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Il parametro del 3% Deficit-PIL fu inventato a caso

Sì, sì. Avete capito bene. A caso. E la cosa sottolinea in maniera lamante come spesso a monte di un presupposto complotto della finanza internazionale ci siano solo l’inettitudine dei governanti, la fretta dettata dalla visibilità e da una visione miope della politica, il combinarsi casuale di concause.

La Repubblica intervista Guy Abeille.

Vi offro una chiave di lettura. Come mai un quotidiano pro-sistema come Repubblica se ne esce con questo articolo? Abbastanza facile capirlo. Accusare il parametro del 3% è perfettamente in linea con l’idea del governo in carica. Secondo Renzi e il suo entourage di pseudo-economisti, il problema è l’austerità. E quindi l’impossibilità di crescere a causa dell’assenza di investimenti pubblici produttivi, bloccati dalla percentuale del 3%. Come spiega bene Alberto Bagnai si tratta di un falso problema. E questo perché se gli olando-tedeschi allentassero i cordoni e permettessero a Renzi di spendere oltre il 3% quello che succederebbe è che i soldi in più in tasca agli acquirenti finirebbero dritti in importazione di convenientissimi prodotti tedeschi. Ergo, la bilancia dei pagamenti sarebbe di nuovo in deficit. Ergo il problema innescato dalla crisi (debito estero NON DEBITO PUBBLICO) peggiorerebbe invece di migliorare. Tutto questo serve a distogliere l’attenzione dal problema vero, ossia la rigidità del cambio in un’area valutaria non ottimale e in assenza di un sistema fiscale unico. In sostanza dal problema rappresentato dall’euro.

Ma si sa, il giornale di De Benedetti di questa roba poco si interessa. Renzi, Stan Del Rio e Olive Padoan poco sanno o, se sanno, sono troppo intenti nell’intrattenimento ilare delle genti italiche prossime alle ferie estive.

Nonostante ciò l’intervista è interessante per capire l’inquadramento mediatico dei fenomeni e la loro strumentalizzazione. Nonché la superficialità di uomini e donne che rivestono ruoli cruciali nelle strutture gestionali di interi Paesi. E come sia facile in un mondo di idioti che un’idiozia diventi un dogma.

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Si sente in colpa?

«Per nulla. Anzi, orgoglioso».

L’uomo a cui dobbiamo Finanziarie lacrime e sangue, innumerevoli salassi e i nostri mali europei, è seduto in una brasserie del quinto arrondissement. Si chiama Guy Abeille, meglio conosciuto come “Monsieur 3%” perché rivendica di aver ideato discussa regola del 3% di deficit sul Pil, croce di tanti governanti dell’Ue. Nessuno conosce il suo nome, tutti conoscono e temono invece la sua invenzione.

«Fu una scelta casuale, senza nessun ragionamento scientifico» confessa adesso l’economista matematico di 62 anni. Anche se la Francia è tra i paesi meno rispettosi del limite imposto nel Patto di Stabilità (quest’anno il deficit è al 3,6%) , la norma-faro è nata a Parigi oltre trent’anni fa. Abeille, oggi in pensione, allora lavorava al ministero delle Finanze. Come si arriva a questo numero simbolico? «Quando François Mitterrand venne eletto, nel 1981, scoprimmo che il deficit lasciato da Valery Giscard d’Estaing per l’anno in corso non era di 29 ma di 50 miliardi di franchi. Sembrava anche difficile fermare l’appetito dei nuovi ministri socialisti. Avevamo davanti uno spauracchio: superare 100 miliardi di deficit. Mitterrand chiese all’ufficio in cui lavoravo di trovare una regola per bloccare questa deriva».

Perché proprio il 3%?

«Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Da qui il fatidico 3%. Qualche mese dopo, Mitterrand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata per contenere le spese dei ministeri. Trovo divertente che questa norma imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia Ne sono orgoglioso ria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò un deficit pari al 2,6% del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».

All’inizio era soprattutto uno slogan??

«L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata per contenere le spese dei ministeri. Ma dovevamo anche farci capire dall’opinione pubblica francese e dai mercati internazionali, non tanto per i tassi di interesse quanto per i rischi delle speculazione sul-la moneta nazionale. Oggi che esiste l’euro pochi lo ricordano ma all’epoca era quella la minaccia che faceva tremare gli Stati».

Come si è arrivati a farne una regola per gli altri paesi europei?

«La regola aveva funzionato bene negli anni Ottanta: i governi francesi non hanno sforato il 3%, tranne nel 1986. E’ stato Jean-Claude Trichet, allora direttore generale del ministero del Tesoro, a proporre questa norma durante i negoziati per il Trattato di Maastricht. Per paradosso, la Germania ha adottato la norma del 3%di deficit sul Pil fino a farne uno dei punti centrali del Patto di Stabilità. Trovo divertente che questa regola nata quasi per caso e oggi imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia».

Davvero non c’erano grandi teorie economiche dietro al 3%?

«Dovevamo fare in fretta, il 3% è venuto fuori in un’ora, una sera de1 1981. Qualche anno dopo ho lasciato il ministero delle Finanze per lavorare nel settore privato. Immaginavo che ci sarebbero stati degli studi più approfonditi, in particolare quando il parametro è stato esteso all’Europa. E invece il 3% rimane ancora oggi intoccabile, come una Trinità. Mi fa pensare a Edmund Hillary che quando gli chiesero perché aveva scalato l’Everest rispose: “Because it’s there”. Da quella sera del 1981 in cui il 3% è uscito fuori un po’ per caso, è diventato parte del paesaggio delle nostre vite. Nessuno più che si domanda perché. Come una montagna da scalare, semplicemente perché è lì

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Economia? No grazie non ci capisco niente

Molti di noi se la cavano così. Dismettendo il problema e delegandolo a chi ne sa di più. Fino al punto di prendere per oro colato qualunque idiozia un TG propini come realtà. Vorrei rassicurarvi. Dopo aver visto quanto poco capisce di economia il sottosegretario Del Rio … sottosegretario all’Economia (sic) … direi che c’è speranza per tutti. Basta leggere, approfondire, informarsi cercando fonti accreditate.

Ve ne propongo 2. Un video di Claudio Borghi a Piazza Piddina (ooopsss … Pulita). Che aveva di fronte proprio l’inconsistente vice di Padoan.

E un pezzo del caro vecchio Bagnai veramente a prova di principiante. Comprensibile, chiaro, cristallino.

In sostanza perché l’euro sta uccidendo l’Europa

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411


Manifesto di solidarietà europea – domani la presentazione

Redatto a gennaio e pensato da economisti di tutta Europa. Viene presentato domani a Parigi. Si tratta di una versione “morbida” dell’uscita dall’euro. Una versione sicuramente più accettabile per l’asfittico sistema politico del continente. Una versione meno traumatica del ritorno alle valute nazionali. Speriamo sia un ulteriore volano per il dibattito e per la visibilità della questione. Chissà che anche i cavalli con i paraocchi a 2 stelle non riescano a guardare oltre il piccolo orizzonte della corruzione e del finanziamento pubblico ai partiti. Non è un lapsus, 2 stelle …. Come gli alberghi scadenti … altro che 5. Ormai i pallini sono quelli e nient’altro.

Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’Eurozona

La segmentazione controllata dell’Eurozona per preservare le conquiste più preziose dell’integrazione europea.

La crisi dell’Eurozona mette a rischio l’esistenza dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo.

La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politicoed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno.
Si era ritenuto che l’euro potesse essere un altro importante passo avanti sulla strada di una maggiore prosperità in Europa. Invece l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea.
I paesi meridionali dell’Eurozona sono intrappolati nella recessione e non possono ristabilire la propria competitività svalutando le proprie valute. D’altra parte, ai paesi settentrionali si chiede di mettere a rischio i benefici delle proprie politiche finanziarie prudenziali, e ci siaspetta che in quanto “benestanti” finanzino i paesi del Sud attraverso infiniti salvataggi. Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale, e di compromettere profondamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea nell’Europa settentrionale. L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo.

Una strategia nel segno della solidarietà europea

Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea. Un euro più debole migliorerebbe la competitività dei paesi dell’Europa meridionale e li aiuterebbe a uscire dalla recessione e tornare alla crescita. Ridurrebbe anche il rischio di panico bancario e il collasso del sistema bancario nei paesi dell’Europa meridionale, che potrebbe verificarsi se questi fossero costretti ad abbandonare l’Eurozona o decidessero di farlo per pressioni dell’opinione pubblica nazionale, prima di un abbandono dell’Eurozona da parte dei paesi più competitivi.
La solidarietà europea sarebbe ulteriormente sostenuta trovando un accordo su un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi Europei.
Naturalmente sarebbe necessario, in almeno alcuni dei paesi meridionali, un abbuono (haircut) deidebiti. La dimensione di questi tagli e il loro costo per i creditori,tuttavia, sarebbero inferiori rispetto al caso in cui questi paesi restassero nell’Eurozona, e le loro economie continuassero a crescere al disotto del proprio potenziale, soffrendo una elevata disoccupazione. Posta in questi termini, l’uscita dall’Eurozona non implicherebbe che le economie più competitive non debbano sopportare un costo per la diminuzione dell’onere del debito dei paesi in crisi. Tuttavia, ciò accadrebbe in circostanze nelle quali il loro contributo aiuterebbe quelle economie a tornare a crescere, al contrario di quanto accade con gli attuali salvataggi, che non ci stanno portando danessuna parte.

Perché questa strategia è così importante?

Non occorre dire che è nostro comune interesse che l’Unione Europea torni alla crescita economica – la migliore garanzia per la stabilità e la prosperità dell’Europa. La strategia di segmentazione controllata dell’Eurozona faciliterà il conseguimento di questo risultato nei tempi più rapidi.

Le firme sul manifesto sono quelle di

Alberto Bagnai – Professore associato di politica economica presso il Dipartimentodi Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio a Pescara (Italia),

Claudio Borghi Aquilini – Professore incaricato di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Brigitte Granville – Professore di Economia Internazionale e Politica Economica alla School of Business and Managementdell’Università Queen Mary di Londra

Hans-Olaf Henkel (@HansOlafHenkel)– Professore di Management Internazionale all’Università di Mannheim, già presidente della Confindustria tedesca

Stefan Kawalec – Amministratore delegato di Capital Strategy, una società polacca di consulenza strategica. Dal 1989 al 1994 ha svolto un ruolo significativo nella preparazione e nell’implementazione del piano di stabilizzazione e trasformazione dell’economia polacca

Jens Nordvig – Amministratore delegato di Nomura, la banca di investimento globale, dove dirige la Fixed Income Research, ed è capo delle strategie valutarie globali.

Ernest Pytlarczyk – Economista capo alla Banca BRE (sussidiaria della Commerzbank, e terza banca commerciale della Polonia), dove dirige il dipartimento ricerca.

Jean-Jacques Rosa – Professore Emerito di Economia e Finanza all’Institut d’Etudes Politiques (Parigi).

Jacques Sapir – Professore di economia presso la Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali (EHESS) e professore visitatore presso la MSE di Mosca.

Juan Francisco Martín Seco – Docente universitario di Introduzione all’economia, Teoria della Popolazione, e Finanza pubblica. Appartiene all’ordine dei Revisori dei conti (Ministero delle Finanze spagnolo) e al servizio di vigilanza delle cooperative di credito del Banco de España.

Alfred Steinherr – Professore presso la facoltà di Economia e Management della Libera Università di Bolzano, della quale è stato fondatore (1998-2003).


Usciremo dall’euro e Berlusconi vincerà

Come dire, spererei nella prima e non nella seconda. Ma in un paese in cui l’idiozia ti porta più in alto che più in alto non si può, ho la vaga impressione che si realizzerà la seconda. E che la prima non sarà un’evenienza strategicamente pensata. Ponderata e gestita. Ma un tracollo rovinoso.

Berlusconi vincerà perché sarà lui a cavalcare questa battaglia. E la cavalcherà magari solo in funzione elettorale. Uno dei suoi “organi” oggi inizia a preparare il terreno. Libero scrive a firma De domnicis

Il conto, un po’ brutale, fa impressione e sfiora i 2mila miliardi di euro. Stiamo parlando dell’avanzo della bilancia commerciale tedesca, calcolato nel periodo che va dal 1999 al 2012: in 14 anni di euro la Germania ha portato a casa un bottino incredibile. La differenza tra le esportazioni  e le importazioni – indicatore che fino all’arrivo della moneta unica  era in profondo rosso dalle parti di Berlino – ha assicurato all’economia tedesca un avanzo pari a 1.873,3 miliardi di euro. Facendo un raffronto tra la bilancia commerciale tedesca e  quella italiana,  salta fuori la  «sconfitta» secca per il nostro Paese. Che con l’euro, nonostante l’export abbia tenuto botta (pure sotto i colpi della profonda recessione), ha invertito la rotta positiva assicurata dalla lira e ora segna un deficit. Ora l’Italia deve fare i conti con un disavanzo, calcolato nel periodo 1999-2012, di 351,5 miliardi di euro.

L’errore è all’origine. È il 1998. Si deve decidere il tasso di cambio delle valute europee: Berlino impone il valore del marco a tutto il Vecchio continente  e – proprio grazie al cambio favorevole, insieme coi restrittivi parametri di Maastricht sui conti pubblici tarati su misura per la Germania –   riesce  in pochissimo tempo a rovesciare il tavolo dell’import-export.

Sul cartaceo l’articolo prosegue affrontando gli altri temi: disoccupazione, bilancia commerciale. Ma il senso è chiaro. La grande battaglia per l’Europa Unita era una trappola. Ben architettata, in cui per incompetenza o per collusione i paesi europei (ma in primis i signori del nostro centro-sinistra di allora … vi ricordate i vari Prodi-Amato-D’alema e compagnia cantante?) caddero. E se la rivendettero con i popoli come una mitica età futura di equità, cooperazione e prosperità. Un po’ alla maniera dei  Conquistadores che reclutavano la ciurma per i velieri promettendo l’Eldorado.

Oggi ne paghiamo tutti le conseguenze. Soprattutto quelle economiche. Ma anche quelle culturali. Anche i più scolarizzati, infatti, continuano a pensare che la nostra sia una crisi di debito pubblico. No way. Siamo nel cuore di una tempesta che dipende dal debito PRIVATO e dalla BILANCIA COMMERCIALE.

D’altra parte però anche la Germania non se la passa bene. Il FMI ha rivisto al ribasso la crescita per il 2013. In sostanza, le misure di riduzione salariale (deflazione interna) e la spinta mercantilistica (esportazione verso i paesi dell’Eurozona grazie a prezzi bassi dovuti alla deflazione), non può durare. Cosa esporti se chi importa non ha più un euro per acquistare?

E infatti il cannibale prima o poi muore di fame se non dà ai suoi simili almeno il tempo di riprodursi.

Come dico da tempo … mi raccomando signori della pseudo-sinistra e dell’opposizione a 5 stelle … aspettate che sia Berlusconi a cavalcare questa battaglia !!

Neanche se ve la spiaccicano in faccia riuscite a vedere la luna mente continuate a guardare il dito … che assomiglia sempre più a un bel medio alzato!!

L’Eurozona si smembrerà come si smembrò lo SME. Tutto sta a capire quando e come. Più tardi succederà. Meno sarà pianificato. Più dure saranno le conseguenze. Per tutti.

Qui una bella analisi con i dati che vi copio e incollo.

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Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le stime di crescita della Germania per il 2013. Ad aprile, infatti, si prevedeva una modesta crescita dello 0,6% che adesso viene derubricata a un’ancora più misero +0,3%.

Spiegare perché la Germania sta morendo assieme ai suoi “partner” dell’Eurozona è molto semplice:

1. La politica economica e commerciale tedesca di tipo mercantilistico (esportare il più possibile e ridurre le importazioni per mantenere un saldo estero positivo: “essere competitivi” come si dice spesso sui media) ha dapprima condotto a una forte riduzione dei salari dei lavoratori tedeschi, che sono fortemente scesi in termini reali a partire soprattutto dal 2003 – vedi il grafico tratto dal documento dell’International Labour Organization delle Nazioni Unite, Global Employment Trends 2012, p. 45. Come fra l’altro ha anche confessato pubblicamente uno dei consulenti che ha preso parte alla riforma del mercato del lavoro introdotta in Germania (le cosiddette riforme Hartz).

salari-tedeschi

E perché, domanderete, i salari non crescevano? Ovviamente perché se il salario non cresce difficilmente il lavoratore tedesco può comprare beni e servizi prodotti a casa propria o all’estero (meno soldi hai e meno cose compri). In questo modo, da un lato, i beni prodotti dai lavoratori tedeschi  potevano essere esportati e, dall’altro, si conteneva anche la spesa per beni e servizi di importazione. Il tutto a vantaggio del produttore tedesco che vedeva così aumentare i propri profitti via export.

Qual è in altre parole il concetto di fondo: deprimere i consumi interni per favorire una politica di stampo mercantilistico che punta tutto su un saldo commerciale ed estero attivo. Ovviamente se i salari non crescono in linea con ciò che si produce, anche i consumi interni stenteranno a crescere. Infatti, non stupisce che la Germania dall’ingresso nell’Euro e fino allo scoppio della crisi americana nel 2007 sia stata il paese che è cresciuto meno in Europa (dietro solo all’Italia). Non ci credete?! Ecco i dati tratti dal Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook Database, aprile 2013):

media-tasso-crescita-1999-2007

Quando si parla dei vantaggi che la Germania ha tratto e trae dalla permanenza nell’Euro non dobbiamo mai dimenticare che ci si riferisce sempre ai vantaggi di una determinata categoria: il produttore, l’industriale, il capitalista tedesco. Non si parla certamente dei lavoratori tedeschi, che di fatto producono di più per guadagnare di meno e vendere al resto del mondo i propri beni a tutto vantaggio dei profitti delle grandi aziende alemanne. Che dite, la cosa potrà finire bene?

Ma non finisce qui, arriviamo al secondo aspetto cruciale:

2. Il giochino è andato avanti fintanto che i paesi del sud Europa avevano abbastanza soldi per comprare i beni tedeschi (soprattutto perché le banche tedesche veicolavano prestiti ai paesi del sud Europa, che in parte venivano usati proprio per comprare gli stessi beni tedeschi). Ma adesso che i redditi dei paesi della periferia sono stati sbriciolati via austerità (imposta proprio dai creditori esteri, tedeschi in testa, ai paesi debitori) anche la domanda estera teutonica sta inesorabilmente calando. In parole povere: se nessuno ha più un soldo in tasca chi ti compra ciò che produci?

Quindi l’equazione è semplice:

calo della domanda interna (causato da diminuzione dei salari) + calo della domanda estera = implosione dell’economia tedesca.


Cosmologie: la Grande Fratellanza Euriana di Fubini

I luoghi comuni sono relativamente facili da creare. Ed estremamente duri a morire. Quelli sull’economia, poi, arrivano fino alle parole dei capi delle redazioni economiche. Ovvero quelle voci che dovrebbero informare lettori e ascoltatori e che inevitabilmente, invece, li formano. Li addestrano. Contribuendo alla cementazione delle culture di cui parlavo ieri. E creando vere e proprie cosmologie rassicuranti.

Parto da un esempio di oggi. Eh sì, ormai sempre più spesso è necessario fare il quotidiano debunking di ciò che viene detto e scritto sui media mainstream. Una nobile professione si penserà. Orientata a mostrare le cose sotto luci diverse. Certo però che palle! Ma questa gente non potrebbe approfondire un po’ di più? O forse nemmeno i loro comportamenti interpretativi sono poi così semplici da spiegare? Vediamo.

Prima pagina del Corriere della Sera. Federico Fubini, classe ’66, caporedattore Economia. Uno che scrive libri premiati. Una penna di quelle accreditate. Credibile. Il titolo di oggi è “L’illusione di avere tempo”. Scrive Fubini.

Nel 1992 l’Italia, oberata dai debiti fu costretta a uscire dall’accordo di cambio europeo e svalutare la lira del 30%. Gli investitori esteri che avevano comprato i Btp sulla base dell’impegno del Paese a restare nel sistema monetario, si ritrovarono con una perdita effettiva di un terzo del capitale. Fra loro c’è senz’altro chi si sarà sentito tradito, ma gli italiani non ebbero mai la percezione di non aver mantenuto i propri impegni. Al contrario, con i loro sforzi e grazie la scelta politica del resto d’Europa sei anni dopo erano già nell’euro: mai un Paese è passato così in fretta dalle stelle alle stalle dell’affidabilità finanziaria, da tassi argentini a tassi tedeschi. Questa manna non può tornare, ma devono essere stati episodi così ad aver convinto qualcuno che lo stellone ci assisterà sempre.

Una parentesi necessaria prima di passare al debunking. Le culture di tutti i tempi per spiegare ciò che le circonda sono costrette necessariamente alla semplificazione. E’ un’attitudine umana. La religione ad esempio ma anche la scienza sono semplificazioni della complessità del reale. Che rispondono a criteri ordinativi diversi ma che servono allo stesso scopo: aiutare l’uomo per sottrarsi dal caos. Questa semplificazione parte dalla creazione di simboli, ovvero di saperi paradigmatici, che vengono poi organizzati in sistemi coerenti chiamati cosmologie. Le culture che siamo soliti definire occidentali, a differenze di quelle di interesse etnologico, ne accatastano diverse , una sull’altra, di queste cosmologie. Si tratta di narrazioni coerenti che rassicurando, spiegano. O forse spiegando, rassicurano. Nella creazione di una cosmologia i fatti vengono spesso digeriti e modificati. Non si tratta quasi mai di mistificazioni coscienti, di atti deliberati a tavolino. Ma dell’equivalente digitale dell’oralità delle società tradizionali. E’ così che i luoghi comuni si trasformano in cosmologie. Come succedeva quando eravamo cacciatori-raccoglitori. In base alla ripetizione. Ed è incredibile notare come, nonostante la scrittura ci permetta di risalire al fatto originario, la modificazione mitologica sia comunque più forte.

La storia del ’92 (se non ricordo male sarebbe meglio dire ’93) infatti è diversa. Amato prima infilò le mani dello Stato nelle tasche dei contribuenti. Con un prelievo forzoso tipo quello cipriota. Poi svalutò. E fu proprio quella svalutazione (competitiva) a far sì che la crescita fosse rilanciata. Non furono gli eroici sforzi dell’Italia lavoratrice nei successivi anni a portarci con il debito pubblico in ordine e il PIL crescente all’appuntamento con l’Euro. O almeno non solo. Fu il rilancio della competitività anche attraverso l’esercizio della sovranità monetaria. In sostanza, quella parentesi aveva dimostrato ciò che tutti gli economisti accreditati  – da Alesina a Krugman, da Mosler agli stessi monetaristi equilibrati – sostenevano. Che l’Europa non è un’area valutaria ottimale e che il cambio fisso (leggi la moneta unica) avrebbe creato un disastro epocale. Caro Fubini, non erano i debiti il problema del ’92-’93, e nemmeno la classe politica che affrontava tangentopoli. Il problema erano i cambi fissi dello SME. La svalutazione li aggirò e rilanciò la crescita. In sei anni siamo risaliti per poi ricadere nello stesso errore. O era una trappola, Fubini? Una trappola ideata pe realizzare un progetto politico ben preciso? Scattata alla perfezione anche grazie alle cosmologie create e diffuse come mantra salvifici dai media e dal passaparola acritico?

Ma Fubini ci avverte. Dobbiamo fare in fetta perché la manna non può tornare. E’ chiaro, perché per il suo ragionamento anchilosato dalla cosmologia dell’euro, la manna è fu Maastricht. Ma basterebbe uscire dai confini del mito ed esercitare un po’ di pensiero laterale per capire invece che la manna fu proprio la svalutazione. E la manna può tornare, Fubini. E si chiama “uscita controllata dal cambio fisso”. Come dopo il ’93, grazie all’operosità che non ci manca e all’esercizio della sovranità monetaria torneremmo dall’economia reale del Burkina Faso a quella della Nova Zelanda. Economia reale Fubini. Altro che tassi. Vallo a chiedere ai lavoratori tedeschi se hanno apprezzato la deflazione interna e le decurtazioni salariali per conservare i tassi! E poi vallo a chiedere agli argentini se invece hanno apprezzato le mosse della Kirchner sul debito e sullo sgancio valutario dal dollaro!

L’articolo continua poi facendo notare che “nonostante non ci sia un governo lo spread è sceso a 300 e la borsa vola fino addirittura a capitalizzazioni del 6,7%”. Nella cosmologia dell’euro questa è un’anomalia. Come non c’è il governo che fa le ristrutturazioni, che taglia servizi e spesa, che alza le tasse per pagare i debiti eppure la borsa vola e lo spread scende? La cosmologia è in pericolo e quindi è necessario che digerisca nuovi elementi e si riposizioni. Sia Fubini che Rampini da Repubblica ci raccontano infatti che lo spread scende perché i giapponesi e gli americani stanno invadendo i mercati con moneta fresca di conio (come se la moneta si stampasse ancora!). Visto che i titoli del debito sovrano dei giapponesi non rendono più, i risparmiatori del Sol Levante starebbero puntando ai nostri titoli di Stato. E questa cosa Fubini la mette accanto all’annuncio di Bruxelles che “le turbolenze finanziarie sul debito sovrano italiano possono contagiare il resto d’Europa”. E alla sempiterna spada di Damocle del declassamento da parte delle agenzie di rating. Ma come Fubini, siamo o non siamo “affidabili”? Ha ragione l’Europa o hanno ragione gli investitori giapponesi? Tutti scemi questi ricconi con gli occhi a mandorla che investono sui nostri titoli invece di andare altrove? Qual è la verità Fubini?

La verità ovviamente, unica e incontrovertibile, non esiste. Ma un’altra verità fuori dai confini della cosmologia dominante, e che potrebbe spingerla a un cambio di direzione consistente per riuscire a digerire un’informazione così divergente, risiede nell’esercizio del buon senso. E’ chiaro che i mercati dei governi se ne fregano. O meglio che non è l’esercizio coordinato della gestione della cosa pubblica a interessare i capitali. Ma le dichiarazioni di chi governa. In Europa poi, dei governi “locali” non gliene frega nulla a nessuno. I capitali sanno che a Monti farà seguito la sua agenda. Che la teoria del binario di Draghi è realtà e non finzione, e che il governo risiede negli stanzoni illuminati di Francoforte e non nelle aule occupate dai Capitan Italia a 5 Stelle. Ma soprattutto che nella Borsa, come in tutte le arene dove si scommette, si punta su chi vince, ma si vince grosso puntando su chi perde.

Sembra chiaro a chiunque, quindi, che continuare a orientare la politica sulla base dell’umoralità dei mercati equivale a decidere la rotta in funzione del vento. E non a sfruttarlo in funzione di dove si vuole arrivare. L’esito è abbastanza prevedibile. Il naufragio.

Piccola curiosità. I capitali giapponesi che acquistano i nostri titoli, ma che presto si sposteranno su asset più tangibili sono i famosi capitali esteri. Quelli che dovrebbero arrivare quando un paese è affidabile. Ma quindi siamo affidabili o siamo untori? Non è dato sapere. Ma non sarà che questi capitali arrivano semplicemente quando gli conviene? E che il mito dell’affidabilità non è nient’altro che uno dei tanti che compongono la cosmologia dei Taleuriani? Attenzione poi, perché i mitici capitali esteri sono quelli che alimentano il debito estero e avviano il ciclo di Frenkel. Non vorrei che nel bel mezzo dell’ultima fase stessimo già inaugurando una nuova fase 1.

L’articolo di Fubini si conclude peggio di come era iniziato.

L’idea che ci sia ancora tempo e qualcosa e qualcuno alla fine ci salverà forse aveva senso nel ’92 quando Maastricht era il futuro. Vent’anni dopo la sola Maastricht che può salvarsi è qui in Italia, nella sua capacità di cambiare le proprie istituzioni economiche per prosperare, Bersani e Berlusconi ne stanno parlando, O no?

Il cerchio si chiude e la cosmologia rinforza se stessa ripetendo il mantra dell’incipit. Gli italiani spendaccioni sono di nuovo sull’orlo del tracollo. Se non rimettono a posto le loro istituzioni economiche saranno perduti. E questo va letto in funzione dell’agenda Monti-BCE. Ovvero tagli alla spesa, tasse per ripagare il debito. Più Europa! Più Europa! Sì perché nel ’92 avevamo  l’euro futuro che ci avrebbe salvato. Oggi cosa ci attende dietro l’angolo? Mi chiedo come mai Fubini, nell’ottica della sua formula, non si appelli a un’unione monetaria ancora più ampia. Se nel ’92 ci salvò Maastricht, perché non accordarsi anche con i paesi ancora fuori dall’euro ma nella UE per un SuperEuro che salvi tutti dallo spettro della crisi che non molla? O magari chiedere ai Russi di rinunciare ai rubli e di unirsi tutti nella grande Fratellanza Euriana (l’assonanza non è casuale). Forse perché ci manderebbero al diavolo mettendo in evidenza il campo minato in cui vgliamo attirarli? In tutto simile a quello dove i Taleuriani alla Fubini ci hanno attirato a inizio millennio?

In realtà Fubini non lo dice perché è un vero Taleuriano. E sotto sotto ha anche una vocina divergente che gli suggerisce di dire ciò che la cosmologia non prevede. Che il cambio fisso non fu la soluzione, ma il problema. E che il debito pubblico è il minore dei problemi, perché visto dall’altra parte è credito privato. Ovvero incentivo alla domanda, alla crescita dei consumi e al tanto invocato PIL. E che se il debito pubblico si calcola in percentuale sul PIL non è solo la riduzione del primo a renderla minore, ma anche l’aumento del secondo. Se ad esempio il credito alle imprese fosse stato liberato anni fa – con un forte vincolo che favorisse le assunzioni -, fregandosene dei dettami di Francoforte e Bruxelles e dell’aumento del debito pubblico (che è comunque aumentato nel conto che ieri Monti ha presentato con il DEF), oggi il PIL sarebbe in condizioni diverse. Così la domanda, la spesa dei cittadini e
il tasso di disoccupazione. Guardiamo spesso oltre oceano. E guardiamoci allora. Obama ha presentato la legge di bilancio USA 2014. Certo, per accordarsi con i repubblicani ha inserito anche una riduzione della spesa sociale spalmata su 10 anni. Ma il progetto nel breve è quello di “investimenti pubblici”. Il linguaggio, ricordiamoci, è il primo sistema di simboli sulla base del quale si creano le cosmologie. Investimenti pubblici, visto dall’interno della logica di Fubini, si traduce con aumento del debito. Immaginiamoci cosa succederebbe se l’esecutivo del prossimo governo italiano mettesse nella legge di stabilità per il 2014 l’aumento di investimenti pubblici! Fantasia ovviamente perché l’Eurogruppo boccerebbe immediatamente l’operazione e scatenerebbe il grido di dolore della Cosmologia, dell’apparato mediatico comunitario e a cascata delle scommesse sul cavallo perdente.

Leggendo e ascoltando ciò che legge e ascolta la gente rimango sempre più convinto che hanno ragione – per motivi opposti – sia Prodi che Bagnai. Il referendum sull’uscita dall’euro, se mai si dovesse fare, sarebbe una minchiata di dimensioni cosmiche. La cosmologia dei Taleuriani è troppo diffusa e resistente, ancora impreparata a riposizionarsi. Perché il volume del passaparola divergente è ancora basso, il numero degli eventi anomali da digerire ancora ininfluente. L’uscita controllata deve essere fatta come la svalutazione del ’93. Per decreto e a sorpresa. D’altra parte ci hanno abituato alle più grandi porcate firmate il 15 di agosto. Non vedo perché per una volta non si possa fare qualcosa di funzionale con la stesa metodologia.

Ah. È vero. La cosmologia assemblearista degli occupanti a 5 stelle lo impedisce.

Ma tanto ci salveranno il SuperEuro e la Fratellanza Euriana. Quindi niente di cui preoccuparsi.


L’Olanda sottacqua

Se mi riferissi alla geologia non si tratterebbe di una novità. E invece parliamo di economia. Conti. 1+1 uguale -2.

Vi ricordate Jeroen Dijsselbloem, il capo dell’Eurogruppo che nelle notti di Cipro premeva perché il prelievo forzoso fosse fatto presto? Quello che si disinteressava in maniera più o meno esplicita della capienza delle tasche in cui infilare le mani per il prelievo?

L’immagine che ne restituivano i media era più o meno quella dell’uomo virtuoso del nord che chiede il conto ai pigri paesi del sud. Con la complicità, ovviamente, del Commissario della Provincia Mediterranea Monti.

Beh l’immagine era un po’ modificata con photoshop. Andatevi a leggere più in basso qual è il rapporto fra i bilanci delle banche olandesi e l’output economico. Non vi ricorda qualcosa? Eh sì, anche i Paesi Bassi affondano nella melma della crisi, prigionieri della stessa gabbia. Pensavano di essere i carcerieri della Prigione Euro e invece sono solo i detenuti di lungo corso che tengono sotto botta i compagni di cella più deboli. Prima o poi, però, arrivano gli idranti delle guardie. E colpiscono tutti.

Come proprio gli olandesi? I virtuosi che battono cassa?

Eh sì. Il meccanismo perverso della trappola della moneta unica coinvolge tanto il debitore insolvente quanto il creditore spericolato. A maggior ragione quando si capisce che una nazione non è solo la somma delle sue banche – che magari vantano crediti all’estero – ma dei suoi cittadini, che sono anche debitori.

Un paio di premesse per interpretare bene il testo che segue:

  • Si scrive mutui per la casa. Si legge “debito privato”, che se alimentato da capitali esteri che affluiscono nel paese data la sua credibilità, si chiama “debito estero”. Il che ci riporta al famigerato ciclo di Frenkel
  • Se sei un creditore e affami il tuo debitore sei come il virus stupido della malaria. Muori insieme al corpo che uccidi.
  • L’originale è qui. La traduzione è by google quindi chi capisce l’inglese legga l’originale. Gli altri si accontentino di qualche sgrammaticatura.  Rispetto all’originale ho eliso parti meno importanti. I neretti sono miei.

Buona lettura. E Buona fortuna. Perché quando sott’acqua ci va la cabina del capitano, il resto della nave è perduta già da tempo.

Un Economia sull’orlo del precipizio

Più di un decennio fa, la banca centrale olandese ha riconosciuto i pericoli di questa euforia, ma i suoi avvertimenti non fu ascoltato. Solo l’anno scorso ha fatto il nuovo governo, guidato dal primo ministro conservatore-liberale Mark Rutte, può modificare le generose scappatoie fiscali, che a poco a poco ha cominciato a scadere nel mese di gennaio. Ma ora è troppo tardi. Nessuna nazione della zona euro è così profondamente in debito, come l’Olanda, dove le banche hanno un totale di circa € 650.000.000.000 in mutui ipotecari sui loro libri.

Debito dei consumatori ammonta a circa 250 per cento del reddito disponibile. A titolo di confronto, nel 2011, anche gli spagnoli hanno raggiunto solo un rapporto debito di 125 per cento.

I Paesi Bassi sono ancora uno dei paesi più competitivi dell’Unione europea, ma ora che la bolla immobiliare è scoppiata, essa minaccia di abbattere l’intera economia con esso. La disoccupazione è in aumento, il consumo è basso e la crescita è giunto a un punto morto. Nonostante le misure di austerità severe, quest’anno il governo dell’Aja violi il criterio del disavanzo dell’UE, che vietano il nuovo indebitamento di oltre il 3 per cento del prodotto interno lordo (PIL).

E ‘un fardello pesante, soprattutto per il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, che è anche il nuovo capo dell’Eurogruppo, e ora si ritrova nel ruolo inaspettato di essere sia un cane da guardia per l’unione monetaria e un candidato crisi.

Anche € 46 miliardi le misure di austerità non sono evidentemente sufficienti per rimanere entro il limite del debito UE. Sebbene Dijsselbloem ha annunciato ulteriori € 4,3 miliardi di tagli nel servizio pubblico e la sanità, che entreranno in vigore soltanto nel 2014.

“Infilare il coltello ancora più profondamente” sarebbe “molto, molto irragionevole,” socialdemocratico Dijsselbloem detto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel tentativo di giustificare il ritardo. E ‘il tipo di retorica normalmente sentito da paesi del sud colpite in Europa. Gli effetti negativi di vivere al di là di uno dei mezzi sono diventate evidenti dopo la crisi finanziaria iniziata. Molti dei modelli di finanziamento strettamente calcolati non sono più di lavoro fuori, e difficilmente i cittadini possono pagare più i loro debiti. I prezzi delle commerciale e privato immobiliare, che erano assurdamente alto per un tempo, stanno affondando drammaticamente. L’economia di una volta-boom è di stallo.

La disoccupazione in aumento

“Un circolo vizioso si sviluppa in queste situazioni”, spiega Jörg Rocholl, presidente della European School of Management e Tecnologia di Berlino e membro del consiglio dei consulenti accademici al Ministero delle Finanze tedesco. “I clienti hanno troppo debito e non possono servire i loro prestiti. Ciò causa problemi per le banche, che non sono più riforniscono abbastanza soldi per l’economia. Ciò porta ad una recessione economica e la disoccupazione elevata, il che rende il rimborso del prestito ancora più difficile.”

Il tasso ufficiale di disoccupazione è già salito al 7,7 per cento. In realtà, è probabilmente molto più alto, ma che è stato mascherato fino ad ora da un gruppo demografico chiamato ZZP. Il “Zelfstandigen zonder personeel” (“Lavoratore autonomo senza dipendenti“) sono in remoto correlata al modello tedesco della “Ich-AG” (“Me, Inc.”). Circa 800.000 ZZPers lavorano attualmente nei Paesi Bassi.

Uno di loro è Rob Huisman. I 47 anni, vive con la moglie e il figlio a Santpoort, nei pressi di Haarlem. Nel 2006 Huisman, uno specialista IT, ha lasciato la sua posizione con una grande società di consulenza per avviare una propria attività. È andata bene alla prima, con Huisman guadagnare 100 € l’ora. Ma col tempo molti clienti, sia governative che private, strappi le tasse che erano disposti a pagare. A volte, i lavori sono stati semplicemente cancellati del tutto. “Per le aziende vale la pena di lasciare i loro dipendenti a tempo indeterminato vanno e poi prendere con contratti di lavoro temporaneo”, dice l’esperto IT. “Li salva i costi della sicurezza sociale.

Nessuna fine in vista
Gli olandesi sono stati a lungo tra la maggior parte dei risparmiatori diligenti d’Europa, e nella crisi molti stanno premuto sui loro soldi ancora più forte, che è anche tossico per l’economia. “Uno dei problemi principali è in calo il consumo”, afferma Johannes Hers della Planbureau Centraal a L’Aia, il consiglio di esperti presso il Ministero dell’Economia.

Il suo ufficio si aspetta un calo del 0,5 per cento in crescita per il 2013. Alcune 755 aziende hanno dichiarato fallimento nel mese di febbraio, il numero più alto da quando sono cominciate nel 1981. Il settore bancario è anche licenziando migliaia di dipendenti al momento.

A causa dei molti mutui ipotecari sui libri, il settore finanziario è molto gonfiato, tanto che il totale delle attività di tutte le banche sono momenti in quattro-e-un-metà la dimensione della produzione economica.

A febbraio, il governo è stato costretto a nazionalizzare SNS Bank, quarta banca del paese, perché aveva un ampio portafoglio di crediti in sofferenza per gli immobili. Le altre banche vogliono solo cartolarizzare una parte dei loro portafogli di prestiti giganteschi e rivendere i titoli attraverso una banca mutuo speciale – principalmente per i fondi pensione del paese, dove gli olandesi hanno messo via ingenti somme per la pensione.

Ma i tagli sono sempre più vicini. E le persone istruite non può più trovare lavoro.


Le 3 scimmie a 5 stelle e il prossimo Garage Sale Italia

I nomi non ce li avevo. E se ce li avevo non ce li hanno chiesti. E se pure ce li avessero chiesti non li avrebbe votati nessuno. La strategia comunicativa di Crimi (e quindi anche della Lombardi e del duo Messora- Martinelli) non mi convince nemmeno un po’. Sembra una perenne escusatio. Non vedo, non parlo, non sento. In continua e perenne difensiva dal nemico numero uno: il tritacarne mediatico. Per carità, la capacità distorsiva dei media mainstream è sotto l’occhio di tutti. Ma nel momento in cui rilasci (oggi) un’intervista a pagina 4 di Repubblica – forse il peggiore dei media mainstream – non puoi allo stesso tempo dire “non abbiamo fatto i nomi perché i media li avrebbero massacrati”. Finisce che qualcuno (a ragione?) pensa che in realtà eravate in alto mare e i nomi non li avete mai avuti. Come la progettualità che quei nomi avrebbe dovuto sostanziare.

Ma tant’è. Prime mosse tattiche (elezione di Grasso e consultazioni afone) dal mio punto di vista completamente fallimentari. Speriamo nella strategia. Sempre che prima o poi ci facciate capire qual è oltre al sacrosanto repulisti della classe dirigente (che comunque come dicevo giorni fa non è cosa secondaria ma nemmeno questione che si risolva a breve termine, e che comunque va ben oltre la sola riduzione degli stipendi)?

Anche perché ora oltre a un Parlamento sedato, a un governo in carica che tutto sta facendo tranne che “ordinaria amministrazione”, al binario su cui Draghi e la troika hanno messo il paese, ora abbiamo le 10 piaghe da affrontare. Che da Quagliariello a Violante tenteranno di salvare la capra con i cavoli. Tenteranno. Perché dubito che ci riusciranno. Sempre che ovviamente i lunghi coltelli del PD non facciano fuori ora e per sempre Rhom-Bersani e si spiani la via alle larghe intese. Infatti, a meno del dipanarsi di questo scenario, la clama piatta (sulla superficie) ci traghetterà direttamente verso l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Una questione non da poco.

Ne parlano sia Feltri che Travaglio oggi. E meraviglia delle meraviglie si riesce ad essere d’accordo con parte del discorso di entrambi.

Mentre i saggi cominceranno il loro lavoro, presumibil­mente inutile al fine di agevo­lare la formazione del gover­no, i partitisi daranno da fare per selezio­nare l’uomo sbagliato da mandare al Qui­rinale, diventato ormai il fulcro della poli­tica. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: la Repubblica presidenziale, tanto invisa alla sinistra di origine comunista, e cara alla destra di ogni tempo, è stata di fatto realizzata da Giorgio Napolitano, miglio­rista, già dirigente di spicco del Pci. Un controsenso? Sì. Ma necessario, dato che il sistema parlamentare, imbastardito da leggi elettorali scritte a capocchia e irre­sponsabilmente varate, non funziona più. Lo sanno tutti, pochi lo ammettono apertamente. Il Colle ha acquisito un’im­por­tanza strate­gica inimmagi­nabile solo qualche anno fa. Lo si vede in questi giorni. Dinanzi al pro­bl­ema della suc­cessione di Na­politano, persi­no quello del­l’esecutivo, dif­ficile da risolvere in mancanza di una maggioranza, è passato in secondo pia­no. L’attenzione dei politicanti d’ogni se­me è concentrata sulla più alta carica del­lo Stato. Il Pdl punta su un personaggio non pregiudizialmente ostile a Silvio Ber­lusconi e che garantisca equidistanza tra i vari schieramenti. Il Pd desidera poter contare su un amico, meglio ancora: un compagno. E il Movimento 5 stelle gradi­rebbe un signore della cosiddetta società civile, non implicato in interessi di parti­to. Feltri sul Giornale.

Crimi sostiene che Napolitano non gli aveva parlato dei saggi. E che anzi sostenesse che solo un governo politico poteva uscire dalle consultazioni. Delle due l’una. O mente Crimi o mente Napolitano. E visti i trascorsi (Palermo docet) propenderei più per la seconda. D’altra parte solo recentemente aveva detto che se ne sarebbe andato annunciandolo a media unificate. E poi ci ha ripensato. Di conseguenza fidarsi di Napolitano sui prossimi passi è come fidarsi di un commerciante sulla bontà della sua merce. Eppure Feltri ha ragione. La nostra democrazia parlamentare è schiacciata da una doppia anomalia, il parlamento esautorato dai governi a suon di decreti legge, e i governi esautorati da un Presidente della Repubblica Re. Preso atto di questo, e nell’impossibilità di modificare lo scenario nell’immediato, sarebbe il caso che anche il M5S si svegliasse. Al di là delle semplici Quirinarie online.

La Smorta Decina non combinerà un bel nulla, come tutte le bicamerali e bicameraline degli ultimi vent’anni. E ci accompagnerà dolcemente all’elezione del nuovo Presidente, che dovrà riprendere le consultazioni per mettere in piedi un governo. Che dipenderà molto dal nuovo Presidente e da chi l’avrà eletto. Reggerà l’intenzione del Pd di concordare un nome nuovo, fuori dai partiti, insieme ai 5Stelle? E soprattutto: i 5Stelle decideranno finalmente di giocare le carte che hanno in mano (e non sono poche), o continueranno a fare da spettatori? Giocarsi le proprie carte non significa né sporcarsi le mani né fare inciuci. Significa fare politica coerentemente con le attese degli elettori. Che, riguardo a M5S, non vogliono dare cambiali in bianco ai partiti. Ma neppure di rinunciare a influenzare la politica ogni volta che si può. Siccome il requisito indicato da Grillo per la scelta online del candidato Presidente nelle “Quirinarie” è l’estraneità alle vecchie poltrone, esistono personalità degnissime che rispondono a quell’identikit e possono piacere anche agli elettori del Pd. Il Pd, lo sappiamo, sarà tentato di mandare al Quirinale le solite muffe, da Amato a D’Alema a Marini. Ma potrebbe esserne dissuaso da una rivolta della base, se i grilli avanzassero candidature più autorevoli (non ci vuole molto). Dopodiché, quando ripartiranno le consultazioni, potrebbero finalmente proporre al nuovo Presidente un nome analogo e sfidare allo stesso modo il Pd su alcune proposte che fanno parte del loro programma, ma che non dispiacciono agli elettori progressisti. A quel punto il cerino, dalle mani di Grillo, passerebbe in quelle di Bersani (o chi per lui): se le boccerà, confermerà che il dialogo con M5S era un bluff e si assumerà la responsabilità di aver perso (e fatto perdere agli italiani) un’occasione d’oro; se accetterà, avremo un governo che ci sogniamo da chissà quanti anni. Travaglio su Il Fatto

L’elezione del Presidente della Repubblica non è solo un passaggio istituzionale. Il M5S lo sa. Ma c’è qualcosa che temo di più. Cosa? Quello che teme Feltri (ma che implicitamente teme anche Travaglio). Ovvero che la saldatura fra PD e M5S si realizzi su un nome impresentabile come quello di Prodi.

Grillo lo scriveva sul suo blog

Il pdl vuole un presidente di garanzia, un salvacondotto per i processi dello psiconano. Il pdmenoelle vuole anch’esso un presidente di garanzia, che lo tuteli dalla prossima bomba ternmonucleare del MPS. Entrambi vorrebbero un presidente “Quieta non movere et mota quietare (Non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato)”. Non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche. [i grassetti sono miei. i suoi non a caso erano altrove]

E lo sanno anche i sassi che Prodi rappresenterebbe per Bersani il puntello contro i lunghi coltelli dell’ala renziana. Do ut des. Negoziazione. Il cuore della politica no? D’altra parte l’endorsement di Prodi al segretario dei segretari è arrivata di fronte a una piazza semivuota durante la campagna elettorale. Di conseguenza nessuna meraviglia che per Bersani il nome più papabile possa essere quello.

Ciò che né Feltri né Travaglio dicono è però che il vero pericolo rappresentato da Prodi (o da un “prodiano” qualunque) è il rinforzo per 7 lunghi anni e sine die della liturgia dell’euro e della dottrina cementificata del più Europa a ogni costo. Per chi non se lo ricordasse Prodi è il grande traghettatore del nostro paese verso la trappola dell’euro e dell’economia commissariata. E’ né più né meno che l’alter ego dei Monti-Draghi-Amato e compagnia cantante. Il Presidente ideale per la tecnocrazia europeista. Ovvero di quel Patto d’Acciaio cha ci ha portato esattamente dove siamo. E dove siamo è il bengodi degli speculatori. Quello dove sfruttando la crisi si fanno affari d’oro. Ascoltate ad esempio cosa racconta Andrea Bonomi, un nostro rampante uomo della finanza creativa al soldo di un grande gruppo di investimento.

MILANO (MF-DJ)–Come puo’ un Paese in piena recessione economica, in un momento di profondo cambiamento politico e generazionale e con un debito pubblico monstre, rappresentare ancora un luogo dove e’ interessante investire? Nelle ultime settimane l’Harvard Business School e la New York
City University hanno chiamato Andrea Bonomi, senior principal di Investindustrial, a rispondere a questa domanda che riguarda l’Italia.

Evidentemente, scrive MF, ai docenti dei due dei piu’ noti atenei americani in cui studiano i futuri top manager internazionali non pare cosi’ intuitiva la ragione per la quale un veicolo di investimento
italiano l’anno scorso sia riuscito a raccogliere 1,25 mld euro di impegni da parte di investitori internazionali. Per Bonomi, pero’, le due lezioni sono state una passeggiata, visto che il tema da affrontare e’ stato appunto lo stesso che il manager aveva dovuto svolgere di fronte ai potenziali investitori stranieri nella fase di raccolta dei capitali. E uno degli argomenti piu’ convincenti utilizzato da Bonomi ora come allora e’ stato il successo del caso Ducati. Con una quota di mercato piu’ che raddoppiata e un profittabilita’ triplicata in cinque anni la casa motociclistica ceduta da Investindustrial al gruppo Audi nella primavera del 2012 e’ un biglietto da visita importante per Investindustrial.

Bonomi agli studenti americani ha spiegato che quella ricetta puo’ essere applicata a numerose altre eccellenze italiane che, partendo da un importante piano di investimenti, hanno la possibilita’ di aprirsi ai
mercati internazionali e cogliere le opportunita’ offerte dalla globalizzazione. Dal punto di vista degli investitori esteri che guardano alle aziende italiane, se in Italia e in generale in Europa c’e’ la crisi,
e’ anche meglio. Perche’, ha spiegato Bonomi, si possono investire capitali a prezzi molto buoni con ritorni potenziali molto interessanti, nel momento in cui le aziende sono in grado di crescere velocemente, a ritmi da Paesi emergenti, perche’ e’ proprio quei Paesi rappresentano oggi i principali mercati dei loro prodotti.
Non e’ un caso che Bonomi sia anche uno dei fondatori di Why not Italy?, l’associazione creata da un gruppo di operatori di private equity, consulenti e docenti universitari italiani con l’obiettivo di promuovere l’immagine dell’Italia tra gli investitori esteri.

Per inciso la Audi (guarda caso) è tedesca. Gruppo Volkswagen. E Bonomi è uno dei tanti che organizzano il Garage Sale Italia. Ovvero il mercatino della domenica nel portico del nostro paese. Dove, viste le pezze al culo che abbiamo, anche aziende che funzionano si comprano a prezzi coreani. La crisi è un’opportunità. Per loro. Quelli che arrivano dopo che i sicari economici alla Prodi hanno affamato la bestia. Una partita di giro che non ha bisogno di colorite visioni complottistiche per essere concepita. Ma sta lì, davanti a tutti, dove nessuno la nota. Nascosta dagli slogan.

Vi ricordate Monti con gli Emiri del Kuwait? E i russi delle banche di Cipro? Dovrebbe essere ormai chiaro dove porta quella strada. Ovvero quella dell’indebitamento estero e della cessione a buon mercato degli asset nazionali. Di quelle che Bonomi chiama eccellenze.

Ebbene Prodi è uno degli inventori di questa strategia. Del “facciamo l’euro, serve la stabilità per attirare gli investimenti stranieri”. E’ un simbolo potente per le oligarchie internazionali e per le lobby finanziarie internazionali. Un simbolo e una garanzia. La sua nomina al Quirinale sarebbe il colpo definitivo da cui il Paese non si risolleverebbe più.

Speriamo nelle quirinarie? Speriamo che stavolta, avendocelo il nome, Crimi lo tiri anche fuori? Magari evitando di farsi scudo degli incubi orwelliani che sembrano disturbare i suoi sogni? Sveglia ragazzi perché se dopo Grasso fate eleggere pure Prodi passerete alla storia come quelli che hanno salvato Bersani da Renzi pagando il caro prezzo dei propri elettori. Io in primis.