Narrabit – il mio blog di racconti

Finalmente ce l’ho fatta. E’ online. Il primo racconto si chiama “Pantere” e inizia così:

Era ora. I passi cadenzati nel corridoio e il tintinnio delle catene iniziarono a divorare gli ultimi secondi a sua disposizione. Doveva fare in fretta. Erano vicini. Così tanto che le compagne del braccio H iniziarono a gridare insulti alle guardie in divisa – Tieni duro Mara! – La incoraggiò la voce profonda di Maria Anita – Quando arriva il momento non resistere – aggiunse Judith nel suo accento di Belfast – Lascia andare e non ti accorgerai di niente! – I 6 uomini della Polizia Penitenziaria si fermarono a 3 passi l’uno dall’altro. Casco calzato fino alle sopracciglia e sguardo fisso nel vuoto. La Direttrice si avvicinò alla porta di metallo e aprì lo spioncino.

Detenuto 88 interrompa qualunque attività e si prepari al trasferimento – il tono formale azzittì per un istante il vociare del corridoio.

Il resto lo trovate qui http://narrabit.wordpress.com/.

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Buona lettura.


I Narrabit sono qui …

…. rimanete sintonizzati.


Dietro c’è il buio

Ovvero la tragicomica avventura dello stupido del PD che fa il bullo pensando di essere il più figo. Alcune riflessioni su ciò che ci aspetta. Un po’ scoordinate ma non troppo.

In questi giorni ho letto qui e lì tesi diverse sulla scalata di Renzi e la spallata a Letta. Non a torto qualcuno ha immaginato scenari suggeriti da chi il potere lo ha realmente in mano. Ovvero chi ha i cordoni della borsa. Soprattutto chi non riesce più a sfruttare come clienti-importatori i cittadini del sud-Europa depressi dall’austerity. Vista l’incapacità del duo Letta-Napolitano di sbloccare la situazione di stagnazione ci voleva l’uomo nuovo. L’uomo forte che in qualche modo avrebbe rilanciato un po’ di consumi al di sotto del parallelo di Berlino. Garantendo agli alleati di tutte le latitudini un novo accesso ai portafogli degli italiani … con il permesso stavolta.

Se all’interno dello scenario economico europeo ciò avesse anche una minima possibilità di accadere, sottoscriverei questa interpretazione completamente. Non è molto diversa da quella, che condivido, degli eventi del 2011 che tramite l’aiuto di Napolitano, spinsero Monti a prendere il posto che gli elettori (sic) avevano assegnato a Berlusconi. Allora serviva qualcuno che facesse il lavoro sporco per la Troika. E gli eletti in genere pensano ad essere rieletti, quindi le porcherie le fanno fare ai nominati (il grande successo elettorale di Scelta Civica nelle elezioni successive dimostra la validità di questa regola aurea).

Tornando all’attualità la mia opinione è che la vicenda Renzi sia, al contrario, solo l’ennesima conferma dell’inadeguatezza della classe politica italiana e della fondamentale stupidità e ingordigia degli uomini che la compongono. Un vicenda di piccolo cabotaggio interna al peggior partito italiano, sostenuta dal partito semi-mediatico di Repubblica (orami praticamente la corrente di destra e maggioritaria del PD), una notte dei lunghi coltelli che scalza (o tenta di scalzare) un altro pezzo del vecchio apparato. E questo per mettere a capo della gioiosa macchina da pace costante (la guerra ormai si fa solo dentro – con gli avversari si fanno le larghe intese) un accomodante stupidotto che pensa di essere il più figo della banda. Un pupazzo di plastica da far muovere sapientemente e da bruciare al momento propizio come la befana il 6 di gennaio.

Insomma, sono d’accordo con Barca. Si per una volta sono d’accordo con un insigne esponente del PD. Ma chi quello fregato dallo scherzo de La Zanzara? Sì, proprio lui, quando mestamente dice al finto Vendola: “De Benedetti spinge perché faccia il ministro ma io non voglio. Dietro Renzi non c’è nessuna idea. C’è il buio”. Ecco, il buio. Questo c’è dietro all’uomo di plastica del PD.

E cos’altro potrebbe esserci? Quale dovrebbe essere la magica idea del Renzipensiero per risollevare il paese dalla crisi? Che Renzi sia un povero idiota a cui non farei amministrare nemmeno i rifornimenti di carta igienica del bagno di casa mia è fuor di dubbio. Ma devo spezzare una lancia in suo favore. Renzi non farà niente perché nessun altro al suo posto, all’interno dei vincoli di Maaastricht, potrebbe fare niente.

Lascio alle parole di Paolo Barnard il compito di illustrare il motivo per cui Renzi è di fatto in trappola.

Tragica cosa per le persone di questo Paese, non per sto egocentrico servo della finanza europea. Renzi fallirà come un cretino qualsiasi. Perché neppure può provarci.

Non sto provocando, è che la sua è una missione impossibile. Se non fosse sto pupazzo pompato che è, se conoscesse l’Eurozona e la macroeconomia, non si sarebbe cacciato in questo pasticcio (e badate che sto dicendo che pure i suoi padroni speculatori ci smeneranno il muso, perché sto gioco di creare una moneta unica per distruggere mezza Europa e fare un gran banchetto si è già ritorto contro chi l’ha pensato. Gli speculatori ci hanno fatto un po’ di fortune per pochi anni, ma sta finendo).

NO SOVRANITA’ MONETARIA.

Per prima cosa Renzi si ritrova senza sovranità monetaria, quindi senza nessuna delle leve economiche fondamentali di cui deve godere un governo degno di questo nome, e di cui godono gli USA, la GB, la Svezia o il Giappone. Non ha una Banca Centrale che possa controllare inflazione, prezzo del denaro, tassi d’interesse, né monetizzare la spesa decisa dal Parlamento. Renzi non possiede una moneta, e deve usare gli euro, da restituire con tassi non decisi da lui ai mercati di capitali internazionali. Dovrà dunque tassarci a morte sempre, per fare quanto appena detto. Dovrà quindi mentire all’Italia fingendo col gioco delle tre carte di spostare fondi e investimenti essenziali (lavoro, infrastrutture, crescita…) da qui a lì, per poi rimangiarseli tutti con gli interessi. Dovrà rispettare il Pareggio di Bilancio, che peggiora ciò che ho appena scritto. Ovvero: Chemiotassazione garantita, impossibilità di investire per le aziende e tagli alla spesa. Qui abbiamo la garanzia della decapitazione di: speranze di posti di lavoro; salari; pensioni; modernizzazione del Paese; Sanità; risparmi privati; piano industriale; risanamento bancario; crescita del PIL; e domanda aggregata. Potrei finire qui, ce n’è già a sufficienza, ma purtroppo…

I DEFICIT NEGATIVI.

Renzi si ritroverà in una spirale di Deficit Negativi mortali, cioè di tutte quelle spese di Stato imposte dalla crisi dell’Eurozona ma che non risolvono nulla, non producono nulla e che aumentano il debito di Stato. Per prima cosa l’economia continuerà a contrarsi, come è già previsto per l’Italia dal FMI, Bloomberg, OCSE, Commissione UE, e quindi calerà sempre il gettito fiscale, che quindi va a ingrandire il debito. L’economia impantanata significa che il miliardo di ore di cassa integrazione rimarranno e aumenteranno, pompando di nuovo il debito. I fallimenti aziendali non caleranno, la curva dei prestiti bancari insolventi aumenterà, e le banche italiane che già sono in parte fallite, dovranno essere ri-salvate, a suon di denaro pubblico, e ancora il debito sale. Assieme ad esso salgono gli interessi da pagare, sempre spesa di Stato, ancora più debito. Ma stando in Eurozona, un debito che lievita è grave (con la Lira non lo sarebbe) perché porta all’allarme delle agenzie di rating, che porta all’allarme dei mercati di capitali che prestano a Renzi gli euro, che porta a tassi più alti sui titoli di Stato, che porta a più debito. Che farà Draghi a sto punto? Si metterà a comprarci i titoli di Stato per far scendere i nostri tassi? Farà cioè la famosaOutright Monetary Transaction? Se lo fa, la Germania lo ammazza. Non lo farà. Renzi rimane nel letame.

NO CRESCITA E DEFLAZIONE.

Renzi si ritrova con un’economia che si è contratta del 18% dalla fine degli anni ’90. Per riportarci a quel livello di vita, dovrebbe riuscire a far crescere l’Italia del 20%. No, calma, visto che oggi cresciamo dello 0,1% se va bene…. Il 20% fa ridere. Renzi non è Roosevelt e non ha la sua testa. Poi abbiamo il problema delladeflazione che sta aggredendo tutta l’Eurozona, con la BCE disperata perché non sa più che fare per fermare il crollo dei prezzi (deflazione = contrario di inflazione). E quel che è peggio, è che in un clima di crisi di queste proporzioni la gente corre a risparmiare disperatamente per il timore del domani (mica scemi), ma questo sottrae denaro in circolo, cosa che non solo affama tutta l’economia, ma peggiora la deflazione stessa. Vorrei che capiste che questo è uno dei mali economici peggiori e che c’è tutta la tecnocrazia europea che non sa più come fermarlo. Immaginatevi Renzi, il bulletto del PD.

CROLLO BANCHE.

Renzi, poi, fra otto mesi si ritroverà l’implosione del sistema creditizio europeo, quando i test dei regolamentatori dell’EBA inevitabilmente mostreranno che alcune delle maggiori banche sono irrecuperabili. Da qui il terremoto delle piccole medio banche, fra cui quelle italiane sono quelle messe peggio d’Europa sia come buchi di bilancio che come capitale di copertura. Prometeia stima che solo per i prestiti insolventi le banche italiane siano scoperte per 150 miliardi di euro. E chi le salva? E con che soldi? No, Renzi, la sovranità monetaria non ce l’hai, non le puoi nazionalizzare. Che fai? Chiami Benigni?

SVENDITA PUBBLICA INUTILE.

Ma Renzi almeno ha la carta delle privatizzazioni… Vendi il vendibile, incassa l’incassabile. Funziona? No. Non ha funzionato in nessun Paese del mondo, meno che meno da noi quando proprio il centro sinistra si mise negli anni ’90 a svendere pezzi di beni di Stato a un ritmo talmente forsennato che fece il record europeo delle privatizzazioni nel 1999. Sapete di quanto ridussero il debito di Stato italiano? Di un maestoso 8%… E che allora i prezzi contrattati per i beni pubblici da alienare erano, circa, decenti. Oggi, con l’Italia sprofondata dall’Eurozona in una svalutazione della sua economia da piangere, Roma deve svendere a prezzi stracciati qualsiasi cosa offra, con margini che saranno patetici. Renzi, farà la Thatcher dei poveri.

DISOCCUPAZIONE

E la disoccupazione? Sapete cosa costa all’Italia avere il 12% (fasullo, è molto di più) di disoccupati? Trecentosessanta miliardi all’anno perduti. E i giovani? Il 76% di loro è costretto alla flessibilità, con limiti invalicabili all’acquisto di una casa o al matrimonio. L’Eurozona fu pensata ed edificata proprio per ridurre il sud Europa a un serbatoio di lavoratori pagati alla kosovara ma in strutture moderne. Il futuro di questo ragazzi è ormai certo: stipendi dai 600 agli 800 euro per i più qualificati, al lavoro per investitori stranieri. Questo non è più un Economicidio, è un olocausto economico e generazionale, che Renzi dovrà gestire sotto l’egida della Germania che già oggi sta affossando il resto d’Europa coi suoi diktat criminosi. Tradotto in termini specifici: il potere Neomercantile della mega-industria tedesca, quello della Bundesbank, quello dei maggiori speculatori-rentiers del mondo, contro Renzino da Firenze. Matteo tu fai fesso qualcun altro. Perché è vero che ignori il 70% di tutto questo, ma sul restante 30% sei pienamente d’accordo, da bravo leader del partito di destra finanziaria peggiore d’Italia, il PD.

CONCLUSIONE.

Renzi non si rende conto di cosa lo aspetta, ma soprattutto del fatto che la catastrofe dell’economia italiana è un MACROPROBLEMA STRUTTURALE nell’Eurozona, e finché esisteranno i parametri economicidi dell’euro non esiste salvezza. Il governo Renzi è morto prima di nascere. Poi, sapete, uno si stufa di scrivere sempre le stesse cose.

Insomma Renzi non farà nulla. Né quello che promette sapendo di non poter mantenere, né quello che i fedeli del PD sperano che farà.

Chi pensa che andrà a negoziare riforme per investimenti sogna ad occhi aperti. Perché anche se succedesse sarebbe il gioco delle tre carte di cui parla Barnard. Tutta fuffa mediatica che racconta vi ho dato questo con la mano destra, dimenticando di menzionare cosa vi ho tolto con la sinistra per rispettare i parametri di Maastricht. In sostanza i produttori transatlantici che lamentano la nostra incapacità di comprare le loro merci dovranno aspettare … e molto ancora. Davvero hanno puntato soldi e forze sul cavallo Renzi? Bad move! Mi verrebbe da dire. Anche se ci credo poco.

A sentire ciò che riporta il Fatto dell’incontro all’American Chamber of Commerce (la lobby che cura gli interessi americani in Italia) il livello è veramente basso

L’establishment americano riunito nella AmCham che invece è affascinato dal new deal renziano. Soprattutto da quando ha appoggiato la battaglia contro la Web Tax voluta invece da Letta. Già qualche anno fa, l’ex-ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, definì in un’intervista “molto interessante” il “caso” di Matteo Renzi “che ha usato Internet per essere eletto sindaco di Firenze e sa gestire bene la sua città”. Del giovane sindaco gli americani hanno poi apprezzato l’entusiasmo con cui ha salutato l’arrivo del nuovo ambasciatore americano John Philips (presidente onorario della American Chamber), l’avvocato di Washington che insieme alla moglie Linda ha comprato un intero borgo, quello di Finocchieto, nel comune di Buonconvento, alle porte di Siena. Il 15 novembre del 2013 Renzi lo aveva accolto a Palazzo Vecchio con una cravatta di Ferragamo e un foulard di Gucci per la consorte.

Non so se mi spiego. Apprezzano Renzi per le cravatte regalate all’ambasciatore e perché ha vinto le elezioni a Firenze usando internet. Mi sembra chiaro che gli americani apprezzano i politici italiani per lo stesso motivo per cui apprezzano i film come la Grande Schifezza. Perché li guardano con i sottotitoli. Se arrivano addirittura a pensare che abbia amministrato la sua città bene, quando praticamente non c’è mai stato, non ci può essere altra spiegazione.

Altro che poteri forti. Con Renzi al massimo sono in azione le taglie forti. Quelle delle mogli dei diplomatici USA.

Curioso poi che mentre Renzi cerca un politico di caratura (auguri!) per il ruolo fondamentale del Ministro dell’Econmia, l’appena defenestrato Saccomanni continui a fare l’eco a Olli Rehn: se sforiamo il 3% poi toccherà pagare. Eh sì perché l’ortodossia vuole che se aumenti il deficit poi aumenta il debito. E il Sole 24 Ore rivela che Draghi lo preferisce agli altri in lizza (quali?):

Draghi lo preferisce a qualunque altra ipotesi appunto perché oggi tutto è diverso rispetto al 2011, meno un dettaglio: la minaccia a Eurolandia ora è sedata, non scomparsa. La Bce ha bisogno di un’Italia affidabile, perché sa che dovrà intervenire nei mesi prossimi per contrastare la nuova forma che la crisi ha preso: quella di una deflazione in grado di corrodere l’economia del Sud Europa e rendere insostenibili i debiti pubblici e privati. A gennaio l’inflazione media dell’area erro era di appena lo 0,7%, in Italia dello 0,6%. Spagna, Portogallo e Irlanda sono a un soffio da un avvitamento dei prezzi, Grecia e Cipro ci sono cadute già in pieno. Con tassi reali elevati per effetto dell’inflazione bassissima, lo spread a 190 punti-base di oggi pesa sull’Italia come se fosse sopra i 300 punti-base con un carovita normale. Per questo il debito pubblico continua pericolosamente a salire malgrado il calo apparente degli interessi.

I sostenitori dell’asse USA-esportatori-Renzi anti Napolitano-Letta-Merkel potrebbero trovare in questo una conferma alla loro tesi. Draghi vuole continuità perché ha paura che il Ministro dell’Economia di Renzi possa andare a chiedere l’ammorbidimento dei vincoli per rilanciare gli investimenti. O magari sforare proprio il famoso 3%. A parte che se rileggiamo quello che dice Barnard la cosa è proprio infattibile a meno di riscrivere i Trattati. Cosa che prima la vedo e poi ci credo. Ma davvero qualcuno si immagina il Renzi genuflesso alla corte della Merkel che grida e mette insieme il destrimano spagnolo, il liberista ex-socialista francese e le pezze al culo greche al grido di “o crescita o morte”? Ma figuriamoci! In realtà quello di Draghi, per via Saccomanni, è solo un reminder all’altezzoso Matteo. Un “in campana giovinotto che sinnò ‘nti compro manco le figurine, figuriamoci i titoli. E si nun stai bbono ti scateno pure lo spredde”.

Faccio un inciso prima di concludere. Qualcuno spero avrà notato quali sono i due mali della fase attuale della crisi evidenziati dal Sole: 1) la deflazione, 2) lo spread troppo basso. Ma come, i catastroeconomisti pro-euro non sostengono che se uscissimo dall’euro ci sarebbe l’inflazione alle stelle e il petrolio costerebbe milioni di milioni? E quando hanno fatto fuori Berlusconi che lo spread, oddio lo spread, sta a più di 500 e mo il debito che succede? Ma non erano l’inflazione (il contrario della deflazione) e lo spread alto (non sotto i 190) i grandi mali per cui dobbiamo continuare a subire l’austerity e non dobbiamo uscire dall’euro?

Ah no è vero, ce n’era un terzo la svalutation di celentaniana memoria. Perché se svaluti che ci fai poi con la liretta. Infatti nello stesso articolo il Sole ammette che:

la Abenomics giapponese, avendo provocato una svalutazione dello yen, ha complicato la vita ai responsabili delle politiche economiche dei Paesi vicini, ma questo non toglie che l’iniziativa del governo di Tokyo sia uno sforzo meritorio per mettere finalmente termine alla deflazione

In pratica anche il Sole sostiene che l’unico modo per uscire dalla deflazione stagnante sarebbe quello di svalutare. Ovvero di nuovo che l’Euro funzionerebbe … se fosse la Lira. Se solo i giornalisti del Sole si rendessero conto di cosa scrivono si darebbero finalmente pace che sono proprio gli industriali che dovrebbero sostenere forze politiche anti-euro nel nostro Paese.

Ovviamente tutto questo è fantapolitica. Perché Squinzi (presidente di Confindustria e vero editore del Sole 24 Ore) è parte di quella stessa stupida classe dirigente che ha bruciato il diplomatico Letta per montare come la panna il cafone Renzi. Convinta che era di nuovo l’ora del gioco delle 3 carte. Tutto pur di non tornare alle urne e magari vedere dissolversi come neve al sole 20 anni di bipolarismo del vivacchiare e dell’arraffare.

Quando dico “stupida” lo intendo in senso scientifico. Lo stupido, a differenza dell’intelligente, del bandito e dello sprovveduto, infatti, è colui che agendo provoca disastri per gli altri senza provocare nessun vantaggio duraturo per sé stesso.

Di conseguenza Renzi mi sembra sempre di più il bambino stupidotto della banda a cui i più smaliziati fanno fare le cose idiote e riprovevoli, sfruttando il suo profondo senso di inadeguatezza e il suo bisogno di conferme. Quello che viene messo in mezzo e che si becca la colpa dei misfatti. All’inizio dicevo che Renzi pensa di aver rottamato l’apparato dei vecchi PC e DC. In realtà non sa con cosa ha a che fare. E chi pensa che basti una stagione di purghette per radere al suolo i colonnelli di Andreotti e Berlinguer è un ingenuo. Quelli stanno là, come me, seduti sulla riva del fiume che aspettano galleggiare il corpo bruciacchiato del pupazzo sacrificale.


Il problema non è la Germania … è l’Euro …

Sono fondamentalmente d’accordo con l’analisi dell’articolo che vi incollo più in basso. Lo sono meno con le conclusioni. In questi mesi si sta diffondendo sempre più la convinzione che i mali d’Europa dipendano dalla Germania. Che sia una sorta di storica rapacità teutonica ad affliggere l’Europa. E che se invece i tedeschi fossero più buoni e magnanimi invece tutto andrebbe alla grande.

In realtà i tedeschi (e in questo blog non ne parlo poco. Qui un esempio) fanno solo ciò che fa (o dovrebbe fare) ogni paese (ma anche ogni realtà produttiva) all’interno del sistema economico che siamo soliti chiamare capitalismo neoliberale. Ovvero, curare i propri interessi. E’ ciò che faremmo noi al loro posto. E’ ciò che fa un’azienda quando sottrae fette di mercato ad un suo competitor. All’interno della griglia di valori di questo sistema economico non è giusto o sbagliato. E’ così. Gli economisti sostengono che è la legge della domanda e dell’offerta che dovrebbe rimettere tutto in equilibrio.

Fatto sta che le scelte politiche che spesso guidano quelle economiche possono distorcere, anche di molto, il tornare in equilibrio dei rapporti di forza di chi compra e di chi vende. E questo presupponendo che le teorie economiche liberali siano giuste.

Di conseguenza dell’utilizzo a prorpiro vantaggio di meccanismi e norme che regolano i rapporti fra i paesi dell’Eurozona da parte della Germania, non è una colpa teutonica, ma semmai il frutto dell’estrema stupidità di classe politica ed elettori dei paesi che il giogo tedesco lo subiscono.

Ciò che qualcuno ci vuol far credere, infatti, è che se convincessimo i tedeschi a fare i bravi tutto si risolverebbe. Mentre la verità è che la rigidità del cambio imposta dall’euro e la vera ragione della situazione deflazionistica in cui ristagna l’Europa e dei tassi di disoccupazione e “non crescita” (per non dire recessione – alla faccia dei proclami mensili di Letta smentiti di regola 3 giorni dopo dal sole 24 Ore).

Se i paesi del sud Europa non escono dall’euro è loro responsabilità. Non della Germania che fino a che il giochino funzionerà (ancora poco direi perché poi se affami i tuoi acquirenti a chi la vendi la merce?) fa quello che le regole del mercato prevedono.

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THOMAS FAZI
fonte: comedonchisciotte.org

Il 27 gennaio era la “giornata della memoria”. Come tutti gli anni, tante parole sono state spese per ricordare gli orrori della shoa. Forse, però, sarebbe stato più utile – se veramente lo scopo della memoria è evitare di ripetere gli errori/orrori del passato – ricordare le ragioni che hanno portato all’ascesa di Hitler in Germania. È opinione comune – anche in Germania – che sia stata l’iperinflazione degli anni venti a spianare la strada al nazismo, e che questo dovrebbe essere un monito per tutti coloro che potrebbero essere tentati dall’idea di risolvere le crisi ricorrendo all’aiuto della banca centrale. Da cui la nota – e, secondo questa lettura, comprensibile – ortodossia anti-inflazionistica dei tedeschi.

Ma la verità è ben diversa. In risposta all’iperinflazione degli anni venti, al crash economico d’oltreoceano e alle pressioni dei paesi creditori, negli anni trenta la Germania del cancelliere Brüning perseguì una politica monetaria e fiscale iper-restrittiva. In una parola: haushalt, austerità.

Le conseguenze per il paese furono devastanti: la Germania sprofondò in una gravissima deflazione, e la disoccupazione schizzò alle stelle (vi ricorda qualcosa?). Secondo molti storici, fu proprio questa miscela letale di salari bassi e disoccupazione di massa – una conseguenza diretta delle politiche deflazionistiche del cancelliere Brüning – a spianare la strada a Hitler, e non l’iperinflazione degli anni venti. E il seguente grafico, che mostra l’inquietante correlazione tra il tasso di disoccupazione tedesco e il crescente consenso elettorale del Partito Nazionalsocialista – che passò dal 2,6% dei voti del maggio del 1928 al 34,7% del luglio 1932 –, parrebbe confermarlo.

 

Grafico 1

Come ha dichiarato di recente Ewald Nowotny, governatore della banca centrale austriaca, fu proprio “la scelta di concentrarsi esclusivamente sulle politica di austerità che negli anni venti e trenta del secolo scorso portò alla disoccupazione di massa, alla rottura dei sistemi democratici e infine alla catastrofe del nazismo”. È sconcertante, dunque, che proprio i tedeschi – direttamente per mezzo degli organi istituzionali europei e indirettamente per mezzo della loro influenza all’interno della BCE – stiano oggi imponendo esattamente lo stesso tipo di politiche ai paesi della periferia. Come ormai sostengono in molti, senza un drastico cambio di rotta l’eurozona – con un tasso d’inflazione medio inferiore all’1% (bel lontano dall’obiettivo della BCE del “poco meno del 2%”), e vicino allo zero in molti paesi della periferia – rischia seriamente di cadere in una spirale deflazionistica dalle conseguenze imprevedibili ma potenzialmente catastrofiche, sia in termini economici che politici. Come sosteniamo da tempo su questo blog, la BCE avrebbe tutti gli strumenti necessari per far ripartire l’inflazione, per esempio monetizzando una parte del debito pubblico dei paesi periferia, riducendo così le spese per interesse e permettendo ai governi dei suddetti paesi di perseguire politiche fiscali espansive (nel caso dell’Italia, che registra un avanzo primario, anche all’interno dei limiti del Fiscal Compact). Questo non solo ridarebbe fiato alle economie strangolate della periferia ma renderebbe anche più sostenibili i loro debiti pubblici. Come evidenziato in un recente studio del Bruegel Institute, per paesi come la Spagna e l’Italia un tasso d’inflazione più alto dell’1% avrebbe un’incidenza positiva enorme sul loro rapporto debito-PIL (vedi la seguente figura).

grafico 2

Come dice Zsolt Darvas del Bruegel, un tasso d’inflazione più alto non risolverebbe di colpo tutti i problemi dell’eurozona, ma senz’altro renderebbe l’attuale processo di aggiustamento “molto meno doloroso”. Non solo per l’Europa, ma per tutta l’economia globale, che risente pesantemente del crollo della domanda aggregata nel continente. Non sorprende dunque che ormai fiocchino dalle fonti più disparate – dall’Economist alWall Street Journal, dal Telegraph al Fondo monetario internazionale – appelli alla BCE affinché intervenga per arginare l’innescarsi di una spirale deflazionistica nel continente. Ovviamente, sappiamo bene – come non perde occasione di ricordarci Draghi, al punto che cominciamo a pensare che abbia un po’ la coda di paglia – che i trattati europei vietano il “monetary financing”, il finanziamento diretto degli stati. Ma i trattati esistono per essere cambiati. Non a caso un draft report della Commissione Affari Economici e Monetari preparato l’anno scorso da Gianni Pittella e dal suo staff – successivamente bocciato dai tedeschi – proponeva proprio di rivedere lo statuto della BCE per permettere alla banca centrale europea di portare avanti politiche di “overt monetary financing” – finanziamento diretto dei del debito pubblico degli stati membri –, e per aggiungere all’obiettivo della stabilità monetaria quello della piena occupazione.

Non possiamo sapere come sarebbe andata la storia se la Germania, negli anni trenta, avesse seguito l’esempio dei paesi dell’area della sterlina (sterling bloc), che nel 1931 uscirono dal gold standard e poterono così perseguirono politiche esplicitamente espansionistiche-inflazionistiche. Ma il seguente grafico – che mette a confronto l’andamento del tasso di disoccupazione inglese e quello tedesco a partire dall’anno in cui il Regno Unito abbandonò il gold standard – fa supporre che probabilmente sarebbe andata molto diversamente.

Grafico 3

Quest’altro grafico, invece, mette a confronto l’andamento del PIL dei paesi dello sterling bloc (linea grigia) – che, ricordiamo, iniziarono a svalutare a partire dal 1931 – e quello dei paesi del gold bloc (linea gialla), tra cui la Germania, tra il 1929 e il 1938. Anch’esso lascia poco spazio all’immaginazione.

Grafico 4

E la linea rossa?, vi starete chiedendo. Quella rappresenta l’andamento del PIL dell’eurozona tra il 2007 e il 2015. Come si può notare, il trend dell’eurozona rispecchia molto da vicino quello del gold bloc – e non a caso, visto che stiamo seguendo lo stesso tipo di politiche deflazionistiche.

Non possiamo cambiare la storia, ma possiamo evitare che si ripeta. È vero: oggi non rischiamo l’ascesa di un nuovo Hitler. Ma il rischio di un prolungato periodo di regressione economica, politica e sociale, e di una recrudescenza di movimenti fascisti e reazionari (vedi la Grecia) – con conseguente disgregazione del processo di integrazione europea –, c’è, ed è reale. Anzi, si potrebbe dire che è già in corso. Siamo ancora in tempo per cambiare traiettoria. Ma dobbiamo agire presto. Sarebbe veramente imperdonabile se la Germania commettesse lo stesso errore di ottant’anni fa. Come ha dichiarato nel 2012 l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer:

Per due volte, nel ventesimo secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo.

Questo è vero oggi più che mai.

 

 


L’Euro funzionerebbe se fosse la Lira

Parola di Romano Prodi. Come uno di quelli che l’hanno inventato?

Ebbene sì. Leggetevi della sua lezione all’Università di Padova, riportata dal Mattino e rimbalzata dal suo sito (il che in termini comunicativi equivale a riconoscere la correttezza dell’articolo).

Fonte: http://www.romanoprodi.it/notizie/merkel-danneggia-leuropa-lunica-alternativa-e-un-asse-francia-spagna-italia_8037.html

Il Professore (come se ci fosse solo lui con questa qualifica fra i politici italiani) dice proprio che l’asse Francia-Italia-Spagna dovrebbe costringere la Merkel a svalutare del 20%. Praticamente quello che succederebbe se tornassimo alla lira. Se non ci fosse da piangere sarebbe roba da ridere.

Con la solita sagacia, gli risponde Alberto Bagnai dal suo Goofynomics.

Fonte: http://www.goofynomics.blogspot.it/

Le potenze dell’asse: applicazioni di politica piddina

Com’era l’ultima volta? Roma-Berlino-Tokio? Eh, come passa il tempo, e il suo fluire inarrestabile porta con sé cambiamenti, ma anche conferme. Sapete quella storia dell’acqua del fiume che è sempre la stessa ma non è mai la stessa, quella roba lì, il panta rei?

Per il fautore dell’attuale regime anche oggi la soluzione dei nostri problemi passa per un asse: l’asse Roma-Parigi-Madrid. Regime che vai, asse che trovi, verrebbe da dire. Ma sempre per un asse ci si trova a camminare, anche se cambia l’equilibrista (ma non il tonfo finale).

E sapete a cosa servirebbe questo asse?

Be’, quello precedente era servito più o meno a “spezzare le reni alla Grecia”, combattere la “perfida Albione”, e altre amenità del genere, che poi si è visto dove hanno portato: a passeggiare nel bosco dei faggi. L’asse 2.0 invece servirebbe a una cosa ancor più fantasiosa: a costringere la Germania a svalutare l’euro.

Ma scusate, le cose non stavano così?

No, non più. Cioè, capiamoci: cosa ci sta dicendo il nostro migliore amico? Dopo averci detto (nel 2005) che ci serviva un euro forte perché altrimenti saremmo andati in crisi, ora che siamo in crisi ci dice che dovremmo avere un euro debole.

Mmmmh…

Qui c’è qualcosa che non torna, no?

Solo un piddino potrebbe non accorgersene, e infatti non se ne accorge, mentre voi ve ne accorgete, e infatti Tiziano Diamanti ci ha fatto schiantare dalle risate col suo sfogo (e quanto, oh quanto, mi sono sentito umanamente vicino a lui nel sentimento di impotenza e anche, permettetemelo, di disprezzo per l’ottusa imbecillità delle pecore che quell’uomo ha portato al macello, e che ancora continuano a venerarlo, come il vecchio mal vissuto dell’altra sera a Pescara, quello che aveva studiato con Caffè, o forse al caffè…).

A quello che ha detto Tiziano in effetti non ci sarebbe nulla da aggiungere, se non un “grazie di esistere”, ma io son tecnico, e allora aggiungo un po’ di aritmetica.

Sentite cosa dice il nostro amico, qui simile est sepulcro dealbato: “L’euro oggi è fortemente sopravvalutato: la sua quotazione corretta sarebbe 1,1 o 1,2 sul dollaro, mentre oggi siamo a 1,4”. Stante che la quotazione è certo per incerto (quella che tutto il mondo non usa), una discesa a 1,2 significherebbe una svalutazione del 14%, e una discesa a 1,1 una svalutazione del 21%. Ora, caso vuole che una svalutazione di questa entità (che è più o meno quella che si verificò nel 1992, senza provocare alcuna catastrofe, come Monti disse e Prodi sa), una svalutazione di questa entità, dicevo, è più o meno quella che subirebbe la lira in caso di uscita dell’Italia dall’Eurozona, nelle stime di Bootle, Sapir, Granville e Nagly, ecc.

Insomma, sì, avete capito bene: Prodi ci dice che l’euro funzionerebbe bene se fosse… la lira!

Geniale!

Funzionerebbe bene per noi, ovviamente, perché siccome gli stessi studi di cui sopra chiariscono, insieme a tanti altri, che per la Germania l’euro è già fortemente sottovalutato, e la Germania rischia già la procedura di infrazione per eccesso di esportazioni nette nel quadro della Procedura per gli squilibri macroeconomici (questo è per lo meno quanto ci ha detto Olli Rehn), è chiaro che invece a lei una ulteriore svalutazione tanto bene non starebbe.

E ora veniamo alla politica. Io sono un economista, Prodi è un politico, entrambi capiamo da economisti che la quotazione attuale dell’euro per l’Italia è una catastrofe. Da politici, però, c’è una cosa che lui non capisce, ma io e voi capiamo: che quando un paese forte si mette insieme a uno debole, sotto la stessa valuta, ovviamente la valuta viene gestita nell’interesse del forte, non in quello del debole.

Che sorpresona, eh?

Caro Romano, di nome ma non di fatto, eh già! Le cose stanno proprio così! Cerrrrrrto! Sarebbe bello avere un euro che funzionasse come la lira. Peccato però che funzioni un po’ più come un marco. Non te lo saresti mai aspettato, vero? What a surprise! E qui vale la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite, non andrebbero spiegate.

Questi sono i nostri politici.

E quindi, per concludere con una nota costruttiva, pensateci bene prima di chiedere l’impeachment per Napolitano…


Il solito trucco

Ormai è abbastanza facile rendersi conto quali questioni sono del tutto irrilevanti per la vita dei cittadini. Basta leggere le notizie sui media mainstream (ma anche su buona parte di quelli dell’era social che spesso non fanno che sostituirsi all’urlo dello strillone di inizio secolo).

Ma come, devo saltare proprio le notizie principali? Ma non sono quelli i fatti più importanti?

Domande lecite, per carità. Se non fosse per il fatto che le maggiori testate sono controllate da gruppi con interessi ormai coincidenti. Se non fosse che l’effetto delle larghe intese e degli inciuci è ormai quello di rendere praticamente identici i pezzi di libero e dell’Unità. Tanto per citare quelli che dovrebbero essere gli organi di riferimento dei due estremi dello spettro.

Una prova qualunque?

“Faccio caciara, ergo esisto Il triste epilogo del grillismo 11 Movimento che doveva ribaltare il Palazzo non è mai stato veramente incisivo. Per uscire dall’isolamento ha quindi scelto lo scontro permanente. Ma così tradisce 8 milioni di voti GRILLINI SENZA FRENI CAMERA A 5 STALLE Urla, spintoni, botte, offese sessuali: i deputati di Grillo prendono d’assalto il Parlamento È la certificazione del loro fallimento: non toccano palla e fanno casino per far vedere che esistono” [Libero]

Quei giochi pericolosi di Beppe & C Sulla pelle dell’Italia MASSIMO ADINOLFI QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI COMINCIANO A GIOCARE. I DURI E I GRILLINI. SOLO CHE IL GIOCO SI CHIAMADEMOCRAZIA PARLAMENTARE,e troppa durezza rischia di ammaccarlo seriamente. Le cronache di queste giornate raccontano di insulti, risse, occupazioni [Unità]

Potrei proseguire con praticamente tutti gli altri quotidiani, siti di informazione e servizi televisivi con la sola eccezione del Fatto Quotidiano. Ve lo risparmio, sarebbe un dejavu continuo. E la ripetizione è così ossessiva che chi usasse solo quelle quali fonti di informazione rischierebbe addirittura di crederci. A maggior ragione se mezzi di informazione all’apparenza così diversi fra loro dicono la stessa cosa.

Quando succede così, però, non è nemmeno sufficiente prenderne atto, alzare le spalle e risettare l’interpretazione. Questa fase oggi è fin troppo facile. Cerchi le notizie più grandi, più strillate, più ripetute e per avere qualcosa di simile ai fatti che gli stanno dietro le ribalti a 180°. E’ un artificio chiaro. Un’iperbole. Come dire che tutte le parole spagnole sono piane e quelle inglesi sdrucciole. E’ chiaramente un’esagerazione. Ma nel dubbio è uno strumento che un’alta percentuale di riuscita. Proprio come quando in spagnolo o in inglese incontri una parola che non sai pronunciare e ti devi buttare.

Non basta dicevo. Perché quasi sempre l’urlo mediatico, il polverone notiziario, non sono nient’altro che il fumogeno lanciato per nascondere il vero atto progettato da un decisore accorto che sa di fare qualcosa di inammissibile. Si chiama strategia della distrazione. In guerra fa parte delle tecniche di base dello scontro. Perché non dovrebbe funzionare in politica, che è solo la maniera socialmente accettabile con cui si raggiungono i risultati di una guerra senza prendere in mano le armi e spargere sangue in maniera contenstuale?

Ciò su cui si dovrebbe riflettere è che in guerra l’inganno, la deception, il fumo, vengono utilizzati per farsi beffe del nemico. Nella politica servono a farsi beffe del cittadino. Ergo … mutatis mutandis …

Anche di questo volete la prova?

Mentre imperversa la fuffa sulla legge elettorale – come se ne esistesse una ce risolve tutti i problemi dell’ingovernabilità di un paese – guardate che succede.

La gravissima vicenda della privatizzazione di Bankitalia

Fonte: http://www.senzasoste.it/nazionale/la-gravissima-vicenda-della-privatizzazione-di-bankitalia

Tutti ricordiamo il tormentone Imu sì-Imu no, una bolla mediatica che ha accompagnato la vita politica istituzionale per metà 2013. È stato sostituto, sempre con Silvio protagonista (complimenti, anche vicino al sarcofago riesce a condizionare i nanerottoli politici di via del Nazareno) dall’altra bolla mediatica, quella della legge elettorale.

Bene, immaginate che casino succederebbe se qualcuno grosso, qualcuno di importante, volesse imporre una bella patrimoniale, di quelle toste. Già, immaginate il coro dei Roberto Speranza, uno che la parte l’ha imparata presto: “irresponsabile”, “populista” etc., e i sottili distinguo dei sindacalisti gialli Camusso e Landini sulla patrimoniale.

Il problema, non proprio leggerino, è che la proposta di una forte patrimoniale per l’Italia, sempre per il rigore dei conti pubblici, non l’ha avanzata qualche populista ma la Bundesbank. Eh sì. Era in prima pagina due giorni fa sulla Handelsblatt e su Die Welt, edizione online di entrambe le testate.

Così, mentre le prime pagine dei giornali italiani sono rigonfie di cose inutili, la banca centrale del principale paese dell’eurozona ha chiesto per noi una bella stangata (non esiste legge elettorale che risolva il problema della rappresentanza e dei processi decisionali. Ma da prima dello scioglimento del Pci i “riformisti” hanno provato questa droga del politico detta “legge elettorale”, e non hanno più smesso…).

D’altronde, con un’economia paralizzata cosa credete che voglia il grande fondo estero, come garanzia, per comprare i nostri titoli? Ma i nostri patrimoni! Grandi e piccoli che siano, basta non averli alle Cayman (come lo sponsor di Renzi). Così vuole la Bundesbank.

E che rapporto c’è tra queste necessità della Bundesbank e il decreto Imu-Bankitalia presentato furbescamente alla televisione e alle camere? Se qualcuno crede che le comparsate della Boldrini servano per garantire il rispetto alle istituzioni, viva il suo Nirvana e non proceda oltre nella lettura. Sennò ascolti un dettaglio. Prima di tutto mettere l’Imu nel decreto è costruire un cavallo di Troia (absit injuria verbis) per far passare tre perle:

1) L’aumento dell’acconto Ires.

2) La “sanatoria” sul gioco d’azzardo, che è un regalone a tutte le agenzie che dovevano somme astronomiche allo Stato.

3) La sterilizzazione del potere di veto del ministero dei beni culturali e (sic) del Ministero dell’Ambiente sulle dismissioni (e vai con nuovi ecomostri).

E qui arriva la perlona contenuta nel decreto Imu che prende anche il nome del gioiello, diventando decreto Imu-Bankitalia. Cosa prevede il gioiello?

1) La legittimazione della proprietà privata dell’ente che solo nominalmente resterà pubblico (nomina del governatore, vero Re Pipino della situazione)

2) L’impossibilità del potere pubblico di poter dire alcunché sulla compravendita delle quote di Bankitalia (quindi se qualcuno o qualcosa che ha interessi che non coincidono con quello nazionale prende piede in Bankitalia, il pubblico non può porre veti. Solo per questo Napolitano meriterebbe l’impeachment, altro che…)

3) Si apre legalmente la strada ad un patto di sindacato, esplicito o occulto, dove una serie di soggetti finanziari che entrano nelle banche italiane fanno cosa gli pare di Bankitalia (guarda caso tre giorni fa qualcuno ha fatto la spesa con i titoli bancari italiani che sono andati anche a -16 in una seduta).

4) Le privatizzazioni possono essere pilotate da questo patto di sindacato ormai legittimabile da questo decreto (vedi vicenda Cassa depositi e prestiti).

5) Il patto di sindacato (cioè l’insieme delle regole volte a determinare l’assetto della proprietà di una società), possibile e sostenibile da hedge fund che hanno un portafogli largo quanto il nostro Pil, può a questo punto controllare l’oro di Bankitalia a sostegno dell’euro. Proprio come desidera la Bundesbank. E ce la vedete questa nuova Bankitalia, in mano a tutti fuorché all’Italia, opporsi nel caso alla patrimoniale come desiderata dalla Bundesbank? “Ragassi” – avrebbe detto il povero Bersani – “Sciamo in Europa..”.

A questo punto anche un elettore di centrosinistra, cioè uno che in politica fa uso di droghe nemmeno tanto leggere, capisce la verità. Che la “crescita” non esiste, non ci sarà. Ma solo un periodo di estrazione di risorse da questo paese. Fino a quando non ci sarà nulla da estrarre e i nostri giovani accetteranno salari da 250 euro il mese, competitivi con l’Ucraina che spinge per entrare in Europa a costo della guerra civile, facendosi prendere per fame. in un paese dai prezzi tedeschi causa tasse e balzelli.

Tutto questo ha un nome nei manuali di concorrenza economica. Si chiama strategia del “Beggar thy neighbour”. Ovvero: porta il tuo vicino a mendicare. Ci guadagnerai un sacco. Specie se nel paese del tuo vicino ci sarà qualche servo che dà del populista e dell’irresponsabile a chi si oppone al saccheggio.

La proposta della patrimoniale della Bundesbank è all’opposto della patrimoniale “de sinistra”. Si tratta semplicemente di tassare e spedire in Germania. “Prima” deportavano uomini e ricchezze e mettevano tutto nei vagoni piombati. Ora sono solo interessati alle ricchezze, ma senza disturbare il traffico ferroviario.

Diffidate gente. Diffidate.

Tanto per approfondire


Chi ha paura di Grillo?

E del Movimento Cinque Stelle, è necessario aggiungere. La domanda è lecita. Perché quando si attiva la logica dei due pesi e delle due misure (2P2M), allora qualcosa non quadra.

Un inciso prima di proseguire. Che siate d’accordo o meno con le proposte, le posizioni, i programmi del M5S la riflessione è comunque interessante dal punto di vista degli equilibri (forse meglio disequilibri) politici nel nostro Paese.

L’esempio più palese della necessità dell’interrogativo è il recente referendum interno al M5S sulla abrogazione del reato di immigrazione clandestina. 2 terzi degli aventi diritto hanno votato per l’abrogazione del reato. Esattamente il contrario di ciò che Grillo stesso aveva indicato. Puntuale è scattata la logica 2P2M. Se il leader zittisce i suoi iscritti si sollevano le urla di chi mette in dubbio la democrazia interna al Movimento. Se il leader si sottomette alle indicazioni del suo “popolo”, allora dovrebbe dimettersi (da cosa non si capisce). In sostanza un leader democratico non può esistere. O sei autoritario o devi dimetterti.

Tuttavia, a prescindere che siate d’accoro o meno con il reato in questione – o che siate d’accordo o meno con una o l’altra delle violazioni della democrazia – la cosa curiosa è da dove vengono gli strali contro il M5S

Inizia l’Unità:

Titolone in prima pagina “Grillo cade nella Rete”.

Poi l’articolo di Michele di Salvo

Dimissioni, se Beppe Grillo fosse un vero segretario

MICHELE DI SALVO «DALLE 10 ALLE 17 GLI ISCRITTI CERTI- FICATI HANNO ESPRESSO IL PARERE VINCOLANTE SUL VOTO che il gruppo parlamentare del Senato dovrà esprimere domani 14 gennaio sul “reato di clandestinità”. 15.839 hanno votato per la sua abrogazione, 9.093 per il mantenimento. I votanti sono stati 24.932. Gli aventi diritto erano gli iscritti certificati al 30 giugno 2013, pari a 80.383». Manca la firma «la Casaleggio e associati rende noto». Non si sa se anche approvi, ma tant’è. E con questo laconico comunicato che dal blog di Beppe Grillo, organo unico più che ufficiale del Movimento 5 Stelle, il popolo pentastellato apprende l’esito di questa consultazione, e tutti noi a nostra volta finalmente sappiamo, in barba all’articolo 67 della Costituzione, come il terzo gruppo in Senato voterà domani. Con questo comunicato si chiude – forse – una polemica politica e programmatica profonda, proprio con alcuni senatori che avevano sollevato la questione, rivendicato la decisione come comunque coerente con il proprio elettorato (e la propria coscienza), e ne era sorta una violentissima controversia, con un Beppe Grillo che si è lasciato sfuggire anche che «se avessimo detto che avremmo fatto questo ai nostri elettori avremmo preso percentuali da prefisso telefonico». I TEMI CARI ALLA GENTE Sl, un Beppe Grillo sempre molto attento ai temi «cari alla gente», non tutti, solo quelli vendibili in un populismo facile, senza troppe argomentazioni, condito con qualche cifra sbagliata e soprattutto senza mai rispondere alle domande scomode e senza mai rendere conto di molte sue affermazioni. Già, a un Grillo impegnato in questi giorni a definire una linea coerente con i suoi riferimenti europei, da Alba dorata ai No Euro alla parte movimentista del Fronte Nazionale, agli euroscettici inglesi e spagnoli, per un Beppe impegnatissimo a drenare i voti del centro destra tanto da «mandare in India» una sua delegazione perché finalmente si è accorto del caso dei marb, avere anche questa seccatura proprio non deve essere andata giù. Del resto il suo inseguimento della Lega Nord sui temi dei «clandestini criminali» e «immigrati che ci rubano il lavoro» è uno Stavolta a chi darà la colpa? Ai media contrari oppure ai complotti delle note lobby degli immigrati clandestini? dei pochi contenuti sui quali, c’è da dirlo, il Beppe nazionale e nazional-popolare non si è mai smentito. NIENTE DIKTAT Stavolta però sarebbe stato troppo continuare a far da sé, minacciare espulsioni e ritorsioni e diktat, perché di una qualche base hai pur bisogno se quanto meno alle elezioni europee vuoi presentare la lista della rabbia e dello sfascio. E allora dopo aver già messo a dura prova i suoi, decidendo da solo che «in Sardegna non ci si presenta» (numeri dei sondaggi alla mano sarebbe stata una debacle, ma non lo puoi mica dire e ammettere), una forma di «partecipazione» doveva tirarla fuori dal cilindro del suo blog. Ci ha pensato Casaleggio. Consultazione alla chetichella, poche ore senza alcun preavviso (le precedenti consultazioni erano state annunciate con svariati giorni di anticipo), e vediamo che cosa esce fuori. Gli è andata male. Stavolta ha perso Beppe Grillo. Certo, sarà colpa dei media contrari (che però per una volta non si sono occupati della vicenda), dei complotti delle note lobby degli immigrati clandestini, o per una volta di una sana e spontanea linea più che politica direi semplicemente «umana»? Certo quelle percentuali di votanti, appena 25mila su 80mila, qualche margine lo offrono. In fondo sarà stato per questo. In un qualsiasi partito o movimento anche solo tendenzialmente democratico, il «segretario» prenderebbe atto che la sua linea è stata bocciata, convocherebbe una direzione, un’assemblea, qualsiasi cosa di collegiale e rappresentativa della base «umana» del suo movimento, e si dimetterebbe. IL PROPRIETARIO Ma come fai nel caso di Grillo? Lui è il proprietario del logo, il presidente di un’associazione a tre con suo nipote e Gianroberto. Privarlo del logo sarebbe un esproprio proletario, o una donazione forzata. E poi a chi? In attesa di sciogliere un dilemma, che perla verità siamo certi Beppe non si è mai posto, registriamo la fine del laconico comunicato. Più per la sua base leghista e di destra che per noi o per i suoi: Beppe precisa «con l’abrogazione si mantiene comunque il procedimento amministrativo di espulsione che sanziona coloro che violano le norme sull’ingresso e il soggiorno nello Stato». Adesso sì che siamo tutti più tranquilli.

Le parti in neretto fanno capire fin troppo bene l’antifona. Per l’organo ufficioso (uno dei tanti) del PD Grillo va a destra. Cerca i voti degli euroscettici (che per definizione sono di destra visto che gli euristi più convinti sono di sinistra?) e dei movimenti razzistoidi.

Gli risponde il Giornale e la penna è quella del suo direttore.

Grillini Fuori controllo. Il titolo accenna di nuovo alla questione della democrazia interna. Il Leader non li controlla più.

II Movimento Cinque Stelle sconfessa il suo leaderBeppeGrillo e si schiera per l’abrogazione del reato di clandestinità. La decisione è il risultato di un referendum lanciato su Internet tra gli iscritti: due terzi hanno votato sì, solo un terzo ha seguito l’indicazione del capo che soli pochi mesi fa aveva pubblicamente smentito – e fermato – un suo parlamentare che voleva proporre una le : e pro immigrazione facile. Per chi non lo sapesse, il reato di clandestinità non è una tortura suppletiva per i disperati che sbarcano sulle nostre coste, ma una norma di legittima auto-tutela di un libero Stato in vigore in tutti i Paesi civili, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa. Adesso lo sappiamo: votare Cinque Stelle vuol dire andare verso una immigrazione selvaggia eimpunita. Non cheorail reato di clandestinità spaventi più di tanto o serva da diga contro le ondate di immigrati. Ma ribadisce un principio fondamentale: in Italia entra solo chi ha un permesso, e quindi un lavoro e quindi una casa. Su questo non si può e non si deve trattare, pena abdicare alla sovranità, oltre che alla sicurezza delle nostre città. Quello dell’immigrazione clandestina non è l’unico caso in cui i grillini scherzano col fuoco. Le loro coccole ai manifestanti NoTav nei giorni caldi delle contestazioni violente in Val di Susa avevano creato un alone di simpatia attorno a un movimento, i No Tav, che oggi scopriamo pesantemente inquinato non solo da facinorosi e delinquenti comuni, ma addirittura da terroristi. Sono infatti di queste ore minacce di morte in puro stile brigatista che, sotto la bandiera No Tav, vengono rivolte a giornalisti, politici e addirittura magistrati. La deriva dei Cinque Stelle conferma il sospetto che da sempre abbiamo nutrito. Un conto sono le estrose, e a volte condivisibili, esternazioni di Grillo contro la casta, le banche voraci e l’Europa del cappio all’Italia. Altro è lo zoccolo duro dell’elettorato Cinque Stelle, pericolosamente vicino all’ala più radicale della sinistra e forse anche oltre. Qui uno rischia di votare per abolire i vitalizi dei parlamentari e di ritrovarsi con i clandestini liberi e protetti, con i violenti a farla da padroni in Val di Susa, con una nuova stagione di terrorismo. E per come si stanno mettendo le cose non c’è certezza che il vecchio Grillo riesca a tenere la situazione sotto controllo via Internet. Anzi, il voto di ieri, semmai, dimostra il contrario.

Per Sallusti Grillo va a sinistra. Anzi di più. Ci regalerà una nuova stagione di terrorismo sanguinario. Non solo ma è un leader troppo democratico, che non riesce tramite la magica bacchetta della Rete a tenere a bada i suoi iscritti.

Ma insomma Grillo va a destra o va a sinistra?

La risposta a una domanda stupida non può che essere idiota nel contenuto e inutile nella forma.

La realtà è che la campagna elettorale per le Europee è già bella che iniziata e i due Centri (quello a destra e quello a sinistra) se la fanno addosso. Cosa succederebbe se i loro magici sondaggi prendessero una cantonata peggiore di quella presa alle politiche dello scorso anno? Cosa succederebbe se le operazioni di maquillage del giovanilismo renzalfaniano o dell’ennesima plastica berlusconiana si rivelassero inutili mascherate? Che rinsaldano la fede dei duri e puri ma non convincono gli indecisi, ago della bilancia e necessari per la vittoria elettorale?


Se pagassero tutti pagheremmo di più

No. Non mi sono sbagliato. Se le tasse le pagassero tutti, ognuno di noi, paradossalmente, pagherebbe di più. Spesso, quando una legge è iniqua la disonestà finisce per rimettere le cose in paro.

Per inciso, sono un lavoratore dipendente, quindi, in sostanza, non avrei nessun interesse a dire cose simili.

Buona lettura.

Fonte http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/11/come-ti-giustifico-levasione-fiscale-i-tre-falsi-miti/839528/#.UtISkoylYq8.facebook

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Molti dei commenti ai miei precedenti post rispolverano il tipico mantra usato da chi si ritrova a corto di argomenti di fronte alla devastante e innegabile rapina fiscale italiana: il feticcio dell’evasione. I più sobri utilizzatori di tale scappatoia retorica si limitano a ripetere il ritornello secondo cui “in Italia le tasse sono altissime perché l’evasione è altissima: se pagassero tutti pagheremmo di meno”, i più avventurosi invece si lanciano in accuse dirette nei confronti dell’interlocutore: “Vuoi meno tasse? Evasore!!!”

Tralascio queste ultime affermazioni, per quanto sarebbe abbastanza facile ricordare che un evasore che protesta per le tasse alte è tanto probabile quanto un vegetariano che protesta per l’eccessivo costo delle bistecche. Evito anche di discutere qui della legittimità del rifiuto di pagare le tasse (discussione che si infrange spesso contro slogan come: “la legge dello Stato va rispettata sempre e comunque”, ripetuti da chi dimentica che questo principio astratto genera mostri quando le leggi dello Stato in questione sono mostruose, come quelle razziali del ventennio, quelle sul figlio unico in Cina o sulla lapidazione delle adultere in Iran; e dimentica che in Italia in molti casi sono le tasse stesse ad essere illegali, tanto da poter considerare uno sciopero fiscale come un atto di coerenza con il principio di legalità), limitandomi a citare Luigi Einaudi“La frode fiscale non potrà essere davvero considerata alla stregua degli altri reati finché le leggi tributarie rimarranno vessatorie e pesantissime e finché le sottili arti della frode rimarranno l’unica arma di difesa del contribuente contro le esorbitanze del fisco”. Assumiamo per assurdo che pagare le imposte che i politici stabiliscono sia sempre e comunque un obbligo indiscutibile (anche a costo della distruzione di imprese, famiglie e intere economie) e chiediamoci se è vero quello che si dice sugli effetti e sulle cause del fenomeno dell’evasione, sfatando qualche mito.

Primo mito: “L’Italia ha una pressione fiscale tra le più alte al mondo, ma anche un’evasione fiscale tra le più alte al mondo”. La prima parte della frase è verissima (il total tax rate arriva quasi al 70%: triste record del mondo sviluppato), la seconda del tutto falsa. Va premesso che spesso le cifre ripetute da esattori e politicanti a beneficio di telecamera non provengono da revisori indipendenti, ma dagli esattori stessi (una fonte di sicuro non molto imparziale), sulla base di metodi nella migliore ipotesi soggetti ad enormi fluttuazioni, nella peggiore arbitrari e manipolabili. Da un po’ di confronti tra fonti si ottiene una percentuale media nazionale vicina al 17%, ben lontana dall’essere un record mondiale come la nostra tassazione: la media europea è del 14%, con paesi come Grecia e Polonia che superano il 20% (pur avendo total tax rate molto inferiori a quello record italiano, rispettivamente intorno al 45 e 40%).

Secondo mito: “L’evasione fiscale di cui sopra è cagionata tipicamente dal piccolo imprenditore brianzolo con il Suv”. Immagine macchiettistica e totalmente fuorviante: le piccole imprese della Lombardia (Regione in cui la percentuale di evasione si aggira intorno al 10%: non solo molto inferiore alla media europea, ma persino a quella tedesca o francese) contribuiscono al fenomeno per pochi miliardi di euro, mentre molta dell’evasione stimata proviene dal grosso business contiguo alpotere statale (banche, concessionari del gioco, ecc.) e dal lavoro nero svolto nell’Italia del sud (con questa constatazione non intendo certo svilire il Meridione italiano, né tantomeno chi preferisce lavorare in nero per portare a casa il pane piuttosto che elemosinare soldi altrui da qualche politico in cambio di voti).

Terzo mito: “Se pagassero tutti pagheremmo di meno”. Falso. Logicamente, contabilmente e storicamente falso. Immaginiamo che da domani ogni persona, impresa e partita Iva inizi a pagare fino all’ultimo centesimo quanto richiesto dallo Stato italiano, dal canone Rai fino ai contributi sulle ripetizioni di matematica dello studente universitario. L’Italia sarebbe più ricca? Ovviamente no: molte imprese e molti esercizi commerciali semplicemente chiuderebbero, molte transazioni private (a partire dai lavori di baby-sitting e da molti affitti di studenti fuorisede) si rivelerebbero non più sostenibili e sparirebbero dal mercato, il Pil italiano scenderebbe di diversi punti percentuali in pochi mesi. Sul brevissimo termine, tuttavia, potrebbe anche esserci un aumento delle entrate statali.

Lo Stato italiano diventerebbe più assennato nelle scelte di spesa? Ovviamente no: non c’è motivo per cui un aumento di entrate debba convincere politicanti e burocrati ad eliminare sprechi, spese clientelari, episodi di corruzione… anzi, ci sarebbe un nuovo “tesoretto” da spartirsi e da spendere. Questa nuova spesa diventerebbe un’aspettativa storica da parte dei beneficiati, tanto facile da elargire la prima volta quanto difficilissima da negare in seguito, insomma: un “diritto acquisito”, per pagare il quale nel contesto di un’economia contratta e azzoppata dalla sparizione di tante transazioni l’unica possibilità sarebbe quella di alzare la pressione fiscale! Esattamente: se pagassero tutti, pagheremmo di più! Per corroborare l’esperimento mentale con i dati di fatto basta guardare leserie storiche: l’aumento di recupero dell’evasione fiscale è sempre stata accompagnata dalla trasformazione dei “tesoretti” in nuova spesa statale, a sua volta seguita da nuova tassazione. Nemmeno un centesimo del recuperato è stato mai utilizzato per la riduzione delle tasse, e ad ogni aumento delle entrate fiscali è sempre corrisposto un incremento delle spese e, di conseguenza, delle pretese tributarie.

Nella lettera al Corriere di cui sopra, Einaudi scriveva anche: “Non è male che il tentativo della Finanza di costringere tutti a pagare le altissime aliquote italiane incontri una vivace resistenza nei privati. Se questi si acquetassero, e pagassero senza fiatare, anche la Finanza si adagerebbe sulle alte quote, paga dei guadagnati allori. La frode persistente la costringe a riflettere se non le convenga di ridurre le aliquote per indurre i contribuenti a miglior consiglio o per scemare il premio della frode”.


Alla Germania serviva l’italia nell’Euro – Parola di Vincenzo Visco

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Vi ripropongo un’intervista del Fatto all’ex Ministro che fece il “lavoro sporco” per portarci in Europa.

La frase saliente:

Un’Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, incluse Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i paesi, tranne la Russia da cui compra l’energia. Era un disegno razionale, serviva l’Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole. 

Il resto dell’intervista:

“La Germania ha gestito la globalizzazione in modo consapevole, avere paesi come l’Italia dentro la moneta unica ha reso l’euro una moneta più debole di quanto sarebbe stata altrimenti e ha permesso a Berlino di esportare”. Vincenzo Visco era ministro delle Finanze ai tempi del governoProdi, tra il 1996 e il 1998, e a lui era affidato “il lavoro sporco”, cioè tassare gli italiani per ridurre il deficit quel tanto che bastava da permettere all’Italia di entrare nell’euro.

Professor Visco, l’inchiesta dello Spiegel dimostra che la Germania non considerava affidabili i nostri conti.
Quando siamo entrati nell’euro era tutto in regola. Certo, nel 1997 rimasero tutti sorpresi che ce l’avessimo fatta, ma i nostri numeri erano certificati dall’Eurostat.

Ma l’Italia non è mai riuscita a rimanere nei parametri di Maastricht.
Entrammo con il deficit al 2,7 per cento del Pil, facendo l’eurotassa. Quando la sinistra tornò all’opposizione, nel 2001, lasciammo un avanzo primario di 5 punti, quello che adesso si cerca invano di raggiungere. I nostri guai derivano dalle scelte successive: si doveva continuare con il rigore, come richiedeva l’euro. Ma al governo c’era il centrodestra, da sempre ostile alla moneta unica, e le sue politiche hanno messo le basi dei guai attuali.

Avete mai avuto dubbi sulla possibilità di centrare gli obiettivi?
Siamo sempre stati ragionevolmente sicuri. Perché aumentando il surplus primario, scendeva il costo del debito. Scambiammo un aumento temporaneo di tasse con una riduzione permanente degli interessi da pagare. Eravamo tranquilli perché il distacco dal deficit al 3 per cento era minore di quanto risultava dai dati contabili.

Perché?
Man mano che facevamo correzioni, gli interessi scendevano. Gran parte del lavoro lo facevano i mercati. Il contrario di quello che succede oggi, quando gli investitori distruggono i risultati ottenuti dai governi, facendo salire i tassi sul debito. Siamo tornati in una situazione analoga a prima dell’euro. Ma l’euro c’è e ci vincola.

Ci sono mai stati momenti di tensione con i tedeschi?
Le relazioni con la Germania le gestiva Carlo Azeglio Ciampi che aveva una grandissima credibilità ed era molto abile. Io ricordo i rapporti con l’Olanda che erano molto difficili, proprio non ci volevano. Poi si convinsero. Però era chiaro a tutti che non avremmo mai avuto il debito al 60 per cento del Pil. Allora il Belgio era al 125 e stava peggio di noi. Poi loro sono scesi a 80-85 prima del 2008, quando sono fallite le banche e sono tornati in crisi. Hanno tenuto una politica rigidissima di bilancio, con una pressione fiscale superiore di 2 punti a quella media europea. Se uno vuole stare nell’euro deve mantenere il bilancio con un surplus primario, c’è poco da fare.

Qual è stato il momento più critico del percorso di accesso all’euro?
All’inizio sembrava che dovessimo entrare un anno dopo gli altri, perché il governo Dini aveva posto il 1998 anziché il 1997 come temine per rispettare il vincolo del 3 per cento tra deficit e Pil. Ma nessuno si era accorto che Ciampi si era tenuto una strada aperta, scrivendo in una riga del Dpef che si poteva anticipare. Poi Romano Prodi andò in Spagna e José Aznar gli disse che Madrid sarebbe entrata e fu molto sprezzante nei confronti dell’Italia. Quando Prodi tornò fece una riunione con CiampiEnrico Micheli, Tiziano Treu, e me. Si decise di provarci comunque per il ’97. Ma l’unico modo era fare una manovra dal lato delle entrate, il lavoro sporco fu delegato a me.

E se fossimo rimasti fuori?
Un’Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, incluse Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i paesi, tranne la Russia da cui compra l’energia. Era un disegno razionale, serviva l’Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole. In cambio di questo vantaggio sull’export la Germania avrebbe dovuto pensare al bene della zona euro nel suo complesso.

E lo ha fatto?
Non mi pare.


Vi ricordate Prodi?

prodiMentre la sua portavoce storica diventa la vicepresidente del PD (chissà com’è) lui si rifiuta di entrare nella Direzione del partito. Finalmente ce ne siamo liberati? Forse … no. E staremo a vedere, se dovesse veramente andare come teme Cerasa, se confermerà alcune delle sue dichiarazioni di alcuni mesi fa moderatamente anti-europee. Io scommetto che tornerà ad essere il Super Europeista che ci precipitò nel baratro 15 anni fa. Staremo a vedere.

Claudio Cerasa su il Giornale di oggi

Roma. Piazza della Pigna, Roma, lunedì 17 dicembre. Sono le quattordici e trenta, Giorgio Napolitano ha appena finito di vergare il duro discorso che di là a breve rivolgerà alle forze politiche dal Quirinale e in un piccolo ristorante romano un amico del presidente della Repubblica, Emanuele Macaluso, offre al cronista un’opinione gustosa rispetto a un duello che segnerà i prossimi mesi di questa tormentata legislatura. “Secondo me – dice Macaluso – Romano Prodi, al dopo Napolitano, un pensierino ce lo sta facendo”. Prodi, già. Come spesso capita al Prof. bolognese, il suo percorso politico non è lineare, è ricco di contraddizioni, svolte impreviste, percorsi a zig zag, piroette e tentativi, spesso maldestri, di camuffare la propria rotta. Rotta che però, per una sorta di teorema del prodismo, risulta evidente e alla luce del sole ogni volta che viene solennemente smentita dal diretto interessato. E’ andata sempre così. Prodi arriva in Europa e sbuffando dice che non tornerà più in Italia per fare politica, e poi te lo ritrovi di nuovo in Italia e di nuovo presidente del Consiglio. Prodi lascia indignato la presidenza del Pd, dice che non vuole più avere a che fare con questa politica e poi te lo ritrovi li sul palco a festeggiare l’elezione a segretario di Pier Luigi Bersani e a prendersi gli applausi. Ancora. Prodi dice con solennità che non ha intenzione di immischiarsi con l’elezione del presidente della Repubblica, e poi eccolo lì impegnato a diventare presidente della Repubblica E poi. Prodi dice sdegnato che non ha intenzione di votare alle primarie e poi, oplà, eccolo che si presenta alle primarie per essere accolto come il salvatore dei gazebo. Oggi stessa storia. Il professore dice che no, per carità, non sono iscritto al Pd, non voglio aver a che fare con questa politica, non voglio aver a che fare con la direzione, mentre i suoi fanno capire che invece sì, con Renzi alla guida del Pd ritorna il bipolarismo e ovviamente, per il dopo Napolitano, il prodismo potrebbe essere candidato naturale al Quirinale. Co- -sì arriva Renzi, il Rottamatore, e tutti i prodiani che fino a qualche mese fa al nome di Renzi associavano le parole “101”, “franchi”, “tiratori” e “traditori” sono li che spifferano al cronista che “ovviamente Romano ha votato Matteo”, che “ovviamente Romano segue con affetto la corsa di Matteo” e che “ovviamente Romano è sempre stato incuriosito dal percorso di Matteo”. Matteo e Romano di qua Giorgio ed Enrico di là. Sul taxi del Rottamatore Al netto delle smentite che continueranno ad arrivare, Prodi, nei prossimi mesi, tenterà di salire sul taxi di Renzi; pomperà benzina nel serbatoio del segretario; incoraggerà la battaglia contro l’ideologia della grande coalizione; farà arrivare messaggi pieni d’amore al nuovo segretario del Pd (via Graziano Del-rio); eviterà di offrire messaggi di sostegno al governo dei 101 (che da quando è nato ha ricevuto più parole d’affetto da Brunetta che da Romano e anche ieri, intervistato su Radiol, il Prof ha mandato sguardi obliqui al governo Letta-Napolitano); e proverà a farsi trovare, quando sarà, in cima alla lista dei quirinabili del Pd renziano. Un po’ per questioni di curriculum, d’accordo. Un po’ però, come ha suggerito la sera delle primarie la storica portavoce di Prodi, Sandra Zampa (oggi diventa vicepresidente del Pd), perché con Renzi si può “rimarginare la ferita dei centouno”. I centouno, già. Come spesso capita nella storia delle corse di Prodi – quasi mai segnate da fasi di autocritica, quasi mai segnate da fasi di riconoscimento degli errori, quasi mai segnate dalla consapevolezza che i tradimenti possono essere causati anche da semplici valutazioni politiche, e non da complotti, e quasi sempre segnate da una sorta di insindacabile sacralizzazione delle proprie esperienze di governo – il filo conduttore del suo percorso è caratterizzato da una sorta di debito che il suo partito deve sempre restituire al Prof. bolognese. E in questa fase, ovvio, il debito che il Pd deve pagare a Prodi è quello contratto con il tradimento del 19 aprile che ha portato poi all’elezione di Napolitano. Renzi, ascoltando il discorso di Re George, discorso che il segretario ha sentito riferito più al Pd che al Cav., ha capito che la fine della legislatura coinciderà con la fine del regno di Napolitano. La prospettiva, a guardar bene, non preoccupa Renzi. Il segretario è convinto che anche in caso di voto anticipato Napolitano si dimetterà dopo le elezioni, e non prima. E anche qualora il go-verro dovesse cadere nel 2()14 e Napolitano dovesse scegliere di far eleggere a questo Parlamento il suo sostituto, Renzi è convinto che la carta Prodi sarebbe quella giusta da piazzare. Sia per far scontare al Pd il suo peccato. Sia, nel caso, per avere dalla propria parte la persona giusta con cui organizzarsi per andare subito a nuove elezioni. Romano e Matteo. Enrico e Giorgio. E chissà che non sia proprio questo il grande duello che segnerà i prossimi mesi di questa tormentata legislatura