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Economia? No grazie non ci capisco niente

Molti di noi se la cavano così. Dismettendo il problema e delegandolo a chi ne sa di più. Fino al punto di prendere per oro colato qualunque idiozia un TG propini come realtà. Vorrei rassicurarvi. Dopo aver visto quanto poco capisce di economia il sottosegretario Del Rio … sottosegretario all’Economia (sic) … direi che c’è speranza per tutti. Basta leggere, approfondire, informarsi cercando fonti accreditate.

Ve ne propongo 2. Un video di Claudio Borghi a Piazza Piddina (ooopsss … Pulita). Che aveva di fronte proprio l’inconsistente vice di Padoan.

E un pezzo del caro vecchio Bagnai veramente a prova di principiante. Comprensibile, chiaro, cristallino.

In sostanza perché l’euro sta uccidendo l’Europa

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Se-cade-anche-il-muro-dell-euro-4411

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Soros o non Soros?

Il solito post illuminante di Bagnai. Anche se, come al solito la verità ha molte facce. La caduta della lira nel ’92 fu il risultato del fallimento delle politiche economiche dei governanti. Ma anche la spallata speculativa di Soros non è che fu ininfluente. Il problema è l’opinione ce la gente si è fatta della “svalutazione”. Termine che, semplicemente per la sua natura etimologica, viene ammantato di inquietanti auree catastrofistiche. Svalutare,infatti, è l’opposto di “creare valore”. Mentre, in particolari congiunture economiche, non cè niente che crea valore più di una sana e corretta svalutazione competitiva.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/13/speculazione-finanziaria-quelli-che-e-brutta-e-cattiva/592062/

Quando le cose vanno male, un colpevole bisogna trovarlo. Sì, lo so, mi direte voi, la realtà è complessa, le cause sono molteplici. Ma volete mettere quanto fa comodo dare la colpa a una sola persona, soprattutto se esercita un mestiere che nell’immaginazione collettiva è soggetto a un marchio d’infamia! Ci si mette così l’animo in pace, e si evitano spiegazioni complesse e imbarazzanti.

Questa riflessione non particolarmente brillante mi ha traversato la mente leggendo l’intervista cheGeorge Soros ha rilasciato ad Eugenio Occorsio del quotidiano “La Repubblica”, organo di stampa noto per la sua difesa senza se e senza ma dell’attuale regime europeo, il Pude (Partito Unico Dell’Euro). Soros dice una cosa ovvia: nel 1992 bastava saper leggere la realtà per capire che c’eranoopportunità di profitto da sfruttare in modo perfettamente legittimo.

Questa, del resto, è l’attività speculativa. Cosa dice il dizionario?

Speculativo: “Portato all’indagine filosofica” (Devoto Oli), ma anche “Che ha scopo di guadagno” (Zingarelli). L’etimologia è sempre la stessa: il latino speculari, “guardarsi intorno”, da cui viene anche il francese speculer, che dal 1801 prende significato borsistico (questo ce lo ricorda il dizionario etimologico di Battisti e Alesio). Non è così strano: il filosofo, come chiunque desideri (legittimamente) guadagnare qualcosa, comincia col guardarsi intorno, con l’osservare la realtà, cercando di interpretarla, che è cosa diversa dal costruire una realtà fasulla ad usum piddini. Del resto, forse sapete che il primo filosofo fu anche il primo speculatore: Diogene Laerzio ci ricorda che “Talete volendo dimostrare come fosse facile arricchire, prese a nolo i frantoi, dopo aver preveduto un abbondante raccolto di ulive, e guadagnò un gran mucchio di denari”. Non risulta che laGazzetta di Mileto abbia deprecato questo suo comportamento.

Non si capisce allora perché oggi Repubblica debba chiedere a Soros se provi “imbarazzo” o “rimorso” (addirittura!) per quello che fece nel 1992. Come Talete intorno al 600 a.C., così Soros nel 1992 aveva buoni motivi per prevedere un ottimo raccolto. Quali erano? Be’, nel caso di Soros le ulive non c’entravano, il problema era un altro: era evidente che il cambio della lira era sopravvalutato, che la lira era troppo forte, perché da cinque anni si era agganciata al marco senza poterselo permettere, dato che l’inflazione in Italia era più elevata che in Germania. Vi ricorda qualcosa? Sì, è esattamente la situazione nella quale siamo oggi, e del resto, per rendersene conto, basta osservare l’andamento del tasso di cambio reale della lira.

tasso di cambio reale della lira

Vedete? Dopo una fase di stabilità a metà degli anni ‘80, nel 1987 inizia lo Sme credibile, (il periodo nel quale si decise di evitare riallineamenti all’interno del Sistema Monetario Europeo). Agganciare il cambio della lira a quello del marco non era un’ottima idea, perché impediva di compensare gradualmente il differenziale di inflazione, come era stato fatto negli anni precedenti. Non si può fermare il vento con le mani: quello che ci si era impediti di fare gradualmente per motivi sbagliati, lo si dovette fare tutto in una volta, bruscamente, nel 1992, quando la situazione divenne insostenibile. La svalutazione compensò rapidamente il differenziale di inflazione accumulatosi durante lo Sme “credibile”, e l’Italia tornò in surplus.

Vorrei chiarire un concetto. I dati della figura non erano segreti. Li possono e li potevano vedere tutti. Come non è un segreto che una valuta può restare sopravvalutata solo se esistono accordi politici che falsino il mercato: tali erano i patti impliciti nello Sme “credibile”. Ma quando, come ricorda Soros, la Bundesbank dichiarò che non avrebbe sostenuto la lira, era ovvio che lo Sme sarebbe morto e la lira precipitata.

Attenzione: la lira doveva svalutarsi perché era sopravvalutata, cioè perché accordi politici (lo Sme “credibile”) le avevano permesso di mantenere un cambio non giustificato dai fondamentali. Questo mi pare non sia chiaro al giornalista, che moralisticamente osserva: “la lira rientrò nello Sme a costo di immani sacrifici e a tassi irrimediabilmente falsati”. Ma è esattamente il contrario: la lira uscì dallo Sme perché il suo tasso era falsato da una decisione politica. La responsabilità dell’accaduto è dei politici che presero nel 1987 la decisione di non riallineare più i cambi, e dei banchieri centrali che sostennero tecnicamente questa decisione. Una decisione sbagliata, perché spingendo troppo in alto la lira la esponeva al rischio di cadere. Soros, al più, approfittò dell’errore. Semplicemente, gridò: “il Re è nudo!”, e siccome era veramente nudo, il Re (cioè lo Sme) dovette correre a nascondersi per quattro anni.

Quattro anni dopo, nel 1996, rientrare nello Sme non era una buona idea, ma si decise di farlo per motivi che sapete (l’Europa chiamò!). Lo si fece probabilmente a un cambio troppo forte, “falsato”, come dice Occorsio, ma Soros che c’entra? La decisione di rivalutare bruscamente la lira nel 1996, decisione i cui effetti sono evidenti nel grafico, mica la prese lui!? Il declino dell’economia italiana inizia da lì, certo, da quella decisione, ma Soros non c’entra.

Notate che comunque al 1996 segue un altro periodo di stabilità, ma dal 2002, anno delle riforme del mercato del lavoro tedesco, il cambio reale dell’Italia ricomincia ad apprezzarsi.

Non entro nemmeno nel merito dell’opportunità di queste riforme. Sabato scorso lo faceval’Huffington Post, spero che crederete adesso a cotanto organo, se non avete voluto credere prima almio umile blog. Indipendentemente dai giudizi politici, resta il dato economico. Da ormai più di un decennio il cambio reale dell’Italia si sta costantemente apprezzando. L’euro, che all’inizio poteva essere sostenibile, sta diventando troppo pesante per noi, e questo da quando il principale partner commerciale del nostro paese ha deciso di violare l’obbligo di coordinamento delle politiche economiche imposto dall’articolo 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. La correzione, prima o poi, arriverà, è nella logica delle cose.

Scandalizzarsi una seconda volta perché Soros torna a dire che “il Re è nudo” è un atteggiamento farisaico. Per la seconda volta, il Re (questa volta l’euro), è veramente nudo. Invece di luogocomunisteggiare, cerchiamo di ragionare su come vogliamo correggere questo squilibrio, su cosa ci conviene effettivamente fare, evitando atteggiamenti ideologici e cercando di conformarci alla realtà.

Non è stato Soros a far cadere la lira nel 1992, sono stati i governanti europei a spingerla troppo in alto dal 1987, e non è stato Soros a decidere il cambio lira/Ecu nel 1996, sono stati, ancora una volta, i governanti europei. Non deve stupirci che quelli che si scandalizzano siano gli stessi che invertono i rapporti causali, ricostruendo orwellianamente la Storia. Fa parte del gioco. Si sovverte il passato per controllare il presente. Chi vi dice che le cose sono andate al contrario di come andarono, appartiene a chi vi ripete che invece di svalutare è meglio che vi tagliate i redditi, in vario modo, con i famosi “sacrifici”.

Liberi voi di credergli. Siamo in democrazia, almeno finché qualcuno non se ne approfitta troppo.Quota 90, per chi se la ricorda, è un terzo esempio di difesa a oltranza del cambio. Pensiamoci su…

 


Cambiamo nome al primo maggio

Avrei ptuto mettere solo il link. Ma sul web si sa più ripeti meglio è. I motori di ricerca imparano come i giovani scimpanzé. E i miei 10 lettori almeno non devo cliccare. Dal sempre illuminante blog di Alberto Bagnai. E’ lungo. Leggetelo a pezzi. Ma leggetelo tutto.

Fonte: http://goofynomics.blogspot.it/2013/05/declino-produttivita-flessibilita-euro.html

Declino, produttività, flessibilità, euro: il mio primo maggio

(iniziato a Orly, come l’altra volta, proseguito per tutta l’Italia, e finito a Roma…)
A tutti coloro ai quali la Natura matrigna e un minimo di forza di volontà hanno consentito di raggiungere un certo livello, anche lo studio dell’economia, al pari di qualsiasi altra attività umana (lo scopone scientifico, il beach volley, la fisica quantistica), offre una inesauribile miniera di profonde soddisfazioni intellettuali. Perché, vedete, gli economisti le cose non è che non le sappiano o che non le dicano. Le sanno, e le dicono, e quando se le dicono, queste cose, i loro rigorosi e un pochino arzigogolati discorsi somigliano tanto, ma tanto tanto tanto, alle vostre schiette e limpide intuizioni. Solo che da un lato loro, un po’ per pudore (forse), e molto per allungare il cv, le loro cose se le dicono in separata sede, in linguaggio aulico, e non perdono tempo a divulgarle. Un libro divulgativo non è un libro, in accademia, quand’anche contribuisse, chissà, magari, forse, a orientare il dibattito politico di un paese. Dall’altro, voi le vostre intuizioni siete stati abituati a reprimerle: vi è stato suggerito, o meglio imposto, di non credere ai vostri occhi, e alla fine, de guerre lasse, vi ci siete abituati.
Il luogocomunismo ha vinto.
O meglio: aveva vinto, fino a quando non è arrivato un tipo strano che ha cominciato a spiegarvi cosa dicono gli economisti (quelli veri, quindi non il signor Creosoto o i gianninizzeri), usando però un linguaggio meno aulico.
E voi avete cominciato a poter credere ai vostri occhi, a poter esprimere quello che avevate sempre pensato, riconoscendo che quanto avevate intuito coincideva, in effetti, con le conclusioni di ponderosi studi scientifici. Il che, posso immaginare, deve essere stato una bella soddisfazione intellettuale: riconciliare i fatti con le proprie intuizioni, incasellare le (proprie) sensate esperienze nelle (altrui) certe dimostrazioni, che goduria! Mai quanto la mia nel constatare che vi ho aiutato a emanciparvi, e questo nonostante il noise di fondo, un po’ white, e un po’ red (Giorgio il precisazionista è a disposizione per chiarire i termini acustici della metafora, il cui significato però è evidente: ormai non reggo più nessuno, e da oggi sarà guerra totale, e mi dispiace per le anime belle: io sono con Gibilisco…).

I numeri del declino

Rientra a pienissimo titolo fra gli economisti veri, anche se voi lo avete criticato in modo un po’ spiacevole (cosa che lui ha fatto benissimo a farmi notare), Francesco Daveri, che leggevo sempre con interesse su lavoce.info (prima di cominciare a scrivere, cosa che ha sottratto ahimè tempo alla lettura). Ricorderete che lo ho incontrato in due occasioni (quie qui), per scambi di idee sempre interessanti, che spero possano ripetersi in futuro. La realtà cambia, un aggiornamento ogni tanto male non fa. Il professor Daveri si è occupato, con alcune coautrici, di una cosa della quale mi occupo anch’io, e della quale vi occupate anche voi (o, per meglio dire, è lei ad occuparsi di voi): mi riferisco al declino dell’economia italiana, che abbiamo visto ad esempio qui. Me ne sto occupando, in particolare, nel mio ultimo lavoro, dal quale proviene questa tavola:
La tavola descrive la crescita del reddito pro-capite in termini reali nell’Eurozona a 12 paesi e in tre sue suddivisioni: il nucleo (Germania, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Finlandia), l’Italia, e la periferia (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo). Nota: in termini reali significa depurato dall’effetto dell’inflazione, cioè valutato a prezzi costanti (chi queste cose non le sa può studiarsele qui).
Questa ripartizione territoriale, lo ricordo a chi se lo fosse dimenticato, si basa sullo studio condotto da Harvey e dai suoi coautori sui “club” di inflazione nell’Eurozona. Per chi non lo ricordi, lo studio prefigurava esattissimamente quali sarebbero stati i problemi dell’Eurozona: gli squilibri di competitività derivanti dalla mancata convergenza dei tassi di inflazione, convergenza prevista dai liberisti de noantri (per i quali, come continuano a ripeterci, sarebbe bastato “legarsi” ai paesi virtuosi per mandare le cose a posto), ma decisamente smentita  dal modello minskyano (quello che chiamiamo “ciclo di Frenkel”). Com’è andata lo sapete: la convergenza non c’è stata, la divergenza di competitività è esplosa e con essa gli squilibri che ci stanno portando al redde rationem. Questo breve ripassino solo per farvi capire che la ripartizione territoriale proposta nella tabella ha un ben preciso significato ed è fondata in studi rigorosi. Ma torniamo al punto.
Che un declino dell’Italia ci sia è innegabile.
Attenzione. Non facciamo confusione.
Il rallentamento della crescita, cosa che i Savonarola da quattro soldi non capiranno mai, perché è troppa fatica per loro studiare dieci pagine di economia (quando è molto ma molto più remunerativo in termini politici berciare slogan che non vogliono dir nulla), è cosa del tutto fisiologica e prevista dai modelli standard di crescita economica (sulla cui fondatezza si può comunque discutere). Il problema non è tanto che la crescita italiana diminuisca di un po’ più di un punto a decennio, partendo dal 5% degli anni ’60. Quello che Savonarola non sa è che il modello standard di crescita economica prevede proprio che il sistema evolva verso uno stato stazionario. Ma per capire questo bisogna arrivare a pagina 30, e siccome Savonarola di solito è un ingegnere, leggere 30 pagine di cose che a lui sembrano semplici (come al diciassettenne la sonata di Mozart) è troppa fatica. Non chiediamogliela, ma non stiamolo più a sentire, e torniamo a occuparci dei problemi veri, che sono due:
1)     il primo è che il rallentamento della crescita (fisiologico) è più rapido in Italia che nei paesi del nucleo, e questo nonostante in effetti l’Italia, essendo in posizione di relativa arretratezza rispetto al nucleo, avrebbe dovuto, in teoria, continuare a crescere in modo relativamente più rapido del nucleo (essendo questo relativamente avanzato), per portare a termine il proprio processo di convergenza (catching up), così come aveva fatto nei primi tre decenni considerati (dagli anni ’60 agli anni ’80).
2)     il secondo, che questo rallentamento, invece di portare a uno stato stazionario (crescita zero del reddito pro-capite), diventa un declino in termini assolutidel reddito pro-capite (una crescita negativa, una decrescita, una recessione). Quanto questa decrescita sia felice è sotto gli occhi di tutti, e va detto che Daveri e la sua coautrice, che sono due economisti professionisti (chiaro?) l’avevano vista arrivare fin dal loro primo studio del 2005 (di cui vi dico subito dopo un breve corsivo).
(vorrei per favore non dovermi occupare più di chi non capisce che il Pil è reddito, che è composto per oltre il 70% di servizi e non di beniconsumisticiinquinantibrutto, che è una misura di valore e non di volume fisico e quindi di rifiutiingombrantifiniremosepoltisottolaplasticabrutto. Basta. Gli idioti e i dilettanti devono fare un passo indietro, o il sangue dei tanti suicidi ricadrà anche sopra le loro teste. Non c’è risposta, ma ci sarà una Norimberga, questo ricordatelo sempre.)

L’anatomia del declino

Chiusa la parentesi, Daveri parte proprio dall’analisi di questi due aspetti problematici. Due suoi contributi mi sono sembrati particolarmente interessanti: il primo risale al 2005, con Cecilia Jona-Lasinio dell’ISTAT, e il secondo al 2010, con Maria Laura Parisi dell’Università di Brescia.
Nel primo, intitolato “Getting the facts right”, pubblicato sul Giornale degli Economisti (vol. 64, n. 4), Daveri e Jona-Lasinio (DJL) analizzano, in una rigorosa prospettiva neoclassica, il declino che abbiamo descritto. Cosa intendo per “rigorosa prospettiva neoclassica”? Intendo che l’analisi è incentrata sul lato dell’offerta, cioè trascura totalmente il ruolo della domanda nel determinare la crescita di un sistema economica. L’idea che la crescita possa essere influenzata anche dalle condizioni della domanda è propria dell’approccio keynesiano (oggi qualcuno dice “postkeynesiano”) e lo distingue dall’approccio neoclassico (vagamente assimilabile a quanto alcuni chiamano “liberismo”). Insomma, nell’ormai consueta metafora del cinico Guerani, i neoclassici sono quelli per i quali il miglior barista è quello che fa più caffè al giorno, e i keynesiani sono quelli per i quali il bravo barista è quello che vendepiù caffè al giorno, considerando il fatto che se ti domandano spesso di fare qualcosa, magari diventi più bravo a farla (e qui ognuno potrebbe portare la propria esperienza).
(E i neokeynesiani? Sono “supply siders” mascherati, ma ne parliamo un’altra volta.)
Incentrare l’analisi dal lato dell’offerta significa ricondurre la crescita al dato ingegneristico(quanto sono buone e moderne le macchine che usi) e organizzativo (quanto ti alzi presto la mattina, e magari anche, giustamente, quanti lacciuoli – con la “u” – ti mette lo Statoladroooooo), trascurando il dato più propriamente economico(quanto mercato hanno le cose che produci). I tre elementi potrebbero convivere, e la scelta di separarli è analitica, ma anche, come sempre, ideologica.
In termini analitici, l’approccio neoclassico conduce a utilizzare come strumento per “organizzare” i fatti la funzione di produzione aggregata, cioè la relazione fra il totale degli input (capitale e lavoro) e il totale dell’output (prodotto) di un settore o di un’intera economia, e questo fa Daveri con le sue coautrici, producendo risultati a mio parere molto interessanti.
“Orrore!”, anzi, “Ovvove!”, diranno gli economisti “de sinistra”, drappeggiandosi nei loro tweed molto britannici, e immediatamente esibendosi, a titolo di rito purificatorio, in quella simpatica attività che istwine ha icasticamente definito “lo scambio di figurine”: “La funzione di produzione aggregata! Ma Garegnani ha detto… Ma Joan Robinson ha ribadito… Mi dai due Kaldor che ti passo un Kalecki? Sì, però allora insieme ci voglio anche uno Sraffa. Qualcuno ha quella di Godley in sahariana?…” E così blaterando, di santino in santino, in uno sterile e deliquescente chiacchiericcio filologico che in effetti a me, dall’esterno, ricorda molto certe dispute fra tifosi di calcio (mi perdonino tutti gli amici, dalla A di Angelini alla Z di Zezza).
Che poi uno si chiede: ma perché persone che mediamente sono state troppo zitte sull’euro, diventano mediamente troppo loquaci appena uno cerca di fare informazione?
Ma lasciamo stare…
Istwine è icastico, e io so’ pragmatico (pure istwine, del resto).
Se una persona mi racconta delle cose interessanti, la sto a sentire. Il pedigree mi interessa poco. Intanto ascolto, poi si vede…
Cosa ci raccontano DJL, usando la funzione di produzione aggregata?
(Amici “de sinistra”, ripeto: lo so che Y=F(K,L) non esiste, tranquilli, non è questo che mina la sacrosanta“unità da ‘a sinissra”, no: è la vigliacca e opportunistica difesa dell’euro da parte di alcuni, magari al grido di “più Europa”, inclusi alcuni che magari, immagino, oggi, pur di non dover mai ammettere di aver avuto torto e di aver tradito, oggi, suppongo, tifano Letta sperando veramente che possa servire a qualcosa! Ma di questo il conto non ve lo chiederò certo io: vedete bene che ho altro da fare).
Scusate, oggi divago. Capisco che questo renda difficile la lettura. Ma bisognerà pure che condivida con voi il senso di quanto, e per quali sterili e insulsi motivi, il mio lavoro è difficile…
DJL ci raccontano, dicevo, delle cose che, appunto, mi sembrano interessanti. Ve le enumero, così potrete valutare anche voi:
1)     il declino dell’economia italiana è dovuto a un rallentamento della produttività del lavoro, non a una riduzione del numero di ore lavorate. Un rallentamento che, come ricorderete, abbiamo visto qui(nella Fig. 1). Non sembra quindi si applichi all’Italia l’argomento di Alesina, Glaeser e Sacerdote (2005) (li chiameremo AGS), i quali imputano la minor crescita dell’Europa rispetto agli Stati Uniti al fatto che “Europeans today work much less than Americans”, naturalmente per colpa dei sindacati, ça va sans dire (e chi è che oggi vuole “abolire” i sindacati?)…
Il punto merita un approfondimento. Come mostrano DJL, la valutazione di AGS è viziata da un errore di quelli che il prof. Bisin nella sua velina esorta a non fare(sagge parole): la confusione fra livelli e tassi di crescita. Perché è vero sì che nel 2004 lo scarto di prodotto pro capite fra Italia e Stati Uniti dipendeva in effetti per due terzi da un minore input di lavoro, e per un terzo dalla minore produttività (lo vedete nella Tab. 1 di DJL). Ma, come giudiziosamente e correttamente osservano DJL, questo dato puntuale, riferito ai livelli di un singolo anno, è il risultato di una storia precedente, e lungo questa storia si vede bene che da quando è iniziata la stagnazione dell’economia italiana (cioè, secondo DJL – e anche secondo me – dal 1995), in effetti le ore lavorate per addetto sono andate costantemente aumentando, e non di poco: dell’1% all’anno (Tab. 2 di DJL), mentre quella che è rallentata (non diminuendo, ma sostanzialmente stagnando) è la produttività.
2)     il rallentamento della produttività si è concentrato nel settore manifatturiero, mentre nel settore delle “utilities” (gas, luce, acqua, ecc.) ci sono stati rilevantissimi incrementi di produttività, la cui crescita è piuttosto accelerata (e questo lo vedete nella Tab. 3 di DJL).
Insomma: vi ricordate il meraviglioso mondo di Balassa-Samuelson, quello con due settori, uno di beni commerciabili (tradable) e uno di beni non commerciabili (non tradable)? Bene: in Italia la crescita della produttività ha rallentato nel settore tradableper eccellenza, il manifatturiero, addirittura azzerandosi nel settore dei beni di consumo durevole (tipo le automobili, per intenderci).
Perché?
Bo’!
DJL registrano il fatto, dicono che è startling (isnt’it, my dear?), ne enumerano le infauste conseguenze (ad esempio, è un peccato che la crescita della produttività sia tanto assente proprio nel settore – quello dei beni durevoli – nel quale generalmente si concentra l’attività di ricerca e sviluppo e che quindi svolge una funzione di avanguardia e di traino per l’intera economia). Ma di spiegare perché questo accada non se ne parla. Eppure…
…ma va be’, ne parliamo sotto.
3)     il rallentamento della produttività è praticamente tutto imputabile a un effetto within anziché between.
In altre parole, si tratta di un effettivo calo della produttività all’interno dei (within) singoli settori, anziché dell’effetto di una riallocazione di lavoratori fra (between) settori (con l’idea che se metti una persona a lavorare in un settore caratterizzato da produttività più bassa, nell’aggregato la produttività cala). Attenzione, siamo precisi: il calo ha riguardato il tasso di crescita della produttività – sapete che sono nel mirino di Bisin, vedo il fastidioso pallino rosso del puntatore laser ronzarmi intorno come una mosca… Meno male che la mano è malferma (per i noti motivi!). In altre parole, quello che gli economisti chiamano “cambiamento strutturale”, cioè l’evoluzione nel tempo dei pesi dei singoli settori (da una società agricola a una industriale a una di servizi), c’entra poco con quanto ci è successo: il calo della produttività non è dovuta al fatto che, come berciano gli idioti, siamo passati tutti dal produrre elettronica al produrre ciabatte di gomma.
E questo lo vedete nella loro Tav. 4.
So far so good.
Ma la domanda resta: perché?

Le spiegazioni del declino: tre teorie

Ora, non è pensabile che un dato così macroscopico non abbia suscitato dei tentativi di spiegazione. Ma naturalmente, le spiegazioni, come neoclassicismo vuole, sono tutte dal lato dell’offerta, ignorando rigorosamente quello della domanda. Si soffermano, cioè, su elementi riferiti alla struttura del processo produttivo (i famosi 100 caffè del barista di Torny Guerani), senza minimamente considerare il fenomeno economico nella sua completezza (che produci a fare se nessuno compra?). Sembra ovvio: se la causa del declino risiede nella produttività, bisogna occuparsi della condizioni della produzione. Lo dice la parola stessa. L’idea “goofynomica”, ma in realtà economica, che l’economia si faccia in due, e che quindi la domanda retroagisca sull’offerta, a questi non passa minimamente per il cervello. D’altra parte, è pur vero che il modello accademico statunitense ci spinge a settorializzarci: “offertisti”neoclassici e “domandisti” postkeynesiani.
L’America è il paese delle grandi praterie e delle grandi porzioni, non quello delle grandi sintesi, lo sappiamo.
Ma vediamole, allora, queste spiegazioni settoriali, che sono tutte molto interessanti, e vediamo se si può fare di più (senza essere eroi).

Il nanismo

La prima spiegazione la conoscete, anche perché è condivisa da una fetta significativa (in termini mediatici) degli economisti “de sinistra”. E quale sarebbe? Quella secondo la quale le imprese italiane sarebbero poco produttive perché troppo piccole. Il “nanismo” delle imprese italiane, in grande parte piccole e medie imprese organizzate in distretti industriali, sarebbe all’origine della loro scarsa produttività. Va da sé che, come i più accorti fra voi intuiscono, questa spiegazione si coniuga naturalmente con una difesa ad oltranza dell’euro, difesa, beninteso, da “sinistra”.
E perché, diranno i più distratti?
Ma è semplice!
Perché (e su questo mi ha fatto riflettere molto Alessandro“Torny” Guerani) negli ideatori del progetto fascista dell’euro (sì, del progetto fascista, sorprendentemente difeso ultra vires da molti compassati economisti di rito cantabrigense antico e osservato), negli ideologhi dell’euro, c’era, indubbiamente, anche spazio per un certo margine di buona fede. È indubbiamente probabile, molto probabile, che una delle motivazioni più o meno esplicite del progetto eurista fosse quella di “indurre” (amorevolmente) le piccole imprese a fondersi per diventare grandi e quindi produttive. Un “quindi”messo un po’ a casaccio, sulla base di un atto di fede, come sono i “quindi”dei piddini.
Ma come si voleva realizzare questo nobile, ancorché forse non pienamente fondato intento?
Be’, lo sappiamo. Il fascismo di Mussolini usava il manganello. Quello di Barbapapà e dei suoi accoliti “de sinistra” usa il vincolo esterno. Sotto la morsa di un cambio sopravvalutato, le (piccole) imprese sarebbero state costrette a fare la cosa giusta, anzi, a farne due: pagare di meno i salariati, e unirsi per cercare economie di scala. Due cose intrinsecamente di sinistra, come ognuno vede, soprattutto la seconda, che piacevolmente evoca i Kombinatsovietici (ah, quanta nostalgia di quando si poteva inneggiare a certi carri armati, eh, compagni? Che cce voi fa’, i tempi cambiano…).
Lo possiamo dire con una frase, volete?
Uno degli elementi più deliranti del progetto eurista è stata la sua fede nel fatto che la politica macroeconomica (nella fattispecie, la manovra del cambio) si potesse sostituire alla politica industriale (ad esempio, la creazione di infrastrutture o lo snellimento della burocrazia). Certo, trovare testimonianze aperte di questa decisione è piuttosto difficile, per il semplice motivo che i piccoli e medi imprenditori sono tanti, e nessun partito politico è così scemo da andargli a dire in faccia: “immolatevi per il bene del paese”! Ci sarebbe poi stato da spiegare come mai i politici di un paese la cui prosperità si fondava in modo significativo sui distretti industriali fossero così proni a un progetto, quello europeo, che per tante vie favoriva la grande impresa del Nord, come i giuristi ben vedevano. Ma sono sicuro che i sagaci lettori di queste testimonianze ne troveranno, e come. E del resto, sapete che c’è? Anche se ha sempre fallito, l’uso del vincolo esterno come strumento di politica industriale non è nemmeno una grande novità.
Sentite cosa ci racconta Pierre Gaxotte nella sua storia della rivoluzione francese (ve l’ho raccontato a Padova): nel 1786 una crisi da sovrapproduzione fa crollare il prezzo dei prodotti agricoli, e il governo, nella persona di Charles Gravier de Vergennes, si preoccupa di rianimare l’esportazione. In che modo? Con un trattato commerciale bilaterale concluso con il Regno Unito, con il quale si sposa una logica liberista: abbattimento dei dazi, per favorire il commercio, il quale, va da sé, sarebbe servito a consolidare la pace (in un solo trattato due novità: “l’euro ci ha dato la pace” e “più Europa”: cose nuove, come vedete!). Certo, i prodotti agricoli francesi diventavano così più appetibili per gli inglesi. Ma la riduzione dei dazi sui prodotti industriali inglesi corrispondeva a una rivalutazione reale del cambio francese, a un inasprimento del vincolo esterno (i prodotti industriali francesi diventavano meno convenienti). Qual era l’idea geniale del de Vergennes? “Vergennes espérait que les difficultés contraindraient les usines à moderniser leurs machines et leurs méthodes et qu’un petit mal serait payé par un grand bien” (il vincolo esterno avrebbe costretto le imprese ad adottare innovazioni di processo per migliorare la produttività).
Invece la ricompensa venne sotto forma di rivoluzione: “Sur l’heure, on ne vit que les stocks invendus, les ouvriers sans travail errant dans les rues des villes, demandant du pain et maudissant les riches”.
L’idea delirante che le imprese debbano essere pungolate col vincolo esterno quindi non è né di oggi, né di ieri. Scommetto che lettori di buona volontà potrebbero trovarne esempi nell’Antico Testamento. Del resto, altrimenti perché mai avremmo passato tanti millenni a combatterci?

R&S

La seconda spiegazione la conoscete, perché è anch’essa parte integrante del mantra luogocomunista. La spesa in ricerca e sviluppo! La piccola impresa va manganellata col vincolo esterno perché, oltre tutto, fa poca ricerca e sviluppo. “Noi non facciamo abbastanza ricerca e sviluppo”, ecc. Vi ricordate il trollazzo cojone, Alex78, quello dei maglioncini, appunto? Vi ricordate quello delle ciabatte di gomma? Ecco, quel discorso lì, autorevolmente supportato da una ricerca della Banca di Credito Cooperativo di Casteltrollazzo di sotto. Economisti di vaglia, si intende, mica gente ai margini della comunità scientifica.
Ora, nessuno nega che la ricerca e lo sviluppo siano importanti. Ci sono fior di lavori che ne dimostrano l’importanza. Uno per tutti, quello di Parisi, M.L., Schiantarelli, F., Sembenelli, A. (2006) “Productivity, innovation and R&D: micro evidence for Italy”, European Economic Review, 50, 2037-2061. Lavoro accuratissimo, rivista prestigiosissima. Ma anche non ci fossero lavori così convincenti, figuratevi se io, che nel settore della ricerca ci lavoro, andrei a dire che la ricerca non è importante: un sano e italico conflitto di interessi mi condurrebbe naturalmente a dirne tutto il bene possibile! Ovvio, no?
Madri, date ricerca alla Patria! Un altro slogan eurista, che però un fondamento pare averlo. Solo che… i dati che ci dicono?
Una cosa molto semplice e molto nota: la spesa in ricerca e sviluppo in Italia ha viaggiato, nel tempo, attorno a un punto di Pil. In Germania, pensate, nella virtuosa Tedeschia, era il doppio: il 2% del Pil. E, va da sé, nella viziosa Ellade era quasi la metà. Il che lascia peraltro ai supply-siders l’ingrato compito di spiegare come mai un paese con così poca ricerca sia cresciuto così rapidamente (prima del botto), e lo abbia fatto soprattutto per via di un potente recupero di produttività (crescita media della produttività del lavoro al 3% dal 1999 al 2008, quasi il doppio di quella tedesca).
Ma non mettiamo in imbarazzo i supply-siders.

Produttività e flessibilità

Eh, ma queste cose le sapevate! Ora invece sto per stupirvi con effetti speciali, e, se non mi inganno, sto anche per farvi godere profondamente. Perché… c’è una terza spiegazione del calo di produttività del lavoro in Italia (e più in generale in alcuni paesi europei).
E sapete qual è?
Quella proposta da Gordon, R.J. and Dew-Becker, I. (2008) “The role of labor market changes in the slowdown of European productivity growth”, CEPR Discussion Papers, February (scaricabile dal NBER). Oh, attenzione: Robert Gordon è un economista importante, non è che stiamo parlando del primo venuto. Tra l’altro, io la macroeconomia l’ho studiata (per dovere di istituto) sul suo libro di testo, che era quello adottato nel corso di Maurizio Saltari.
(Grande esame. Alla fine Saltari mi propone un 27, e io gli chiedo perché. E lui: “Ma vedo che lei con Tenenbaum ha preso 26, e io ho grande stima della capacità di valutazione di Tenenbaum.” E io: “Ma la spiegazione è semplice: l’esame del prof. Tenenbaum non l’ho studiato, perché la microeconomia non mi interessa. La macroeconomia mi interessa di più e quindi vorrei un’altra domanda”. Fatta la domanda, preso 28. Il prof. Saltari era (ed è) fortemente autocorrelato: sarà per questo che gli riesce doloroso pensare di dover abbandonare l’euro! Oh, Enrico, si scherza eh! Lo sai che io sono un buon diavolo…).
(Oltre che per dovere sul Gordon, fortunatamente la macro me l’ero studiata per mio piacere anche sull’Ackley, quello in italiano comprato da Maraldi a Roma, e quello in inglese comprato da Barblan et Saladin à Fribourg, e ricordo ancora quando Vianello mi disse: “Che bel libro l’Ackley!”. E lui, che era “de sinistra”, proprio non poteva credere che uno come me, che gli sembrava “de destra” perché faceva econometria, cioè perché preferiva i dati allo sterile e deliquescente chiacchiericcio filologico, avesse letto Keynes, avesse studiato Ackley, e tante altre cosucce… Eh, chissà cosa direbbe oggi Vianello? Forse fa parte anche lui di quelli come Dornbusch, dei quali dobbiamo pensare che alla fine è meglio per loro – anche se peggio per noi – che non ci siano più…).
Comunque, scusate, divagavo, so che non vi interessa, ma era solo per darvi contezza del fatto che la teoria che sto per esporvi è stata formulata da uno che ce l’ha lungo (il CV).
E che teoria è?
Semplice.
Gordon e il suo coautore sostengono che la colpa del calo di produttività del lavoro in Europa sia da attribuire alle riforme del mercato del lavoro.
E come?
Semplice: la disponibilità di lavoro reso più conveniente dalle opportune“flessibilizzazioni” avrebbe indotto gli imprenditori a adottare metodi di produzione a più alta intensità di lavoro, a detrimento della produttività. Insomma: il problema sarebbe nella relativa abbondanza di offerta di lavoro resa possibile, appunto, dalle mirabili riforme à la Schroeder, per dirla con l’ortotterone nostro
Daveri, F. e Parisi, M.L. (“Temporary workers and seasoned managers as causes of low productivity”, paper presented at the Ifo, CESifo and OECD Conference on Regulation“Political Economy, Measurement and Effects on Performance”, Munich, 29-30 January 2010), questa storia ce la raccontano così:
“Queste modifiche legislative (il pacchetto Treu) dettero pieno riconoscimento legale a una quantità di forme contrattuali part-time e temporanee, alcune delle quali esistevano da prima, anche se confinate al mercato del lavoro non ufficiale (NdC: un modo elegante per dire “nero”). L’abbondanza di lavoro a buon mercato derivante da queste riforme monche ha determinato un declino del rapporto capitale/lavoro di equilibrio. Potrebbe anche aver scoraggiato la capacità innovativa di molti imprenditori, che sono stati posti a confronto con la tentazione irresistibile di adottare tecniche che usassero in modo intensivo i lavoratori part-time, la cui disponibilità sul mercato del lavoro era aumentata”.
Ma…
Scusate…
Sto trasecolando…
Le riforme del mercato del lavoro nel senso della flessibilità (in uscita, va da sé) non sono forse quella cosa tanto bella, che i tedeschi hanno fatto prima di noi perché sono tanto bravi, e che l’Europa (o la Bce, visto che l’Europa è l’euro) ci chiede a gran voce? E proprio queste riforme sarebbero all’origine del calo di produttività, e quindi del declino della nostra economia e anche degli squilibri esterni e interni del nostro paese?
Perché, vedete, se cala (o non cresce) la produttività diminuisce la crescita del prodotto e quindi del reddito, per cui diventa più difficile il risanamento finanziario (pubblico, ma anche privato): i privati guadagnano meno, sono in difficoltà col rimborso dei propri debiti, e pagano meno tasse, per cui anche lo Stato è in difficoltà col rimborso dei propri debiti. Ma se cala la produttività, cala anche la competitività, perché lo stesso costo del lavoro si ripartisce su un numero proporzionalmente minore di prodotti, e quindi i prezzi dei prodotti nazionali aumentano relativamente a quelli dei prodotti esteri, e quindi succede quello che succede (sbilanci esteri, accumulazione di debito estero, crisi di bilancia dei pagamenti, ecc.).
Bene.
Non so se avete capito: per Daveri e Parisi (DP) questi processi perversi sono attivati da cosa? Dalle“benefiche” (o forse erano “venefiche”?) riforme del mercato del lavoro! Sì, avete capito bene! Ve lo dicevo, no, che vi sareste divertiti…
Attenzione: non si tratta di una mera ipotesi. Lo studio di Daveri e Parisi sottopone questa ipotesi a una seria verifica empirica, analizzando la relazione fra produttività e impiego di lavoratori “flessibili” (de gomma…) in 4177 imprese italiane nel periodo dal 2001 al 2003 (nel quale la produttività aggregata calò dell’1.8%). Conclusioni? L’ipotesi è “consistent with our data” (anche se naturalmente questo indica solo una correlazione, non è detto che implichi un nesso causale, ecc.). Ma i dati questo raccontano.
Quando l’ho fatto notare a istwine, la risposta è stata abbastanza esilarante. La domanda era (affettuosa): “Ma Daveri c’è o ce fa?”. E la risposta (perdonate i francesismi del giovane istwine):
“Comunque non lo capisco neanche io, speravo di aver capito male, cioè,  non pensavo fossero così al contrario. Mi son anche cercato recenti articoli per vedere se fosse contro la flessibilità. Macché, addirittura contro l’art.18. Boh, ma che cazzo scrivono a fare questi? Sono il corrispettivo degli economisti de sinistra che fanno articoli su Marx, Kalecki e Keynes e poi si fanno le seghe con Fassina. Ma che cazzo di senso ha?
Mi ricordano quelli che dicono “la classica? Bellissima, soave.” “cosa ascolti?” “e boh, Allevi, Einaudi”.
Ah.
Insomma, dilettanti?
Oppure no.
Perché vedete, che la flessibilizzazione del lavoro abbia effetti perversi non è certo Daveri il solo a dirlo (in Italia). Sentite ad esempio Giuseppe Travaglini, un economista “de sinistra” e anche un amico che mi ha mandato qualche giorno fa, qui ai margini della comunità scientifica, un suo saggio, dove leggiamo:
“Il basso costo del lavoro ha agito da disincentivo per le imprese ad accrescere l’efficienza, rendendo profittevoli attività a basso valore aggiunto, altrimenti marginali… La moderazione salariale quindi oltre che deprimere le retribuzioni e in consumi, favorendo l’indebitamento, ha depresso l’investimento di qualità, i processi innovativi e la crescita della ricchezza nazionale.”
in “Alcune riflessioni sulle cause reali della crisi finanziaria¸ Quale Stato n. 1/2, 2009 (un saggio che dovreste comunque leggere, il link è al pre-print).
Insomma: sia gli economisti di “destra” (intendo: neoclassici, più vicini alla Bocconi che alla CGIL) che “de sinistra” (intendo: neokeynesiani, più vicini alla CGIL che alla Bocconi) in fondo sono d’accordo: la flessibilizzazione, premessa essenziale della moderazione dei salari (perché chi ha diritti rivendica, e chi non ne ha abbozza) è all’origine del problema.
Ma il punto che sorprendeva me e istwine (e spero sorprenda anche voi) è questo: che un economista relativamente vicino al sindacato (faccio per dire, non so quanto Giuseppe lo sia) possa pronunciarsi contro la flessibilizzazione selvaggia del lavoro è anche scontato, diciamo fa parte del gioco, anche perché (suppongo) questo economista magari sarà stato critico verso la Fornero, ecc. Uno però potrebbe giustamente chiedersi, come del resto fa istwine: “A Daveri, invece, chi glielo fa fare di adottare una spiegazione del declino (il declino causato dalla flessibilità) così poco in accordo con le premesse ideologiche e teoriche del blocco ideologico/politico al quale appartiene? Una tesi così contrastante con la sua difesa a spada tratta di Monti, Fornero, dell’Europa che per definizione ci chiede sempre cose giuste (fra cui la flessibilità)?”
Come fa un economista schierato (legittimamente) come Daveri a dire che il problema della produttività è causato dalle riforme che hanno portato flessibilità?
Credo che dipenda dalla necessità di scegliere il male minore, l’ammissione meno pericolosa in termini ideologici, come passo a spiegarvi.

Le spiegazioni del declino: un fatto contro tre teorie (e daje a rideeee….)

Vedete, nella descrizione del declino data dalla Table 2 qua sopra ho adottato, per mera convenzione di calendario, una suddivisione della storia economica italiana per decenni. Ma è un dato assodato che i decenni non corrispondono (in generale) ad effettivi punti di svolta, né ci sarebbero motivi per crederlo. Non si può chiedere alla Storia, e nemmeno alla SStoria, di piegarsi alle convenzioni del calendario. La Storia, e anche la SStoria, quando si volta pagina lo decidono loro, senza stare a vedere se fa cifra tonda.
Ora, osserviamo il profilo temporale della produttività media del lavoro in Italia (cosa che abbiamo già fatto):
Basta un colpo d’occhio ai dati per capire subito che alcune delle dotte spiegazioni di destra e “de sinistra” volano in cocci.
Cosa mostrano infatti i dati? Che l’arresto nella crescita della produttività è repentino e si situa inequivocabilmente a metà degli anni ’90.
DJL  non contestano minimamente questo dato di fatto, anzi! Le loro analisi prendono come punto di “rottura” del trend della produttività il 1995 (vedi le varie tavole). Al di là di quale sia la datazione precisa del fenomeno, è chiaro che l’arresto della crescita della produttività è piuttosto improvviso e si situa in quei paraggi. Ancora una volta, “destra” neoclassica e “sinistra” neokeynesiana sono perfettamente d’accordo su questo che è un dato, il dato. Ad esempio, Giuseppe Travaglini (“Il rallentamento della produttività del lavoro in Italia– Cause e soluzioni”, Quaderni di Rassegna Sindacale, n 1, 2013), usando un approccio analogo a quello di Daveri, situa il punto di svolta nel 1994 (in entrambi i casi manca un’analisi formale del punto di rottura, ma la coincidenza di vedute è piuttosto significativa).
Questo, però, crea un ovvio problema!
Prendete ad esempio la spiegazione che vede la causa del problema nel “nanismo” delle imprese, come sentiamo spesso profferire dai compassati colleghi “de sinistra” (quelli che “la piccola impresa è una metastasi”), per una volta in celeste corrispondenza di amorosi sensi con quelli “de destra” (quelli che “la mobilità internazionale dei capitali è come la Roma, non si discute, si ama”).
Scusate, compagni e camerati, lo vedete il dato? La produttività rallenta improvvisamente a metà anni ’90. Cioè, fatemi capire, compagni e/o camerati, mi state dicendo che nel 1995 le imprese italiane sono improvvisamente diventate tutte troppo piccole? State sostenendo che in quell’anno i distretti industriali italiani sono stati tutti lavati in lavatrice col programma sbagliato, facendo l’ingloriosa fine del golfetto d’angora strinato a 90 gradi?
Mi sembra chiaro che questa spiegazione non sta in piedi. L’arresto della produttività è improvviso, quindi non può essere connesso al “nanismo”, che eventualmente è un fenomeno strutturale, di lungo periodo, e riconosciuto per tale, perché la piccola e media impresa è da sempre uno degli assi portanti dell’economia italiana.
Del resto, il modello dei distretti industriali italiani era stato lodato, fino alla prima metà degli anni ’90, proprio per il suo dinamismo, e questo non solo nella letteratura scientifica nazionale (il nazionaliiiiiismo!), ma anche e soprattutto in quella internazionale (ad es., Pyke, F., Sengerberger, W. (eds) (1992) Industrial districts and local economic regeneration, Geneva: International Institute for Labor Studies). Non esistono solo le economie di scala. Esistono anche le esternalità di rete, tanto per dirne una. E qui mi fermo.
Ma non va molto meglio se prendiamo in considerazione le spiegazioni basate sull’altro mantra, quello della scarsa ricerca e innovazione. Questa spiegazione, come la precedente (nanismo), non spiega il profilo dei dati. Perché, vedete, la spesa per ricerca in Italia è sempre stata la metà di quella tedesca, virgola più, virgola meno. Ma ora guardatevi l’andamento delle produttività italiana, francese e tedesca:
(nota: in questo post di Krugman si parla del rapporto fra la linea verde e la blu, cioè fra la produttività italiana e quella francese, senza capire bene cosa è successo –vedi sotto…).
A me pare che fino al 1989 la produttività italiana sia cresciuta allo stesso tasso di crescita di quella tedesca. Poi, come abbiamo visto, c’è un primo arresto corrispondente allo Sme “credibile”, e un arresto definitivo dal 1996. Ora: non è che quando la produttività italiana cresceva allo stesso ritmo di quella tedesca (cioè fino al 1995) il livello della spesa in R&S italiano fosse pari a quello tedesco, per poi calare improvvisamente, dal 1995 in poi, tirandosi dietro la crescita della produttività. Eh no, amici. Come nel caso delle dimensioni delle imprese, così in quello della spesa per R&S, non è che a un certo punto, nel 1995, la lavatrice della SStoria ha girato col programma sbagliato, restituendoci delle variabili “ristrette” e condannandoci in quell’anno al declino. No no no! Le cose non stanno così.
E anche sui livelli ci sarebbe qualcosa da dire, perché è sì vero che la spesa formale in R&S è relativamente bassa in Italia, ma è anche vero, e ce lo spiegano, ad esempio Belussi, F., Pilotti, L. (2002) “Knowledge creation, learning and innovation in Italian industrial districts”, Geografiska Annaler, 84B, pp. 125-139, che il modello del distretto industriale vede uno dei propri punti di forza nella capacità di produrre e diffondere rapidamente i risultati di innovazioni economicamente rilevanti che non nascono da un’attività di ricerca e sviluppo formale (quella che ricade nelle statistiche: l’esistenza cioè di uno staff o di un progetto esplicitamente dedicato e finanziato), ma all’interno delle singole imprese, per iniziative non formalmente assimilate a R&S. Quindi non è detto che le statistiche rispecchino l’effettivo impegno in R&S dei due sistemi industriali.
Ancora una volta, non ci siamo.
Il fallimento empirico (incapacità di spiegare il punto di svolta) dei due approcci che fanno la parte del leone sui media (il “nanismo” e il “ricerchesviluppismo”),spiega però la strana contorsione logica di DP. Perché la loro spiegazione, per quanto contraria alla loro ideologia “libertaria”(flessibilizzare sempre e comunque), sembra però quadrare con i dati. In effetti, come dicono loro (abbiamo visto la citazione sopra), il pacchetto Treu è stato adottato a metà degli anni ’90, e quindil’idea che il declino della produttività sia dovuto alle norme di flessibilizzazione in esso contenute sembra finalmente fornire una spiegazione coerente.
Sembra…
Perché il pacchetto Treu, va ricordato, è stato emanato a metà 1997, e anche ammettendo che abbia da subito dispiegato i suoi effetti, bisogna riconoscere che difficilmente avrebbe potuto spiegare il rallentamento marcato della produttività che si verifica fra 1995 e 1996 (due anni prima), o addirittura, se ha ragione Travaglini, fra 1994 e 1995 (tre anni prima). Certo, fa parte della mistica neoclassica il principio delle cosiddette “aspettative razionali”. Come dire: magari nel 1995 un imprenditore, perfettamente informato di quello che sarebbe accaduto nel 1997, avrà cominciato ad assumere lavoratori sapendo che due anni dopo gli sarebbero costati di meno e abbassando così il rapporto capitale/lavoro ottimale…
Suvvia!
Nessuno, soprattutto non Francesco Daveri, può credere a una spiegazione simile. E infatti, come ricorderete, la sua ipotesi che sia la quantità di lavoratori “flessibili”ad abbassare la produttività lui non la sperimenta in un intorno del punto di svolta, ma alcuni anni dopo, sul triennio 2001-2003 (nel quale sono successe anche altre cose).
Ma allora perché usare una spiegazione che per una volta non è controintuitiva (la flessibilità deteriora la produttività) ma che è senz’altro controideologica (la flessibilità deve essere sempre buona e bella perché ce la chiede l’Europa!).

Quello che i dati dicono e gli economisti non dicono

Semplice.
Per non dire che la colpa è anche dell’euro. Posto nell’alternativa fra profanare due totem (la flessibilità e l’euro), il male minore a molti economisti sembra quello di profanare la flessibilità (accusandola di compromettere la produttività), pur di non attribuire alcuna responsabilità all’euro. Ma i conti non tornano.
Il fatto stilizzato par excellence dell’economia italiana, negli ultimi venti anni, è questo:
In verde trovate, come sopra, la produttività del lavoro (ALP, average labour productivity). In rosso il tasso di cambio lira/ECU (lire per ECU), che dal 1999 diventa il tasso di cambio irrevocabile con l’euro. Ricordo a beneficio delle eventuali persone dalla limitata capacità di comprensione che questo tasso, cioè quello rispetto agli altri paesi europei, è il più significativo per quanto riguarda l’effettivo“peso” della valuta italiana, dato che le valute che componevano il paniere dell’ECU (e che poi sarebbero di fatto confluite nell’Eurozona) corrispondono ai paesi che esprimono la maggior parte del commercio dell’Italia (paesi europei, perché, guarda caso, si tende a commerciare di più con chi è più vicino…). Segnalo anche che il cambio è espresso in lire per ECU, cioè incerto per certo, il che significa che un suo aumento implica una svalutazione (quella cosa che viene variamente descritta dagli scienziati economici come un cancro, come il sorpassare in corsia di emergenza, e via luogocomunando, quando in fondo è solo l’operare della legge della domanda e dell’offerta…).
Per chi ama le misure, le due serie hanno una correlazione di 0.973 in livelli e di 0.431 in tassi di variazione, entrambe significativamente diverse da zero: c’è poco da dire, le due serie si muovono insieme, e in particolare, è visibile, si fermano insieme. Nel 1996, dopo aver raggiunto un picco di svalutazione, l’Italia rivaluta, e da quell’anno la crescita della produttività pare arrestarsi (espertoni, un attimo! Arrivo subito!).
Vorrei fare due ordini di considerazioni.
La prima è per i miei amici del cuore, gli espertoni, i quali saranno pronti con il loro cavallo di battaglia: “la correlazione non implica causalità”! E vengono a spiegarlo a me, che da vent’anni insegno cosa sono le regressioni spurie! Sus Minervam docet, come al solito.
Ora: se due variabili A e B si muovono insieme, questo può succedere per svariati motivi: perché A causa B; perché B causa A; perché C causa A e B; o per caso (esiste anche questo).
Vediamo un po’…
Che quello che accade nella figura sia effetto del puro caso, sinceramente tenderei ad escluderlo. Un caso può verificarsi, una volta ogni tanto, ma noi constatiamo nella figura che ogni volta che il cambio si irrigidisce (smette di“crescere”), la produttività flette (cresce meno rapidamente). Il fenomeno è abbastanza evidente fra 1988 e 1989, ad esempio, e un’analisi più dettagliata è stata fatta qui. Non credo si possa invocare il caso (che pure produce meravigliose correlazioni).
Allora vogliamo pensare che sia una terza variabile a influenzare sia il cambio che la produttività? Io, sinceramente, non conosco un modello che funzioni in questo modo, ma se qualche trollazzo di passaggio ha un’idea, perché no? A me sembra però che nel campo delle idee plausibili rimangano le due più semplici: A causa B o B causa A.
Vediamo…
Vogliamo pensare che sia la produttività a causare il cambio? Cioè che il rallentamento della produttività causi un apprezzamento nominale. Sinceramente, mi sembra strano. Una rivalutazione (o un rallentamento della svalutazione) del cambio implica che la moneta del paese sia più domandata dagli operatori esteri (commercianti, investitori). E perché mai qualcuno dovrebbe desiderare di più la valuta di un paese che, essendo meno produttivo, offre meno opportunità di profitto? Se qualcuno me lo spiega, forse lo capisco, ma gradirei che lo facesse per iscritto, così, a futura memoria. Per non parlare del fatto che l’irrigidimento del cambio che osserviamo nella figura è determinato da un cambiamento istituzionale (l’adesione all’Eurozona) ed è quindi largamente esogeno, predeterminato, indipendente dalla logica economica. Che una variabile esogena (cambio) possa essere causata da una variabile endogena (produttività) suona strano: come fa una variabile “esterna al modello” ad essere causata da una variabile “determinata dal modello”? (per usare un linguaggio semplice).
Non c’è niente da fare! Rimane in piedi solo l’ultima ipotesi: che la stasi della produttività (declino) sia causata da quella del cambio (fissazione del cambio nominale). Questa ipotesi quadra con la dinamica dei dati (il rallentamento della produttività coincide con la rivalutazione del 1996) ed è supportata da un preciso modello causale di riferimento, il modello di crescita kaldoriano diDixon e Thirlwall (1975). Questo modello si basa sulla legge di Verdoorn, che vi ho già illustrato: a causa della presenza di rendimenti crescenti, il tasso di crescita della produttività è influenzato positivamente dalla crescita della domanda. Il barista diventa più produttivo se gli chiedono più caffè, perché impara a farli meglio. Questo meccanismo attiva un processo di causazione cumulativa che può agire da circolo virtuoso o vizioso, a seconda della spinta iniziale.
Se a un paese si aprono nuovi mercati, questo aumento di domanda stimola la produttività, permettendo di produrre a prezzi inferiori e di consolidare così l’espansione nei nuovi mercati, secondo un processo cumulativo. Se invece i mercati si chiudono, si avrà uno shock di domanda negativo che porta il paese su un percorso di crescita della produttività e del reddito inferiori.
Ora, cos’è successo secondo voi nel 1996? Visto che abbiamo drasticamente rivalutato rispetto ai partner europei, è facile che ci sia stato uno shock negativo di domanda, tramite esportazioni. In effetti, questa figura:
mostra che nel 1996, in sincrono con una rivalutazione dell’8%, si è verificato un bel tuffo delle esportazioni di più del 2%, per di più dopo un periodo di forte crescita.
Direi che il modello di Dixon e Thirlwall mette insieme almeno un paio di fatti stilizzati dei quali le altre spiegazioni non danno conto:
1)     la data del cambiamento di struttura, che coincide con la rivalutazione preliminare all’aggancio della lira all’euro (tutte le altre spiegazioni o non forniscono una data, o, nel caso di quelle articolate sulla flessibilità, ne forniscono una posteriore);
2)     il fatto che il calo di produttività abbia riguardato prevalentemente i settori “aperti”al commercio internazionale e, in particolare, come ricordano DJL, i settori del “made in Italy” (le altre spiegazioni non illustrano come mai proprio i settori più aperti e dinamici sarebbero stati colpiti da un improvviso calo di produttività, mentre se prendi in considerazione il ruolo del cambio, il motivo diventa ovvio).
Siete sempre convinti che l’euro non c’entri, e che sia solo un problema di produttività? L’unico modello che si riconcilia coi dati ci dice una cosa diametralmente opposta: proprio perché è un problema di produttività l’euro (cioè l’improvvisa rivalutazione della lira e l’adozione di un cambio sopravvalutato) c’entra, e come!

I paradossi del vincolismo

Attenzione.
Io non sono eretico (sono inquisitore) e non sono eterodosso (sono ortodosso), ma sono eclettico: non ho alcun motivo particolare per ritenere che nel mondo ci siano solo la domanda, o solo l’offerta. Questo tipo di spiegazioni le lascio ai pasdaran. Nel mio mondo il mercato ha due lati.
Quindi?
Quindi secondo me c’è del vero anche nella spiegazione di DP e di Travaglini. Sicuramente, dopo essere stata messa su un sentiero di crescita della domanda e quindi della produttività inferiori dallo shock del 1996, l’Italia è stata mantenuta su questo sentiero anchedalle riforme del mercato del lavoro, con gli effetti perversi descritti da DP e da Travaglini (disincentivo all’innovazione di processo e di prodotto determinato dalla disponibilità di manodopera flessibile a buon mercato).

Ma… attenzione! Questo non fa che raddoppiare le responsabilità dell’euro!
Perché?
Ma perché la flessibilità, con i suoi effetti perversi, ci è stata venduta in nome del “ce lo chiede l’Europa” come necessaria risposta alle rigidità “virtuose”indotte dal cambio fisso. Dato che la moneta italiana era rigida, dovevano diventare flessibili i lavoratori, e ciò sarebbe stato un bene perché avrebbe aumentato l’occupazione e la produttività. Non ricordate? Eppure ce l’hanno detto, io me lo ricordo, e chissà quante citazioni voi, che siete bravi, troverete…
Quello che si perdeva in competitività con un cambio troppo forte, lo si doveva guadagnare con riduzione dei costi di produzione interni, cioè del costo del lavoro, riduzione che è più facile se la disoccupazione è alta o se il lavoratore è precario e quindi ricattabile. Questo era lo scopo che si voleva ottenere: lo sbriciolamento dei diritti dei lavoratori. Ma per renderlo politicamente “accettabile” era necessario che questo scopo venisse proposto in nome di un ideale superiore: insomma, il solito “ce lo chiede l’Europa”.
Ora, pensateci un attimo. L’idea del vincolismo è che lavoratori e imprese devono essere manganellati dal vincolo forte per migliorare (farsi pagare di meno, essere più produttivi). Ma… ragioniamo un attimo sulle imprese. Le imprese operano per fare profitti, e i profitti sono dati dai ricavi meno i costi:
Profitti = Ricavi – Costi
L’ideologia vincolista sostiene che se un’impresa viene messa in condizione di fare meno profitti, si darà da fare per migliorare (fondendosi con altre, diventando più produttiva) per farne di più. Da Vergennes a Prodi, passando per Andreatta, l’idea sottostante è questa.
Ora, in tutto questo la manovra del cambio, usata come strumento di politica industriale, agisce prevalentemente sul lato dei ricavi: se la moneta nazionale è troppo forte, l’impresa esporterà di meno e incasserà di meno. Questo viene visto come virtù.
Ma, paradossalmente (e questo l’ho capito leggendo Travaglini), viene vista come virtù anche la flessibilità, che allenta il vincolo dal lato dei costi: il lavoratore flessibile viene pagato di meno, e l’impresa fa più profitti.
Vedete? È sempre la solita storia della differenza fra etica e moralismo. Il moralismo è asimmetrico. Perché mai di due cose che riducono i profitti (cambio forte e diritti dei lavoratori), e che quindi vincolano le aziende stimolandole – in teoria – a diventare più produttive, una deve essere vista come buona e perseguita (il cambio forte), e l’altra come cattiva (i diritti dei lavoratori) e sostituita dalla flessibilità? Non è chiaro.
Anche perché lo sgretolamento di diritti e retribuzioni dei lavoratori conduce a un esito inevitabile: il crollo della domanda interna, che spinge ad esasperare (per forza di cose) la strategia mercantilista di promozione delle esportazioni, cioè, in presenza di cambio rigido, a ulteriori risparmi di costi da cercare con ulteriori compressioni dei redditi e dei diritti.
Questo è il triplo fallimento dell’ideologia vincolista del quale parlavo a Padova (in dipartimento, non filmato). Il vincolismo ha condotto al declino l’economia italiana attraverso tre canali:

1)     la relazione fra domanda e produttività (modello di Dixon-Thirlwall, 1975), ovvero il rallentamento della produttività determinato (nel 1996) dalla sopravvalutazione e conseguente fissazione del cambio nominale, via shock sulle esportazioni;
2)     la relazione fra flessibilità del lavoro e produttività (Gordon, DP, Travaglini), ovvero l’adozione da parte delle imprese italiane di un rapporto capitale/lavoro non ottimale, con il ricorso massiccio a lavoro precario sottopagato e conseguente calo della produttività (una risposta resa inevitabile dalla sopravvalutazione del cambio);
3)     la relazione fra moderazione salariale e crollo della domanda interna, che ha portato all’aumento del debito di famiglie e imprese e alla rincorsa (senza speranza) del “modello tedesco”, i cui fallimenti, peraltro, cominciano a dispiegarsi ai nostri occhi, come era ampiamente prevedibile.
È un fallimento economico, ma è anche e soprattutto un fallimento politico, non dimentichiamolo mai. Quello di élite che per motivi che gli storici appureranno (collusione con interessi esteri? Accecamento ideologico?) hanno paternalisticamente deciso di governare gli italiani col manganello del cambio,sapendo di esporli a difficoltà, ma confidando nel fatto che queste li avrebbero temprati.

La filosofia politica di Charles Gravier de Vergennes.
Il cinico Guerani, ricordando l’Unione Monetaria Latina, e la tassa sul macinato che ne fu l’ovvia conseguenza (certo, certo, adesso c’è la Cina), dice che le unioni monetarie se le possono permettere solo quei paesi che possono cannoneggiare gli operai, come fece il feroce monarchico Bava. Ma Alessandro in fondo è un buono. Fa un po’ il cinico per impressionare le donne bionde dal marcato accento palermitano (Lidia, si scherza, va da sé!), ma in fondo in fondo è un pezzo di pane, perché il raccontino che ci siamo fatti dice che le cose stanno molto peggio di così! Quanto meno,bisogna riavvolgere il nastro di almeno un secolo.
Possono permettersi un’unione monetaria i paesi nei quali vige ancora il feudalesimo, stati pre-borghesi nei quali la classe imprenditoriale non ha una rappresentanza politica, e il buon pater familias, il de Vergennes di turno, può decidere, se lo desidera, di bastonarli col cambio rigido, magari per favorire un’altra classe sociale (che all’epoca potevano essere gli agricoltori, oggi magari le imprese finanziarie). In quei paesi va bene il gold standard, o, il che è lo stesso, l’euro.

Dice: ma noi non siamo così, oggi gli imprenditori votano!
Può darsi.
Ma ho come la sensazione che comincino a capire che la fregatura l’hanno presa anche loro. Forse gli sarebbe convenuto un regime con meno rigidità del cambio, e meno flessibilità del lavoro: avrebbero avuto più domanda estera e più domanda interna. Un po’ meno vincolo esterno, e un po’ più vincolo interno, insomma, quello dato dalla necessità di usare bene un fattore lavoro un po’ più costoso. Dove sarebbe lo scandalo nel ripristinare questa simmetria? In fondo, il senso della proposta di external compact”che faccio alla fine del Tramonto dell’euro è essenzialmente questo, ed è essenzialmente questo il modello di sviluppo e integrazione europea che aveva in mente Meade: mantenere la flessibilità del cambio come tampone rispetto a shock esterni e meccanismo dissuasivo rispetto a politiche beggar-thy-neighbour, e sincronizzare la dinamica delle retribuzioni su quella della produttività per evitare svalutazioni reali competitive e sostenere la dinamica della domanda interna.
Ma di questo parliamo con più calma un’altra volta.
Oggi, il primo maggio 2013, mi interessava farvi capire che quando vi dicono: “il problema non è l’euro, ma la produttività!”, la risposta corretta è: “appunto!”.

(dedicato, ovviamente, a quelli che “il problema non è l’euro, ma la produttività…”. Degli infiniti modi che una persona ha a disposizione per farci capire di non capirci assolutamente niente questo è uno dei più ricorrenti. Speriamo che da oggi la piantino, o forniscano un modello, non dico pubblicato sugli Oxford Economic Papers, mi sta bene anche sulla tovaglia di carta della trattoria, che spieghi perché l’arresto della produttività in Italia coincide con la fissazione del cambio. Un modellino, due equazioni, che cce vo’… Visto che voi sapete qual è il problema, erudimini… Siamo qui, per una volta non chiamiamo noi, chiamate voi, se avete qualcosa da dire. Sento che dormirò tranquillo.
Un pensiero commosso alle vittime del delirio di onnipotenza paternalistico che ci ha condotto a questo punto, alle vittime delle nostre élite corrotte e nemiche dei nostri interessi. Non durerà perché non può durare. Manteniamo i nervi saldi e aiutiamoci a resistere.)

Cosmologie: la Grande Fratellanza Euriana di Fubini

I luoghi comuni sono relativamente facili da creare. Ed estremamente duri a morire. Quelli sull’economia, poi, arrivano fino alle parole dei capi delle redazioni economiche. Ovvero quelle voci che dovrebbero informare lettori e ascoltatori e che inevitabilmente, invece, li formano. Li addestrano. Contribuendo alla cementazione delle culture di cui parlavo ieri. E creando vere e proprie cosmologie rassicuranti.

Parto da un esempio di oggi. Eh sì, ormai sempre più spesso è necessario fare il quotidiano debunking di ciò che viene detto e scritto sui media mainstream. Una nobile professione si penserà. Orientata a mostrare le cose sotto luci diverse. Certo però che palle! Ma questa gente non potrebbe approfondire un po’ di più? O forse nemmeno i loro comportamenti interpretativi sono poi così semplici da spiegare? Vediamo.

Prima pagina del Corriere della Sera. Federico Fubini, classe ’66, caporedattore Economia. Uno che scrive libri premiati. Una penna di quelle accreditate. Credibile. Il titolo di oggi è “L’illusione di avere tempo”. Scrive Fubini.

Nel 1992 l’Italia, oberata dai debiti fu costretta a uscire dall’accordo di cambio europeo e svalutare la lira del 30%. Gli investitori esteri che avevano comprato i Btp sulla base dell’impegno del Paese a restare nel sistema monetario, si ritrovarono con una perdita effettiva di un terzo del capitale. Fra loro c’è senz’altro chi si sarà sentito tradito, ma gli italiani non ebbero mai la percezione di non aver mantenuto i propri impegni. Al contrario, con i loro sforzi e grazie la scelta politica del resto d’Europa sei anni dopo erano già nell’euro: mai un Paese è passato così in fretta dalle stelle alle stalle dell’affidabilità finanziaria, da tassi argentini a tassi tedeschi. Questa manna non può tornare, ma devono essere stati episodi così ad aver convinto qualcuno che lo stellone ci assisterà sempre.

Una parentesi necessaria prima di passare al debunking. Le culture di tutti i tempi per spiegare ciò che le circonda sono costrette necessariamente alla semplificazione. E’ un’attitudine umana. La religione ad esempio ma anche la scienza sono semplificazioni della complessità del reale. Che rispondono a criteri ordinativi diversi ma che servono allo stesso scopo: aiutare l’uomo per sottrarsi dal caos. Questa semplificazione parte dalla creazione di simboli, ovvero di saperi paradigmatici, che vengono poi organizzati in sistemi coerenti chiamati cosmologie. Le culture che siamo soliti definire occidentali, a differenze di quelle di interesse etnologico, ne accatastano diverse , una sull’altra, di queste cosmologie. Si tratta di narrazioni coerenti che rassicurando, spiegano. O forse spiegando, rassicurano. Nella creazione di una cosmologia i fatti vengono spesso digeriti e modificati. Non si tratta quasi mai di mistificazioni coscienti, di atti deliberati a tavolino. Ma dell’equivalente digitale dell’oralità delle società tradizionali. E’ così che i luoghi comuni si trasformano in cosmologie. Come succedeva quando eravamo cacciatori-raccoglitori. In base alla ripetizione. Ed è incredibile notare come, nonostante la scrittura ci permetta di risalire al fatto originario, la modificazione mitologica sia comunque più forte.

La storia del ’92 (se non ricordo male sarebbe meglio dire ’93) infatti è diversa. Amato prima infilò le mani dello Stato nelle tasche dei contribuenti. Con un prelievo forzoso tipo quello cipriota. Poi svalutò. E fu proprio quella svalutazione (competitiva) a far sì che la crescita fosse rilanciata. Non furono gli eroici sforzi dell’Italia lavoratrice nei successivi anni a portarci con il debito pubblico in ordine e il PIL crescente all’appuntamento con l’Euro. O almeno non solo. Fu il rilancio della competitività anche attraverso l’esercizio della sovranità monetaria. In sostanza, quella parentesi aveva dimostrato ciò che tutti gli economisti accreditati  – da Alesina a Krugman, da Mosler agli stessi monetaristi equilibrati – sostenevano. Che l’Europa non è un’area valutaria ottimale e che il cambio fisso (leggi la moneta unica) avrebbe creato un disastro epocale. Caro Fubini, non erano i debiti il problema del ’92-’93, e nemmeno la classe politica che affrontava tangentopoli. Il problema erano i cambi fissi dello SME. La svalutazione li aggirò e rilanciò la crescita. In sei anni siamo risaliti per poi ricadere nello stesso errore. O era una trappola, Fubini? Una trappola ideata pe realizzare un progetto politico ben preciso? Scattata alla perfezione anche grazie alle cosmologie create e diffuse come mantra salvifici dai media e dal passaparola acritico?

Ma Fubini ci avverte. Dobbiamo fare in fetta perché la manna non può tornare. E’ chiaro, perché per il suo ragionamento anchilosato dalla cosmologia dell’euro, la manna è fu Maastricht. Ma basterebbe uscire dai confini del mito ed esercitare un po’ di pensiero laterale per capire invece che la manna fu proprio la svalutazione. E la manna può tornare, Fubini. E si chiama “uscita controllata dal cambio fisso”. Come dopo il ’93, grazie all’operosità che non ci manca e all’esercizio della sovranità monetaria torneremmo dall’economia reale del Burkina Faso a quella della Nova Zelanda. Economia reale Fubini. Altro che tassi. Vallo a chiedere ai lavoratori tedeschi se hanno apprezzato la deflazione interna e le decurtazioni salariali per conservare i tassi! E poi vallo a chiedere agli argentini se invece hanno apprezzato le mosse della Kirchner sul debito e sullo sgancio valutario dal dollaro!

L’articolo continua poi facendo notare che “nonostante non ci sia un governo lo spread è sceso a 300 e la borsa vola fino addirittura a capitalizzazioni del 6,7%”. Nella cosmologia dell’euro questa è un’anomalia. Come non c’è il governo che fa le ristrutturazioni, che taglia servizi e spesa, che alza le tasse per pagare i debiti eppure la borsa vola e lo spread scende? La cosmologia è in pericolo e quindi è necessario che digerisca nuovi elementi e si riposizioni. Sia Fubini che Rampini da Repubblica ci raccontano infatti che lo spread scende perché i giapponesi e gli americani stanno invadendo i mercati con moneta fresca di conio (come se la moneta si stampasse ancora!). Visto che i titoli del debito sovrano dei giapponesi non rendono più, i risparmiatori del Sol Levante starebbero puntando ai nostri titoli di Stato. E questa cosa Fubini la mette accanto all’annuncio di Bruxelles che “le turbolenze finanziarie sul debito sovrano italiano possono contagiare il resto d’Europa”. E alla sempiterna spada di Damocle del declassamento da parte delle agenzie di rating. Ma come Fubini, siamo o non siamo “affidabili”? Ha ragione l’Europa o hanno ragione gli investitori giapponesi? Tutti scemi questi ricconi con gli occhi a mandorla che investono sui nostri titoli invece di andare altrove? Qual è la verità Fubini?

La verità ovviamente, unica e incontrovertibile, non esiste. Ma un’altra verità fuori dai confini della cosmologia dominante, e che potrebbe spingerla a un cambio di direzione consistente per riuscire a digerire un’informazione così divergente, risiede nell’esercizio del buon senso. E’ chiaro che i mercati dei governi se ne fregano. O meglio che non è l’esercizio coordinato della gestione della cosa pubblica a interessare i capitali. Ma le dichiarazioni di chi governa. In Europa poi, dei governi “locali” non gliene frega nulla a nessuno. I capitali sanno che a Monti farà seguito la sua agenda. Che la teoria del binario di Draghi è realtà e non finzione, e che il governo risiede negli stanzoni illuminati di Francoforte e non nelle aule occupate dai Capitan Italia a 5 Stelle. Ma soprattutto che nella Borsa, come in tutte le arene dove si scommette, si punta su chi vince, ma si vince grosso puntando su chi perde.

Sembra chiaro a chiunque, quindi, che continuare a orientare la politica sulla base dell’umoralità dei mercati equivale a decidere la rotta in funzione del vento. E non a sfruttarlo in funzione di dove si vuole arrivare. L’esito è abbastanza prevedibile. Il naufragio.

Piccola curiosità. I capitali giapponesi che acquistano i nostri titoli, ma che presto si sposteranno su asset più tangibili sono i famosi capitali esteri. Quelli che dovrebbero arrivare quando un paese è affidabile. Ma quindi siamo affidabili o siamo untori? Non è dato sapere. Ma non sarà che questi capitali arrivano semplicemente quando gli conviene? E che il mito dell’affidabilità non è nient’altro che uno dei tanti che compongono la cosmologia dei Taleuriani? Attenzione poi, perché i mitici capitali esteri sono quelli che alimentano il debito estero e avviano il ciclo di Frenkel. Non vorrei che nel bel mezzo dell’ultima fase stessimo già inaugurando una nuova fase 1.

L’articolo di Fubini si conclude peggio di come era iniziato.

L’idea che ci sia ancora tempo e qualcosa e qualcuno alla fine ci salverà forse aveva senso nel ’92 quando Maastricht era il futuro. Vent’anni dopo la sola Maastricht che può salvarsi è qui in Italia, nella sua capacità di cambiare le proprie istituzioni economiche per prosperare, Bersani e Berlusconi ne stanno parlando, O no?

Il cerchio si chiude e la cosmologia rinforza se stessa ripetendo il mantra dell’incipit. Gli italiani spendaccioni sono di nuovo sull’orlo del tracollo. Se non rimettono a posto le loro istituzioni economiche saranno perduti. E questo va letto in funzione dell’agenda Monti-BCE. Ovvero tagli alla spesa, tasse per ripagare il debito. Più Europa! Più Europa! Sì perché nel ’92 avevamo  l’euro futuro che ci avrebbe salvato. Oggi cosa ci attende dietro l’angolo? Mi chiedo come mai Fubini, nell’ottica della sua formula, non si appelli a un’unione monetaria ancora più ampia. Se nel ’92 ci salvò Maastricht, perché non accordarsi anche con i paesi ancora fuori dall’euro ma nella UE per un SuperEuro che salvi tutti dallo spettro della crisi che non molla? O magari chiedere ai Russi di rinunciare ai rubli e di unirsi tutti nella grande Fratellanza Euriana (l’assonanza non è casuale). Forse perché ci manderebbero al diavolo mettendo in evidenza il campo minato in cui vgliamo attirarli? In tutto simile a quello dove i Taleuriani alla Fubini ci hanno attirato a inizio millennio?

In realtà Fubini non lo dice perché è un vero Taleuriano. E sotto sotto ha anche una vocina divergente che gli suggerisce di dire ciò che la cosmologia non prevede. Che il cambio fisso non fu la soluzione, ma il problema. E che il debito pubblico è il minore dei problemi, perché visto dall’altra parte è credito privato. Ovvero incentivo alla domanda, alla crescita dei consumi e al tanto invocato PIL. E che se il debito pubblico si calcola in percentuale sul PIL non è solo la riduzione del primo a renderla minore, ma anche l’aumento del secondo. Se ad esempio il credito alle imprese fosse stato liberato anni fa – con un forte vincolo che favorisse le assunzioni -, fregandosene dei dettami di Francoforte e Bruxelles e dell’aumento del debito pubblico (che è comunque aumentato nel conto che ieri Monti ha presentato con il DEF), oggi il PIL sarebbe in condizioni diverse. Così la domanda, la spesa dei cittadini e
il tasso di disoccupazione. Guardiamo spesso oltre oceano. E guardiamoci allora. Obama ha presentato la legge di bilancio USA 2014. Certo, per accordarsi con i repubblicani ha inserito anche una riduzione della spesa sociale spalmata su 10 anni. Ma il progetto nel breve è quello di “investimenti pubblici”. Il linguaggio, ricordiamoci, è il primo sistema di simboli sulla base del quale si creano le cosmologie. Investimenti pubblici, visto dall’interno della logica di Fubini, si traduce con aumento del debito. Immaginiamoci cosa succederebbe se l’esecutivo del prossimo governo italiano mettesse nella legge di stabilità per il 2014 l’aumento di investimenti pubblici! Fantasia ovviamente perché l’Eurogruppo boccerebbe immediatamente l’operazione e scatenerebbe il grido di dolore della Cosmologia, dell’apparato mediatico comunitario e a cascata delle scommesse sul cavallo perdente.

Leggendo e ascoltando ciò che legge e ascolta la gente rimango sempre più convinto che hanno ragione – per motivi opposti – sia Prodi che Bagnai. Il referendum sull’uscita dall’euro, se mai si dovesse fare, sarebbe una minchiata di dimensioni cosmiche. La cosmologia dei Taleuriani è troppo diffusa e resistente, ancora impreparata a riposizionarsi. Perché il volume del passaparola divergente è ancora basso, il numero degli eventi anomali da digerire ancora ininfluente. L’uscita controllata deve essere fatta come la svalutazione del ’93. Per decreto e a sorpresa. D’altra parte ci hanno abituato alle più grandi porcate firmate il 15 di agosto. Non vedo perché per una volta non si possa fare qualcosa di funzionale con la stesa metodologia.

Ah. È vero. La cosmologia assemblearista degli occupanti a 5 stelle lo impedisce.

Ma tanto ci salveranno il SuperEuro e la Fratellanza Euriana. Quindi niente di cui preoccuparsi.


Fuori dall’Euro? Solo una questione di tempo

Il problema è che se aspettiamo, l’uscita non sarà contollata e finiremo con le pezze al culo (per usare un eufemismo). Se invece ci svegliassimo e optassimo per l’uscita ragionata e controllata forse non finiremmo con la gente in fila per il pane come in Argentina.

L’intervista ad Albero Bagnai che segue è spiegata talmente bene che anche chi non capisce nulla di economia può tranquillamente afferrare il senso delle cose.

Ciò a dimostrazione del fatto che quando aprite le pagine economiche di un sito o di un giornale, o qunado sentite un economista in televisione e non capite nulla, il problema non è vostro.

Buona lettura

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PARTE 1 – ECCO PERCHE’ L’EURO E’ INSOSTENIBILE

D – Professore, sono note le sue tesi sull’Euro; perche’ questa crisi in Europa?

R – Non per fare il “precisino”, ma vorrei chiarire subito che quelle che in Italia sono indicate come le “mie” tesi sull’euro in realtà di mio hanno ben poco. Ci tengo sia per onestà intellettuale (non sarebbe bello attribuirsi idee altrui), sia per far capire quanto sia indietro il dibattito in Italia (dove tesi comunemente accettate all’estero ancora sembrano rivoluzionarie).

L’insostenibilità di una moneta unica in Europa era un fatto ben noto alla scienza economica e agli stessi politici che hanno promosso il progetto di unione monetaria, come oggi vede e dichiara perfino Luigi Zingales, uno degli araldi dell’ortodossia economica italiana. Sono stati del resto i politici stessi a dire che l’euro sarebbe servito a governare i popoli europei a colpi di crisi. Lo documento nel libro e nel mio blog, riportando le tante dichiarazioni pubbliche di Prodi, Monti, Padoa Schioppa, Attali, Juncker, ecc. Non è una sorpresa, non c’è nulla di originale, né di complottistico.

Il problema principale è che adottando un cambio fisso, un paese si priva di un normale meccanismo di risposta a shock negativi provenienti dall’esterno: la possibilità di aggiustare il valore della propria valuta alle mutate condizioni di mercato. Non c’è nulla di scandaloso né di immorale nel fatto che il prezzo di una valuta segua la legge della domanda e dell’offerta. Se glielo si impedisce, si crea una tensione che fatalmente si scarica sul mercato del lavoro. Lo dice benissimo Vittorio Da Rold sul Sole24Ore: in caso di problemi “o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario”. Il problema è che la svalutazione (cioè il taglio) del salario, quella che oggi chiamiamo “svalutazione interna”, è un processo doloroso, lento, e soprattutto inefficace. Infatti, il taglio dei salari ha lo scopo di intercettare domanda estera offrendo prodotti a prezzi più contenuti, ma al tempo stesso distrugge la domanda interna.

La svalutazione del cambio, invece, permette un recupero di competitività più rapido. Basta confrontare i risultati conseguiti dalla Lettonia (che ha seguito la strada della svalutazione interna, massacrando la propria economia, come ricorda Mario Seminerio, altro economista ortodosso e pro-euro), e dalla Polonia, che invece dopo il crack Lehman del settembre 2008 ha lasciato svalutare lo zloty di quasi il 30%, risultando l’unico paese dell’Unione Europea con un tasso di crescita positivo nel 2009 (+1.6%). E notate che, una volta di più, questo risultato è stato ottenuto senza particolari costi in termini d’inflazione, che anzi in Polonia è scesa dal 4.2% al 3.4% fra 2008 e 2009, come ricordano Kawalec e Pytlarczyk.

Anche qui non c’è nulla di nuovo: nel mio ultimo libro documento svariati casi del genere. Il terrore dell’inflazione in caso di sganciamento non ha alcuna base storica né scientifica. Rimane allora la domanda: ma se rinunciare alla flessibilità del cambio fa tanti danni, impedendo di reagire rapidamente a una recessione, perché si sceglie questa strada palesemente sbagliata?

La risposta più plausibile a questa domanda, a mio avviso, è stata data da Roberto Frenkel e dai suoi coautori, partendo dall’analisi delle crisi dei paesi emergenti, fra i quali l’Argentina.

D – Si riferisce al “ciclo di Frenkel”, descritto nel suo libro recentemente pubblicato Il Tramonto dell’Euro (http://www.amazon.it/Il-tramonto-delleuro-Alberto-Bagnai/dp/8897949282 )? Questo ciclo passa per le sette fasi che qui riassumo:

frenkel2 1024x567 Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi

Puo’ spiegarci brevemente questo “Romanzo di centro e periferia” e dirci a che punto siamo?

R – È un dato di fatto: tutte le crisi finanziarie degli ultimi trent’anni sono state precedute da un tentativo di fissazione del cambio fra un paese più forte (il “centro”) e un paese più debole (la “periferia”). Il vantaggio per il centro è ovvio: può prestare soldi alla periferia, lucrando interessi generalmente più alti che a casa propria, senza incorrere nel rischio di cambio. Anche la periferia inizialmente trae vantaggi: diventando “credibile”, accede a credito estero relativamente a buon mercato, che potrebbe usare per promuovere il proprio sviluppo. Il gioco quindi potrebbe essere a somma positiva, ma il problema è che viene sempre spinto troppo oltre.

Da un lato i creditori del centro prestano troppo, in modo irresponsabile, sapendo che alla fine qualcuno pagherà (o i debitori, o i contribuenti). Dall’altro, i debitori della periferia si indebitano troppo, e non sempre utilizzano i capitali presi in prestito per investimenti produttivi (infrastrutture, ricerca, ecc.). Attenzione, però: in un sistema capitalistico l’onere di verificare che il progetto finanziato sia valido incombe al creditore. Quando chiedete un prestito, la banca valuta il vostro merito di credito, no? Le banche del centro, però, evitano di farlo, e un motivo c’è. A voi sembra logico che il centro finanzi la periferia per renderla più forte, cioè per avere un concorrente temibile in più? Non lo è molto, vero? La periferia viene finanziata perché i suoi cittadini acquistino prodotti del centro, non perché si dotino di infrastrutture efficienti, che li mettano in concorrenza col centro stesso.

Insomma, la periferia, indebitandosi, diventa la “locomotiva” del centro, del quale acquista i beni. Questo è un altro ovvio vantaggio per i capitalisti del centro, che affiancano profitti industriali a quelli finanziari. Ma anche i politici e i capitalisti della periferia qualche vantaggio lo traggono. Utilizzando il pretesto del vincolo esterno, del “ce lo chiede l’Europa”, riescono a far ingoiare ai propri cittadini delle politiche di smantellamento dei loro diritti e di compressione dei loro redditi che altrimenti non sarebbero politicamente sostenibili.

Il gioco si basa sul credito facile erogato dal Nord. Prima o poi si presenta un evento che, mettendo in difficoltà i debitori, rende palese a tutti che i debiti accumulati sono insostenibili, e inizia la crisi.

Nel caso dell’Eurozona, la crisi dei subprime e poi lo scandalo Lehmann hanno messo in grossa difficoltà le banche tedesche, imbottite di titoli tossici. Lo stato tedesco ne ha salvate alcune, come spiega Adriana Cerretelli sul Sole24Ore, poi, quando la situazione è diventata insostenibile, ha cominciato a fare la voce grossa coi paesi dell’Eurozona (non potendola fare con gli Stati Uniti).

Notate bene che fin qui si parla di debito privato: nella fase preparatoria della crisi, l’economia periferica gira a pieno regime, lo Stato incassa imposte, quindi il debito pubblico scende, come stava scendendo in Irlanda, Spagna e Italia (per fare tre esempi). Quando i mercati si innervosiscono, i governi adottano risposte recessive (austerità) e il debito pubblico esplode. Ora siamo lì, nella sesta fase del ciclo. La settima sarà, come sempre è stato, lo sganciamento della periferia dal centro, cioè, nel caso dell’Eurozona, la dissoluzione dell’euro.

D – Parlando di Europa, Euro e gestione del processo di integrazione e della Crisi, ci puo’ spiegare le “colpe” della Germania in questi 15 anni, e quelle dell’Italia?

R – Rifaccio il precisino: non mi piace parlare di “colpe” in economia, e non la metterei in termini di antagonismo fra “Germania” e “Italia”. Bisogna ricordare sempre che “Germania” e “Italia” non sono due personaggi (uno buono e uno cattivo, a scelta di chi legge), ma due insiemi composti da tanti attori economici e sociali, non tutti ugualmente informati, non tutti ugualmente razionali.

Andando nell’ordine che lei propone, sicuramente una certa leadership politica tedesca ha la responsabilità di aver badato agli interessi economici del proprio paese in modo egoistico e miope, violando l’obbligo di “stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri” stabilito dall’art. 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Chi rinfaccia il fatto che “la Germania è stata più brava perché ha fatto prima le riforme” dimostra una totale ignoranza dei principi della costruzione europea. “Stretto coordinamento” significa che le riforme si sarebbero dovute decidere e attuare insieme. Invece non solo non è stato così, ma per sorpassare a destra l’Europa, il governo tedesco ha sfacciatamente violato il Trattato di Maastricht, come spiego nel mio blog. Questo perché la riforma del mercato del lavoro, che moderava i salari introducendo flessibilità (cioè precarietà), prevedeva in contropartita una serie di ammortizzatori sociali che gravavano e gravano sul bilancio pubblico tedesco. Il contenimento dei salari tedeschi (riconosciuto dai responsabili politici tedeschi), è stato insomma finanziato con spesa pubblica, con aiuti massicci alle imprese (sotto la forma indiretta di spesa sociale per integrare i salari dei lavoratori).

Mi sembra che nessuno comprenda che dovremmo essere in un’Unione per cooperare, non per competere. Tutti danno per scontato il contrario. Il comportamento del governo tedesco, che ha esasperato la dinamica centro/periferia in Europa, è stato deprecato per questo motivo da organizzazioni internazionali come l’Ufficio Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite (per citarne uno).

Il problema del modello mercantilista tedesco è che è di corto respiro. Non c’è nessuna particolare virtù nel contenere i salari, deprimendo la domanda interna, per vendere di più all’estero. Questa strategia è ingiusta e ottusa per due motivi. Il primo, è che le imprese tedesche sono diventate più competitive sostanzialmente perché i lavoratori tedeschi non hanno beneficiato della loro maggiore produttività (e infatti in Germania la disuguaglianza fra i redditi è aumentata, come ci ricorda l’Economist, al punto che il governo ha cercato di manipolare un recente rapporto sulla povertà). Ricordiamoci sempre che chi ci parla di una Germania “vincitrice” omette di ricordarci che in Germania il numero dei “perdenti” sta crescendo, e questo male comune non è un mezzo gaudio, ma una fonte di preoccupazione: ricordiamoci che il popolo tedesco reagisce con una certa veemenza alle crisi economiche.

Il secondo motivo è che se vuoi crescere sulla domanda altrui, perdi anche quando vinci. Guardate cosa sta succedendo. Nel 2012 la Germania ha avuto una crescita infima, circa la metà di quella prevista a inizio anno. Perché? Perché se cresci solo sulla domanda estera, di fatto impoverisci i tuoi partner commerciali, che devono indebitarsi per comprare i tuoi prodotti. Quando saltano per aria, ti trovi senza mercato di sbocco e smetti di crescere anche tu, che è esattamente quello che sta succedendo adesso alla Germania.

Guardi che questo fatto, ignorato da molti italiani, è perfettamente chiaro ai tedeschi meno ottusi. Le faccio due esempi: si ricorda di quando l’ex cancelliere Helmut Schmidt ha dichiarato che la politica condotta dalla Merkel non era molto intelligente? E le segnalo che alcuni economisti europei si sono recentemente riuniti a Bruxelles per presentare un manifesto di solidarietà europea, basato sull’ipotesi che la Germania accetti di sganciarsi dall’eurozona. Da chi era rappresentata la Germania? Da Hans-Olaf Henkel, già a capo della “Confindustria” tedesca. Non stiamo parlando di personaggi di secondo piano.

D – Secondo lei l’Italia dovrebbe uscire dall’Euro: crede che ce lo consentiranno? Come andrà a finire?

R – L’euro è insostenibile. Chi parla di salvarlo con “più Europa” vaneggia. In tutti i paesi membri, dall’Italia, alla Germania, all’Olanda, si stanno mettendo in discussione i meccanismi di trasferimento di reddito fra regioni che hanno finora garantito la coesione territoriale. In Italia c’è la Lega Nord, in Germania ci sono i politici bavaresi. E voi pensate che un bavarese, che è stufo di pagare per un sassone, voglia invece farlo per un calabrese?! Voi pensate che chi vuole “meno Germania” voglia “più Europa”? Potete scordarvelo!

Jacques Sapir ha calcolato che per tenere insieme i paesi dell’Eurozona occorrerebbero, in aggiunta ai trasferimenti già previsti dal bilancio della Commissione, almeno altri 257 miliardi di euro all’anno, sostanzialmente a carico della Germania. Questo è il costo economico del “più Europa”. Nessun politico può seriamente pensare di proporlo agli elettori. Paolo Manasse, economista ortodosso, giunge alle medesime conclusioni, perché non ce ne sono altre.

Quindi, inutile girarci intorno: come decine di altre unioni monetarie nell’ultimo secolo, anche l’Eurozona dovrà sciogliersi. L’Italia, come paese sovrano (fino a prova contraria) non deve chiedere il permesso a nessuno, tanto più che, come ho ricordato, altri paesi hanno pesantemente violato i trattati europei, ponendo le basi di questa crisi.

Gli studi che circolano evidenziano tutti, unanimemente, che l’Italia trarrebbe il massimo vantaggio (o il minimo danno) da uno scioglimento dell’Eurozona: i vostri lettori sicuramente conoscono lo studio di Bank of America che a luglio scorso ha portato questo risultato all’attenzione del grande pubblico.

Il nostro problema è quello di essere in balìa di una classe politica che ha sistematicamente mentito sulla moneta unica, un vero Partito Unico Dell’Euro che dispone di tutti i mezzi di informazione e li usa in modo terroristico. In questo senso ripongo più fiducia nella Germania. Quando alla leadership tedesca sarà chiaro che sta segando il ramo dov’è seduta, le sarà facile tirarsi fuori dall’Eurozona: basterà continuare a mentire dicendo (come ha fatto per anni) che la crisi è colpa dei pigri del Sud (e non delle banche del Nord che hanno alimentato squilibri per sostenere le industrie del Nord). Gli elettori del Nord prima o poi reagiranno chiedendo la secessione. Il paradosso è che la secessione converrebbe di più agli elettori del Sud, ma a questi non viene nemmeno consentito di discuterne serenamente!

D – Professore, perche’ in Europa e nel mondo sono cosi’ importanti parametri come l’ammontare del Debito e Deficit Pubblico, mentre sono assai meno noti parametri come la Bilancia dei Pagamenti e la Posizione Netta sull’Estero?

graf1 Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi

R – L’attenzione si focalizza sul debito pubblico per motivi puramente ideologici. Ormai è appurato che le crisi finanziarie degli ultimi trent’anni sono state causate da elevato indebitamento privato (con l’estero), in presenza di debito pubblico stabile o decrescente. Tutti lo sanno. È quello che gli economisti chiamano un “fatto stilizzato”. Perfino il Trattato di Maastricht, come molti ignorano, prevedeva che l’indebitamento estero dei paesi fosse tenuto sotto controllo, come quello pubblico. Ma per quello pubblico si è stabilito un parametro (il 3% del Pil), mentre per quello estero no. Perché? Per due motivi. Primo, perché limitare l’indebitamento pubblico significa ridurre il peso del “nemico” ideologico, cioè dello Stato, mentre limitare l’indebitamento estero, che è per lo più privato, significherebbe limitare l’azione dei “mercati”. Secondo, perché in un’Europa costruita e gestita dai “vasi di ferro”, il debito estero dei vasi di coccio tornava utile (visto che, come abbiamo detto e ripetuto, si convertiva in acquisti di beni dei paesi forti).

Che l’indebitamento estero vada limitato non è l’idea di uno strampalato professore di provincia. Dopo aver usato il credito/debito estero come una clava per sbriciolare i paesi del Sud, la Commissione Europea, candidamente, ammette che c’è un problema, e nella sua “procedura contro gli squilibri macroeconomici”, promulgata a fine 2011, stabilisce limiti proprio per le variabili delle quali gli economisti riconoscono da tempo l’importanza: il debito privato, il debito estero, il deficit estero.

Naturalmente la stalla si chiude quando i buoi sono scappati, semplicemente perché le chiavi della stalla sono state date ai ladri di bestiame: le grandi banche del Nord. Ricapitolando: che il debito estero sia più pericoloso di quello pubblico lo sanno e lo sapevano tutti: economisti, politici, e tecnici della commissione (che infatti pongono sul debito estero un vincolo quantitativo più stringente che su quello pubblico). Non se ne parla nei media per motivi ideologici e di convenienza: se la gente capisse che il problema sono gli squilibri esteri, capirebbe che il problema è l’euro, e per la finanza del Nord finirebbe la pacchia.

 

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PARTE 2 – IL TRAMONTO DELL’EURO

 

D –Guardando l’andamento della Bilancia dei Pagamenti negli ultimi 15 mesi, si nota un forte calo dei passivi del conto corrente in relazione al PIL nella periferia (in Italia in 12 mesi siamo passati dal -3,5% al -1,3%), una stabilita’ del passivo Francese e dell’attivo Tedesco, ed un forte deterioramento del passivo della Gran Bretagna. Lei crede che tale andamento sia compatibile con un tracollo imminente dei periferici come descritto nella fase 7) del Ciclo di Frenkel? Non crede che la “rottura” dell’Euro vedra’ un ruolo della Francia?

bagnai22 Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi

R – Partirei dal dato tedesco: come vede, non si nota alcuna tendenza al rientro verso una situazione di equilibrio dei conti. Ora, l’origine del problema è lì, cioè nell’incapacità della Germania di immaginare un modello di sviluppo non mercantilistico, cioè non basato sulle esportazioni, sulla domanda degli altri paesi. Un modello miope, che conduce fatalmente al conflitto, e che ha vita breve, come ho già ricordato. Questo la Cina lo ha capito, la Germania probabilmente non lo capirà mai (purtroppo).

Il dato italiano ha un aspetto fisiologico e uno patologico. Quello fisiologico è che con una recessione oltre il -2.5% è chiaro che abbiamo importato di meno, riequilibrando il saldo commerciale. Il dato patologico è che il passivo corrente della bilancia dei pagamenti continua a essere composto ancora per la maggior parte da interessi sui debiti (privati) con l’estero, come ho evidenziato due anni or sono. Questo è un problema, perché crea sulla bilancia dei pagamenti una rigidità analoga a quella che il peso degli interessi mette sul bilancio pubblico.

La Francia si trova in situazione uguale e contraria: messa peggio di noi in termini di saldi commerciali, riequilibra le partite correnti con i proventi degli investimenti fatti all’estero nella prima tornata di “shopping”, quella di metà anni ’90 (per capirci, quando i supermercati italiani cominciarono ad avere nomi francesi…). Ma la situazione, vista da vicino, è peggiore di quella italiana, forse perché in Francia la stampa è più libera (37° posto nella classifica di Reporter sans frontières, contro il 57° posto dell’Italia): i telegiornali quotidianamente parlano di aziende che chiudono, di deindustrializzazione, di forti tensioni sociali.

D – Nel Libro definisce una exit strategy: puo’ chiarire ai nostri lettori il passaggio al nuovo conio e come verrebbero regolati debiti e crediti?

R – I dettagli del passaggio al nuovo conio sono stati descritti in tanti studi: consiglio l’ottima intervista a Claudio Borghi Aquilini, e, per chi mastica un po’ di inglese, la “Guida pratica” di Roger Bootle o quella di  Jonathan Tepper. Sui dettagli ci possono essere margini di discussione, ma le idee di fondo sono semplici.

Si uscirebbe con un rapporto di cambio uno a uno (un euro diventerebbe un “fiorino”). I rapporti di debito e credito verrebbero convertiti nel nuovo conio applicando la Lex Monetae, che consente a uno Stato sovrano di decidere quale moneta ha potere liberatorio per le obbligazioni regolate dal suo diritto.

La conversione sarebbe istantanea per i pagamenti che avvengono in via elettronica (di fatto, la stragrande maggioranza).

Vorrei ricordare che quando siamo entrati nell’euro non hanno continuato a pagarci lo stipendio in lire, e così quando usciremo dall’euro non continueremo a pagare il mutuo in euro: crediti e debiti regolati dal diritto interno verranno convertiti simmetricamente, perché questa è la cosa più ovvia, razionale ed equa (e fra l’altro prevista dal Codice Civile italiano, come ricordo nel mio testo).

Chi ricorda la forte rivalutazione subita dai mutui in ECU quando la lira uscì dallo SME nel 1992, trascura il fatto che l’ECU era, per l’Italia, una valuta estera, e quindi non era possibile applicare la Lex Monetae.

Chi blatera che le banche vorranno essere pagate in euro perché c’è un complotto, o perché loro sono “furbe”, dimentica che proprio perché “furbe” le banche non vorranno una conversione asimmetrica, poiché questa farebbe immediatamente fallire i loro debitori (causando un evidente danno ai loro bilanci).

Sul mercato dei cambi la nuova valuta fluttuerebbe, con un riallineamento che in capo a un anno si pensa potrebbe andare dal 10% al 30%. Com’è noto, abbiamo avuto già precedenti del genere (compresa la forte svalutazione dell’euro nei suoi primi due anni di vita), e siamo ancora qui. Ci potrebbero certo essere conseguenze inflazionistiche (anche se in precedenti esperienze non ci sono state), ma lo Stato avrebbe gli strumenti per contenerle (ad esempio, manovrando le accise, che sono la componente più rilevante dei costi dei carburanti). Gli studi dei quali disponiamo indicano che la maggiore inflazione potrebbe essere intorno ai 5 punti, in assenza di interventi correttivi. Sottolineo che nessuno pensa minimamente che si arriverebbe a inflazione a due cifre (in Italia l’abbiamo avuta, lo ricordo, quando il prezzo del petrolio quadruplicò, negli anni ’70, e non stiamo parlando di uno shock di quelle dimensioni). Chi parla di iperinflazione è semplicemente un ignorante o un ciarlatano.

D – Nel Libro propone l’External Compact al posto del Fiscal Compact: puo’ spiegarcelo?

R – Mi sono limitato, per chiarezza di esposizione, a dare un nome a una proposta che nella sua essenza risale a James Meade, premio Nobel nel 1977 per i suoi studi di economia internazionale. Nel 1957, data dei Trattati di Roma, Meade scrisse un articolo sull’Economic Journal per chiarire che un percorso di integrazione economica europea sensato doveva darsi come obiettivo quello di uno sviluppo equilibrato degli scambi esteri, e che questo obiettivo richiedeva il mantenimento della flessibilità del cambio.

Credo sia la testimonianza più antica del fatto che la catastrofe dell’Eurozona era annunciata: ci siamo privati di flessibilità del cambio, abbiamo favorito gli squilibri esteri, e abbiamo così disintegrato l’Europa.

Dobbiamo ora ritornare a quella proposta di buon senso. Come chiarisce molto bene Meade, il cambio flessibile è “il peggior regime di cambio, esclusi tutti gli altri”. In altre parole, abbandonare l’euro non risolverà tutti i nostri problemi con un colpo di bacchetta magica. La ritrovata flessibilità andrà gestita sul piano macroeconomico. In particolare, sia la politica dei redditi che quella fiscale andranno concordate a livello europeo: quella dei redditi, permettendo ai salari di seguire l’evoluzione della produttività (cosa che in Germania non è successa, come è noto); quella fiscale, favorendo politiche espansive nei paesi che si trovano in surplus estero (cosa che alla Germania è stata chiesta ma che si è rifiutata di fare).

La principale differenza fra la situazione attuale e quella che auspico è che mentre oggi, se un paese rifiuta di adottare politiche cooperative (violando gli obblighi europei), gli altri possono solo subire, col cambio flessibile i comportamenti non cooperativi troverebbero una immediata e automatica sanzione. Ad esempio: se un paese per drogare le proprie esportazioni comprimesse i salari al di sotto della produttività, il surplus estero da esso conseguito farebbe apprezzare il cambio, e quindi il comportamento non cooperativo sarebbe corretto dalle leggi del mercato.

D – Nel Libro ipotizza un forte risparmio nel pagamento degli interessi, tramite ritorno a sovranita’ monetaria, con Banca d’Italia che tornerebbe uno strumento nelle mani del tesoro, finanziando il 30% del fabbisogno stampando moneta. Puo’ spiegarci perche’ a suo avviso cancellare l’indipendenza della Banca centrale e stampare moneta a nastro da’ vantaggi?

R – Vorrei precisare due cose: la prima è che personalmente non propugno la “stampa di moneta a nastro”, e la seconda è che il parametro del 30% scelto nelle simulazioni presentate nel testo è puramente indicativo e tutt’altro che abnorme. Per darle un’idea, se lo Stato praticasse una regola monetaria di questo tipo, dopo 20 anni il debito detenuto dalla Banca centrale italiana (in contropartita della creazione di moneta) sarebbe appena il 15% del totale. La Banca centrale inglese attualmente detiene il 25% del debito pubblico della corona, e non mi sembra che a fronte di questa massa monetaria l’Inghilterra stia sprofondando nell’iperinflazione. Quindi dimentichiamoci il nastro: siamo su ordini di grandezza prudenziali rispetto a quelli praticati da altri paesi, e anche a quelli proposti da altri studi (ad esempio, Jacques Sapir parla di una monetizzazione del deficit fino al 50% nei primi anni dopo l’uscita della Francia dall’euro).

Secondo: che i tassi di interesse scenderebbero comunque abbandonando l’euro, ancora una volta non è una mia idea, ma un dato conforme a tante esperienze storiche, e anche a studi recenti come quello citato sopra della Bank of America, anche in assenza di recupero della sovranità monetaria.

Quanto all’indipendenza della banca centrale dal governo, Axel Leijonhufvud, un importante economista keynesiano, ha dichiarato per primo, ormai cinque anni or sono, che essa va cancellata perché è una colossale ipocrisia, giustificata con argomenti teoricamente deboli, e perché costituisce un vulnus per la democrazia. Questo, indipendentemente dal risparmio di interessi che un ritorno alla sovranità monetaria certo consentirebbe, permettendo un moderato finanziamento monetario del deficit.

Il problema è un altro, più grave. Non si può attribuire a un pugno di persone non elette da nessuno e spesso non particolarmente competenti (come i fatti dimostrano) il potere di vita e di morte su interi Stati, attribuendo loro la facoltà di decidere a quali condizioni il governo di uno Stato sovrano può finanziarsi. La politica monetaria deve ridiventare quello che era prima della deregulation finanziaria: uno strumento nelle mani dei governi.

Se i governi lo useranno male, i cittadini si regoleranno di conseguenza. Ma ora, quando una Banca come la Fed si comporta male, gonfiando con denaro facile la bolla dei subprime, cosa possono fare i cittadini statunitensi? E quando una Banca come la Bce si comporta male, lasciando per quasi un anno i paesi in balìa dello spread, quando una semplice dichiarazione sarebbe bastata a placare i mercati (come è poi successo a luglio del 2012), i cittadini europei a chi possono rivolgersi? A nessuno. È democrazia?

È stato un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz, a ribadire un mese fa che i paesi meno danneggiati dalla crisi erano quelli con le banche centrali meno indipendenti (Cina, India, Brasile), e che la stessa nozione di indipendenza è ridicola, perché ogni istituzione risponde a qualcuno: il problema è capire a chi. Di sicuro la Bce non risponde ai cittadini europei. Sarà la storia a dirci a chi ha risposto finché è esistita.

Nei paesi anglosassoni e nel resto dell’Europa questo tabù è ormai infranto, come testimoniano tanti articoli della stampa finanziaria.

 

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PARTE 3 – IL RILANCIO ECONOMICO E L’AUSTERITA’ SUICIDA

D – Pensa che il Governo Monti a Novembre 2011 abbia salvato l’Italia? Quale è il suo giudizio sui primi 12 mesi del governo Monti?

R – (a cura Professor Bagnai) Il mio giudizio sui governo Monti rimane esattamente quello che detti appena si insediò: i suoi salvataggi non ci avrebbero salvato perché si rivolgevano a un falso problema (il debito pubblico), e lo facevano con intento strumentale, cioè per estrarre dai cittadini italiani risorse da veicolare verso le banche del Nord onde consentirne il risanamento. Spero che sia chiaro che “salvare la Grecia, salvare la Spagna” significa in realtà salvare la Germania, che dalla Grecia e dalla Spagna deve farsi ridare dei soldi. Bene: il lavoro di Monti era far sì che questi soldi ce li mettesse chi ci legge pagando l’IMU. Missione compiuta, e intanto il debito pubblico italiano è cresciuto e l’Italia ha avuto la performance peggiore dell’Eurozona.

D – Secondo lei il debito pubblico italiano va onorato così come è oppure va ripudiato e quindi ristrutturato?

R – Nonostante il governo Monti, il debito pubblico italiano non era il problema, e non è ancora un problema. Non lo dico io, lo dice il Rapporto sulla Sostenibilità Fiscale della Commissione Europea. Certo, rischia di diventarlo se ci si continuerà ad avvitare sulla strada delle politiche di austerità suicida, che distruggono reddito e gettito fiscale. Ma tutti gli studi sull’uscita dall’euro concordano sul fatto che un default in Italia non sarebbe necessario, dato il forte avanzo primario dei conti pubblici e la forte propensione al risparmio delle famiglie.

 

D – Al di la’ della Sovranita’ Monetaria, quali sono secondo lei le principali azioni in campo economico che l’Italia dovrebbe mettere in campo per assicurare un futuro ai cittadini Italiani ed alle future generazioni? Nel Libro ipotizza l’incremento di alcune spese pubbliche (es. Ricerca ed investimenti) e la riqualificazione di altre spese, ma liquida come “Luogocomunisti” coloro che propongono un deciso ridimensionamento delle spese Pubbliche inefficienti (tema molto caro ai lettori di RC) e riduzioni di imposta conseguenti. Puo’ spiegarci meglio la sua posizione?

R – Lei ha mai trovato qualcuno che le abbia risposto: “Sì, mi piace lo spreco, viva l’inefficienza?”. Apprezzo le provocazioni, è noto, ma la domanda, più che provocatoria, mi sembra un po’ pleonastica. Comunque, non so in quale parte del mio testo lei abbia trovato la frase che mi attribuisce, so solo che non l’ho scritta.

Qui dobbiamo capire un paio di cose.

La prima è che l’odio ideologico verso lo Stato non ci porta da nessuna parte. La crisi è stata causata dai comportamenti irresponsabili e criminali della finanza privata. Lo Stato è colpevole, certo, di non aver vigilato, verosimilmente perché corrotto dai gruppi di potere che avevano interesse a farsi i fatti loro sul groppone del contribuente. Ma se, come i dati dimostrano, e i rapporti della Commissione Europea confermano, il debito pubblico italiano è sostenibile nel breve e nel lungo periodo, mi chiarite per quale arcano motivo stiamo parlando di spesa pubblica? Mi state dicendo che la Commissione Europea dice parole in libertà? Può darsi, ma a me non sembra. Chi vuole “meno Stato” aprioristicamente, senza se e senza ma, è semplicemente accecato dall’ideologia e sbaglia: occorre più Stato e un migliore Stato, per dotare di regole i mercati finanziari, per gestire i servizi pubblici essenziali, ecc.

La seconda cosa è che occorre distinguere fra il breve e il lungo periodo. Quello che nel lungo periodo può effettivamente essere uno spreco, nel breve può essere una misura congiunturale che impedisce il collasso del sistema. Licenziare dipendenti pubblici, o tagliare le loro retribuzioni, quando il Pil cala del -2.5% non è una buona idea: serve semplicemente a ridurre spesa che si rivolge alle imprese private (e gli imprenditori lo sanno). Le riforme strutturali vanno fatte in condizioni di serenità, non di urgenza, perché altrimenti aggravano semplicemente il male. È sotto gli occhi di tutti.

Quando saremo usciti dalla recessione, faremo una bella lista delle spese improduttive, e le taglieremo, tutti insieme. Non c’è problema. Immagino che l’ospedale vicino a casa vostra sia produttivo, e quello vicino a casa mia improduttivo, ma ripeto: non c’è problema: andrò in clinica. Non tutti però possono permetterselo. La coesione sociale e civile di un paese parte anche dall’attenzione a questi problemi.

D – Ci dia un messaggio di speranza: come potremo uscire da questo declino economico in atto ormai da tempo? Ce la faremo?

R – Del come mi sembra che abbiamo parlato a sufficienza. Ce la faremo? Senz’altro, anche se va detto che l’entità dei sacrifici che dovremo affrontare dipende molto dalla corretta informazione. Chi in questi giorni terrorizza i cittadini con informazioni strampalate, totalmente fuori dalla logica storica ed economica, circa la catastrofe che ci attenderebbe se uscissimo, in realtà contribuisce ad aggravare i costi della crisi e della sua risoluzione, perché spinge i cittadini a decisioni che potrebbero rivelarsi irrazionali e controproducenti (lo spiega bene Claudio Borghi nell’intervista che ho citato prima).

Suggerisco ai piccoli terroristi di non dimenticare che oggi c’è Internet. Fino a dieci anni fa le menzogne propalate in televisione duravano l’istante in cui venivano pronunciate, e quelle scritte sui giornali finivano per incartare il pesce il giorno dopo. Ma oggi Internet tiene traccia di tutto, e per sempre. Bisogna avere senso di responsabilità, bisogna documentarsi prima di parlare, e bisogna contribuire tutti a diffondere un’informazione più equilibrata. Vi ringrazio per avermi offerto questa opportunità.


Come mai siamo nella merda?

Avete perso il lavoro? Vi rendete conto che il vostro stipendio non vale quanto quello die vostri genitori? Alle prossime elezioni non sapete per chi voltare perché uno o l’altro per me pari sono? E magari vi sentite anche responsabili di questa situazione?

Capire perché siamo nella merda è semplice. Bastano 4 ore del vostro tempo. Non necessariamente consecutive. Le cose che vi propongo possono essere fruite anche frazionate.

Quello di Alberto Bagnai, professore di Politica Economica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara è un punto di vista che non troverete sui baci perugina. La lucidità e la chiarezza di Charles Ferguson non le ascolterete né a Ballarò né ai vari santorotravaglioshow.

Ma 4 ore sono toppe, sta già pensando qualcuno di voi. Io non ce l’ho tutto quel tempo. E allora riflettete su quanto tempo dedicate ad ascoltare le stronzate che vi propina la televisione. Quanto a leggere le porcherie scritte sui giornali. Quanto a ripetere luoghi comuni che non sapete più da dove vengono. Fate la somma e rendetevi conto che per cercare di capire i meccanismi ce ci hanno portato dove siamo 4 ore non sono nulla.

Intervista di Caludio Messora ad Alberto Bagnai

Iside Job è un film documentario del 2010. Illustra in maniera semplice e comprensibile il meccanismo della cartolarizzazione del credito, ovvero cosa (ma anche chi, nome e cognome) ha innescato la crisi del 2007-2008. Quella in cui ancora ci troviamo. Purtroppo non penso sia stato doppiato in italiano … per ovvi motivi.