembra funzionare, i produttori di quel sapere ne celano volendo i lati oscuri e i difetti. Magari non lo fanno nemmeno con l’intenzione del dolo. Ma solo per evitare che sia leso il loro prestigio. Quello per il quale, magari indirettamente, la società aveva affidato a loro l’analisi e la definizione degli strumenti. Muoiono gli uomini di quel primo consesso e chi viene dopo prende i saperi e le convinzioni come dati di fatto e prosegue nella scia degli antenati. Alle volte, nella complessità dei tempi che viviamo, non c’è bisogno nemmeno che i “produttori originari” di un “sapere” muoiano fisicamente. L’importante è che muoia in loro (per interesse o per autosuggestione) il ricordo del loro stesso contributo alla produzione di quel sapere.

E’ un po’ l’atteggiamento di tutti gli –ismi. Da quelli di matrice religiosa a quelli con ascendenze laiche. L’importante è la sospensione del giudizio critico. O meglio della sua trasformazione in devianza e la sua marginalizzazione o, auspicabile, soppressione.

E allora succederà che chi fa studi e analisi per la Commissione Europea, pur di fronte all’evidenza dei dati, continui a far raccontare ad essi strane storie che non trovano riscontro nella realtà dei fatti. Il singolo funzionario-ricercatore andrà a casa e magari parlerà con la moglie di un sistema che non funziona per ragioni assolutamente endogene. Dimostrate dai dati. Ma lo studio che insieme ai suoi colleghi produrrà alla fine racconterà una storia diversa. Quella che deve essere raccontata. E’ un po’ la manifestazione delle teorie sul potere di Focault. Il potere non è solo verticale, ma attraversa e pervade le relazioni. Una cultura diventa efficace come insieme di saperi e relazioni, tanto più riesce a conservare sé stessa al mutare degli ecosistemi sociali e degli ambientali che la mettono in pericolo. Quando poi uno dei membri di un gruppo si fa sostenitore attivo (perché investito o convinto) dei valori che il sistema culturale propugna, la coercizione esplicita non è necessaria. Quando la cosiddetta istruzione si riempie di propaganda le verità possibili vengono sostituite e rimpiazzate dalla verità singola.

I funzionari del Commissione Europea, ma anche i loro interlocutori interni che poi mettono la faccia di fronte alla telecamera, nell’esercizio dei rispettivi ruoli, vestono gli abiti di una cultura. Magari una delle molte che ciascuno di loro veste nella propria vita quotidiana. Di mattina genitori, durante il giorno funzionari-ricercatori, la sera amici al bar, la notte coniugi, nel weekend figli. E nell’esercizio di quei ruoli ripetono incessantemente gli stessi schemi di pensiero, gli stessi comportamenti sociali. Cementandoli. Fortificandoli. Attraverso la ripetizione, la replicazione e la citazione. Anche se come individui possono conservare alcune riserve, come gruppo contribuiscono alla diffusione e al consolidamento di un sapere sociale condiviso e fortemente seduttivo. Perché ubiquo e maggioritario. Alcuni di loro invece finiscono per crederci, e non gli basta più timbrare l’uscita dai palazzi di vetro per dismettere la funzione di “consolidatori dei saperi”.

Se una cultura fosse un soggetto pensante loro sarebbero la sua massima soddisfazione. La sua più grande vittoria. Perché sono gli altoparlanti di quel sapere. I suoi maggiori e più convincenti diffusori.

Questi – e tutti quelli che ne condividono le idee – io li chiamo i Taleurani. I talebani dell’euro.  Una setta integralista che a differenza dei suoi Profeti Originari non ricorda più il compromesso ideologico fatto allora. Non  ricorda più che Prodi nel dicembre del 2001 disse al Financial Times “Sappiamo che la moneta non può funzionare. Ma un giorno ci sarà una crisi e saremo costretti a introdurre nuovi strumenti politici che oggi non sono proponibili”. D’altronde pure i sassi sanno che l’Europa non è un’Area Valutaria Ottimale. Che poi Prodi parlasse dell’oligarchia di Padoa Schioppa o del sogno di Altiero Spinell poco importa. L’utilizzo della crisi come strumento coercitivo per la realizzazione di un preciso progetto politico gli era già chiaro. I Taleurani non ricordano nemmeno che Mario Monti nel 2011 confermò che “I passi avanti dell’Europa sono cessioni di sovranità. E i cittadini posso essere pronti a queste cessioni solo quando ci sono crisi in atto”. Dimenticano anche le più recenti affermazioni di Draghi, secondo il quale “qualunque governo l’Italia decida di formare non c’è problema. Ormai l’economia è su un binario dal quale non si devia”. I Taleurani, di fronte al disastro in cui versa ormai tutto il vecchio continente sono pronti a giurare nel nome del Dio Unico Euro che ciò di cui si ha bisogno è portare a termine le ristrutturazioni, rispettare gli accordi fiscali perché questo rilancerà l’economia. Praticamente quello che è stato fato fino a oggi e l’economia l’ha depressa.

Ma si sa, chi di –ismo ferisce, di –ismo perisce. Come in una setta che si rispetti ci si aspetterebbe che la fine della predicazione coincida con il suicidio di massa. Ma non succederà. Burocrati, funzionari-ricercatori e dirigenti di partito inizieranno ad essere travolti dalla scia di disperazione che fino ad oggi hanno negato. La sabbia non entrerà più sotto al tappeto. Ma come tutti i culti millenaristici che non hanno il coraggio si scegliere l’immolazione, i Taleurani di fronte al crollo della moneta unica troveranno un capro espiatorio. La cultura ingerirà e digerirà il nuovo evento riducendolo ai parametri esegetici di sempre.

I devianti, gli eretici continueranno ad agitare i cartelli con scritto “ve l’avevamo detto”. Anzi, più correttamente “ve l’AVEVANO detto”. Perché i “produttori originari del sapere”, i Profeti di questo culto postmoderno, la verità l’avevano raccontata. Poi forse, accortisi della potenza distruttiva di quelle parole, avevano iniziato a sommergerle con altre narrazioni. Dando il via al processo di costruzione e cementificazione della cultura di riferimento dei Taleurani.

L’articolo da cui è scaturita la riflessione ve lo incollo qui sotto. Mentre leggevo mi sono chiesto, ma come è possibile che di fronte ai dati che si trovano sui siti del FMI e della BCE i funzionari della Commissione possano ancora scrivere boiate del genere? La coercizione è una risposta troppo semplice da immaginare e troppo complessa da esercitare. La condivisione totale dei principi ne è l’altrettanto improbabile opposto. Rimane l’ipotesi etnologica. Quella che considera gli esseri umani in gruppo nell’ottica di una dialettica costante fra singolo e organismo sociale. Con il secondo a farla da padrone in base ai meccanismi di remunerazione che premiano in larga parte l’adeguamento e i conformismo.

L’articolo è in inglese. E in sostanza parla del report della CE che bastona la Francia. Sostenendo, per la prima volta in maniera esplicita nei riguardi dei cugini d’oltralpe, che anche loro hanno risanato poco. Devono insistere: mercato del lavoro più flessibile, costo del lavoro più basso, ristrutturazioni del comparto pubblico, meno spesa, meno debito pubblico. Insomma la solita solfa. Negli ultimi paragrafi si parla anche di noi. Del voto che ha di fatto rigettato le politiche europeiste di Monti. In questo caso il FT riporta che, grazie ai poteri concessi alla CE sulla valutazione delle prestazioni dei paesi membri, in Italia “per sostenere il consolidamento fiscale e rilanciare la crescita potenziale, i progressi delle riforme strutturali devono essere messi al sicuro, assicurando la loro piena implementazione e il mantenimento della spinta riformatrice”. Depurato dal burocratese il documento è una ovvia raccomandazione (ma forse qualcosa di più) per chiunque governerà che la linea è quella indicata dagli “antenati produttori di saperi”. E che i Taleurani ci osservano.

Peter Spiegel da Brussels per il Financial Times.

EU intensifies reform pressure on France

Brussels turned up the pressure on the French government to overhaul the country’s sputtering economy more quickly, issuing a stinging report on Wednesday that argues President François Hollande’s reform efforts thus far have been insufficient to restore the country’s competitiveness.

The report, one of 13 issued on the EU’s most troubled countries outside the four in full-scale bailouts, warned that France’s shrinking share of global exports and diminishing growth prospects are likely to continue unless more is done to make the country’s labour market more flexible.

In addition, it warns that France’s increasing sovereign debt levels, which are expected to rise to 93.8 per cent of economic output next year, are not only choking off growth prospects but are threatening the country’s banking system and the broader European economy.

“France’s public sector indebtedness represents a vulnerability, not only for the country itself, but also for the euro area as a whole,” the report states.

The annual reports issued on Wednesday are part of new post-eurozone crisis powers given to the European Commission, the EU’s executive branch in Brussels, to identify and pressure EU countries on where their economies are most vulnerable.

Although the reports on other vulnerable eurozone countries such as Spain and Italy contain similar warnings, the stark evaluation of France’s economic difficulties stands out because Paris has not normally been lumped in with the region’s “peripheral” economies.

The French report is particularly blunt about the need for the president to act more decisively. Although the report praises the Hollande government for its recent efforts to lower the cost of labour and to “foster competitiveness”, it argues such measures are not adequate.

“While these reforms are steps in the right direction, they will not be sufficient to solve the competitiveness issues and, in view of the challenges ahead, further policy response will be needed,” the report states.

The commission’s report on Italy also contains tough language amid ongoing political turmoil in a country where voters resoundingly rejected outgoing Prime Minister Mario Monti’s efforts to implement Brussels-recommended economic reforms.

The report argues that Mr Monti’s overhauls have put Italy on the right path, but the commission sent a clear message to whoever emerges as his successor that failure to follow through with the reforms could make Italy vulnerable to market shocks in the future.

“To support fiscal consolidation and unleash the country’s growth potential, the gains from structural reforms should be secured by ensuring their full implementation and maintaining the reform momentum,” the commission’s Italy report warns.


Le 3 scimmie a 5 stelle e il prossimo Garage Sale Italia

I nomi non ce li avevo. E se ce li avevo non ce li hanno chiesti. E se pure ce li avessero chiesti non li avrebbe votati nessuno. La strategia comunicativa di Crimi (e quindi anche della Lombardi e del duo Messora- Martinelli) non mi convince nemmeno un po’. Sembra una perenne escusatio. Non vedo, non parlo, non sento. In continua e perenne difensiva dal nemico numero uno: il tritacarne mediatico. Per carità, la capacità distorsiva dei media mainstream è sotto l’occhio di tutti. Ma nel momento in cui rilasci (oggi) un’intervista a pagina 4 di Repubblica – forse il peggiore dei media mainstream – non puoi allo stesso tempo dire “non abbiamo fatto i nomi perché i media li avrebbero massacrati”. Finisce che qualcuno (a ragione?) pensa che in realtà eravate in alto mare e i nomi non li avete mai avuti. Come la progettualità che quei nomi avrebbe dovuto sostanziare.

Ma tant’è. Prime mosse tattiche (elezione di Grasso e consultazioni afone) dal mio punto di vista completamente fallimentari. Speriamo nella strategia. Sempre che prima o poi ci facciate capire qual è oltre al sacrosanto repulisti della classe dirigente (che comunque come dicevo giorni fa non è cosa secondaria ma nemmeno questione che si risolva a breve termine, e che comunque va ben oltre la sola riduzione degli stipendi)?

Anche perché ora oltre a un Parlamento sedato, a un governo in carica che tutto sta facendo tranne che “ordinaria amministrazione”, al binario su cui Draghi e la troika hanno messo il paese, ora abbiamo le 10 piaghe da affrontare. Che da Quagliariello a Violante tenteranno di salvare la capra con i cavoli. Tenteranno. Perché dubito che ci riusciranno. Sempre che ovviamente i lunghi coltelli del PD non facciano fuori ora e per sempre Rhom-Bersani e si spiani la via alle larghe intese. Infatti, a meno del dipanarsi di questo scenario, la clama piatta (sulla superficie) ci traghetterà direttamente verso l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Una questione non da poco.

Ne parlano sia Feltri che Travaglio oggi. E meraviglia delle meraviglie si riesce ad essere d’accordo con parte del discorso di entrambi.

Mentre i saggi cominceranno il loro lavoro, presumibil­mente inutile al fine di agevo­lare la formazione del gover­no, i partitisi daranno da fare per selezio­nare l’uomo sbagliato da mandare al Qui­rinale, diventato ormai il fulcro della poli­tica. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: la Repubblica presidenziale, tanto invisa alla sinistra di origine comunista, e cara alla destra di ogni tempo, è stata di fatto realizzata da Giorgio Napolitano, miglio­rista, già dirigente di spicco del Pci. Un controsenso? Sì. Ma necessario, dato che il sistema parlamentare, imbastardito da leggi elettorali scritte a capocchia e irre­sponsabilmente varate, non funziona più. Lo sanno tutti, pochi lo ammettono apertamente. Il Colle ha acquisito un’im­por­tanza strate­gica inimmagi­nabile solo qualche anno fa. Lo si vede in questi giorni. Dinanzi al pro­bl­ema della suc­cessione di Na­politano, persi­no quello del­l’esecutivo, dif­ficile da risolvere in mancanza di una maggioranza, è passato in secondo pia­no. L’attenzione dei politicanti d’ogni se­me è concentrata sulla più alta carica del­lo Stato. Il Pdl punta su un personaggio non pregiudizialmente ostile a Silvio Ber­lusconi e che garantisca equidistanza tra i vari schieramenti. Il Pd desidera poter contare su un amico, meglio ancora: un compagno. E il Movimento 5 stelle gradi­rebbe un signore della cosiddetta società civile, non implicato in interessi di parti­to. Feltri sul Giornale.

Crimi sostiene che Napolitano non gli aveva parlato dei saggi. E che anzi sostenesse che solo un governo politico poteva uscire dalle consultazioni. Delle due l’una. O mente Crimi o mente Napolitano. E visti i trascorsi (Palermo docet) propenderei più per la seconda. D’altra parte solo recentemente aveva detto che se ne sarebbe andato annunciandolo a media unificate. E poi ci ha ripensato. Di conseguenza fidarsi di Napolitano sui prossimi passi è come fidarsi di un commerciante sulla bontà della sua merce. Eppure Feltri ha ragione. La nostra democrazia parlamentare è schiacciata da una doppia anomalia, il parlamento esautorato dai governi a suon di decreti legge, e i governi esautorati da un Presidente della Repubblica Re. Preso atto di questo, e nell’impossibilità di modificare lo scenario nell’immediato, sarebbe il caso che anche il M5S si svegliasse. Al di là delle semplici Quirinarie online.

La Smorta Decina non combinerà un bel nulla, come tutte le bicamerali e bicameraline degli ultimi vent’anni. E ci accompagnerà dolcemente all’elezione del nuovo Presidente, che dovrà riprendere le consultazioni per mettere in piedi un governo. Che dipenderà molto dal nuovo Presidente e da chi l’avrà eletto. Reggerà l’intenzione del Pd di concordare un nome nuovo, fuori dai partiti, insieme ai 5Stelle? E soprattutto: i 5Stelle decideranno finalmente di giocare le carte che hanno in mano (e non sono poche), o continueranno a fare da spettatori? Giocarsi le proprie carte non significa né sporcarsi le mani né fare inciuci. Significa fare politica coerentemente con le attese degli elettori. Che, riguardo a M5S, non vogliono dare cambiali in bianco ai partiti. Ma neppure di rinunciare a influenzare la politica ogni volta che si può. Siccome il requisito indicato da Grillo per la scelta online del candidato Presidente nelle “Quirinarie” è l’estraneità alle vecchie poltrone, esistono personalità degnissime che rispondono a quell’identikit e possono piacere anche agli elettori del Pd. Il Pd, lo sappiamo, sarà tentato di mandare al Quirinale le solite muffe, da Amato a D’Alema a Marini. Ma potrebbe esserne dissuaso da una rivolta della base, se i grilli avanzassero candidature più autorevoli (non ci vuole molto). Dopodiché, quando ripartiranno le consultazioni, potrebbero finalmente proporre al nuovo Presidente un nome analogo e sfidare allo stesso modo il Pd su alcune proposte che fanno parte del loro programma, ma che non dispiacciono agli elettori progressisti. A quel punto il cerino, dalle mani di Grillo, passerebbe in quelle di Bersani (o chi per lui): se le boccerà, confermerà che il dialogo con M5S era un bluff e si assumerà la responsabilità di aver perso (e fatto perdere agli italiani) un’occasione d’oro; se accetterà, avremo un governo che ci sogniamo da chissà quanti anni. Travaglio su Il Fatto

L’elezione del Presidente della Repubblica non è solo un passaggio istituzionale. Il M5S lo sa. Ma c’è qualcosa che temo di più. Cosa? Quello che teme Feltri (ma che implicitamente teme anche Travaglio). Ovvero che la saldatura fra PD e M5S si realizzi su un nome impresentabile come quello di Prodi.

Grillo lo scriveva sul suo blog

Il pdl vuole un presidente di garanzia, un salvacondotto per i processi dello psiconano. Il pdmenoelle vuole anch’esso un presidente di garanzia, che lo tuteli dalla prossima bomba ternmonucleare del MPS. Entrambi vorrebbero un presidente “Quieta non movere et mota quietare (Non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato)”. Non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche. [i grassetti sono miei. i suoi non a caso erano altrove]

E lo sanno anche i sassi che Prodi rappresenterebbe per Bersani il puntello contro i lunghi coltelli dell’ala renziana. Do ut des. Negoziazione. Il cuore della politica no? D’altra parte l’endorsement di Prodi al segretario dei segretari è arrivata di fronte a una piazza semivuota durante la campagna elettorale. Di conseguenza nessuna meraviglia che per Bersani il nome più papabile possa essere quello.

Ciò che né Feltri né Travaglio dicono è però che il vero pericolo rappresentato da Prodi (o da un “prodiano” qualunque) è il rinforzo per 7 lunghi anni e sine die della liturgia dell’euro e della dottrina cementificata del più Europa a ogni costo. Per chi non se lo ricordasse Prodi è il grande traghettatore del nostro paese verso la trappola dell’euro e dell’economia commissariata. E’ né più né meno che l’alter ego dei Monti-Draghi-Amato e compagnia cantante. Il Presidente ideale per la tecnocrazia europeista. Ovvero di quel Patto d’Acciaio cha ci ha portato esattamente dove siamo. E dove siamo è il bengodi degli speculatori. Quello dove sfruttando la crisi si fanno affari d’oro. Ascoltate ad esempio cosa racconta Andrea Bonomi, un nostro rampante uomo della finanza creativa al soldo di un grande gruppo di investimento.

MILANO (MF-DJ)–Come puo’ un Paese in piena recessione economica, in un momento di profondo cambiamento politico e generazionale e con un debito pubblico monstre, rappresentare ancora un luogo dove e’ interessante investire? Nelle ultime settimane l’Harvard Business School e la New York
City University hanno chiamato Andrea Bonomi, senior principal di Investindustrial, a rispondere a questa domanda che riguarda l’Italia.

Evidentemente, scrive MF, ai docenti dei due dei piu’ noti atenei americani in cui studiano i futuri top manager internazionali non pare cosi’ intuitiva la ragione per la quale un veicolo di investimento
italiano l’anno scorso sia riuscito a raccogliere 1,25 mld euro di impegni da parte di investitori internazionali. Per Bonomi, pero’, le due lezioni sono state una passeggiata, visto che il tema da affrontare e’ stato appunto lo stesso che il manager aveva dovuto svolgere di fronte ai potenziali investitori stranieri nella fase di raccolta dei capitali. E uno degli argomenti piu’ convincenti utilizzato da Bonomi ora come allora e’ stato il successo del caso Ducati. Con una quota di mercato piu’ che raddoppiata e un profittabilita’ triplicata in cinque anni la casa motociclistica ceduta da Investindustrial al gruppo Audi nella primavera del 2012 e’ un biglietto da visita importante per Investindustrial.

Bonomi agli studenti americani ha spiegato che quella ricetta puo’ essere applicata a numerose altre eccellenze italiane che, partendo da un importante piano di investimenti, hanno la possibilita’ di aprirsi ai
mercati internazionali e cogliere le opportunita’ offerte dalla globalizzazione. Dal punto di vista degli investitori esteri che guardano alle aziende italiane, se in Italia e in generale in Europa c’e’ la crisi,
e’ anche meglio. Perche’, ha spiegato Bonomi, si possono investire capitali a prezzi molto buoni con ritorni potenziali molto interessanti, nel momento in cui le aziende sono in grado di crescere velocemente, a ritmi da Paesi emergenti, perche’ e’ proprio quei Paesi rappresentano oggi i principali mercati dei loro prodotti.
Non e’ un caso che Bonomi sia anche uno dei fondatori di Why not Italy?, l’associazione creata da un gruppo di operatori di private equity, consulenti e docenti universitari italiani con l’obiettivo di promuovere l’immagine dell’Italia tra gli investitori esteri.

Per inciso la Audi (guarda caso) è tedesca. Gruppo Volkswagen. E Bonomi è uno dei tanti che organizzano il Garage Sale Italia. Ovvero il mercatino della domenica nel portico del nostro paese. Dove, viste le pezze al culo che abbiamo, anche aziende che funzionano si comprano a prezzi coreani. La crisi è un’opportunità. Per loro. Quelli che arrivano dopo che i sicari economici alla Prodi hanno affamato la bestia. Una partita di giro che non ha bisogno di colorite visioni complottistiche per essere concepita. Ma sta lì, davanti a tutti, dove nessuno la nota. Nascosta dagli slogan.

Vi ricordate Monti con gli Emiri del Kuwait? E i russi delle banche di Cipro? Dovrebbe essere ormai chiaro dove porta quella strada. Ovvero quella dell’indebitamento estero e della cessione a buon mercato degli asset nazionali. Di quelle che Bonomi chiama eccellenze.

Ebbene Prodi è uno degli inventori di questa strategia. Del “facciamo l’euro, serve la stabilità per attirare gli investimenti stranieri”. E’ un simbolo potente per le oligarchie internazionali e per le lobby finanziarie internazionali. Un simbolo e una garanzia. La sua nomina al Quirinale sarebbe il colpo definitivo da cui il Paese non si risolleverebbe più.

Speriamo nelle quirinarie? Speriamo che stavolta, avendocelo il nome, Crimi lo tiri anche fuori? Magari evitando di farsi scudo degli incubi orwelliani che sembrano disturbare i suoi sogni? Sveglia ragazzi perché se dopo Grasso fate eleggere pure Prodi passerete alla storia come quelli che hanno salvato Bersani da Renzi pagando il caro prezzo dei propri elettori. Io in primis.


Questione secondaria?

La base inizia ad avere fretta. E a ragion veduta. Il paese cola sempre più a picco. Posti di lavoro che non vengono creati, quelli che ci sono che si restringono, disoccupazione da terzo mondo soprattutto quella giovanile, imprese alla canna del gas. E via dicendo. Bisogna uscire dalla palude.

E la cosa più importante per questo passaggio, l’ho scritto più volte su questo blog, è la politica economica. E in quell’ottica la revisione sostanziale del dogma dell’euro. Questa la premessa che sembrerebbe mettere tutto il resto in secondo piano. E uso il condizionale per una ragione ben precisa. In secondo piano, nella mia ottica significa anche (per un  paio di questioni in particolare) “sottoterra”, nel senso “nelle fondamenta”.

Il problema del nostro paese, è ormai chiaro a tutti quelli che si prendono la briga di studiare e leggere, non è il debito pubblico e non è nemmeno la casta corrotta e spendacciona. Ma siamo sicuri? Ovvero. Il problema principale è costituito dall’indebitamento estero e dall’attivazione del ciclo di Frenkel. Secondo il quale fra un po’ o si cambia marcia o facciamo il botto. Ormai abbiamo studiato e lo sappiamo. Ma chi ha permesso che le cose arrivassero a questo punto? Io? Voi commercianti? Voi tassisti? Voi grafici pubblicitari? Voi piccoli imprenditori, dipendenti, consulenti, operai, farmacisti? No. E’ evidente.

Un comitato d’affari che intreccia politica, burocrazia ministerial-amministrativa, banche, grandi settori corporativi dell’economia ha speculato e guadagnato sulle nostre spalle per almeno 20 anni (contiamo solo quelli della seconda repubblica nonostante quelli della prima non è che fossero diversi). Siamo soliti riferirci a lor signori con il termine di classe dirigente. Nel perseguire i propri interessi (diretti o indiretti) la classe dirigente ha trascurato (nella migliore delle ipotesi) importanti segnali che preannunciavano il declino e l’avvicinarsi del bordo del baratro. Quel settimo stadio del ciclo di Frenkel da cui indietro non si torna. Da cui si salta in una nuova avventura. Con molti margini di imprevedibilità. Nella peggiore delle ipotesi, invece, la classe dirigente sapeva, e sapeva bene. Ma il gioco valeva la candela, perché sapendo in anticipo chi vincerà basta scommettere su di lui per mettere insieme piccole e grandi fortune. Non solo economiche.

E allora mi chiedo: in questo scenario è pensabile che sia questa stessa classe dirigente a partorire il nuovo indirizzo che dovrebbe salvare il nostro futuro e invertire la tendenza? La domanda è ovviamente retorica. No. Non potrà mai accadere. Un’assemblea non elegge mai il candidato che propugna la sua stessa estinzione. Nessuno sceglie di suicidarsi se dalla vita può ancora ottenere qualcosa. I parlamenti (e le loro consorterie) non sono sette evangeliche che si danno fuoco nel palazzo all’avvicinarsi del giorno del giudizio. Sono molto più furbi.

E allora forse dovremmo rivedere un po’ le nostre aspettative. Ritararle alla luce di ciò che il risultato elettorale ha realmente significato. Leggo articoli in cui si scrive “è cambiato più nello scorso mese che nei 20 anni precedenti”. Vero per carità. Temi e comportamenti impensabili e quasi impronunciabili fino a ieri oggi lo sono. Ma le pretese, legittime e sacrosante, della base elettorale del M5S sono inevitabilmente destinate ad essere, nell’immediato, deluse. La classe dirigente è stata, per ora, appena scalfita dal risultato elettorale. In Parlamento il “nuovo” rappresenta ancora la minoranza. E soprattutto è un nuovo di superficie. E’ tutto da dimostrare che alla prova dei fatti la superficie nasconda anche la sostanza. I presidenti della camere rappresentano al 50% un’astuta mossa tattica. Ma nient’altro. Gli otto punti del programma di governo sono anche peggio. Fuffa allo stato puro utile a cercare i senatori necessari alla fiducia. E utile in seguito per poter infilarci dentro tutto e il contrario di tutto. Al di sotto dell’epidermide degli eletti la situazione è esattamente com’era. Il 90% dell’iceberg naviga saldo nel solito mare.

Il nuovo per ora è una mano di vernice che cerca di tenere in piedi lo scafo fatiscente della nave Italia.

Siamo quindi prigionieri di un paradosso?

Per cambiare la politica economica ci vuole una nuova classe dirigente. Quella vecchia continuerà solo a produrre vernice spendibile in termini di immagine ma che, alla fine, nasconderà le solite ricette, chiamandole in modo diverso. Ricordate il finanziamento pubblico ai partiti che diventò magicamente rimborsi elettorali? La logica sarà la stessa. Ciononostante il nuovo corso è urgente, serviva già ieri. E però per costruire una nuova classe dirigente ci vogliono anni. Non bastano un manipolo di benintenzionati inesperti che totalizzano poco più di un terzo degli eletti (ce ne sono sparsi anche oltre il M5S). E qualche mese a disposizione.

Nello specifico, sarebbe ora che il M5S proponesse il suo programma di riforma economica. Ma se anche lo facesse, pensiamo realmente che gli altri 2/3 del parlamento lo approverebbero? Pensiamo veramente che le cordate consolidatesi in 60 anni di partitocrazia si riposizionerebbero in funzione del cambiamento che ne mina nelle fondamenta guadagni e privilegi? Siamo realmente convinti che i Mandarini che siedono nei gabinetti ministeriali permetterebbero la realizzazioni dei loro “piani”? La tecnocrazia europea rimarrebbe a guardare? I mercati e le loro agenzie del terrore e del rating avallerebbero la nova linea?

Impensabile. Se si guarda in giro per il mondo recente, soluzioni estreme di questo tipo sono state adottate solo da paesi in cui la forza politica del Presidente aveva la maggioranza assoluta, quasi plebiscitaria, con forti sospetti di incrinature autoritarie della democrazia. In America Latina ad esempio mi vengono in mente l’Argentina peronista della Kirchner, il Venezuela bolivarista di Chavez e l’Ecuador di Carrera. E l’ultimo esempio sta già lentamente cedendo terreno al vecchio che inesorabilmente avanza di tre passi ogni volta che il nuovo ne fa uno.

Cosa fare dunque? Purtroppo gli spazi di manovra sono quasi inesistenti. Se potessimo aspettare direi di puntare solo a un programma di medio termine che punti al rinnovamento etico-politico. Base unica sulla quale poi si possono pensare le “politiche” … di qualunque genere esse siano. Ma non possiamo aspettare. E quindi?

Provo a darmi una risposta:

1)      Nell’immediato continuare la battaglia per la costruzione di una nova classe dirigente. Con un time-span realistico. Un piano quinquennale. E non il vuoto pneumatico di “apriremo il Parlamento come una lattina”.

2)      Fare molta attenzione alla partita sul Presidente della Repubblica. A differenza del M5S i partiti hanno lo sguardo lungo. Puntano a un degno sostituto di Napolitano. A un altro profeta dell’inciucio. A un garante dell’impunità per Berlusconi e della permanenza per i piddini. E mentre il Governo (se mai lo formeranno) durerà lo spazio di un mattino, e il Parlamento poco di più, il Presidente e Capo dello Stato sarà lì per 7 anni a firmare le leggi. Quindi la partita sul Presidente della Repubblica è parallela a quella sulla nuova classe dirigente.

3)      Ho scritto più volte che l’anomalia M5S può continuare ad esistere e a immettere innovazione nel sistema della politica solo se rimane tale. Un’anomalia. Una volta normalizzata sarà inutile. Al massimo ridotta al Movimento 5 Percento. E allora che si dia massima espressione all’anomalia. Che il M5S proponga 5 punti (non 20 slogan) – come le 5 stelle – da realizzare nei prossimi mesi. E che li proponga mediaticamente ai cittadini. E li mobiliti perché il Palazzo sia costretto a un’altra mossa, magari di facciata, ma che scalfisca un altro po’ il moloch del pensiero unico. La comunicazione politica si fa raramente con i silenzi stampa e con le conferenze chiuse da un “non accettimao domande”.

Io di idee ne avrei almeno un paio su come farlo. Ma Casaleggio ha un’intera agenzia a sua disposizione. Che si inventi qualcosa! O che volendo mi offra un consulenza 🙂


La logica del meno peggio

Grasso è Presidente del Senato grazie (anche) ai voti di alcuni neo eletti a 5 stelle. Meglio di Schifani? Beh, basta il cognome di quest’ultimo a dirlo. Ma battute a parte sì, meglio. Ma anche no.

La logica del meno peggio, dell’otturarsi il naso perché l’alternativa “no, no, no”. Del meglio Bersani che Berlusconi. Questa logica è esattamente quella che ci ha portato dove siamo. E che ancora tiene in piedi un partito come il PD, più bravo a celarsi dietro il politically correct dei suoi avversari. Politici scaltri contro politici cialtroni. Ma pur sempre la classe dirigente che ci ha condotto al 30% di disoccupazione giovanile.

Siamo sicuri di aver votato perché i nostri rappresentanti si facessero (al primo voto) interpreti di questa logica? Io, francamente, no. Certo non mi straccio le vesti perché so benissimo che fa parte del gioco. E lo detto più volte che un gruppo così fragile aveva due sole possibilità nella vasca degli squali. O fare come il banco di alici che si muove all’unisono o imparare a mordere più forte degli squali. La terza via consiste solo nel diventare il pasto degli altri.

Spero che non ci si sia avviati in questa direzione. Vista anche la notevole “discutibilità” dell’ex procuratore Grasso che viene acclamato come rappresentate del nuovo. Sarà!

Oggi Travaglio ne parla con parole ce condivido. Copio e incollo. Grassetti miei.

Gli innegabili aspetti positivi dell’elezione di Laura Boldrini e di Piero Grasso a presidenti di Camera e Senato li ha elencati ieri il nostro direttore Antonio Padellaro. Ma il coro di Exultet, con sottofondo di trombe e tromboni, che ha accompagnato la doppia votazione di sabato rischia di occultarne le ombre, che pure ci sono e vanno segnalate. A costo di passare per bastiancontrari.

1) È comprensibile che alcuni senatori di 5Stelle, pare di provenienza siciliana, non se la siano sentita di contribuire, astenendosi, al ritorno di Schifani (tuttoggi indagato per mafia a Palermo, sia pure con una richiesta di archiviazione dei pm pendente dinanzi al gip) alla presidenza del Senato. E abbiano dunque votato per Piero Grasso, evitando il peggio per la seconda carica dello Stato. Ma il metodo seguito non è stato dei più trasparenti: siccome tutti i candidati M5S si erano impegnati con gli elettori ad attenersi alle decisioni democraticamente assunte a maggioranza dai gruppi parlamentari, chi s’è dissociato dall’astensione decisa dal gruppo del Senato avrebbe dovuto dichiararlo e motivarlo apertamente, anziché rifugiarsi nel voto segreto. E precisare che lo strappo alla regola vale soltanto questa volta, in via eccezionale, trattandosi delle presidenze dei due rami del Parlamento, e non si ripeterà più.

2) Grillo, non essendo presente in Parlamento, deve rassegnarsi: i parlamentari di M5S saranno continuamente chiamati a votare sul tamburo, spesso con pochi secondi per riflettere, quasi sempre col ricatto incombente di dover scegliere il “meno peggio” per sfuggire all’accusa del “tanto peggio tanto meglio”, e neppure se volessero potranno consigliarsi continuamente con lui (che sta a Genova) e col guru Casaleggio (che sta a Milano). È la normale dialettica democratica, che però nasconde un grave pericolo per un movimento fragile e inesperto come 5 Stelle: la continua disunione dei gruppi parlamentari che, se non si atterranno alle regole che si sono dati, si condanneranno all’irrilevanza, vanificando lo strepitoso successo elettorale appena ottenuto. La regola non può essere che quella di decidere a maggioranza nei gruppi e poi di attenersi, tutti, scrupolosamente a quel che si è deciso. Anche quando il voto è segreto. Le eventuali eccezioni e deroghe vanno stabilite in anticipo, e solo per le questioni che interrogano le sfere più profonde della coscienza umana. Nelle prossime settimane il ricatto del “meno peggio” si ripeterà per la presidenza della Repubblica, per la fiducia al governo, per i presidenti delle commissioni di garanzia. Ogni qualvolta si fronteggerà un candidato berlusconiano e uno del centro o del centrosinistra, ci sarà sempre qualcuno che salta su a dire: piuttosto che Berlusconi, meglio D’Alema; piuttosto che Gianni Letta, meglio Enrico; piuttosto che Cicchitto, meglio Casini. Se ciascuno votasse come gli gira, sarebbe la morte del Movimento, che si ridurrebbe a ruota di scorta dei vecchi partiti, tradendo le aspettative dei milioni di elettori che l’hanno votato per spazzarli via o costringerli a rinnovarsi dalle fondamenta. ll che potrà avvenire solo se M5S, pur non rinunciando a fare politica, manterrà la sua alterità e sfuggirà a qualsiasi compromesso al ribasso, senza lasciarsi influenzare dai pressing dei partiti e dai media di regime.

3) Grasso e la Boldrini hanno storie diverse, non assimilabili in un unico, acritico plauso alla loro provenienza dalla mitica “società civile”. La Boldrini, per il suo impegno all’Onu in favore dei migranti, è una figura cristallina e super partes, mai compromessa con i giochetti della bottega politica. Grasso invece alle sirene della politica è stato sempre sensibilissimo, come dimostra la sua controversa carriera di magistrato antimafia: da procuratore di Palermo si sbarazzò dei pm più impegnati nelle indagini su mafia e politica e sulla trattativa Stato-mafia e trascurò filoni d’inchiesta che avrebbero potuto far emergere responsabilità istituzionali con una decina d’anni di anticipo; poi incassò la gratitudine del centrodestra, che di fatto lo nominò procuratore nazionale antimafia con tre leggi contra personam (incostituzionali) che eliminarono il suo concorrente Caselli; infine incassò la gratitudine del centrosinistra con la cooptazione nelle liste del Pd, dopo aver flirtato col Centro di Casini ed essersi guadagnato gli applausi del Pdl proponendo la medaglia al valore antimafia nientemeno che per Berlusconi. Solo la faccia del suo avversario Schifani può nascondere questi e altri altarini.

4) Il centrosinistra ha prevalso d’un soffio alle ultime elezioni col risultato più miserevole mai ottenuto da un vincitore nella storia della Repubblica: meno di un terzo dei votanti. Con che faccia Bersani e Vendola, nonostante le parole di apertura agli altri schieramenti per una distribuzione più equa delle presidenze delle Camere, se le sono accaparrate entrambe? Un minimo di decenza, oltrechè di spirito democratico, avrebbe dovuto indurli a rinunciare all’arroganza e all’ingordigia da poltrone, e a votare, senza mercanteggiare nulla in cambio, il candidato di 5 Stelle (o di un’altra coalizione) al vertice della Camera o del Senato.

5) A prescindere dai meriti e dai demeriti individuali, sia la Boldrini sia Grasso sono parlamentari esclusivamente grazie a quel Porcellum che i loro rispettivi partiti, Sel e Pd, contestano a parole e sfruttano nei fatti. Nessun elettore li ha scelti: sono stati cooptati nelle liste del centrosinistra dagli apparati, all’insaputa degli elettori, non avendo partecipato neppure alle primarie per i candidati. L’altroieri Vendola e Bersani li hanno estratti dal cilindro all’ultimo momento, senz’alcuna consultazione dei rispettivi gruppi, per dare una verniciata di nuovo alle vecchie logiche spartitorie che sarebbero subito saltate agli occhi se a incarnarle fossero stati i Franceschini e le Finocchiaro. Ma la sostanza non cambia. La Boldrini poi rappresenta un partito del 3% e ora presiede la Camera grazie a un altro meccanismo perverso del Porcellum: il mostruoso premio di maggioranza del 55% dei seggi assegnato allo schieramento che arriva primo, anche se non rappresenta nemmeno un terzo dei votanti. Grasso è presidente del Senato per conto di una coalizione minoritaria, con l’aggiunta decisiva di alcuni franchi tiratori del Centro e di 5 Stelle. Quanto di meno nuovo e trasparente si possa immaginare.

Da Il Fatto Quotidiano del 18/03/2013.