Archivi tag: Berlusconi

Un Grillo non fa primavera

Quella dell’Europa di primavera. Quella della crescita …. che non ci sarà. Quella del benessere …. che non tornerà. Quella di un’opposizione che sui temi fondamentali dell’economia ….. sta indietro anni luce.

Il Movimento 5 Stelle continua imperterrito la sua marcia sul sentiero sbagliato. Assecondando e concentrando la rabbia dell’elettore (nemmeno so se medio, saranno i numeri a dirlo) contro la corruzione, l’inciucio, il malgoverno. Tutti temi sacrosanti ma che NULLA hanno a che fare con la situazione economico-finanziaria del Paese. Negli anni ’80 l’evasione e la corruzione erano ben più pervasive, eppure i nostri genitori stavano meglio di noi. Con uno stipendio viveva anche una famiglia. Ora con 2, di stipendi, è già tanto se arrivi alla fine del mese.

I “pugni sul tavolo” dello slogan per le europee non sono né originali (li hanno usati tutti i politici italiani dal Berlusconi antiteutonico in qua) né funzionali. Sono uno slogan vuoto e privo di senso. Che al massimo procurerà ai cittadini eletti un bel mal di mani. Come dice Sapir l’Europa non si cambia, si smantella.

Per le elezioni di fine maggio sono veramente in difficoltà. Dal punto di vista delle politiche macro-economiche (ovvero l’asse centrale attorno a cui ruota il nostro futuro e sulle quali si gioca il confronto elettorale) la posizione del M5S è identica (nella sostanza) a quella dei partiti delle larghe intese (PD, FI, NCD e satelliti vari).

Se dovessi guardare alle europee per ciò che sono (elezioni europee) dovrei andarmene in montagna quel giorno.

Se le dovessi guardarle per ciò che necessariamente verranno considerate (un test di tenuta dell’attuale governo, quindi di fatto elezioni politiche italiane), dovrei andare e votare l’unico partito di opposizione in grado di avere i numeri per deragliare la devastante alleanza centro-destra centro-sinistra che insanguina questo paese dai primi anni ’90.

Chissà ….

intanto di seguito una bella collezione di idiozie economiche e auto-smentite di Grillo e Casaleggio nel corso dei mesi.

Fonte: il forum economia di Cobraf.com

Euro

Casaleggio, video del maggio 2013: “se usciamo dall’euro dopo un po’ la lira vale zero, ammesso che torniamo alla lira”, per Casaleggio la priorità non è la svalutazione competitiva perché “prima bisogna risolvere il problema della corruzione, dell’efficienza, della burocrazia”. “vi ricordo alla fine degli anni ’80-’90 che non riuscivamo ad andare neanche all’estero, la lira non valeva niente, le vacanze all’estero erano una cosa impossibile,bisogna far sì che il sistema paese diventi competitivo, poi eventualmente si può pensare alla svalutazione competitiva ”..
Strano… nel 1988 io sono andato a studiare in America…chissà con che cosa avrò comprato i dollari necessari…lire no, dice Casaleggio perchè all’epoca nessuno le accettava e lui è un noto manager come dice Grillo, allora con cosa avrò pagato.. forse pepite ?

Casaleggio è sulla stessa posizione del PD

(Grillo)  … si potrà svalutare la cara vecchia lira del 40-50% , e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive”
“Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro e sì o no all’Europa” . I trattati internazionali non possono essere soggetto di referendum, secondo l’Articolo 75 della Costituzione.
1 dicembre 2011:  Ci sono due posizioni opposte sull’euro, entrambe con pari dignità . Occorre referendum in proposito”.
20 aprile 2012: “Bisogna iniziare a discutere di uscita dall’euro, non deve essere un tabù”
Primavera 2012: Intervista Sortino a Grillo: “Io sono per valutare una seria proposta di rimanere in Europa ma uscire dall’euro, con il minor danno possibile”. Con altri giornalisti “90 su 100 ci riprendiamo la lira”.
28 giugno 2012: “Io non sono contrario all’euro in principio. Ho detto che bisogna valutare i pro e i contro e se è ancora fattibile mantenerlo. Ma, se usciremo dall’euro, sarà solo a causa del nostro enorme debito pubblico.”
22 febbraio 2013, Piazza S. Giovanni : “Io non ho mai detto di uscire dall’Europa, io non ho mai detto di togliersi dall’euro . Voglio una consultazione popolare”

Slot machines
(Grillo) “Le aziende delle slot machines hanno evaso 98 miliardi” Si tratta in realtà della cifra delle multe stimate e calcolate per i due anni che le slot machines sono state scollegate dalla rete nazionale dei Monopoli di Stato. Infatti la Corte dei conti stabilì che l’importo reale da pagare era 2,5 miliardi. Va ricordato che l’importo massimo dei ricavi del gioco delle slotmachines è stato di 80 miliardi l’anno (2012), per cui l’utile su cui pagare le tasse (che sarebbero state evase in parte per i due anni) è ovviamente una frazione di questa cifra (in altre parole chi parla di 98 miliardi confondeva il fatturato con l’utile, se fosse vero che in due anni hanno evaso 98 miliardi i loro utili pre-tasse sarebbero stato sui 250 miliardi in due anni !!! Gtech varrebbe come Apple…)

Beppe Grillo alla tv pubblica tedesca Ard: ”Dobbiamo realizzare un piano comparabile con l’Agenda 2010 tedesca”, ovvero quella dall’ex cancelliere Gerhard Schroeder, e che gli ha fatto perdere le elezioni successive. ”Quel che ha dato buoni risultati in Germania, lo vogliamo anche noi”, dice lui.

Debito Pubblico
(Grillo) “L’85% del debito non è in mano nostra […] è in mano alle banche! Di cui la metà straniere: francesi, inglesi, tedesche.” In realtà il debito attribuito a soggetti definibili raggiunge solo il 27,3%, un dato assai lontano dall’85% menzionato. A questo dato va sommata la quota detenuta dalla Banca d’Italia (4%), di conseguenza il debito in mano agli istituti bancari raggiunge il 31,3% mentre la restante somma appartiene a soggetti privati.
“Non siamo falliti perchè metà del nostro debito era in mano alle banche francesi e alle banche tedesche. Se fallivamo noi ci portavamo dietro la Francia e la Germania quindi tutta l’Europa.” Nel 2010 la Francia aveva in pancia il 20.93% del debito pubblico italiano, mentre la Germania solo il 7.78%, per un totale complessivo di 28.71%. Il debito complessivo nel 2010 era pari a 1.841.912 milioni di euro.
“Metà del nostro debito è in mano a banche straniere – 511 miliardi ce l’hanno i francesi, 200 miliardi i tedeschi” (2012). Il dato fornito da Grillo viene smentito dal Bollettino Statistico di Bankitalia. A maggio 2012 il debito in mano a tutti i non residenti ammontava a 690 miliardi, pertanto solo le banche tedesche e francesi non potevano avere in pancia 711 miliardi di debito (ne avevano meno della metà).

Lira
Nel post intitolato “Il Diavolo veste Merkel” “Solo così l’Italia tornerà a vedere la luce. Una prova? Usciti dallo SME nel 1992, svalutata la lira di quasi il 20% e riguadagnata la sovranità monetaria, il rapporto debito / PIL scese dal 120% del 1992 al 103% del 2003” . La rapida discesa del nostro indebitamento non è coincisa con la svalutazione della lira, bensì proprio con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria, formalmente avvenuta nel 1993 – Trattato di Maastricht – e poi sostanzialmente il primo gennaio del 1999, dopo che il nostro governo riuscì a rispettare i parametri previsti dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997 adottato al Consiglio europeo di Amsterdam. Fino al 2006/2007 il costo del debito è sceso grazie all’euro, tanto che nessuno all’epoca sapeva cosa fosse lo spread, tanto era minima la distanza tra paesi forti, la Germania, e le nazioni economicamente più deboli, come la Grecia.

Opere Pubbliche
Grillo ha detto in un comizio del 20 febbraio 2013 che “un terzo del pil lo spendiamo per opere che crollano e un altro terzo per aggiustarle” . Quindi il 66% del pil sarebbe speso in opere pubbliche. Chi, come, dove e quando? Qual è la fonte? Non esiste. Basta leggere il bilancio dello Stato per verificare che tale misura non raggiungeva l’11% due anni fa e il 9% attualmente.

Province
Nel suo post “L’oracolo della Consulta e le province eterne” scrive che “i risparmi derivanti dall’abolizione delle province sarebbero di ben 17 miliardi di euro”. Il costo delle province si aggira intorno a quella cifra (erano 14 miliardi nel 2005). Di quei 14 miliardi del 2005 poco più della metà andava in istruzione pubblica (18%), trasporti (9%) e gestione del territorio (24%)! Il risparmio potrebbe essere (stima ottimistica) di 2 miliardi e non 17.

UE
“un terzo del bilancio europeo è speso per traduzioni”. Il bilancio del 2012, a essere precisi, è di 147 miliardi, e le traduzioni sono costate 330 milioni… ” l’Italia fornisce un terzo del bilancio dell’Unione Europea”. A essere precisi è il terzo paese per contributi, che è diverso, perché significa che versa 14 miliardi su circa 140, cioè un decimo. “i soldi del bilancio vanno in ipermercati e strade e petrolio…” La metà dei fondi europei, a essere precisi, vanno in sovvenzioni per l’agricoltura. Poi Grillo ha citato alcuni grattacieli in bambù che Renzo Piano avrebbe progettato in Australia: a essere precisi in Australia non esistono grattacieli in bambù progettati da Renzo Piano, a Melbourne semmai esiste un palazzo di legno (non in bambù e progettato da altri) che comunque è costosissimo. Poi ha detto che la Francia ha un bilancio di 17 miliardi di euro inferiore al nostro. A essere precisi è di 300 miliardi superiore.


Dietro c’è il buio

Ovvero la tragicomica avventura dello stupido del PD che fa il bullo pensando di essere il più figo. Alcune riflessioni su ciò che ci aspetta. Un po’ scoordinate ma non troppo.

In questi giorni ho letto qui e lì tesi diverse sulla scalata di Renzi e la spallata a Letta. Non a torto qualcuno ha immaginato scenari suggeriti da chi il potere lo ha realmente in mano. Ovvero chi ha i cordoni della borsa. Soprattutto chi non riesce più a sfruttare come clienti-importatori i cittadini del sud-Europa depressi dall’austerity. Vista l’incapacità del duo Letta-Napolitano di sbloccare la situazione di stagnazione ci voleva l’uomo nuovo. L’uomo forte che in qualche modo avrebbe rilanciato un po’ di consumi al di sotto del parallelo di Berlino. Garantendo agli alleati di tutte le latitudini un novo accesso ai portafogli degli italiani … con il permesso stavolta.

Se all’interno dello scenario economico europeo ciò avesse anche una minima possibilità di accadere, sottoscriverei questa interpretazione completamente. Non è molto diversa da quella, che condivido, degli eventi del 2011 che tramite l’aiuto di Napolitano, spinsero Monti a prendere il posto che gli elettori (sic) avevano assegnato a Berlusconi. Allora serviva qualcuno che facesse il lavoro sporco per la Troika. E gli eletti in genere pensano ad essere rieletti, quindi le porcherie le fanno fare ai nominati (il grande successo elettorale di Scelta Civica nelle elezioni successive dimostra la validità di questa regola aurea).

Tornando all’attualità la mia opinione è che la vicenda Renzi sia, al contrario, solo l’ennesima conferma dell’inadeguatezza della classe politica italiana e della fondamentale stupidità e ingordigia degli uomini che la compongono. Un vicenda di piccolo cabotaggio interna al peggior partito italiano, sostenuta dal partito semi-mediatico di Repubblica (orami praticamente la corrente di destra e maggioritaria del PD), una notte dei lunghi coltelli che scalza (o tenta di scalzare) un altro pezzo del vecchio apparato. E questo per mettere a capo della gioiosa macchina da pace costante (la guerra ormai si fa solo dentro – con gli avversari si fanno le larghe intese) un accomodante stupidotto che pensa di essere il più figo della banda. Un pupazzo di plastica da far muovere sapientemente e da bruciare al momento propizio come la befana il 6 di gennaio.

Insomma, sono d’accordo con Barca. Si per una volta sono d’accordo con un insigne esponente del PD. Ma chi quello fregato dallo scherzo de La Zanzara? Sì, proprio lui, quando mestamente dice al finto Vendola: “De Benedetti spinge perché faccia il ministro ma io non voglio. Dietro Renzi non c’è nessuna idea. C’è il buio”. Ecco, il buio. Questo c’è dietro all’uomo di plastica del PD.

E cos’altro potrebbe esserci? Quale dovrebbe essere la magica idea del Renzipensiero per risollevare il paese dalla crisi? Che Renzi sia un povero idiota a cui non farei amministrare nemmeno i rifornimenti di carta igienica del bagno di casa mia è fuor di dubbio. Ma devo spezzare una lancia in suo favore. Renzi non farà niente perché nessun altro al suo posto, all’interno dei vincoli di Maaastricht, potrebbe fare niente.

Lascio alle parole di Paolo Barnard il compito di illustrare il motivo per cui Renzi è di fatto in trappola.

Tragica cosa per le persone di questo Paese, non per sto egocentrico servo della finanza europea. Renzi fallirà come un cretino qualsiasi. Perché neppure può provarci.

Non sto provocando, è che la sua è una missione impossibile. Se non fosse sto pupazzo pompato che è, se conoscesse l’Eurozona e la macroeconomia, non si sarebbe cacciato in questo pasticcio (e badate che sto dicendo che pure i suoi padroni speculatori ci smeneranno il muso, perché sto gioco di creare una moneta unica per distruggere mezza Europa e fare un gran banchetto si è già ritorto contro chi l’ha pensato. Gli speculatori ci hanno fatto un po’ di fortune per pochi anni, ma sta finendo).

NO SOVRANITA’ MONETARIA.

Per prima cosa Renzi si ritrova senza sovranità monetaria, quindi senza nessuna delle leve economiche fondamentali di cui deve godere un governo degno di questo nome, e di cui godono gli USA, la GB, la Svezia o il Giappone. Non ha una Banca Centrale che possa controllare inflazione, prezzo del denaro, tassi d’interesse, né monetizzare la spesa decisa dal Parlamento. Renzi non possiede una moneta, e deve usare gli euro, da restituire con tassi non decisi da lui ai mercati di capitali internazionali. Dovrà dunque tassarci a morte sempre, per fare quanto appena detto. Dovrà quindi mentire all’Italia fingendo col gioco delle tre carte di spostare fondi e investimenti essenziali (lavoro, infrastrutture, crescita…) da qui a lì, per poi rimangiarseli tutti con gli interessi. Dovrà rispettare il Pareggio di Bilancio, che peggiora ciò che ho appena scritto. Ovvero: Chemiotassazione garantita, impossibilità di investire per le aziende e tagli alla spesa. Qui abbiamo la garanzia della decapitazione di: speranze di posti di lavoro; salari; pensioni; modernizzazione del Paese; Sanità; risparmi privati; piano industriale; risanamento bancario; crescita del PIL; e domanda aggregata. Potrei finire qui, ce n’è già a sufficienza, ma purtroppo…

I DEFICIT NEGATIVI.

Renzi si ritroverà in una spirale di Deficit Negativi mortali, cioè di tutte quelle spese di Stato imposte dalla crisi dell’Eurozona ma che non risolvono nulla, non producono nulla e che aumentano il debito di Stato. Per prima cosa l’economia continuerà a contrarsi, come è già previsto per l’Italia dal FMI, Bloomberg, OCSE, Commissione UE, e quindi calerà sempre il gettito fiscale, che quindi va a ingrandire il debito. L’economia impantanata significa che il miliardo di ore di cassa integrazione rimarranno e aumenteranno, pompando di nuovo il debito. I fallimenti aziendali non caleranno, la curva dei prestiti bancari insolventi aumenterà, e le banche italiane che già sono in parte fallite, dovranno essere ri-salvate, a suon di denaro pubblico, e ancora il debito sale. Assieme ad esso salgono gli interessi da pagare, sempre spesa di Stato, ancora più debito. Ma stando in Eurozona, un debito che lievita è grave (con la Lira non lo sarebbe) perché porta all’allarme delle agenzie di rating, che porta all’allarme dei mercati di capitali che prestano a Renzi gli euro, che porta a tassi più alti sui titoli di Stato, che porta a più debito. Che farà Draghi a sto punto? Si metterà a comprarci i titoli di Stato per far scendere i nostri tassi? Farà cioè la famosaOutright Monetary Transaction? Se lo fa, la Germania lo ammazza. Non lo farà. Renzi rimane nel letame.

NO CRESCITA E DEFLAZIONE.

Renzi si ritrova con un’economia che si è contratta del 18% dalla fine degli anni ’90. Per riportarci a quel livello di vita, dovrebbe riuscire a far crescere l’Italia del 20%. No, calma, visto che oggi cresciamo dello 0,1% se va bene…. Il 20% fa ridere. Renzi non è Roosevelt e non ha la sua testa. Poi abbiamo il problema delladeflazione che sta aggredendo tutta l’Eurozona, con la BCE disperata perché non sa più che fare per fermare il crollo dei prezzi (deflazione = contrario di inflazione). E quel che è peggio, è che in un clima di crisi di queste proporzioni la gente corre a risparmiare disperatamente per il timore del domani (mica scemi), ma questo sottrae denaro in circolo, cosa che non solo affama tutta l’economia, ma peggiora la deflazione stessa. Vorrei che capiste che questo è uno dei mali economici peggiori e che c’è tutta la tecnocrazia europea che non sa più come fermarlo. Immaginatevi Renzi, il bulletto del PD.

CROLLO BANCHE.

Renzi, poi, fra otto mesi si ritroverà l’implosione del sistema creditizio europeo, quando i test dei regolamentatori dell’EBA inevitabilmente mostreranno che alcune delle maggiori banche sono irrecuperabili. Da qui il terremoto delle piccole medio banche, fra cui quelle italiane sono quelle messe peggio d’Europa sia come buchi di bilancio che come capitale di copertura. Prometeia stima che solo per i prestiti insolventi le banche italiane siano scoperte per 150 miliardi di euro. E chi le salva? E con che soldi? No, Renzi, la sovranità monetaria non ce l’hai, non le puoi nazionalizzare. Che fai? Chiami Benigni?

SVENDITA PUBBLICA INUTILE.

Ma Renzi almeno ha la carta delle privatizzazioni… Vendi il vendibile, incassa l’incassabile. Funziona? No. Non ha funzionato in nessun Paese del mondo, meno che meno da noi quando proprio il centro sinistra si mise negli anni ’90 a svendere pezzi di beni di Stato a un ritmo talmente forsennato che fece il record europeo delle privatizzazioni nel 1999. Sapete di quanto ridussero il debito di Stato italiano? Di un maestoso 8%… E che allora i prezzi contrattati per i beni pubblici da alienare erano, circa, decenti. Oggi, con l’Italia sprofondata dall’Eurozona in una svalutazione della sua economia da piangere, Roma deve svendere a prezzi stracciati qualsiasi cosa offra, con margini che saranno patetici. Renzi, farà la Thatcher dei poveri.

DISOCCUPAZIONE

E la disoccupazione? Sapete cosa costa all’Italia avere il 12% (fasullo, è molto di più) di disoccupati? Trecentosessanta miliardi all’anno perduti. E i giovani? Il 76% di loro è costretto alla flessibilità, con limiti invalicabili all’acquisto di una casa o al matrimonio. L’Eurozona fu pensata ed edificata proprio per ridurre il sud Europa a un serbatoio di lavoratori pagati alla kosovara ma in strutture moderne. Il futuro di questo ragazzi è ormai certo: stipendi dai 600 agli 800 euro per i più qualificati, al lavoro per investitori stranieri. Questo non è più un Economicidio, è un olocausto economico e generazionale, che Renzi dovrà gestire sotto l’egida della Germania che già oggi sta affossando il resto d’Europa coi suoi diktat criminosi. Tradotto in termini specifici: il potere Neomercantile della mega-industria tedesca, quello della Bundesbank, quello dei maggiori speculatori-rentiers del mondo, contro Renzino da Firenze. Matteo tu fai fesso qualcun altro. Perché è vero che ignori il 70% di tutto questo, ma sul restante 30% sei pienamente d’accordo, da bravo leader del partito di destra finanziaria peggiore d’Italia, il PD.

CONCLUSIONE.

Renzi non si rende conto di cosa lo aspetta, ma soprattutto del fatto che la catastrofe dell’economia italiana è un MACROPROBLEMA STRUTTURALE nell’Eurozona, e finché esisteranno i parametri economicidi dell’euro non esiste salvezza. Il governo Renzi è morto prima di nascere. Poi, sapete, uno si stufa di scrivere sempre le stesse cose.

Insomma Renzi non farà nulla. Né quello che promette sapendo di non poter mantenere, né quello che i fedeli del PD sperano che farà.

Chi pensa che andrà a negoziare riforme per investimenti sogna ad occhi aperti. Perché anche se succedesse sarebbe il gioco delle tre carte di cui parla Barnard. Tutta fuffa mediatica che racconta vi ho dato questo con la mano destra, dimenticando di menzionare cosa vi ho tolto con la sinistra per rispettare i parametri di Maastricht. In sostanza i produttori transatlantici che lamentano la nostra incapacità di comprare le loro merci dovranno aspettare … e molto ancora. Davvero hanno puntato soldi e forze sul cavallo Renzi? Bad move! Mi verrebbe da dire. Anche se ci credo poco.

A sentire ciò che riporta il Fatto dell’incontro all’American Chamber of Commerce (la lobby che cura gli interessi americani in Italia) il livello è veramente basso

L’establishment americano riunito nella AmCham che invece è affascinato dal new deal renziano. Soprattutto da quando ha appoggiato la battaglia contro la Web Tax voluta invece da Letta. Già qualche anno fa, l’ex-ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, definì in un’intervista “molto interessante” il “caso” di Matteo Renzi “che ha usato Internet per essere eletto sindaco di Firenze e sa gestire bene la sua città”. Del giovane sindaco gli americani hanno poi apprezzato l’entusiasmo con cui ha salutato l’arrivo del nuovo ambasciatore americano John Philips (presidente onorario della American Chamber), l’avvocato di Washington che insieme alla moglie Linda ha comprato un intero borgo, quello di Finocchieto, nel comune di Buonconvento, alle porte di Siena. Il 15 novembre del 2013 Renzi lo aveva accolto a Palazzo Vecchio con una cravatta di Ferragamo e un foulard di Gucci per la consorte.

Non so se mi spiego. Apprezzano Renzi per le cravatte regalate all’ambasciatore e perché ha vinto le elezioni a Firenze usando internet. Mi sembra chiaro che gli americani apprezzano i politici italiani per lo stesso motivo per cui apprezzano i film come la Grande Schifezza. Perché li guardano con i sottotitoli. Se arrivano addirittura a pensare che abbia amministrato la sua città bene, quando praticamente non c’è mai stato, non ci può essere altra spiegazione.

Altro che poteri forti. Con Renzi al massimo sono in azione le taglie forti. Quelle delle mogli dei diplomatici USA.

Curioso poi che mentre Renzi cerca un politico di caratura (auguri!) per il ruolo fondamentale del Ministro dell’Econmia, l’appena defenestrato Saccomanni continui a fare l’eco a Olli Rehn: se sforiamo il 3% poi toccherà pagare. Eh sì perché l’ortodossia vuole che se aumenti il deficit poi aumenta il debito. E il Sole 24 Ore rivela che Draghi lo preferisce agli altri in lizza (quali?):

Draghi lo preferisce a qualunque altra ipotesi appunto perché oggi tutto è diverso rispetto al 2011, meno un dettaglio: la minaccia a Eurolandia ora è sedata, non scomparsa. La Bce ha bisogno di un’Italia affidabile, perché sa che dovrà intervenire nei mesi prossimi per contrastare la nuova forma che la crisi ha preso: quella di una deflazione in grado di corrodere l’economia del Sud Europa e rendere insostenibili i debiti pubblici e privati. A gennaio l’inflazione media dell’area erro era di appena lo 0,7%, in Italia dello 0,6%. Spagna, Portogallo e Irlanda sono a un soffio da un avvitamento dei prezzi, Grecia e Cipro ci sono cadute già in pieno. Con tassi reali elevati per effetto dell’inflazione bassissima, lo spread a 190 punti-base di oggi pesa sull’Italia come se fosse sopra i 300 punti-base con un carovita normale. Per questo il debito pubblico continua pericolosamente a salire malgrado il calo apparente degli interessi.

I sostenitori dell’asse USA-esportatori-Renzi anti Napolitano-Letta-Merkel potrebbero trovare in questo una conferma alla loro tesi. Draghi vuole continuità perché ha paura che il Ministro dell’Economia di Renzi possa andare a chiedere l’ammorbidimento dei vincoli per rilanciare gli investimenti. O magari sforare proprio il famoso 3%. A parte che se rileggiamo quello che dice Barnard la cosa è proprio infattibile a meno di riscrivere i Trattati. Cosa che prima la vedo e poi ci credo. Ma davvero qualcuno si immagina il Renzi genuflesso alla corte della Merkel che grida e mette insieme il destrimano spagnolo, il liberista ex-socialista francese e le pezze al culo greche al grido di “o crescita o morte”? Ma figuriamoci! In realtà quello di Draghi, per via Saccomanni, è solo un reminder all’altezzoso Matteo. Un “in campana giovinotto che sinnò ‘nti compro manco le figurine, figuriamoci i titoli. E si nun stai bbono ti scateno pure lo spredde”.

Faccio un inciso prima di concludere. Qualcuno spero avrà notato quali sono i due mali della fase attuale della crisi evidenziati dal Sole: 1) la deflazione, 2) lo spread troppo basso. Ma come, i catastroeconomisti pro-euro non sostengono che se uscissimo dall’euro ci sarebbe l’inflazione alle stelle e il petrolio costerebbe milioni di milioni? E quando hanno fatto fuori Berlusconi che lo spread, oddio lo spread, sta a più di 500 e mo il debito che succede? Ma non erano l’inflazione (il contrario della deflazione) e lo spread alto (non sotto i 190) i grandi mali per cui dobbiamo continuare a subire l’austerity e non dobbiamo uscire dall’euro?

Ah no è vero, ce n’era un terzo la svalutation di celentaniana memoria. Perché se svaluti che ci fai poi con la liretta. Infatti nello stesso articolo il Sole ammette che:

la Abenomics giapponese, avendo provocato una svalutazione dello yen, ha complicato la vita ai responsabili delle politiche economiche dei Paesi vicini, ma questo non toglie che l’iniziativa del governo di Tokyo sia uno sforzo meritorio per mettere finalmente termine alla deflazione

In pratica anche il Sole sostiene che l’unico modo per uscire dalla deflazione stagnante sarebbe quello di svalutare. Ovvero di nuovo che l’Euro funzionerebbe … se fosse la Lira. Se solo i giornalisti del Sole si rendessero conto di cosa scrivono si darebbero finalmente pace che sono proprio gli industriali che dovrebbero sostenere forze politiche anti-euro nel nostro Paese.

Ovviamente tutto questo è fantapolitica. Perché Squinzi (presidente di Confindustria e vero editore del Sole 24 Ore) è parte di quella stessa stupida classe dirigente che ha bruciato il diplomatico Letta per montare come la panna il cafone Renzi. Convinta che era di nuovo l’ora del gioco delle 3 carte. Tutto pur di non tornare alle urne e magari vedere dissolversi come neve al sole 20 anni di bipolarismo del vivacchiare e dell’arraffare.

Quando dico “stupida” lo intendo in senso scientifico. Lo stupido, a differenza dell’intelligente, del bandito e dello sprovveduto, infatti, è colui che agendo provoca disastri per gli altri senza provocare nessun vantaggio duraturo per sé stesso.

Di conseguenza Renzi mi sembra sempre di più il bambino stupidotto della banda a cui i più smaliziati fanno fare le cose idiote e riprovevoli, sfruttando il suo profondo senso di inadeguatezza e il suo bisogno di conferme. Quello che viene messo in mezzo e che si becca la colpa dei misfatti. All’inizio dicevo che Renzi pensa di aver rottamato l’apparato dei vecchi PC e DC. In realtà non sa con cosa ha a che fare. E chi pensa che basti una stagione di purghette per radere al suolo i colonnelli di Andreotti e Berlinguer è un ingenuo. Quelli stanno là, come me, seduti sulla riva del fiume che aspettano galleggiare il corpo bruciacchiato del pupazzo sacrificale.


Perché non festeggio

Non ho capito che vi esultate. Che diavolo festeggiate come fosse il giorno della Liberazione. Come se da domani tutti stessimo meglio. Ma vi guardate intorno? Ma leggete qualcosa che non siano le veline del Governo in carica?

Un piccolo riassunto per chi in quei giorni lì inseguiva una sua chimera. Berlusconi l’hanno accolto a braccia aperte in Europa (con l’appoggio dell’ala sinistra dei suoi governi – quelli che oggi guidano l’inneggio) quando serviva. Quando era necessario disfare e distrarre (con i culi e con i circenses della disfida fra Berluscones e Anti). Poi hanno iniziato a sbeffeggiarlo quando i margini di manovra per depredare il nostro Paese iniziavano a restringersi. Quindi di nuovo quando serviva. Poi lo hanno preso a calci e ci hanno messo il loro Ministro Europeo della Contrada Italia per salvare sì … ma non noi dal debito pubblico ma i creditori del Nord Europa da loro stessi e dalla loro allegria prestatoria. Monti (che coincidenza) lo inneggiavano gli stessi che oggi tutti contenti “chi non salta Berlusconi è … è … “. Alla fine, sempre gli stessi, se ne sono sbarazzati del tutto (per tramite della magistratura, non vincendo nell’agone politico). Di nuovo al momento propizio. Quando serviva. Quando la sceneggiata era utile a coprire la nuova Legge di Stabilità e la verità tragica della ripresa che non ci sarà mai. E quando era necessario scongiurare la possibilità che un personaggio carismatico cavalcasse l’idea dell’uscita dall’euro …

Festeggiate. Festeggiate pure …. Ma sappiate che visti da lontano sembrate i corpi nudi e sporchi di un esercito di minatori che celebra la doccia dopo settimane nelle profondità della terra. Ma che non sa che invece dell’acqua i rubinetti libereranno il gas.

Sembrate gli iracheni incauti che festeggiano l’impiccagione del dittatore Hussein ma non sanno che ciò che segue è la guerra più infame che ci sia. Quella pilotata dall’esercito coloniale. Dai suoi bond di distruzione di massa.

Fra i due contendenti il terzo gode solo se i due contendenti si eliminano a vicenda. Se il terzo è così stolto da appoggiare l’eliminazione di uno solo di essi, firma a sangue la sua fine.


La sinistra inesistente

Per Calvino era il Cavaliere ad essere inesistente. Per il nostro Paese è la sinistra Cavaliere-fobica, invece, che sta seguendo inesorabilmente le sorti della sua nemesi. La decadenza, il crollo, lo sfaldamento. Condannata com’è all’inesistenza. O forse, per dirlo meglio, all’inutilità.

La domanda infatti che mi faccio ormai da mesi è: a cosa serve questa sinistra? A cosa servono Letta, Renzi, Civati e i vecchi marmatroni alle loro spalle? E la risposta è: a nulla. Un tempo esisteva una voce dominante – quella del capitalismo euroamericano per semplificare – e dall’altra parte una voce alternativa – quella del socialismo reale. Oggi non è più così. Tutti conoscono i molteplici perché quindi non mi dilungo. Ma il risultato è curioso. La sinistra, un tempo anticapitalista, è diventata sostenitrice del liberismo più spinto e delle politiche economiche maggiormente tese all’allargamento della forbice fra ricchi e poveri. I Chicago Boys un tempo erano di destra oggi sono sia di destra che di sinistra. Dietro alla facciata keynesiana di Boccia e Fassina ci sono le ricette di Alesina e Giavazzi. L’ideologia comunista è stata miseramente sostituita dall’europeismo. Ovvero dalla dottrina che predica il massacro dei popoli del vecchio continente per la salvaguardia dei diritti, quelli sì inviolabili, di banche d’investimenti, grandi gruppi industriali transnazionali e potenti burocrazie tecnocratiche.

Cosa succede quindi ai legittimi interessi delle moltitudini che i fantocci del PD-Sel-pseudo sinistre non rappresentano più?

L’esempio più rappresentativo è quello della sacrosanta opposizione all’integralismo europeista, alla fedeltà ai dettami della Troika, all’idiota ossessione per l’euro, alla svendita di goni residuo della sovranità.

A chi legge il compito di trarre le dovute conclusioni:

-1-

“Lo scontro che si sta consumando nel PDL è qualcosa che va al di là della folkloristica divisione tra falchi e colombe o della più seria divisione tra lealisti, pontieri e governisti. Nella totale inconsapevolezza dei più, in ballo c’è il lucido e legittimo tentativo da parte di Alfano, Lupi, Quagliariello e altri, di portare il maggior partito del centro destra italiano all’interno del club di élite ed establishment di cui già fanno parte Monti, Letta, Prodi, Casini, D’Alema ed i soggetti politici loro collegati.

Il loro obiettivo è quello di legittimarsi all’interno di quei salotti e di quei contesti nazionali ed internazionali dove c’è il vero potere e nei quali nessun partito del Cdx italiano é mai entrato. Questo passaggio, comprensibile nella visione di una politica che è principalmente crescita personale dei suoi protagonisti, significa blindare i confini dell’azione di quel partito, che si chiami Pdl o Fi è indifferente, in accordo con i confini di un “politicamente corretto” individuato da altri, accettare che il loro movimento entri in una sorta di recinto di “legittimità burocratico istituzionale” e di contestuale sudditanza politica. Si accettano acriticamente i paletti definiti a livello europeo e ci si confronta con un altro schieramento che ha accettato le stesse regole e lo stesso terreno di confronto.

Ci si avvia, cioè, su una strada nella quale le differenze tra cdx e cds sono marginali perché la base comune politica è definita altrove, in altre sedi, in altri contesti, senza le problematiche che comportano i sistemi democratici. Non si può mettere in discussione “questa” Europa, non si può mettere in discussione “questa” moneta così costruita, non si possono ridefinire parametri fissati burocraticamente anche se uccidono un paese reale ed un popolo in carne ed ossa, si accetta la sudditanza della politica rispetto al sistema di finanza, burocrazia e banche attualmente alla guida di questo continente e del mondo.

Si accetta il passaggio, indolore e certamente più sicuro e redditizio per chi lo porterà avanti, di partiti che aderiscono ad un “sistema” predefinito nel quale la vittoria dei uno schieramento o di un altro poco cambia sul piano delle grandi scelte future. Si accetta un ruolo marginale della politica, un ruolo marginale dell’Italia, una lenta decadenza del suo modello produttivo fatto da milioni di piccoli imprenditori, si sottoscrive un patto con il diavolo che congela le possibilità di rappresentanza reale di interessi diffusi dei cittadini italiani per intraprendere la strada di un pensiero unico nel quale è consentito dividersi solo sugli aggettivi. I lati positivi di questo percorso sono molti, moltissimi, ma quasi esclusivamente individuali e non del paese e del popolo.

Il PDL berlusconiano era fuori da questo sistema. Lo era forse proprio in virtù del grandissimo conflitto di interesse del suo leader, perché la sua forza finanziaria e mediatica, privata, personale lo rendeva insensibile ed indifferente alle lusinghe ed offerte di quel sistema. E quel sistema lo ha sempre guardato con sospetto e diffidenza perché non era “comprabile” con sistemi tradizionali, non per superiorità morale, per ricchezza. L’unica sua necessità era garantire il suo “particolare” ma questo lo rendeva più libero su tutti gli altri fronti, più libero di ogni suo altro concorrente politico che doveva aggiustarsi difendendo una pluralità di interessi di altri poteri. Questa libertà, pur nascendo da una contraddizione democratica, lo rendeva capace di interpretare meglio di altri, con totale libertà e con scientifico cinismo, il sentimento popolare di una parte del paese. La sua forza in questi anni è infatti stata la diversa possibilità di espressione e linea che poteva permettersi rispetto ad altri schieramenti obbligati ad accettare compromessi continui con poteri reali esigenti e molto più forti della politica e delle Istituzioni democratiche. Allo stesso modo gli concedeva una disinvoltura realistica e pragmatica nei rapporti internazionali, dalla Libia alla Russia, che non poteva essere concessa all’Italia. Proprio per questo motivo, la riconduzione del Pdl nell’alveo della “linea giusta”, il passaggio politico dell’altro giorno, questo governo Alfetta o Lettano,  è stato benedetto in modo bipartisan, da Schulz in nome dei socialdemocratici e dalla Merkel in nome dei popolari, avvallato da un messaggio di parte del Presidente della Repubblica, unico nella storia repubblicana, di Squinzi, e di tutti quelli che in un modo o nell’altro devono la loro sopravvivenza o il loro futuro al sistema bancario/finanziario/burocratico attualmente al comando. Proprio a dimostrare che non esisteranno nemmeno più in Italia differenze se non marginali, tra i due schieramenti.    Ma questa possibile scelta del pdl, che da un lato rafforza le persone che l’hanno guidata, apre loro spazi di radiosi futuri personali, dall’altro uccide una possibilità di espressione democratica in questo paese e sancisce in modo drammatico la linea di scivolamento dell’italia nella categoria dei paesi di serie b, in attesa della c. La vicenda interna del pdl diventa pertanto importante non perché sembra ridisegnare il ruolo di Berlusconi, che negli ultimi mesi ha sbagliato a mio avviso tutto ciò che si poteva sbagliare, non per il destino di alcuni falchi che sono riusciti a regalare, con il loro integralismo, la palma di moderati seri a persone cui poco importa del paese ed ancor meno del centro destra, non per la classe dirigente che non esiste di un partito che non è mai nato, ma per la rappresentanza della parte produttiva di questo paese che sarà uccisa da “questa” Europa, per le piccole e medie imprese, per agricoltori, artigiani, commercianti, ma anche per i loro dipendenti, che hanno perso ogni possibilità di essere difesi dal percorso di distruzione scientifica portato avanti dalle scelte economiche funeste accettate dal nostro paese. Oggi siamo un po’ più accettabili in Europa, ma non per la nobiltà delle nostre scelte.

Oggi una parte in più del sistema politico italiano è stata fagocitata in questa informe accozzaglia di euroentusiasti senza ragione. Anche il centro destra è stato messo in sicurezza. Ma non è in sicurezza il paese. Ora questo Governo dei buoni e gentili, questo governo i cui leader assomigliano anche fisicamente ai burocrati europei, approverà un’ennesima manovra, da 10 miliardi se non 15: di tasse, di prelievi, di imposte. Saranno nascoste, magari avranno un nome straniero, saranno affiancate da alcune finte concessioni, come i 20 euro in busta paga, ma questo è il valore che entro dicembre faranno uscire dalle tasche degli italiani.

Questo governo proseguirà con la compressione scientifica, in nome della competitività, del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti. Questo governo non farà il minimo atto nei confronti di un sistema bancario che sta strozzando ogni giorno migliaia di imprese e famiglie. Questo governo non disturberà i manovratori europei. Questo governo aiuterà la lenta conquista da parte di multinazionali del mondo della parte sana industriale del paese. Questo governo magari  farà come sta facendo in Grecia il suo gemello e cercherà di far diventare reato di opinione le critiche all’Europa ed all’Euro. Questo Governo continuerà a dare più credito a Befera che ai milioni di italiani uccisi da cartelle ed interessi surreali. Questo governo continuerà a calpestare lo statuto del contribuente; questo Governo non sarà in grado di toccare minimamente lo strapotere di una burocrazia intollerabile. Quello di Alfano non può e non potrà essere il centro destra che Berlusconi aveva detto di volere e che non é mai riuscito a costruire perché in realtà non gli interessava. E’ un’altra cosa. Con una sua legittimità, una sua logica, una sua ratio, una sua nobiltà politica. Ma la parte di società che sempre si è riconosciuta nel centro destra sarà da domani orfana. Si apre quindi la sfida a rappresentare questo popolo. Una sfida che ha bisogno di parole d’ordine forti e di proposte concrete che rompano lo steccato nel quale é stato compresso il paese. parole come sovranità nazionale, interesse nazionale, identità nazionale, libertà. Sfida che non penso potranno più cogliere i falchi    o le colombe. Sfida che molte persone libere possono provare a raccogliere uscendo dalle prigioni dei vecchi partiti di appartenenza. Sfida che vorrebbe cogliere l’officina che abbiamo lanciato: sfidando il falso popolarismo europeo, svenduto alla finanza,  in favore del popolo, la svenduta socialdemocrazia europea in favore della parte più debole del paese, l’inutile demagogia grillina per costruire istituzioni credibili che difendano chi non ha voce.

Guido Crosetto – Coordinatore Nazionale Fratelli d’Italia

-2-

http://www.youtube.com/watch?v=mRPOzV2V0dA&feature=share

-3-

Scaraventare in faccia la verità fa male, quindi o la si anestetizza oppure – meglio – la si nasconde. Sentite un po’ cosa ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera: “Tutti sanno, senza ipocrisie, perché in Italia non si è mai passati attraverso un passaggio elettorale per misurare il consenso della nostra partecipazione all’Europa. Tutti sanno che il popolo avrebbe votato contro l’Europa, esattamente com’è accaduto in tutti i Paesi europei (tranne in un caso) ogni volta che si è data la parola al verdetto popolare”.
Più chiara e sfacciata di così la verità non potrebbe essere raccontata. L’Europa popolare non esiste, l’Europa delle elite sì. Di più, è la sola ad esistere. Quindi non c’è bisogno di formare un consenso attorno ad essa: basta imporla. Così è. L’Europa politica senza democrazia non potrà mai esistere, malgrado i pistolotti di Napolitano e compagni. Senza il coinvolgimento dei popoli resta solo la sovrastruttura verticistica, ovvero il potere della Troika e dei tecnocrati. Prova ne è il fatto che, proprio nel momento di maggiore crisi dell’Europa tra i popoli, sono stati inventati governi della paura, calati dall’alto. I governi tecnici, i governi della larghe intese, i governi della Bce e del Fondo Monetario.
I popoli non devono votare perché il grande progetto non può essere messo in discussione. Tutt’al più il popolo va educato, anche rieducato. Va convinto con appositi lavaggi del cervello mediatico. I giornaloni italiani in coppia con Raiset sono campioni del mondo della specialità. Il Corriere è stato il giornale dell’endorsement a favore di Romano Prodi prima come oggi è lo sponsor delle larghe intese nel segno della continuità con il fallimentare governo di Mario Monti: tutti gabinetti intoccabili e credibili. La Repubblica non è mai stata da meno. Gli anatemi del padre fondatore contro chi osa mettere in dubbio la Verità europea sono celebri. Il recente duetto filosofico tra Scalfari e Cacciari è stato uno dei punti più alti del fanatismo europeista celebrato in una tre giorni di dibattito promosso sotto le insegne della “Repubblica delle Idee”. Incontri, convegni, dibattiti tra euroconvinti ed euroentusiasti; nessuno spazio a tesi alternative. Le stesse idee che stanno seminando il panico a Bruxelles. E che i megafoni della troika stanno confinando nello spazio dell’estrema destra, come se i movimenti no global o OccupyWallStreet – tanto per citarne due – fossero di estrema destra.
I cittadini non devono sapere. Devono solo subire. E soprattutto pagare il prezzo dell’austerity che Bce, Commissione europea e Fmi hanno ordinato ai governi. Per questo le leve massmediatiche usate sono quelle del terrore: se si uscisse dall’euro ci sarebbe la catastrofe; state attenti alla demagogia e al populismo dei nuovi movimenti no euro, eccetera eccetera. Il messaggio dominante ed esclusivo è da pensiero unico: morte a chi tocca Europa ed euro. Rivendicare un referendum sulla moneta unica? Giammai! Sarebbe pericoloso perché il risultato potrebbe essere ancora una volta contrario ai disegni in corso.
L’Europa ha svuotato gli Stati, ne ha resettato le politiche economiche imponendo una moneta-non-moneta. L’Europa pilota i governi. L’Europa scrive le manovre finanziarie imponendo l’indebitamento privato, che è la più diffusa arma nelle mani dei governanti. Solo un simile fanatismo avrebbe potuto bloccare ogni crescita nazionale su una percentuale (il famigerato rapporto 3% pil-debito) divenuta un idolo intoccabile. L’economia reale italiana sta saltando per aria per colpa di questo rigore giudicato eccessivo dalla maggioranza dei nostri concittadini.
L’autonomia dei governi è zero di fronte ai diktat europei. Da qui una domanda: che senso ha votare per dei partiti che sanno solo scazzarsi su Berlusconi o su Bossi e che poi votano come un gregge impaurito ogni ordine impartito da quei poteri privi di mandato? Gratta gratta, sulle cose fondamentali (cioè quelle economiche) non ci sono differenze tra le diverse fazioni; essi sono una cosa sola. Il siparietto sull’iva o sull’Imu è solo una parte in commedia perché il fiscal compact approvato e inserito in Costituzione non lascia margini di crescita. Dovremmo privatizzare e liberalizzare, ci viene detto. Certo, continuiamo a calare le braghe a compagnie di giro (quando all’osso non c’è rimasto nulla) o alle potenti banche d’affari (quando invece si tratta di mettere le mani su acqua ed energia).
La crisi finanziaria ha bruciato tanti di quei soldi che in confronto – lo dico a mio rischio e pericolo – lo spreco della Casta è ridicolo! Eppure a quella globalizzazione finanziaria non viene dato alcun freno; di contro, allo sviluppo di imprese e famiglie si obietta sempre il rispetto dei vincoli europei.
I cittadini potranno anche non votare ma queste cose lo conoscono eccome. Perché le hanno imparate sulla propria carne viva.

Gianluigi Paragone – giornalista

 

 


Reinvestire l’avanzo primario. Un passo prima di abbandonare l’euro?

Uscire dall’euro. Noi con una moneta sovrana. Attraverso una fase intermedia come quella proposta dal Manifesto di solidarietà europea. O con una conveniente autoespulsione della Germania. Ognuna di queste tre vie, applicata in maniera ragionata, pianificata e controllata, risolverebbe buona parte dei problemi del nostro Paese. Chi legge questo blog sa bene che la penso così.

La strada non sarebbe né facile né priva di rischi. Ma quella che stiamo percorrendo, è ormai evidente anche ai più beceri, porta in un luogo ben preciso e dal profilo inquietante. Un luogo che siamo soliti chiamare “terzo mondo”.

Alle élite che ci governano (plurale … perché non penserete mica che vi governano solo quelli che avete eletto no?) frega ben poco. Un politico, un’industriale, un banchiere, stanno meglio nel terzo mondo che qui da noi. Meno controlli, più forze di polizia a salvaguardare la loro sicurezza, più libertà nel reprimere il dissenso, più distanza sociale dal ciarpame che inonda di sudiciume le periferie urbane. I ricchi sono più ricchi nel terzo mondo. I poveri sono più poveri e non contano un cazzo. A conti fatti meglio appartenere all’élite del terzo mondo che a quella del (si fa per dire) primo … o secondo che sia.

Senza nemmeno il timore di sembrare complottisti dell’ultima ora, mettere in evidenza il progetto di terzomondializzazione del nostro Paese è quasi come dire che fumare fa male. Un’ovvietà. Eppure anche le ovvietà di tanto in tanto vano rinforzate. Perché la tendenza è quella di dimenticarle. Per sostituirle con ipotesi più martellate dal tam tam mediatico.

L’unico che nel panorama politico sembra dar voce alla questione è, ad ora, quel vecchio volpone del Caimano. Eh sì, perché quello sta una spanna sopra a tutti! Quando gli serviva riacquisire credibilità in Europa, ci regalò il pareggio di bilancio in costituzione. Praticamente fu lui a imporci una delle mannaie che oggi oscilla pericolosamente sopra le nostre teste. Ma si sa, in quel periodo c’era il caso Ruby. E il puttaniere cercava disperatamente di riaccreditarsi statista. Ancora non aveva capito che lo stavano sostituendo con qualcuno più affidabile. Oggi però incita le folle, gridando al Governo “freghiamocene del vincolo del 3%, tanto non ci cacceranno mica”. E si appresta con questo ennesimo trucchetto a fare le scarpe a PD e 5 stelle.

Ma la cosa più triste in tutto questo è che Mr B. ha ragione. Chiaro, considera l’ipotesi solo e unicamente pro domo sua, ma nonostante tutto ha ragione.

Esiste infatti una misura che potrebbe essere messa in campo subito per dare ossigeno all’economia ancora prima di pianificare l’uscita dall’euro. Il reinvestimento dell’avanzo primario. Fabio Santini lo spiega su Il Fatto.

Si dirà che lo fa per calcolo politico. Si dirà che ha governato per anni adeguandosi all’austerità. Si dirà che parla fuori tempo massimo. E si diranno altre cose più o meno sensate. Ma saremmo intellettualmente disonesti se negassimo che questa volta ha ragione Berlusconi: la politica economica del governo dovrebbe effettivamente guardare oltre i vincoli europei.

Per quanto mi riguarda, credo di averlo già chiarito pochi giorni fa sul “Sole 24 Ore”: bisogna utilizzare l’avanzo primario (l’eccedenza delle entrate fiscali sulla spesa, esclusi gli interessi sul debito), sfondando il vincolo europeo del deficit al 3%. Nelle condizioni date, non ci sono altre strade altrettanto efficaci, certe, per rilanciare l’economia. Infatti, nessuno ormai può più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito già tre anni fa, con la famosa “Lettera degli economisti”le politiche di austerità sono fortemente recessive e fanno sprofondare l’Europa nel baratro. Quanti sostenevano che i moltiplicatori della politica fiscale – che appunto misurano l’impatto dei tagli e delle tasse sulla produzione nazionale – fossero trascurabili (o addirittura negativi, secondo la favoletta per cui l’austerità favorirebbe la crescita) sono stati sbugiardati nella maniera più plateale. Come ha scritto Krugman, mai nel ring della storia del pensiero economico un match teorico si era chiuso con un ko così netto. I keynesiani, favorevoli alle politiche anticicliche di stimolo della domanda, hanno messo al tappeto i falchi della austerità. Insomma, oggi vi è unaclamorosa contraddizione tra la condizione in cui siamo, per molti aspetti peggiore di quella del ’29, e l’idea di proseguire con tagli della spesa pubblica (che, si badi bene, è già a livelli inferiori della media europea, considerando anche la spesa per interessi) e aumenti delle tasse.

L’azzeramento dell’avanzo primario, costruito con le politiche di lacrime e sangue, vale oltre 35 miliardi di euro e avrebbe un effetto benefico rilevante per l’economia italiana. Quanto benefico? Ebbene, utilizzando l’intervallo stimato da Olivier Blanchard – l’illustre quanto moderato capo economista del Fondo Monetaria Internazionale – l’effetto espansivo sul Pil italiano sarebbe, nel giro di 9-15 mesi, variabile tra i 34 e i 62 miliardi di euro, cioè tra i 2 e i 4 punti di Pil, con un valore medio superiore ai 45 miliardi di euro. Ma quest’ultima sarebbe una stima davvero molto prudente, se è vero che un ulteriore recente studio dello stesso Fondo Monetario Internazionale considera che il moltiplicatore della spesa in Italia, in una condizione recessiva come quella in cui siamo, dovrebbe assumere molto più probabilmente un valore intorno al massimo dell’intervallo proposto da Blanchard. Per non parlare delle stime compiute sugli effetti delle politiche espansive di Obama(l’American Recovery and Reinvestment Act) che sono arrivati ad individuare moltiplicatori ben più ampi, pari a 3.

A quanti osserveranno che questa manovra farebbe incrementare il rapporto tra deficit e Pil, ricordiamo che un intervento di questo genere avrebbe ampi effetti retroattivi positivi. Intanto, la crescita del Pil tenderebbe ad arginare significativamente l’aumento dei rapporti di finanza pubblica. E, d’altra parte, le entrate fiscali aumenterebbero non meno di un punto di Pil, come conseguenza automatica della crescita. A coloro che vivono nell’incubo del debito pubblico, vorrei piuttosto ricordare che nella storia italiana il debito raramente è cresciuto velocemente come in questo periodo di austerità e che (per quanto il paragone sia in buona misura improprio) se una impresa è indebitata il modo razionale per risolvere la questione può ben consistere nello spendere qualcosa in più per tentare di incrementare il fatturato, riducendo il peso dei debiti. A chi si chiede di quanto aumenterebbe lo spread sui titoli del debito pubblico, replico che si tratta di questione più politica che tecnica, perché se la Banca Centrale Europea assumesse un profilo accomodante gli spread potrebbero addirittura ridursi.

Una strada difficile da percorrere? Certamente. Ma è la sfida cui siamo sfortunatamente chiamati e il resto sono frottole.

 


Questione secondaria?

La base inizia ad avere fretta. E a ragion veduta. Il paese cola sempre più a picco. Posti di lavoro che non vengono creati, quelli che ci sono che si restringono, disoccupazione da terzo mondo soprattutto quella giovanile, imprese alla canna del gas. E via dicendo. Bisogna uscire dalla palude.

E la cosa più importante per questo passaggio, l’ho scritto più volte su questo blog, è la politica economica. E in quell’ottica la revisione sostanziale del dogma dell’euro. Questa la premessa che sembrerebbe mettere tutto il resto in secondo piano. E uso il condizionale per una ragione ben precisa. In secondo piano, nella mia ottica significa anche (per un  paio di questioni in particolare) “sottoterra”, nel senso “nelle fondamenta”.

Il problema del nostro paese, è ormai chiaro a tutti quelli che si prendono la briga di studiare e leggere, non è il debito pubblico e non è nemmeno la casta corrotta e spendacciona. Ma siamo sicuri? Ovvero. Il problema principale è costituito dall’indebitamento estero e dall’attivazione del ciclo di Frenkel. Secondo il quale fra un po’ o si cambia marcia o facciamo il botto. Ormai abbiamo studiato e lo sappiamo. Ma chi ha permesso che le cose arrivassero a questo punto? Io? Voi commercianti? Voi tassisti? Voi grafici pubblicitari? Voi piccoli imprenditori, dipendenti, consulenti, operai, farmacisti? No. E’ evidente.

Un comitato d’affari che intreccia politica, burocrazia ministerial-amministrativa, banche, grandi settori corporativi dell’economia ha speculato e guadagnato sulle nostre spalle per almeno 20 anni (contiamo solo quelli della seconda repubblica nonostante quelli della prima non è che fossero diversi). Siamo soliti riferirci a lor signori con il termine di classe dirigente. Nel perseguire i propri interessi (diretti o indiretti) la classe dirigente ha trascurato (nella migliore delle ipotesi) importanti segnali che preannunciavano il declino e l’avvicinarsi del bordo del baratro. Quel settimo stadio del ciclo di Frenkel da cui indietro non si torna. Da cui si salta in una nuova avventura. Con molti margini di imprevedibilità. Nella peggiore delle ipotesi, invece, la classe dirigente sapeva, e sapeva bene. Ma il gioco valeva la candela, perché sapendo in anticipo chi vincerà basta scommettere su di lui per mettere insieme piccole e grandi fortune. Non solo economiche.

E allora mi chiedo: in questo scenario è pensabile che sia questa stessa classe dirigente a partorire il nuovo indirizzo che dovrebbe salvare il nostro futuro e invertire la tendenza? La domanda è ovviamente retorica. No. Non potrà mai accadere. Un’assemblea non elegge mai il candidato che propugna la sua stessa estinzione. Nessuno sceglie di suicidarsi se dalla vita può ancora ottenere qualcosa. I parlamenti (e le loro consorterie) non sono sette evangeliche che si danno fuoco nel palazzo all’avvicinarsi del giorno del giudizio. Sono molto più furbi.

E allora forse dovremmo rivedere un po’ le nostre aspettative. Ritararle alla luce di ciò che il risultato elettorale ha realmente significato. Leggo articoli in cui si scrive “è cambiato più nello scorso mese che nei 20 anni precedenti”. Vero per carità. Temi e comportamenti impensabili e quasi impronunciabili fino a ieri oggi lo sono. Ma le pretese, legittime e sacrosante, della base elettorale del M5S sono inevitabilmente destinate ad essere, nell’immediato, deluse. La classe dirigente è stata, per ora, appena scalfita dal risultato elettorale. In Parlamento il “nuovo” rappresenta ancora la minoranza. E soprattutto è un nuovo di superficie. E’ tutto da dimostrare che alla prova dei fatti la superficie nasconda anche la sostanza. I presidenti della camere rappresentano al 50% un’astuta mossa tattica. Ma nient’altro. Gli otto punti del programma di governo sono anche peggio. Fuffa allo stato puro utile a cercare i senatori necessari alla fiducia. E utile in seguito per poter infilarci dentro tutto e il contrario di tutto. Al di sotto dell’epidermide degli eletti la situazione è esattamente com’era. Il 90% dell’iceberg naviga saldo nel solito mare.

Il nuovo per ora è una mano di vernice che cerca di tenere in piedi lo scafo fatiscente della nave Italia.

Siamo quindi prigionieri di un paradosso?

Per cambiare la politica economica ci vuole una nuova classe dirigente. Quella vecchia continuerà solo a produrre vernice spendibile in termini di immagine ma che, alla fine, nasconderà le solite ricette, chiamandole in modo diverso. Ricordate il finanziamento pubblico ai partiti che diventò magicamente rimborsi elettorali? La logica sarà la stessa. Ciononostante il nuovo corso è urgente, serviva già ieri. E però per costruire una nuova classe dirigente ci vogliono anni. Non bastano un manipolo di benintenzionati inesperti che totalizzano poco più di un terzo degli eletti (ce ne sono sparsi anche oltre il M5S). E qualche mese a disposizione.

Nello specifico, sarebbe ora che il M5S proponesse il suo programma di riforma economica. Ma se anche lo facesse, pensiamo realmente che gli altri 2/3 del parlamento lo approverebbero? Pensiamo veramente che le cordate consolidatesi in 60 anni di partitocrazia si riposizionerebbero in funzione del cambiamento che ne mina nelle fondamenta guadagni e privilegi? Siamo realmente convinti che i Mandarini che siedono nei gabinetti ministeriali permetterebbero la realizzazioni dei loro “piani”? La tecnocrazia europea rimarrebbe a guardare? I mercati e le loro agenzie del terrore e del rating avallerebbero la nova linea?

Impensabile. Se si guarda in giro per il mondo recente, soluzioni estreme di questo tipo sono state adottate solo da paesi in cui la forza politica del Presidente aveva la maggioranza assoluta, quasi plebiscitaria, con forti sospetti di incrinature autoritarie della democrazia. In America Latina ad esempio mi vengono in mente l’Argentina peronista della Kirchner, il Venezuela bolivarista di Chavez e l’Ecuador di Carrera. E l’ultimo esempio sta già lentamente cedendo terreno al vecchio che inesorabilmente avanza di tre passi ogni volta che il nuovo ne fa uno.

Cosa fare dunque? Purtroppo gli spazi di manovra sono quasi inesistenti. Se potessimo aspettare direi di puntare solo a un programma di medio termine che punti al rinnovamento etico-politico. Base unica sulla quale poi si possono pensare le “politiche” … di qualunque genere esse siano. Ma non possiamo aspettare. E quindi?

Provo a darmi una risposta:

1)      Nell’immediato continuare la battaglia per la costruzione di una nova classe dirigente. Con un time-span realistico. Un piano quinquennale. E non il vuoto pneumatico di “apriremo il Parlamento come una lattina”.

2)      Fare molta attenzione alla partita sul Presidente della Repubblica. A differenza del M5S i partiti hanno lo sguardo lungo. Puntano a un degno sostituto di Napolitano. A un altro profeta dell’inciucio. A un garante dell’impunità per Berlusconi e della permanenza per i piddini. E mentre il Governo (se mai lo formeranno) durerà lo spazio di un mattino, e il Parlamento poco di più, il Presidente e Capo dello Stato sarà lì per 7 anni a firmare le leggi. Quindi la partita sul Presidente della Repubblica è parallela a quella sulla nuova classe dirigente.

3)      Ho scritto più volte che l’anomalia M5S può continuare ad esistere e a immettere innovazione nel sistema della politica solo se rimane tale. Un’anomalia. Una volta normalizzata sarà inutile. Al massimo ridotta al Movimento 5 Percento. E allora che si dia massima espressione all’anomalia. Che il M5S proponga 5 punti (non 20 slogan) – come le 5 stelle – da realizzare nei prossimi mesi. E che li proponga mediaticamente ai cittadini. E li mobiliti perché il Palazzo sia costretto a un’altra mossa, magari di facciata, ma che scalfisca un altro po’ il moloch del pensiero unico. La comunicazione politica si fa raramente con i silenzi stampa e con le conferenze chiuse da un “non accettimao domande”.

Io di idee ne avrei almeno un paio su come farlo. Ma Casaleggio ha un’intera agenzia a sua disposizione. Che si inventi qualcosa! O che volendo mi offra un consulenza 🙂


Di che vi meravigliate?

Il fatto. I magistrati riprendono a convocare Berlusconi perché compaia nei vari processi di cui è protagonista. Ruby, la compravendita dei parlamentari, ecc. Un gruppo di parlamentari del PDL reagisce inscenando una manifestazione anti-magistratura, passeggiando per qualche ora sulle scalinate del tribunale. I simboli, come dico sempre, sono importanti. Perché la gente mangia cibo ma poi sono le narrazioni in cui è coinvolta che orientano i comportamenti. E simbolicamente è ovvio, il quel flash mob, che simo stati di fronte all’intervento di un potere dello Stato (quello parlamentare/legislativo) su un altro (quello giudiziario).

Nel caso di Berlusconi, poi, la cosa è ancora più evidente. I suoi ripetuti tentativi di imbavagliare i giudici con leggi ad personam hanno scatenato una risposta conflittuale di una parte consistente della magistratura. Quella parte che lui definisce politicizzata e che in realtà è semplicemente “partitizzata”. Basta osservare i destini di alcuni magistrati (Di Pietro, De Magistris, Ingoria sono solo i primi che mi vengono in mente) per non poterlo di certo negare come assunto generale.

Tuttavia, finché si parla di convivenza conflittuale, tecnicamente i confini della democrazia non sono assolutamente messi in pericolo. La suddivisione del potere regio di legiferare-controllare-sanzionare in 3 poteri separati fu pensata proprio per questo. Il confronto – anche conflittuale –  dovrebbe generare il controllo reciproco e l’equilibrio dinamico sul quale dovrebbe reggersi la democrazia. I condizionali sono d’obbligo perché conosciamo fin troppo bene le pesanti ombre di questo sistema. E come sia facile operare anti-democraticamente nelle zone di sovrapposizione dei vari poteri.

Come si colloca in quest’ottica l’intervento di Napolitano? Qualcuno lo sminuisce definendolo “equilibrismo”, “cerchiobottismo”. Ma siamo sicuri che sia solo questo?

Evidentemente dimentichiamo facilmente.

Qualche mese fa un certo magistrato di Palermo iniziò ad ascoltare le registrazioni di telefonate fra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano. Il tema era la trattativa fra Stato e Mafia. Mancino indagato. Napolitano no. A quel punto il Quirinale si scagliò con tutta la potenza di fuoco della massima istituzione dello Sato per sollevare il conflitto di attribuzione e ordinare la distruzione dei nastri. Ad oggi, se non sbaglio, ancora non sono stati distrutti. Ma di fatto i contenuti sono stati derubricati.

Questo non dovrebbe far suonare un campanello d’allarme? A prescindere dalle norme che permettono questo e non permettono quello – norme che scrivono uomini interessati e che quindi possono rispondere a alcuni interessi e non ad altri. Non si tratta della stessa ingerenza dei berluscones, semplicemente a ruoli scambiati? Se i simboli sono importanti, lo sono in entrambi i casi. E solo il tam tam servile dei media mainstream fa sì che oggi Napolitano sia ancora per alcuni una figura credibile. In un altro Paese lo avrebbero dimesso in poche settimane. Per un malore magari. Ma sarebbe sparito dalla scena politica.

Avrebbe mai potuto il bue dire cornuto all’asino? Direi proprio di no.

Meno che mai nel momento in cui si appresta a trovare la quadratura del cerchio per dare un governo al Paese. Cosa per la quale gli serve anche Berlusconi.

Potrei anche chiuderla qui e sarebbe sufficiente. Ma visto che non pensare ai retroscena in un ambito come quello della politica italiana – fatto quasi solo di retroscena – sarebbe un’ingenuità imperdonabile, mi spingo oltre.

Se sui nastri del processo di Palermo non ci fosse nulla di compromettente, a che pro sollevare il putiferio sul conflitto di attribuzione? Non è che Napolitano ci abbia fatto una bella figura in quella storia. E se non fosse stato per il M5S, Ingroia se lo ritrovava anche in Parlamento. E allora, non sarà mica che Berlusconi sa qualcosa – lui o uno dei suoi ex Ministri di Interno e Giustizia – e che questo qualcosa stia riuscendo a far leva sulle decisioni del Quirinale?

Non lo sapremo mai. Ma l’importante è avere il dubbio.