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Il parametro del 3% Deficit-PIL fu inventato a caso

Sì, sì. Avete capito bene. A caso. E la cosa sottolinea in maniera lamante come spesso a monte di un presupposto complotto della finanza internazionale ci siano solo l’inettitudine dei governanti, la fretta dettata dalla visibilità e da una visione miope della politica, il combinarsi casuale di concause.

La Repubblica intervista Guy Abeille.

Vi offro una chiave di lettura. Come mai un quotidiano pro-sistema come Repubblica se ne esce con questo articolo? Abbastanza facile capirlo. Accusare il parametro del 3% è perfettamente in linea con l’idea del governo in carica. Secondo Renzi e il suo entourage di pseudo-economisti, il problema è l’austerità. E quindi l’impossibilità di crescere a causa dell’assenza di investimenti pubblici produttivi, bloccati dalla percentuale del 3%. Come spiega bene Alberto Bagnai si tratta di un falso problema. E questo perché se gli olando-tedeschi allentassero i cordoni e permettessero a Renzi di spendere oltre il 3% quello che succederebbe è che i soldi in più in tasca agli acquirenti finirebbero dritti in importazione di convenientissimi prodotti tedeschi. Ergo, la bilancia dei pagamenti sarebbe di nuovo in deficit. Ergo il problema innescato dalla crisi (debito estero NON DEBITO PUBBLICO) peggiorerebbe invece di migliorare. Tutto questo serve a distogliere l’attenzione dal problema vero, ossia la rigidità del cambio in un’area valutaria non ottimale e in assenza di un sistema fiscale unico. In sostanza dal problema rappresentato dall’euro.

Ma si sa, il giornale di De Benedetti di questa roba poco si interessa. Renzi, Stan Del Rio e Olive Padoan poco sanno o, se sanno, sono troppo intenti nell’intrattenimento ilare delle genti italiche prossime alle ferie estive.

Nonostante ciò l’intervista è interessante per capire l’inquadramento mediatico dei fenomeni e la loro strumentalizzazione. Nonché la superficialità di uomini e donne che rivestono ruoli cruciali nelle strutture gestionali di interi Paesi. E come sia facile in un mondo di idioti che un’idiozia diventi un dogma.

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Si sente in colpa?

«Per nulla. Anzi, orgoglioso».

L’uomo a cui dobbiamo Finanziarie lacrime e sangue, innumerevoli salassi e i nostri mali europei, è seduto in una brasserie del quinto arrondissement. Si chiama Guy Abeille, meglio conosciuto come “Monsieur 3%” perché rivendica di aver ideato discussa regola del 3% di deficit sul Pil, croce di tanti governanti dell’Ue. Nessuno conosce il suo nome, tutti conoscono e temono invece la sua invenzione.

«Fu una scelta casuale, senza nessun ragionamento scientifico» confessa adesso l’economista matematico di 62 anni. Anche se la Francia è tra i paesi meno rispettosi del limite imposto nel Patto di Stabilità (quest’anno il deficit è al 3,6%) , la norma-faro è nata a Parigi oltre trent’anni fa. Abeille, oggi in pensione, allora lavorava al ministero delle Finanze. Come si arriva a questo numero simbolico? «Quando François Mitterrand venne eletto, nel 1981, scoprimmo che il deficit lasciato da Valery Giscard d’Estaing per l’anno in corso non era di 29 ma di 50 miliardi di franchi. Sembrava anche difficile fermare l’appetito dei nuovi ministri socialisti. Avevamo davanti uno spauracchio: superare 100 miliardi di deficit. Mitterrand chiese all’ufficio in cui lavoravo di trovare una regola per bloccare questa deriva».

Perché proprio il 3%?

«Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Da qui il fatidico 3%. Qualche mese dopo, Mitterrand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata per contenere le spese dei ministeri. Trovo divertente che questa norma imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia Ne sono orgoglioso ria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò un deficit pari al 2,6% del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».

All’inizio era soprattutto uno slogan??

«L’obiettivo principale era trovare una regola semplice, chiara, immediata per contenere le spese dei ministeri. Ma dovevamo anche farci capire dall’opinione pubblica francese e dai mercati internazionali, non tanto per i tassi di interesse quanto per i rischi delle speculazione sul-la moneta nazionale. Oggi che esiste l’euro pochi lo ricordano ma all’epoca era quella la minaccia che faceva tremare gli Stati».

Come si è arrivati a farne una regola per gli altri paesi europei?

«La regola aveva funzionato bene negli anni Ottanta: i governi francesi non hanno sforato il 3%, tranne nel 1986. E’ stato Jean-Claude Trichet, allora direttore generale del ministero del Tesoro, a proporre questa norma durante i negoziati per il Trattato di Maastricht. Per paradosso, la Germania ha adottato la norma del 3%di deficit sul Pil fino a farne uno dei punti centrali del Patto di Stabilità. Trovo divertente che questa regola nata quasi per caso e oggi imposta dai tedeschi sia nata proprio in Francia».

Davvero non c’erano grandi teorie economiche dietro al 3%?

«Dovevamo fare in fretta, il 3% è venuto fuori in un’ora, una sera de1 1981. Qualche anno dopo ho lasciato il ministero delle Finanze per lavorare nel settore privato. Immaginavo che ci sarebbero stati degli studi più approfonditi, in particolare quando il parametro è stato esteso all’Europa. E invece il 3% rimane ancora oggi intoccabile, come una Trinità. Mi fa pensare a Edmund Hillary che quando gli chiesero perché aveva scalato l’Everest rispose: “Because it’s there”. Da quella sera del 1981 in cui il 3% è uscito fuori un po’ per caso, è diventato parte del paesaggio delle nostre vite. Nessuno più che si domanda perché. Come una montagna da scalare, semplicemente perché è lì


Un Grillo non fa primavera

Quella dell’Europa di primavera. Quella della crescita …. che non ci sarà. Quella del benessere …. che non tornerà. Quella di un’opposizione che sui temi fondamentali dell’economia ….. sta indietro anni luce.

Il Movimento 5 Stelle continua imperterrito la sua marcia sul sentiero sbagliato. Assecondando e concentrando la rabbia dell’elettore (nemmeno so se medio, saranno i numeri a dirlo) contro la corruzione, l’inciucio, il malgoverno. Tutti temi sacrosanti ma che NULLA hanno a che fare con la situazione economico-finanziaria del Paese. Negli anni ’80 l’evasione e la corruzione erano ben più pervasive, eppure i nostri genitori stavano meglio di noi. Con uno stipendio viveva anche una famiglia. Ora con 2, di stipendi, è già tanto se arrivi alla fine del mese.

I “pugni sul tavolo” dello slogan per le europee non sono né originali (li hanno usati tutti i politici italiani dal Berlusconi antiteutonico in qua) né funzionali. Sono uno slogan vuoto e privo di senso. Che al massimo procurerà ai cittadini eletti un bel mal di mani. Come dice Sapir l’Europa non si cambia, si smantella.

Per le elezioni di fine maggio sono veramente in difficoltà. Dal punto di vista delle politiche macro-economiche (ovvero l’asse centrale attorno a cui ruota il nostro futuro e sulle quali si gioca il confronto elettorale) la posizione del M5S è identica (nella sostanza) a quella dei partiti delle larghe intese (PD, FI, NCD e satelliti vari).

Se dovessi guardare alle europee per ciò che sono (elezioni europee) dovrei andarmene in montagna quel giorno.

Se le dovessi guardarle per ciò che necessariamente verranno considerate (un test di tenuta dell’attuale governo, quindi di fatto elezioni politiche italiane), dovrei andare e votare l’unico partito di opposizione in grado di avere i numeri per deragliare la devastante alleanza centro-destra centro-sinistra che insanguina questo paese dai primi anni ’90.

Chissà ….

intanto di seguito una bella collezione di idiozie economiche e auto-smentite di Grillo e Casaleggio nel corso dei mesi.

Fonte: il forum economia di Cobraf.com

Euro

Casaleggio, video del maggio 2013: “se usciamo dall’euro dopo un po’ la lira vale zero, ammesso che torniamo alla lira”, per Casaleggio la priorità non è la svalutazione competitiva perché “prima bisogna risolvere il problema della corruzione, dell’efficienza, della burocrazia”. “vi ricordo alla fine degli anni ’80-’90 che non riuscivamo ad andare neanche all’estero, la lira non valeva niente, le vacanze all’estero erano una cosa impossibile,bisogna far sì che il sistema paese diventi competitivo, poi eventualmente si può pensare alla svalutazione competitiva ”..
Strano… nel 1988 io sono andato a studiare in America…chissà con che cosa avrò comprato i dollari necessari…lire no, dice Casaleggio perchè all’epoca nessuno le accettava e lui è un noto manager come dice Grillo, allora con cosa avrò pagato.. forse pepite ?

Casaleggio è sulla stessa posizione del PD

(Grillo)  … si potrà svalutare la cara vecchia lira del 40-50% , e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive”
“Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro e sì o no all’Europa” . I trattati internazionali non possono essere soggetto di referendum, secondo l’Articolo 75 della Costituzione.
1 dicembre 2011:  Ci sono due posizioni opposte sull’euro, entrambe con pari dignità . Occorre referendum in proposito”.
20 aprile 2012: “Bisogna iniziare a discutere di uscita dall’euro, non deve essere un tabù”
Primavera 2012: Intervista Sortino a Grillo: “Io sono per valutare una seria proposta di rimanere in Europa ma uscire dall’euro, con il minor danno possibile”. Con altri giornalisti “90 su 100 ci riprendiamo la lira”.
28 giugno 2012: “Io non sono contrario all’euro in principio. Ho detto che bisogna valutare i pro e i contro e se è ancora fattibile mantenerlo. Ma, se usciremo dall’euro, sarà solo a causa del nostro enorme debito pubblico.”
22 febbraio 2013, Piazza S. Giovanni : “Io non ho mai detto di uscire dall’Europa, io non ho mai detto di togliersi dall’euro . Voglio una consultazione popolare”

Slot machines
(Grillo) “Le aziende delle slot machines hanno evaso 98 miliardi” Si tratta in realtà della cifra delle multe stimate e calcolate per i due anni che le slot machines sono state scollegate dalla rete nazionale dei Monopoli di Stato. Infatti la Corte dei conti stabilì che l’importo reale da pagare era 2,5 miliardi. Va ricordato che l’importo massimo dei ricavi del gioco delle slotmachines è stato di 80 miliardi l’anno (2012), per cui l’utile su cui pagare le tasse (che sarebbero state evase in parte per i due anni) è ovviamente una frazione di questa cifra (in altre parole chi parla di 98 miliardi confondeva il fatturato con l’utile, se fosse vero che in due anni hanno evaso 98 miliardi i loro utili pre-tasse sarebbero stato sui 250 miliardi in due anni !!! Gtech varrebbe come Apple…)

Beppe Grillo alla tv pubblica tedesca Ard: ”Dobbiamo realizzare un piano comparabile con l’Agenda 2010 tedesca”, ovvero quella dall’ex cancelliere Gerhard Schroeder, e che gli ha fatto perdere le elezioni successive. ”Quel che ha dato buoni risultati in Germania, lo vogliamo anche noi”, dice lui.

Debito Pubblico
(Grillo) “L’85% del debito non è in mano nostra […] è in mano alle banche! Di cui la metà straniere: francesi, inglesi, tedesche.” In realtà il debito attribuito a soggetti definibili raggiunge solo il 27,3%, un dato assai lontano dall’85% menzionato. A questo dato va sommata la quota detenuta dalla Banca d’Italia (4%), di conseguenza il debito in mano agli istituti bancari raggiunge il 31,3% mentre la restante somma appartiene a soggetti privati.
“Non siamo falliti perchè metà del nostro debito era in mano alle banche francesi e alle banche tedesche. Se fallivamo noi ci portavamo dietro la Francia e la Germania quindi tutta l’Europa.” Nel 2010 la Francia aveva in pancia il 20.93% del debito pubblico italiano, mentre la Germania solo il 7.78%, per un totale complessivo di 28.71%. Il debito complessivo nel 2010 era pari a 1.841.912 milioni di euro.
“Metà del nostro debito è in mano a banche straniere – 511 miliardi ce l’hanno i francesi, 200 miliardi i tedeschi” (2012). Il dato fornito da Grillo viene smentito dal Bollettino Statistico di Bankitalia. A maggio 2012 il debito in mano a tutti i non residenti ammontava a 690 miliardi, pertanto solo le banche tedesche e francesi non potevano avere in pancia 711 miliardi di debito (ne avevano meno della metà).

Lira
Nel post intitolato “Il Diavolo veste Merkel” “Solo così l’Italia tornerà a vedere la luce. Una prova? Usciti dallo SME nel 1992, svalutata la lira di quasi il 20% e riguadagnata la sovranità monetaria, il rapporto debito / PIL scese dal 120% del 1992 al 103% del 2003” . La rapida discesa del nostro indebitamento non è coincisa con la svalutazione della lira, bensì proprio con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria, formalmente avvenuta nel 1993 – Trattato di Maastricht – e poi sostanzialmente il primo gennaio del 1999, dopo che il nostro governo riuscì a rispettare i parametri previsti dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997 adottato al Consiglio europeo di Amsterdam. Fino al 2006/2007 il costo del debito è sceso grazie all’euro, tanto che nessuno all’epoca sapeva cosa fosse lo spread, tanto era minima la distanza tra paesi forti, la Germania, e le nazioni economicamente più deboli, come la Grecia.

Opere Pubbliche
Grillo ha detto in un comizio del 20 febbraio 2013 che “un terzo del pil lo spendiamo per opere che crollano e un altro terzo per aggiustarle” . Quindi il 66% del pil sarebbe speso in opere pubbliche. Chi, come, dove e quando? Qual è la fonte? Non esiste. Basta leggere il bilancio dello Stato per verificare che tale misura non raggiungeva l’11% due anni fa e il 9% attualmente.

Province
Nel suo post “L’oracolo della Consulta e le province eterne” scrive che “i risparmi derivanti dall’abolizione delle province sarebbero di ben 17 miliardi di euro”. Il costo delle province si aggira intorno a quella cifra (erano 14 miliardi nel 2005). Di quei 14 miliardi del 2005 poco più della metà andava in istruzione pubblica (18%), trasporti (9%) e gestione del territorio (24%)! Il risparmio potrebbe essere (stima ottimistica) di 2 miliardi e non 17.

UE
“un terzo del bilancio europeo è speso per traduzioni”. Il bilancio del 2012, a essere precisi, è di 147 miliardi, e le traduzioni sono costate 330 milioni… ” l’Italia fornisce un terzo del bilancio dell’Unione Europea”. A essere precisi è il terzo paese per contributi, che è diverso, perché significa che versa 14 miliardi su circa 140, cioè un decimo. “i soldi del bilancio vanno in ipermercati e strade e petrolio…” La metà dei fondi europei, a essere precisi, vanno in sovvenzioni per l’agricoltura. Poi Grillo ha citato alcuni grattacieli in bambù che Renzo Piano avrebbe progettato in Australia: a essere precisi in Australia non esistono grattacieli in bambù progettati da Renzo Piano, a Melbourne semmai esiste un palazzo di legno (non in bambù e progettato da altri) che comunque è costosissimo. Poi ha detto che la Francia ha un bilancio di 17 miliardi di euro inferiore al nostro. A essere precisi è di 300 miliardi superiore.


Dietro c’è il buio

Ovvero la tragicomica avventura dello stupido del PD che fa il bullo pensando di essere il più figo. Alcune riflessioni su ciò che ci aspetta. Un po’ scoordinate ma non troppo.

In questi giorni ho letto qui e lì tesi diverse sulla scalata di Renzi e la spallata a Letta. Non a torto qualcuno ha immaginato scenari suggeriti da chi il potere lo ha realmente in mano. Ovvero chi ha i cordoni della borsa. Soprattutto chi non riesce più a sfruttare come clienti-importatori i cittadini del sud-Europa depressi dall’austerity. Vista l’incapacità del duo Letta-Napolitano di sbloccare la situazione di stagnazione ci voleva l’uomo nuovo. L’uomo forte che in qualche modo avrebbe rilanciato un po’ di consumi al di sotto del parallelo di Berlino. Garantendo agli alleati di tutte le latitudini un novo accesso ai portafogli degli italiani … con il permesso stavolta.

Se all’interno dello scenario economico europeo ciò avesse anche una minima possibilità di accadere, sottoscriverei questa interpretazione completamente. Non è molto diversa da quella, che condivido, degli eventi del 2011 che tramite l’aiuto di Napolitano, spinsero Monti a prendere il posto che gli elettori (sic) avevano assegnato a Berlusconi. Allora serviva qualcuno che facesse il lavoro sporco per la Troika. E gli eletti in genere pensano ad essere rieletti, quindi le porcherie le fanno fare ai nominati (il grande successo elettorale di Scelta Civica nelle elezioni successive dimostra la validità di questa regola aurea).

Tornando all’attualità la mia opinione è che la vicenda Renzi sia, al contrario, solo l’ennesima conferma dell’inadeguatezza della classe politica italiana e della fondamentale stupidità e ingordigia degli uomini che la compongono. Un vicenda di piccolo cabotaggio interna al peggior partito italiano, sostenuta dal partito semi-mediatico di Repubblica (orami praticamente la corrente di destra e maggioritaria del PD), una notte dei lunghi coltelli che scalza (o tenta di scalzare) un altro pezzo del vecchio apparato. E questo per mettere a capo della gioiosa macchina da pace costante (la guerra ormai si fa solo dentro – con gli avversari si fanno le larghe intese) un accomodante stupidotto che pensa di essere il più figo della banda. Un pupazzo di plastica da far muovere sapientemente e da bruciare al momento propizio come la befana il 6 di gennaio.

Insomma, sono d’accordo con Barca. Si per una volta sono d’accordo con un insigne esponente del PD. Ma chi quello fregato dallo scherzo de La Zanzara? Sì, proprio lui, quando mestamente dice al finto Vendola: “De Benedetti spinge perché faccia il ministro ma io non voglio. Dietro Renzi non c’è nessuna idea. C’è il buio”. Ecco, il buio. Questo c’è dietro all’uomo di plastica del PD.

E cos’altro potrebbe esserci? Quale dovrebbe essere la magica idea del Renzipensiero per risollevare il paese dalla crisi? Che Renzi sia un povero idiota a cui non farei amministrare nemmeno i rifornimenti di carta igienica del bagno di casa mia è fuor di dubbio. Ma devo spezzare una lancia in suo favore. Renzi non farà niente perché nessun altro al suo posto, all’interno dei vincoli di Maaastricht, potrebbe fare niente.

Lascio alle parole di Paolo Barnard il compito di illustrare il motivo per cui Renzi è di fatto in trappola.

Tragica cosa per le persone di questo Paese, non per sto egocentrico servo della finanza europea. Renzi fallirà come un cretino qualsiasi. Perché neppure può provarci.

Non sto provocando, è che la sua è una missione impossibile. Se non fosse sto pupazzo pompato che è, se conoscesse l’Eurozona e la macroeconomia, non si sarebbe cacciato in questo pasticcio (e badate che sto dicendo che pure i suoi padroni speculatori ci smeneranno il muso, perché sto gioco di creare una moneta unica per distruggere mezza Europa e fare un gran banchetto si è già ritorto contro chi l’ha pensato. Gli speculatori ci hanno fatto un po’ di fortune per pochi anni, ma sta finendo).

NO SOVRANITA’ MONETARIA.

Per prima cosa Renzi si ritrova senza sovranità monetaria, quindi senza nessuna delle leve economiche fondamentali di cui deve godere un governo degno di questo nome, e di cui godono gli USA, la GB, la Svezia o il Giappone. Non ha una Banca Centrale che possa controllare inflazione, prezzo del denaro, tassi d’interesse, né monetizzare la spesa decisa dal Parlamento. Renzi non possiede una moneta, e deve usare gli euro, da restituire con tassi non decisi da lui ai mercati di capitali internazionali. Dovrà dunque tassarci a morte sempre, per fare quanto appena detto. Dovrà quindi mentire all’Italia fingendo col gioco delle tre carte di spostare fondi e investimenti essenziali (lavoro, infrastrutture, crescita…) da qui a lì, per poi rimangiarseli tutti con gli interessi. Dovrà rispettare il Pareggio di Bilancio, che peggiora ciò che ho appena scritto. Ovvero: Chemiotassazione garantita, impossibilità di investire per le aziende e tagli alla spesa. Qui abbiamo la garanzia della decapitazione di: speranze di posti di lavoro; salari; pensioni; modernizzazione del Paese; Sanità; risparmi privati; piano industriale; risanamento bancario; crescita del PIL; e domanda aggregata. Potrei finire qui, ce n’è già a sufficienza, ma purtroppo…

I DEFICIT NEGATIVI.

Renzi si ritroverà in una spirale di Deficit Negativi mortali, cioè di tutte quelle spese di Stato imposte dalla crisi dell’Eurozona ma che non risolvono nulla, non producono nulla e che aumentano il debito di Stato. Per prima cosa l’economia continuerà a contrarsi, come è già previsto per l’Italia dal FMI, Bloomberg, OCSE, Commissione UE, e quindi calerà sempre il gettito fiscale, che quindi va a ingrandire il debito. L’economia impantanata significa che il miliardo di ore di cassa integrazione rimarranno e aumenteranno, pompando di nuovo il debito. I fallimenti aziendali non caleranno, la curva dei prestiti bancari insolventi aumenterà, e le banche italiane che già sono in parte fallite, dovranno essere ri-salvate, a suon di denaro pubblico, e ancora il debito sale. Assieme ad esso salgono gli interessi da pagare, sempre spesa di Stato, ancora più debito. Ma stando in Eurozona, un debito che lievita è grave (con la Lira non lo sarebbe) perché porta all’allarme delle agenzie di rating, che porta all’allarme dei mercati di capitali che prestano a Renzi gli euro, che porta a tassi più alti sui titoli di Stato, che porta a più debito. Che farà Draghi a sto punto? Si metterà a comprarci i titoli di Stato per far scendere i nostri tassi? Farà cioè la famosaOutright Monetary Transaction? Se lo fa, la Germania lo ammazza. Non lo farà. Renzi rimane nel letame.

NO CRESCITA E DEFLAZIONE.

Renzi si ritrova con un’economia che si è contratta del 18% dalla fine degli anni ’90. Per riportarci a quel livello di vita, dovrebbe riuscire a far crescere l’Italia del 20%. No, calma, visto che oggi cresciamo dello 0,1% se va bene…. Il 20% fa ridere. Renzi non è Roosevelt e non ha la sua testa. Poi abbiamo il problema delladeflazione che sta aggredendo tutta l’Eurozona, con la BCE disperata perché non sa più che fare per fermare il crollo dei prezzi (deflazione = contrario di inflazione). E quel che è peggio, è che in un clima di crisi di queste proporzioni la gente corre a risparmiare disperatamente per il timore del domani (mica scemi), ma questo sottrae denaro in circolo, cosa che non solo affama tutta l’economia, ma peggiora la deflazione stessa. Vorrei che capiste che questo è uno dei mali economici peggiori e che c’è tutta la tecnocrazia europea che non sa più come fermarlo. Immaginatevi Renzi, il bulletto del PD.

CROLLO BANCHE.

Renzi, poi, fra otto mesi si ritroverà l’implosione del sistema creditizio europeo, quando i test dei regolamentatori dell’EBA inevitabilmente mostreranno che alcune delle maggiori banche sono irrecuperabili. Da qui il terremoto delle piccole medio banche, fra cui quelle italiane sono quelle messe peggio d’Europa sia come buchi di bilancio che come capitale di copertura. Prometeia stima che solo per i prestiti insolventi le banche italiane siano scoperte per 150 miliardi di euro. E chi le salva? E con che soldi? No, Renzi, la sovranità monetaria non ce l’hai, non le puoi nazionalizzare. Che fai? Chiami Benigni?

SVENDITA PUBBLICA INUTILE.

Ma Renzi almeno ha la carta delle privatizzazioni… Vendi il vendibile, incassa l’incassabile. Funziona? No. Non ha funzionato in nessun Paese del mondo, meno che meno da noi quando proprio il centro sinistra si mise negli anni ’90 a svendere pezzi di beni di Stato a un ritmo talmente forsennato che fece il record europeo delle privatizzazioni nel 1999. Sapete di quanto ridussero il debito di Stato italiano? Di un maestoso 8%… E che allora i prezzi contrattati per i beni pubblici da alienare erano, circa, decenti. Oggi, con l’Italia sprofondata dall’Eurozona in una svalutazione della sua economia da piangere, Roma deve svendere a prezzi stracciati qualsiasi cosa offra, con margini che saranno patetici. Renzi, farà la Thatcher dei poveri.

DISOCCUPAZIONE

E la disoccupazione? Sapete cosa costa all’Italia avere il 12% (fasullo, è molto di più) di disoccupati? Trecentosessanta miliardi all’anno perduti. E i giovani? Il 76% di loro è costretto alla flessibilità, con limiti invalicabili all’acquisto di una casa o al matrimonio. L’Eurozona fu pensata ed edificata proprio per ridurre il sud Europa a un serbatoio di lavoratori pagati alla kosovara ma in strutture moderne. Il futuro di questo ragazzi è ormai certo: stipendi dai 600 agli 800 euro per i più qualificati, al lavoro per investitori stranieri. Questo non è più un Economicidio, è un olocausto economico e generazionale, che Renzi dovrà gestire sotto l’egida della Germania che già oggi sta affossando il resto d’Europa coi suoi diktat criminosi. Tradotto in termini specifici: il potere Neomercantile della mega-industria tedesca, quello della Bundesbank, quello dei maggiori speculatori-rentiers del mondo, contro Renzino da Firenze. Matteo tu fai fesso qualcun altro. Perché è vero che ignori il 70% di tutto questo, ma sul restante 30% sei pienamente d’accordo, da bravo leader del partito di destra finanziaria peggiore d’Italia, il PD.

CONCLUSIONE.

Renzi non si rende conto di cosa lo aspetta, ma soprattutto del fatto che la catastrofe dell’economia italiana è un MACROPROBLEMA STRUTTURALE nell’Eurozona, e finché esisteranno i parametri economicidi dell’euro non esiste salvezza. Il governo Renzi è morto prima di nascere. Poi, sapete, uno si stufa di scrivere sempre le stesse cose.

Insomma Renzi non farà nulla. Né quello che promette sapendo di non poter mantenere, né quello che i fedeli del PD sperano che farà.

Chi pensa che andrà a negoziare riforme per investimenti sogna ad occhi aperti. Perché anche se succedesse sarebbe il gioco delle tre carte di cui parla Barnard. Tutta fuffa mediatica che racconta vi ho dato questo con la mano destra, dimenticando di menzionare cosa vi ho tolto con la sinistra per rispettare i parametri di Maastricht. In sostanza i produttori transatlantici che lamentano la nostra incapacità di comprare le loro merci dovranno aspettare … e molto ancora. Davvero hanno puntato soldi e forze sul cavallo Renzi? Bad move! Mi verrebbe da dire. Anche se ci credo poco.

A sentire ciò che riporta il Fatto dell’incontro all’American Chamber of Commerce (la lobby che cura gli interessi americani in Italia) il livello è veramente basso

L’establishment americano riunito nella AmCham che invece è affascinato dal new deal renziano. Soprattutto da quando ha appoggiato la battaglia contro la Web Tax voluta invece da Letta. Già qualche anno fa, l’ex-ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, definì in un’intervista “molto interessante” il “caso” di Matteo Renzi “che ha usato Internet per essere eletto sindaco di Firenze e sa gestire bene la sua città”. Del giovane sindaco gli americani hanno poi apprezzato l’entusiasmo con cui ha salutato l’arrivo del nuovo ambasciatore americano John Philips (presidente onorario della American Chamber), l’avvocato di Washington che insieme alla moglie Linda ha comprato un intero borgo, quello di Finocchieto, nel comune di Buonconvento, alle porte di Siena. Il 15 novembre del 2013 Renzi lo aveva accolto a Palazzo Vecchio con una cravatta di Ferragamo e un foulard di Gucci per la consorte.

Non so se mi spiego. Apprezzano Renzi per le cravatte regalate all’ambasciatore e perché ha vinto le elezioni a Firenze usando internet. Mi sembra chiaro che gli americani apprezzano i politici italiani per lo stesso motivo per cui apprezzano i film come la Grande Schifezza. Perché li guardano con i sottotitoli. Se arrivano addirittura a pensare che abbia amministrato la sua città bene, quando praticamente non c’è mai stato, non ci può essere altra spiegazione.

Altro che poteri forti. Con Renzi al massimo sono in azione le taglie forti. Quelle delle mogli dei diplomatici USA.

Curioso poi che mentre Renzi cerca un politico di caratura (auguri!) per il ruolo fondamentale del Ministro dell’Econmia, l’appena defenestrato Saccomanni continui a fare l’eco a Olli Rehn: se sforiamo il 3% poi toccherà pagare. Eh sì perché l’ortodossia vuole che se aumenti il deficit poi aumenta il debito. E il Sole 24 Ore rivela che Draghi lo preferisce agli altri in lizza (quali?):

Draghi lo preferisce a qualunque altra ipotesi appunto perché oggi tutto è diverso rispetto al 2011, meno un dettaglio: la minaccia a Eurolandia ora è sedata, non scomparsa. La Bce ha bisogno di un’Italia affidabile, perché sa che dovrà intervenire nei mesi prossimi per contrastare la nuova forma che la crisi ha preso: quella di una deflazione in grado di corrodere l’economia del Sud Europa e rendere insostenibili i debiti pubblici e privati. A gennaio l’inflazione media dell’area erro era di appena lo 0,7%, in Italia dello 0,6%. Spagna, Portogallo e Irlanda sono a un soffio da un avvitamento dei prezzi, Grecia e Cipro ci sono cadute già in pieno. Con tassi reali elevati per effetto dell’inflazione bassissima, lo spread a 190 punti-base di oggi pesa sull’Italia come se fosse sopra i 300 punti-base con un carovita normale. Per questo il debito pubblico continua pericolosamente a salire malgrado il calo apparente degli interessi.

I sostenitori dell’asse USA-esportatori-Renzi anti Napolitano-Letta-Merkel potrebbero trovare in questo una conferma alla loro tesi. Draghi vuole continuità perché ha paura che il Ministro dell’Economia di Renzi possa andare a chiedere l’ammorbidimento dei vincoli per rilanciare gli investimenti. O magari sforare proprio il famoso 3%. A parte che se rileggiamo quello che dice Barnard la cosa è proprio infattibile a meno di riscrivere i Trattati. Cosa che prima la vedo e poi ci credo. Ma davvero qualcuno si immagina il Renzi genuflesso alla corte della Merkel che grida e mette insieme il destrimano spagnolo, il liberista ex-socialista francese e le pezze al culo greche al grido di “o crescita o morte”? Ma figuriamoci! In realtà quello di Draghi, per via Saccomanni, è solo un reminder all’altezzoso Matteo. Un “in campana giovinotto che sinnò ‘nti compro manco le figurine, figuriamoci i titoli. E si nun stai bbono ti scateno pure lo spredde”.

Faccio un inciso prima di concludere. Qualcuno spero avrà notato quali sono i due mali della fase attuale della crisi evidenziati dal Sole: 1) la deflazione, 2) lo spread troppo basso. Ma come, i catastroeconomisti pro-euro non sostengono che se uscissimo dall’euro ci sarebbe l’inflazione alle stelle e il petrolio costerebbe milioni di milioni? E quando hanno fatto fuori Berlusconi che lo spread, oddio lo spread, sta a più di 500 e mo il debito che succede? Ma non erano l’inflazione (il contrario della deflazione) e lo spread alto (non sotto i 190) i grandi mali per cui dobbiamo continuare a subire l’austerity e non dobbiamo uscire dall’euro?

Ah no è vero, ce n’era un terzo la svalutation di celentaniana memoria. Perché se svaluti che ci fai poi con la liretta. Infatti nello stesso articolo il Sole ammette che:

la Abenomics giapponese, avendo provocato una svalutazione dello yen, ha complicato la vita ai responsabili delle politiche economiche dei Paesi vicini, ma questo non toglie che l’iniziativa del governo di Tokyo sia uno sforzo meritorio per mettere finalmente termine alla deflazione

In pratica anche il Sole sostiene che l’unico modo per uscire dalla deflazione stagnante sarebbe quello di svalutare. Ovvero di nuovo che l’Euro funzionerebbe … se fosse la Lira. Se solo i giornalisti del Sole si rendessero conto di cosa scrivono si darebbero finalmente pace che sono proprio gli industriali che dovrebbero sostenere forze politiche anti-euro nel nostro Paese.

Ovviamente tutto questo è fantapolitica. Perché Squinzi (presidente di Confindustria e vero editore del Sole 24 Ore) è parte di quella stessa stupida classe dirigente che ha bruciato il diplomatico Letta per montare come la panna il cafone Renzi. Convinta che era di nuovo l’ora del gioco delle 3 carte. Tutto pur di non tornare alle urne e magari vedere dissolversi come neve al sole 20 anni di bipolarismo del vivacchiare e dell’arraffare.

Quando dico “stupida” lo intendo in senso scientifico. Lo stupido, a differenza dell’intelligente, del bandito e dello sprovveduto, infatti, è colui che agendo provoca disastri per gli altri senza provocare nessun vantaggio duraturo per sé stesso.

Di conseguenza Renzi mi sembra sempre di più il bambino stupidotto della banda a cui i più smaliziati fanno fare le cose idiote e riprovevoli, sfruttando il suo profondo senso di inadeguatezza e il suo bisogno di conferme. Quello che viene messo in mezzo e che si becca la colpa dei misfatti. All’inizio dicevo che Renzi pensa di aver rottamato l’apparato dei vecchi PC e DC. In realtà non sa con cosa ha a che fare. E chi pensa che basti una stagione di purghette per radere al suolo i colonnelli di Andreotti e Berlinguer è un ingenuo. Quelli stanno là, come me, seduti sulla riva del fiume che aspettano galleggiare il corpo bruciacchiato del pupazzo sacrificale.


Euro, miseria e le responsabilità dei partiti socialisti – intervista all’economista francese Jacques Sapir

Si fa presto a dire “usciamo dall’euro”. La questione cruciale è come gestire il processo per evitare il collasso dei mercati finanziari.

fonte: lantidiplomatico.it

Jacques SapirEconomista, direttore del Centre d’Etude des Modes d’Industrialisation (CEMI-EHESS). Autore di “Bisogna uscire dall’euro?” e “La demondialisation“.

– Professore, Lei è stato tra i primi economisti europei ed evidenziare i danni provocati dall’euro ed a chiedere la sua fine. In una delle ultime analisi ha scritto che si tratta di una sorte inevitabile. Secondo Lei, quanto tempo ancora ci vorrà e da quale paese potrà partire l’iniziativa? 
A questo punto bisogna distinguere due problematiche. La prima riguarda l’analisi della situazione economica che l’euro ha creato e delle sue conseguenze. Da ormai quasi tredici anni osserviamo che l’euro non solo non ha prodotto le convergenze macroeconomiche sperate, ma ha invece accentuato le divergenze. L’ho detto a più riprese, e ormai questa mia posizione riscuote consenso tra gli economisti. Constatiamo anche che l’euro rappresenta un enorme freno per la crescita nella maggior parte dei paesi che l’hanno adottato, ad eccezione, ovviamente, della Germania. Per finire, si osserva che l’euro fa aumentare i deficit, tanto interni quanto esteri, e che porta verso un debito sempre più grande dei paesi che sono entrati nell’Unione economica e monetaria. Tutto questo è abbondantemente documentato da numerosi autori. Siccome l’euro può funzionare solo in una spirale di impoverimento per la maggior parte dei paesi, ne deduco che è destinato a fallire.
Ma, qui, abbiamo una seconda problematica: le condizioni che determineranno la fine dell’euro. Tali condizioni possono creare una crisi catastrofica generata sul mercato obbligazionario. Al momento, la situazione resta stabile grazie alla Banca Centrale Europea. Ma la credibilità di quest’ultima sta nel fatto che non è stata messa alla prova. Prima o poi i mercati testeranno la risoluzione della Bce, e allora Mario Draghi si ritroverà fortemente in difficoltà. Queste condizioni potranno anche provenire dalle tensioni politiche crescenti che l’Euro genera sia tra i paesi membri dell’UME, sia all’interno degli stessi, dove le forze anti-europeiste prendono sempre più peso. Queste tensioni potranno ad un certo punto mettere gli attori politici di fronte alla necessità di dissolvere la zona euro o di uscire dalla moneta unica.
Per quanto mi riguarda, ho sovrastimato la rapidità delle evoluzioni finanziarie, sulla base di quello che avevamo conosciuto nel 2008-2009. Ma questo non cambia niente all’analisi di fondo.
– Sul suo blog RussEurope, ha ipotizzato ad un possibile ritorno allo Sme dopo l’eventuale dissoluzione della zona euro. Qual è secondo Lei la migliore strategia per uscire dall’euro per i paesi dell’Europa meridionale? 
Un ritorno allo Sme implica che ogni paese ritrovi la propria valuta nazionale. La questione della strategia è qui centrale. I paesi dell’Europa del Sud possono scegliere tra prendere la decisione di uscita in modo indipendente o chiedere la dissoluzione della zona euro. Se alcuni paesi, come l’Italia, la Francia, la Spagna dicessero durante un Consiglio Ecofin che sono pronti a lasciare l’euro ma che è preferibile lo scioglimento dell’Unione monetaria, questo, visto l’attaccamento dei tedeschi al Marco, verrebbe rapidamente accettato. Sarebbe di gran lunga la soluzione migliore perché presa in comune e apparirebbe come una decisione « europea ».
La fine dell”UEM non implicherebbe la fine dell’Unione Europea, tanto meno quella di una cooperazione sulle questioni monetarie tra i paesi in questione. Questa soluzione rimane comunque ad oggi la meno probabile rispetto a quella di un’uscita indipendente di un paese membro, che provocherà, entro sei mesi da quel momento, il collasso della zona euro, ma in un contesto politico assai più conflittuale.
– Secondo Lei quanta responsabilità hanno i partiti socialisti europei rispetto all’attuale crisi e da quali forze politiche ritiene possibile un cambiamento? 
La responsabilità dei partiti socialisti europei è schiacciante. E’ prima di tutto diretta: questi partiti si sono arresi senza condizione davanti alle esigenze della finanza e del capitale; hanno imposto delle politiche di austerità inaudite alle popolazioni e sono di conseguenza fortemente responsabili della stagnazione economica che viviamo. Ma resiste anche una responsabilità indiretta. Nel pretendere che non esistono altre soluzioni oltre l’austerità, nel proclamare il dogma dell’euro ed ipotizzando scenari catastrofici nel caso di un’uscita, tali partiti socialisti hanno costruito un discorso politico che blocca la situazione ed è parte integrante della crisi. Ragion per cui non si potrà uscire dalla crisi se non attraverso la distruzione di questi partiti, la loro implosione, e delle ricomposizioni politiche importanti. E’ quello che stiamo assistendo in Francia ed in Grecia.
Oggi, bisogna riunire le forze di sinistra e di destra che hanno capito il pericolo che rappresenta l’euro, unirli non in un solo partito ma all’interno di un’alleanza in grado di sostenere una politica di rottura.
– Secondo Lei la Francia è da considerare un paese dell’Europa del sud o del nord? E quali sono i rischi che il suo paese avrà di fronte nel 2014? 
Per essere chiari, per me la Francia è un paese d’Europa meridionale. Lo è se si guardano tanto le caratteristiche strutturali quanto congiunturali dell’economia e si paragonano ad esempio a quelle dell’economia italiana. La Francia è anche culturalmente assai più vicina all’Europa del sud che del nord. Per questa ragione è anche più esposta alle conseguenze congiunte delle politiche d’austerità portate avanti in Italia ed in Spagna. Finché questi tre paesi rimarranno nella zona euro saranno condannati a una concorrenza feroce tra di loro. Al contrario, dal momento in cui ritroveranno la propria valuta nazionale potranno ritrovare margini di manovra importante.
– Per concludere, come giudica le vicende della politica italiana dal novembre 2011, quando Mario Monti ha iniziato ad imporre le misure d’austerità dell’Europa? 
La politica di Mario Monti consisteva nel cercare di ottenere dei risultati a breve senza preoccuparsi del dopo. Ha bloccato i pagamenti che lo Stato doveva alle imprese, ha lasciato che il credito crollasse e che gli investimenti si contraessero. Il tutto condanna nel medio periodo l’economia italiana ed è il contrario di una politica da «esperto». La fama da «tecnico» che si costruito è del tutto usurpata. Si è comportato come uno di quei politicanti di basso livello il cui nome è scomparso nelle pattumiere della storia.

I partiti social-democratici dietro al neo-estremismo nero in Europa

“I partiti social-democratici hanno preso una scelta decisiva a metà degli anni ’90: sono entrati in società con il capitale finanziario. Al tempo, aveva un senso. Non era mai stato facile per i socialdemocratici convincere gli industriali, i commercianti, il mondo degli affari in generale, a finanziare il Welfare state al quale erano, invece, impegnati. E’ stato più facile invece chiudere gli occhi agli opachi raggiri dei banchieri degli anni ’90 e 2000 (senza del resto mai comprenderli del tutto) ed, in cambio, ottenere una piccola percentuale delle montagne di rendite che i banchieri producevano per finanziare i programmi sociali – alcuni molto degni, del resto.”
Ma, in modo tragico, nel 2008 le banche sono crollate e le montagne di surplus finanziari si sono trasformati in pesanti perdite. A quel punto, i banchieri hanno richiesto che gli Stati riempissero quei buchi con soldi prestati dai contribuenti ed i socialdemocratici avevano perso sia l’autorità morale che la capacità teorica per opporsi a questi argomenti”.

Più chiaro di così!!!

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Alessandro Bianchi intervista Yanis Varoufakis, professore di Teoria economica, all’Università di Atene

fonte: beppegrillo.it/2013/10/la_troika_e_i_nuovi_fascismi.html#comments

originale: http://yanisvaroufakis.eu/2013/10/11/euro-crisis-modest-proposal-social-democracys-waterloo-and-the-threat-of-fascism-interview/

Alessandro Bianchi: “Professore, insieme a Galbraith e Holland, ha aggiornato nel luglio scorso la sua “Modest Proposal“, in cui indicava quattro programmi di politica economica di assoluto buon senso che potrebbero aiutare l’Europa ad uscire dal collasso attuale. Programmi, però, che i Paesi del Nord, Berlino in particolare, hanno dimostrato di non voler attuare in nessun modo. Allo stato attuale delle cose, non ritiene che la migliore soluzione per i paesi dell’Europa meridionale sia l’uscita dalla moneta unica?
Yanis Varoufakis: “Se potessimo tornare indietro nel tempo, la migliore scelta per i Paesi dell’Europa del sud – e dell’Irlanda – sarebbe di rimanere fuori dalla zona Euro. Dal 2000 in poi, il comportamento delle potenze del nord e del sud del continente ha sciolto ogni dubbio su una possibile evoluzione in una entità federale della zona Euro, anche dopo una crisi esistenziale che ha minacciato la sua integrità. Detto brutalmente, le nostre élite hanno commesso un peccato capitale mettendo i paesi periferici in una versione “europea” del Gold Standard, che ha causato massicci afflussi di capitale nelle regioni deficitarie, producendo gigantesche bolle e ha prodotto una depressione permanente negli stessi Paesi in deficit una volta che sono scoppiate le bolle, dando così seguito al 1929 della nostra generazione (il 2008).
Uscire della nostra orribile unione monetaria non ci riporterà, anche nel lungo periodo, al punto in cui saremmo se ne fossimo rimasti fuori. Una volta dentro, una via di fuga potrebbe spingere le nostre balbettanti economie sociali su un terribile precipizio. Soprattutto se ciò avvenisse in modo non coordinato da un Paese ad un altro. Il motivo è molto semplice: a differenza dell’Argentina nel 2002 e della Gran Bretagna nel 1931, uscire dalla zona euro non è solo una questione di disancoraggio tra la nostra moneta ed una straniera, perché non esiste una moneta da disancorare. In altre parole, dovremmo creare una moneta – un compito che richiede almeno 8-10 mesi – per poi disancorare o svalutare. 8/10 mesi di ritardo tra l’annuncio di una svalutazione ed il suo effettivo compimento sono sufficienti per far tornare le nostre economie all’età della pietra.
Naturalmente tutto questo non significa che i Paesi periferici europei debbano subire in silenzio i danni prodotti da un’insostenibile e misantropa Eurozona. I nostri governi possono esercitare i loro poteri di veto al prossimo vertice dell’Unione Europea o riunione dell’Euro-gruppo e chiedere che politiche come quelle che abbiamo proposto nella nostra Modest Proposal vengano discusse seriamente, in modo che sia data la possibilità di riconfigurare il sistema in modo sostenibile.
Alessandro Bianchi: “Il Wall Street Journal di questa settimana ha pubblicato gli inediti resoconti delle dichiarazioni dei membri del board durante la riunione del 10 maggio 2010, che ha poi aperto al piano di salvataggio della Grecia. In diversi avevano predetto la sua insostenibilità, il fatto che avrebbe solo permesso a banche e creditori privati di riappropriarsi dei loro investimenti e peggiorato la situazione socio-economica del Paese, senza migliorare, del resto, l’andamento debito/Pil. Tutto quello che poi è successo nella realtà. Anche alla luce di queste rilevazioni come giudica il comportamento della troika nel suo paese ad oltre tre anni di distanza?”
Yanis Varoufakis: “La troika passerà alla storia come un’Alleanza Sacrilega tra irrazionalità e malvagità. I rappresentanti delle organizzazioni, che sapevano perfettamente che le politiche che stavano imponendo sarebbero fallite, hanno svolto i loro ‘ordini‘ senza rimorso, ragione ed in un modo che ricorda la Banalità del Male di Hannah Arendt. Il loro secondo fine, nascosto dietro una retorica del ‘salvare‘ i nostri Paesi, non era altro che spostare le perdite dai libri contabili della Deutsche Bank e company sulle spalle dei contribuenti europei più deboli (compresi quelli in Germania che stanno sperimentando un dura restrizione del valore reale del loro salario).
Alessandro Bianchi: “Come in diversi altri paesi europei, anche in Grecia assistiamo all’unione dei partiti conservatori e socialisti per difendere un modello economico che ha portato il tessuto sociale al collasso. Come giudica l’azione del Pasok di Venizelos e quanta responsabilità le attribuisce rispetto all’attuale crisi?”
Yanis Varoufakis: “I partiti social-democratici hanno preso una scelta decisiva a metà degli anni ’90: sono entrati in società con il capitale finanziario. Al tempo, aveva un senso. Non era mai stato facile per i socialdemocratici convincere gli industriali, i commercianti, il mondo degli affari in generale, a finanziare il Welfare state al quale erano, invece, impegnati. E’ stato più facile invece chiudere gli occhi agli opachi raggiri dei banchieri degli anni ’90 e 2000 (senza del resto mai comprenderli del tutto) ed, in cambio, ottenere una piccola percentuale delle montagne di rendite che i banchieri producevano per finanziare i programmi sociali – alcuni molto degni, del resto.”
Ma, in modo tragico, nel 2008 le banche sono crollate e le montagne di surplus finanziari si sono trasformati in pesanti perdite. A quel punto, i banchieri hanno richiesto che gli Stati riempissero quei buchi con soldi prestati dai contribuenti ed i socialdemocratici avevano perso sia l’autorità morale che la capacità teorica per opporsi a questi argomenti. Sia come organizzazioni pubbliche sia come singoli politici, avevano venduto la loro anima al diavolo, che era ora ferito e chiedeva loro di rinunciare a tutte le priorità storiche per soccorrere coloro che avevano nutrito il loro caro Welfare state per un decennio. E così si sono piegati alla volontà dei banchieri. Invece di richiedere un default del debito pubblico in Grecia ed uno su quello privato in Irlanda, i socialdemocratici si sono uniti ai conservatori dalla parte dei banchieri per ritardare ogni fallimento fino al momento in cui molte delle perdite delle banche non fossero state trasferite sulle deboli spalle dei contribuenti.
In questa situazione, la base fedele dei partiti social-democratici si è sentita tradita. Dopo aver combattuto per anni per ottenere la distribuzione dei redditi, improvvisamente ha scoperto che il loro partito aveva stretto un’alleanza che, in nome del “salvataggio del paese dalla bancarotta“, ha effettuato la più brutale redistribuzione di reddito a favore di coloro che avevano generato il crac con i loro atti assurdi. Non ci è voluto molto perché i partiti socialdemocratici fossero abbandonati dalle buone intenzioni, dai migliori membri e finire nelle mani sporche dei carrieristi ed opportunisti che li hanno trasformato in loro feudi personali. E’ questo è proprio il caso del Pasok di Venizelos.”
Alessandro Bianchi: “Il partito all’opposizione più credibile che si oppone al commissariamento della troika oggi in Grecia è Syriza. Pensa che arriverà mai al governo? E come giudica l'”agenda europea” di Tsipras recentemente annunciata al Kreisky Forum di Vienna?
Yanis Varoufakis: “La mia paura è che la vittoria di Syriza possa arrivare troppo tardi. Vale a dire, dopo che i banchieri, in combutta con l’attuale governo, abbiano costruito una Nuova Cleptocrazia che, nel tempo in cui Tsipras sarà primo ministro, si sarà trasformata in uno Stato nello Stato. Per quel che riguarda la sua recente “Agenda europea“, penso sia un faro nell’oscurità attuale del paesaggio europeo.”
Alessandro Bianchi: “L’ultimo punto della sua Modest Proposal 2.0 invoca la creazione di un programma di solidarietà sociale per garantire i bisogni minimi esistenziali di tutti i cittadini europei ed impedire che la crisi sia il pretesto per l’ascesa dei totalitarismi. Ritiene possibile il ripetersi di quanto accaduto negli anni’30 del 1900? E la situazione della Grecia è così differente da quella degli altri paesi dell’Europa meridionale?”
Yanis Varoufakis: “Si, abbiamo ripetuto gli errori degli anni ’30 e dovremo, dunque, non essere sorpresi se stiamo evocando gli stessi tipi di demoni. Per fortuna, Portogallo e Spagna non hanno visto l’ascesa di partiti nazisti. Ma i due Paesi non hanno neanche avuto, almeno non ancora, una perdita del 30% del loro Pil. Se le cose dovessero continuare a peggiorare non ho dubbi che i nazionalismi estremi infileranno le loro brutte teste anche lì. Nel frattempo, l’estrema destra, i partiti filo-nazisti stanno crescendo in Danimarca, Olanda, Austria, nella regione scandinava ed in Ungheria. L’Europa sta giocherellando con fantasmi molto pericolosi che si nutrono e si rinforzano con ogni atto di diniego della vera natura della crisi.” Alessandro Bianchi

Leggi la “Modest Proposal” di Yanis Varoufakis

 

 


I Greci hanno salvato le banche tedesche e francesi

Intanto un paio di chiarimenti visto che non sono un economista e anche io queste cose le ho dovute imparare.

  1. Chi presta soldi si assume un rischio (quello di non vederseli restituiti) che si concretizza nel tasso di interesse sul capitale prestato. Se ti do 10 tu mi restituirai 12. Il 2 aggiunto è di fatto la quantificazione economica del rischio (che però spesso non viene calcolato come altri “rischi di impresa”.  E si dà per scontato che la restituzione sia “ad ogni costo”)
  2. Ristrutturare un debito sovrano significa che anche il creditore perde parte del suo investimento (si badi bene si parla di “investimento£ ovvero non un prestito caritatevole ma un acquisto di titoli di Stato a pure e semplice fine speculativo
  3. Non ristrutturare un debito significa che pagano solo i cittadini
  4. Optare per la soluzione 3) è ovviamente un’idiozia logica, soprattutto in un periodo di crisi economica. Non ci vuole un genio per capire che l’unico modo in cui si può scaricare sui cittadini il costo del debito è aumentando le tasse o tagliare la spesa. Che si opti per uno o per l’altra, in un’economia di mercato, la fine è chiara a chiunque: la spirale della recessione. Meno soldi in tasca alla gente, meno acquisti, meno PIL. L’aumento delle tasse inoltre significa anche una contrazione immediata dell’offerta di lavoro che spinge in alto la disoccupazione. Il che spinge ancora più in basso i consumi . Applicando di fatto un effetto moltiplicatore sulla velocità in cui l’economia peggiora
  5. Applicando 3 e arrivando a 4, prima o poi si arriva anche a 2 (se non si vuole scatenare una guerra di quelle vere … quelle con i fucili)

Possibile che queste banali regolette da economia domestica non fossero chiare al FMI quando si decise di “salvare” la Grecia?

No, infatti. Il piano di salvataggio della Grecia (il primo) fu semplicemente altro. In quell’occasione vennero salvati i crediti delle banche (private) francesi e tedesche che avevano in mano i titoli di Stato greci.

E i documenti del FMI dimostrano che nel direttivo gli scettici c’erano eccome e che il piano fu applicato nonostante tutto. Il che ovviamente ha portato a nuovi piani di “salvataggio” in cui anche i creditori hanno visto toccati i loro interessi.

Non ho i numeri ma sono convinto, chissà com’è, che procedere con 3-4-2 sia molto più vantaggioso che procedere direttamente con 2.

E sono anche convinto che la misteriosa nomina della Lagarde (Ministra francese che si occupava di proteggere le banche del suo paese) alla presidenza del FMI (allora scettico sul piano greco) non sia stata né meritocratica né casuale.

Attenti quindi quando vi parlano di debito a ricordare che senza debito il capitalismo non funziona. Il debito non è una roba “cattiva” è solo l’altro nome del “credito”.

Buona lettura

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Fonte: vocidallagermania.blogspot.it/2013/10/i-documenti-confidenziali-del-fmi.html

I documenti confidenziali del FMI sul caso greco

Che il salvataggio greco sia stato fatto su misura dei creditori esteri di Atene, lo sapevamo già. Adesso arrivano i verbali segreti delle sedute del FMI a confermalo. Dal wsj.de

La Grecia nel 2010 doveva essere salvata con un pacchetto di aiuti miliardario? I documenti confidenziali di cui è in possesso il Wall Street Journal mostrano che il FMI al proprio interno era profondamente diviso. Nonostante cio’, si decise di concedere ugualmente gli aiuti.

I documenti confidenziali sono in palese contrasto con le dichiarazioni ufficiali del FMI e non mancheranno di riaccendere la discussione sul possibile taglio del debito greco. La Germania ed altri altri stati europei infatti continuano a rifiutare una ristrutturazione del debito greco nel tentativo di nascondere agli occhi dei propri elettori la reale situazione. Ma visto che il FMI in futuro non intenderà concedere nuovi aiuti alla Grecia se il debito non dovesse scendere, molto probabilmente si dovrà arrivare ad una decisione in questa direzione.

Un terzo dei membri del FMI aveva dei dubbi

Data l’estrema incertezza che caratterizzava l’intero piano di salvataggio, sin dall’inizio il FMI si è pronunciato a favore di un taglio del debito.  Il primo piano di aiuti è stato approvato il 9 maggio 2010, e gli atti relativi alla decisione – catalogati come segreti o altamente confidenziali – ci offrono una visione degli avvenimenti interni al FMI.

Quasi un terzo di tutti i membri del consiglio direttivo, che insieme rappresentano oltre 40 paesi non europei, secondo gli atti, avevano dei forti dubbi sull’intero piano di salvataggio greco. Erano in molti a ritenere che il programma di salvataggio stava spostando sui greci l’intero onere dell’aggiustamento, mentre dai creditori europei non si pretendeva alcuna rinuncia. Molti membri del FMI sostenevano infatti che il salvataggio non avrebbe avuto successo se i creditori esteri della Grecia non avessero rinunciato ad una parte dei crediti.

“Sul tavolo della discussione dovrebbe esserci la possibilità di una ristrutturazione del debito”, affermava Pablo Andrés Pereira durante la difficile riunione del 2010, all’epoca direttore esecutivo e rappresentantante argentino. Il fondo, secondo Pereira, “corre il rischio di ritardare o addirittura peggiorare l’inevitabile default greco”.

I rappresentanti di Brasile, Russia, Canada e Austrialia, sempre secondo gli atti, nella stessa seduta hanno parlato degli immensi rischi cui il programma di salvataggio andava incontro. Il rappresentante brasiliano al FMI, sempre secondo gli atti, definiva il piano “inappropriato e decisamente non sostenibile” o piu’ semplicemente un “salvataggio dei creditori privati dello stato greco, soprattutto degli istituti di credito europei”.

I rappresentanti europei ed americani, che nel consiglio direttivo hanno oltre la metà dei diritti di voto, sono comunque riusciti ad ottenere un numero sufficiente di voti per approvare il programma di salvataggio.

Il programma di aiuti finanziari prevedeva infatti come condizione una forte riduzione del debito ed un aumento delle tasse. La ristrutturazione del debito – sotto forma di rinuncia dei creditori, riduzione dei tassi oppure un allungamento della durata – non era prevista. E cio’ ha salvato i detentori di titoli greci (principalmente banche europee) dalle perdite in cui sarebbero incorsi con una ristrutturazione.

Gli interessi europei sono piu’ importanti di quelli greci

Alcuni dei membri del FMI all’epoca contrari al programma di salvataggio, continuano a sostenere che sono stati tutelati gli interessi dei paesi creditori, ma non quelli greci. Dal 2009 l’economia greca si è ridotta di un quinto e il tasso di disoccupazione del paese è salito a quasi il 28 %. La situazione attuale spinge il FMI a chiedere ai paesi europei una rinuncia ai crediti, almeno stando alle recenti dichiarazioni degli attuali rappresentanti del FMI.

“Il piano di aiuti non è stato un programma di salvataggio per la Grecia, piuttosto dell’ Eurozona”, dice uno dei rappresentanti del FMI presenti alla riunione del 2010.

I documenti riservati mostrano che diversi membri nel consiglio direttivo del FMI sin dall’inizio guardavano con molto scetticismo alle previsioni economiche: le consideravano “eccessivamente ottimiste” oppure “troppo positive”.

Per molti versi, la storia del piu’ grande pacchetto di salvataggio approvato dal FMI, dovrà essere interamente riscritta.

L’allora direttore del FMI Dominque Strauss-Kahn nel maggio 2010 dichiarava ai giornalisti che il fondo “non aveva alcun dubbio sulle possibilità di successo del piano”. Ma dietro le quinte una parte importante del direttorio nutriva dei forti dubbi sull’efficacia del piano o addirittura era arrabbiata, almeno da quanto si legge fra i verbali delle riunioni.

Rabbia e frustrazione nel direttorio FMI

Gli aggiustamenti finanziari richiesti alla Grecia sono uno “sforzo immane a cui l’economia non riuscirà a far fronte”, ha dichiarato l’ex direttore del FMI, l’indiano Arvind Virmani, durante la seduta in cui è stato approvato il primo pacchetto di salvataggio. Il numero uno del fondo si era infatti già chiesto se le dimensioni del risparmio che il FMI si aspettava dalla Grecia non avrebbero piuttosto fatto fallire il programma e portato il paese al default.

Tutti i tentativi di raggiungere l’ex capo del FMI Strauss-Kahn per avere un commento sul tema purtroppo sono andati a vuoto. Nel frattempo il FMI ha riconosciuto alcuni errori. In un rapporto pubblicato nel mese di giugno, il Fondo ha finalmente ammesso che alcune proiezioni finanziarie erano troppo rosee.

I funzionari del FMI tuttavia hanno sempre sottolineato le loro buone intenzioni: quando nel 2010 il piano di salvataggio è stato approvato, il FMI nelle proprie considerazioni interne non riteneva necessaria una ristrutturazione del debito

“Nel maggio 2010 sapevamo che la Grecia avrebbe avuto bisogno di un fondo di salvataggio ma non che sarebbe stata necessaria una ristrutturazione del debito”, ha detto il direttore del FMI Christine Lagarde in un’intervista rilasciata in giugno. “Non sapevamo che la situazione economica generale sarebbe peggiorata cosi’ rapidamente come poi ha fatto”, sempre Lagarde.

Nei primi mesi del 2011, quando orami era chiara la non sostenibilità del debito, il FMI ha preteso una ristrutturazione, conferma un portavoce del FMI.

Già nel 2010 si parlava di un taglio del debito

I documenti confidenziali del FMI mostrano che sin dall’inizio si parlava apertamente della necessità di ristrutturare il debito greco. Nella seduta del maggio 2010 i rappresentanti del Medio oriente, dell’Asia e dell’America Latina hanno chiesto piu’ volte perché questa opzione non fosse stata presa in considerazione.

I rappresentanti europei invece sono rimasti “molto sorpresi” quando la Svizzera “con molta enfasi”, all’interno del consiglio direttivo FMI si è schierata a fianco dei critici, sempre secondo i verbali delle sedute. “Perché una ristrutturazione del debito e il coinvolgimento del settore privato non sono stati contemplati dal piano di salvataggio?”, chiedeva il rappresentante svizzero René Weber.

Oggi il FMI sostiene che nel 2010 una ristrutturazione non sarebbe stata praticabile. Il rischio che i problemi finanziari greci potessero diffondersi anche verso altri paesi era troppo grande.

Una larga parte dei titoli di stato greci allora era in possesso delle banche tedesche e francesi. Per questa ragione la ristrutturazione non era una possibilità contemplata dai capi di stato europei. E gli USA temevano per i loro investimenti miliardari nel capitale delle banche europee.

L’attuale presidente del FMI Lagarde, all’epoca ancora Ministro delle finanze in Francia, era impegnata a limitare con ogni mezzo le perdite per le banche del suo paese. Le banche francesi avevano infatti una grande esposizione verso la Grecia.

Nel 2013 nel direttorio del FMI arriva la svolta

In una relazione del giugno 2013 il FMI ha ammesso “carenze significative” nel programma di salvataggio greco, sebbene il fondo avesse già indicato la strada da seguire. “Sin dall’inizio sarebbe stata preferibile una ristrutturazione del debito, sebbene per i partner europei fosse inaccettabile”, si dice nel rapporto.

Il FMI constata che sin dall’inizio l’operazione di salvataggio ha permesso ai creditori privati di ridurre l’esposizione, scaricandone i costi “sul contribuente e sul settore pubblico”.

Diversi rappresentanti del FMI già 3 anni fa avevano messo in guarda. “Si puo’ dire che l’operazione piu’ che un programma di salvataggio per la Grecia, sia  una forma di salvataggio dei creditori privati, soprattutto degli istituti finanziari europei”, affermava il rappresentante brasiliano Paulo Nogueira Batista durante una seduta del 2010.

Gli scettici avevano ragione. La Grecia non è riuscita a raggiungere gli obiettivi finanziari concordati e nel 2012 ha avuto bisogno di un ulteriore piano di salvataggio. Nel piu’ grande piano di salvataggio mai intrapreso dal FMI, i creditori privati hanno dovuto farsi carico di una parte delle perdite

Con il collasso dell’economia greca il debito del paese è esploso. E la situazione potrebbe spingere i governi dell’Eurozona a mettere in campo un terzo pacchetto di salvataggio. Ma questa volta dovranno necessariamente rinunciare ad una parte dei crediti verso la Grecia.


Made in ChItaly

Per chi pensa che i cinesi pericolosi siano quelli dei ristoranti. O che “dobbiamo attrarre i capitali stranieri”. O che “tanto a me ce me ne frega se il proprietario è italiano o spagnolo”. Ma soprattutto per quelli che ancora credono all’Europa dove gli italiani pagano il Fondo Salvastati che dà soldi alle banche spagnole che finanziano operazioni finanziarie di multinazionali iberiche per acquistare aziende italiane stremate dalla crisi.

Buona lettura

Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/09/bye-bye-italia-au-revoir-o-meglio.html

Bye Bye Italia, au revoir! O meglio: 再見

di Sergio Di Cori Modigliani

E così, di riffa e di raffa, il Bel Paese se ne va.
O meglio, diciamo piuttosto che, con il trascorrere dei giorni, diventa sempre più chiaro come -a dispetto della apparenze- non siamo nelle mani di beceri incompetenti, di cialtroni immeritevoli, di raccomandati di lusso, incapaci di mettere in piedi uno straccio di progetto decoroso che funzioni e sia efficace.
Siamo nelle mani di una classe dirigente politica che si è macchiata e si sta macchiando del più orribile crimine che in tutte le civiltà, presso tutte le etnie, in tutte le epoche, è sempre stato considerato come l’atto più vile e tragico che si possa compiere: il tradimento della propria comunità e la svendita del territorio della propria cittadinanza allo straniero.
Perchè una cosa è il dramma delle guerre, dove l’invasore prepotente si appropria con la violenza delle armi di beni che non sono suoi.
Ben altra cosa è avere la certezza di essere capitanati da un manipolo di solerti impiegati che hanno scelto di consegnare i forzieri nazionali -riempiti grazie al lavoro di centinaia di generazioni diligenti, industriose e parsimoniose- nelle mani dei nostri più agguerriti competitors internazionali, invitando a nozze gli invasori e dicendo loro: prego signori, accomodatevi, svendiamo il tutto al prezzo migliore.
Conclusa la prima fase un mese fa, è iniziata da oggi la seconda fase, quella che consegna la Telecom agli spagnoli di Telefonica, l’Alitalia ai francesi di Air France, e tre aziende strategiche del gruppo Ansaldo, cioè la “Energia” la  “Sts” e la “Breda” rispettivamente al gruppo imprenditoriale coreano denominato Doosan, agli statunitensi di General Electric e il gioiello metalmeccanico ai giapponesi di Hitachi. Se ne va via anche la Ansaldo, e sono già in trattative per vendere le aziende strategiche impiegate nella costruzione di navi ai cinesi, i quali verranno a costruire le loro navi in Italia -a prezzi cinesi si intende- per poi ormeggiarle nel porto del Pireo, acquistato in toto due mesi fa. Una vera pacchia. Per loro si intende.
Quattro aziende di Finmeccanica e l’Eni sono già in trattative avviate, soprattutto con i qatarioti, a questo serviva loro impossessarsi -come hanno fatto- prima di Unicredit, poi acquistare Valentino Garavani insieme a centotrenta industrie tessili nazionali e adesso si prenderanno anche il nostro know how ingegneristico in campo petrolifero.
Allora a questo serve lo stallo.
Allora è questo il vero obiettivo dell’immobilismo politico italiano.
Fare in modo che non accada nulla, che non cambi nulla, che non migliori nulla, in modo tale che i prezzi si abbassino e si faccia lo shopping del Made in Italy. Una volta conclusa questa fase, manderanno a casa gli attuali impiegati e ci metteranno dei nuovi manager a gestire le briciole. Di italiano sarà rimasto soltanto il marchio.
Quindi il Made in Italy è finito.
Ho saputo che tre giorni fa si è chiusa la trattativa della compravendita di una importante azienda vinicola in Toscana, una di quelle che produce il marchio DOC classico del Chianti gallo nero, finita nelle mani dei cinesi. L’azienda si chiama Casa Nova. Si trova a Greve, tra Firenze e Siena. Si tratta di due gruppi di case coloniche, otto ettari di vigneti e due di oliveto acquistati da uno speculatore finanziario di Hong Kong che rappresenta gli interessi di un gruppo farmaceutico di proprietà del governo cinese. Sono venuto a scoprirlo per un caso, guardando una intervista alla televisione argentina a un loro imprenditore, Alejandro Bulgheroni (nipote di italiani) il quale aveva acquistato sei mesi fa un’altra azienda Chianti DOC, la Poggio Landi. Costui, un supermiliardario, spiegava come, grazie all’Italia, l’Argentina da undicesima è già diventata la settima nazione vinicola al mondo e si appresta -per l’appunto- a fare concorrenza al nostro paese, passato in dieci anni dal primo al terzo posto ed entro il prossimo quinquennio accreditato di un decimo posto, superati da Spagna, Cile e Colombia. Così stanno le cose. Per il momento siamo terzi, dietro Usa e Francia che resiste al primo posto avendo stravinto la secolare guerra del vino con l’Italia. La Cina ha aumentato il consumo di vino del 30% e produce adesso 17 milioni di ettolitri all’anno. Ha bisogno del vino italiano. Perchè? Una Legge dello Stato cinese stabilisce che per poter esportare vino “cinese” doc è sufficiente che all’interno delle bottiglie vi sia il 15% di uve locali. Hanno deciso allora di cominciare a prendersi il vino italiano migliore, così lo inviano in Cina attraverso il porto del Pireo e lo imbottigliano a Shangai creando un vino cinese originale (sembra che sia ottimo) ma che è composto all’85% delle uve del Chianti. Quindi, siccome per il vino ciò che conta è il sapore, la Cina si impossesserà di tutti i mercati internazionali stracciando la concorrenza con il vino italiano perchè venderà vino italiano ovvero sapore italiano verocome vino cinese, davvero diabolici. La grande azienda vinicola Oliveto, della famiglia Machetti, è stata venduta alla Solaya International di Panama, modesta società anonima di copertura dietro la quale si nasconde la Bank of China.
L’Italia perderà tutti i mercati.
Se ne sono andati anche l’Orzo Bimbo venduto ai tedeschi.
Se ne sono andati via i salumi Fiorucci.  E i sughi e le conserve Star.
Anche la Parmalat, divenuta francese. E i Galli si sono presi anche la Galbani, la Locatelli, l’Invernizzi.
Per non parlare del cashmere italiano di Loro Piana e di Bulgari. La moda è ormai loro.
Se ne è andato anche lo spumante Gancia e tutta la produzione piemontese degli aperitivi italiani, venduta a Roustam Tariko, un miliardario moscovita.
Dopo i biscotti e la pasta Buitoni, se ne è andato anche il riso Scotti: e qui la cosa è davvero grave. Perchè la celebre azienda di Pavia l’ha venduta a una multinazionale spagnola dell’alimentazione gestita dai colossi finanziari che intendono usare questi marchi per lanciare un sistema di alimentazione seriale industriale che impoverirà l’alimento, la sua qualità nutritiva e di italiano non avrà proprio un bel nulla. L’azienda spagnola si chiama Ebro Foods. Se l’è presa per 18 milioni di euro lo scorso luglio.
Gli spagnoli stanno usando i soldi avuti in credito dal Fondo Salvastati al loro sistema bancario per acquistare aziende italiane. Quel fondo è alimentato in larghissima misura dai soldi del contribuente italiano. In pratica, ciò che questo governo e quello precedente hanno avallato è la seguente manovra: il fondo europeo dà i soldi alle banche spagnole che acquistano aziende italiane.
In una intervista di qualche mese fa il Dr Dario Scotti, presidente e amministratore delegato della Riso Scotti spa, attaccato dai sindacati di categoria che avevano denunciato il fatto inascoltati aveva dichiarato:
La partnership con la multinazionale alimentare iberica ha la valenza di un’alleanza industriale e commerciale per penetrare mercati internazionali, con l’obiettivo di sviluppare la produzione del sito industriale e di allargare le frontiere al risotto “made in Italy” e ai tanti prodotti derivati dal riso che produciamo e commercializzamo. La scelta è stata attenta e meditata, nel desiderio di esprimere una rinnovata e maggiore forza industriale come primo gruppo risiero europeo, in termini di sviluppo e di distribuzione di prodotti di nuova generazione. È certamente una scelta legata allo sviluppo dei nuovi prodotti: con la loro ricerca e le nostra, con il loro sistema distributivo e il nostro, con le forze messe insieme, insomma, si potranno ottenere i risultati migliori“.

Balle! Grosse come una casa, è l’opinione della Coldiretti di Pavia che raggruppa i consorzi dei piccoli produttori agricoli del pavese, del piacentino e della pianura padana. Ha pubblicato un allarmante studio dal titolo “Mani spagnole sulla Riso Scotti” nel quale sostiene che la Ebro Foods intende delocalizzare la produzione spostandola in Spagna. Il che vuol dire un altro pezzo importante dell’agricoltura nazionale che se ne va. Oltre al fatto che aumenterà la disoccupazione.
Il presidente della Coldiretti di Pavia, Giuseppe Ghezzi ha dichiarato “temo fortemente che questa sia una strada che porterà alla produzione di derrate alimentari standardizzate e uniformizzati, che di italiano avranno ben poco”.

Sergio Marini, presidente nazionale della Coldiretti, in un convegno di un mese fa ha lanciato un poderoso allarme rimasto inascoltato e poco comunicato. Ha detto:

Lo scaffale del Made in Italy non c’é più nella realtà, è rimasta l’esigenza del prodotto italiano perchè c’è fame di Italia, grazie al nostro buon nome, ma è in atto una drammatica escalation nella perdita del patrimonio agroalimentare nazionale. I grandi gruppi multinazionali che fuggono dall’Italia della chimica e della meccanica, investono ora nell’agroalimentare nazionale perché, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all’immagine conquistata con i primati nella sicurezza, tipicità e qualità. Ma il passaggio di proprietà ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero. Un processo – conclude il presidente Coldiretti – di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi”.
Saranno almeno nutrienti?
E’ il trend attuale, sintomo e termometro di un paese sconfitto nella propria identità più profonda e antica: il cibo, i nostri sapori, i nostri odori, i nostri colori.
Basterebbe seguire in rete due siti per comprendere come si sono messe le cose  Si tratta di due siti dove si vendono aziende intere, capannoni, pezzi di fabbrica, terreni prefabbricati a qualunque prezzo (andare a leggere per credere):
 
www.cinesichecomprano.com  o il più affermato 
questi, secondo il Mago Attel, il Delinquente e l’Innominabile, sarebbero i “chiari segnali” che la ripresa economica italiana è già partita.

E’ il Parlamento al corrente di questa pratica diffusa?


Bidelli e idraulici di tutt’Italia unitevi

Di chi è la colpa dell’attuale situazione del Paese? Chiedilo a 10 persone e il risultato sarà questo. 4 ti risponderanno che è colpa del commerciante e dell’artigiano che evadono. 4 ti risponderanno che è colpa dei parassiti che lavorano nel pubblico impiego. Qualcuno di questi 8 potrebbe anche dirti che è colpa di entrambe le categorie se gli dai la possibilità di citare 2 responsabili e non uno solo. 1 ti dirà che non sa. Forse 1 elencherà alcune fra le cause reali.

Ma è realmente così? O si tratta magari della consueta campagna in stile antico romano del divide et imperat? In questi casi basta individuare il terzo che gode mentre gli altri due se la danno di santa ragione. Nessuna idea in proposito?

Vediamo

Da: http://www.appelloalpopolo.it/?p=9136

In un recente spot andato in onda con una certa insistenza sui canali RAI, l’Agenzia delle Entrate di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Presidenza del Consiglio hanno tentato di convincerci che veniamo tassati per il nostro bene, che più diamo allo Stato, più ci verrà restituito. “Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. In servizi” recitava il messaggio. Ma per ConfContribuenti questa è pubblicità ingannevole ed ha segnalato l’illecito all’AGCOM. Nella segnalazione si puntualizza come sia la maggioranza parlamentare eletta coi voti di una parte minoritaria del paese a decidere chi può attingere alle risorse raccolte attraverso l’imposizione fiscale.[1]

Uno degli esempi più recenti riguarda il salvataggio della Monte dei Paschi con i soldi dell’IMU: 3,9 miliardi di euro passati dalle tasche di noi contribuenti a quelle della banca per volere del governo e certamente non di noi cittadini, che in cambio di quel salvataggio non riceveremo alcun servizio.[2]

Se il pagamento delle tasse è un dovere di ogni cittadino, “oltre il 35 per cento di aliquota, l’evasione fiscale è legittima difesa”[3] tuona il Fatto Quotidiano, riprendendo il pensiero espresso da Berlusconi qualche anno addietro. Secondo Bortolussi della CGIA di Mestre “Se la pressione fiscale diminuisse in tempi ragionevoli di 3-4 punti percentuali, l’entità dell’evasione potrebbe ridursi di quasi la metà.”[4]

Nella vulgata popolare gli evasori contro cui si scaglia l’Agenzia delle Entrate sono i commercianti e gli artigiani. Ma come stanno veramente le cose? Sempre secondo la CGIA lavoratori autonomi e piccole imprese evadono 6 miliardi di euro su un computo totale di 316. Insomma neanche il 2%. Le principali cause di evasione sono il sommerso (200mld) e l’economia criminale (100mld). Perchè quindi prendersela con l’idraulico o il salumiere?

D’altronde non sono le uniche categorie a dover subire le ire della montante aggressività sociale, troppo spesso veicolata da messaggi mediatici o semplice disinformazione. La critica (fin qui più che sensata) mossa da ConfContribuenti assume in seguito toni da perfetto proclama neoliberista quando denuncia il “debito creato da un apparato pubblico sprecone” che rovina quel “mercato libero della domanda e dell’offerta”. [1]

Arriviamo così all’annoso e spinoso problema dei dipendenti pubblici, colpevoli di succhiare importanti risorse che altrimenti sarebbero utilizzate per altri benefici scopi e creando così le basi per quell’irritazione sociale che da diversi anni ha come bersaglio i dipendenti pubblici stessi. Grillo poi, con una nonchalance che lascia esterrefatti, parla di un blocco di cittadinanza unito dalla comune volontà di mantenere lo status quo. Tale blocco è composto “da una gran parte di dipendenti statali, da chi ha una pensione superiore ai 5000 euro lordi mensili, dagli evasori, dalla immane cerchia di chi vive di politica attraverso municipalizzate, concessionarie e partecipate dallo Stato”.[5]

Eccoli qui, avvinghiati in un abbraccio mortale, i veri responsabili delle disgrazie attuali: dipendenti pubblici ed evasori. Cioè idraulici, salumieri e bidelli. Questo pensiero è così trasversale da non conoscere barriere. Ragion di Stato (ovvero Agenzia delle Entrate) e critici della Ragion di Stato uniti nell’identificare i veri responsabili di ciò che alcuni mesi fa fu definito da Squinzi (Confindustria) come “mattanza sociale”: non le banche, non i rentiers, non un sistema politico che favorisce i grossi gruppi industriali permettendo loro di muoversi liberamente anche dopo che lo Stato ha offerto così tanti benefici da potere vantare diritti di proprietà, ma bidelli ed idraulici. Se Marchionne delocalizza nell’Est, dove gli stipendi sono una frazione di quelli italiani, la colpa è tutta loro. Poco importa che (secondo Cossiga) lo Stato Italiano abbia pagato quattro (4) volte la FIAT e sia quindi da considerarsi di proprietà dello Stato a tutti gli effetti. Se vengono lasciati a casa migliaia di lavoratori, e la crisi occupazionale colpisce migliaia di famiglie la colpa è sicuramente dei bidelli, dei salumieri e degli idraulici rei, secondo Grillo, di volere “mantenere lo status quo”. Ovvero l’incontrastato dominio delle elites sui popoli, cioè il “mercato libero della domanda e dell’offerta”.

Grillo denuncia con veemenza: “Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile” [5]. L’ultima versione della flessibilità prevede pensioni precarie, oltre a stipendi precari. Nel nome di quella sostenibilità che salva ogni banca e condanna ogni lavoratore, anche ex.

Se la propaganda contro i lavoratori autonomi ha il senso di fuorviare l’attenzione dalle vere storture (il 50% circa delle grandi società di capitali italiane dichiara per più anni redditi negativi o pari a zero), l’incessante serie di attacchi ai dipendenti pubblici vuole eliminare l’ultima sacca di lavoratori a tempo indeterminato e relative garanzie contrattuali e normative. Nel nome della flessibilità, elemento essenziale (questo si) per il mantenimento dello status quo. Per quanto misera possa essere la paga di un professore di liceo risulta sempre migliore di quella di un laureato che lavora in un call center. La precarietà lavorativa diventa così l’alibi ideale per il perfetto crimine sociale: chi non è precario sta esibendo quella sicurezza lavorativa e salariale che risulta inaccettabile per gli standard attuali. Tutti i lavoratori, secondo i diktat del neoliberismo imperante, devono essere precari, sottopagati e ricattabili: questa è la vera flessibilità.

Chiunque si sottragga a questa semplice legge del lavoro del nuovo millennio è colpevole di atteggiamenti moralmente abbietti: la maggior parte dei dipendenti statali “vuole mantenere lo status quo, mantenendo lo stesso potere d’acquisto” denuncia Grillo. Ma sarà poi vero?

Prendiamo ad esempio gli insegnanti: stipendi (tra i più bassi di Europa) bloccati da 5 anni, un ulteriore blocco dei contratti e degli scatti di anzianità fino al 2017, un potere d’acquisto che si è contratto per circa 6mila euro. Al punto che sono già chiamati i Nuovi Proletari. A questo c’è da aggiungere che tutti gli insegnanti delle scuole medie e superiori subiranno un aumento di 4 o 6 ore in più di lavoro per lo stesso stipendio, fatto che porterà a un risparmio di 180 milioni di euro.[6] Che serviranno sicuramente a generare nuovi servizi. Bancari, s’intende.

 

[1]http://www.daw-blog.com/2011/09/22/spot-evasione-fiscale-denunciata-lagenzia-delle-entrate-e-pubblicita-ingannevole/

[2]http://www.ilgiornale.it/news/interni/e-monti-usa-i-soldi-dellimu-salvare-banca-rossa-878386.html

[3]http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/16/i-ridicoli-spot-contro-levasione-fiscale/151365/

[4]http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/05/evasione-fiscale-italia-cgia-mestre.shtml

[5]http://www.beppegrillo.it/2013/02/gli_italiani_non_votano_mai_a_caso.html

[6]http://www.famigliacristiana.it/articolo/insegnanti-i-nuovi-proletari.aspx


Regime di repressione finanziaria

Su tre parole due suonano male. Ma è la vecchia storia del contesto. Tutte e tre insieme rappresentano in realtà un’iniziativa di politica economica che impedisce la lievitazione speculativa del debito pubblico di uno Stato sovrano.

Fino a una ieri non sapevo nemmeno cosa volesse dire. Poi leggendo e ascoltando economisti ed esperti di diritto mi sono fatto un’idea che provo a condividere.

Se hai accumulato risparmi per 1 miliardo di sesterzi (sì mi sono rotto i coglioni di fare esempi con la moneta dell’incubo) hai diverse opzioni all’interno del regime di repressione finanziaria:

  1.  Li investi mettendo su un’azienda. Rischi e se ti va bene guadagni tanto. Se ti va male perdi
  2. Li presti ad un amico che li investirà fidandoti delle sue competenze. Lui te li restituirà con interessi sui quali vi accorderete prima. Anche qui rischi
  3. Compri azioni. E anche qui rischi. Se le vendi a un prezzo maggiore di quello a cui le hai acquistato ci guadagni. Sennò perdi parte dell’investimento
  4. Te li metti sotto il cuscino. E idealmente, non rischiando, nemmeno guadagni. Ma te li potrebbero rubare. E allora perderesti tutto. Ma anche se non subissi furti perderesti comunque il valore d’acquisto che si muove con il variare dell’inflazione
  5. Li presti allo Stato. Che ti protegge dal furto ma che ti applica tassi bassissimi. Ti protegge dalla perdita di parte dell’inflazione ma tu paghi lo Stato per questo servizio. Come? Perdendo comunque sul capitale quei 2-3 punti d’inflazione che non ti vengono garantiti.

Il punto 5 ovviamente è esercitabile sono nel momento in cui uno Stato ha la sovranità monetaria che impedisce il default e che conferisce alle istituzione la possibilità di essere solventi.

Non si tratta di una teoria rivoluzionaria o di un’innovazione. L’Italia ha funzionato in regime di repressione finanziaria fino al 1980. Ovvero fino alla separazione fra la Banca d’Italia e il Tesoro.

Il senso di questa strategia di politica economica risiede nell’incentivo allo spostamento del capitale dalla rendita finanziaria al lavoro. Se hai soldi e li vuoi investire di assumi rischi direttamente proporzionali ai ricavi che vuoi generare. Se li vuoi semplicemente al sicuro, ti accontenti di ricavi minimi (o nulli) e paghi per il servizio di “tutela” che lo Stato ti offre. Il capitalismo dovrebbe funzionare così.

Ah, negli anni del regime di repressione finanziaria la nostra economia cresce al 5 virgola qualcosa annuo. Poi arrivarono i geni dell’economia. Da Ciampi, ad Amato, a Prodi. Gli eroi della globalizzazione finanziaria. I traghettatori che attraverso l’Ade dell’euro ci hanno condotto dritti dritti nell’inferno che stiamo vivendo.


Cambiamo nome al primo maggio

Avrei ptuto mettere solo il link. Ma sul web si sa più ripeti meglio è. I motori di ricerca imparano come i giovani scimpanzé. E i miei 10 lettori almeno non devo cliccare. Dal sempre illuminante blog di Alberto Bagnai. E’ lungo. Leggetelo a pezzi. Ma leggetelo tutto.

Fonte: http://goofynomics.blogspot.it/2013/05/declino-produttivita-flessibilita-euro.html

Declino, produttività, flessibilità, euro: il mio primo maggio

(iniziato a Orly, come l’altra volta, proseguito per tutta l’Italia, e finito a Roma…)
A tutti coloro ai quali la Natura matrigna e un minimo di forza di volontà hanno consentito di raggiungere un certo livello, anche lo studio dell’economia, al pari di qualsiasi altra attività umana (lo scopone scientifico, il beach volley, la fisica quantistica), offre una inesauribile miniera di profonde soddisfazioni intellettuali. Perché, vedete, gli economisti le cose non è che non le sappiano o che non le dicano. Le sanno, e le dicono, e quando se le dicono, queste cose, i loro rigorosi e un pochino arzigogolati discorsi somigliano tanto, ma tanto tanto tanto, alle vostre schiette e limpide intuizioni. Solo che da un lato loro, un po’ per pudore (forse), e molto per allungare il cv, le loro cose se le dicono in separata sede, in linguaggio aulico, e non perdono tempo a divulgarle. Un libro divulgativo non è un libro, in accademia, quand’anche contribuisse, chissà, magari, forse, a orientare il dibattito politico di un paese. Dall’altro, voi le vostre intuizioni siete stati abituati a reprimerle: vi è stato suggerito, o meglio imposto, di non credere ai vostri occhi, e alla fine, de guerre lasse, vi ci siete abituati.
Il luogocomunismo ha vinto.
O meglio: aveva vinto, fino a quando non è arrivato un tipo strano che ha cominciato a spiegarvi cosa dicono gli economisti (quelli veri, quindi non il signor Creosoto o i gianninizzeri), usando però un linguaggio meno aulico.
E voi avete cominciato a poter credere ai vostri occhi, a poter esprimere quello che avevate sempre pensato, riconoscendo che quanto avevate intuito coincideva, in effetti, con le conclusioni di ponderosi studi scientifici. Il che, posso immaginare, deve essere stato una bella soddisfazione intellettuale: riconciliare i fatti con le proprie intuizioni, incasellare le (proprie) sensate esperienze nelle (altrui) certe dimostrazioni, che goduria! Mai quanto la mia nel constatare che vi ho aiutato a emanciparvi, e questo nonostante il noise di fondo, un po’ white, e un po’ red (Giorgio il precisazionista è a disposizione per chiarire i termini acustici della metafora, il cui significato però è evidente: ormai non reggo più nessuno, e da oggi sarà guerra totale, e mi dispiace per le anime belle: io sono con Gibilisco…).

I numeri del declino

Rientra a pienissimo titolo fra gli economisti veri, anche se voi lo avete criticato in modo un po’ spiacevole (cosa che lui ha fatto benissimo a farmi notare), Francesco Daveri, che leggevo sempre con interesse su lavoce.info (prima di cominciare a scrivere, cosa che ha sottratto ahimè tempo alla lettura). Ricorderete che lo ho incontrato in due occasioni (quie qui), per scambi di idee sempre interessanti, che spero possano ripetersi in futuro. La realtà cambia, un aggiornamento ogni tanto male non fa. Il professor Daveri si è occupato, con alcune coautrici, di una cosa della quale mi occupo anch’io, e della quale vi occupate anche voi (o, per meglio dire, è lei ad occuparsi di voi): mi riferisco al declino dell’economia italiana, che abbiamo visto ad esempio qui. Me ne sto occupando, in particolare, nel mio ultimo lavoro, dal quale proviene questa tavola:
La tavola descrive la crescita del reddito pro-capite in termini reali nell’Eurozona a 12 paesi e in tre sue suddivisioni: il nucleo (Germania, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Finlandia), l’Italia, e la periferia (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo). Nota: in termini reali significa depurato dall’effetto dell’inflazione, cioè valutato a prezzi costanti (chi queste cose non le sa può studiarsele qui).
Questa ripartizione territoriale, lo ricordo a chi se lo fosse dimenticato, si basa sullo studio condotto da Harvey e dai suoi coautori sui “club” di inflazione nell’Eurozona. Per chi non lo ricordi, lo studio prefigurava esattissimamente quali sarebbero stati i problemi dell’Eurozona: gli squilibri di competitività derivanti dalla mancata convergenza dei tassi di inflazione, convergenza prevista dai liberisti de noantri (per i quali, come continuano a ripeterci, sarebbe bastato “legarsi” ai paesi virtuosi per mandare le cose a posto), ma decisamente smentita  dal modello minskyano (quello che chiamiamo “ciclo di Frenkel”). Com’è andata lo sapete: la convergenza non c’è stata, la divergenza di competitività è esplosa e con essa gli squilibri che ci stanno portando al redde rationem. Questo breve ripassino solo per farvi capire che la ripartizione territoriale proposta nella tabella ha un ben preciso significato ed è fondata in studi rigorosi. Ma torniamo al punto.
Che un declino dell’Italia ci sia è innegabile.
Attenzione. Non facciamo confusione.
Il rallentamento della crescita, cosa che i Savonarola da quattro soldi non capiranno mai, perché è troppa fatica per loro studiare dieci pagine di economia (quando è molto ma molto più remunerativo in termini politici berciare slogan che non vogliono dir nulla), è cosa del tutto fisiologica e prevista dai modelli standard di crescita economica (sulla cui fondatezza si può comunque discutere). Il problema non è tanto che la crescita italiana diminuisca di un po’ più di un punto a decennio, partendo dal 5% degli anni ’60. Quello che Savonarola non sa è che il modello standard di crescita economica prevede proprio che il sistema evolva verso uno stato stazionario. Ma per capire questo bisogna arrivare a pagina 30, e siccome Savonarola di solito è un ingegnere, leggere 30 pagine di cose che a lui sembrano semplici (come al diciassettenne la sonata di Mozart) è troppa fatica. Non chiediamogliela, ma non stiamolo più a sentire, e torniamo a occuparci dei problemi veri, che sono due:
1)     il primo è che il rallentamento della crescita (fisiologico) è più rapido in Italia che nei paesi del nucleo, e questo nonostante in effetti l’Italia, essendo in posizione di relativa arretratezza rispetto al nucleo, avrebbe dovuto, in teoria, continuare a crescere in modo relativamente più rapido del nucleo (essendo questo relativamente avanzato), per portare a termine il proprio processo di convergenza (catching up), così come aveva fatto nei primi tre decenni considerati (dagli anni ’60 agli anni ’80).
2)     il secondo, che questo rallentamento, invece di portare a uno stato stazionario (crescita zero del reddito pro-capite), diventa un declino in termini assolutidel reddito pro-capite (una crescita negativa, una decrescita, una recessione). Quanto questa decrescita sia felice è sotto gli occhi di tutti, e va detto che Daveri e la sua coautrice, che sono due economisti professionisti (chiaro?) l’avevano vista arrivare fin dal loro primo studio del 2005 (di cui vi dico subito dopo un breve corsivo).
(vorrei per favore non dovermi occupare più di chi non capisce che il Pil è reddito, che è composto per oltre il 70% di servizi e non di beniconsumisticiinquinantibrutto, che è una misura di valore e non di volume fisico e quindi di rifiutiingombrantifiniremosepoltisottolaplasticabrutto. Basta. Gli idioti e i dilettanti devono fare un passo indietro, o il sangue dei tanti suicidi ricadrà anche sopra le loro teste. Non c’è risposta, ma ci sarà una Norimberga, questo ricordatelo sempre.)

L’anatomia del declino

Chiusa la parentesi, Daveri parte proprio dall’analisi di questi due aspetti problematici. Due suoi contributi mi sono sembrati particolarmente interessanti: il primo risale al 2005, con Cecilia Jona-Lasinio dell’ISTAT, e il secondo al 2010, con Maria Laura Parisi dell’Università di Brescia.
Nel primo, intitolato “Getting the facts right”, pubblicato sul Giornale degli Economisti (vol. 64, n. 4), Daveri e Jona-Lasinio (DJL) analizzano, in una rigorosa prospettiva neoclassica, il declino che abbiamo descritto. Cosa intendo per “rigorosa prospettiva neoclassica”? Intendo che l’analisi è incentrata sul lato dell’offerta, cioè trascura totalmente il ruolo della domanda nel determinare la crescita di un sistema economica. L’idea che la crescita possa essere influenzata anche dalle condizioni della domanda è propria dell’approccio keynesiano (oggi qualcuno dice “postkeynesiano”) e lo distingue dall’approccio neoclassico (vagamente assimilabile a quanto alcuni chiamano “liberismo”). Insomma, nell’ormai consueta metafora del cinico Guerani, i neoclassici sono quelli per i quali il miglior barista è quello che fa più caffè al giorno, e i keynesiani sono quelli per i quali il bravo barista è quello che vendepiù caffè al giorno, considerando il fatto che se ti domandano spesso di fare qualcosa, magari diventi più bravo a farla (e qui ognuno potrebbe portare la propria esperienza).
(E i neokeynesiani? Sono “supply siders” mascherati, ma ne parliamo un’altra volta.)
Incentrare l’analisi dal lato dell’offerta significa ricondurre la crescita al dato ingegneristico(quanto sono buone e moderne le macchine che usi) e organizzativo (quanto ti alzi presto la mattina, e magari anche, giustamente, quanti lacciuoli – con la “u” – ti mette lo Statoladroooooo), trascurando il dato più propriamente economico(quanto mercato hanno le cose che produci). I tre elementi potrebbero convivere, e la scelta di separarli è analitica, ma anche, come sempre, ideologica.
In termini analitici, l’approccio neoclassico conduce a utilizzare come strumento per “organizzare” i fatti la funzione di produzione aggregata, cioè la relazione fra il totale degli input (capitale e lavoro) e il totale dell’output (prodotto) di un settore o di un’intera economia, e questo fa Daveri con le sue coautrici, producendo risultati a mio parere molto interessanti.
“Orrore!”, anzi, “Ovvove!”, diranno gli economisti “de sinistra”, drappeggiandosi nei loro tweed molto britannici, e immediatamente esibendosi, a titolo di rito purificatorio, in quella simpatica attività che istwine ha icasticamente definito “lo scambio di figurine”: “La funzione di produzione aggregata! Ma Garegnani ha detto… Ma Joan Robinson ha ribadito… Mi dai due Kaldor che ti passo un Kalecki? Sì, però allora insieme ci voglio anche uno Sraffa. Qualcuno ha quella di Godley in sahariana?…” E così blaterando, di santino in santino, in uno sterile e deliquescente chiacchiericcio filologico che in effetti a me, dall’esterno, ricorda molto certe dispute fra tifosi di calcio (mi perdonino tutti gli amici, dalla A di Angelini alla Z di Zezza).
Che poi uno si chiede: ma perché persone che mediamente sono state troppo zitte sull’euro, diventano mediamente troppo loquaci appena uno cerca di fare informazione?
Ma lasciamo stare…
Istwine è icastico, e io so’ pragmatico (pure istwine, del resto).
Se una persona mi racconta delle cose interessanti, la sto a sentire. Il pedigree mi interessa poco. Intanto ascolto, poi si vede…
Cosa ci raccontano DJL, usando la funzione di produzione aggregata?
(Amici “de sinistra”, ripeto: lo so che Y=F(K,L) non esiste, tranquilli, non è questo che mina la sacrosanta“unità da ‘a sinissra”, no: è la vigliacca e opportunistica difesa dell’euro da parte di alcuni, magari al grido di “più Europa”, inclusi alcuni che magari, immagino, oggi, pur di non dover mai ammettere di aver avuto torto e di aver tradito, oggi, suppongo, tifano Letta sperando veramente che possa servire a qualcosa! Ma di questo il conto non ve lo chiederò certo io: vedete bene che ho altro da fare).
Scusate, oggi divago. Capisco che questo renda difficile la lettura. Ma bisognerà pure che condivida con voi il senso di quanto, e per quali sterili e insulsi motivi, il mio lavoro è difficile…
DJL ci raccontano, dicevo, delle cose che, appunto, mi sembrano interessanti. Ve le enumero, così potrete valutare anche voi:
1)     il declino dell’economia italiana è dovuto a un rallentamento della produttività del lavoro, non a una riduzione del numero di ore lavorate. Un rallentamento che, come ricorderete, abbiamo visto qui(nella Fig. 1). Non sembra quindi si applichi all’Italia l’argomento di Alesina, Glaeser e Sacerdote (2005) (li chiameremo AGS), i quali imputano la minor crescita dell’Europa rispetto agli Stati Uniti al fatto che “Europeans today work much less than Americans”, naturalmente per colpa dei sindacati, ça va sans dire (e chi è che oggi vuole “abolire” i sindacati?)…
Il punto merita un approfondimento. Come mostrano DJL, la valutazione di AGS è viziata da un errore di quelli che il prof. Bisin nella sua velina esorta a non fare(sagge parole): la confusione fra livelli e tassi di crescita. Perché è vero sì che nel 2004 lo scarto di prodotto pro capite fra Italia e Stati Uniti dipendeva in effetti per due terzi da un minore input di lavoro, e per un terzo dalla minore produttività (lo vedete nella Tab. 1 di DJL). Ma, come giudiziosamente e correttamente osservano DJL, questo dato puntuale, riferito ai livelli di un singolo anno, è il risultato di una storia precedente, e lungo questa storia si vede bene che da quando è iniziata la stagnazione dell’economia italiana (cioè, secondo DJL – e anche secondo me – dal 1995), in effetti le ore lavorate per addetto sono andate costantemente aumentando, e non di poco: dell’1% all’anno (Tab. 2 di DJL), mentre quella che è rallentata (non diminuendo, ma sostanzialmente stagnando) è la produttività.
2)     il rallentamento della produttività si è concentrato nel settore manifatturiero, mentre nel settore delle “utilities” (gas, luce, acqua, ecc.) ci sono stati rilevantissimi incrementi di produttività, la cui crescita è piuttosto accelerata (e questo lo vedete nella Tab. 3 di DJL).
Insomma: vi ricordate il meraviglioso mondo di Balassa-Samuelson, quello con due settori, uno di beni commerciabili (tradable) e uno di beni non commerciabili (non tradable)? Bene: in Italia la crescita della produttività ha rallentato nel settore tradableper eccellenza, il manifatturiero, addirittura azzerandosi nel settore dei beni di consumo durevole (tipo le automobili, per intenderci).
Perché?
Bo’!
DJL registrano il fatto, dicono che è startling (isnt’it, my dear?), ne enumerano le infauste conseguenze (ad esempio, è un peccato che la crescita della produttività sia tanto assente proprio nel settore – quello dei beni durevoli – nel quale generalmente si concentra l’attività di ricerca e sviluppo e che quindi svolge una funzione di avanguardia e di traino per l’intera economia). Ma di spiegare perché questo accada non se ne parla. Eppure…
…ma va be’, ne parliamo sotto.
3)     il rallentamento della produttività è praticamente tutto imputabile a un effetto within anziché between.
In altre parole, si tratta di un effettivo calo della produttività all’interno dei (within) singoli settori, anziché dell’effetto di una riallocazione di lavoratori fra (between) settori (con l’idea che se metti una persona a lavorare in un settore caratterizzato da produttività più bassa, nell’aggregato la produttività cala). Attenzione, siamo precisi: il calo ha riguardato il tasso di crescita della produttività – sapete che sono nel mirino di Bisin, vedo il fastidioso pallino rosso del puntatore laser ronzarmi intorno come una mosca… Meno male che la mano è malferma (per i noti motivi!). In altre parole, quello che gli economisti chiamano “cambiamento strutturale”, cioè l’evoluzione nel tempo dei pesi dei singoli settori (da una società agricola a una industriale a una di servizi), c’entra poco con quanto ci è successo: il calo della produttività non è dovuta al fatto che, come berciano gli idioti, siamo passati tutti dal produrre elettronica al produrre ciabatte di gomma.
E questo lo vedete nella loro Tav. 4.
So far so good.
Ma la domanda resta: perché?

Le spiegazioni del declino: tre teorie

Ora, non è pensabile che un dato così macroscopico non abbia suscitato dei tentativi di spiegazione. Ma naturalmente, le spiegazioni, come neoclassicismo vuole, sono tutte dal lato dell’offerta, ignorando rigorosamente quello della domanda. Si soffermano, cioè, su elementi riferiti alla struttura del processo produttivo (i famosi 100 caffè del barista di Torny Guerani), senza minimamente considerare il fenomeno economico nella sua completezza (che produci a fare se nessuno compra?). Sembra ovvio: se la causa del declino risiede nella produttività, bisogna occuparsi della condizioni della produzione. Lo dice la parola stessa. L’idea “goofynomica”, ma in realtà economica, che l’economia si faccia in due, e che quindi la domanda retroagisca sull’offerta, a questi non passa minimamente per il cervello. D’altra parte, è pur vero che il modello accademico statunitense ci spinge a settorializzarci: “offertisti”neoclassici e “domandisti” postkeynesiani.
L’America è il paese delle grandi praterie e delle grandi porzioni, non quello delle grandi sintesi, lo sappiamo.
Ma vediamole, allora, queste spiegazioni settoriali, che sono tutte molto interessanti, e vediamo se si può fare di più (senza essere eroi).

Il nanismo

La prima spiegazione la conoscete, anche perché è condivisa da una fetta significativa (in termini mediatici) degli economisti “de sinistra”. E quale sarebbe? Quella secondo la quale le imprese italiane sarebbero poco produttive perché troppo piccole. Il “nanismo” delle imprese italiane, in grande parte piccole e medie imprese organizzate in distretti industriali, sarebbe all’origine della loro scarsa produttività. Va da sé che, come i più accorti fra voi intuiscono, questa spiegazione si coniuga naturalmente con una difesa ad oltranza dell’euro, difesa, beninteso, da “sinistra”.
E perché, diranno i più distratti?
Ma è semplice!
Perché (e su questo mi ha fatto riflettere molto Alessandro“Torny” Guerani) negli ideatori del progetto fascista dell’euro (sì, del progetto fascista, sorprendentemente difeso ultra vires da molti compassati economisti di rito cantabrigense antico e osservato), negli ideologhi dell’euro, c’era, indubbiamente, anche spazio per un certo margine di buona fede. È indubbiamente probabile, molto probabile, che una delle motivazioni più o meno esplicite del progetto eurista fosse quella di “indurre” (amorevolmente) le piccole imprese a fondersi per diventare grandi e quindi produttive. Un “quindi”messo un po’ a casaccio, sulla base di un atto di fede, come sono i “quindi”dei piddini.
Ma come si voleva realizzare questo nobile, ancorché forse non pienamente fondato intento?
Be’, lo sappiamo. Il fascismo di Mussolini usava il manganello. Quello di Barbapapà e dei suoi accoliti “de sinistra” usa il vincolo esterno. Sotto la morsa di un cambio sopravvalutato, le (piccole) imprese sarebbero state costrette a fare la cosa giusta, anzi, a farne due: pagare di meno i salariati, e unirsi per cercare economie di scala. Due cose intrinsecamente di sinistra, come ognuno vede, soprattutto la seconda, che piacevolmente evoca i Kombinatsovietici (ah, quanta nostalgia di quando si poteva inneggiare a certi carri armati, eh, compagni? Che cce voi fa’, i tempi cambiano…).
Lo possiamo dire con una frase, volete?
Uno degli elementi più deliranti del progetto eurista è stata la sua fede nel fatto che la politica macroeconomica (nella fattispecie, la manovra del cambio) si potesse sostituire alla politica industriale (ad esempio, la creazione di infrastrutture o lo snellimento della burocrazia). Certo, trovare testimonianze aperte di questa decisione è piuttosto difficile, per il semplice motivo che i piccoli e medi imprenditori sono tanti, e nessun partito politico è così scemo da andargli a dire in faccia: “immolatevi per il bene del paese”! Ci sarebbe poi stato da spiegare come mai i politici di un paese la cui prosperità si fondava in modo significativo sui distretti industriali fossero così proni a un progetto, quello europeo, che per tante vie favoriva la grande impresa del Nord, come i giuristi ben vedevano. Ma sono sicuro che i sagaci lettori di queste testimonianze ne troveranno, e come. E del resto, sapete che c’è? Anche se ha sempre fallito, l’uso del vincolo esterno come strumento di politica industriale non è nemmeno una grande novità.
Sentite cosa ci racconta Pierre Gaxotte nella sua storia della rivoluzione francese (ve l’ho raccontato a Padova): nel 1786 una crisi da sovrapproduzione fa crollare il prezzo dei prodotti agricoli, e il governo, nella persona di Charles Gravier de Vergennes, si preoccupa di rianimare l’esportazione. In che modo? Con un trattato commerciale bilaterale concluso con il Regno Unito, con il quale si sposa una logica liberista: abbattimento dei dazi, per favorire il commercio, il quale, va da sé, sarebbe servito a consolidare la pace (in un solo trattato due novità: “l’euro ci ha dato la pace” e “più Europa”: cose nuove, come vedete!). Certo, i prodotti agricoli francesi diventavano così più appetibili per gli inglesi. Ma la riduzione dei dazi sui prodotti industriali inglesi corrispondeva a una rivalutazione reale del cambio francese, a un inasprimento del vincolo esterno (i prodotti industriali francesi diventavano meno convenienti). Qual era l’idea geniale del de Vergennes? “Vergennes espérait que les difficultés contraindraient les usines à moderniser leurs machines et leurs méthodes et qu’un petit mal serait payé par un grand bien” (il vincolo esterno avrebbe costretto le imprese ad adottare innovazioni di processo per migliorare la produttività).
Invece la ricompensa venne sotto forma di rivoluzione: “Sur l’heure, on ne vit que les stocks invendus, les ouvriers sans travail errant dans les rues des villes, demandant du pain et maudissant les riches”.
L’idea delirante che le imprese debbano essere pungolate col vincolo esterno quindi non è né di oggi, né di ieri. Scommetto che lettori di buona volontà potrebbero trovarne esempi nell’Antico Testamento. Del resto, altrimenti perché mai avremmo passato tanti millenni a combatterci?

R&S

La seconda spiegazione la conoscete, perché è anch’essa parte integrante del mantra luogocomunista. La spesa in ricerca e sviluppo! La piccola impresa va manganellata col vincolo esterno perché, oltre tutto, fa poca ricerca e sviluppo. “Noi non facciamo abbastanza ricerca e sviluppo”, ecc. Vi ricordate il trollazzo cojone, Alex78, quello dei maglioncini, appunto? Vi ricordate quello delle ciabatte di gomma? Ecco, quel discorso lì, autorevolmente supportato da una ricerca della Banca di Credito Cooperativo di Casteltrollazzo di sotto. Economisti di vaglia, si intende, mica gente ai margini della comunità scientifica.
Ora, nessuno nega che la ricerca e lo sviluppo siano importanti. Ci sono fior di lavori che ne dimostrano l’importanza. Uno per tutti, quello di Parisi, M.L., Schiantarelli, F., Sembenelli, A. (2006) “Productivity, innovation and R&D: micro evidence for Italy”, European Economic Review, 50, 2037-2061. Lavoro accuratissimo, rivista prestigiosissima. Ma anche non ci fossero lavori così convincenti, figuratevi se io, che nel settore della ricerca ci lavoro, andrei a dire che la ricerca non è importante: un sano e italico conflitto di interessi mi condurrebbe naturalmente a dirne tutto il bene possibile! Ovvio, no?
Madri, date ricerca alla Patria! Un altro slogan eurista, che però un fondamento pare averlo. Solo che… i dati che ci dicono?
Una cosa molto semplice e molto nota: la spesa in ricerca e sviluppo in Italia ha viaggiato, nel tempo, attorno a un punto di Pil. In Germania, pensate, nella virtuosa Tedeschia, era il doppio: il 2% del Pil. E, va da sé, nella viziosa Ellade era quasi la metà. Il che lascia peraltro ai supply-siders l’ingrato compito di spiegare come mai un paese con così poca ricerca sia cresciuto così rapidamente (prima del botto), e lo abbia fatto soprattutto per via di un potente recupero di produttività (crescita media della produttività del lavoro al 3% dal 1999 al 2008, quasi il doppio di quella tedesca).
Ma non mettiamo in imbarazzo i supply-siders.

Produttività e flessibilità

Eh, ma queste cose le sapevate! Ora invece sto per stupirvi con effetti speciali, e, se non mi inganno, sto anche per farvi godere profondamente. Perché… c’è una terza spiegazione del calo di produttività del lavoro in Italia (e più in generale in alcuni paesi europei).
E sapete qual è?
Quella proposta da Gordon, R.J. and Dew-Becker, I. (2008) “The role of labor market changes in the slowdown of European productivity growth”, CEPR Discussion Papers, February (scaricabile dal NBER). Oh, attenzione: Robert Gordon è un economista importante, non è che stiamo parlando del primo venuto. Tra l’altro, io la macroeconomia l’ho studiata (per dovere di istituto) sul suo libro di testo, che era quello adottato nel corso di Maurizio Saltari.
(Grande esame. Alla fine Saltari mi propone un 27, e io gli chiedo perché. E lui: “Ma vedo che lei con Tenenbaum ha preso 26, e io ho grande stima della capacità di valutazione di Tenenbaum.” E io: “Ma la spiegazione è semplice: l’esame del prof. Tenenbaum non l’ho studiato, perché la microeconomia non mi interessa. La macroeconomia mi interessa di più e quindi vorrei un’altra domanda”. Fatta la domanda, preso 28. Il prof. Saltari era (ed è) fortemente autocorrelato: sarà per questo che gli riesce doloroso pensare di dover abbandonare l’euro! Oh, Enrico, si scherza eh! Lo sai che io sono un buon diavolo…).
(Oltre che per dovere sul Gordon, fortunatamente la macro me l’ero studiata per mio piacere anche sull’Ackley, quello in italiano comprato da Maraldi a Roma, e quello in inglese comprato da Barblan et Saladin à Fribourg, e ricordo ancora quando Vianello mi disse: “Che bel libro l’Ackley!”. E lui, che era “de sinistra”, proprio non poteva credere che uno come me, che gli sembrava “de destra” perché faceva econometria, cioè perché preferiva i dati allo sterile e deliquescente chiacchiericcio filologico, avesse letto Keynes, avesse studiato Ackley, e tante altre cosucce… Eh, chissà cosa direbbe oggi Vianello? Forse fa parte anche lui di quelli come Dornbusch, dei quali dobbiamo pensare che alla fine è meglio per loro – anche se peggio per noi – che non ci siano più…).
Comunque, scusate, divagavo, so che non vi interessa, ma era solo per darvi contezza del fatto che la teoria che sto per esporvi è stata formulata da uno che ce l’ha lungo (il CV).
E che teoria è?
Semplice.
Gordon e il suo coautore sostengono che la colpa del calo di produttività del lavoro in Europa sia da attribuire alle riforme del mercato del lavoro.
E come?
Semplice: la disponibilità di lavoro reso più conveniente dalle opportune“flessibilizzazioni” avrebbe indotto gli imprenditori a adottare metodi di produzione a più alta intensità di lavoro, a detrimento della produttività. Insomma: il problema sarebbe nella relativa abbondanza di offerta di lavoro resa possibile, appunto, dalle mirabili riforme à la Schroeder, per dirla con l’ortotterone nostro
Daveri, F. e Parisi, M.L. (“Temporary workers and seasoned managers as causes of low productivity”, paper presented at the Ifo, CESifo and OECD Conference on Regulation“Political Economy, Measurement and Effects on Performance”, Munich, 29-30 January 2010), questa storia ce la raccontano così:
“Queste modifiche legislative (il pacchetto Treu) dettero pieno riconoscimento legale a una quantità di forme contrattuali part-time e temporanee, alcune delle quali esistevano da prima, anche se confinate al mercato del lavoro non ufficiale (NdC: un modo elegante per dire “nero”). L’abbondanza di lavoro a buon mercato derivante da queste riforme monche ha determinato un declino del rapporto capitale/lavoro di equilibrio. Potrebbe anche aver scoraggiato la capacità innovativa di molti imprenditori, che sono stati posti a confronto con la tentazione irresistibile di adottare tecniche che usassero in modo intensivo i lavoratori part-time, la cui disponibilità sul mercato del lavoro era aumentata”.
Ma…
Scusate…
Sto trasecolando…
Le riforme del mercato del lavoro nel senso della flessibilità (in uscita, va da sé) non sono forse quella cosa tanto bella, che i tedeschi hanno fatto prima di noi perché sono tanto bravi, e che l’Europa (o la Bce, visto che l’Europa è l’euro) ci chiede a gran voce? E proprio queste riforme sarebbero all’origine del calo di produttività, e quindi del declino della nostra economia e anche degli squilibri esterni e interni del nostro paese?
Perché, vedete, se cala (o non cresce) la produttività diminuisce la crescita del prodotto e quindi del reddito, per cui diventa più difficile il risanamento finanziario (pubblico, ma anche privato): i privati guadagnano meno, sono in difficoltà col rimborso dei propri debiti, e pagano meno tasse, per cui anche lo Stato è in difficoltà col rimborso dei propri debiti. Ma se cala la produttività, cala anche la competitività, perché lo stesso costo del lavoro si ripartisce su un numero proporzionalmente minore di prodotti, e quindi i prezzi dei prodotti nazionali aumentano relativamente a quelli dei prodotti esteri, e quindi succede quello che succede (sbilanci esteri, accumulazione di debito estero, crisi di bilancia dei pagamenti, ecc.).
Bene.
Non so se avete capito: per Daveri e Parisi (DP) questi processi perversi sono attivati da cosa? Dalle“benefiche” (o forse erano “venefiche”?) riforme del mercato del lavoro! Sì, avete capito bene! Ve lo dicevo, no, che vi sareste divertiti…
Attenzione: non si tratta di una mera ipotesi. Lo studio di Daveri e Parisi sottopone questa ipotesi a una seria verifica empirica, analizzando la relazione fra produttività e impiego di lavoratori “flessibili” (de gomma…) in 4177 imprese italiane nel periodo dal 2001 al 2003 (nel quale la produttività aggregata calò dell’1.8%). Conclusioni? L’ipotesi è “consistent with our data” (anche se naturalmente questo indica solo una correlazione, non è detto che implichi un nesso causale, ecc.). Ma i dati questo raccontano.
Quando l’ho fatto notare a istwine, la risposta è stata abbastanza esilarante. La domanda era (affettuosa): “Ma Daveri c’è o ce fa?”. E la risposta (perdonate i francesismi del giovane istwine):
“Comunque non lo capisco neanche io, speravo di aver capito male, cioè,  non pensavo fossero così al contrario. Mi son anche cercato recenti articoli per vedere se fosse contro la flessibilità. Macché, addirittura contro l’art.18. Boh, ma che cazzo scrivono a fare questi? Sono il corrispettivo degli economisti de sinistra che fanno articoli su Marx, Kalecki e Keynes e poi si fanno le seghe con Fassina. Ma che cazzo di senso ha?
Mi ricordano quelli che dicono “la classica? Bellissima, soave.” “cosa ascolti?” “e boh, Allevi, Einaudi”.
Ah.
Insomma, dilettanti?
Oppure no.
Perché vedete, che la flessibilizzazione del lavoro abbia effetti perversi non è certo Daveri il solo a dirlo (in Italia). Sentite ad esempio Giuseppe Travaglini, un economista “de sinistra” e anche un amico che mi ha mandato qualche giorno fa, qui ai margini della comunità scientifica, un suo saggio, dove leggiamo:
“Il basso costo del lavoro ha agito da disincentivo per le imprese ad accrescere l’efficienza, rendendo profittevoli attività a basso valore aggiunto, altrimenti marginali… La moderazione salariale quindi oltre che deprimere le retribuzioni e in consumi, favorendo l’indebitamento, ha depresso l’investimento di qualità, i processi innovativi e la crescita della ricchezza nazionale.”
in “Alcune riflessioni sulle cause reali della crisi finanziaria¸ Quale Stato n. 1/2, 2009 (un saggio che dovreste comunque leggere, il link è al pre-print).
Insomma: sia gli economisti di “destra” (intendo: neoclassici, più vicini alla Bocconi che alla CGIL) che “de sinistra” (intendo: neokeynesiani, più vicini alla CGIL che alla Bocconi) in fondo sono d’accordo: la flessibilizzazione, premessa essenziale della moderazione dei salari (perché chi ha diritti rivendica, e chi non ne ha abbozza) è all’origine del problema.
Ma il punto che sorprendeva me e istwine (e spero sorprenda anche voi) è questo: che un economista relativamente vicino al sindacato (faccio per dire, non so quanto Giuseppe lo sia) possa pronunciarsi contro la flessibilizzazione selvaggia del lavoro è anche scontato, diciamo fa parte del gioco, anche perché (suppongo) questo economista magari sarà stato critico verso la Fornero, ecc. Uno però potrebbe giustamente chiedersi, come del resto fa istwine: “A Daveri, invece, chi glielo fa fare di adottare una spiegazione del declino (il declino causato dalla flessibilità) così poco in accordo con le premesse ideologiche e teoriche del blocco ideologico/politico al quale appartiene? Una tesi così contrastante con la sua difesa a spada tratta di Monti, Fornero, dell’Europa che per definizione ci chiede sempre cose giuste (fra cui la flessibilità)?”
Come fa un economista schierato (legittimamente) come Daveri a dire che il problema della produttività è causato dalle riforme che hanno portato flessibilità?
Credo che dipenda dalla necessità di scegliere il male minore, l’ammissione meno pericolosa in termini ideologici, come passo a spiegarvi.

Le spiegazioni del declino: un fatto contro tre teorie (e daje a rideeee….)

Vedete, nella descrizione del declino data dalla Table 2 qua sopra ho adottato, per mera convenzione di calendario, una suddivisione della storia economica italiana per decenni. Ma è un dato assodato che i decenni non corrispondono (in generale) ad effettivi punti di svolta, né ci sarebbero motivi per crederlo. Non si può chiedere alla Storia, e nemmeno alla SStoria, di piegarsi alle convenzioni del calendario. La Storia, e anche la SStoria, quando si volta pagina lo decidono loro, senza stare a vedere se fa cifra tonda.
Ora, osserviamo il profilo temporale della produttività media del lavoro in Italia (cosa che abbiamo già fatto):
Basta un colpo d’occhio ai dati per capire subito che alcune delle dotte spiegazioni di destra e “de sinistra” volano in cocci.
Cosa mostrano infatti i dati? Che l’arresto nella crescita della produttività è repentino e si situa inequivocabilmente a metà degli anni ’90.
DJL  non contestano minimamente questo dato di fatto, anzi! Le loro analisi prendono come punto di “rottura” del trend della produttività il 1995 (vedi le varie tavole). Al di là di quale sia la datazione precisa del fenomeno, è chiaro che l’arresto della crescita della produttività è piuttosto improvviso e si situa in quei paraggi. Ancora una volta, “destra” neoclassica e “sinistra” neokeynesiana sono perfettamente d’accordo su questo che è un dato, il dato. Ad esempio, Giuseppe Travaglini (“Il rallentamento della produttività del lavoro in Italia– Cause e soluzioni”, Quaderni di Rassegna Sindacale, n 1, 2013), usando un approccio analogo a quello di Daveri, situa il punto di svolta nel 1994 (in entrambi i casi manca un’analisi formale del punto di rottura, ma la coincidenza di vedute è piuttosto significativa).
Questo, però, crea un ovvio problema!
Prendete ad esempio la spiegazione che vede la causa del problema nel “nanismo” delle imprese, come sentiamo spesso profferire dai compassati colleghi “de sinistra” (quelli che “la piccola impresa è una metastasi”), per una volta in celeste corrispondenza di amorosi sensi con quelli “de destra” (quelli che “la mobilità internazionale dei capitali è come la Roma, non si discute, si ama”).
Scusate, compagni e camerati, lo vedete il dato? La produttività rallenta improvvisamente a metà anni ’90. Cioè, fatemi capire, compagni e/o camerati, mi state dicendo che nel 1995 le imprese italiane sono improvvisamente diventate tutte troppo piccole? State sostenendo che in quell’anno i distretti industriali italiani sono stati tutti lavati in lavatrice col programma sbagliato, facendo l’ingloriosa fine del golfetto d’angora strinato a 90 gradi?
Mi sembra chiaro che questa spiegazione non sta in piedi. L’arresto della produttività è improvviso, quindi non può essere connesso al “nanismo”, che eventualmente è un fenomeno strutturale, di lungo periodo, e riconosciuto per tale, perché la piccola e media impresa è da sempre uno degli assi portanti dell’economia italiana.
Del resto, il modello dei distretti industriali italiani era stato lodato, fino alla prima metà degli anni ’90, proprio per il suo dinamismo, e questo non solo nella letteratura scientifica nazionale (il nazionaliiiiiismo!), ma anche e soprattutto in quella internazionale (ad es., Pyke, F., Sengerberger, W. (eds) (1992) Industrial districts and local economic regeneration, Geneva: International Institute for Labor Studies). Non esistono solo le economie di scala. Esistono anche le esternalità di rete, tanto per dirne una. E qui mi fermo.
Ma non va molto meglio se prendiamo in considerazione le spiegazioni basate sull’altro mantra, quello della scarsa ricerca e innovazione. Questa spiegazione, come la precedente (nanismo), non spiega il profilo dei dati. Perché, vedete, la spesa per ricerca in Italia è sempre stata la metà di quella tedesca, virgola più, virgola meno. Ma ora guardatevi l’andamento delle produttività italiana, francese e tedesca:
(nota: in questo post di Krugman si parla del rapporto fra la linea verde e la blu, cioè fra la produttività italiana e quella francese, senza capire bene cosa è successo –vedi sotto…).
A me pare che fino al 1989 la produttività italiana sia cresciuta allo stesso tasso di crescita di quella tedesca. Poi, come abbiamo visto, c’è un primo arresto corrispondente allo Sme “credibile”, e un arresto definitivo dal 1996. Ora: non è che quando la produttività italiana cresceva allo stesso ritmo di quella tedesca (cioè fino al 1995) il livello della spesa in R&S italiano fosse pari a quello tedesco, per poi calare improvvisamente, dal 1995 in poi, tirandosi dietro la crescita della produttività. Eh no, amici. Come nel caso delle dimensioni delle imprese, così in quello della spesa per R&S, non è che a un certo punto, nel 1995, la lavatrice della SStoria ha girato col programma sbagliato, restituendoci delle variabili “ristrette” e condannandoci in quell’anno al declino. No no no! Le cose non stanno così.
E anche sui livelli ci sarebbe qualcosa da dire, perché è sì vero che la spesa formale in R&S è relativamente bassa in Italia, ma è anche vero, e ce lo spiegano, ad esempio Belussi, F., Pilotti, L. (2002) “Knowledge creation, learning and innovation in Italian industrial districts”, Geografiska Annaler, 84B, pp. 125-139, che il modello del distretto industriale vede uno dei propri punti di forza nella capacità di produrre e diffondere rapidamente i risultati di innovazioni economicamente rilevanti che non nascono da un’attività di ricerca e sviluppo formale (quella che ricade nelle statistiche: l’esistenza cioè di uno staff o di un progetto esplicitamente dedicato e finanziato), ma all’interno delle singole imprese, per iniziative non formalmente assimilate a R&S. Quindi non è detto che le statistiche rispecchino l’effettivo impegno in R&S dei due sistemi industriali.
Ancora una volta, non ci siamo.
Il fallimento empirico (incapacità di spiegare il punto di svolta) dei due approcci che fanno la parte del leone sui media (il “nanismo” e il “ricerchesviluppismo”),spiega però la strana contorsione logica di DP. Perché la loro spiegazione, per quanto contraria alla loro ideologia “libertaria”(flessibilizzare sempre e comunque), sembra però quadrare con i dati. In effetti, come dicono loro (abbiamo visto la citazione sopra), il pacchetto Treu è stato adottato a metà degli anni ’90, e quindil’idea che il declino della produttività sia dovuto alle norme di flessibilizzazione in esso contenute sembra finalmente fornire una spiegazione coerente.
Sembra…
Perché il pacchetto Treu, va ricordato, è stato emanato a metà 1997, e anche ammettendo che abbia da subito dispiegato i suoi effetti, bisogna riconoscere che difficilmente avrebbe potuto spiegare il rallentamento marcato della produttività che si verifica fra 1995 e 1996 (due anni prima), o addirittura, se ha ragione Travaglini, fra 1994 e 1995 (tre anni prima). Certo, fa parte della mistica neoclassica il principio delle cosiddette “aspettative razionali”. Come dire: magari nel 1995 un imprenditore, perfettamente informato di quello che sarebbe accaduto nel 1997, avrà cominciato ad assumere lavoratori sapendo che due anni dopo gli sarebbero costati di meno e abbassando così il rapporto capitale/lavoro ottimale…
Suvvia!
Nessuno, soprattutto non Francesco Daveri, può credere a una spiegazione simile. E infatti, come ricorderete, la sua ipotesi che sia la quantità di lavoratori “flessibili”ad abbassare la produttività lui non la sperimenta in un intorno del punto di svolta, ma alcuni anni dopo, sul triennio 2001-2003 (nel quale sono successe anche altre cose).
Ma allora perché usare una spiegazione che per una volta non è controintuitiva (la flessibilità deteriora la produttività) ma che è senz’altro controideologica (la flessibilità deve essere sempre buona e bella perché ce la chiede l’Europa!).

Quello che i dati dicono e gli economisti non dicono

Semplice.
Per non dire che la colpa è anche dell’euro. Posto nell’alternativa fra profanare due totem (la flessibilità e l’euro), il male minore a molti economisti sembra quello di profanare la flessibilità (accusandola di compromettere la produttività), pur di non attribuire alcuna responsabilità all’euro. Ma i conti non tornano.
Il fatto stilizzato par excellence dell’economia italiana, negli ultimi venti anni, è questo:
In verde trovate, come sopra, la produttività del lavoro (ALP, average labour productivity). In rosso il tasso di cambio lira/ECU (lire per ECU), che dal 1999 diventa il tasso di cambio irrevocabile con l’euro. Ricordo a beneficio delle eventuali persone dalla limitata capacità di comprensione che questo tasso, cioè quello rispetto agli altri paesi europei, è il più significativo per quanto riguarda l’effettivo“peso” della valuta italiana, dato che le valute che componevano il paniere dell’ECU (e che poi sarebbero di fatto confluite nell’Eurozona) corrispondono ai paesi che esprimono la maggior parte del commercio dell’Italia (paesi europei, perché, guarda caso, si tende a commerciare di più con chi è più vicino…). Segnalo anche che il cambio è espresso in lire per ECU, cioè incerto per certo, il che significa che un suo aumento implica una svalutazione (quella cosa che viene variamente descritta dagli scienziati economici come un cancro, come il sorpassare in corsia di emergenza, e via luogocomunando, quando in fondo è solo l’operare della legge della domanda e dell’offerta…).
Per chi ama le misure, le due serie hanno una correlazione di 0.973 in livelli e di 0.431 in tassi di variazione, entrambe significativamente diverse da zero: c’è poco da dire, le due serie si muovono insieme, e in particolare, è visibile, si fermano insieme. Nel 1996, dopo aver raggiunto un picco di svalutazione, l’Italia rivaluta, e da quell’anno la crescita della produttività pare arrestarsi (espertoni, un attimo! Arrivo subito!).
Vorrei fare due ordini di considerazioni.
La prima è per i miei amici del cuore, gli espertoni, i quali saranno pronti con il loro cavallo di battaglia: “la correlazione non implica causalità”! E vengono a spiegarlo a me, che da vent’anni insegno cosa sono le regressioni spurie! Sus Minervam docet, come al solito.
Ora: se due variabili A e B si muovono insieme, questo può succedere per svariati motivi: perché A causa B; perché B causa A; perché C causa A e B; o per caso (esiste anche questo).
Vediamo un po’…
Che quello che accade nella figura sia effetto del puro caso, sinceramente tenderei ad escluderlo. Un caso può verificarsi, una volta ogni tanto, ma noi constatiamo nella figura che ogni volta che il cambio si irrigidisce (smette di“crescere”), la produttività flette (cresce meno rapidamente). Il fenomeno è abbastanza evidente fra 1988 e 1989, ad esempio, e un’analisi più dettagliata è stata fatta qui. Non credo si possa invocare il caso (che pure produce meravigliose correlazioni).
Allora vogliamo pensare che sia una terza variabile a influenzare sia il cambio che la produttività? Io, sinceramente, non conosco un modello che funzioni in questo modo, ma se qualche trollazzo di passaggio ha un’idea, perché no? A me sembra però che nel campo delle idee plausibili rimangano le due più semplici: A causa B o B causa A.
Vediamo…
Vogliamo pensare che sia la produttività a causare il cambio? Cioè che il rallentamento della produttività causi un apprezzamento nominale. Sinceramente, mi sembra strano. Una rivalutazione (o un rallentamento della svalutazione) del cambio implica che la moneta del paese sia più domandata dagli operatori esteri (commercianti, investitori). E perché mai qualcuno dovrebbe desiderare di più la valuta di un paese che, essendo meno produttivo, offre meno opportunità di profitto? Se qualcuno me lo spiega, forse lo capisco, ma gradirei che lo facesse per iscritto, così, a futura memoria. Per non parlare del fatto che l’irrigidimento del cambio che osserviamo nella figura è determinato da un cambiamento istituzionale (l’adesione all’Eurozona) ed è quindi largamente esogeno, predeterminato, indipendente dalla logica economica. Che una variabile esogena (cambio) possa essere causata da una variabile endogena (produttività) suona strano: come fa una variabile “esterna al modello” ad essere causata da una variabile “determinata dal modello”? (per usare un linguaggio semplice).
Non c’è niente da fare! Rimane in piedi solo l’ultima ipotesi: che la stasi della produttività (declino) sia causata da quella del cambio (fissazione del cambio nominale). Questa ipotesi quadra con la dinamica dei dati (il rallentamento della produttività coincide con la rivalutazione del 1996) ed è supportata da un preciso modello causale di riferimento, il modello di crescita kaldoriano diDixon e Thirlwall (1975). Questo modello si basa sulla legge di Verdoorn, che vi ho già illustrato: a causa della presenza di rendimenti crescenti, il tasso di crescita della produttività è influenzato positivamente dalla crescita della domanda. Il barista diventa più produttivo se gli chiedono più caffè, perché impara a farli meglio. Questo meccanismo attiva un processo di causazione cumulativa che può agire da circolo virtuoso o vizioso, a seconda della spinta iniziale.
Se a un paese si aprono nuovi mercati, questo aumento di domanda stimola la produttività, permettendo di produrre a prezzi inferiori e di consolidare così l’espansione nei nuovi mercati, secondo un processo cumulativo. Se invece i mercati si chiudono, si avrà uno shock di domanda negativo che porta il paese su un percorso di crescita della produttività e del reddito inferiori.
Ora, cos’è successo secondo voi nel 1996? Visto che abbiamo drasticamente rivalutato rispetto ai partner europei, è facile che ci sia stato uno shock negativo di domanda, tramite esportazioni. In effetti, questa figura:
mostra che nel 1996, in sincrono con una rivalutazione dell’8%, si è verificato un bel tuffo delle esportazioni di più del 2%, per di più dopo un periodo di forte crescita.
Direi che il modello di Dixon e Thirlwall mette insieme almeno un paio di fatti stilizzati dei quali le altre spiegazioni non danno conto:
1)     la data del cambiamento di struttura, che coincide con la rivalutazione preliminare all’aggancio della lira all’euro (tutte le altre spiegazioni o non forniscono una data, o, nel caso di quelle articolate sulla flessibilità, ne forniscono una posteriore);
2)     il fatto che il calo di produttività abbia riguardato prevalentemente i settori “aperti”al commercio internazionale e, in particolare, come ricordano DJL, i settori del “made in Italy” (le altre spiegazioni non illustrano come mai proprio i settori più aperti e dinamici sarebbero stati colpiti da un improvviso calo di produttività, mentre se prendi in considerazione il ruolo del cambio, il motivo diventa ovvio).
Siete sempre convinti che l’euro non c’entri, e che sia solo un problema di produttività? L’unico modello che si riconcilia coi dati ci dice una cosa diametralmente opposta: proprio perché è un problema di produttività l’euro (cioè l’improvvisa rivalutazione della lira e l’adozione di un cambio sopravvalutato) c’entra, e come!

I paradossi del vincolismo

Attenzione.
Io non sono eretico (sono inquisitore) e non sono eterodosso (sono ortodosso), ma sono eclettico: non ho alcun motivo particolare per ritenere che nel mondo ci siano solo la domanda, o solo l’offerta. Questo tipo di spiegazioni le lascio ai pasdaran. Nel mio mondo il mercato ha due lati.
Quindi?
Quindi secondo me c’è del vero anche nella spiegazione di DP e di Travaglini. Sicuramente, dopo essere stata messa su un sentiero di crescita della domanda e quindi della produttività inferiori dallo shock del 1996, l’Italia è stata mantenuta su questo sentiero anchedalle riforme del mercato del lavoro, con gli effetti perversi descritti da DP e da Travaglini (disincentivo all’innovazione di processo e di prodotto determinato dalla disponibilità di manodopera flessibile a buon mercato).

Ma… attenzione! Questo non fa che raddoppiare le responsabilità dell’euro!
Perché?
Ma perché la flessibilità, con i suoi effetti perversi, ci è stata venduta in nome del “ce lo chiede l’Europa” come necessaria risposta alle rigidità “virtuose”indotte dal cambio fisso. Dato che la moneta italiana era rigida, dovevano diventare flessibili i lavoratori, e ciò sarebbe stato un bene perché avrebbe aumentato l’occupazione e la produttività. Non ricordate? Eppure ce l’hanno detto, io me lo ricordo, e chissà quante citazioni voi, che siete bravi, troverete…
Quello che si perdeva in competitività con un cambio troppo forte, lo si doveva guadagnare con riduzione dei costi di produzione interni, cioè del costo del lavoro, riduzione che è più facile se la disoccupazione è alta o se il lavoratore è precario e quindi ricattabile. Questo era lo scopo che si voleva ottenere: lo sbriciolamento dei diritti dei lavoratori. Ma per renderlo politicamente “accettabile” era necessario che questo scopo venisse proposto in nome di un ideale superiore: insomma, il solito “ce lo chiede l’Europa”.
Ora, pensateci un attimo. L’idea del vincolismo è che lavoratori e imprese devono essere manganellati dal vincolo forte per migliorare (farsi pagare di meno, essere più produttivi). Ma… ragioniamo un attimo sulle imprese. Le imprese operano per fare profitti, e i profitti sono dati dai ricavi meno i costi:
Profitti = Ricavi – Costi
L’ideologia vincolista sostiene che se un’impresa viene messa in condizione di fare meno profitti, si darà da fare per migliorare (fondendosi con altre, diventando più produttiva) per farne di più. Da Vergennes a Prodi, passando per Andreatta, l’idea sottostante è questa.
Ora, in tutto questo la manovra del cambio, usata come strumento di politica industriale, agisce prevalentemente sul lato dei ricavi: se la moneta nazionale è troppo forte, l’impresa esporterà di meno e incasserà di meno. Questo viene visto come virtù.
Ma, paradossalmente (e questo l’ho capito leggendo Travaglini), viene vista come virtù anche la flessibilità, che allenta il vincolo dal lato dei costi: il lavoratore flessibile viene pagato di meno, e l’impresa fa più profitti.
Vedete? È sempre la solita storia della differenza fra etica e moralismo. Il moralismo è asimmetrico. Perché mai di due cose che riducono i profitti (cambio forte e diritti dei lavoratori), e che quindi vincolano le aziende stimolandole – in teoria – a diventare più produttive, una deve essere vista come buona e perseguita (il cambio forte), e l’altra come cattiva (i diritti dei lavoratori) e sostituita dalla flessibilità? Non è chiaro.
Anche perché lo sgretolamento di diritti e retribuzioni dei lavoratori conduce a un esito inevitabile: il crollo della domanda interna, che spinge ad esasperare (per forza di cose) la strategia mercantilista di promozione delle esportazioni, cioè, in presenza di cambio rigido, a ulteriori risparmi di costi da cercare con ulteriori compressioni dei redditi e dei diritti.
Questo è il triplo fallimento dell’ideologia vincolista del quale parlavo a Padova (in dipartimento, non filmato). Il vincolismo ha condotto al declino l’economia italiana attraverso tre canali:

1)     la relazione fra domanda e produttività (modello di Dixon-Thirlwall, 1975), ovvero il rallentamento della produttività determinato (nel 1996) dalla sopravvalutazione e conseguente fissazione del cambio nominale, via shock sulle esportazioni;
2)     la relazione fra flessibilità del lavoro e produttività (Gordon, DP, Travaglini), ovvero l’adozione da parte delle imprese italiane di un rapporto capitale/lavoro non ottimale, con il ricorso massiccio a lavoro precario sottopagato e conseguente calo della produttività (una risposta resa inevitabile dalla sopravvalutazione del cambio);
3)     la relazione fra moderazione salariale e crollo della domanda interna, che ha portato all’aumento del debito di famiglie e imprese e alla rincorsa (senza speranza) del “modello tedesco”, i cui fallimenti, peraltro, cominciano a dispiegarsi ai nostri occhi, come era ampiamente prevedibile.
È un fallimento economico, ma è anche e soprattutto un fallimento politico, non dimentichiamolo mai. Quello di élite che per motivi che gli storici appureranno (collusione con interessi esteri? Accecamento ideologico?) hanno paternalisticamente deciso di governare gli italiani col manganello del cambio,sapendo di esporli a difficoltà, ma confidando nel fatto che queste li avrebbero temprati.

La filosofia politica di Charles Gravier de Vergennes.
Il cinico Guerani, ricordando l’Unione Monetaria Latina, e la tassa sul macinato che ne fu l’ovvia conseguenza (certo, certo, adesso c’è la Cina), dice che le unioni monetarie se le possono permettere solo quei paesi che possono cannoneggiare gli operai, come fece il feroce monarchico Bava. Ma Alessandro in fondo è un buono. Fa un po’ il cinico per impressionare le donne bionde dal marcato accento palermitano (Lidia, si scherza, va da sé!), ma in fondo in fondo è un pezzo di pane, perché il raccontino che ci siamo fatti dice che le cose stanno molto peggio di così! Quanto meno,bisogna riavvolgere il nastro di almeno un secolo.
Possono permettersi un’unione monetaria i paesi nei quali vige ancora il feudalesimo, stati pre-borghesi nei quali la classe imprenditoriale non ha una rappresentanza politica, e il buon pater familias, il de Vergennes di turno, può decidere, se lo desidera, di bastonarli col cambio rigido, magari per favorire un’altra classe sociale (che all’epoca potevano essere gli agricoltori, oggi magari le imprese finanziarie). In quei paesi va bene il gold standard, o, il che è lo stesso, l’euro.

Dice: ma noi non siamo così, oggi gli imprenditori votano!
Può darsi.
Ma ho come la sensazione che comincino a capire che la fregatura l’hanno presa anche loro. Forse gli sarebbe convenuto un regime con meno rigidità del cambio, e meno flessibilità del lavoro: avrebbero avuto più domanda estera e più domanda interna. Un po’ meno vincolo esterno, e un po’ più vincolo interno, insomma, quello dato dalla necessità di usare bene un fattore lavoro un po’ più costoso. Dove sarebbe lo scandalo nel ripristinare questa simmetria? In fondo, il senso della proposta di external compact”che faccio alla fine del Tramonto dell’euro è essenzialmente questo, ed è essenzialmente questo il modello di sviluppo e integrazione europea che aveva in mente Meade: mantenere la flessibilità del cambio come tampone rispetto a shock esterni e meccanismo dissuasivo rispetto a politiche beggar-thy-neighbour, e sincronizzare la dinamica delle retribuzioni su quella della produttività per evitare svalutazioni reali competitive e sostenere la dinamica della domanda interna.
Ma di questo parliamo con più calma un’altra volta.
Oggi, il primo maggio 2013, mi interessava farvi capire che quando vi dicono: “il problema non è l’euro, ma la produttività!”, la risposta corretta è: “appunto!”.

(dedicato, ovviamente, a quelli che “il problema non è l’euro, ma la produttività…”. Degli infiniti modi che una persona ha a disposizione per farci capire di non capirci assolutamente niente questo è uno dei più ricorrenti. Speriamo che da oggi la piantino, o forniscano un modello, non dico pubblicato sugli Oxford Economic Papers, mi sta bene anche sulla tovaglia di carta della trattoria, che spieghi perché l’arresto della produttività in Italia coincide con la fissazione del cambio. Un modellino, due equazioni, che cce vo’… Visto che voi sapete qual è il problema, erudimini… Siamo qui, per una volta non chiamiamo noi, chiamate voi, se avete qualcosa da dire. Sento che dormirò tranquillo.
Un pensiero commosso alle vittime del delirio di onnipotenza paternalistico che ci ha condotto a questo punto, alle vittime delle nostre élite corrotte e nemiche dei nostri interessi. Non durerà perché non può durare. Manteniamo i nervi saldi e aiutiamoci a resistere.)