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Un Grillo non fa primavera

Quella dell’Europa di primavera. Quella della crescita …. che non ci sarà. Quella del benessere …. che non tornerà. Quella di un’opposizione che sui temi fondamentali dell’economia ….. sta indietro anni luce.

Il Movimento 5 Stelle continua imperterrito la sua marcia sul sentiero sbagliato. Assecondando e concentrando la rabbia dell’elettore (nemmeno so se medio, saranno i numeri a dirlo) contro la corruzione, l’inciucio, il malgoverno. Tutti temi sacrosanti ma che NULLA hanno a che fare con la situazione economico-finanziaria del Paese. Negli anni ’80 l’evasione e la corruzione erano ben più pervasive, eppure i nostri genitori stavano meglio di noi. Con uno stipendio viveva anche una famiglia. Ora con 2, di stipendi, è già tanto se arrivi alla fine del mese.

I “pugni sul tavolo” dello slogan per le europee non sono né originali (li hanno usati tutti i politici italiani dal Berlusconi antiteutonico in qua) né funzionali. Sono uno slogan vuoto e privo di senso. Che al massimo procurerà ai cittadini eletti un bel mal di mani. Come dice Sapir l’Europa non si cambia, si smantella.

Per le elezioni di fine maggio sono veramente in difficoltà. Dal punto di vista delle politiche macro-economiche (ovvero l’asse centrale attorno a cui ruota il nostro futuro e sulle quali si gioca il confronto elettorale) la posizione del M5S è identica (nella sostanza) a quella dei partiti delle larghe intese (PD, FI, NCD e satelliti vari).

Se dovessi guardare alle europee per ciò che sono (elezioni europee) dovrei andarmene in montagna quel giorno.

Se le dovessi guardarle per ciò che necessariamente verranno considerate (un test di tenuta dell’attuale governo, quindi di fatto elezioni politiche italiane), dovrei andare e votare l’unico partito di opposizione in grado di avere i numeri per deragliare la devastante alleanza centro-destra centro-sinistra che insanguina questo paese dai primi anni ’90.

Chissà ….

intanto di seguito una bella collezione di idiozie economiche e auto-smentite di Grillo e Casaleggio nel corso dei mesi.

Fonte: il forum economia di Cobraf.com

Euro

Casaleggio, video del maggio 2013: “se usciamo dall’euro dopo un po’ la lira vale zero, ammesso che torniamo alla lira”, per Casaleggio la priorità non è la svalutazione competitiva perché “prima bisogna risolvere il problema della corruzione, dell’efficienza, della burocrazia”. “vi ricordo alla fine degli anni ’80-’90 che non riuscivamo ad andare neanche all’estero, la lira non valeva niente, le vacanze all’estero erano una cosa impossibile,bisogna far sì che il sistema paese diventi competitivo, poi eventualmente si può pensare alla svalutazione competitiva ”..
Strano… nel 1988 io sono andato a studiare in America…chissà con che cosa avrò comprato i dollari necessari…lire no, dice Casaleggio perchè all’epoca nessuno le accettava e lui è un noto manager come dice Grillo, allora con cosa avrò pagato.. forse pepite ?

Casaleggio è sulla stessa posizione del PD

(Grillo)  … si potrà svalutare la cara vecchia lira del 40-50% , e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive”
“Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro e sì o no all’Europa” . I trattati internazionali non possono essere soggetto di referendum, secondo l’Articolo 75 della Costituzione.
1 dicembre 2011:  Ci sono due posizioni opposte sull’euro, entrambe con pari dignità . Occorre referendum in proposito”.
20 aprile 2012: “Bisogna iniziare a discutere di uscita dall’euro, non deve essere un tabù”
Primavera 2012: Intervista Sortino a Grillo: “Io sono per valutare una seria proposta di rimanere in Europa ma uscire dall’euro, con il minor danno possibile”. Con altri giornalisti “90 su 100 ci riprendiamo la lira”.
28 giugno 2012: “Io non sono contrario all’euro in principio. Ho detto che bisogna valutare i pro e i contro e se è ancora fattibile mantenerlo. Ma, se usciremo dall’euro, sarà solo a causa del nostro enorme debito pubblico.”
22 febbraio 2013, Piazza S. Giovanni : “Io non ho mai detto di uscire dall’Europa, io non ho mai detto di togliersi dall’euro . Voglio una consultazione popolare”

Slot machines
(Grillo) “Le aziende delle slot machines hanno evaso 98 miliardi” Si tratta in realtà della cifra delle multe stimate e calcolate per i due anni che le slot machines sono state scollegate dalla rete nazionale dei Monopoli di Stato. Infatti la Corte dei conti stabilì che l’importo reale da pagare era 2,5 miliardi. Va ricordato che l’importo massimo dei ricavi del gioco delle slotmachines è stato di 80 miliardi l’anno (2012), per cui l’utile su cui pagare le tasse (che sarebbero state evase in parte per i due anni) è ovviamente una frazione di questa cifra (in altre parole chi parla di 98 miliardi confondeva il fatturato con l’utile, se fosse vero che in due anni hanno evaso 98 miliardi i loro utili pre-tasse sarebbero stato sui 250 miliardi in due anni !!! Gtech varrebbe come Apple…)

Beppe Grillo alla tv pubblica tedesca Ard: ”Dobbiamo realizzare un piano comparabile con l’Agenda 2010 tedesca”, ovvero quella dall’ex cancelliere Gerhard Schroeder, e che gli ha fatto perdere le elezioni successive. ”Quel che ha dato buoni risultati in Germania, lo vogliamo anche noi”, dice lui.

Debito Pubblico
(Grillo) “L’85% del debito non è in mano nostra […] è in mano alle banche! Di cui la metà straniere: francesi, inglesi, tedesche.” In realtà il debito attribuito a soggetti definibili raggiunge solo il 27,3%, un dato assai lontano dall’85% menzionato. A questo dato va sommata la quota detenuta dalla Banca d’Italia (4%), di conseguenza il debito in mano agli istituti bancari raggiunge il 31,3% mentre la restante somma appartiene a soggetti privati.
“Non siamo falliti perchè metà del nostro debito era in mano alle banche francesi e alle banche tedesche. Se fallivamo noi ci portavamo dietro la Francia e la Germania quindi tutta l’Europa.” Nel 2010 la Francia aveva in pancia il 20.93% del debito pubblico italiano, mentre la Germania solo il 7.78%, per un totale complessivo di 28.71%. Il debito complessivo nel 2010 era pari a 1.841.912 milioni di euro.
“Metà del nostro debito è in mano a banche straniere – 511 miliardi ce l’hanno i francesi, 200 miliardi i tedeschi” (2012). Il dato fornito da Grillo viene smentito dal Bollettino Statistico di Bankitalia. A maggio 2012 il debito in mano a tutti i non residenti ammontava a 690 miliardi, pertanto solo le banche tedesche e francesi non potevano avere in pancia 711 miliardi di debito (ne avevano meno della metà).

Lira
Nel post intitolato “Il Diavolo veste Merkel” “Solo così l’Italia tornerà a vedere la luce. Una prova? Usciti dallo SME nel 1992, svalutata la lira di quasi il 20% e riguadagnata la sovranità monetaria, il rapporto debito / PIL scese dal 120% del 1992 al 103% del 2003” . La rapida discesa del nostro indebitamento non è coincisa con la svalutazione della lira, bensì proprio con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria, formalmente avvenuta nel 1993 – Trattato di Maastricht – e poi sostanzialmente il primo gennaio del 1999, dopo che il nostro governo riuscì a rispettare i parametri previsti dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997 adottato al Consiglio europeo di Amsterdam. Fino al 2006/2007 il costo del debito è sceso grazie all’euro, tanto che nessuno all’epoca sapeva cosa fosse lo spread, tanto era minima la distanza tra paesi forti, la Germania, e le nazioni economicamente più deboli, come la Grecia.

Opere Pubbliche
Grillo ha detto in un comizio del 20 febbraio 2013 che “un terzo del pil lo spendiamo per opere che crollano e un altro terzo per aggiustarle” . Quindi il 66% del pil sarebbe speso in opere pubbliche. Chi, come, dove e quando? Qual è la fonte? Non esiste. Basta leggere il bilancio dello Stato per verificare che tale misura non raggiungeva l’11% due anni fa e il 9% attualmente.

Province
Nel suo post “L’oracolo della Consulta e le province eterne” scrive che “i risparmi derivanti dall’abolizione delle province sarebbero di ben 17 miliardi di euro”. Il costo delle province si aggira intorno a quella cifra (erano 14 miliardi nel 2005). Di quei 14 miliardi del 2005 poco più della metà andava in istruzione pubblica (18%), trasporti (9%) e gestione del territorio (24%)! Il risparmio potrebbe essere (stima ottimistica) di 2 miliardi e non 17.

UE
“un terzo del bilancio europeo è speso per traduzioni”. Il bilancio del 2012, a essere precisi, è di 147 miliardi, e le traduzioni sono costate 330 milioni… ” l’Italia fornisce un terzo del bilancio dell’Unione Europea”. A essere precisi è il terzo paese per contributi, che è diverso, perché significa che versa 14 miliardi su circa 140, cioè un decimo. “i soldi del bilancio vanno in ipermercati e strade e petrolio…” La metà dei fondi europei, a essere precisi, vanno in sovvenzioni per l’agricoltura. Poi Grillo ha citato alcuni grattacieli in bambù che Renzo Piano avrebbe progettato in Australia: a essere precisi in Australia non esistono grattacieli in bambù progettati da Renzo Piano, a Melbourne semmai esiste un palazzo di legno (non in bambù e progettato da altri) che comunque è costosissimo. Poi ha detto che la Francia ha un bilancio di 17 miliardi di euro inferiore al nostro. A essere precisi è di 300 miliardi superiore.


Chi ha paura di Grillo?

E del Movimento Cinque Stelle, è necessario aggiungere. La domanda è lecita. Perché quando si attiva la logica dei due pesi e delle due misure (2P2M), allora qualcosa non quadra.

Un inciso prima di proseguire. Che siate d’accordo o meno con le proposte, le posizioni, i programmi del M5S la riflessione è comunque interessante dal punto di vista degli equilibri (forse meglio disequilibri) politici nel nostro Paese.

L’esempio più palese della necessità dell’interrogativo è il recente referendum interno al M5S sulla abrogazione del reato di immigrazione clandestina. 2 terzi degli aventi diritto hanno votato per l’abrogazione del reato. Esattamente il contrario di ciò che Grillo stesso aveva indicato. Puntuale è scattata la logica 2P2M. Se il leader zittisce i suoi iscritti si sollevano le urla di chi mette in dubbio la democrazia interna al Movimento. Se il leader si sottomette alle indicazioni del suo “popolo”, allora dovrebbe dimettersi (da cosa non si capisce). In sostanza un leader democratico non può esistere. O sei autoritario o devi dimetterti.

Tuttavia, a prescindere che siate d’accoro o meno con il reato in questione – o che siate d’accordo o meno con una o l’altra delle violazioni della democrazia – la cosa curiosa è da dove vengono gli strali contro il M5S

Inizia l’Unità:

Titolone in prima pagina “Grillo cade nella Rete”.

Poi l’articolo di Michele di Salvo

Dimissioni, se Beppe Grillo fosse un vero segretario

MICHELE DI SALVO «DALLE 10 ALLE 17 GLI ISCRITTI CERTI- FICATI HANNO ESPRESSO IL PARERE VINCOLANTE SUL VOTO che il gruppo parlamentare del Senato dovrà esprimere domani 14 gennaio sul “reato di clandestinità”. 15.839 hanno votato per la sua abrogazione, 9.093 per il mantenimento. I votanti sono stati 24.932. Gli aventi diritto erano gli iscritti certificati al 30 giugno 2013, pari a 80.383». Manca la firma «la Casaleggio e associati rende noto». Non si sa se anche approvi, ma tant’è. E con questo laconico comunicato che dal blog di Beppe Grillo, organo unico più che ufficiale del Movimento 5 Stelle, il popolo pentastellato apprende l’esito di questa consultazione, e tutti noi a nostra volta finalmente sappiamo, in barba all’articolo 67 della Costituzione, come il terzo gruppo in Senato voterà domani. Con questo comunicato si chiude – forse – una polemica politica e programmatica profonda, proprio con alcuni senatori che avevano sollevato la questione, rivendicato la decisione come comunque coerente con il proprio elettorato (e la propria coscienza), e ne era sorta una violentissima controversia, con un Beppe Grillo che si è lasciato sfuggire anche che «se avessimo detto che avremmo fatto questo ai nostri elettori avremmo preso percentuali da prefisso telefonico». I TEMI CARI ALLA GENTE Sl, un Beppe Grillo sempre molto attento ai temi «cari alla gente», non tutti, solo quelli vendibili in un populismo facile, senza troppe argomentazioni, condito con qualche cifra sbagliata e soprattutto senza mai rispondere alle domande scomode e senza mai rendere conto di molte sue affermazioni. Già, a un Grillo impegnato in questi giorni a definire una linea coerente con i suoi riferimenti europei, da Alba dorata ai No Euro alla parte movimentista del Fronte Nazionale, agli euroscettici inglesi e spagnoli, per un Beppe impegnatissimo a drenare i voti del centro destra tanto da «mandare in India» una sua delegazione perché finalmente si è accorto del caso dei marb, avere anche questa seccatura proprio non deve essere andata giù. Del resto il suo inseguimento della Lega Nord sui temi dei «clandestini criminali» e «immigrati che ci rubano il lavoro» è uno Stavolta a chi darà la colpa? Ai media contrari oppure ai complotti delle note lobby degli immigrati clandestini? dei pochi contenuti sui quali, c’è da dirlo, il Beppe nazionale e nazional-popolare non si è mai smentito. NIENTE DIKTAT Stavolta però sarebbe stato troppo continuare a far da sé, minacciare espulsioni e ritorsioni e diktat, perché di una qualche base hai pur bisogno se quanto meno alle elezioni europee vuoi presentare la lista della rabbia e dello sfascio. E allora dopo aver già messo a dura prova i suoi, decidendo da solo che «in Sardegna non ci si presenta» (numeri dei sondaggi alla mano sarebbe stata una debacle, ma non lo puoi mica dire e ammettere), una forma di «partecipazione» doveva tirarla fuori dal cilindro del suo blog. Ci ha pensato Casaleggio. Consultazione alla chetichella, poche ore senza alcun preavviso (le precedenti consultazioni erano state annunciate con svariati giorni di anticipo), e vediamo che cosa esce fuori. Gli è andata male. Stavolta ha perso Beppe Grillo. Certo, sarà colpa dei media contrari (che però per una volta non si sono occupati della vicenda), dei complotti delle note lobby degli immigrati clandestini, o per una volta di una sana e spontanea linea più che politica direi semplicemente «umana»? Certo quelle percentuali di votanti, appena 25mila su 80mila, qualche margine lo offrono. In fondo sarà stato per questo. In un qualsiasi partito o movimento anche solo tendenzialmente democratico, il «segretario» prenderebbe atto che la sua linea è stata bocciata, convocherebbe una direzione, un’assemblea, qualsiasi cosa di collegiale e rappresentativa della base «umana» del suo movimento, e si dimetterebbe. IL PROPRIETARIO Ma come fai nel caso di Grillo? Lui è il proprietario del logo, il presidente di un’associazione a tre con suo nipote e Gianroberto. Privarlo del logo sarebbe un esproprio proletario, o una donazione forzata. E poi a chi? In attesa di sciogliere un dilemma, che perla verità siamo certi Beppe non si è mai posto, registriamo la fine del laconico comunicato. Più per la sua base leghista e di destra che per noi o per i suoi: Beppe precisa «con l’abrogazione si mantiene comunque il procedimento amministrativo di espulsione che sanziona coloro che violano le norme sull’ingresso e il soggiorno nello Stato». Adesso sì che siamo tutti più tranquilli.

Le parti in neretto fanno capire fin troppo bene l’antifona. Per l’organo ufficioso (uno dei tanti) del PD Grillo va a destra. Cerca i voti degli euroscettici (che per definizione sono di destra visto che gli euristi più convinti sono di sinistra?) e dei movimenti razzistoidi.

Gli risponde il Giornale e la penna è quella del suo direttore.

Grillini Fuori controllo. Il titolo accenna di nuovo alla questione della democrazia interna. Il Leader non li controlla più.

II Movimento Cinque Stelle sconfessa il suo leaderBeppeGrillo e si schiera per l’abrogazione del reato di clandestinità. La decisione è il risultato di un referendum lanciato su Internet tra gli iscritti: due terzi hanno votato sì, solo un terzo ha seguito l’indicazione del capo che soli pochi mesi fa aveva pubblicamente smentito – e fermato – un suo parlamentare che voleva proporre una le : e pro immigrazione facile. Per chi non lo sapesse, il reato di clandestinità non è una tortura suppletiva per i disperati che sbarcano sulle nostre coste, ma una norma di legittima auto-tutela di un libero Stato in vigore in tutti i Paesi civili, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa. Adesso lo sappiamo: votare Cinque Stelle vuol dire andare verso una immigrazione selvaggia eimpunita. Non cheorail reato di clandestinità spaventi più di tanto o serva da diga contro le ondate di immigrati. Ma ribadisce un principio fondamentale: in Italia entra solo chi ha un permesso, e quindi un lavoro e quindi una casa. Su questo non si può e non si deve trattare, pena abdicare alla sovranità, oltre che alla sicurezza delle nostre città. Quello dell’immigrazione clandestina non è l’unico caso in cui i grillini scherzano col fuoco. Le loro coccole ai manifestanti NoTav nei giorni caldi delle contestazioni violente in Val di Susa avevano creato un alone di simpatia attorno a un movimento, i No Tav, che oggi scopriamo pesantemente inquinato non solo da facinorosi e delinquenti comuni, ma addirittura da terroristi. Sono infatti di queste ore minacce di morte in puro stile brigatista che, sotto la bandiera No Tav, vengono rivolte a giornalisti, politici e addirittura magistrati. La deriva dei Cinque Stelle conferma il sospetto che da sempre abbiamo nutrito. Un conto sono le estrose, e a volte condivisibili, esternazioni di Grillo contro la casta, le banche voraci e l’Europa del cappio all’Italia. Altro è lo zoccolo duro dell’elettorato Cinque Stelle, pericolosamente vicino all’ala più radicale della sinistra e forse anche oltre. Qui uno rischia di votare per abolire i vitalizi dei parlamentari e di ritrovarsi con i clandestini liberi e protetti, con i violenti a farla da padroni in Val di Susa, con una nuova stagione di terrorismo. E per come si stanno mettendo le cose non c’è certezza che il vecchio Grillo riesca a tenere la situazione sotto controllo via Internet. Anzi, il voto di ieri, semmai, dimostra il contrario.

Per Sallusti Grillo va a sinistra. Anzi di più. Ci regalerà una nuova stagione di terrorismo sanguinario. Non solo ma è un leader troppo democratico, che non riesce tramite la magica bacchetta della Rete a tenere a bada i suoi iscritti.

Ma insomma Grillo va a destra o va a sinistra?

La risposta a una domanda stupida non può che essere idiota nel contenuto e inutile nella forma.

La realtà è che la campagna elettorale per le Europee è già bella che iniziata e i due Centri (quello a destra e quello a sinistra) se la fanno addosso. Cosa succederebbe se i loro magici sondaggi prendessero una cantonata peggiore di quella presa alle politiche dello scorso anno? Cosa succederebbe se le operazioni di maquillage del giovanilismo renzalfaniano o dell’ennesima plastica berlusconiana si rivelassero inutili mascherate? Che rinsaldano la fede dei duri e puri ma non convincono gli indecisi, ago della bilancia e necessari per la vittoria elettorale?


Minisaggio a puntate: Grillo e la crisi italiana

Interessante. Un analisi equilibrata che mi sembra mettere alcuni puntini sulle I. L’autore è un’esperto di comunicazione  e marketing social.

 

Fonte prima parte: http://biagiocarrano.blogspot.it/2013/04/minisaggio-puntate-grillo-e-la-crisi.html

Fonte seconda parte: http://biagiocarrano.blogspot.it/2013/03/minisaggio-puntate-grillo-e-la-crisi.html

 

Parte 1: democrazia e internet

Chi si attarda a tentare di inquadrare il MoVimento 5 Stelle in uno schema di destra o di sinistra, chi discute su se sia stato internet o la televisione a produrre il maggior numero di voti, chi cerca un parallelo politico nelle esperienze estere o di altre epoche (ne elenco alcune: qualunquismo, poujadismo, peronismo, personaggi come Viktor Orban, Nigel Farage, Pym Fortuyn, eccetera) semplicemente non ha capito nulla non solo del MoVimento, ma soprattutto non ha capito che il cambiamento intende impattare non solo sul sistema politico ma sull’assetto sociale complessivo del paese Italia e sulle ideologie dominanti, intese come retoriche che legittimano comportamenti e assetti di potere.

Democrazia, rete, rappresentanza

Nel 1995 la rivista Time pubblicò una copertina dell’edizione internazionale con un ritratto di George Washington con due auricolari: wired democracy, recitava il titolo. Wired come connessa, ma anche come recintata: processi decisionali basati sull’informatica che possono escludere più che includere. La rivista già parlava di un “populismo elettronico” , che, in polemica opposizione alla distanza tra eletti e cittadini, spingeva  i politici a prendere in considerazione ogni sondaggio, ogni telefonata o fax, ogni iniziativa promossa da talk show televisivi o radiofonici, con il rischio di creare un corto circuito tra media e democrazia rappresentativa. Che ne è del processo decisionale esperto se esso si fa condizionare da umori e passioni che non trovano un momento di elaborazione e confronto con visioni opposte? Dunque l’ambivalenza dei media e di internet in rapporto alle forme di partecipazione popolare non è cosa nuova a chi se ne occupa.

All’ambiguità dei media e ancor di più di internet si aggiunge anche l’ambiguità del concetto di democrazia, parola che sembra inequivoca, bella e lucente, usata, quasi sempre a sproposito e sulla base di un equivoco, per rendere inattaccabile ogni frase in cui la si cita o la si celebra.

Ma cosa si intende quando si parla di democrazia? Si crede comunemente che tale concetto sia nato nella Grecia classica ma si tratta di una mera assonanza fonetica. Democrazia era un termine usato spregiativamente dai nobili per indicare letteralmente “lo strapotere brutale del popolo” e Tucidide fa dire a Pericle che “La parola che utiliziamo per definire l’organizzazione del potere cittadino è democrazia per il fatto che essa, nell’amministrazione, si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza”. E la maggioranza che aveva diritto di partecipare alle assemblee dell’agorà era costituita in effetti da una minoranza, composta solo dai maschi adulti che possedevano abbastanza risorse per pagarsi l’attrezzatura militare. Lo stesso Tucidide afferma che ad Atene non c’era la tanto vituperata democrazia (strapotere del popolo) ma un principato, inteso come governo di un protos aner, lo stesso Pericle, appunto. (Cfr. Luciano Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia).

Da queste ambiguità duplici e tra esse intrecciate discendono oggi tutte le idee e le false metafore che parlano di internet come la nuova “agorà”, meglio come di un’agorà digitale”. Siamo costantemente vittime di giustapposizioni logiche che quando riescono a diventare metafore finiscono per confonderci e per spingerci a non interpretare i fenomeni “iuxta propria principia”. La democrazia moderna è un’agorà greca oppure è un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, come la storica definizione di Lincoln? Quali aspetti della democrazia modernamente intesi vengono toccati da internet? Per arrivare al tema del momento: l’uso che Grillo fa della rete è davvero “democratico”?

Tra le tante declinazioni moderne della democrazia ce ne sono due che approfondirò: democrazia come diritto d’accesso (a informare, informarsi  ed essere informati) e democrazia come “governo in pubblico”.

Vediamo il primo caso. Checché ne scriva Serena Danna, il blog di Beppe Grillo è stato in questi anni il principale luogo di informazione su fatti e iniziative spesso volutamente ignorati dai media mainstream in Italia. Una serie di tematiche che il sistema dei media rifuggiva, minimizzava o censurava ha trovato spazio sul blog di Grillo. Ricordo a memoria il dramma di Federico Aldovrandi, i danni causati dagli inceneritori e dai ripetitori, il movimento No Tav. Il blog ha offerto la possibilità a tanti cittadini di dire la propria tramite un commento quando questo costume era ritenuto eretico dai principali quotidiani online. Inoltre ha consentito lo sviluppo di dibattiti tra i partecipanti attraverso i lunghi thread che si sviluppavano, ha creato degli opinion leader (alcuni di essi oggi in parlamento) che partecipavano più costantemente e con maggiore acume e preparazione alle discussioni. In questo senso sbaglia la Danna a parlare di un utilizzo vecchio del blog. Il web sociale non è dato dall’uso di piattaforme banalmente intese come social quali  Twitter o Facebook ma dalla logica di utilizzo del media stesso. Se utilizzi un blog per aggreggare sei più “2.0” di un’azienda che sulla sua pagina facebook spara aggiornamenti in una logica meramente broadcast.  Se non è sociale un blog che riesce ad aggregare persone in migliaia di incontri reali sul territorio e finisce per essere votato da 8,7 milioni di italiani non so cosa possa esseredefinito “social”.

Ecco quindi che il blog di Grillo  (che si definisce, non a caso,  “il primo magazine solo in rete”) ha creato una zona franca di discussione che oltrepassava l’agenda setting dei media predominanti. La diffidenza se non il disprezzo verso i media tradizionali non è stata dunque una strategia elettorale ma nasce da scelte editoriali e da una critica di fondo ai media tradizionali elaborata su numerosi episodi di censura o di distorsione dei fatti denunciati per anni da Grillo.

Il secondo elemento democratico è quello del “governo in pubblico”. In questo senso il blog di Grillo si inserisce in una corrente molto più ampia che ha avuto il suo apice in Wikileaks. I rimborsi elettorali sono quasi folclore rispetto all’idea di portare le telecamere dei cellulari dentro le Camere e dentro le Commissioni parlamentari. In questo vi è una radicalità che trovo difficile non definire democratica, nel senso appunto di una costante scrutinabilità del potere da parte del cittadino informato.

Quindi una rete intesa come strumento di governo in pubblico, questo sì considerato dai grillini come un elemento di rottura rispetto all’opacità che caratterizza i processi decisionali italiani. Ovvio che questo principio, praticato da sprovvedute come Gessica Rostellato, porta a situazione patetiche e ridicole. Facile prevedere che ve ne saranno altre: la profondità di comprensione delle dinamiche della rete tra i promotori del Movimento e alcuni eletti in Parlamento è abissale.

Questo ci porta a ragionare nel prossimo post sul modello di governo della rete. Se non vi è un centro e la rete è per sua natura acefala, la leadership non è in un punto della rete (dove al massimo ci può essere un’aggregazione di attenzione e di reputazione), ma dietro o sopra di essa, ovvero in chi crea le condizioni e l’architettura logica e ideologica della rete.

Parte 2: rete, gerarchia, organizzazione

Molto si è polemizzato sull’utilizzo tradizionale e broadcast che Grillo e Casaleggio farebbero del blog. Ragionamento opinabile, se non distorto dalla malafede. Il titolare del blog non risponde ai commenti promossi dai suoi post, indi non crea la conversazione, non si apre “alla diversità e al confronto”, quindi è ununiverso chiuso, autoreferenziale, “centripeto e partigiano”. Ovvio quindi il sillogismo: il MoVimento 5 Stelle non dà spazio alle critiche, è autoritario, in definitiva è antidemocratico. Fine della storia: incaselliamo Grillo con Orban e Marine Le Pen (che rimastica il timore antieuropeo nell’interpretazione di Hollande ai fini di polemica interna e lancia inviti che cadono nel vuoto della sua incomprensione del fenomeno 5 Stelle) e non se ne parli più.

Forse però le cose non sono così semplici. Il blog di Grillo è una piattaforma sociale che ha connesso finora centinaia di migliaia di vite. Un luogo virtuale dove si scatenano di continuo decine di discussioni molto concrete che vanno, per toni e concetti, dal raffinato al greve. I commenti possono essere votati e acquisire maggiore visibilità. Queste discussioni e i relativi commenti finiscono per “esondare” su altre piattafome sociali come Facebook e Twitter, suscitando interesse e polemiche, consenso e insofferenze. Tutti questi moti browniani di pensiero scatenati dal blog hanno il carattere tipicamente anomico e acefalo di una rete senza snodi. Producono consenso o polemica ma senza un ordine, una gerarchia di impatto o una prevedbilità dimostrabile, come quella che appunto della diffusione di un virus. Questo movimento acefalo si è verificato anche nelle rivolte arabe, quando hanno si sono creati sul web infiniti focolai reali o virtuali di protesta contro i regimi, facendo emergere come sentire comune pensieri e idee fino a poco prima censurate dai media tradizionali, controllati dai vari rais. Ma le rivolte libertarie non sono diventate rivoluzioni libertarie proprio perché la natura acefala di internet non ha fatto emergere leader capaci di introdurre i principi di internet negli assetti giuridici che regolavano questi stati. Inevitabile è stata dunque la presa del potere da parte degli islamisti che avevano invece una struttura, rigorosamente gerarchica, capace di inserirsi nel vuoto di potere e legittimazione creato dalla rivolta diffusa da internet.

La contraddizione organizzativa del M5S sta propria nella gestione di una piattaforma sociale libertaria tuttavia controllata dai due fondatori Grillo e Casaleggio (il quale ha paragonato il controllo sui media italiani di massa di Berlusconi a Matrix).  La gerarchia non sta nella piattaforma sociale, ma sta dietro o sopra di essa, in chi la rende possibile. L’ipocrisia o l’ingenuità di chi accusa i due di non essere democratici sta proprio nel non rendersi conto che ogni rete, ovvero ogni sistema non gerarchico, ha almeno un livello di gerarchia in chi rende la stessa rete possibile. Mentre dentro la rete le gerarchie non esistono e possono verificarsi semmai degli snodi temporanei di consenso, il potere gerarchico di chi fa sussistere la rete è assoluto. È la gerarchia semi totale sul web che ha Google, è quella totale che hanno sulle loro piattaforme i dirigenti di Facebook e Twitter, è la gerarchia fondante dell’energia elettrica sull’internet stesso.

Penso che Casaleggio sia in grosse ambasce per questo, e non per qualche transfuga messo in conto già durante i comizi in campagna elettorale. Come gestire la rete che è stata creata senza produrre dei meccanismi di controllo gerarchico interni ad essa? Come evitare che la produzione e la diffusione virale di certi memi  non abbia effetti devastanti sui principi stessi del Movimento? Banalmente: come controllare i commenti e i dibattiti cercando un equilibrio tra rispetto dei principi di base (tra cui la libertà di opinione) e tutela degli indirizzi programmatici? Come promuovere l’intelligenza collettiva evitando che essa diventi coglionaggine di massa?  Per restare al tema di questi giorni: come essere capaci di pensare “out of the box” per la Presidenza della Repubblica senza finire per fare proposte di “outsider” fuori dai giochi che condannerebbero il M5S all’irrilevanza?

La rete per sua natura non si autoregola. Questa idea della rete come un territorio per sua natura libero da condizionamenti fa (quasi) il paio con l’esaltazione acritica del libero mercato che si autoregola fatta dagli iperliberisti. Se la rete non si autoregola per evitare il caos o l’insensatezza che ne deriva bisogna perciò accettare delle gerarchie che vengono applicate ad essa o a porzioni di essa, che possono chiamarsi Google, Facebook, Reddit (folksonomies), o Casaleggio e Grillo.

Se si comprende l’idea estrema di Casaleggio di superamento di tutte le forme di intermediazione all’interno della rete, allora diventano comprensibili e giustificate le espulsioni di chi intendeva creare delle strutture territoriali intermedie o di chi voleva utilizzare i media tradizionali per crearsi un ruolo che oltrepassasse quello del proprio ambito territoriale.

Fino a che punto, pur di far funzionare e rendere pregnante la rete che ha promosso, devi tradire o mettere tra parentesi i principi che propugni? Non sono giorni facili per Grillo e Casaleggio, e non per le gaffes di un Crimi qualsiasi.


Una persona geneticamente di sinistra

Si definisce così il mittente di questa email. Potreste pensare che me la sono inventata. Non è così. Ma non ho nessuna intenzione di mettermi lì a tentare di dimostrare il contrario. L’autore vuole rimanere anonimo. E quello che m’interessa è mettere in evidenza il paradigma. Almeno altri 3 o 4 amici che hanno votato PD mi hanno detto le stesse identiche cose.

Fate un po’ voi ….

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Qualcuno mi ha detto che la poesia è una cosa e la politica un’altra. Io ho risposto in questo modo…

Poesia è immaginare che in questi vent’anni la sinistra, avendo la possibilità di un suo rappresentante alla presidenza della Repubblica, avesse fatto in modo da svelare gli oscuri intrecci delle stragi di stato, in cui tante persone, tanti cittadini hanno innocentemente perso la loro vita, per sempre. Patetico è stato il fatto che sia successo proprio il contrario!

Poesia è immaginare che a promuovere ciò fosse stato il Presidente della Repubblica, padre dei padri, garante per le nuove generazioni di verità e giustizia.

Poesia è pensare che la sinistra avesse fronteggiato il fenomeno ”Berlusconi” con una legge sul conflitto di interessi in grado di risparmiare al paese vent’anni bui, colmi di arroganza, ignoranza, intrallazzi e corruzione estesa. Vent’anni di inciviltà e razzia dei beni comuni a favore delle privatizzazioni. Patetico è pensare che la sinistra non sia stata complice in qualche modo, in qualche miserando modo.

Poesia è essere consapevoli che i cittadini non solo votano, ma vengono anche influenzati ed “educati a votare” in funzione della manipolazione di cui è capace la comunicazione di massa, poesia è essere consapevoli che in Italia pochi leggono i giornali e si informano, molti ascoltano la televisione e ascoltano acriticamente. Patetico è non riconoscere il contributo potente che la sinistra ha dato nell’affossare il nostro sistema scolastico tra i migliori negli anni 70/80

Poesia è immaginare che il Pd avesse accettato come Presidente Rodotà, uscendo dallo schema della propria convenienza, buttando il cuore oltre l’ostacolo e rischiando di ascoltare –dopo tanto tempo, troppo tempo- le indicazioni dei propri elettori di base. Patetico aver partecipato alle primarie, avere sperato, aver accettato di fare gli scrutinatori in condizioni da dopoguerra mentre il Partito dispone di ben altre risorse che dedica sicuramente non a coloro che sul territorio si fanno il c. per loro.

Poesia è immaginare che constatata l’impossibilità/incapacità di eleggere Rodotà, il Pd avesse votato compatto Prodi. Patetico è limitarsi a credere ad un manipolo di traditori che l’hanno fatta grossa, invece che all’esistenza di un bubbone coltivato da tempo nel cuore di una cultura gerarchica, fondata sull’interesse personale e del proprio clan, sulla vischiosità dei processi decisionali e il gioco dello scarica barile delle responsabilità.

Poesia è immaginare che in questi anni per dare forza all’opposizione la sinistra avesse promosso consentito contribuito a sostituire le vecchie generazioni con nuovi giovani preparati  e scelti in funzione delle loro capacità e competenze e non alle appartenenze. Patetico sentire alcuni lamentarsi del fenomeno Renzi, prodotto fisiologico di ciò che i padri e le madri della sinistra non hanno saputo fare

Poesia è immaginare che, se la sinistra avesse fatto la sinistra, Grillo non avrebbe avuto ragione di fare la sua comparsa  e Berlusconi sarebbe stato stroncato sul nascere, come avviene in tutti i paesi civili. Patetico è credere che in una situazione come questa possa funzionare il governo delle larghe intese, credendo ancora, ancora, che il meno peggio possa essere la soluzioni di problemi veri, complessi le cui soluzioni in buona parte dipendono da decisioni che si prendono a livelli di cui non abbiamo visibilità.

Forse se avessimo creduto di più tutti nella poesia non ci troveremmo in questa situazione oggi così inesorabilmente, drammaticamente, insopportabilmente patetica.


Il 25 aprile dei Marcello Pera

In pochi si ricorderanno le esternazioni dell’allora Presidente del Senato. Di quel Marcello Pera, amico e portavoce nel cuore dello Stato delle litanie di Papa Ratzinger, che sosteneva che:

“I cittadini dell’Europa – ha detto Pera – non pensano europeo perché l’Europa stessa non si sente europea”. Sembra quasi che non apprezzi “il senso della propria storia”. Per questo il richiamo alle radici cristiane da inserire nel Preambolo del Trattato, secondo Pera, “non è solo una questione accademica, storica, filosofica. Si tratta di qualcosa di più, si tratta di identità”.

In poche parole l’identità dell’occidente sarebbe cristiana. E non riferirsi a quel paradigma culturale indebolirebbe la pregnanza storica stessa dell’Europa. Come a dire quindi che chi non è cristiano, o non si riconosce nei tratti distintivi della cultura anche laica che al cristianesimo si richiama, non sarebbe pienamente europeo. Ora come allora mi torna in mente la canzone di Gaber. Ascoltando le parole di Marcello Pera, misi a fuoco infatti, uno di motivi per cui non mi sento europea come non mi sento italiano.

Molti cittadini sdegnati dalle affermazioni del filosofo integralista (mascherato da laico) fondatore della mitica Fondazione Magna Carta (potente think tank iperconservatore) gli risposero che anche i laici, marxisti, atei, socialisti, ambientalisti o semplicemente cittadini volevano sentirsi europei a prescindere dalle idiozie cristiano-centriche di uno dei senatori più idioti della nostra Repubblica.

Fra quei cittadini, nemmeno a dirlo, c’erano molti esponenti della classe politica avversaria dell’allora Forza Italia a cui Pera apparteneva. Piddini in erba, socialisti di vecchia data, nostalgici della falce e martello, verdi, ecc. Ma soprattutto atei in là con l’età partoriti dalla lotta di Resistenza al nazifascismo. Che proprio l’inciucio ante-litteram fra la Chiesa e il Fascio avevano combattuto in armi.

E’ sintomatico dei nostri tempi rendersi conto cinque-sei anni dopo le affermazioni di Pera che alla fine un po’ di ragione il senatore l’aveva. Peccato che la caratteristica principale della cultura europea, e in primi di quella italiana (quella maggioritaria ci mancherebbe) non sia la “matrice culturale ascrivibile al Cristianesimo”, ma proprio l’atteggiamento fideistico e acritico. E che in esso siano immersi (inconsapevolmente?) proprio i suoi massimi detrattori.

Ieri Grillo (o chi per lui) ha postato sul blog un lungo riadattamento della canzone “Dio e Morto” di Guccini. Quella che la voce straziante di Augusto Daolio ha reso famosa. Nella versione di Grillo è il 25 aprile ad essere morto. Si può discutere sull’opportunità politica di quel commento. Ma si sa Grillo non è uno che abbia a cuore i metodi impomatati del politically correct. Ergo sul metodo niente di nuovo. Nel merito, però, ci sono un paio di seri motivi per essere d’accordo con lui:

1)      Una provocazione è sempre cartina di tornasole dell’atteggiamento peggiore di chi da essa si sente toccato. Ed è sempre più chiaro come la classe politica (non solo parlamentare) del nostro paese sia talmente priva di contenuti da vivere ormai solo di ricordi. Stretti attorno al simulacro della Resistenza, i Marcello Pera della pseudo-sinistra-centro mettono al centro dei tratti fondanti dell’identità italica la lotta al nazifascismo. Come il senatore forzitaliota mette il cristianesimo. Senza un minimo di autocritica, senza analisi, senza dibattito. Prendere o lasciare. La religione di Cristo come quella dei Partigiani. In un Paese in cui provare ad analizzare storicamente i limiti della resistenza, le sue ombre è un tabù che viene immediatamente accusato di revisionismo, o peggio di fascismo. Con la stessa veemenza con cui l’inquisizione bruciò sul rogo Giordano Bruno. Prendere o lasciare. O sei con me o sei mio nemico. Credere o non credere. Che suona sempre più come “credere, obbedire, combattere”. Tanto per chiarire che il fascismo fu un’idea politica ma che continua ad essere soprattutto un atteggiamento verso la diversità.

2)      Una provocazione mette in luce soprattutto l’idiozia. Rendendoci sempre più consapevoli dell’inettitudine, dell’imbecillità e dell’analfabetismo funzionale di cui è impregnata fino al midollo quella che dovrebbe essere la nostra classe dirigente. Perché, per non arrivare a capire che il post di Grillo è esattamente il contrario di quello che lo si è voluto far sembrare, bisogna essere o totalmente idioti o ridotti talmente male da arrivare non solo a strumentalizzare un messaggio, ma addirittura a distorcerlo fino a trasformarlo nel suo opposto. Se prima di dare fiato alla bocca, geni incompresi quali Vendola e i santoni piddini si fossero fatti spiegare (è evidente che da soli non c’arrivano) il post di Grillo, si sarebbero resi conto (forse) che si tratta proprio di un’esaltazione dei valori della resistenza distrutti e negati dai comportamenti indecorosi che loro stessi hanno messo in scena in questi anni. Si chiama negazione dell’opposto. Capisco che sia troppo complicato per i cervelli mono-neurone che siedono nei Palazzi. Ma non è poi così difficile. Tanto per chiarire il concetto a queste menti brillanti, la canzone originaria di Guccini la cantavano anche (e soprattutto) i cristiani intelligenti. Perché era nei soprusi descritti nelle strofe che veniva giustificato il refrain “Dio è morto”. Dio non è morto in assoluto. Ma “dentro alle stanze da pastiglie trasformate”, “ai bordi delle strade”, “nelle auto prese a rate”, “nei campi di sterminio”, “con gli odi di partito”.

Ma è ovvio, per fare questo ragionamento elementare bisogna essere un minimo intelligenti (non molto eh, basta il liceo, ma forse Vendola non ha fatto nemmeno quello) ma soprattutto non bisogna essere né colpevoli (e allora ci si sente toccati e scatta la consueta tecnica di difesa che consiste nello spostare l’attenzione della folla su qualcos’altro) né totalmente privi di contenuti da vivere ormai asserragliati intorno agli ultimi simulacri di identità rimasti alle spalle. Perché davanti, per il futuro, di progettuale non c’è nulla. Il vuoto pneumatico riempito dal pensiero unico.

Se invece di continuare a rimuginare sulle glorie della Resistenza questi deficienti si rendessero conto che il Paese la sta vivendo oggi un’altra Resistenza. Contro un potere invisibile e ubiquo. E che guarda caso nella vecchia e cara Europa la lingua dell’oppressore è sempre la stessa. Arbeit macht frei.  Se si rendessero conto di piccole cose come queste, potrebbero pensare a un prossimo 25 aprile (mi raccomando conservate la data come facevano i Cristiani quando sostituivano il credo unico ai riti pagani!) in cui festeggiare la liberazione dal giogo dell’euro. Dalle politiche espansioniste della Germania. Dalla morsa della recessione. Per far risorgere il 25 aprile come risorgeva il Dio morto della canzone di Guccini.

Ma anche per questo ci vuole intelligenza, non colpevolezza, contenuti. Tutta roba a cui la classe dirigente è totalmente immune.

Alla fine ha ragione Grillo. Il 25 aprile è morto. E’ morto soprattutto nella stupida indignazione dei suoi ipocriti sostenitori. Come era morto il Dio di Guccini. Senza, temo, alcuna possibilità di resurrezione.

Dedicata a Vendola e ai suoi simili:

Ho visto
la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente,
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,
dentro alle stanze da pastiglie trasformate,
lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,
essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
e un dio che è morto,
ai bordi delle strade dio è morto,
nelle auto prese a rate dio è morto,
nei miti dell’ estate dio è morto…

Mi han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede,
nei miti eterni della patria o dell’ eroe
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,
l’ ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
e un dio che è morto,
nei campi di sterminio dio è morto,
coi miti della razza dio è morto
con gli odi di partito dio è morto…

Ma penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi,
perché noi tutti ormai sappiamo
che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,
in ciò che noi crediamo dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo dio è risorto,
nel mondo che faremo dio è risorto…


Le 3 scimmie a 5 stelle e il prossimo Garage Sale Italia

I nomi non ce li avevo. E se ce li avevo non ce li hanno chiesti. E se pure ce li avessero chiesti non li avrebbe votati nessuno. La strategia comunicativa di Crimi (e quindi anche della Lombardi e del duo Messora- Martinelli) non mi convince nemmeno un po’. Sembra una perenne escusatio. Non vedo, non parlo, non sento. In continua e perenne difensiva dal nemico numero uno: il tritacarne mediatico. Per carità, la capacità distorsiva dei media mainstream è sotto l’occhio di tutti. Ma nel momento in cui rilasci (oggi) un’intervista a pagina 4 di Repubblica – forse il peggiore dei media mainstream – non puoi allo stesso tempo dire “non abbiamo fatto i nomi perché i media li avrebbero massacrati”. Finisce che qualcuno (a ragione?) pensa che in realtà eravate in alto mare e i nomi non li avete mai avuti. Come la progettualità che quei nomi avrebbe dovuto sostanziare.

Ma tant’è. Prime mosse tattiche (elezione di Grasso e consultazioni afone) dal mio punto di vista completamente fallimentari. Speriamo nella strategia. Sempre che prima o poi ci facciate capire qual è oltre al sacrosanto repulisti della classe dirigente (che comunque come dicevo giorni fa non è cosa secondaria ma nemmeno questione che si risolva a breve termine, e che comunque va ben oltre la sola riduzione degli stipendi)?

Anche perché ora oltre a un Parlamento sedato, a un governo in carica che tutto sta facendo tranne che “ordinaria amministrazione”, al binario su cui Draghi e la troika hanno messo il paese, ora abbiamo le 10 piaghe da affrontare. Che da Quagliariello a Violante tenteranno di salvare la capra con i cavoli. Tenteranno. Perché dubito che ci riusciranno. Sempre che ovviamente i lunghi coltelli del PD non facciano fuori ora e per sempre Rhom-Bersani e si spiani la via alle larghe intese. Infatti, a meno del dipanarsi di questo scenario, la clama piatta (sulla superficie) ci traghetterà direttamente verso l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Una questione non da poco.

Ne parlano sia Feltri che Travaglio oggi. E meraviglia delle meraviglie si riesce ad essere d’accordo con parte del discorso di entrambi.

Mentre i saggi cominceranno il loro lavoro, presumibil­mente inutile al fine di agevo­lare la formazione del gover­no, i partitisi daranno da fare per selezio­nare l’uomo sbagliato da mandare al Qui­rinale, diventato ormai il fulcro della poli­tica. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: la Repubblica presidenziale, tanto invisa alla sinistra di origine comunista, e cara alla destra di ogni tempo, è stata di fatto realizzata da Giorgio Napolitano, miglio­rista, già dirigente di spicco del Pci. Un controsenso? Sì. Ma necessario, dato che il sistema parlamentare, imbastardito da leggi elettorali scritte a capocchia e irre­sponsabilmente varate, non funziona più. Lo sanno tutti, pochi lo ammettono apertamente. Il Colle ha acquisito un’im­por­tanza strate­gica inimmagi­nabile solo qualche anno fa. Lo si vede in questi giorni. Dinanzi al pro­bl­ema della suc­cessione di Na­politano, persi­no quello del­l’esecutivo, dif­ficile da risolvere in mancanza di una maggioranza, è passato in secondo pia­no. L’attenzione dei politicanti d’ogni se­me è concentrata sulla più alta carica del­lo Stato. Il Pdl punta su un personaggio non pregiudizialmente ostile a Silvio Ber­lusconi e che garantisca equidistanza tra i vari schieramenti. Il Pd desidera poter contare su un amico, meglio ancora: un compagno. E il Movimento 5 stelle gradi­rebbe un signore della cosiddetta società civile, non implicato in interessi di parti­to. Feltri sul Giornale.

Crimi sostiene che Napolitano non gli aveva parlato dei saggi. E che anzi sostenesse che solo un governo politico poteva uscire dalle consultazioni. Delle due l’una. O mente Crimi o mente Napolitano. E visti i trascorsi (Palermo docet) propenderei più per la seconda. D’altra parte solo recentemente aveva detto che se ne sarebbe andato annunciandolo a media unificate. E poi ci ha ripensato. Di conseguenza fidarsi di Napolitano sui prossimi passi è come fidarsi di un commerciante sulla bontà della sua merce. Eppure Feltri ha ragione. La nostra democrazia parlamentare è schiacciata da una doppia anomalia, il parlamento esautorato dai governi a suon di decreti legge, e i governi esautorati da un Presidente della Repubblica Re. Preso atto di questo, e nell’impossibilità di modificare lo scenario nell’immediato, sarebbe il caso che anche il M5S si svegliasse. Al di là delle semplici Quirinarie online.

La Smorta Decina non combinerà un bel nulla, come tutte le bicamerali e bicameraline degli ultimi vent’anni. E ci accompagnerà dolcemente all’elezione del nuovo Presidente, che dovrà riprendere le consultazioni per mettere in piedi un governo. Che dipenderà molto dal nuovo Presidente e da chi l’avrà eletto. Reggerà l’intenzione del Pd di concordare un nome nuovo, fuori dai partiti, insieme ai 5Stelle? E soprattutto: i 5Stelle decideranno finalmente di giocare le carte che hanno in mano (e non sono poche), o continueranno a fare da spettatori? Giocarsi le proprie carte non significa né sporcarsi le mani né fare inciuci. Significa fare politica coerentemente con le attese degli elettori. Che, riguardo a M5S, non vogliono dare cambiali in bianco ai partiti. Ma neppure di rinunciare a influenzare la politica ogni volta che si può. Siccome il requisito indicato da Grillo per la scelta online del candidato Presidente nelle “Quirinarie” è l’estraneità alle vecchie poltrone, esistono personalità degnissime che rispondono a quell’identikit e possono piacere anche agli elettori del Pd. Il Pd, lo sappiamo, sarà tentato di mandare al Quirinale le solite muffe, da Amato a D’Alema a Marini. Ma potrebbe esserne dissuaso da una rivolta della base, se i grilli avanzassero candidature più autorevoli (non ci vuole molto). Dopodiché, quando ripartiranno le consultazioni, potrebbero finalmente proporre al nuovo Presidente un nome analogo e sfidare allo stesso modo il Pd su alcune proposte che fanno parte del loro programma, ma che non dispiacciono agli elettori progressisti. A quel punto il cerino, dalle mani di Grillo, passerebbe in quelle di Bersani (o chi per lui): se le boccerà, confermerà che il dialogo con M5S era un bluff e si assumerà la responsabilità di aver perso (e fatto perdere agli italiani) un’occasione d’oro; se accetterà, avremo un governo che ci sogniamo da chissà quanti anni. Travaglio su Il Fatto

L’elezione del Presidente della Repubblica non è solo un passaggio istituzionale. Il M5S lo sa. Ma c’è qualcosa che temo di più. Cosa? Quello che teme Feltri (ma che implicitamente teme anche Travaglio). Ovvero che la saldatura fra PD e M5S si realizzi su un nome impresentabile come quello di Prodi.

Grillo lo scriveva sul suo blog

Il pdl vuole un presidente di garanzia, un salvacondotto per i processi dello psiconano. Il pdmenoelle vuole anch’esso un presidente di garanzia, che lo tuteli dalla prossima bomba ternmonucleare del MPS. Entrambi vorrebbero un presidente “Quieta non movere et mota quietare (Non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato)”. Non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe Berlusconi dalle carte geografiche. [i grassetti sono miei. i suoi non a caso erano altrove]

E lo sanno anche i sassi che Prodi rappresenterebbe per Bersani il puntello contro i lunghi coltelli dell’ala renziana. Do ut des. Negoziazione. Il cuore della politica no? D’altra parte l’endorsement di Prodi al segretario dei segretari è arrivata di fronte a una piazza semivuota durante la campagna elettorale. Di conseguenza nessuna meraviglia che per Bersani il nome più papabile possa essere quello.

Ciò che né Feltri né Travaglio dicono è però che il vero pericolo rappresentato da Prodi (o da un “prodiano” qualunque) è il rinforzo per 7 lunghi anni e sine die della liturgia dell’euro e della dottrina cementificata del più Europa a ogni costo. Per chi non se lo ricordasse Prodi è il grande traghettatore del nostro paese verso la trappola dell’euro e dell’economia commissariata. E’ né più né meno che l’alter ego dei Monti-Draghi-Amato e compagnia cantante. Il Presidente ideale per la tecnocrazia europeista. Ovvero di quel Patto d’Acciaio cha ci ha portato esattamente dove siamo. E dove siamo è il bengodi degli speculatori. Quello dove sfruttando la crisi si fanno affari d’oro. Ascoltate ad esempio cosa racconta Andrea Bonomi, un nostro rampante uomo della finanza creativa al soldo di un grande gruppo di investimento.

MILANO (MF-DJ)–Come puo’ un Paese in piena recessione economica, in un momento di profondo cambiamento politico e generazionale e con un debito pubblico monstre, rappresentare ancora un luogo dove e’ interessante investire? Nelle ultime settimane l’Harvard Business School e la New York
City University hanno chiamato Andrea Bonomi, senior principal di Investindustrial, a rispondere a questa domanda che riguarda l’Italia.

Evidentemente, scrive MF, ai docenti dei due dei piu’ noti atenei americani in cui studiano i futuri top manager internazionali non pare cosi’ intuitiva la ragione per la quale un veicolo di investimento
italiano l’anno scorso sia riuscito a raccogliere 1,25 mld euro di impegni da parte di investitori internazionali. Per Bonomi, pero’, le due lezioni sono state una passeggiata, visto che il tema da affrontare e’ stato appunto lo stesso che il manager aveva dovuto svolgere di fronte ai potenziali investitori stranieri nella fase di raccolta dei capitali. E uno degli argomenti piu’ convincenti utilizzato da Bonomi ora come allora e’ stato il successo del caso Ducati. Con una quota di mercato piu’ che raddoppiata e un profittabilita’ triplicata in cinque anni la casa motociclistica ceduta da Investindustrial al gruppo Audi nella primavera del 2012 e’ un biglietto da visita importante per Investindustrial.

Bonomi agli studenti americani ha spiegato che quella ricetta puo’ essere applicata a numerose altre eccellenze italiane che, partendo da un importante piano di investimenti, hanno la possibilita’ di aprirsi ai
mercati internazionali e cogliere le opportunita’ offerte dalla globalizzazione. Dal punto di vista degli investitori esteri che guardano alle aziende italiane, se in Italia e in generale in Europa c’e’ la crisi,
e’ anche meglio. Perche’, ha spiegato Bonomi, si possono investire capitali a prezzi molto buoni con ritorni potenziali molto interessanti, nel momento in cui le aziende sono in grado di crescere velocemente, a ritmi da Paesi emergenti, perche’ e’ proprio quei Paesi rappresentano oggi i principali mercati dei loro prodotti.
Non e’ un caso che Bonomi sia anche uno dei fondatori di Why not Italy?, l’associazione creata da un gruppo di operatori di private equity, consulenti e docenti universitari italiani con l’obiettivo di promuovere l’immagine dell’Italia tra gli investitori esteri.

Per inciso la Audi (guarda caso) è tedesca. Gruppo Volkswagen. E Bonomi è uno dei tanti che organizzano il Garage Sale Italia. Ovvero il mercatino della domenica nel portico del nostro paese. Dove, viste le pezze al culo che abbiamo, anche aziende che funzionano si comprano a prezzi coreani. La crisi è un’opportunità. Per loro. Quelli che arrivano dopo che i sicari economici alla Prodi hanno affamato la bestia. Una partita di giro che non ha bisogno di colorite visioni complottistiche per essere concepita. Ma sta lì, davanti a tutti, dove nessuno la nota. Nascosta dagli slogan.

Vi ricordate Monti con gli Emiri del Kuwait? E i russi delle banche di Cipro? Dovrebbe essere ormai chiaro dove porta quella strada. Ovvero quella dell’indebitamento estero e della cessione a buon mercato degli asset nazionali. Di quelle che Bonomi chiama eccellenze.

Ebbene Prodi è uno degli inventori di questa strategia. Del “facciamo l’euro, serve la stabilità per attirare gli investimenti stranieri”. E’ un simbolo potente per le oligarchie internazionali e per le lobby finanziarie internazionali. Un simbolo e una garanzia. La sua nomina al Quirinale sarebbe il colpo definitivo da cui il Paese non si risolleverebbe più.

Speriamo nelle quirinarie? Speriamo che stavolta, avendocelo il nome, Crimi lo tiri anche fuori? Magari evitando di farsi scudo degli incubi orwelliani che sembrano disturbare i suoi sogni? Sveglia ragazzi perché se dopo Grasso fate eleggere pure Prodi passerete alla storia come quelli che hanno salvato Bersani da Renzi pagando il caro prezzo dei propri elettori. Io in primis.


Non cambierà niente – Parte II

Come titolo mi piaceva più “li stanno facendo a pezzi”. Poi mi sono accorto che non era proprio così. O almeno non solo. La cosa è più complicata. La giornalista della televisione svedese che per prima intervistò Grillo glielo aveva chiesto esplicitamente. “Sono giovani e inesperti. Appena entreranno in Parlamento li faranno a pezzi?”. Ma si sbagliava. Sui tempi. Li stanno già facendo a pezzi e nessuno di loro ci ha ancora messo il naso in Parlamento. E certo è che una mano gliela stanno dando anche loro.

Ma andiamo per ordine.

Li stanno facendo a pezzi. Si ma non solo attraverso l’opera di denigrazione che loro stessi denunciano. E su questo mi faccio aiutare di nuovo dagli strumenti delle scienze sociali. Quando i Padri della Chiesa si prefissarono l’obiettivo di affermare il Cristianesimo quale religione ufficiale si trovarono ad avere a che fare con la pletora di culti pagani (così li chiamavano – attenzione perché il linguaggio non è secondario nella ristrutturazione delle narrazioni) che i popoli già professavano. C’erano due strade. La repressione e l’assimilazione. All’uomo della strada viene subito in mente la prima. Ma basta soffermarsi su alcuni particolari per capire che è sempre la seconda quella più efficace. Il Natale venne posizionato al solstizio d’inverno (anche se in Galilea in quel periodo i bambini non nascevano). La Pasqua vicino all’equinozio di primavera. Due esempi, ma ce ne sono altri. Cristo nasce per indicare il cammino nel momento in cui il sole si abbassa sull’orizzonte e inizia il freddo. Quale momento migliore! Poi muore e risorge nel momento in cui l’inverno cede il passo alla rinascita primaverile. Il Cristianesimo sembrerebbe proprio una religione pagana!!

2000 anni dopo gli strumenti sono diversi ma la tecnica è sempre la stessa per neutralizzare un avversario. Colpisci e assimila. Colpisci e assimila.

In questi giorni mi capita spesso di ascoltare la radio, dove si parla della televisione, del web, dei giornali. Magia della multimedialità. E l’impressione è proprio quella. I pagani del Movimento 5 Stelle stanno subendo la cura riservata a tutte le anomalie. Colpisci e assimila. Colpisci e assimila. La Religione monoteista della partitocrazia si sa attrezzando.

Ieri sera su Radio Città Futura Sergio Staino, che sottolineava “sono di sinistra” a gran voce, diceva – quasi testualmente – “ma cosa abbiamo insegnato a questi ragazzi,. Seguono un pazzo. E’ il problema delle sette. Hanno fatto a tutti il lavaggio del cervello. Dice che ora vuole il 100%. Eh sì come Benito”. Colpisci. E poi proseguiva “a Roma feci un film e avevo bisogno di una faccia da violento. Presi uno dei centri sociali. Lo misi in un albergo e quello mi disse che non c’era bisogno, che non voleva l’auto. Dopo tre giorni non voleva più uscire dal parco de’ Principi. I deputati 5 Stelle? Finiranno così”. Assimila.

Poco dopo su Radio 24 in 3 facevano a pezzi il figlio di Dario Fo interrompendo a metà le sue frasi. Le domande – quasi tutte retoriche – giravano in torno al quesito di questi giorni “Ma perché seconde lei Grillo è democratico?”. E poi giù duri su padre, “qualcuno lo definisce il vecchio idiota al servizio di Grillo”. Colpisci.

Ieri Sartori sul Corriere smantella reddito di cittadinanza e vincolo di mandato. Poi afferma perentorio “Io ho spesso criticato molte delle regole che abbiamo. Però riesco a capire che non possiamo vivere e convivere senza regole. Se Grillo non le rispetta o non le accetta, le regole che abbiamo debbono rifiutare lui. Per esempio, se il suo non è un partito, allora i suoi eletti non hanno il diritto di costituire un gruppo parlamentare né di usufruire dei benefici connessi (per esempio di utilizzare una sede che grava sul bilancio del Parlamento). E prima di precipitarsi a cercare di «comprarli» (così direbbe Grillo) qualcuno ci dovrebbe spiegare che razza di rappresentanti sono”. Colpisci e assimila.

Il 5 marzo Repubblica scomoda il politologo biellorusso Evgeny Morozov. Che ha 29 anni. Ma come i giovani non erano inesperti? Gli fa una lunga e interessantissima intervista (in buona parte è facile anche essere d’accordo con lui. Sui contenuti di teoria generale è sempre così) in cui Morozov ammette candidamente di non sapere molto sulla politica italiana a parte quello che legge sui giornali americani, inglesi e tedeschi. Un esperto di Rete si informa così! Però questo gli basta per affermare “le inefficenze della politica, per usare un linguaggio da computer, non sono un bug (un difetto) ma una feature (una funzione). Per me il test è semplice: dimentichiamoci per un momento che stiamo vivendo una “rivoluzione digitale” e cerchiamo di cimentarci sugli argomenti dei movimenti come il 5 Stelle, basandoci su quel che sappiamo di filosofia e teoria politica. Queste argomentazioni, secondo me, non reggerebbero un’ora di seria discussione in un rigoroso seminario di Scienze Politiche di base”. Colpisci.

In un’altra intervista Umberto Eco ci va in vece morbido. Scomoda il Rosseau del Cotratto sociale e l’agorà ateniese. ”Il grillismo parlamentare è una contraddizione, di qui gli imbarazzi di Grillo, perché la sua idea era quella di un grillismo informatico. Se é impossibile riunire a legiferare i cittadini su una piazza, si crea la piazza informatica e mediante Internet si ricrea l’agorà ateniese, per cui il Sovrano è online. Ma l’idea non tiene conto del fatto che gli utenti del Web non sono tutti i cittadini, per cui le decisioni non vengono prese dal popolo sovrano ma da un’aristocrazia di blogghisti”. Il semiologo aggiunge, “l’impasse del grillismo che deve scegliere tra democrazia parlamentare, che esiste e che lui ha accettato partecipando alle elezioni, e agorà, che non esiste più o non ancora. Se ho delle esitazioni nei confronti di Grillo – che evidentemente si trova in un momento di stallo perché sta passando dalla protesta, in cui eccelle, alla gestione in positivo della sua rappresentanza parlamentare – ho invece una certa speranza nei confronti dei grillini, che non altro non hanno ancora rubato”. Colpisci e assimila.

Oggi Curzio Maltese recupera le domande a Berlusconi e ne fa una a Grillo. Lui che vuole il referendum sull’euro perché non ne fa uno alla sua base per capire se vogliono l’accoro con il PD? Non lo fa perché perderebbe! Maltese colpisce e poche pagine più in là Serra assimila. Colpisci e assimila. Lo stesso Serra che gridava al demagogo populista oggi tranquillizza gli animi. Il giornalismo in Italia in effetti fa schifo e stende il tappeto rosso alla politica accattona. Ma non preoccupatevi, non inseguite Grillo con i microfoni, la libertà di stampa non c’entra. Perché tanto parleranno. Prima o poi con noi parleranno.

Ma l’apoteosi è quella del prossimo numero dell’Espresso. Da una parte l’inchiesta sulle 13 società caraibiche dell’autista di Grillo. Dall’altra una lunga intervista Rodotà che bacchetta il suo partito e lasci aperto il futuro. Il Movimento 5 Stelle può avere evoluzioni opposte. Certo, ci vorrebbe un PD a 5 stelle. Colpisci e assimila.

In questo solco si situa anche la non trascurabile trovata (un po’ datata in realtà) della D’Urso. Invitare in trasmissione Matteo De Vita, iscrittosi ad un Meet Up il 24 febbraio 2013. Il giorno delle elezioni. E lo presenta come rappresentante del Movimento 5 Stelle. Facendo in modo ovviamente ce faccia una pessima figura. Colpisci e assimila.

Intellettuali, giornalisti di punta, presentatori, mettono in scena (più o meno volontariamente) dalla sera delle elezioni il paradigma del colpisci e assimila. Basta poi navigare un po’ la rete per capire che la tendenza dei mercenari (molti li pagano  – con i rimborsi elettorali – quindi il termine è solo in parte inappropriato) del Partito di Stato è la stessa. Forse un po’ più spostata verso il “colpisci”. La violenza verbale di molti commenti del variegato popolo del web anti-M5S testimoniano che l’organismo sociale è stato scosso nella sua interezza.

Dicevo che una mano gliela stanno dando anche gli eletti. Eh sì, perché se entri nella vasca dello squalo e fai la cernia c’è una sola fine possibile. Diventi il pasto di qualcuno. Le tesi di San Sepolcro e il socialismo rivoluzionario del primo Mussolini sono oggetto di riflessioni e dibattiti storici da decenni. I socialisti rivoluzionari che non vogliono Mussolini nelle proprie fila. Gli anti-fascisti indignati che qualcuno possa salvare anche un pezzo di Mussolini. I cosiddetti democratici che dicono “certo, infatti fascismo e socialismo hanno la stessa matrice totalitaria”. Insomma chi più ne ha più ne metta. Un ginepraio che puzza di trappola lontano un miglio. E tu che fai appena eletta? Il primo post che scrivi sul tuo blog affronta proprio l’argomento tabù per eccellenza. Alla Lombardi risponde  Bernini che intervistato da Ballarò si lancia in affermazioni quantomeno discutibili. Gli americani sperimentano chip sottocutanei per il controllo della gente. E poi mostra Zeitgeist come fosse la Bibbia rivelatrice dei funzionamenti occulti del potere. Per carità ognuno creda a ciò che vuole, c’è qualcuno che ancora crede ai programmi del PD quindi tutto è lecito. Personalmente mi interessa poco se credi a Zeitgeist o a Scientology, abbiamo politici che credono a Dio e orientano le politiche laiche dello Stato sui presupposti insegnamenti di un presupposto Messia nato e morto 2000 anni or sono. Ergo, quello che mi interessa è ciò che fai. Ma siamo sicuri che sia proprio quello il modo e il consesso in cui tirare fuori quelle idee? Non sarà un caso che prima di sapere che Vendola era gay l’abbiamo dovuto vedere in cima alle liste elettorali e con alle spalle un’avviatissima carriera politica? Insomma, in alcuni casi non ci vuole esperienza, ma semplice buon senso.

Accerchiati dai media e dalla classe dirigente pronti a destrutturarli e digerirli. Assediati dal 60% che ha votato per i partiti tradizionali. E nemmeno si sono seduti sugli scranni. Questo paese non riuscirà a cogliere il messaggio lanciato dai cittadini il 24 e 25 febbraio. E non ci saranno le piazze incendiate di cui parla Grillo. Perché è vero, lui ne è stato il catalizzatore. Ma allo stesso tempo le ha disinnescate. Quindi non ci saranno. Almeno non subito. Ci sarà il reflusso. Il ritorno di ognuno alla sua personale disperazione.

Perché questo alla fine è il paese che si appoggia sulla comoda stampella delle anti-identità. Ancora lo sento l’urlo della folla virtuale, gridato alla Lombardi. “Deve dichiararsi antifascista!”. Perché in Italia l’importante è essere anti qualcosa. Anti-fascisti ma anche anti-comunisti. Anti-berlusconiani. Anti- partitocratici. Anti-proibizionisti. Anti-abortisti. Anti-abolizionisti. In un paese dilaniato e distrutto, governato per 60 dei 70 anni dopo la Seconda Guerra Mondiale da forze di centro-sinistra nessuno sente però il bisogno di dichiararsi anti-centrosinistra.

Come governante la stampella dell’anti-identità ti permette di non assumerti responsabilità. Perché sono sempre di quelli dopo il trattino. Ti permette di governare senza realizzare un programma, perché c’è sempre lo spettro di quelli aldilà del trattino. Quando sei in difficoltà ti permette di sventolare il drappo rosso del pericolo oltre il trattino. E i cittadini terrorizzati faranno cerchio intorno a te. Perché la paura è da sempre il più efficace strumento di governo

Come cittadino la stampella dell’anti-identità ti permette di non metterti mai in gioco. Puoi fare come gli opportunisti sui campi di calcio quando ero bambino. Sempre defilati per evitare di sbagliare un passaggio e di poter essere derisi. Ma pronti a tuffarsi sulla palla sicura per mettere la firma su un goal.

In un paese incapace di realizzare il sincretismo fra le idee la rivoluzione pacifica è semplicemente impossibile. Nell’arco dei prossimi mesi il paese onnivoro digerirà e normalizzerà una parte del M5S, quella che oggi si manifesta propensa a un accordo con il PD e quella che nel tempo si piegherà. L’altra parte, quella di San Giovanni (che suona quasi come San Sepolcro – perché il fascismo represso era quello rivoluzionario, quello che ebbe la meglio era quello conservatore. Tanto per chiarire ai fanatici del dualismo da che parte sta oggi il fascismo che temono) verrà respinta fuori dal Castello Parlamentare. Una parte nel non-voto, un parte nelle manifestazioni, una parte nell’indolenza e nel menefreghismo, una parte nella solitudine della disperazione. Per questa parte inventeranno un novo anti. Anti-grillista? Anti-cinquestelle? Chissà. Sarà comunque un’altra di quelle etichette da salotto di cui fieri intellettuali si fregeranno. In un paese sempre uguale a sé stesso.