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Se andate in falesia, lasciate a casa il secchiello

E ogni altro freno non assistito.

Fra gli arrampicatori c’è una grande diatriba su quale sia il migliore freno da usare in ogni situazione. Quello non assistito così il volo è più morbido e l’assicuratore è costretto a stare attento? O quello assistito così anche un assicuratore incauto non provoca la caduta a terra del compagno?

La discussione è infinita. Ognuno ha la sua idea. E alla fine la maggior parte di noi conclude il dibattito con la solita frase. Nessun freno è garanzia di niente. Nessun freno è a prova di stupido. Non è il freno a rendere sicura una cordata ma l’assicuratore.

Già l’assicuratore.

Questa visione è fondamentalmente esatta. Niente può rimpiazzare l’attenzione e la perizia di chi fa sicura. Eppure è una visione viziata da una concetto monodimensionale della catena di assicurazione. Quello che si rivolge verso l’alto. Ovvero quello che pensa quasi esclusivamente al primo di cordata. Al fatto che il suo eventuale volo sia sicuro, controllato e che non metta a rischio la sicurezza team in parete. Questa visione funziona nella maggior parte dei casi. Ma esiste una categoria di rischio che essa non copre. Ovvero quella che si rivolge verso il basso. Quella che vede nella sicurezza dell’assicuratore, e non del primo di cordata, l’elemento di salvaguardia dell’intera catena di assicurazione.

Purtroppo parlo per esperienza. E ve la racconto. Poi provo a fare una considerazione finale.

Il distaccoPlacca. Via sul 6b. Cengia comoda su cui fare sicura. Via fatta almeno 10 volte. Passaggi che ricordo a memoria. Il compagno è molto attento. Uno di quelli con cui ci si controlla perfino il nodo e l’allacciatura dell’imbrago. Vado. Moschettono il primo spit e salgo in piedi su una lama. Di solito proseguirei e moschettonerei il secondo più in alto, oggi non so perché lo faccio dal basso. Quando è ancora sopra alla mia testa. Due palmi a sinistra dello spit c’è la solita orecchietta su cui mi appoggio di spalla per alzare il piede destro su un appoggio e poi ristabilirmi spaccando. Alzo la mano. Infilo i polpastrelli dietro all’orecchietta mi appoggio e ….

… crolla tutto! Si stacca un televisore da 40 pollici spesso due palmi e scivola verso il basso. Penso, cazzo! Penso, la corda! Penso, Giacomo! Ma già è successo tutto. Mi volto e lui urla. E’ sotto shock, si afferra la gamba destra e il dolore gli strappa frasi sconnesse. Sono ancora appeso. E lui non capisce più cosa succede. Non riesco a scendere. Intervengono le cordate vicine ….

Un paio di ore dopo siamo al pronto soccorso di Terracina. Per fortuna usciamo con due punti su un ginocchio e nessun danno evidente. Se ne abbiamo riportati altri sarà solo il tempo a dircelo.

Mentre siamo in sala d’aspetto ricostruiamo i secondi in cui la Dea Bendata ha deciso che non era il nostro giorno.

Mi apoggio all’orecchietta. Il pezzo di placca si stacca. Volo. Precipitiamo giù insieme. Il masso colpisce la lama e l’impatto si dissipa in gran parte lì. La corda mi tiene e solleva Giacomo da terra quel tanto che basta per scaricargli il peso corporeo dalla gambe. Proprio in quell’istante il masso lo colpisce sulla parte alta della coscia e “scivola” fino al ginocchio, spostandolo in aria come fosse di cartapesta.

La fortuna ci ha slavato. Solo la fortuna. In quelle frazioni di secondo non c’è procedura, esperienza, sicurezza, comportamento corretto che tenga. Se hai culo sei salvo se no sei spacciato. Bastavano mezzo secondi di ritardo e una traiettoria di 20 cm più destra e il masso tagliava la corda di netto e prendeva Giacomo mentre era ancora a terra. Il risultato era che io ero morto e lui come minimo sulla sedia a rotelle.

il massoLa fortuna non la puoi influenzare. La fortuna non la puoi né cercare né guidare.

Ma una cosa corretta l’abbiamo fatta. Abbiamo usato un freno assistito. Perché l’istinto di sopravvivenza, per quanto seppellito sotto gli strati della civiltà di cemento è lì, pronto a riemergere. E quando un masso ti viene incontro e ti colpisce e il dolore ti invade il cervello, le mani le stacchi dalla corda e le porti istintivamente sulla parte dolente. Perché se inciampi e cadi a faccia avanti le mani le porti davanti al corpo per salvarti il naso. Perché … Perché … Perché … Sono tanti i motivi per cui quelle prime frazioni di secondo, a prescindere dalla tua esperienza, dal tuo altruismo, dal tuo affetto per chi ti arrampica sopra le dedichi a te stesso. Non è un atto volontario o egoista. E’ il mammifero che salva sé stesso. E’ l’istinto. E quando l’uomo civilizzato riprende il sopravvento e pensa al compagno che cade … ormai è troppo tardi.

Quindi?

Quindi quando la catena di assicurazione non richiede l’uso di un freno non assistito, lasciatelo a casa. In falesia gli spit stanno piantati nella parete e un’eventuale sicura statica non li stacca. E se l’assicuratore, per qualunque motivo, perde le mani sulla corda, il primo non si schianta. Ciò non significa che il freno assistito debba diventare un alibi per fare sicura in maniera distratta, tanto quanto avere a casa una televisione non obbliga a guardarla. Ciò non significa che non si debba imparare a fare una sicura variabile (in funzione della morfologia della parete) e dinamica (laddove serva). Per questa basta accompagnare con il corpo il volo, o al massimo tenere la frizione aperta e usare il dispositivo come fosse un freno non assistito.

In sostanza … quando andate in falesia lasciate i freni non assistiti a casa. Non sono necessari. E se tutto va male possono essere letali. E vi assicuro. Quando va male, non ve ne accorgete prima. Ma solo dopo.

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Paura di volare

* contenuti tratti dal libro “9 out of 10 climbers make e same mistakes” di Dave Mc Loed

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Se i Big 4 – tecnica, forza delle dita, resistenza e gestione del peso – fossero tutto ciò che compone l’arrampicata, come mai il livello medio generale della popolazione arrampicatrice non è migliorato poi di molto negli ultimi 15 anni? Nonostante le palestre siano diffuse ormai in ogni città?

Si tratta di un altro componente dell’arrampicata che ha l’effetto di un coperchio rispetto a tutti gli altri: la paura di volare.

Volare, in termini relativi al tipo di arrampicata, è qualcosa di eccezionalmente sicuro. Soprattutto nell’arrampicata sportiva. Eppure per più della metà di noi è un pensiero terrificante.

Generalmente, guidare fino alla falesia è più pericoloso di un normale volo arrampicando da primo. Eppure il pericolo della guida nemmeno viene registrato dal cervello. Invece, appena siamo sopra alla protezione e incapaci di capire il movimento successivo il terrore consuma ogni nostra energia e concentrazione.

Spesso la gente sceglie su che tipo di terreno arrampicare in funzione della paura di volare. Succede soprattutto con chi si tiene lontano dagli strapiombi.

Si tende a rimanere nella nostra comfort zone provando solo vie che non sembrano troppo paurose. Sostenendo che questo non incida sulla performance arrampicatoria. Purtroppo questo è falso. Ogni componente dell’arrampicata infatti non agisce in isolamento ma incide su tutti gli altri. La paura di volare agisce sulla tecnica in maniera subdola, rendendo il movimento sempre meno efficace e incidendo su tutte le vie che si fanno. A prescindere dalla nostra percezione.

Un esempio è la necessita di creare momento e arrampicare dinamicamente. Quando si ha paura di volare si tenta di iper-controllare ogni movimento rendendo l’arrampicata statica e inefficace. Si innesca coì quello che viene definito loop di feedback negativo.

Paura di volare > movimenti statici > arrampicata inefficace > arrampicare diventa più difficile > la paura aumenta > movimenti sempre più lenti e statici

C’è solo una maniera di rompere il circolo vizioso. E chiunque può farlo.

Esercitare il volo.

Ho messo a confronto il pericolo del volo con quello della guida. La prima volta che ti metti al volante nel traffico o su un’autostrada la cosa è stressante. E questo perché l’unico metro con cui puoi valutare gli eventi è l’istinto, le sensazioni irrazionali. Guidi fra oggetti che si muovono rapidamente con poco più di secondi per decidere cosa fare. E sai bene cosa significherebbe un errore. Poi dopo alcune ore, o magari giorni, fai tutto sovra pensiero. Quasi senza accorgertene. All’inizio era stressante solo perché era sconosciuto.

Se ci fai caso, dopo anni di familiarità con la guida, anche se passi accanto a incidenti mortali, macchine accartocciate, questo difficilmente incide sul tuo modo di guidare.

Esempio che dimostra molto bene la forza del lavoro sulla percezione mentale.

L’unico modo di correggere questo processo è accumulare voli. Non uno o due. Centinaia!

Molti arrampicatori provano due o tre volte e poi si dimenticano completamente di questo capitolo. Il mio messaggio per loro è di praticare il volo un giorno sì e l’altro no per mesi. Per anni.

Uso me stesso come esempio. 5-10 voli da primo per sessione per un anno sono stati abbastanza per sconfiggere la paura irrazionale. Un altro paio di anni così e sono riuscito a fare in modo che la paura non influenzasse più la tecnica mentre scalavo. Un’altra diecina di anni così e sono riuscito a rendere priva di stress la mia capacita di decidere cosa fare quando sono al limite e un’eventuale caduta potrebbe anche essere rischiosa.

Il 70% di questo lavoro è stato fatto con la protezione all’altezza dei piedi. O anche meno. Ho fatto meno di 100 voli oltre i 12 metri. E forse solo 15 oltre i 20. Questi voli lunghi sono avvenuti quando ero pronto. Ciò ha significato che hanno rappresentato più parte del mio conto in banca rispetto alla paura di volare che non un problema.

Come tutte le componenti dell’allenamento anche  la paura di volare è reversibile. Se trascorrono mesi in cui non si esercita il volo si fanno passi indietro.

 

Tecnica di volo

Sono tre gli elementi di un buon volo: preparazione, volo, impatto

Preparazione

Ogni cosa che diminuisce le incertezze ha un incredibile effetto sulla tua reazione nel momento in cui sai che stai per volare. Ad esempio la consapevolezza di aver rinviato correttamente. O magari il fatto che il tuo assicuratore sappia esattamente cosa sta per accadere e sia pronto a tenerti. Basta dire “Occhio” per ottenere questo risultato.

Osserva la zona di roccia in cui cadrai  e il modo in cui cadrai. E cerca di spingerti in modo da rendere la caduta il più pulita possibile e di dirigerla verso il posto più sicuro. Quando stai per cadere avvisa il tuo compagno. “Volo” o “blocca” sono i termini più usati. Ma basta mettersi d’accordo.

Volo

Appena inizi a volare, per quanto sia naturale e difficile da evitare, evita di dare schiaffi alla roccia o di provare a rimanere appeso a una tacca svasa. Inizia il volo il più decisamente e ordinatamente possibile in modo da avere l’opportunità di controllare la traiettoria.

Sugli strapiombi cadere verticalmente non crea problemi. Su terreno verticale una spinta leggera verso l’esterno è tutto ciò che serve per trovare la giusta via di mezzo fra due estremi. Da una parte la necessità di volare oltre gli ostacoli presentati dalla parete. Dall’altra il rischio di un impatto troppo violento con la stessa alla fine del volo.

Quest’ultimo può essere maggiore soprattutto nelle cadute brevi o quando ci si esercita. Se l’assicuratore trattiene troppa corda per far sì che la caduta sia più breve, la risultante è una direzione ad arco e una caduta veloce con forte impatto. Niente del momento di moto viene infatti assorbito dall’elasticità della corda.

Questo tipo di cadute innescano un feedback negativo assolutamente dannoso quando si cerca di sconfiggere la paura di cadere.

Nel momento in cui la corda si tende l’assicuratore dovrebbe muoversi in avanti o sollevarsi per assorbire parte dello shock ed evitare traiettoria ad arco e impatto.

Ci vogliono coraggio e notevoli capacità comunicative per rassicurare chi arrampica che un po’ di lasco e l’assorbimento dinamico renderanno il volo meno pericoloso. Nella maggior parte dei casi quando si troveranno vicini al volo chiederanno la corda tesa. Potrebbe sembrare produttivo non ascoltarli e insegnare loro attraverso al pratica che volare dinamicamente sia meglio. Ma ciò potrebbe risultare in realtà controproducente andando a minare la generale fiducia nell’assicuratore.

Impatto

La tecnica di chi va da primo nell’assorbire l’impatto è alla fine l’elemento cruciale. La posizione corretta consiste nell’inclinarsi leggermente indietro e nel divaricare gambe e braccia in avanti preparandosi all’impatto con la parete. Braccia e gambe devono essere leggermente piegate e non rigide. Le gambe devono colpire la parete per prime e assorbire l’impatto. Le braccia dovrebbero essere lì non per assorbire l’impatto ma per mantenere l’equilibrio e rimanere dritti. Tenerle pronte è comunque buona abitudine nel caso in cui la caduta “vera” sia peggio di come pensiamo e le braccia servano anche per evitare che la testa subisca traumi.

Purtroppo se uno degli anelli di questa catena non è presente è probabile che il volo sia un’esperienza spiacevole che difficilmente si vorrà ripetere.

 

Gradualità

Cercare di passare direttamente a voli importanti saltando le prime fasi non è una buona idea. Inizia a praticare lasciandoti andare quando hai il rinvio ad altezza vita o anche da secondo con la corda lasca. Magari non la si può definire nemmeno una caduta. Ma questo aiuta a convincere la mente che staccarsi dalla roccia e finire nel vuoto è una cosa normale.

Poi prova con il rinvio all’altezza del ginocchio. Già in questo caso l’assicuratore deve fare in modo di lasciare la corda morbida così da evitare lo schiaffo contro la roccia. E’ incredibile quanto momento crea il corpo con una pur piccola caduta. Inoltre in così breve tempo non avrai nemmeno la possibilità di posizionare bene le gambe e i piedi.

Stadio successivo: volare con la protezione ai piedi. Si tratta di un salto notevole rispetto allo stadio precedente. Fra la corda fuori dalla protezione, il lasco e il movimento dell’assicuratore andrai sicuramente più giù di quanto ti aspetteresti. Sembrerà un vero volo. Ed è su questo tipo di voli che si esercitano veramente le posizioni di braccia e gambe per prepararsi all’impatto.

Solo quando con la protezione ai pedi sarai pronto a volare senza nemmeno accorgerti della cosa sarà il momento di cimentarsi in voli più lunghi e in situazioni meno confortevoli.

Nella psicologia dello sport questo si chiama “rendere a prova di stress”. L’idea è quella di usare le tue abilità psicologiche (fiducia) e di volo (pratiche) in un sempre più ampio spettro situazionale. L’effetto sarà quello di fare in modo che quando arriva il momento di usare quelle abilità, la pressione delle nuova situazione non si trasformi in un blocco tale da impedirti totalmente un’azione efficace.

Prova angolazioni diverse e situazioni diverse. Come ad esempio il volo con la corda in mano. E ricorda che come per il resto delle componenti anche per questa l’allenamento non è mai completo. Perché come per le altre è reversibile.

 

Sulla roccia

Scegli una via nella quale da uno spit non vedi l’altro o in cui i movimenti fra uno e l’altro non siano ovvi. Arrampica più in alto possibile fino a dove ti senti ancora tranquillo e vola in maniera volontaria e controllata. La volta successiva non tentare di completare il run out, fai solo un paio di movimenti in più e vola di nuovo. Continua e ripeti fino a quando la cosa sembra addirittura noiosa. Qualche lettore potrebbe pensare “ma ci vuole tutto il giorno”! Esatto!!!!

La chiave per salire i gradini della scala della fiducia in se stessi è comprendere la quantità di esercizio che ogni tappa necessita prima di essere in grado di muoversi verso la tappa successiva.

La questione con quelli che hanno veramente paura di volare è che si considerano esperti arrampicatori. Hanno già fatto la gavetta nell’apprendere da zero e non hanno nessuna voglia di sottoporsi di nuovo al lungo apprendimento che parte da esercizi di base.

In realtà, superare la paura di cadere è tanto più difficile quanto più si aspetta a esercitarla.

 

Inserire i voli nella dieta giornaliera di arrampicata

I voli dovrebbero essere inseriti sempre più nell’attività normale di arrampicata. L’ultimo stadio è quando i voli programmati e quelli veri convergono e si riesce a mantenere una dose giusta di voli su vie al limite come parte normale dell’arrampicata.  A quel punto non sembra più un allenamento, ma il risultato è lo stesso.

Per iniziare si può decidere di volare subito sotto la catena. Si completa la via, poi si disarrampica fino alla distanza dall’ultimo spit che si è scelta e da lì si pratica il volo. In seguito si può anche provare a volare dall’ultima presa della via con la corda in mano così da allungare il volo. E questo si può fare anche in palestra.

Se fai 20 vie in una sessione, 3 volte a settimana e provi il volo su ognuna (perché no?) stiamo parlando di qualche migliaia di voli l’anno senza bisogno di aggiungere tempo all’allenamento.

Fai questo piccolo sforzo e  sarà praticamente impossibile non avere enormi miglioramenti dal punto di vista della fiducia in sé stessi nell’arrampicata da primo. A patto, è ovvio, che la tua tecnica di volo le renda esperienze positive.

In aggiunta devi volare quando provi una via che non riesci a fare. Chi grida “blocca” e si siede sulla corda pensa che la fiducia in sé stessi rimanga la stessa. Magari non sta allenando l’audacia ma pensa che nel frattempo essa rimanga al punto dov’è. Sbagliato!

E’ il vecchio problema della specificità. Quello che fai, diventi!

E allora decidi apertamente di non gridare “blocca” e di non afferrare i rinvii quando non ce la fai più. Vola. A meno che non sia oggettivamente pericoloso farlo. E per rendere l’impegno ancora più reale, dillo al tuo socio che così ti aiuterà nei momenti di debolezza. Con il passare delle settimane smetterai di gridare “blocca” e prenderai a lottare fino al volo. E più la cosa prosegue, più diventa piacevole e semplice. In realtà si tratta di superare un paio di ostacoli iniziali.

In questo campo il clipstick (tattico, papero, ecc.) è il nemico. Se ti accorgi di affidartici anche un minimo, dallo via. Se te lo porti in falesia la tentazione di usarlo sarà sempre troppa. Ti riporterà dritto all’inizio ogni volta che tenti di migliorare.

Una volta che sei diventato un volatore abituale non rilassarti. Tieni traccia mentale dei voli che fai di mese in mese e se per un po’ non riesci a praticarne trova il modo di infilarli nel tuo allenamento per recuperare.


Il mio alluce destro

Quando sono a piedi scalzi non posso fare a meno di guardarlo. E’ diverso dall’altro. Il callo sulla nocca subito sotto l’unghia è grande. Evidente. Negli ultimi anni è diventato sempre più pronunciato, deformando di fatto l’intero dito. L’ho anche a sinistra questo callo. Ma è più piccolo. Meno evidente.

In molti non esiterebbero a definire sgradevole la vista di quella strana protuberanza dura e quasi insensibile. Ma io no. Spesso lo guardo con una certa soddisfazione.

Quando arrampichi scopri di avere un piede più grande dell’altro. Finché indossi scarpe normali non lo sai. Ma quando inizi a metterti le scarpette da arrampicata la cosa si fa evidente.

Le scarpe devono essere strette. Quanto strette dipende dalle tendenze masochistiche di ognuno e dalle difficoltà che si arrampicano. Ma già dopo il primo paio impari la sequenza obbligatoria delle sensazioni. Appena le compri il piede più grande è quello che soffre di più. L’altro serve a ricordarti che si può fare. D’altra parte non potendo comprare due paia di scarpe è quello più piccolo che guida la scelta. Le scarpe le compri per lui.

Il percorso inizia quindi un po’ di sofferenza. Come tutte le iniziazioni rituali. Le scarpe in genere le allarghi a casa. Con quelle giuste – o meglio che diventeranno giuste – non riusciresti a scalare appena comprate.

Indossandole mentre leggi. Guardando un film. E’ così che all’inizio le aiuti a prendere la forma del piede. Poi inizi a provare a starci in equilibrio su un gradino, sulle punte. O meglio su una sola. Senza smadonnare troppo. A quel punto sono pronte per essere precise ed efficaci. Roba che se ti filmassero sarebbe il video comico dell’anno.

Ma non sono i primi giorni quelli migliori. A un certo punto inizia la fase 2 che è quella che tutti gli arrampicatori aspettano. Quella in cui la scarpa non fa più male ma continui a sentirla stretta, avvolgente. E sai che dove metti il piede, se lo metti bene, quella lì rimane.

E’ il momento di grazia di cui in genere devi approfittare per ottenere il massimo. Alle volte finisci anche per meravigliarti di quanto possano essere piccoli gli appoggi su cui la mescola della suola sostiene il peso del tuo corpo e la forza che vi applichi. Magari in aderenza.

Poi come per le grandi civiltà, come per la produzione di un artista, anche per le scarpette arriva la fase della decadenza. Usate su qualunque terreno, sottoposte a spinte, torsioni, abrasioni, arriva il giorno in cui sono ormai troppo larghe e sformate. A quel punto o le regali a qualcuno con il piede più grande o le usi su terreni più facili o le butti.

Le scarpette vanno ma il callo sull’alluce resta. Anzi si modifica. E inizia a rappresentare una parte di noi. Di ciò che siamo. Una sorta di codice segreto attraverso il quale ci riconosciamo. Le mani nerborute ce le hanno anche gli operai, i contadini, gli artigiani di varia natura. Ma il callo sul dorso dell’alluce no. Quando lo vedi sai che chi ti sta di fronte arrampica. Che anche lui appartiene a quella strana tribù dedita alle attività verticali. Una congrega di persone anche molto diverse fra loro ma che condividono la passione per una distanza sempre crescente fra le natiche e il suolo. E quel callo è un messaggio. Quasi un cenno a mano aperta fatto a qualcuno che senti vicino.

Poi spesso ci si saluta. Senza scambiarsi che poche parole. Spesso persi nei propri progetti da inseguire nel poco tempo a disposizione. Ma sapendo comunque che lì hai incrociato uno dei tuoi.

Identità azzarderebbe qualcuno.

A me piace più che altro dire che quel callo racconta un po’ chi sono oggi. Cosa faccio per vivere felice. Cos’è che fa la differenza nella mia vita fra un periodo sì e uno no. Non l’unica chiaramente, ma una delle principali. Quella per la quale si paga volentieri lo scotto di una pur piccola deformazione.

Fino a non molti anni fa facevo immersioni e avevo il callo del boccaglio sotto il labbro superiore e quelli delle pinne dietro ai talloni. Camminavo scalzo su sabbia, strade e scogli. A fine stagione le suole dei piedi erano un unico callo scuro che veniva via intero all’inizio dell’inverno. Era quello che facevo allora e per cui provavo gioia. E quelli erano i segni che lo raccontavano.

Oggi invece guardo il mio alluce destro e sorrido. E’ brutto. Ma non riesco a fare a meno di provare una certa soddisfazione.


Entrare e uscire dalla performance. L’importanza di riscaldamento e defaticamento

Frequento ambienti dove si praticano sport da quando avevo 6 anni. Prima solo da utente. Poi anche da istruttore. Ambienti di ogni genere. Artificiali. Naturali. Al mare e in montagna. Al caldo e al freddo. Ma nonostante gli anni trascorsi e l’informazione ormai disponibile, lo scenario dell’utente medio non è cambiato. La maggior parte di chi pratica un’attività sportiva non conosce l’importanza di due fasi fondamentali, una che precede e l’altra che segue l’esercizio vero e proprio: il riscaldamento e il defaticamento.

Il corpo umano è una macchina eccezionale. Ma per dare il meglio deve essere gentilmente accompagnato verso il pieno regime. Non si può pensare di girare la chiave e spingere a freddo l’acceleratore a tavoletta. A 20 anni le conseguenze immediate sono quasi irrilevanti. A lungo andare le cose peggiorano sensibilmente. A 50 si avvertono i disagi quasi subito e nel caso del cuore la disattenzione potrebbe anche essere fatale.

I tessuti, gli organi e i sistemi sono strutture policellulari che funzionano in maniera completamente diversa a riposo e al momento del picco di performance (PP). Ovvero il punto più alto raggiungibile dal quel corpo in quel determinato momento rispetto all’efficacia e all’efficienza del movimento esercitato. In soldoni il PP è il meglio che si può dare in quella disciplina in quel preciso momento. Se si vuole sperare di raggiungerlo è necessario riscaldarsi a dovere.

E come si fa?

Per prima cosa bisogna avere pazienza. Dedicarci tempo e ricordarsi che l’obiettivo – dell’allenamento o della “gara” che sia – è la performance, non il numero di minuti che trascorsi “facendo fatica”. Sottrarre qualche minuto all’allenamento vero e proprio per riscaldarsi meglio aiuta a ottimizzare l’efficacia e l’efficienza dell’esercizio. Dunque vi allenerete 5 minuti meno ma con un efficienza e una produttività che varranno, in termini di risultati, ben più di quei 5 minuti. Un defaticamento fatto bene, poi, stimola il recupero e la supercompensazione. Nel caso di una “gara” (in senso lato, ovvero una situazione in cui si cerca il PP) un riscaldamento accurato, invece, aumenta le probabilità di avvicinarsi al PP e di ottenere il risultato atteso.

Sono almeno 4 i sistemi da riscaldare. In base alla mia esperienza in questo ordine:

1)      Sistema articolare

2)      Sistema muscolo scheletrico

3)      Sistema cardio-vascolare

4)      Sistema delle connessioni neuro-muscolari specifiche

Sistema articolare

Le articolazioni sono come i pistoni di un motore a scoppio. Senza l’olio lubrificante si grippano. L’olio lubrificante si chiama liquido sinoviale e viene secreto dall’articolazione stessa durante il movimento. Dunque, muovere le articolazioni lungo tutta la loro escursione, senza toccare mai gli estremi dell’ipercontrazione e dell’iperestensione, e in assenza di sovraccarico aiuta la secrezione del liquido senza rischio di frizioni fra le cartilagini. Rendendo i movimenti successivi fluidi ed equilibrati e diminuendo sensibilmente il rischio di lesioni dell’articolazione stessa. Ciò vale per tutte le articolazioni.

Alcuni studi sembrano evidenziare come procedere dall’esterno all’interno del corpo (ad esempio per gli arti superiori la sequenza dita-polsi-gomiti-spalle) permetta di utilizzare per movimenti complessi articolazioni già riscaldate. Lo stesso sembra valere per i movimenti. Prima quelli semplici (flessione, estensione, adduzione, abduzione), poi quelli complessi (rotazioni, torsioni e movimenti pluriplanari).

Questi movimenti vanno fatti lentamente ed evitando il rimbalzo a fine corsa.

Le articolazioni vanno mobilitate tutte a prescindere dall’attività specifica. Perché un ciclista non dovrebbe riscaldare i polsi? Non reggeranno forse il suo busto reclinato sul manubrio per tutta la durata della pedalata? Perché un arrampicatore non dovrebbe riscaldare le caviglie? Non spingeranno forse in alto il suo peso mentre cerca un appiglio oltre l’estensione del braccio?

Sistema muscolo scheletrico

Riscaldate le articolazioni, i muscoli e i tendini, già mobilitati durante il riscaldamento articolare, possono essere sottoposti a carichi leggeri. Irrorati dal sangue si preparano così a raggiungere il livello di attivazione necessario a compiere movimenti efficaci e specifici.

Anche in questo caso i movimenti devono essere lenti, completi e simmetrici. Lenti perché è così che le cellule di muscoli e tendini iniziano ad attivarsi le une in sinergia con le alte. Completi perché l’attivazione va eseguita lungo tutta l’escursione articolare (evitando sempre le posizioni estreme). Simmetrici perché l’equilibrio muscolo-scheletrico garantisce anche l’efficienza successiva di movimenti asimmetrici. Un tennista non si sognerebbe mai di riscaldare solo il braccio che impugna la racchetta. Le contrazioni isometriche dell’altro sono di fatto ciò che garantisce buona parte dell’efficacia di ogni colpo inferto alla palla. Lo stesso dicasi per la gamba prevalente di un calciatore.

Per riscaldare muscoli e tendini si eseguono in genere esercizi multiarticolari, eseguendo serie da 20 ripetizioni in su, con un carico tale che alla fine della serie i muscoli coinvolti non raggiungano mai il disagio che si avverte quando l’acido lattico inizia a irrorarli. Fondamentale è ricordarsi che siamo ancora nella fase del riscaldamento e non in quella dell’esercizio vero e proprio

Anche in questo caso i distretti muscolo-tendinei vanno riscaldati tutti.

Sistema cardio-vascolare

E’ ora di riscaldare il muscolo più importante del corpo. Il cuore. E insieme a esso tutto il sistema che conduce il sangue nei tessuti periferici. Muscoli motori e stabilizzatori in primis.

Riscaldate articolazioni, muscoli e tendini è ora possibile eseguire movimenti cadenzati che hanno l’obiettivo di innalzare lentamente il battito cardiaco fino al livello a cui si avverte l’aumento delle pulsazioni ma si riuscirebbe ancora a sostenere agevolmente una conversazione. E’ importante non superare questa soglia. Sarà il livello di allenamento aerobico di ognuno a determinerà dove essa si trovi.

Camminare, correre, andare in bici, saltellare a corda, eseguire i movimenti standard di una lezione di aerobica. Qualunque esercizio ripetuto (e ripetibile quasi all’infinito) va bene per raggiungere questo obiettivo.

Ma perché se faccio un’attività anaerobica come il body building o l’arrampicata sportiva dovrei fare riscaldamento cardiovascolare? Per due ragioni principali. Da una parte un’attività interamente anaerobica non esiste. Si tratta semmai di una prevalenza di uno o dell’altro dei sistemi (aerobico o anaerobico). Dall’altra parte, basta pensare allo lo snatch di un sollevatore di pesi (uno dei gesti atletici più anaerobici che esistano). Esso implica comunque un aumento forsennato del battito cardiaco dovuto alla richiesta impellente di sangue nei distretti muscolari periferici. Tanto per eseguire il movimento quanto per mantenere la posizione.

Sistema delle connessioni neuro-muscolari specifiche

A questo punto siamo pronti per elevare l’intensità dell’esercizio ed eseguire qualsiasi schema motorio. Qualsiasi, appunto.  Non necessariamente quello che ci apprestiamo a mettere in moto.

Ogni disciplina è un pianeta a sé stante. L’unico modo di allenarsi veramente per il ciclismo e salire in bicicletta e pedalare. L’unico modo per allenarsi veramente per l’alpinismo è scalare le montagne. Una volta scaldati i motori e le gomme, è il cervello del pilota che porta la macchina per prima oltre il traguardo.

E’ questo, e solo questo, il momento di iniziare a eseguire movimenti specifici della disciplina che intendiamo praticare. Ovviamente a un’intensità minore rispetto a quella che presupponiamo essere quella di “crociera” durante l’esercizio vero e proprio.

Gli impulsi neuronali che attraverso i nervi raggiungono l’apparato muscolo scheletrico imprimendogli la scintilla motoria attraversano percorsi che vanno anch’essi riscaldati. Gli schemi motori che abbiamo depositato nella memoria a medio e lungo termine negli allenamenti e nelle gare precedenti vanno richiamati in primo piano e gli affanni della vita spostati nel background. Questo prepara all’efficienza massima e attiva la concentrazione necessaria e l’attenzione indispensabile all’efficacia e alla sicurezza.

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Sembra molto ma in realtà ad attraversare le 4 fasi un principiante impiega 10-12 minuti. Un atleta evoluto anche la metà. Tempo prezioso che va investito per ottenere vantaggi incalcolabili in seguito. In termini di efficacia e di efficienza, ma anche di protezione nei confronti degli infortuni, di salvaguardia nel lungo periodo di articolazioni, tendini ed efficienza cardiaca.

Gli errori più comuni in una palestra di arrampicata e in falesia

Sono fra i luoghi che frequento più spesso quindi ne vedo di tutti i colori. L’alpinismo è roba a sé stante in quanto di fatto l’avvicinamento risolve gran parte di queste attivazioni. Certo, se qualcuno riscaldasse le articolazioni prima di incollarsi uno zaino da 20kg, male non farebbe.

Ma veniamo all’arrampicata sportiva.

1)      Entro e faccio stretching. Lo stretching porta le articolazioni verso i limiti estremi dell’escursione. Questo senza che né muscoli né tendini siano riscaldati. E’ come tentare di allungare la plastilina senza scaldarla. Il rischio è che si spezzi.

2)      Inizio ad arrampicare su cose facili. Siamo già alla fase 4 senza aver fatto nessuna delle precedenti. Il peso del corpo è già un carico maggiore del solito tanto per articolazioni che per muscoli e tendini. Il sovraccarico sta avvenendo “a freddo”.

3)      Mi appendo al trave su prese grandi. L’articolazione scapolo-omerale va a freddo in iper-abduzione. Le articolazioni delle dita vengono sottoposte a freddo all’intero peso del corpo.

4)      Afferro una sbarra e faccio un po’ di trazioni. Magri rapide, così mi sbrigo. E gomiti, spalle, polsi vengono sottoposti a freddo a un carico inconsueto. Ovvero il peso del corpo. Inoltre l’articolazione scapolo-omerale inizia a esercitare un movimento complesso senza che i corridoi neuro-muscolari siano stati attivati. Una trazione alla sbarra sembra un movimento elementare ma in realtà non lo è affatto.

5)      Mi stendo sul tappetino e faccio un po’ di serie di addominali. Sull’importanza degli addominali per le attività verticali e sul modo di esercitarli ho già scritto qui qualcosa. Per il discorso che stiamo affrontando qui, invece, un conto è fare una serie nella fase 2, un conto è stancare gli addominali con serie ripetute. Quando più avanti serviranno per garantire l’esecuzione efficace dei movimenti nella fase di performance saranno ormai al 50% della loro efficienza.

6)      Salto con la corda. A parte il salto a piè pari delle prime due fasi di riscaldamento, saltare a corda è un’attività ad alto impatto. Ad ogni saltello piedi, caviglie, ginocchia, bacino e colonna vertebrale subiscono l’onda d’urto del peso corporeo che incontra la resistenza statica del pavimento. E questo senza che né le articolazioni più evidentemente coinvolte, né i dischi intervertebrali abbiano subito alcun processo di riscaldamento e lubrificazione.

7)      Prendo i pesi e faccio alcune serie di esercizi base. Di nuovo, fase 2 prima di fase 1 con tutte le controindicazioni di cui abbiamo già parlato.

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A questo punto, riscaldati a dovere e consapevoli dei più frequenti comportamenti scorretti, ci lanciamo in quel crescendo di intensità che ci conduce direttamente alla fase della performance. Trascorso un tempo variabile, a seconda della disciplina e del livello di allenamento, diventa ora di asciugarsi la fronte e prepararsi al meritato riposo.

A questo punto la maggior parte degli “atleti” che osservo alza un braccio, saluta gli amici e si avvia a casa o alla doccia. In falesia gli errori di questa fase vengono spesso attutiti dal fatto che naturalmente verso fine giornata le vie che si scalano sono più facili. Certo è che vedere qualcuno che dedica tempo a tutte le fasi di defaticamento è veramente raro.

Nulla di più sbagliato dunque che interrompere e predisporsi a fare altro. I sistemi vanno chiusi gradualmente e in ordine inverso a quello di apertura. Nella fase di defaticamento la mia esperienza mi dice che si può agire a coppie.

Come? Basta diminuire gradualmente l’intensità dell’esercizio fino a un livello di confort simile a quello della fase 3 del riscaldamento e poi da lì fino al riposo vero e proprio. In questo modo sia i corridoi neuromuscolari che il sistema cardio-vascolare tornano gradualmente a una situazione normale. A questo proposito è importante ricordare almeno 2 particolari:

a)      Il cuore ha un sistema cardiovascolare interno. Esso inizia a diminuire il “numero di giri” quando quello generale è già vicino alla fase di riposo. Ecco perché anche al defaticamento è necessario dedicare tempo

b)      I muscoli grandi degli arti periferici (il quadricipite ad esempio) sono responsabili, attraverso la contrazione, di un’azione importantissima per il ritorno (contro gravità) del sangue venoso al cuore. Interrompere repentinamente questa attività (ad esempio arrestando una corsa in piena fase di accelerazione) può arrestare improvvisamente il flusso sanguigno di ritorno con prevedibili conseguenze (giramenti di testa, svenimenti, aritmie)

D’altra parte lo stretching è molto utile per disattivare propriamente i sistemi muscolo tendineo e articolare. La contrazione muscolare, soprattutto quando intensa e vicino ai carichi di lavoro massimali, costringe spesso le articolazioni in posizioni atipiche rispetto a quelle di riposo. Attraverso lo stretching muscoli e tendini vengono rilassati e riportati alla lunghezza normale riconducendo anche le articolazioni nelle posizioni consuete.

Il riscaldamento e il defaticamento sono le due porte della stanza della performance. Trascurarli significa non riuscire a varcare propriamente la soglia o rimanere intrappolati in un ambiente senza uscite.


Antonio

L’inverno che volge al termine mi mette sempre un po’ di tristezza. Me la metteva da bambino quando le giornate iniziavano ad allungarsi e il freddo non pungeva più le mani facendoti apprezzare fino in fondo il calore di un camino o di un abbraccio. Da quando ho iniziato a salire le montagne d’inverno la tristezza per le stagioni calde in arrivo si è fatta più intensa.

Poi, dopo il 17 febbraio del 2008, quella tristezza si è fatta solida. Ho tentato di metterla fuori da me ma poi è tornata. Dura e pesante come una pietra invisibile in uno zaino che tenti di svuotare. E più lo svuoti, più non capisci perché pesi così tanto. Sono passati 4 anni da quando Antonio è morto sulla parete nord del Monte Sirente, mentre faceva ciò che amava di più. Scalare. Aveva 32 anni. Quella pietra nel mio zaino c’è ancora. Nel tempo ho imparato a portarla con me. Alleno il corpo e la mente – o almeno ci provo – perché quella pietra non sia un peso “in più” ma solo uno di quegli “oggetti” che un escursionista, un arrampicatore, un alpinista non lascerebbero mai indietro. Non sempre ci riesco.

Ogni anno, in questi giorni, il suo sorriso mi torna in mente. Non posso dire che fossimo grandi amici. Tuttavia le nostre strade si incrociarono casualmente e più volte. Qualcuno cercherebbe ricorrenze, motivazioni spirituali. Si farebbe domande per cercare un senso ulteriore a quello duro e crudo degli eventi. Onestamente l’ho fatto anche io. Penso fosse un modo per alleviare un po’ il dolore. In realtà un senso non esiste. O meglio ne esistono tanti quanti ne volessimo assegnare a ognuno degli eventi della nostra vita. Dare un ordine fittizio al caos degli eventi risponde al bisogno umanistico di mettere la nostra specie al centro del fluire del tempo. Come se ne fossimo artefici e registi. In realtà non è così.

Pensare che nella morte di un amico possa esserci un suggerimento intrinseco per la nostra vita è una specie di ossimoro egocentrico. Può servire, ma è una produzione soggettiva. Ed è l’esatto opposto dei motivi che mi spingono verso le montagne. Non cerco me stesso, né particolari rivelazioni spirituali nella verticalità. Ma forse l’inverso. Mi piace perdermi nei grandi spazi e rammentare a me stesso le vere proporzioni fra il piccolo uomo e la grande montagna. Dissolvermi e diventare quasi parte di un tutto che se ne frega se ci sei oppure no.

Quest’anno avrei voluto scrivere qualcosa di più. Qualcosa di meglio. E forse l’ho fatto. Ma rileggendo ciò che scrissi nel 2010 mi sono accorto che quello era quanto di più spontaneo, vero e sentito avessi mai raccontato sulle mie reazioni alla morte di Antonio. A quel tempo non avevo questo blog a mia disposizione. Quindi chi legge qui probabilmente non lesse quelle righe. Ve le ripropongo.

“Sono passati quasi tre anni. Credo fosse il 17 febbraio. Avrei dovuto farlo al primo anniversario. Avrei potuto farlo al secondo. Avrei potuto aspettare il terzo ma non ce l’ho fatta. Come scrissi allora, Antonio rappresentava l’inizio delle mie storie in montagna d’inverno. Suoi i primi ramponi che ho calzato. Sua la prima piccozza che ho impugnato. Ci eravamo conosciuti in palestra. Io insegnavo, lui si allenava.

Nei giorni successivi a quel giorno triste c’era un vuoto nella mia pancia. Quella bolla che non ti molla mai. Che ti toglie il respiro. Continuavo ad andare in montagna perché se cadi da cavallo devi subito rimontare su. E non ero nemmeno caduto io. Eppure facevo una fatica del diavolo. Ombre. Fantasmi ovunque. Anche su vie dove altri saltellano in discesa. Avrei potuto … forse dovuto … analizzare la bolla. Digerirla e superarla. Portarla dentro fino a quando non si fosse tramutata in qualcos’atro. Per conservare dentro almeno una piccola parte della storia di Antonio. E invece no. Vigliaccamente ho fatto ciò che faccio spesso nella vita. Ho preso carta e penna e l’ho messa fuori da me. Ho scritto il testo di questa canzone e l’ho regalato a un amico musicista. L’ho fatto perché sapevo che ne avrebbe fatto buon uso. Gli ho raccontato la storia. Gli ho raccontato la montagna. Gli ho raccontato cosa significa per me andare su. Ne è uscito quello che potete ascoltare qui http://www.youtube.com/watch?v=NgC-tANWJzY.

Da allora ascolto queste note ogni volta che devo infilare i ramponi. Forse spero che così una piccola bolla torni ad agitarsi nella mia pancia. Forse spero che così potrò fare ciò che avrei dovuto fare allora. E smettere finalmente di vedere le ombre e i fantasmi. Non ci sono ancora riuscito, ma continua a tentare. Spero vi piaccia e che possa essere un bel modo per ricordare Antonio”.

Vi metto anche il testo della canzone tante volte vi andasse di seguire la musica leggendo.

Summit at the end of the tale

Tony’s up on the mountain and the gale
Is hitting his bones, is crushing his will
To celebrate life, he’s not up there for the thrill

He flew with some snow in a world of dreams
Where no face is pale
And there’s always a summit at the end of the tale

Bottoms up and smiling it all off, that was his way
Bottoms up and taking it easy, that was his way

The axes are sharp. Nobody to kill. You climb to understand, not just for the thrill

My fingers are dead and the ice is
So hard I can’t think, so solid I’m scared
Can’t climb through the clouds, now that my fears are all bared

He flew with some snow in a world of dreams
Where no face is pale
And there’s always a summit at the end of the tale

Give it up! And patching it all up was my way
Give it up! And lying to myself was my way


Imprigionare una via

Per chi scala il termine “liberare una via” fa parte del gergo comune. Lo si impara ancora prima di imparare ad arrampicare. Per chi non ha mai messo mani e piedi su roccia o ghiaccio la cosa appare senza senso e necessita quindi di qualche spiegazione.

La “via” è il percorso seguito dall’arrampicatore per arrivare da A – in genere la base di una parete – a B – in genere, ma non sempre, la sommità della stessa. All’inizio della storia delle attività verticali la questione principale era arrivare appunto da A a B. il come era secondario. Le imprese di allora si svolgevano soprattutto in ambienti montani e la retorica eroica della conquista di una vetta trascendeva ogni altra esigenza.

Intorno agli anni ’70 del secolo scorso qualcuno mise ufficialmente in dubbio questo aspetto dell’alpinismo classico. Lo stile e l’etica iniziarono a fare capolino accanto a nuovi “attrezzi”. La cosa coincise più o meno con l’avvento dell’arrampicata sportiva. Ovvero con il trasferimento delle tecniche arrampicatorie dall’ambiente montano e dalle vie lunghe (di più tiri, ovvero lunghezze di corda) ad ambienti diversi e ai cosiddetti monotiri. Alle protezioni aleatorie, inerite e disinserite dall’arrampicatore nella roccia o nel ghiaccio, si sostituivano sempre più protezioni fisse, inglobate per sempre nella roccia stessa.

Pian piano, arrampicatori tecnicamente sempre più preparati, iniziarono a innalzare gli standard non solo cimentandosi su itinerari più difficili ma anche stabilendo un nuovo stile. Fino ad allora era naturale per chi salisse utilizzare le protezioni fissate nella roccia (chiodi, cunei, dadi) come supporto per la progressione. In sostanza ci si appendeva anche a esse se ciò era necessario per oltrepassare un tratto complesso. Dagli anni ’70 in poi qualcuno iniziò a obiettare. Le protezioni andavano usate solo perché la corda a esse vincolata proteggesse, appunto, la caduta. La progressione doveva essere effettuata affidandosi solo alle mai e ai piedi.

Insieme all’arrampicata sportiva nasceva così l’arrampicata “in libera”. Dove “in libera” significava proprio “non utilizzando le protezioni per la progressione”.

Escalade en libre, free climbing. In tutte le lingue che conosco la parola che accompagna questo nuovo modo di arrampicare rimanda irrimediabilmente alla parola libertà.

Libertà dal vincolo dell’attrezzatura. Libertà di esprimere, col movimento che conduce il corpo da un punto di equilibrio all’altro, stati della mente nell’insolita dimensione verticale. Insolita in quanto pian piano dimenticata nei lunghi millenni di evoluzione che dai primati ci hanno condotto verso l’homo sapiens. Libertà che a partire dalla descrizione prettamente tecnica di un nuovo modo di arrampicare, iniziò pian piano ad acquisire sfumature di carattere culturale, sociale, politico. Intorno all’arrampicata, soprattutto nel primo mondo, si radunò un movimento culturale di opposizione ai modelli dominanti che vedeva nel semplice esercizio arrampicatorio il proprio ruggito antagonista. La dimensione verticale opposta in qualche modo alla dimensione orizzontale e consueta con la quale venivano indicati “gli altri”. L’arrampicata divenne così un esercizio di costruzione dell’identità.

Con il passare del tempo l’innovazione ripercorse a ritroso la via da cui era venuta. E nell’alpinismo, anche quello estremo, condotto in luoghi selvaggi e remoti o alle quote più elevate, qualcuno iniziò a introdurre l’etica dell’arrampicata “in libera”.

Oggi per un arrampicatore la “libera” è un po’ la massima aspirazione. Sui monotiri rappresenta un requisito base. Come nel calcio il fatto di non toccare la palla con le mani. Se lo fai è fallo. Se lo fai stai imbrogliando.  Se tocchi le protezioni, la via in sostanza non l’hai fatta. Nell’alpinismo è ciò che fa la differenza fra i pochi e i molti. Molti sono ormai in grado di percorrere itinerari complessi. Pochi quelli che lo sanno fare “in libera”.

Il paradosso dell’arrampicatore però è che più l’itinerario è complesso e più è libera l’esecuzione dell’individuo più l’ambiente, la via in questo caso vengono imprigionati in una sequenza di movimenti. Un insieme di passi e gesti che riducono o azzerano l’infinito numero di possibilità che una via sconosciuta rappresenta agli occhi di chi sogna di salirla.

La prima riduzione avviene quando l’uomo osserva una parete vergine e immagina su di essa una linea di salita. Già immaginare confina lo sguardo e la visualizzazione su una zona escludendo il resto. Un atto che richiede intuito, creatività e coraggio. Ma che dall’altro lato alimenta il paradosso. La via viene poi “aperta”. Nel senso che la si percorre fisicamente. E se viene aperta “in libera” – la massima aspirazione di un alpinista – allora il gioco è fatto. L’innocenza persa per sempre. Quella striscia verticale di roccia rimane per sempre stampata nella mente come un’imprigionante sequenza di tiri di corda. Di gesti e passi che da A portano a B. La potenza cede irrimediabilmente il passo all’atto. L’astrazione del pensiero alla concretezza del realizzato. Se la via viene aperta “appendendosi alle protezioni”, l’esito finale è solo rimandato. Prima o poi arriverà qualcuno che “libererà la via”, sottraendola per sempre alla sua dimensione potenziale.

Paradossalmente, più la via è complessa, più liberatorio è eseguirla in libera, più sarà imprigionante il liberarla. I movimenti di una via complessa sono infatti molto più obbligati di quelli di una via facile. Più una via è difficile più chiunque voglia liberarla sarà costretto a mettere mani e piedi sugli stessi appigli e appoggi di chi è venuto prima di lui. A quel punto la via non sarà imprigionata solo nella mente di chi l’ha eseguita, ma lo sarà allo stesso modo in quella di chiunque l’abbia salita.

Come ogni attività umana anche l’arrampicata è un atto di apprendimento. E come tale rappresenta una riduzione di ciò che è sconosciuto a ciò che dopo non lo sarà più. Ciononostante, il conosciuto non rappresenta mai la totalità delle possibilità che lo sconosciuto offre. Ma solo quella più “conveniente”, “semplice” ed “efficace” al momento in cui si apprende. Apprendere rappresenta una scelta. E come tale sovrappone alla realtà la nostra mappa ma sottrae tutte le altre possibili. Si tratta sostanzialmente di una riduzione agli schemi del sé dell’infinito numero di combinazioni che un fenomeno presenta.

Paradossalmente più si scala “in libera” più si imprigiona una via in una fissa sequenza di movimenti. E più la via è difficile più quella sequenza è uguale per tutti. Più le sbarre di quella via si fanno alte e spesse.

Quando arrampico su un itinerario al limite delle mie capacità fisiche e mentali vengo assalito da tutto lo spettro delle sensazioni possibili. Prima sono curioso, attratto, magari intimorito. Durante la salita sono assorto, entusiasta, felice se la via mi piace e riesco a “capirla”, deluso se è il contrario. Subito dopo averla conclusa però, immancabilmente, la gioia esplosiva cede lentamente il passo a un alone di tristezza per qualcosa che da plurale è diventato singolare. Per tutte le possibilità che la mia mente ha ormai escluso. Molti alpinisti chiudono il capitolo e corrono verso un’altra via cercando nuovi luoghi in cui immaginare. Sfuggono alla frustrazione emigrando. A me spesso succede l’inverso. Imperterrito torno sulla scena del crimine. Come un assassino del possibile che cerca disperatamente di andare oltre sé stesso cercando altri modi di compiere il delitto. Un atto insensato, lo so. Uccidere in modi diversi la stessa vittima non la riporta in vita né rende minore la gravità dell’atto. Rifaccio la via cercando altri modi. Cercando di tenerli a mente per conservare almeno un po’ della meraviglia del molteplice. Poi le possibilità si esauriscono e abbandono il tentativo. Passa il tempo e la sequenza indelebile che rimane nella mia mente è una. Una sola. Stampata a fuoco nei miei ricordi.

Paradossalmente l’unico modo di liberare veramente una via è quello di non salirla mai.