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Squillo – Teaser

Domani su Narrabit il primo di due episodi

016_lei sul trenoFinalmente la città. Non ne posso più di questa giornata. Sorridere sui tacchi mi ha indolenzito i piedi e gli zigomi. Oggi, poi, ci mancava solo il regista. 4 frasi idiote ripetute almeno una ventina di volte – lo sguardo, più intenso lo voglio – blaterava l’isterico – Devi sprizzare passione. Chi ti guarda deve vibrare. Deve desiderarti – Nemmeno stessimo girando Ultimo tango a Parigi. E’ proprio vero che gli uomini sono come le metropoli. Più crescono, più tutto ciò che senti è rumore di fondo. Traffico di pensieri senza senso. Smog denso di parole sature del loro ego.

Oltre il finestrino c’è la periferia nord. Luci distanti punteggiano l’oscurità. Quartieri decadenti. Minicar a zonzo. Un grande serbatoio sferico riconquistato dal tempo. Bianco ma verde di vegetazione. Un distributore ENI. Meno 30 centesimi se la fai al self-service. Più un euro per il bengalese che aspira dal filtro sporco di grasso. Buio di nuovo. E’ bella Roma al buio. Come un uomo con il corpo scolpito. Lo guardi con i polpastrelli e dimentichi quel viso che non riesce a piacerti.


Come fosse tua – teaser del prossimo racconto su Narrabit

010_a pescaDue anziani su una vecchia motocicletta cromata ci passarono accanto. La donna si girò verso di noi e aggrottò la fronte, chiedendosi probabilmente cosa ci facessero due forestieri in quel posto dimenticato da Dio, da cui tutti stavano fuggendo. Sotto il casco sverniciato indossava un cappello da baseball scolorito dall’usura. L’uomo le toccò una gamba per avvisarla e lei si strinse alla sua vita. Il semaforo divenne verde e ripartirono. Li seguimmo alla ricerca di una zona ancora abitata dove distribuire provviste e medicine. Serpeggiammo per un quarto d’ora fra strade di erba e fango. Nella piazza centrale due bambini con i calzoni arrotolati alle ginocchia attraversavano a piedi nudi il selciato allagato. In mano avevano una vecchia canna da pesca e una busta di plastica spessa che si agitava al ritmo agonizzante delle loro prede.

Lunedì 24 marzo il primo di 2 episodi su http://narrabit.wordpress.com/


Narrabit – il mio blog di racconti

Finalmente ce l’ho fatta. E’ online. Il primo racconto si chiama “Pantere” e inizia così:

Era ora. I passi cadenzati nel corridoio e il tintinnio delle catene iniziarono a divorare gli ultimi secondi a sua disposizione. Doveva fare in fretta. Erano vicini. Così tanto che le compagne del braccio H iniziarono a gridare insulti alle guardie in divisa – Tieni duro Mara! – La incoraggiò la voce profonda di Maria Anita – Quando arriva il momento non resistere – aggiunse Judith nel suo accento di Belfast – Lascia andare e non ti accorgerai di niente! – I 6 uomini della Polizia Penitenziaria si fermarono a 3 passi l’uno dall’altro. Casco calzato fino alle sopracciglia e sguardo fisso nel vuoto. La Direttrice si avvicinò alla porta di metallo e aprì lo spioncino.

Detenuto 88 interrompa qualunque attività e si prepari al trasferimento – il tono formale azzittì per un istante il vociare del corridoio.

Il resto lo trovate qui http://narrabit.wordpress.com/.

Se avete voglia di lascarvi trascinare da miei personaggi nei loro mondi e attraverso le loro storie, registratevi e ogni volta che pubblico qualcosa riceverete un avviso.

Buona lettura.


I Narrabit sono qui …

…. rimanete sintonizzati.


Sincretismo rivoluzionario

Ovvero perché è così difficile capire il M5S.

Sono ormai giorni che i commentatori e i cittadini si lanciano in interpretazioni di ogni  genere. I primi in genere un passo indietro rispetto ai secondi. E questo è già un segnale. Infatti i commentatori, gli intellettuali, interpretano in genere in base a griglie stratificate e anchilosate, maturate e nel tempo. Molto più difficili da mettere in discussione di quelle dei cittadini che ragionano in termini di efficienza ed efficacia.

Basta guardare i titoli di oggi. Il focus di tutti i media è sul post della Lombardo che analizzava il primo fascismo. E non è un caso. La grande questione e da giorni la stessa: il M5S è di destra o è di sinistra? Giorni fa anche io postavo un articolo di Alberto Bagnai che diceva che il loro programma economico è un miscuglio fra analisi di destra e soluzioni di sinistra. Qualche giorno dopo un amico mi ha segnalato questa corposa analisi di vecchi Kompagni con la kappa. Di quelli che abbastanza prevedibilmente concludono sentenziando: “Agli attivisti del M5S, anche ai compagni che si sono riposizionati nel M5S, noi diciamo questo: o si sceglie l’anarcocapitalismo (tendenza che per sua natura porta a chiedere la privatizzazione di tutto e la distruzione del welfare) o si sceglie la difesa dei beni comuni, il reddito garantito etc. Tertium non datur”. Ed in quel Tertium non datur che si svela il problema interpretativo.

E’ un dilemma che quasi tutti stanno vivendo. Se il M5S non è né di destra né di sinistra che roba è? E non sono solo i detrattori a viverlo. Ma anche molti dei simpatizzanti ed elettori che hanno aderito “di pancia” e in funzione anti-sistema più che a seguito di un ragionamento coerente e argomentato.

Proviamo a farlo insieme. Due presupposti.

Il primo. Le culture e le organizzazioni sociali che le sostengono sono costrutti spesso molto coercitivi. Nella maggior parte dei casi, anche quando si crede di “pensare fuori dal coro”, in realtà quella alternativa è già prevista dalla cultura di cui si fa parte. O in qualche modo la cultura tende a digerirla in breve tempo. Ne altera le coordinate e le caratteristiche in modo da inserirla all’interno del già conosciuto. Questo perché l’alternativa sarebbe mettere in discussione tutto. Fin nelle fondamenta. Rivoluzionare (attenzione a questa parola) la struttura profonda della cultura stessa. E questo è comunque un evento traumatico che i gruppi umani tendono, per loro natura, a evitare. In sostanza le culture sono costrutti conservatori per definizione.

Il secondo. L’acquisizione di nuovo sapere passa generalmente per 4 fasi:

1)      Non so di non sapere

2)      So di non sapere

3)      Non so di sapere

4)      So di sapere

Partiamo da un dato di fatto. La nostra cultura – quella che per definizione chiamiamo Occidentale e che più tecnicamente potremmo definire euro-americana, senza però fermarci alle sole coordinate geografiche che questa etichetta fa venire in mente – dalla donazione di Costantino in poi è influenzata dal Cristianesimo. Quando sommi idioti come Marcello Pera e la sua Fondazione dicono che preservare i principi cristiani significa preservare la cultura occidentale dicono qualcosa di politicamente falso ma di tecnicamente vero. Per quasi 2000 anni gli uomini hanno formato i propri orizzonti simbolici in base al dualismo perfetto istituito dal Cristianesimo. Ovvero, da una parte il bene, dall’altra il male. Tertium non datur. Ciò che non è il bene, deve essere il male. Tertium non datur. Attenzione perché i simboli sono così potenti – e la semplicità di un dualismo perfetto così immediata e seduttiva – che la loro natura è transitata dalla cultura religiosa dritta dritta in quella laica. In sostanza non è che chi non crede o non professa allora ne è immune. Tutt’altro. Il dualismo – e la sua versione più estrema e manichea – sono il nostro modo di interpretare la realtà. Ed è difficile, quasi impossibile, per molti di noi farne a meno.

La controprova è ciò che successe in tutti i momenti della nostra storia in cui entrammo in contatto con culture “altre”. Con insiemi di simboli e usanze che sfuggivano alla categorizzazione duale. Cosa successe infatti? All’inizio dell’epoca del contatto una parte dell’intelligentia illuminista definì gli altri “selvaggi o primitivi”. Ovvero una sorta di noi stessi “fuori dalla cultura” (selvaggi) o “prima della cultura” (primitivi). Un’altra parte iniziò ad elaborare il mito del “buon selvaggio”. Ovvero quello di noi stessi migliori. Vi ricorda qualcosa? Bene o male. Positivo o negativo. Selvaggio o buon selvaggio. E parliamo di Voltaire e Rosseau. Intellettuali di levatura storica (ma forse anche allora i contadini erano un passo ai filosofi. Chissà). Di fatto nemmeno loro – o forse proprio loro – riuscivano a prescindere dall’interpretazione duale.

Questo perché i filosofi illuministi “sapevano di sapere”. Forti del lume della ragione che rischiarava le loro menti e che li aveva fatti emergere, attraverso l’umanesimo e il rinascimento, dalle buie (secondo loro) segrete del Medioevo, erano convinti di avere in mano le chiavi della verità. Erano incastrati nella fase 4 del ciclo dell’apprendimento. Sapevano di sapere.

Poi successe (semplificando molto) che nel secolo successivo – e ancor di più nel ‘900 – qualcuno si fece venire il dubbio che forse mancava qualche tassello. Forse non sapevamo proprio tutto. Anzi, era probabile che “non sapevamo nemmeno di non sapere”. E’ così più o meno che nacque l’etnologia. E i selvaggi iniziarono a diventare semplicemente Inuit, Kung San, Yanomami, Sami. E si scoprirono punti di vista leggermente diversi e tecniche di analisi come l’etnocentrismo critico, l’osservazione partecipante e il relativismo che aiutarono gli scienziati sociali a farsi domande diverse. Prima ancora di cercare le risposte.

Torniamo un secondo ai 4 stadi dell’apprendimento e affianchiamoci qualche suggerimento delle scienze sociali.

1)      Non so di non sapere. Ignoranza inconsapevole. In questa fase, quando due gruppi umani si incontrano, in genere la diffidenza e l’esclusione reciproca prendono il sopravvento. Ricordiamoci che le culture sono conservatrici e tendono a digerire o respingere qualsiasi cosa che alteri gli equilibri raggiunti. Molti dei nomi che i popoli senza scrittura danno a sé stessi è la traduzione della nostra locuzione “noi uomini”. Nelle sue mille varianti. Il che sta a significare che gli altri sono “non uomini”, “fuori dal consesso degli uomini”. Tanto per capire che il mito del buon selvaggio ha già di per sé stesso qualcosa di aprioristico.

2)      So di non sapere. Ignoranza consapevole. A questo stadio si situa la consapevolezza che il mio orizzonte e i miei schemi forse non sono sufficienti a capire il gruppo umano che ho difronte. Ed è qui che in genere si situa l’etnocentrismo critico. Ovvero, prima di cercare di capire chi ho difronte, devo capire chi sono io. Quali sono le mie caratteristiche, in modo da non sovrapporle o anteporle a quelle dell’altro che mi appresto a cercare di comprendere. Durante questa presa di coscienza del sé culturale costruisco di fatto il punto di riferimento da cui partire per l’analisi. Anche il relativismo infatti, senza consapevolezza del sé culturale, è una comodo e suggestiva posizione intellettuale. Ma nient’altro. In questo caso lo si definisce appunto relativismo irrelato. Ovvero, poco più di un sillogismo.

3)      Non so di sapere. Conoscenza inconsapevole. Fra la fase precedente e questa si situa l’osservazione partecipante. Sapendo di non sapere ma desiderando sapere devo mettermi in ascolto, osservare. E gli etnologi si resero conto che l’unico modo era quello di cercare di entrare nei meccanismi socio-culturali del gruppo umano che si voleva comprendere. Stare lì. Vivere lì. Partecipare. Addirittura cercare di vestire i panni dell’altro (con non pochi disastri – vedi relativismo irrelato). O, nei casi più fortunati – “diventare parte del panorama”. Fare in modo che l’altro si abitui talmente alla tua presenza discreta da interrompere comportamenti alterati dalla tua presenza per riprendere quelli consuetudinari. In queste situazione il sapere altro veniva registrato ma anche “incamerato in maniera inconsapevole”.

4)      So di sapere. Conoscenza consapevole. L’ultimo stadio dell’apprendimento consiste nel raggiungere una nuova consapevolezza sulla base dell’esperienza fatta. Dal vivo. In mezzo alla gente. In mezzo agli altri. A contatto con l’alterità e immergendosi in essa. Solo qui il relativismo funziona come categoria esplicativa. Altrove è un’arma a doppio taglio.

Il problema con queste 4 fasi è che non sono sufficienti. Una volta che “sappiamo di sapere” rischiamo di rimanere incastrati nella nostra arrogante consapevolezza. Abbiamo costruito un nuovo paradigma che però è di per sé stesso, e per definizione, temporaneo. Al cambiare della realtà con cui ci confrontiamo esso stesso deve essere messo in discussione. Pena la sindrome illuminista (tanto per dargli un nome). O forse la sindrome occidentale, visto che l’approccio non è mai mutato dall’illuminismo in poi.

Cosa c’entra tutto questo con il M5S? C’entra, c’entra.

Dicevamo che la cultura occidentale tende al dualismo. E che cosa sono destra e sinistra se non categorie duali semplici ed efficaci per distinguere il bene dal male? Il giusto dallo sbagliato? Il dualismo della religione del libro contagia anche il mondo laico della politica. Destra e sinistra sono di fatto categorie “interne” all’orizzonte occidentale. Orrore! Come, da una parte e dall’altra si sostiene che la propria idea sia “rivoluzionaria”! Ovvero che metta in discussione il paradigma. Soprattutto a sinistra ci si considera anti-occidentali. In alcuni periodi della stoia della sinistra “occidentale” diventa addirittura un’offesa. Se sei occidentale allora sei di destra. Ci si definisce Rivoluzionari, con la R maiuscola. E invece? E invece la contrapposizione fra destra e sinistra, come categorie politiche ma anche come paradigmi esegetici è pienamente e totalmente occidentale. Ovvero prevista dalla cultura a cui la stessa suddivisione, fra filosofie di destra e filosofie di sinistra, appartiene. Ergo, ogni tentativo di spiegazione che utilizzi uno qualunque dei due parametri è di fatto un atto conservativo rispetto all’orizzonte a cui appartiene. In sostanza non esiste un pensiero di sinistra rivoluzionario e uno di destra conservatore. Entrambi tendono a spingere il modello sociale euroamericano verso punti di arrivo (sempre più simili) ampiamente previsti dal modello stesso.

In questa ottica antropologica il M5S risulta essere un’anomalia. Non rappresenta di certo una componente esterna al modello occidentale. Non sono un gruppo di invasori provenienti da Urano e portatori di un modello socio-culturale differente. Sono invece qualcosa di non collocabile, se non in base a forzature ideologiche, né a destra né a sinistra. Con il M5S il paradigma duale trema. E i custodi della verità sentono la terra ce vibra sotto alla stampella psicologica dei loro schemi preconfezionati.

E allora? Come capire il M5S?

Provo a illustrare la mia visione. E inizio dicendo qualcosa che farà scuotere i polsi degli intellettuali falce-e-martello. Quelli che sanno sempre di sapere. Quelli che o di qua o di là perché siamo rivoluzionari. L’unica vera rivoluzione cubana non è quella Castrista ma quella Santera. Orrore!! Fidel e il Che non erano rivoluzionari? Non abbastanza. La loro proposta sociale era assolutamente interna all’orizzonte occidentale e al suo orientamento cristiano-filo basato sul dualismo fra bene e male. Fra destra e sinistra. Fra capitalismo e comunismo (o forse sarebbe meglio dire capitalismo di stato?) In sostanza né la destra né la sinistra hanno messo mai in discussione il paradigma. Che in questo caso è rappresentato dal modello di sviluppo (meccanizzazione, industrializzazione, impatto ambientale, alternanza tempo libero-lavoro, suddivisione dei processi di produzione, ecc.). Ciò che cambiava era la proposta sociale di gestione di quel modello di sviluppo. Ovvero la dicotomia prevista dal modello stesso.

E che c’entra la Santeria?

La Santeria è quel complesso simbolico (attenzione perché lo sono anche il capitalismo e il marxismo-leninismo) che ha operato una fusione sincretica fra i complessi rituali dei neri africani deportati come schiavi nelle Americhe e la religione cristiana. Gli Orixa, ovvero gli esseri spirituali a cui i santeri si relazionano, non sono né santi cristiani né spiriti africani. Sono qualcosa di nuovo. Qualcosa di sincretico appunto. Qualcosa che risponde ai bisogni esistenziali, esegetici, economici e psicologici di una popolazione meticcia che vive un trauma culturale come quello della deportazione forzata, prima, e dell’inurbamento coatto, poi. Non a caso la religione cristiana, non riuscendo a collocare la Santeria, la rinchiuse nell’alveo dei culti del diavolo (sapere di sapere, arroganza della consapevolezza, riduzionismo che riporta lo sconosciuto all’interno del conosciuto e, generalmente, gli assegna un ruolo negativo). E lo stesso fece la Rivoluzione Castrista, che non perseguitò la Santeria ma che la degradò al rango di superstizione, di reliquia della società capitalista (sapere di sapere, arroganza della consapevolezza, riduzionismo di matrice diversa). Peccato che la Santeria avesse a che fare con il capitalismo, più o meno ciò che aveva a che fare con il comunismo. E che era una superstizione tanto quanto lo era il comunismo castrista.

In realtà si trattava di un’anomalia culturale che metteva in discussione il paradigma conoscitivo della cultura occidentale. Quello condiviso da destra e sinistra. Quello scientista e storiografico. La Santeria proponeva – e propone – una visione del mondo altra. E questo non era accettabile, allo stesso modo, da nessuno dei rappresentanti dei vari comparti dell’espressione cubana della società occidentale capital-comunista. Né la Chiesa, né la Rivoluzione riuscirono a digerire culturalmente la Santeria. In questo senso a Cuba, la Santeria rappresenta l’unico vero paradigma culturalmente rivoluzionario. E si è rivelato tale proprio per la sua natura sincretica. Né africano, né cristiano euro-americano. Ma propriamente cubano. In quanto nato e nutrito dalle caratteristiche socio-culturali dell’isola caraibica.

Il M5S sta alla politica italiana come la Santeria sta alla vita sociale cubana. Né di destra né di sinistra. Ma sia di destra che di sinistra. È proprio nel sincretismo la portata rivoluzionaria del Movimento. Questo perché l’unica proposta interna all’orizzonte duale occidentale che può presentarsi come rivoluzionaria – tendente quindi a una revisione radicale del paradigma, quando non al suo sovvertimento – non può che per definizione essere data dal sincretismo. In quest’ottica il Tertium non datur dei Kompagni falce e martello è vero solo se visto all’interno del dualismo conservatore di cui loro (insieme a quelli che considerano gli avversari della destra) sono portatori.

Se applicando il ciclo dell’apprendimento, e scendendo dal piedistallo dell’ideologia, fin dentro alla natura della cultura di cui si è parte, si inizia a farsi domande diverse, ci si accorge che il terzo non è dato fin quando si è parte del problema. Fin quando si è interni al dualismo occidentale, pur vantando la propria estraneità ad esso. Attraverso la pratica dell’etnocentrismo critico e del “diventare parte del panorama” si capisce invece che il terzo è dato eccome. E rappresenta proprio il sincretismo rivoluzionario che può mettere in discussione il paradigma.

La risposta del M5S alla domanda più stupida che gli sia stata rivolta finora è, in quest’ottica, illuminante. Dove vi siederete? A Destra o a Sinistra?. Risposta: dietro! Non fuori, ma dietro. Le coordinate spaziali (e simboliche) vengono alterate. E lo spazio bidimensionale di destra e sinistra diventa tridimensionale. Magia. Il terzo è dato semplicemente cambiando il punto di vista e i piani su cui si situa il fenomeno sociale.

Dunque, la rivoluzione, se non viene dall’esterno del gruppo umano, e quindi non assume le caratteristiche di un invasione, può essere guidata solo dal sincretismo. Da una proposta che ridiscuta gli equilibri consolidati.

Certo è che le culture sono strumenti potenti. E quasi sempre i sincretismi finiscono denigrati, accantonati, digeriti, marginalizzati. L’ordine conservativo prende il sopravvento e dopo lo tsunami la gente si rifugia nel porto sicuro del conosciuto. Dove l’onda ha distrutto meno e da dove è più facile ricostruire. Come prima.

Staremo a vedere.


Sogno rivoluzionario

Mi sveglio di soprassalto. Sono sudato. Ho fatto un sogno molto vivido. Uno di quelli che quando apri gli occhi fai fatica a capire da quale delle due parti sta la veglia. Ero in una piazza affollata. Volti felici festeggiavano una vittoria. Cerco nei frammenti e vedo bandiere bianche con cinque stelle gialle. Sventolano appesantite dalla pioggia. Una signora anziana si avvicina e la sua mano pelle e ossa mi stringe l’avambraccio. L’ho fatto per il mio nipotino, mi dice. Forse lui non vedrà gli orrori che ho visto io. Una voce dal palco si sovrappone al ticchettio delle gocce che giocano sul mio ombrello. “Pensavano che saremmo stati tanti. E invece siamo di più. Più di loro. E da oggi si cambia”.

La sveglia mi ha interrotto in quel punto. Accendo il televisore e la realtà mi salta in faccia con violenza. Ho lasciato il volume alto e la folata delle casse sposta le lenzuola. Come fa il treno che entra in stazione con i capelli dei passeggeri che aspettano. Bersani presenta il novo governo. Monti è ministro dell’Economia, D’Alema agli esteri. Altri nomi noti sulle sedie di sempre. Li intervistano giornalisti compiacenti. Domande preparate. Che non chiedono conto. Che non disturbano. Ringraziamo gli elettori per la fiducia che ci hanno accordato! Grida il leader del PD. Abbiamo sconfitto il populismo e l’antipolitica. E ora l’Europa è un luogo più sicuro. Terremo fede ai nostri impegni per il lavoro, per la crescita e per l’affidabilità dell’Italia e dell’Europa …. Che vomito. Spengo e decido di alzarmi. Il bollitore è già acceso. Lei sta già preparando la colazione. Vado in bagno a darmi una sciacquata al viso. Devo svegliarmi. Ci aspettano altri cinque anni difficili. Andrà sempre peggio e dal mese prossimo mi ridurranno ancora lo stipendio. Mi guardo nello specchio e un dubbio mi assale. In camera da letto non ho un televisore e lei non si alza mai prima di me!

Qualcuno mi accarezza la testa. Labbra umide si appoggiano sulle mie. Il pianista dentro lo smartphone suona senza sosta. E’ tardi, dobbiamo andare. Il sussurro di lei mi sveglia delicatamente. Fa freddo stamattina e non voglio uscire dal piumone. Anche lei mi guarda con gli occhi pigri di una mattina di brutto tempo. Mi decido. Andiamo dai, le dico con un po’ di rammarico. Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno. Oggi si insedia il nuovo governo. Il comico ce dice cose serie ha battuto i politici che fanno ridere. Non se l’aspettavano. L’hanno sottovalutato. Hanno sottovalutato la gente. Il popolo che hanno denigrato. La gente a cui hanno detto siete tutti populisti. E la gente li ha puniti. Ci vestiamo e facciamo colazione rapidamente. Non ci saranno presentazioni in TV. I nuovi ministri parleranno a Piazza San Giovanni e incontreranno la gente. Le telecamere dei media di regime rimarranno in fondo. Sul lato opposto a quello del palco. I ministri annunceranno l’apertura dei Forum di Governo. Spazi in cui i loro team di lavoro interloquiranno in rete con i cittadini, rilevando problemi collettivi e individuando questioni da risolvere. Nel paese reale. E’ tardi, mi dice lei. E’ la terza fetta che mangi. Forza che ci aspettano. Ingoio l’ultimo pezzo e bevo un po’ di tè per farlo andare giù. Afferro il casco e mi precipito fuori. Lei già non c’è più.

Una porta sbatte sullo stipite e mi sveglia. Un rumore sordo. Lontano. Sento il vento sulle guancia destra. Sbatte di nuovo. Più forte. La nebbia che ho davanti agli occhi si dirada. Una ragazza con il camice bianco mi passa davanti. Si china su di me e sostituisce la flebo. Sono in un ospedale. Ma dove? Cerco nei ricordi ma si affacciano nella mente in pezzi sconnessi. Una valle alberata. Un bagagliaio pieno di zaini e corde. Un falò con intorno volti sconosciuti. Un cantiere. Un donna anziana con due bambini per mano. I nipoti probabilmente. Fumo. Il rumore sordo dei fucili che lanciano lacrimogeni. Le urla di un coro di dolore. Con il baritono colpito all’addome che risponde al soprano colpito alla testa. Sangue. Ora ricordo. Siamo andati con tre amici a scalare in Val di Susa. Ma in realtà era un pretesto. Il governo del PD ha deciso di mettere fine alle proteste dei No-TAV. Troppo importanti i profitti per le cooperative rosse che si agitano in valle. Abbiamo risposto alla richiesta di aiuto e ci siamo uniti alla protesta. Dopo tre giorni d’assedio sono arrivati i pulmini della celere. Centinaia di agenti in tenuta antisommossa. Ma noi siamo disarmati. E nella folla che dorme davanti al cantiere ci sono donne anziane, contadini e pastori, bambini. Il Ministro dell’Interno li chiama banditi. Ma deve aver capito male. Bambini, D’Alema, bambini.

La ragazza con il camice ha finito di trafficare col mio braccio e si allontana. Provo a dirle qualcosa. Ma non riesco a parlare. La testa mi pulsa in punto preciso. Lo stesso dove mi colpi 25 anni fa il primo manganello delle mie piazze. Non so che fine hanno fatto i miei amici. Ma ricordo benissimo il bambino col piumino giallo che piangeva accanto al corpo del padre svenuto dopo la seconda carica. O almeno spero che fosse svenuto.

Un suono  acuto interrompe il flusso dei ricordi. Una sveglia lontana. Speriamo che sia la mia.


Cosmopolis

Il film di Cronenberg. L’ho visto giorni fa ma ho dovuto aspettare che decantasse per farmi un’idea. E l’idea è frammentaria. Probabilmente integrabile da successive visioni. Ma d’altra parte è un film che si presta a molte letture. E il frammento inconcluso è l’unita minima su cui il esso stesso si basa. Quindi forse la frammentarietà della percezione non è risolvibile, anzi è perfettamente in linea con le caratteristiche intrinseche della pellicola.

Il bello delle opere antinarrative e aperte come questa è che ogni spettatore ci legge del suo. Di questa recensione e di quest’altra condivido gran parte dell’analisi. Il film della crisi. Il film sul corpo come esaltazione del paradosso della civiltà occidentale che del corpo ha fatto quasi una menomazione. Il film sul capitalismo efferato del cyber mercato su cui l’autore ironizza fino al ridicolo del topo-valuta.  Tutte queste letture mi convincono. Ma provo ad aggiungere ciò che ci ho visto io.

Intanto il titolo che già suggerisce la metafora che i contenuti rappresentano. La città (polis) che si fa cosmo (cosmos). La sua realtà e le sue malattie che si fanno paradigma. Parlando della città si riflette su un’intera civiltà e sui suoi percorsi.

Poi due parole. Sterilità e asimmetria.

Il bello classico si fondava sulla simmetria. Il bello anticlassico, moderno e poi post e neo col trattino hanno fatto dell’asimmetria un nuovo canone di bellezza. Fino alla celebrazione del brutto e del deforme in senso ribellistico o antisistemico. In Cosmopolis l’asse portante è quello dell’asimmetria. E le asimmetrie principali sono quelle del protagonista che gioca in questo il ruolo di fulcro. Come la città è paradigma del cosmo sociale, così il protagonista e le sue asimmetrie sono paradigma dell’uomo e della sua condizione individuale. La prostata asimmetrica è fisicamente il primo estremo dell’asimmetria. Quello dichiarato dallo specialista durante la visita periodica. L’altro è quello del taglio di capelli incompiuto. E la tragedia dell’individuo viene resa simbolica e profonda proprio dal fallimento dell’unico obiettivo dichiarato delle azioni compiute dal protagonista: “aggiustarsi il taglio”. Un compito apparentemente  insignificante che si risolve in una distruzione. Nell’annientamento di un’imperfezione (il taglio da aggiustare) con una imperfezione ancora maggiore (il taglio asimmetrico). O forse con una realizzazione di un nuovo bello asimmetrico. L’asimmetria si estende poi ai luoghi. Per l’80% girato nella limousine e in interni, la pellicola tratta l’esterno come zona di passaggio, luogo dell’apatia urbana o della protesta. Le pareti proteggono il protagonista e le sue asimmetrie. Ed è la sua guardia del corpo che lo informa su ciò che succede all’esterno.

Non solo, il discorso di Cronenberg celebra ancora di più il paradosso quando si nota la bellezza formale e simmetrica che come una spirale si avviluppa intorno all’asse delle asimmetrie. Uomini snelli e donne sensuali. Limousine candide e impeccabili. Tutte uguali. Giacche e cravatte, sia in primo piano che sullo sfondo, negli esterni che scorrono dietro ai vetri della limousine. Fanno eccezione la sommossa e l’interno finale con Paul Giamatti. Nuove asimmetrie che riguardano soprattutto il secondo tema. La sterilità

L’elemento sessuale è talmente esplicito in Cosmopolis che tutto il film assume le sembianze di una grande rito della sterilità. L’opposto esatto di quelle cerimonie della fertilità con cui le civiltà (storiche o contemporanee, piccole o grandi) si sono da sempre simbolicamente assicurate la propria sopravvivenza. L’Occidente cyberliberista e superpopolato celebra (forse con speranza ecologica) la sua sterilità. Sterilità in senso fisico. Con la Didi Fancher/Juliette Binoche il protagonista ha un rapporto “diversivo” e orientato al piacere fine a sé stesso. Con Vija Kinsi/Samantha Morton ha un rapporto simulato in cui vengono sovrapposti e confusi i ruoli e i piani. Con la moglie il rapporto vive della sua potenzialità e della sua assenza. Se ne parla ma si rimanda perché le energie vanno conservate per scrivere. Una civiltà che non produce più vita ma che non ha elaborato una nuova fertilità. Non produce ricchezza perché il mercato la distrugge con la stessa rapidità con cui la crea. Non produce felicità ma disperazione e sommossa. Non ha il coraggio di produrre nemmeno la morte violenta. Di fronte ad essa esita e si interrompe. Non dice. Come lo schermo nero con cui il film si chiude, lasciando allo spettatore la decisione rispetto alla vita o alla morte di Eric. La sterilità è anche nei dialoghi. Nella molteplicità dei temi che non concludono. Nel grottesco e nell’ironico con cui la realtà viene distorta e maltrattata senza che da essa fuoriesca un messaggio, una morale. La sterilità di una civiltà che non può più produrre nemmeno filosofia, perché il discorso è necessariamente destinato ad avvilupparsi su sé stesso. Interrotto dalla protesta e dalla contingenza. Affogato dal multitasking. E in quest’ottica anche la lunga limousine bianca assume le sembianze dello strumento fallico di questo rituale della sterilità. Che attraversa un utero urbano che la accetta con indifferenza, che ne rallenta la missione, che la assale e la danneggia. E che infine la consegna all’obiettivo quando ormai è tropo tardi ed esso può essere realizzato solo in parte. Incompleto. Asimmetrico.

Cronenberg e De Lillo costruiscono uno scenario apocalittico. Irridono la causa (il liberismo cibernetico e le follie della finanza) ma anche i modi della protesta (l’assalto della manifestazione, i flash mob a suon di ratti o l’attentato al singolo individuo). Nell’assenza e nell’impossibilità di un’alternativa o di una soluzione, la limousine riesce ad arrivare a destinazione. Ma la sua missione non si realizza. Il taglio non viene aggiustato mentre i capitali di Eric bruciano sull’altare dei mercati.


La Giornata della Dimenticanza e il marketing della memoria

Dopo quella della memoria ci vuole una Giornata della Dimenticanza. E propongo che sia il 28 di gennaio.

Premetto che gli ebrei mi stanno simpatici. Ma che per me non esistono. Come non esistono i cristiani, i musulmani, gli induisti o gli atei. Non sono solito etichettare le persone. Tanto meno in basa alla religione che professano o negano. Ma meno che mai digerisco il luogo comune secondo il quale gli ebrei sarebbero un popolo. Ossia che il solo criterio della fede professata sia sufficiente a individuare un’etnia. Cos’hanno infatti in comune l’ebreo della City londinese con il colono delle alture del Golan? Più o meno lo stesso di un commerciante cristiano di Roma e di un contadino cristiano di Puno. Ovvero, niente. Il commerciante romano è italiano, il contadino di Puno è probabilmente un quechua. E nessuno dei due si sognerebbe mai di reclamare uno Stato ex-novo in qualche regione del pianeta dove vivere con il suo fratello cristiano. Ognuno professa la propria fede a casa sua. Senza problemi, senza limitazioni. In piena libertà, sua e (quasi sempre) degli altri.

Quindi di fatto non esiste nessuna coerenza logica fra il rispetto sacrosanto delle opinioni individuali (religione compresa) e la costituzione di uno Stato che le rappresenti fisicamente in una particolare regione. Il primo si chiama vivere civile aggregato. Il secondo si chiama in un solo modo. Qualunque sia la sua matrice. Colonialismo.

Se l’opinione corrente corrispondesse alla mia, questo post sarebbe inutile. Si potrebbe tranquillamente ricordare la perversione nazista contro cittadini di diversi popoli e nazioni (non il popolo ebraico) da una parte e deprecare con altrettanta energia quello che potenti lobby economiche armate anche della stella a cinque punte hanno compiuto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma visto che non è così. Visto che ormai non si parla nemmeno di “popolo ebraico” ma di “popolo israeliano” come se le due cose fossero uguali. Visto che il marketing della memoria e il servilismo ideologico degli spettatori raggiunge ormai livelli ben oltre quello di guardia, non si può negare che oltre a ricordare la shoah, per essere cittadini modello (come ci vorrebbe la mostruosa macchina della disinformazione) è necessario dimenticare tutto il resto.

E necessario dimenticare ad esempio che in quel lembo di terra dove dal nulla fu letteralmente inventato lo stato di Israele i popoli nomadi della Palestina vivevano già da migliaia di anni.

E’ necessario dimenticare che quelle case, quelle fabbriche, quelle istituzioni furono conquistate con le armi, con i soldi e con la complicità di Americani, Britannici e affiliati di vario genere.

E’ necessario dimenticare che il motivo è chiaro anche a un cerebroleso. Ovvero quello di avere un alleato potente e riconoscibile in un’area strategica fra Mediterraneo e Medio Oriente ricco di petrolio.

E’ necessario dimenticare che una volta costituito, quello Stato si è dotato di armi di distruzione di massa in grado di neutralizzare sommosse e attacchi nell’arco di settimane. A volte di giorni. E che i servizi segreti israeliani sono dietro a innumerevoli black ops in tutto il mondo.

Insomma, per ricordare la shoah senza farsi domande è necessario dimenticare. Dimenticare molte cose. Altrimenti dovremmo ricordare molte altre piccole e grandi shoah. Di popoli che non ricevettero in dono uno Stato ma furono eradicati dalla storia, ricollocati in zone insalubri o costretti alla diaspora.

Vogliamo parlare dei 12 milioni di nativi nordamericani spazzati via dall’esercito americano e dei loro discendenti. E che vivono in riserve assimilabili concettualmente ai lager nazisti e fisicamente ai nostri campi nomadi? Vogliamo parlare degli Ogoni decimati e avvelenati al delta del Niger dalle compagnie petrolifere di Sua Maestà la Regina? Vogliamo parlare dei milioni di nativi mesoamericani annientati dai Conquistadores e dai loro successori meticci? Vogliamo parlare delle minoranze etniche cinesi decimate e tenute sotto scacco dalla maggioranza han e dal governo di Pechino? Vogliamo parlare dei rastrellamenti etnici di zingari e ucraini nella Russia di Stalin?

E sono solo i primi che mi vengono in mente.

Anche la memoria è vittima del marketing e del sensazionalismo. E strumentalizzata dallo spettacolo la memoria ufficiale finisce a fare gli stessi scherzi della memoria dell’individuo. Oblitera tutto ciò che non ci fa comodo ricordare e mette in risalto il piccolo frammento che ci salva la coscienza.

E’ per questo che l’11 settembre siamo tutti newyorkesi ma il 3 dicembre nessuno è bhopaliano. E’ per questo che se un uomo si immola esplodendosi in un mercato è un terrorista ma se un missile intelligente colpisce una scuola è un collateral damage.

E allora smettiamola di prenderci in giro e il giorno successivo alle giornata della memoria istituiamo quella della dimenticanza. Facciamoci iniettare il siero dell’oblio il 28 gennaio. Così almeno vivremo sereni e felici fino alla prossima giornata della memoria.


Parola di Britannico

In molti aspettavano il discorso di Cameron sull’Europa. E in molti si aspettavano una virata antieuropeista. Un “c’avete rotto er cazzo. Meno male che non siamo nell’euro. Ora ci mettiamo fuori pure la mercato comune”. Un po’ come Norvegia e Svizzera per capirci.

E invece no. Lo scaltro primo ministro di Sua Maestà si becca le pacche sulle spalle pure degli oppositori del Labour. Per un discorso equilibrato e conciliante. Non europeista ma nemmeno teso a fagocitare l’antieuropeismo di settori importanti della cittadinanza.

Il discorso infatti si può riassumere così:

1)      Il referendum non ora ma nel 2017 se ci sarà un nuovo governo conservatore

2)      Perché non subito? Perché stiamo a vedere quale Europa emerge dalla crisi

3)      La logica dell’integrazione più marcata non ci riguarda perché tanto abbiamo una nostra moneta

4)      Possiamo negoziare tante cose. Di fatto l’abbiamo già fatto. Ad esempio non siamo nel fiscal compact

5)      Meglio stare dentro a nuove condizioni che stare fuori

6)      A quel punto il referendum sarà “dentro o fuori”, una scelta radicale

In un discorso come questo però non contano solo i contenuti stringenti ma anche i simboli. Il discorso è stato trasmesso dalla sede londinese di Bloomberg e dietro a Cameron, sempre inquadrata, la scritta recita Britain and Europe. Diventa chiaro quindi a chi erano destinate quelle parole. Da una parte ai mercati finanziari per rassicurarli sulle intenzioni britanniche di contribuire a spingere l’Europa verso un assetto più market-friendly. Dall’altra i partner europei. Per puntare a una rinegoziazione più favorevole dei termini per il Regno Unito. Leggasi per le élite economico-finanziarie del Regno Unito. E’ infatti interessante notare come i cittadini nel discorso di Cameron vengano utilizzati esattamente per ciò che sono nelle democrazie moderne. Meri ratificatori di decisioni prese altrove.

A un certo punto del discorso infatti dice “lo so che vorreste votare subito il referendum. Ma sarebbe sbagliato”. E quindi ve lo farò votare solo quando saremo riusciti a far sì che accettiate la proposta che abbiamo scelto per voi. Non lo dice, ma il senso è quello.

Quando vivevo in Inghilterra molti fra i manager della city a cui insegnavo la lingua di Dante sottolineavano la miopia dei loro governanti di allora che avevano deciso di non aderire all’Euro. Era tutta gente che lavorava per grandi banche d’Investimento tipo GPMorgan o Leheman Brothers. Non complottisti da quattro soldi ma gente che li conta e li accumula, i soldi. Gente con il bonus da un milione di sterline che dorme in ufficio. E infatti nella loro ottica il discorso era giusto. Loro infatti ci avrebbero guadagnato di più con l’Euro. Molto più agile speculare. Se un referendum decidesse l’uscita dal mercato comune per loro sarebbe un bel casino. Ed è infatti loro che Cameron tranquillizza nel suo discorso.

I cittadini inglesi invece preferirebbero, ne sono convinto, sposare la via della Svizzera e della Norvegia. Ma francamente chi non vorrebbe? Fate una riflessione sul tenore di vita degli svizzeri e dei norvegesi – che ovviamente non dipende solo dal fatto di non essere in “europa”, ma almeno non è da questo appesantito – e dopo rifatevi la domanda. Dentro o fuori?

Un punto centrale del discorso è il 2. Stiamo a vedere. Quando capiamo cosa ne viene fuori agiamo di conseguenza. Sembra un innocua costatazione dei fatti. Quasi una strategia dettata dal senso comune. Cambia leggermente aspetto se ci si ricorda che il Regno Unito è stata una delle maggiori potenze coloniali fino agli anni ’60 del ‘900. Parlo del colonialismo old-style, quello esplicito. Quello post-moderno e implicito è vivo e vegeto tutt’oggi. A differenza di tedeschi (guarda un po’), francesi (ma dai) e spagnoli, il sistema britannico funzionava in maniera diversa. Si basava sull’indirect rule. Ovvero non sul governo diretto delle colonie, ma sull’individuazione di un governante locale che “facesse le  veci”. Per l’africa questo sta alla base di molti attuali conflitti. In quanto la scelta cadeva non sulla parte in campo che nei secoli aveva guadagnato sul campo la leadership, ma sulla componente più favorevole al dominio britannico. Per capire quale fosse questa parte, gli inglesi “si mettevano a guardare”. Facevano esperimenti sociali. Davano a questo e toglievano a quello. Quando i conflitti rendevano esplicito chi scegliere, scendevano in campo.

Dicevo i simboli. Britain and Europe. Il Regno Unito e l’Europa. Prima l’uno, poi l’altra. Allo stesso livello.  Di conseguenza ogni frammento di Europa è meno della sua interezza. E quindi è meno del Regno Unito. Conta di meno. Simbolicamente e nelle decisioni da prendere.

A mio modesto parere Cameron ha fatto esattamente il discorso che doveva fare. Le colonie non ci sono più. O meglio quelle che c’erano, è vero, nonostante siano Stati liberi, continuano a gravitare intorno alla vecchia madrepatria (africani in prima istanza). Ma non è più come una volta. Il trasferimento delle risorse deve essere giustificato o mascherato. La questione è quindi come garantire nuove entrate senza più poter conquistare terre lontane. La risposta è nelle terre vicine e in un nuovo e più attuale tipo di guerra. Quella fatta a suon di debiti e tasse. Come ai tempi della Compagnie delle Indie, gli inglesi di Cameron osserveranno come dentro la gabbia dell’euro le belve si sbraneranno a vicenda per rimanere vive. E una volta che la terra sarà bruciata troveranno l’interlocutore giusto per le nuove colonie.

Le lobby inglesi non si rammarichino. Il loro Prime Minister sta facendo la scelta giusta. In quanto ai cittadini di Sua Maestà … cittadini? Quali cittadini?


E’ il tempo tutto ciò che possediamo

Poco. Che fugge via in una manciata di anni, mesi, giorni, ore. Mente ci incazziamo, mentre dormiamo, mente facciamo cose inutili. Lo gettiamo via. La nostra valuta. Il nostro unico vero denaro. Come banconote da 100 euro accartocciate e gettate in un angolo. Così svaniscono molte delle nostre giornate.

Giorni fa … ma quanti? Ecco appunto, nemmeno me lo ricordo. Tempo compresso. Tempo sfuggito. Che se ne va nel vento come i petali bianchi su cui soffiavo da bambino.

Alcuni giorni fa, dicevo, ho visto un film. Titolo: In time. Tralascio la banalità della trama che purtroppo rende poca giustizia all’idea di fondo. Che è più o meno questa. In un‘epoca non meglio identificata si nasce e si vive fino a 25 anni. A quel punto o hai guadagnato tempo, e prosegui a vivere senza invecchiare, oppure muori.

Il tempo è la valuta di ogni transizione. Si lavora in fabbrica e alla fine della giornata si riceve tempo. Lo si dona. Lo si ruba. Lo si elemosina. La società fortemente stratificata è divisa in varie classi sociali. I ricchi vivono giovani per sempre e abitano in una zona fortificata. La zona 1. Più questo numero cresce più la gente sorpassa con difficolta i 25 anni. La zona 12 è “il ghetto”. Dove vive il protagonista.

Il tempo scorre inesorabile davanti ai tuoi occhi. Un timer fosforescente sull’avambraccio ti ricorda esattamente quanto ti manca. E basta incrociare le braccia con qualcuno per dare o ricevere tempo.

C’è molta differenza fra la fantascienza della pellicola e la realtà delle nostre vite? E’ vero, non smettiamo di invecchiare a 25 anni. Ma ci piacerebbe e facciamo di tutto per arrestare l’invecchiamento del nostro corpo. Esercizio fisico, creme, riposo, rimedi arcaici, intrugli new-age, chirurgia estetica. E’ vero, i ricchi non vivono per sempre. Certo però che la libertà di disporre del proprio tempo che il denaro gli permette aumenta di molto la possibilità di scegliere come trascorrerlo con piacere. E’ vero non moriamo a 25 anni se non abbiamo ne frattempo guadagnato del tempo. Eppure molti di noi muoiono anche prima. Solamente che non lo sanno.

Ecco, in sostanza, la vera differenza fra il film e la vita è che nessuno di noi sa quanto tempo ha a disposizione.

Meglio o peggio? Difficile a dirsi. Forse sapendolo utilizzeremmo meglio i giorni a nostra disposizione. Perché hai voglia a dire “vivi come se fosse il tuo ultimo giorno”. Nessuno lo fa. Perché ognuno sotto sotto spera che quello non sia il suo ultimo giorno. E se ne convince. Allontanando da sé lo spettro della morte. Ma se si produce meglio avendo una scadenza, non sarà che si vive meglio sapendo quando tutto finisce?

Certo sapendo che puoi irrompere fucile alla mano in una Banca del Tempo e rubarti un altro po’ di vita sposterebbe non poco il confine dell’illecito giustificabile in nome della sopravvivenza. E con questo il campo e lo stesso significato dell’etica.

D’altra parte il tempo che fugge è uno dei temi più ricorrenti nelle cosmologie umane. Da quelle che bypassano la morte proiettando una parte di noi nell’eternità a quelle che cercano di sconfiggere simbolicamente il corso lineare del tempo nell’aldiquà.

Me ne vengono in mente due. Agli antipodi. Una che sta alla base della stessa cultura Occidentale. L’altra totalmente aliena.

I Greci avevano 3 parole per indicare il tempo: aion, kronos e kairos. Aion rappresenta l’eternità, l’intera durata della vita, l’evo; è il divino principio creatore, eterno, immoto e inesauribile. Kronos indica il tempo nelle sue dimensioni di passato presente e futuro, lo scorrere delle ore. Kairos  indica  il tempo opportuno, la buona occasione, il momento propizio. Ed è proprio su quest’ultimo che la filosofia greca imposta la propria risposta alla fugacità. Kairos è la capacità di rimanere aperti. Di percepire i lati nascosti e le angolazioni insolite della realtà. Solo così si riescono a percepire quelle opportunità che altrimenti ci sfuggirebbero. Guadagnando quindi in profondità ciò che perdiamo nell’orizzontale svanire dei giorni. Moltiplicare le possibilità e i bivi del flusso temporale per scegliere meglio.

Scegliere. Ciò che i ricchi di In Time possono fare e che invece è precluso ai poveri.

Agli antipodi i Tukano  dell’Amazzonia. In un libro bellissimo Christine Hugh Jones racconta la complessa cosmologia che racconta l’epopea degli antichi lungo il Fiume di Latte. Gli uomini passeggeri e finiti inseriti nel perenne ciclico rinnovarsi della natura. E’ così che i Tukano interpretano la vita. E la cerimonia di iniziazione dei giovani maschi ricalca in pieno questa consapevolezza.

I Tukano sanno infatti che a differenza dei maschi le femmine hanno le mestruazioni. Gli uni linee rette, rappresentanti della cultura, del tempo e dell’uomo dell’inesorabile cammino verso la morte. Le altre simbolicamente cerchi perfetti, rappresentanti delle forze della natura, del tempo che si rinnova ciclicamente. Di mese in mese attraverso la perdita del sangue, liquido vitale. Ed è così che in un rito complicatissimo i giovani Tukano diventano uomini dipingendosi del rosso delle bacche dell’Uruku. Diventando simbolicamente donne mestruanti. Per sottrarsi al cammino verso la morte e immergersi di nuovo nel grembo della natura per riemergere uomini pienamente Tukano.

Trattenere o ingannare il tempo che se ne va. Scendendo in profondità e moltiplicando le opportunità. O attraverso il cerchio che torna su sé stesso. Per quanto diverse, le culture umane sembrano non poter prescindere da questa inquietudine.