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Economia? No grazie non ci capisco niente

Molti di noi se la cavano così. Dismettendo il problema e delegandolo a chi ne sa di più. Fino al punto di prendere per oro colato qualunque idiozia un TG propini come realtà. Vorrei rassicurarvi. Dopo aver visto quanto poco capisce di economia il sottosegretario Del Rio … sottosegretario all’Economia (sic) … direi che c’è speranza per tutti. Basta leggere, approfondire, informarsi cercando fonti accreditate.

Ve ne propongo 2. Un video di Claudio Borghi a Piazza Piddina (ooopsss … Pulita). Che aveva di fronte proprio l’inconsistente vice di Padoan.

E un pezzo del caro vecchio Bagnai veramente a prova di principiante. Comprensibile, chiaro, cristallino.

In sostanza perché l’euro sta uccidendo l’Europa

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411

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Manifesto di solidarietà europea – domani la presentazione

Redatto a gennaio e pensato da economisti di tutta Europa. Viene presentato domani a Parigi. Si tratta di una versione “morbida” dell’uscita dall’euro. Una versione sicuramente più accettabile per l’asfittico sistema politico del continente. Una versione meno traumatica del ritorno alle valute nazionali. Speriamo sia un ulteriore volano per il dibattito e per la visibilità della questione. Chissà che anche i cavalli con i paraocchi a 2 stelle non riescano a guardare oltre il piccolo orizzonte della corruzione e del finanziamento pubblico ai partiti. Non è un lapsus, 2 stelle …. Come gli alberghi scadenti … altro che 5. Ormai i pallini sono quelli e nient’altro.

Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’Eurozona

La segmentazione controllata dell’Eurozona per preservare le conquiste più preziose dell’integrazione europea.

La crisi dell’Eurozona mette a rischio l’esistenza dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo.

La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politicoed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno.
Si era ritenuto che l’euro potesse essere un altro importante passo avanti sulla strada di una maggiore prosperità in Europa. Invece l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea.
I paesi meridionali dell’Eurozona sono intrappolati nella recessione e non possono ristabilire la propria competitività svalutando le proprie valute. D’altra parte, ai paesi settentrionali si chiede di mettere a rischio i benefici delle proprie politiche finanziarie prudenziali, e ci siaspetta che in quanto “benestanti” finanzino i paesi del Sud attraverso infiniti salvataggi. Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale, e di compromettere profondamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea nell’Europa settentrionale. L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo.

Una strategia nel segno della solidarietà europea

Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea. Un euro più debole migliorerebbe la competitività dei paesi dell’Europa meridionale e li aiuterebbe a uscire dalla recessione e tornare alla crescita. Ridurrebbe anche il rischio di panico bancario e il collasso del sistema bancario nei paesi dell’Europa meridionale, che potrebbe verificarsi se questi fossero costretti ad abbandonare l’Eurozona o decidessero di farlo per pressioni dell’opinione pubblica nazionale, prima di un abbandono dell’Eurozona da parte dei paesi più competitivi.
La solidarietà europea sarebbe ulteriormente sostenuta trovando un accordo su un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi Europei.
Naturalmente sarebbe necessario, in almeno alcuni dei paesi meridionali, un abbuono (haircut) deidebiti. La dimensione di questi tagli e il loro costo per i creditori,tuttavia, sarebbero inferiori rispetto al caso in cui questi paesi restassero nell’Eurozona, e le loro economie continuassero a crescere al disotto del proprio potenziale, soffrendo una elevata disoccupazione. Posta in questi termini, l’uscita dall’Eurozona non implicherebbe che le economie più competitive non debbano sopportare un costo per la diminuzione dell’onere del debito dei paesi in crisi. Tuttavia, ciò accadrebbe in circostanze nelle quali il loro contributo aiuterebbe quelle economie a tornare a crescere, al contrario di quanto accade con gli attuali salvataggi, che non ci stanno portando danessuna parte.

Perché questa strategia è così importante?

Non occorre dire che è nostro comune interesse che l’Unione Europea torni alla crescita economica – la migliore garanzia per la stabilità e la prosperità dell’Europa. La strategia di segmentazione controllata dell’Eurozona faciliterà il conseguimento di questo risultato nei tempi più rapidi.

Le firme sul manifesto sono quelle di

Alberto Bagnai – Professore associato di politica economica presso il Dipartimentodi Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio a Pescara (Italia),

Claudio Borghi Aquilini – Professore incaricato di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Brigitte Granville – Professore di Economia Internazionale e Politica Economica alla School of Business and Managementdell’Università Queen Mary di Londra

Hans-Olaf Henkel (@HansOlafHenkel)– Professore di Management Internazionale all’Università di Mannheim, già presidente della Confindustria tedesca

Stefan Kawalec – Amministratore delegato di Capital Strategy, una società polacca di consulenza strategica. Dal 1989 al 1994 ha svolto un ruolo significativo nella preparazione e nell’implementazione del piano di stabilizzazione e trasformazione dell’economia polacca

Jens Nordvig – Amministratore delegato di Nomura, la banca di investimento globale, dove dirige la Fixed Income Research, ed è capo delle strategie valutarie globali.

Ernest Pytlarczyk – Economista capo alla Banca BRE (sussidiaria della Commerzbank, e terza banca commerciale della Polonia), dove dirige il dipartimento ricerca.

Jean-Jacques Rosa – Professore Emerito di Economia e Finanza all’Institut d’Etudes Politiques (Parigi).

Jacques Sapir – Professore di economia presso la Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali (EHESS) e professore visitatore presso la MSE di Mosca.

Juan Francisco Martín Seco – Docente universitario di Introduzione all’economia, Teoria della Popolazione, e Finanza pubblica. Appartiene all’ordine dei Revisori dei conti (Ministero delle Finanze spagnolo) e al servizio di vigilanza delle cooperative di credito del Banco de España.

Alfred Steinherr – Professore presso la facoltà di Economia e Management della Libera Università di Bolzano, della quale è stato fondatore (1998-2003).


Usciremo dall’euro e Berlusconi vincerà

Come dire, spererei nella prima e non nella seconda. Ma in un paese in cui l’idiozia ti porta più in alto che più in alto non si può, ho la vaga impressione che si realizzerà la seconda. E che la prima non sarà un’evenienza strategicamente pensata. Ponderata e gestita. Ma un tracollo rovinoso.

Berlusconi vincerà perché sarà lui a cavalcare questa battaglia. E la cavalcherà magari solo in funzione elettorale. Uno dei suoi “organi” oggi inizia a preparare il terreno. Libero scrive a firma De domnicis

Il conto, un po’ brutale, fa impressione e sfiora i 2mila miliardi di euro. Stiamo parlando dell’avanzo della bilancia commerciale tedesca, calcolato nel periodo che va dal 1999 al 2012: in 14 anni di euro la Germania ha portato a casa un bottino incredibile. La differenza tra le esportazioni  e le importazioni – indicatore che fino all’arrivo della moneta unica  era in profondo rosso dalle parti di Berlino – ha assicurato all’economia tedesca un avanzo pari a 1.873,3 miliardi di euro. Facendo un raffronto tra la bilancia commerciale tedesca e  quella italiana,  salta fuori la  «sconfitta» secca per il nostro Paese. Che con l’euro, nonostante l’export abbia tenuto botta (pure sotto i colpi della profonda recessione), ha invertito la rotta positiva assicurata dalla lira e ora segna un deficit. Ora l’Italia deve fare i conti con un disavanzo, calcolato nel periodo 1999-2012, di 351,5 miliardi di euro.

L’errore è all’origine. È il 1998. Si deve decidere il tasso di cambio delle valute europee: Berlino impone il valore del marco a tutto il Vecchio continente  e – proprio grazie al cambio favorevole, insieme coi restrittivi parametri di Maastricht sui conti pubblici tarati su misura per la Germania –   riesce  in pochissimo tempo a rovesciare il tavolo dell’import-export.

Sul cartaceo l’articolo prosegue affrontando gli altri temi: disoccupazione, bilancia commerciale. Ma il senso è chiaro. La grande battaglia per l’Europa Unita era una trappola. Ben architettata, in cui per incompetenza o per collusione i paesi europei (ma in primis i signori del nostro centro-sinistra di allora … vi ricordate i vari Prodi-Amato-D’alema e compagnia cantante?) caddero. E se la rivendettero con i popoli come una mitica età futura di equità, cooperazione e prosperità. Un po’ alla maniera dei  Conquistadores che reclutavano la ciurma per i velieri promettendo l’Eldorado.

Oggi ne paghiamo tutti le conseguenze. Soprattutto quelle economiche. Ma anche quelle culturali. Anche i più scolarizzati, infatti, continuano a pensare che la nostra sia una crisi di debito pubblico. No way. Siamo nel cuore di una tempesta che dipende dal debito PRIVATO e dalla BILANCIA COMMERCIALE.

D’altra parte però anche la Germania non se la passa bene. Il FMI ha rivisto al ribasso la crescita per il 2013. In sostanza, le misure di riduzione salariale (deflazione interna) e la spinta mercantilistica (esportazione verso i paesi dell’Eurozona grazie a prezzi bassi dovuti alla deflazione), non può durare. Cosa esporti se chi importa non ha più un euro per acquistare?

E infatti il cannibale prima o poi muore di fame se non dà ai suoi simili almeno il tempo di riprodursi.

Come dico da tempo … mi raccomando signori della pseudo-sinistra e dell’opposizione a 5 stelle … aspettate che sia Berlusconi a cavalcare questa battaglia !!

Neanche se ve la spiaccicano in faccia riuscite a vedere la luna mente continuate a guardare il dito … che assomiglia sempre più a un bel medio alzato!!

L’Eurozona si smembrerà come si smembrò lo SME. Tutto sta a capire quando e come. Più tardi succederà. Meno sarà pianificato. Più dure saranno le conseguenze. Per tutti.

Qui una bella analisi con i dati che vi copio e incollo.

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Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le stime di crescita della Germania per il 2013. Ad aprile, infatti, si prevedeva una modesta crescita dello 0,6% che adesso viene derubricata a un’ancora più misero +0,3%.

Spiegare perché la Germania sta morendo assieme ai suoi “partner” dell’Eurozona è molto semplice:

1. La politica economica e commerciale tedesca di tipo mercantilistico (esportare il più possibile e ridurre le importazioni per mantenere un saldo estero positivo: “essere competitivi” come si dice spesso sui media) ha dapprima condotto a una forte riduzione dei salari dei lavoratori tedeschi, che sono fortemente scesi in termini reali a partire soprattutto dal 2003 – vedi il grafico tratto dal documento dell’International Labour Organization delle Nazioni Unite, Global Employment Trends 2012, p. 45. Come fra l’altro ha anche confessato pubblicamente uno dei consulenti che ha preso parte alla riforma del mercato del lavoro introdotta in Germania (le cosiddette riforme Hartz).

salari-tedeschi

E perché, domanderete, i salari non crescevano? Ovviamente perché se il salario non cresce difficilmente il lavoratore tedesco può comprare beni e servizi prodotti a casa propria o all’estero (meno soldi hai e meno cose compri). In questo modo, da un lato, i beni prodotti dai lavoratori tedeschi  potevano essere esportati e, dall’altro, si conteneva anche la spesa per beni e servizi di importazione. Il tutto a vantaggio del produttore tedesco che vedeva così aumentare i propri profitti via export.

Qual è in altre parole il concetto di fondo: deprimere i consumi interni per favorire una politica di stampo mercantilistico che punta tutto su un saldo commerciale ed estero attivo. Ovviamente se i salari non crescono in linea con ciò che si produce, anche i consumi interni stenteranno a crescere. Infatti, non stupisce che la Germania dall’ingresso nell’Euro e fino allo scoppio della crisi americana nel 2007 sia stata il paese che è cresciuto meno in Europa (dietro solo all’Italia). Non ci credete?! Ecco i dati tratti dal Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook Database, aprile 2013):

media-tasso-crescita-1999-2007

Quando si parla dei vantaggi che la Germania ha tratto e trae dalla permanenza nell’Euro non dobbiamo mai dimenticare che ci si riferisce sempre ai vantaggi di una determinata categoria: il produttore, l’industriale, il capitalista tedesco. Non si parla certamente dei lavoratori tedeschi, che di fatto producono di più per guadagnare di meno e vendere al resto del mondo i propri beni a tutto vantaggio dei profitti delle grandi aziende alemanne. Che dite, la cosa potrà finire bene?

Ma non finisce qui, arriviamo al secondo aspetto cruciale:

2. Il giochino è andato avanti fintanto che i paesi del sud Europa avevano abbastanza soldi per comprare i beni tedeschi (soprattutto perché le banche tedesche veicolavano prestiti ai paesi del sud Europa, che in parte venivano usati proprio per comprare gli stessi beni tedeschi). Ma adesso che i redditi dei paesi della periferia sono stati sbriciolati via austerità (imposta proprio dai creditori esteri, tedeschi in testa, ai paesi debitori) anche la domanda estera teutonica sta inesorabilmente calando. In parole povere: se nessuno ha più un soldo in tasca chi ti compra ciò che produci?

Quindi l’equazione è semplice:

calo della domanda interna (causato da diminuzione dei salari) + calo della domanda estera = implosione dell’economia tedesca.


L’Olanda sottacqua

Se mi riferissi alla geologia non si tratterebbe di una novità. E invece parliamo di economia. Conti. 1+1 uguale -2.

Vi ricordate Jeroen Dijsselbloem, il capo dell’Eurogruppo che nelle notti di Cipro premeva perché il prelievo forzoso fosse fatto presto? Quello che si disinteressava in maniera più o meno esplicita della capienza delle tasche in cui infilare le mani per il prelievo?

L’immagine che ne restituivano i media era più o meno quella dell’uomo virtuoso del nord che chiede il conto ai pigri paesi del sud. Con la complicità, ovviamente, del Commissario della Provincia Mediterranea Monti.

Beh l’immagine era un po’ modificata con photoshop. Andatevi a leggere più in basso qual è il rapporto fra i bilanci delle banche olandesi e l’output economico. Non vi ricorda qualcosa? Eh sì, anche i Paesi Bassi affondano nella melma della crisi, prigionieri della stessa gabbia. Pensavano di essere i carcerieri della Prigione Euro e invece sono solo i detenuti di lungo corso che tengono sotto botta i compagni di cella più deboli. Prima o poi, però, arrivano gli idranti delle guardie. E colpiscono tutti.

Come proprio gli olandesi? I virtuosi che battono cassa?

Eh sì. Il meccanismo perverso della trappola della moneta unica coinvolge tanto il debitore insolvente quanto il creditore spericolato. A maggior ragione quando si capisce che una nazione non è solo la somma delle sue banche – che magari vantano crediti all’estero – ma dei suoi cittadini, che sono anche debitori.

Un paio di premesse per interpretare bene il testo che segue:

  • Si scrive mutui per la casa. Si legge “debito privato”, che se alimentato da capitali esteri che affluiscono nel paese data la sua credibilità, si chiama “debito estero”. Il che ci riporta al famigerato ciclo di Frenkel
  • Se sei un creditore e affami il tuo debitore sei come il virus stupido della malaria. Muori insieme al corpo che uccidi.
  • L’originale è qui. La traduzione è by google quindi chi capisce l’inglese legga l’originale. Gli altri si accontentino di qualche sgrammaticatura.  Rispetto all’originale ho eliso parti meno importanti. I neretti sono miei.

Buona lettura. E Buona fortuna. Perché quando sott’acqua ci va la cabina del capitano, il resto della nave è perduta già da tempo.

Un Economia sull’orlo del precipizio

Più di un decennio fa, la banca centrale olandese ha riconosciuto i pericoli di questa euforia, ma i suoi avvertimenti non fu ascoltato. Solo l’anno scorso ha fatto il nuovo governo, guidato dal primo ministro conservatore-liberale Mark Rutte, può modificare le generose scappatoie fiscali, che a poco a poco ha cominciato a scadere nel mese di gennaio. Ma ora è troppo tardi. Nessuna nazione della zona euro è così profondamente in debito, come l’Olanda, dove le banche hanno un totale di circa € 650.000.000.000 in mutui ipotecari sui loro libri.

Debito dei consumatori ammonta a circa 250 per cento del reddito disponibile. A titolo di confronto, nel 2011, anche gli spagnoli hanno raggiunto solo un rapporto debito di 125 per cento.

I Paesi Bassi sono ancora uno dei paesi più competitivi dell’Unione europea, ma ora che la bolla immobiliare è scoppiata, essa minaccia di abbattere l’intera economia con esso. La disoccupazione è in aumento, il consumo è basso e la crescita è giunto a un punto morto. Nonostante le misure di austerità severe, quest’anno il governo dell’Aja violi il criterio del disavanzo dell’UE, che vietano il nuovo indebitamento di oltre il 3 per cento del prodotto interno lordo (PIL).

E ‘un fardello pesante, soprattutto per il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, che è anche il nuovo capo dell’Eurogruppo, e ora si ritrova nel ruolo inaspettato di essere sia un cane da guardia per l’unione monetaria e un candidato crisi.

Anche € 46 miliardi le misure di austerità non sono evidentemente sufficienti per rimanere entro il limite del debito UE. Sebbene Dijsselbloem ha annunciato ulteriori € 4,3 miliardi di tagli nel servizio pubblico e la sanità, che entreranno in vigore soltanto nel 2014.

“Infilare il coltello ancora più profondamente” sarebbe “molto, molto irragionevole,” socialdemocratico Dijsselbloem detto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel tentativo di giustificare il ritardo. E ‘il tipo di retorica normalmente sentito da paesi del sud colpite in Europa. Gli effetti negativi di vivere al di là di uno dei mezzi sono diventate evidenti dopo la crisi finanziaria iniziata. Molti dei modelli di finanziamento strettamente calcolati non sono più di lavoro fuori, e difficilmente i cittadini possono pagare più i loro debiti. I prezzi delle commerciale e privato immobiliare, che erano assurdamente alto per un tempo, stanno affondando drammaticamente. L’economia di una volta-boom è di stallo.

La disoccupazione in aumento

“Un circolo vizioso si sviluppa in queste situazioni”, spiega Jörg Rocholl, presidente della European School of Management e Tecnologia di Berlino e membro del consiglio dei consulenti accademici al Ministero delle Finanze tedesco. “I clienti hanno troppo debito e non possono servire i loro prestiti. Ciò causa problemi per le banche, che non sono più riforniscono abbastanza soldi per l’economia. Ciò porta ad una recessione economica e la disoccupazione elevata, il che rende il rimborso del prestito ancora più difficile.”

Il tasso ufficiale di disoccupazione è già salito al 7,7 per cento. In realtà, è probabilmente molto più alto, ma che è stato mascherato fino ad ora da un gruppo demografico chiamato ZZP. Il “Zelfstandigen zonder personeel” (“Lavoratore autonomo senza dipendenti“) sono in remoto correlata al modello tedesco della “Ich-AG” (“Me, Inc.”). Circa 800.000 ZZPers lavorano attualmente nei Paesi Bassi.

Uno di loro è Rob Huisman. I 47 anni, vive con la moglie e il figlio a Santpoort, nei pressi di Haarlem. Nel 2006 Huisman, uno specialista IT, ha lasciato la sua posizione con una grande società di consulenza per avviare una propria attività. È andata bene alla prima, con Huisman guadagnare 100 € l’ora. Ma col tempo molti clienti, sia governative che private, strappi le tasse che erano disposti a pagare. A volte, i lavori sono stati semplicemente cancellati del tutto. “Per le aziende vale la pena di lasciare i loro dipendenti a tempo indeterminato vanno e poi prendere con contratti di lavoro temporaneo”, dice l’esperto IT. “Li salva i costi della sicurezza sociale.

Nessuna fine in vista
Gli olandesi sono stati a lungo tra la maggior parte dei risparmiatori diligenti d’Europa, e nella crisi molti stanno premuto sui loro soldi ancora più forte, che è anche tossico per l’economia. “Uno dei problemi principali è in calo il consumo”, afferma Johannes Hers della Planbureau Centraal a L’Aia, il consiglio di esperti presso il Ministero dell’Economia.

Il suo ufficio si aspetta un calo del 0,5 per cento in crescita per il 2013. Alcune 755 aziende hanno dichiarato fallimento nel mese di febbraio, il numero più alto da quando sono cominciate nel 1981. Il settore bancario è anche licenziando migliaia di dipendenti al momento.

A causa dei molti mutui ipotecari sui libri, il settore finanziario è molto gonfiato, tanto che il totale delle attività di tutte le banche sono momenti in quattro-e-un-metà la dimensione della produzione economica.

A febbraio, il governo è stato costretto a nazionalizzare SNS Bank, quarta banca del paese, perché aveva un ampio portafoglio di crediti in sofferenza per gli immobili. Le altre banche vogliono solo cartolarizzare una parte dei loro portafogli di prestiti giganteschi e rivendere i titoli attraverso una banca mutuo speciale – principalmente per i fondi pensione del paese, dove gli olandesi hanno messo via ingenti somme per la pensione.

Ma i tagli sono sempre più vicini. E le persone istruite non può più trovare lavoro.


La patrimoniale

Abbiamo capito che il debito pubblico in realtà è una variabile dipendente. La vera questione è il debito privato, soprattutto estero. E il motivo principale per cui si accumula è rappresentato dalle operazioni carambolesche di finanza speculativa che le banche mettono in atto. Banche, prima anomalia da correggere, che hanno in deposito anche i soldi dei correntisti non-speculatori.

Abbiamo visto che il modus operandi del capitalismo contemporaneo ha trasportato direttamente dalla fabbrica alla banca il glorioso metodo del socialismo capovolto. Ovvero, tieniti i profitti finché li hai e redistribuisci le perdite appena compaiono all’orizzonte. Quindi, in sostanza, quando la banca si trova in rosso chiede aiuto allo Stato. Il quale, a sua volta aumenta il gettito fiscale (prima mano in tasca ai contribuenti) e per trovare altri soldi emette nuovi titoli indebitandosi (da cui a cascata compare una seconda mano in tasca ai contribuenti per ripagare il debito, che ora è diventato pubblico).

Abbiamo visto anche, nel caso di Cipro, che in situazioni di particolare emergenza e sotto particolari pressioni popolari (e non solo) lo Stato può ricorrere al prelievo forzoso sui conti correnti. E puntare solo a quelli al di sopra della cifra (simbolica e non necessariamente garantita) assicurata grazie a fondi che le banche dovrebbero accantonare. In questo caso, il provvedimento ha un nome nel gergo della politica: patrimoniale.

Il dibattito sulla patrimoniale è sempre acceso. Chi non ha risparmi di quell’entità è piuttosto favorevole. Che paghino i ricchi! Chi li ha, e non li ha rubati né accumulati speculando, si risente. Se il sacrificio deve essere fatto che lo si faccia tutti in proporzione! Dimenticando in questo secondo caso che in realtà la scelta della patrimoniale è sempre – in un sistema che favorisce chi ha a scapito di chi ha meno – un estrema ratio. Ovvero ci si arriva quando i meno abbienti hanno già pagato tutto. In termini di occupazione, sicurezza sociale e diritti. Ciononostante, le mani infilate direttamente nel conto corrente, chissà perché, danno fastidio più di una tassa iniqua. Che al prelievo forzoso equivale.

Problemi di percezione. Problemi di simboli che nonostante la loro irrilevanza materiale hanno la capacità di orientare comportamenti che per definizione sono economici e di conseguenza generano sostanza.

Una parentesi doverosa. Il discorso che segue parte da un presupposto. Ovvero che si dia per scontato lo scenario attuale. Perché la prima cosa che viene in mente a chiunque è la seguente. Se una famiglia mette da parte i soldi per i periodi difficili, perché una banca non dovrebbe fare altrettanto? Se una famiglia finisce indebitata non ha lo Stato che la protegge (cosa che dovrebbe essere sacrosanta). Perché una banca sì? Sono domande retoriche le cui risposte risiedono nella logica del sistema economico all’interno del quale ci troviamo a vivere. Ma la situazione in cui siamo va risolta nell’immediato. All’interno del sistema. Forse prima (o contemporaneamente) di tutta la più che legittima e condivisibile speculazione sulla revisione, distruzione o sostituzione del sistema stesso.

E dunque la patrimoniale. Nonostante la sua impopolarità, un rebound positivo sul sistema potrebbe averlo. Quindi non soltanto il recupero puntuale di risorse, ma un effetto strutturale, duraturo nel tempo.

In sostanza, il capitale principale di una banca sono i suoi correntisti-depositatori. Senza di essi la banca chiude. La patrimoniale, d’altra parte, spinge alla fuga dei correntisti dalla banca e dal sistema creditizio che, a causa delle proprie acrobazie finanziarie, finisce per chiedere aiuto allo Stato. E lo Stato in questione a imporre la patrimoniale stessa. Di conseguenza la patrimoniale, nella forma del prelievo forzoso e nel medio periodo, eserciterebbe una funzione moralizzatrice sulle azioni dell’istituto di credito.

In poche parole, quando deposito i miei soldi, se non sono uno speculatore, scelgo una banca che non abbia chiesto aiuti e alla quale lo Stato non abbia applicato il prelievo forzoso.

Chissà, potrebbe anche funzionare.

Qui se ne parla più approfonditamente


Meglio Sartori o l’Uomo Ragno?

Se Sartori scrivesse sul Giornalino del Prenestino, avrei letto le conclusioni e avrei appallottolato il suo articolo di oggi per accendere la stufa. Ma scrive sul Corriere della Sera, uno dei quotidiani più venduti (e dei siti più visitati). Ergo non si può passare oltre.

Se Sartori fosse un commentatore qualunque non sarei nemmeno arrivato alla fine del suo pezzo di oggi. Ma basta dare un’occhiata al suo CV su Wikipedia (che sarà anche parziale) per capire che qualcosa che non va c’è eccome. Perché Sartori colleziona lauree come un serial killer gli omicidi. E non è laureato in Scienze della Fioritura, ma in Scienze Politiche … e, poveri i suoi studenti, l’ha pure insegnate! Spero per loro che al massimo tenesse il corso di “Legende Metropolitane”, perché in quel caso i giovani in questioni sarebbero al sicuro.

Ma cosa scrive oggi Sartori? Vediamo.

L’EUROPA E GLI IMPEGNI – Forse molti non sanno che l’Unione Europea (Ue) non comporta l’adozione di una moneta comune (l’euro). I Paesi Eu che hanno adottato l’euro sono 17, mentre i Paesi senza euro sono 10. A parte l’Inghilterra che mantiene la sterlina e che è il caso più importante, sono fuori euro Danimarca, Svezia, Polonia, Ungheria, Romania e altri piccoli Stati. L’Unione Europea nacque quando venne di moda (diciamo così) la «globalizzazione». S’intende che la globalizzazione finanziaria venne da sé, con la tecnologia che la rendeva non solo possibile ma anche ineluttabile. La globalizzazione economica è tutt’alta cosa, avendo in mente, per l’Europa, il modello Stati Uniti.

Lasciamo perdere la questione della globalizzazione. Della quale si inizia a parlare già dagli anni ’80 mentre il Trattato di Maastrich che da vita alla UE è del ’92. La questione degli USA però è curiosa. Un politologo lo dovrebbe sapere che differenza c’è fra un confederazione di Stati (UE) e una vera e propria federazione (USA). Nel primo caso un vero e proprio governo centrale non c’è, gli stati conservano la sovranità (ormai formale). Nel secondo il governo federale gestisce direttamente e con potere sovrano questioni come, ad esempio, la difesa. Ma Sartori lo sa. Solo che la similitudine impropria gli serve per il discorso successivo. Ma teniamola a mente anche noi.

IL MODELLO USA – Il problema è che un sistema federale richiede un linguaggio comune. Gli Stati Uniti parlano l’inglese, la Germania il tedesco, l’India ha ereditato l’inglese, il Messico lo spagnolo, il Brasile il portoghese. L’Europa parla invece circa 22 lingue, che certo non possono alimentare una aggregazione federale. Invece l’Europa può diventare una comunità economica, che oggi è la comunità dell’euro. Ma purtroppo la messa in opera di questa unione è stata frettolosa e insufficientemente pensata. Tutti gli Stati del mondo controllano la propria moneta e si possono difendere, economicamente, con dazi, dogane, e anche svalutando o rivalutando la propria moneta. Così gli Stati Uniti tengono il dollaro «basso» per facilitare le proprie esportazioni. Invece l’Unione Europea è una comunità economica indifesa. I singoli Stati che la compongono non possono stampare moneta, né difendere le proprie industrie con barriere doganali,

Sorvoliamo anche qui sulla questione della lingua. Se Sartori avesse deciso di parlare con cognizione di causa racconterebbe ai suoi lettori che ormai negli USA l’inglese è una lingua franca. La lingua più parlata è lo spagnolo. E in interi quartieri di città non certo secondarie come Chicago si parla il Polacco. Per poi non parlare dell’immigrazione cinese destinata ad aumentare vertiginosamente nei prossimi anni. Anche in Europa, Sartori, si parla l’inglese come lingua franca. Forse lei no, ma gli altri sì. E infatti il problema non è questo. Ma il punto interessante è più in basso. Dove ci accorgiamo che Sartori sembra aver capito il nucleo del problema Italia. Il problema è la sovranità monetaria. Oddio, ma Sartori parla come un economista anti-euro? Sul Corriere della Sera?

LE NOSTRE COLPE – In questa vicenda tutti hanno le proprie colpe. Ma ne hanno di più i Paesi mediterranei, Italia inclusa, che si sono dati alla bella vita indebitandosi oltre il lecito. L’ora della verità è scoccata, ahimè, troppo tardi per i Paesi che sono riusciti ad accumulare un debito pubblico (Buoni del Tesoro) che supera abbondantemente il Pil, il Prodotto interno lordo. Come possono risalire la china nella quale sono colpevolmente precipitati? In Italia oramai la pressione fiscale è altissima, a livelli che soffocano la crescita. E l’evasione fiscale resta largamente impunita.

C’avevate creduto eh? E invece la colpa è tutta vostra. Soprattutto se siete PIGS col culo sempre a bagno nel Mediterraneo, invece di lavorare e produrre. Avete vissuto sopra ai vostri mezzi facendo aumentare il debito pubblico. E ora il debito pubblico brutto e cattivo va rimesso in riga. Chiaro? Due cose Sartori, da modesto lettore di gente ben più informata di me. Mi risulta che parte del debito pubblico sia costituito dalla spesa in servizi e stipendi dei dipendenti pubblici. Tanto è vero che una delle misure più in voga al momento è proprio quella del taglio degli uni, e all’occorrenza degli altri. Come mai per lei ci sono solo i buoni del tesoro? Pensa che il 27 del mese al MEF i dipendenti li paghino in BTP? E poi un’altra perplessità. Mi risulta che se io mi indebito per comprare la casa o la macchina (seguendo il fantasmagorico modello di riferimento americano) codesto si usi chiamare debito PRIVATO. Per il quale rispondo a un istituto di credito. Per capire la relazione che esso ha con il debito pubblico è necessario aver chiaro cosa sia il cilco di Frenkel. Ma se fosse così anche per lei, non potrebbe scrivere ciò scrive nel resto dell’articolo. Ciononostante da un politologo ci si aspetterebbe almeno un po’ più di conoscenza di base (la mia) di quello che poi scrive.

IL CARO EURO – Dovremmo esportare di più. Ma qui l’ostacolo è, come ho già accennato, che la nostra moneta, l’euro, è sopravvalutata rispetto al dollaro. In passato (nel 1972) avevamo escogitato il «serpente monetario» europeo che consentiva fluttuazioni delle monete entro una fascia del 2.25 per cento. L’esperimento fu utile, ma venne sostituito nel 1979 dal sistema monetario europeo (Sme) che venne a sua volta sostituito, da ultimo, dalla Banca centrale europea di Francoforte.

Dovremmo esportare di più. Eh appunto Sartori. Vuole un suggerimento? Guardi a cosa ha fatto la signora Merkel. Se non puoi svalutare la moneta, svaluti i salari. Le tue merci costano di meno e voilà, si esporta a spron battuto. Ci vada lei però alla FIAT a dire agli operai massacrati dalla crisi che devono guadagnare di meno per il bene del paese. Non sarà per caso che lei continua a guardare le cose da dentro una bella gabbia e che tutto ciò che vede, dovunque guardi, ha tutte delle belle strisce nere sopra? Non sarà che per togliere quelle strisce sarebbe il caso di osservare, per una volta almeno, le cose da fuori della gabbia? La gabbia ovviamente è il suo “caro euro”.

CRESCITA ZERO – Varrebbe la pena di risuscitare un nuovo «serpente» sotto il controllo, beninteso, di Francoforte? Non lo so. Ma varrebbe la pena di pensarci. Perché da 14 anni la crescita dell’Italia è vicina allo zero. Aggiungo che il nostro Paese è particolarmente a rischio anche per le ragioni che passo rapidamente a elencare. Primo, risultiamo, nelle graduatorie internazionali, tra i Paesi più corrotti al mondo. Tra l’altro siamo anche gli inventori della «onorata società», volgarmente mafia, e per essa un Paese forse più tassato dal pizzo che dallo Stato. Aggiungi una altissima inefficienza burocratico-amministrativa. A tal punto che i fornitori dello Stato vengono pagati con nove-dodici mesi di ritardo. Un vero scandalo. Tutto sommato, allora, non vedo proprio come gli investitori stranieri siano, in queste condizioni, tentati di investire in Italia.

E qui ce n’è per ridere a crepapelle per una settimana. Resuscitare il serpente? Sotto il controllo di Francoforte? Sartori in realtà intuisce la vera soluzione ma non la può dire. Il serpente permetteva delle fluttuazioni controllate. Ovvero concedeva una sovranità monetaria controllata (come la libertà dei semicarcerati). Quindi il problema è la fissità dell’Euro, in un agglomerato di Stati che non hanno un bilancio unico. Ma non sarà Sartori che invece di una mezza soluzione sarebbe meglio una soluzione intera? Perché invece delle microfluttuazioni che risolvono microproblemi non dice chiaramente che l’unica soluzione è l’uscita dalla moneta unica e la restituzione agli Stati di quella libertà di difesa di cui lei stesso parla nel suo pezzo?

L’Italia da 14 anni non cresce. Sì è vero. Da quando siamo nell’Euro più o meno. E pure qui la corrispondenza a Sartori non salta all’occhio. Eh no perché il problema, di nuovo, non sono la mafia, la corruzione e la burocrazia. Certo Sartori che da un fine ed esperto politologo come lei ci si aspetterebbe qualcosa di diverso dai soliti luoghi comuni da Domenica In. Il problema della crescita è di nuovo legato all’impossibilità di essere competitivi a causa della fissità del cambio, quando accoppiato ad altre variabili dell’economia quali ad esempio il costo del lavoro.

Ma la conclusione è il pezzo migliore. Gli investitori stranieri non verranno in Italia in queste condizioni. Ma magari Sartori! E’ proprio lì che nasce il problema. Sarebbe sufficiente che invece di leggere le missive di Monti e dei tecnocrati della Troika si andasse a vedere qualche grafico. Non quelli del Leoncavallo eh, quelli del Fondo Monetario Internazionale. E si accorgerebbe di qualcosa di piuttosto palese. Ovvero ….. glielo faccio dire dal prof. Bagnai più titolato di me a farlo.

estero

D – Professore, perche’ in Europa e nel mondo sono cosi’ importanti parametri come l’ammontare del Debito e Deficit Pubblico, mentre sono assai meno noti parametri come la Bilancia dei Pagamenti e la Posizione Netta sull’Estero?

R – L’attenzione si focalizza sul debito pubblico per motivi puramente ideologici. Ormai è appurato che le crisi finanziarie degli ultimi trent’anni sono state causate da elevato indebitamento privato (con l’estero), in presenza di debito pubblico stabile o decrescente. Tutti lo sanno. È quello che gli economisti chiamano un “fatto stilizzato”. Perfino il Trattato di Maastricht, come molti ignorano, prevedeva che l’indebitamento estero dei paesi fosse tenuto sotto controllo, come quello pubblico. Ma per quello pubblico si è stabilito un parametro (il 3% del Pil), mentre per quello estero no. Perché? Per due motivi. Primo, perché limitare l’indebitamento pubblico significa ridurre il peso del “nemico” ideologico, cioè dello Stato, mentre limitare l’indebitamento estero, che è per lo più privato, significherebbe limitare l’azione dei “mercati”. Secondo, perché in un’Europa costruita e gestita dai “vasi di ferro”, il debito estero dei vasi di coccio tornava utile (visto che, come abbiamo detto e ripetuto, si convertiva in acquisti di beni dei paesi forti).

Che l’indebitamento estero vada limitato non è l’idea di uno strampalato professore di provincia. Dopo aver usato il credito/debito estero come una clava per sbriciolare i paesi del Sud, la Commissione Europea, candidamente, ammette che c’è un problema, e nella sua “procedura contro gli squilibri macroeconomici”, promulgata a fine 2011, stabilisce limiti proprio per le variabili delle quali gli economisti riconoscono da tempo l’importanza: il debito privato, il debito estero, il deficit estero.

Naturalmente la stalla si chiude quando i buoi sono scappati, semplicemente perché le chiavi della stalla sono state date ai ladri di bestiame: le grandi banche del Nord. Ricapitolando: che il debito estero sia più pericoloso di quello pubblico lo sanno e lo sapevano tutti: economisti, politici, e tecnici della commissione (che infatti pongono sul debito estero un vincolo quantitativo più stringente che su quello pubblico). Non se ne parla nei media per motivi ideologici e di convenienza: se la gente capisse che il problema sono gli squilibri esteri, capirebbe che il problema è l’euro, e per la finanza del Nord finirebbe la pacchia.

L’indebitamento estero ( i suoi “investimenti stanieri” per capirci, gli emiri del Kuwait di Monti o, volendo che ora vanno più di moda, i russi con i conti nelle banche ipertrofiche Cipriote) è la palla di neve che diventa valanga attraverso le 7 fasi del ciclo di Frenkel.

frenkelSecondo lei dove siamo insigne politologo Sartori? Io che mi limito ad ascoltare le voci più informate di me direi allo stadio 6. A un passo dal tracollo e dalla svalutazione che almeno ci rimetterebbe in corsa. E lei invece che vorrebbe fare? Sbaragliare i mafiosi, abolire la corruzione e smembrare la burocrazia (un piano cinquantennale praticamente irrealizzabile) per fare cosa? Per tornare dritti alla fase 2? Caro Sartori, lei sembra aver capito il problema. Ma la sua auspicata soluzione è come un’iniezione di glucosio nelle vene di un diabetico. E come tenere un cristiano sottacqua fino al suo limite di apnea e, quando sta a 20 cm dalla superficie, rispingerlo giù di 10 metri. Dicendogli “non ancora, non ancora. Non sei ancora pronto”.

Tornando agli USA dell’incipit, Sartori, lei la differenza la conosce bene. E’ che come al solito deve mentire per rimanere fedele alla linea. Negli USA è il bilancio federale a compensare le sperequazioni fra la recessione dell’Alabama e il surplus della California. E’ questo l’unico modo in cui lo Stato svolge la sua funzione istituzionale. Ma per farlo deve avere un bilancio. Ergo, mutatis mutandi (come dicono gli intellettuali istruiti come lei) l’unico modo di conservare la moneta unica sarebbe il bilancio unico in cui i fieri vichinghi del nord si prendono carico dei pigroni mediterranei del sud. Lei ce li vede olandesi e tedeschi che finanziano il deficit della Regione Sicilia? Per favore Sartori non faccia il finto tonto. Che il paese è veraqmente al collasso.

La penna caro Sartori implica attenzione estrema a ciò che produce. Una penna che scrive dove scrive lei ha un grande potere. Che può essere esercitato nella direzione dell’informazione (e della formazione del pensiero critico) o in quella (talvolta involontaria e in buona fede) della propaganda e della cementificazione dei luoghi comuni. Da un pluridecorato politologo editorialista ci si aspetterebbe un minimo più di attenzione alla massima di Zio Ben. Sì Sartori, lo zio di Peter Parker, l’Uomo Ragno. With great power comes great responsibility.

Come vede Sartori nell’Europa Unita parliamo anche noi l’inglese. E talvolta si impara di più a leggere i fumetti fatti bene che gli articoli in prima pagina fatti male.