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Economia? No grazie non ci capisco niente

Molti di noi se la cavano così. Dismettendo il problema e delegandolo a chi ne sa di più. Fino al punto di prendere per oro colato qualunque idiozia un TG propini come realtà. Vorrei rassicurarvi. Dopo aver visto quanto poco capisce di economia il sottosegretario Del Rio … sottosegretario all’Economia (sic) … direi che c’è speranza per tutti. Basta leggere, approfondire, informarsi cercando fonti accreditate.

Ve ne propongo 2. Un video di Claudio Borghi a Piazza Piddina (ooopsss … Pulita). Che aveva di fronte proprio l’inconsistente vice di Padoan.

E un pezzo del caro vecchio Bagnai veramente a prova di principiante. Comprensibile, chiaro, cristallino.

In sostanza perché l’euro sta uccidendo l’Europa

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411

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La favola del Mostro chiamato Austerità e della Fata Fiducia

Quando ci guardiamo intorno e vediamo la desolazione in cui versa il Paese pensiamo alle stanze dei bottoni. Alle grandi centrali di interesse che come le iene ai bordi della boscaglia aspettano che le vittime spirino per gettarsi sulle carni ancora calde. E spesso pensiamo che nei Ministeri delle Finanze dei nostri paesi ci sia gente che studia, vaglia, decide. Magari in mala fede. Per fare soldi alle nostre spalle. Almeno, però, con capacità e competenze.

Diciamo che è molto probabile che non sia così. La classe politica che in Europa ha avviato e sostiene le politiche di austerità si rifà principalmente agli studi di 3 scienziati dell’economia. 3, non 30 o 300 messi a confronto. I loro nomi ormai vengono pronunciati come un mantra salvifico. In nome  di Alberto Alesina di Carmen Reinhart e di Kenneth Rogoff. Amen. Guarda caso tutti docenti e ricercatori ad Harward.

I loro tutti studi appartenenti alla corrente più liberista delle discipline economiche. Quella che in sostanza sostiene che:

“se la contrazione fiscale è parte di un credibile programma di “consolidamento” volto a ridurre in modo permanente la quota dello Stato nel Pil, le aspettative delle imprese saranno così incoraggiate dalla prospettiva di tasse più basse e profitti più elevati, che la conseguente espansione economica sarà più che compensata dalla contrazione della domanda causata da tagli alla spesa pubblica”

Una vecchia solfa sentita e risentita. Quella che Paul Krugman la chiama “Fata Fiducia”.

Per carità, in economia c’è chi dice tutto e il contrario di tutto. Ma di fronte all’evidenza dei fatti, una volta applicata per un decennio una teoria, e di fronte al suo peggiore fallimento, è possibile mai che a nessuno venga in mente di applicare uno dei principi base del buon senso? Se una cosa non funziona, fanne un’altra.

Ecco. Non funziona. E lì bisogna stabilire bene per chi. Perché per qualcuno funziona eccome.

Ma di nuovo … la recessione, la disoccupazione, il disagio … sono cancri sociali che prima o poi si trasformano in metastasi. E le metastasi non stanno più tanto a guardare dove si trova l’organo malato di partenza. Aggrediscono tutto e distruggono il corpo stesso che le ospita. Morendo con esso. Anche quei qualcuno che oggi ci guadagnano, prima o poi si troveranno alle strette. In una versione pacifica, semplicemente perdendo anche loro reddito, eroso dall’incapacità della gente di spendere – ovvero la molla unica del sistema dell’economia liberale. In modo meno pacifico, quando al momento di un eventuale crollo del sistema la gente si presenterà alla loro porta con il fucile alla mano. Siamo sicuri che questo andazzo gli convenga?

Nonostante la loro estrema devozione alle dottrine di Friedman e dei Chicago boys questi signori, è evidente, hanno letto anche Keynes. Solo che hanno letto male. Laddove l’economista diceva “nel lungo periodo saremo tutti morti”, loro devono aver interpretato “nel lungo periodo saremo tutti poveri”. Ergo meglio pochi giorni da leoni che anni da agnelli. meglio arraffare tutto subito e poi si vedrà.

L’atteggiamento più diffuso, infatti, sembra un misto di totale incompetenza e incredibile miopia. E questo prendendo in considerazione solo e unicamente l’interesse personale. Che se poi ci si imbarcasse nella considerazione più ampia degli interessi della collettività di cui la classe dirigente dovrebbe sentirsi responsabile, il discorso non finirebbe più.

Nel frattempo il Financial Times ci dice oggi che l’Europa allenterà le maglie dell’austerità. Dando più tempo a Spagna, Olanda e Francia per riportare il fatidico rapporto debito/PIL sotto il 3%. Dunque i burocrati si sono accorti che “nel lungo periodo saremo tutti poveri”? E invece del sacco di Francoforte puntano a innescare una nuova spirale di crescita della quale sarebbero i primi a beneficiare? Stanno forse abbandonando la dottrina Alesina- Reinhart –Rogoff.

Nemmeno per sogno.

In realtà usano la concessione di maggior tempo per premere sui Governi per le riforme tanto care ai super liberisti di ogni risma. E’ la vecchia scuola del FMI e dei Chicago Boys. Quando presti soldi (o in questo caso concedi tempo, che è lo stesso) poi hai il coltello dalla parte del manico. E ciò che chiedi in cambio ti verrà dato. Ascoltiamo cosa propone a proposito Christian Noyer, Governatore della Banca di Francia

“He said on Tuesday the government would have to go further in pension and labour reforms, warning that Paris cannot rely only on increased taxes and must cut spending to close its fiscal gap.

“Over a certain threshold, which our country has probably crossed, any increase in public spending and debt has extremely negative effects on confidence,” Mr Noyer said in presenting his annual report on the French economy to Mr Hollande. “The old model doesn’t work any more” he said of traditional efforts to boost demand by encouraging spending.

He added that France had to move away from public policies “overly concerned with preserving the jobs of the past” and allow for liberalisation that could help future job creation”.

Liberalizzazioni, riforma delle pensioni, precarizzazione del lavoro, tagli alla spesa pubblica. Tutto per creare fiducia nel deus ex machina degli investimenti (possibilmente stranieri). In una nuova versione sì … ma siamo sempre alla Fata Fiducia di Krugman.

Nelle favole che raccontiamo ai bambini le fate di solito sconfiggono i mostri. In quella di Alesina- Reinhart –Rogoff, imbracciata dai regnanti europei, la Fata Fiducia aiuta il Mostro Austerità a divorare i popoli del vecchio continente. Fino a quando il Mostro privato del cibo di cui si nutre si accorgerà che i suoi ideatori s’erano sbagliati. Aveva ragione Keynes, nel lungo periodo non saremo solo poveri … saremo morti.


Indebitandosi si cresce

 

All’uomo comune che sbarca il lunario sembra un comportamento folle. Ma il liberismo che idolatra la crescita infatti è una follia. Eppure ci viviamo in mezzo. Le sue regole le conosciamo. Eppure viviamo in un paradosso. Chi gestisce la macchina dell’economia pubblica non vuole né cambiare il sistema (abbattere il liberismo) né giocare secondo le sue regole. Un comportamento idiota. Che è molto peggio di un comportamento folle.

Tornando quindi all’interno della folle logica della crescita perenne, chiunque abbia un’azienda lo sa. Senza accesso al credito (ovvero senza contrarre un debito) non puoi investire e quindi non puoi fare profitti (ovvero crescere). Concetti che si danno per scontati in un letterato. Figuriamoci in un economista. Eppure, leggete dove vi pare, il pippone europeista del debito pubblico che danneggia l’economia viene ripetuto “over and over again”. Come il ritornello della danza della pioggia. Prima o poi infatti pioverà.

In proposito, i falchi europei che tengono sotto scacco i pigri spendaccioni dei PIIGS trovarono addirittura la loro bibbia nel famigerato studio di Reinhardt-Rogoff. Sì, proprio quelli che poi furono costretti a ritrattare ammettendo che nel foglio excel usato c’erano errori. Due professori di Harvard, sia chiaro, non due studenti dell’Università di Canicattì.

Andrea Terzi *** ci spiega come, a prescindere dall’errore (tutto da verificare), in realtà sia proprio la tesi del duo americano a fare acqua qui e lì. Forse più dei conti dei paesi indebitati.

Da: http://www.creditwritedowns.com/2013/04/why-the-reinhart-rogoff-paper-was-flawed-right-from-the-start.html. La traduzione è quella di google aggiustata dove non si capisce. Ma i concetti sono talmente lineari che la lettura vale di per sé la pena.

A questo punto, sembra che chiunque abbia una connessione internet sa della confutazione di Herndon, Ash, e Pollin (HAP) del paper di  Reinhart-Rogoff (RR) ìsul debito pubblico e la crescita. Minuti dopo la notizia ha iniziato a fare il giro del web, però, mi è stato chiesto cosa pensavo da amici i cui interessi sono abbastanza lontani dall’economia. Erano scioccati che professori di Harvard potessero fare tali errori imbarazzanti  e che le politiche di austerità potessero essere basate su un errore così imprudente.

Ma ho dato loro una prospettiva diversa:

  • Il paper di Reinhart-Rogoff ha gravi difetti, ben peggiori dei semplici errori di excel.
  • L’isteria per l’austerità isteria non scomparirà dopo la confutazione di Herndon-Ash-Pollin.

Quindi questo è il mio messaggio per voi in questo post, soprattutto se siete economisti.

Il documento RR è diventato famoso perché gli autori hanno affermato di aver trovato il “numero magico” – il numero che racconta a tutti noi esattamente quanto può essere alto il debito pubblico prima che le condizioni economiche peggiorino. L’Unione europea aveva fissato un tetto massimo per il rapporto debito pubblico / PIL al 60% per i paesi che aderiscono all’euro. Ma quello era un numero arbitrario che non era stato economicamente giustificato, era un compromesso puramente politico. Di conseguenza, non vi era alcun numero economicamente giustificato … finché RR hanno trovato la cifra giusta!

Nel loro documento, hanno sostenuto che il debito pubblico non nuoce alla crescita più di tanto se rimane inferiore al 90%. Ma una volta che il debito va oltre quella soglia del 90%, la crescita economica subisce una brusca frenata.

Molti responsabili politici hanno utilizzato questo numero il 90% – in particolare Olli Rehn in Europa, che lo utilizzò per affermare che non ci sono alternative all’austerità, in quanto è ben noto che il debito pubblico in alcuni paesi europei è superiore al 90% del PIL.

La recensione di HAP smontò definitivamente questa particolare teoria. Una volta che il file excel è stato corretto, non c’era nessun numero magico!

E tuttavia, come ho scritto sopra, ci sono difetti ancora più gravi nel paper di RR a parte gli errori di calcolo.

1. Analisi empirica: il rapporto debito / PIL è realmente correlato con la crescita?

RR hanno spiegato che un contributo fondamentale del loro lavoro era l’incorporazione di nuovi dati storici 44 paesi, lungo circa due secoli. Un dato importante perché quando si fa una analisi statistica di norma ci vogliono più osservazioni. E così gli autori sono stati orgogliosi di informarci che avevano usato “3.700 osservazioni annuali che coprono una vasta gamma di sistemi politici, istituzioni, tassi di cambio e politiche monetarie, e le circostanze storiche”. Questa sembra essere una caratteristica preziosa allora; si poteva esplorare lo stesso fenomeno in circostanze diverse per identificare relazioni stabili che si dimostrano validi anche in condizioni mutevoli.

Ma questo approccio per studiare la relazione tra debito pubblico e crescita economica non ha alcun senso. La gestione del debito pubblico, nonché le cause e le conseguenze del debito pubblico differiscono enormemente, a seconda delle configurazioni istituzionali, quali gli accordi di cambio, parità aurea, limiti alle operazioni delle banche centrali, regolamentazione bancaria. Qualsiasi media calcolata su un arco di tempo ampio per numerosi paesi è semplicemente mescolando le mele e le arance, e non è per niente significativo. Proprio per questa ragione, non sono mai stato interessato a un’analisi empirica del numero generato da RR. E ora che HAP hanno trovato l’errore, sono contento di non aver sprecato il mio tempo.

2. Teoria: Il rapporto debito/PIL è davvero la ‘causa’ di una crescita più bassa?

Nella loro replica RR sottolineano che sono stati “molto attenti … a parlare di ‘associazione’ e non ‘causalità’.” Questo è importante in ogni attività statistica professionale. Tuttavia, la loro affermazione non è autentica. Quando descrivono la relazione fra crescita e debito, RR suggeriscono chiaramente che il debito pubblico è una potenziale minaccia per la crescita e che il debito pubblico si accumula per due motivi: a) guerra (e questo è intenzionale) e b) in tempo di pace, “instabili dinamiche di economia politica”(e questo è anche il risultato di decisioni politiche). Il quadro che utilizzano per interpretare le loro (poco significativo) cifre è quella in cui il rapporto debito / PIL si presume essere chiaramente e univocamente interpretato come esogeno, cioè, determinato dal processo politico.

Essi, quindi, scelgono di ignorare che il rapporto debito / PIL è largamente endogeno, cioè, determinato dalla crescita della produzione e dell’occupazione. Ammettono che il debito è cresciuto in seguito alla recessione, ma descrivono questo aumento come il risultato di decisioni fiscali deliberate che, come RR suggeriscono, può essere inevitabile e utile, ma, una volta che il peggio è passato, la politica dovrebbe agire per abbassare tale rapporto ed evitare risultati anche peggiori. Tutto questo significa che, quando scoprono che i paesi ad alto debito hanno una bassa crescita, non sospettano neppure che questo può essere il risultato di un deficit pubblico troppo piccolo.

Sì, ho detto un deficit pubblico troppo piccolo, perché il deficit è il combustibile della domanda aggregata e la fonte di risparmio privato. Ricordate, i ricavi privati sono spese pubbliche. Quindi, se il deficit diventa più piccolo, anche il risparmio privato diminuisce. E se i risparmi privati ​​sono troppo bassi per io desideri di famiglie e imprese, famiglie e imprese cercheranno di risparmiare di più. Tagliaranno le loro spese e spediranno l’economia in recessione. E quando questo accade, il deficit pubblico sarà automaticamente più grande, per impedire la caduta libera dell’economia. Quando il deficit è diventato ‘più grande-abbastanza’, l’economia smette di cadere.

Il problema dell’austerità – qualcosa giustificato a causa del punto di vista di RR che il debito pubblico è pericoloso – è che impedisce la ripresa e costringe l’economia sempre più in recessione.

Insomma, sì, la correzione di un errore di excel nascosto in un documento di Harvard è una buona cosa. Tuttavia, anche con i numeri corretti, l’analisi empirica di RR rimane inutile – per il motivo descritto sopra al punto 1. E l’analisi è del tutto fuorviante per i motivi di cui sopra al punto 2.

A parte il loro scarso file excel, RR avrebbero bisogno di andarsi a rivedere la teoria sul ‘debito pubblico’.

*** Andea Terzi è professore si Economia e coordinator del progetto Mecpoc Project al Franklin College Switzerland.


La troika lascia Atene delusa

Lo sottolinea il Financial Times. Nonostante le pressioni il premier greco resiste su due punti:

1)      Alleggerire l’austerità a causa dell’aggravarsi delle condizioni sociali

2)      Limitare i pesanti licenziamenti nel settore pubblico. Che si vorrebbero fino a 25.000 unità entro il 2014

La leva da utilizzare? Un’ulteriore tranche di prestito da 2,8 miliardi di euro.

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Greece and lenders fall out over firings

By Kerin Hope in Athens

A dispute over sacking civil servants has stalled talks between Greece and the “troika” of international lenders, delaying disbursement of a €2.8bn aid tranche due this month amid fears the country’s bailout programme is already veering off track.

A joint statement by the EU, European Central Bank and International Monetary Fund said: “Significant progress has been made but a few issues remain outstanding”, adding that the mission would return in April after more technical work had been done.

It was only the second time in almost three years of regular reviews of Greek progress with economic reform that the troika has left Athens without agreeing specific measures with the government.

At a meeting on Wednesday night with Antonis Samaras, prime minister, the troika heads of mission rejected requests for austerity to be modified because of deepening social distress, arguing that more work needed to be done to quantify alternative measures proposed by the Greek side.

The governing coalition has pledged to avoid compulsory lay-offs to achieve a target of 25,000 civil service job cuts by 2014. But Greek officials failed to provide sufficient details of proposals to sack 7,000 public sector workers found guilty of misdemeanours, transfer less-skilled workers to a “mobility reserve” and accelerate retirements this year.