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Se andate in falesia, lasciate a casa il secchiello

E ogni altro freno non assistito.

Fra gli arrampicatori c’è una grande diatriba su quale sia il migliore freno da usare in ogni situazione. Quello non assistito così il volo è più morbido e l’assicuratore è costretto a stare attento? O quello assistito così anche un assicuratore incauto non provoca la caduta a terra del compagno?

La discussione è infinita. Ognuno ha la sua idea. E alla fine la maggior parte di noi conclude il dibattito con la solita frase. Nessun freno è garanzia di niente. Nessun freno è a prova di stupido. Non è il freno a rendere sicura una cordata ma l’assicuratore.

Già l’assicuratore.

Questa visione è fondamentalmente esatta. Niente può rimpiazzare l’attenzione e la perizia di chi fa sicura. Eppure è una visione viziata da una concetto monodimensionale della catena di assicurazione. Quello che si rivolge verso l’alto. Ovvero quello che pensa quasi esclusivamente al primo di cordata. Al fatto che il suo eventuale volo sia sicuro, controllato e che non metta a rischio la sicurezza team in parete. Questa visione funziona nella maggior parte dei casi. Ma esiste una categoria di rischio che essa non copre. Ovvero quella che si rivolge verso il basso. Quella che vede nella sicurezza dell’assicuratore, e non del primo di cordata, l’elemento di salvaguardia dell’intera catena di assicurazione.

Purtroppo parlo per esperienza. E ve la racconto. Poi provo a fare una considerazione finale.

Il distaccoPlacca. Via sul 6b. Cengia comoda su cui fare sicura. Via fatta almeno 10 volte. Passaggi che ricordo a memoria. Il compagno è molto attento. Uno di quelli con cui ci si controlla perfino il nodo e l’allacciatura dell’imbrago. Vado. Moschettono il primo spit e salgo in piedi su una lama. Di solito proseguirei e moschettonerei il secondo più in alto, oggi non so perché lo faccio dal basso. Quando è ancora sopra alla mia testa. Due palmi a sinistra dello spit c’è la solita orecchietta su cui mi appoggio di spalla per alzare il piede destro su un appoggio e poi ristabilirmi spaccando. Alzo la mano. Infilo i polpastrelli dietro all’orecchietta mi appoggio e ….

… crolla tutto! Si stacca un televisore da 40 pollici spesso due palmi e scivola verso il basso. Penso, cazzo! Penso, la corda! Penso, Giacomo! Ma già è successo tutto. Mi volto e lui urla. E’ sotto shock, si afferra la gamba destra e il dolore gli strappa frasi sconnesse. Sono ancora appeso. E lui non capisce più cosa succede. Non riesco a scendere. Intervengono le cordate vicine ….

Un paio di ore dopo siamo al pronto soccorso di Terracina. Per fortuna usciamo con due punti su un ginocchio e nessun danno evidente. Se ne abbiamo riportati altri sarà solo il tempo a dircelo.

Mentre siamo in sala d’aspetto ricostruiamo i secondi in cui la Dea Bendata ha deciso che non era il nostro giorno.

Mi apoggio all’orecchietta. Il pezzo di placca si stacca. Volo. Precipitiamo giù insieme. Il masso colpisce la lama e l’impatto si dissipa in gran parte lì. La corda mi tiene e solleva Giacomo da terra quel tanto che basta per scaricargli il peso corporeo dalla gambe. Proprio in quell’istante il masso lo colpisce sulla parte alta della coscia e “scivola” fino al ginocchio, spostandolo in aria come fosse di cartapesta.

La fortuna ci ha slavato. Solo la fortuna. In quelle frazioni di secondo non c’è procedura, esperienza, sicurezza, comportamento corretto che tenga. Se hai culo sei salvo se no sei spacciato. Bastavano mezzo secondi di ritardo e una traiettoria di 20 cm più destra e il masso tagliava la corda di netto e prendeva Giacomo mentre era ancora a terra. Il risultato era che io ero morto e lui come minimo sulla sedia a rotelle.

il massoLa fortuna non la puoi influenzare. La fortuna non la puoi né cercare né guidare.

Ma una cosa corretta l’abbiamo fatta. Abbiamo usato un freno assistito. Perché l’istinto di sopravvivenza, per quanto seppellito sotto gli strati della civiltà di cemento è lì, pronto a riemergere. E quando un masso ti viene incontro e ti colpisce e il dolore ti invade il cervello, le mani le stacchi dalla corda e le porti istintivamente sulla parte dolente. Perché se inciampi e cadi a faccia avanti le mani le porti davanti al corpo per salvarti il naso. Perché … Perché … Perché … Sono tanti i motivi per cui quelle prime frazioni di secondo, a prescindere dalla tua esperienza, dal tuo altruismo, dal tuo affetto per chi ti arrampica sopra le dedichi a te stesso. Non è un atto volontario o egoista. E’ il mammifero che salva sé stesso. E’ l’istinto. E quando l’uomo civilizzato riprende il sopravvento e pensa al compagno che cade … ormai è troppo tardi.

Quindi?

Quindi quando la catena di assicurazione non richiede l’uso di un freno non assistito, lasciatelo a casa. In falesia gli spit stanno piantati nella parete e un’eventuale sicura statica non li stacca. E se l’assicuratore, per qualunque motivo, perde le mani sulla corda, il primo non si schianta. Ciò non significa che il freno assistito debba diventare un alibi per fare sicura in maniera distratta, tanto quanto avere a casa una televisione non obbliga a guardarla. Ciò non significa che non si debba imparare a fare una sicura variabile (in funzione della morfologia della parete) e dinamica (laddove serva). Per questa basta accompagnare con il corpo il volo, o al massimo tenere la frizione aperta e usare il dispositivo come fosse un freno non assistito.

In sostanza … quando andate in falesia lasciate i freni non assistiti a casa. Non sono necessari. E se tutto va male possono essere letali. E vi assicuro. Quando va male, non ve ne accorgete prima. Ma solo dopo.


Cosa significa allenarsi

Che fai domani, ci vediamo? No, domani no, vado ad allenarmi. Ma siamo sicuri che allenarsi sia la parola giusta?

Dopo l’ennesima chiacchierata con il mio amico immaginario sull’argomento ho pensato fosse arrivato il momento di fissare alcuni punti. Lo faccio per me stesso poi se qualcun altro ne trae vantaggio, commenta, dissente, tanto meglio. C’è sempre da imparare.

  • Montare sulla spinbike e pedalare per un’oretta non significa allenarsi.
  • Scendere al parco un paio di volte a settimana e farsi una corsetta non significa allenarsi.
  • Andare in palestra di arrampicata e fare i blocchi non significa allenarsi.
  • Prendere la bicicletta nel weekend e farsi un giro non significa allenarsi.
  • Andare in falesia o in montagna e farsi qualche via non significa allenarsi.

La lista potrebbe essere infinita. Ma penso che gli esempi coprano buona parte dell’ampio spettro delle attività che mi interessano e con cui l’80% di chi non vive seduto prima o poi si cimenta.

Quelle elencate – e tutte le altre non scritte ma implicite nelle lista – sono tutte cose interessanti, positive, appaganti, di grande soddisfazione. Ma che hanno poco o nulla a che fare con l’allenamento.

Per allenarsi c’è bisogno ALMENO di questi elementi:

  • un obiettivo (qualcuno la definisce performance ma per me è un concetto riduttivo)
  • una vaga idea di quando raggiungerlo
  • una periodizzazione

Senza questi elementi minimi facciamo attività fisica, ci divertiamo con gli amici facendo qualcosa che ci piace, ma non ci stiamo allenando.

Il concetto chiave è quello della PERIODIZZAZIONE. L’allenamento altro non è che una routine che costringe il corpo e la mente ad adattamenti progressivi adeguati a raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati. Perché questo succeda è necessario sottoporli a carichi progressivamente più “alti” di lavoro. Dove “alti” può significare tante cose. Più lunghi, più intesti, in ambienti meno confortevoli. O combinazioni varie di questi elementi. L’importante è che per ogni incremento venga fissato un valore temporale.

Il nostro corpo è quello dell’uomo del paleolitico. Raffinato dalla selezione naturale per accumulare grasso e ridurre i ritmi metabolici quando non indispensabili alla lotta per la sopravvivenza. Quindi esattamente l’opposto di ciò di cui avremmo bisogno per raggiungere il nostro obiettivo. Il corpo umano è geneticamente programmato per essere pigro. E l’invenzione di strumenti sempre più complessi che sostituiscono l’utilizzo della forza e del movimento ha peggiorato nel tempo le cose. Ciò significa che lo sforzo che l’uomo contemporaneo deve fare per condizionare il suo corpo in maniera adeguata a raggiungere l’obiettivo è molto superiore a quello dei suoi antenati. Ed essendo indirizzato ad attività che non implicano la sopravvivenza richiede anche una fortissima MOTIVAZIONE.

Ma infatti, l’istruttore in palestra mi fa la scheda! E me la cambia ogni 4-6 settimane, ribatte a questo punto il mio amico immaginario. Bene, gli rispondo. Perché l’80% degli istruttori nemmeno lo fa quello sforzo. Ma siamo sicuri che sia sufficiente?

Magari esistesse il manuale della periodizzazione! In realtà anche il più preparato fra gli istruttori (ho insegnato in palestra per 6 anni in Italia e in Inghilterra e vi assicuro che ce ne sono veramente pochi) può rappresentare al massimo un punto di riferimento. La scheda che vi dà è, nella peggiore delle ipotesi, uno standard che dà a chiunque. Nella migliore, si tratta di un adattamento dello standard alle 4 informazioni in più che gli avete fornito. Nell’80% dei casi non avrà nemmeno fatto un esame attento del PUNTO DI PARTENZA. Ovvero dell’elemento imprescindibile per periodizzare in maniera realistica il punto di arrivo. Il nostro OBIETTIVO per capirsi.

Gli unici a poter stabilire una periodizzazione ragionevole siamo noi! I tempi in cui il nostro corpo e la nostra mente reagiscono siamo gli unici a conoscerli. Il momento della giornata in cui funzioniamo meglio, i ritmi di sonno e veglia, i tempi di scarico e di riposo, le condizioni mentali necessarie per una sessione di allenamento che sia funzionale, la quantità e qualità del cibo che mangiamo. Queste sono tutte cose che attraverso un lungo cammino di autoconsapevolezza, basato su prova-errore-correzione, siamo noi gli unici a poter determinare. Di conseguenza senza questa conoscenza approfondita di come funzioniamo, cercare l’aiuto di libri blasonati o super guru dell’allenamento ha poco senso. Forse nessuno.

I libri, gli istruttori e gli amici più esperti possono senza dubbio funzionare per le linee guida. Ma l’unica vera periodizzazione siamo noi a poterla fare. Smettendo di inventare facili scuse per noi stessi. E basandoci su vecchio monito che il buon senso ci suggerisce a confronto con risultati fallimentari: se una cosa non funziona, provane un’altra.

Sembra una banalità, ma non c’è niente di peggiore per l’uomo della resistenza al cambiamento. Nella vita come nell’allenamento.


Una vita vissuta pericolosamente

No. Non quella di un ragazzo palestinese o egiziano. O magari quella di un alpinista estremo. Ma quella dell’abitante di una metropoli. La mia. La vostra.

Dopo l’ennesimo incidente arrampicatorio con amici e conoscenti ci si confronta sul fattore rischio insito in ciò che facciamo. E’ più pericoloso questo o è più pericoloso quello? La vulgata vorrebbe la montagna un ambiente pericoloso. E la novità è che è esattamente così. Nulla da eccepire. Il problema inizia quando si cerca di capire quanto è pericolosa. Mettendo spesso a confronto entità difficilmente confrontabili. Nel tentativo di razionalizzare il pericolo.

Perché di fatto è questo che facciamo. Chiederci se A è più pericoloso di B fa parte della nostra umana tendenza a cercare di controllare gli eventi. E di una più sottile strategia di protezione psicologica che ci porta a ricondurre i pericoli che ci circondano nell’alveo della normalità.

Carta canta! Si dice. Vediamo i dati.

Ma partiamo dalla vita di tutti i giorni. Vivo a Roma. In un appartamento. La mattina viaggio in scooter per andare al lavoro. Nel weekend prendo la macchina e percorro spesso l’autostrada per andare dove mi piace trascorrere il tempo libero. Per lavoro qualche volta viaggio in aereo. Una vita che sfido chiunque a considerare avventurosa. Figuriamoci pericolosa.

Ma carta canta. Vediamo.

L’appartamento dove vivo mi piace molto. Lo considero un po’ la mia tana. Il rifugio dove cerco sicurezza e protezione. Eppure secondo uno studio dell’ISTAT del 2012

Ogni anno in Italia si verificano 4,5 milioni infortuni in ambito domestico, di cui 8000 con esito mortale. E’ un dato enorme su cui è grave il silenzio dei mezzi d’informazione

Il 40% in cucina. La stanza che uso di più. Cazzo è tardi! Mi tocca andare al lavoro. Almeno lì starò tranquillo. Ci sono controlli in continuazione. Abbiamo pure il responsabile della sicurezza! E infatti le cose migliorano. Ma mica di tanto. Perché secondo lo stesso studio

La gravità emerge ancora di più se raffrontata agli incidenti sul lavoro, che pure ogni anno contano 775 mila vittime, e ben 800 morti

Scendo i cortile e accendo lo scooter. Ma davanti agli occhi ho altri numeri. A Roma infatti nel 2011 ci sono stati 18.235 incidenti stradali che hanno ucciso 186 persone e nei quali ne sono rimaste ferite 24.164.

Rimetto il cavalletto sullo scooter terrorizzato. Mi prendo un giorno di ferie. Domani arriva il weekend e finalmente posso passare un po’ di tempo libero fuori porta. Per arrivare prima prenderò l’autostrada. La prendo spesso. Che potrà mai succedermi? Ma a questo punto me ne voglio accertare. Apro il browser sul telefono.  E il portale sulla sicurezza stradale mi dice che nel 2012 sulla rete monitorata ci sono stati 26.773 con 280 morti e 13.350 feriti. Cazzo!

Quasi quasi anticipo il volo per Bruxelles e parto domani. Devo essere lì per lavoro lunedì. Mi ricordo infatti di aver letto alcuni dati dell’Aviation Safety Network che dice che nel 2012 ci sono stati solo 23 incidenti con 475 vittime. E nessuno in Europa. Finalmente ho trovato un’attività sicura. Resta da capire come arrivo in Aeroporto!

Ci avreste mai creduto se qualcuno vi avesse detto che cucinare è più pericoloso che volare? I dati sono ineccepibili in tal senso.

Sì. Ma anche un po’ no. Perché i numeri assoluti non ci dicono quante persone cucinano (tutti più o meno) e quante volano (molte ma non tutte sicuramente). Senza questo dato la probabilità di incontrare quel determinato pericolo non è dato conoscerla. E anche fosse si tratterebbe della probabilità statistica. Che i matematici distinguono dalla probabilità matematica (ovvero quella in cui si verifica un evento casuale). Nel nostro caso un evento pericoloso. Qui i due concetti sono spiegati bene.

C’è però un punto di contatto fra le due probabilità. Proviamo con un esempio. Se lancio una moneta in aria, la probabilità matematica che esca testa è 50%. Ma siamo sicuri che se faccio 10 lanci in 5 casi uscirà testa? No. La matematica non c’arriva. Non posso prevedere quante volte uscirà testa. Quindi se decido di fare solo 10 lanci, di fatto ogni lancio risulta uguale all’altro. Avrò quasi (ed è in questo “quasi” il succo) la stessa probabilità che esca testa. La legge dei grandi numeri però sostiene di Bernoulli sostiene che

La frequenza relativa con cui un evento casuale si manifesta tende ad assumere il valore della sua probabilità matematica quanto più il numero delle osservazioni è alto.

In soldoni, più lanci faccio più la probabilità che esca testa aumenta. A 2000 la simulazione al PC dice che più o meno ci siamo.

Cosa c’entra questo con il pericolo? Beh, il pericolo è la probabilità che un evento rischioso e casuale si verifichi in una determinata situazione. E seguendo le leggi del calcolo della probabilità ci rendiamo conto di un fattore sostanziale nel calcolo spannometrico del nostro individuale fattore di rischio. Una cosa che mi piace chiamare ESPOSIZIONE. Non so se è il termine giusto ma passatemelo.

Più ci esponiamo a un rischio più la probabilità matematica si avvicina a quella statistica. Di conseguenza più spesso compiamo un’azione, più spesso rientriamo nelle statistiche.

Di conseguenza sapere quanti siano quelli che cucinano e quelli che volano ci serve a poco. Più cuciniamo e stiamo in casa più possiamo rientrare negli 8000 morti del 2012. Più voliamo in Europa, più possiamo rientrare negli 0 morti del 2012.

Ma questo, nel calcolo dell’accettabilità del pericolo secondo me non basta. Un dato importante da tenere in conto è quella che mi piace chiamare MAGNITUDO. Ovvero l’intensità del pericolo al momento in cui l’evento si verifica. Gli 8000 morti in casa su 4,5 milioni di infortuni 45.000, fanno 1,7%, nel caso di incidente di morire. Non trovo il numero totale dei passeggeri dei 23 incidenti aerei del 2012 che sono costati al vita a 457 persone, ma sono ragionevolmente sicuro che la magnitudo sarebbe più alta dell’1,7%.

Tutto qui? La mia opinione è che esiste un terzo fattore, molto soggettivo, che incide non poco. Ed è quello che chiamo PERCEZIONE. La frequentazione assidua di una determinata situazione di pericolo la rende familiare. E ciò contribuisce ad abbassare la soglia di attenzione e a sottostimare i valori sia della magnitudo che dell’esposizione.

In sostanza il pericolo è come un forza fisica data dalla risultante di altre 3 forze. Esposizione, magnitudo e percezione. In quest’ottica dire quanto una cosa sia pericolosa o se sia più pericolosa di un’altra è un bell’azzardo. Perché l’unica risposta possibile è “dipende”. Dipende da quanti ti esponi a quel rischio, da quanto lo fai con leggerezza perché lo frequenti spesso, da qual è la magnitudo dell’evento fatale.

In cucina ci stiamo tutti i giorni per lunghissime ore ma la magnitudo è bassa (quella di morire, non quella di farsi male – che anche qui il discorso si complicherebbe). Fa parte della nostra vita e lo accettiamo. Lo razionalizziamo sostenendo che in casa i pericoli non ci sono.

In aereo appena c’è un vuoto d’aria ci cachiamo sotto. Voliamo pochissimo ma la magnitudo è alta. Poco male che in Europa nel 2012 non ci sia stato nemmeno un incidente. Inoltre la nostra percezione è drogata dal sensazionalismo mediatico. Nessuno ci racconta le storie degli 8000 morti in casa. Ma se cade un aereo … “media di tutto il mondo unitevi”.

Torno solo per un istante alla montagna. Guardando i dati del Soccorso Alpino relativi al 2009 si notano cose interessanti. Prima di osservarle c’è però da sottolineare un fattore. Non tutti quelli che si fanno male in montagna ricorrono al soccorso alpino. Anzi, nella maggior parte degli incidenti minori la gente evita di chiamare. Per due motivi. Le assicurazioni sugli infortuni non ti coprono e l’intervento del soccorso in alcuni casi ti costa soldi seri. Quindi i numeri assolti sono SOTTOSTIMATI e le percentuali abbondantemente sovrastimate. Ma vediamo:

  1. Se mettiamo insieme escursionismo, turismo, funghi e residenza in alpeggio totalizziamo 2823 (2048 solo per l’escursionismo) dei 5633 interventi. Praticamente la metà degli interventi è per attività il cui rischio PERCEPITO è bassissimo.
  2. Interessante anche che gli interventi per lo sci in pista 790 siano nettamente superiori a quelli dello scialpinismo 166 sommati a quello dello sci fuori pista 144. Anche qui la PERCEZIONE della vulgata rispetto al pericolo è esattamente inversa
  3. Gli interventi per Turismo e per Alpinismo sono quasi identici. Quindi per la legge dei grandi numeri a parità di ESPOSIZIONE il rischio di avere un incidente è lo stesso. La MANGNITUDO cambia ovviamente.
  4. I deceduti su 5502 interventi sono 360. Il 6,5% Questa MAGNITUDO generale della montagna è come dicevo sovrastimata. Gli incidenti minori infatti saranno sicuramente di più

In sostanza valutare quanto sia pericoloso questo o quello dipende da diversi fattori. Dalla composizione di diversi numeri, non solo dai valori assoluti e dalle percentuali. E l’accettabilità del pericolo è spesso un’operazione emotiva. Ma anche quando fosse razionale e argomentata deve tenere conto non solo di un valore ma anche degli altri.

Di fatto, per una persona comune che vive come me fra casa, lavoro e percorrenze stradali è molto meno pericoloso l’occasionale volo di lavoro a Bruxelles di qualunque altra cosa faccia nella vita.

Questo ovviamente al netto della sfiga. Per quella non c’è matematica che tenga.


Paura di volare

* contenuti tratti dal libro “9 out of 10 climbers make e same mistakes” di Dave Mc Loed

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Se i Big 4 – tecnica, forza delle dita, resistenza e gestione del peso – fossero tutto ciò che compone l’arrampicata, come mai il livello medio generale della popolazione arrampicatrice non è migliorato poi di molto negli ultimi 15 anni? Nonostante le palestre siano diffuse ormai in ogni città?

Si tratta di un altro componente dell’arrampicata che ha l’effetto di un coperchio rispetto a tutti gli altri: la paura di volare.

Volare, in termini relativi al tipo di arrampicata, è qualcosa di eccezionalmente sicuro. Soprattutto nell’arrampicata sportiva. Eppure per più della metà di noi è un pensiero terrificante.

Generalmente, guidare fino alla falesia è più pericoloso di un normale volo arrampicando da primo. Eppure il pericolo della guida nemmeno viene registrato dal cervello. Invece, appena siamo sopra alla protezione e incapaci di capire il movimento successivo il terrore consuma ogni nostra energia e concentrazione.

Spesso la gente sceglie su che tipo di terreno arrampicare in funzione della paura di volare. Succede soprattutto con chi si tiene lontano dagli strapiombi.

Si tende a rimanere nella nostra comfort zone provando solo vie che non sembrano troppo paurose. Sostenendo che questo non incida sulla performance arrampicatoria. Purtroppo questo è falso. Ogni componente dell’arrampicata infatti non agisce in isolamento ma incide su tutti gli altri. La paura di volare agisce sulla tecnica in maniera subdola, rendendo il movimento sempre meno efficace e incidendo su tutte le vie che si fanno. A prescindere dalla nostra percezione.

Un esempio è la necessita di creare momento e arrampicare dinamicamente. Quando si ha paura di volare si tenta di iper-controllare ogni movimento rendendo l’arrampicata statica e inefficace. Si innesca coì quello che viene definito loop di feedback negativo.

Paura di volare > movimenti statici > arrampicata inefficace > arrampicare diventa più difficile > la paura aumenta > movimenti sempre più lenti e statici

C’è solo una maniera di rompere il circolo vizioso. E chiunque può farlo.

Esercitare il volo.

Ho messo a confronto il pericolo del volo con quello della guida. La prima volta che ti metti al volante nel traffico o su un’autostrada la cosa è stressante. E questo perché l’unico metro con cui puoi valutare gli eventi è l’istinto, le sensazioni irrazionali. Guidi fra oggetti che si muovono rapidamente con poco più di secondi per decidere cosa fare. E sai bene cosa significherebbe un errore. Poi dopo alcune ore, o magari giorni, fai tutto sovra pensiero. Quasi senza accorgertene. All’inizio era stressante solo perché era sconosciuto.

Se ci fai caso, dopo anni di familiarità con la guida, anche se passi accanto a incidenti mortali, macchine accartocciate, questo difficilmente incide sul tuo modo di guidare.

Esempio che dimostra molto bene la forza del lavoro sulla percezione mentale.

L’unico modo di correggere questo processo è accumulare voli. Non uno o due. Centinaia!

Molti arrampicatori provano due o tre volte e poi si dimenticano completamente di questo capitolo. Il mio messaggio per loro è di praticare il volo un giorno sì e l’altro no per mesi. Per anni.

Uso me stesso come esempio. 5-10 voli da primo per sessione per un anno sono stati abbastanza per sconfiggere la paura irrazionale. Un altro paio di anni così e sono riuscito a fare in modo che la paura non influenzasse più la tecnica mentre scalavo. Un’altra diecina di anni così e sono riuscito a rendere priva di stress la mia capacita di decidere cosa fare quando sono al limite e un’eventuale caduta potrebbe anche essere rischiosa.

Il 70% di questo lavoro è stato fatto con la protezione all’altezza dei piedi. O anche meno. Ho fatto meno di 100 voli oltre i 12 metri. E forse solo 15 oltre i 20. Questi voli lunghi sono avvenuti quando ero pronto. Ciò ha significato che hanno rappresentato più parte del mio conto in banca rispetto alla paura di volare che non un problema.

Come tutte le componenti dell’allenamento anche  la paura di volare è reversibile. Se trascorrono mesi in cui non si esercita il volo si fanno passi indietro.

 

Tecnica di volo

Sono tre gli elementi di un buon volo: preparazione, volo, impatto

Preparazione

Ogni cosa che diminuisce le incertezze ha un incredibile effetto sulla tua reazione nel momento in cui sai che stai per volare. Ad esempio la consapevolezza di aver rinviato correttamente. O magari il fatto che il tuo assicuratore sappia esattamente cosa sta per accadere e sia pronto a tenerti. Basta dire “Occhio” per ottenere questo risultato.

Osserva la zona di roccia in cui cadrai  e il modo in cui cadrai. E cerca di spingerti in modo da rendere la caduta il più pulita possibile e di dirigerla verso il posto più sicuro. Quando stai per cadere avvisa il tuo compagno. “Volo” o “blocca” sono i termini più usati. Ma basta mettersi d’accordo.

Volo

Appena inizi a volare, per quanto sia naturale e difficile da evitare, evita di dare schiaffi alla roccia o di provare a rimanere appeso a una tacca svasa. Inizia il volo il più decisamente e ordinatamente possibile in modo da avere l’opportunità di controllare la traiettoria.

Sugli strapiombi cadere verticalmente non crea problemi. Su terreno verticale una spinta leggera verso l’esterno è tutto ciò che serve per trovare la giusta via di mezzo fra due estremi. Da una parte la necessità di volare oltre gli ostacoli presentati dalla parete. Dall’altra il rischio di un impatto troppo violento con la stessa alla fine del volo.

Quest’ultimo può essere maggiore soprattutto nelle cadute brevi o quando ci si esercita. Se l’assicuratore trattiene troppa corda per far sì che la caduta sia più breve, la risultante è una direzione ad arco e una caduta veloce con forte impatto. Niente del momento di moto viene infatti assorbito dall’elasticità della corda.

Questo tipo di cadute innescano un feedback negativo assolutamente dannoso quando si cerca di sconfiggere la paura di cadere.

Nel momento in cui la corda si tende l’assicuratore dovrebbe muoversi in avanti o sollevarsi per assorbire parte dello shock ed evitare traiettoria ad arco e impatto.

Ci vogliono coraggio e notevoli capacità comunicative per rassicurare chi arrampica che un po’ di lasco e l’assorbimento dinamico renderanno il volo meno pericoloso. Nella maggior parte dei casi quando si troveranno vicini al volo chiederanno la corda tesa. Potrebbe sembrare produttivo non ascoltarli e insegnare loro attraverso al pratica che volare dinamicamente sia meglio. Ma ciò potrebbe risultare in realtà controproducente andando a minare la generale fiducia nell’assicuratore.

Impatto

La tecnica di chi va da primo nell’assorbire l’impatto è alla fine l’elemento cruciale. La posizione corretta consiste nell’inclinarsi leggermente indietro e nel divaricare gambe e braccia in avanti preparandosi all’impatto con la parete. Braccia e gambe devono essere leggermente piegate e non rigide. Le gambe devono colpire la parete per prime e assorbire l’impatto. Le braccia dovrebbero essere lì non per assorbire l’impatto ma per mantenere l’equilibrio e rimanere dritti. Tenerle pronte è comunque buona abitudine nel caso in cui la caduta “vera” sia peggio di come pensiamo e le braccia servano anche per evitare che la testa subisca traumi.

Purtroppo se uno degli anelli di questa catena non è presente è probabile che il volo sia un’esperienza spiacevole che difficilmente si vorrà ripetere.

 

Gradualità

Cercare di passare direttamente a voli importanti saltando le prime fasi non è una buona idea. Inizia a praticare lasciandoti andare quando hai il rinvio ad altezza vita o anche da secondo con la corda lasca. Magari non la si può definire nemmeno una caduta. Ma questo aiuta a convincere la mente che staccarsi dalla roccia e finire nel vuoto è una cosa normale.

Poi prova con il rinvio all’altezza del ginocchio. Già in questo caso l’assicuratore deve fare in modo di lasciare la corda morbida così da evitare lo schiaffo contro la roccia. E’ incredibile quanto momento crea il corpo con una pur piccola caduta. Inoltre in così breve tempo non avrai nemmeno la possibilità di posizionare bene le gambe e i piedi.

Stadio successivo: volare con la protezione ai piedi. Si tratta di un salto notevole rispetto allo stadio precedente. Fra la corda fuori dalla protezione, il lasco e il movimento dell’assicuratore andrai sicuramente più giù di quanto ti aspetteresti. Sembrerà un vero volo. Ed è su questo tipo di voli che si esercitano veramente le posizioni di braccia e gambe per prepararsi all’impatto.

Solo quando con la protezione ai pedi sarai pronto a volare senza nemmeno accorgerti della cosa sarà il momento di cimentarsi in voli più lunghi e in situazioni meno confortevoli.

Nella psicologia dello sport questo si chiama “rendere a prova di stress”. L’idea è quella di usare le tue abilità psicologiche (fiducia) e di volo (pratiche) in un sempre più ampio spettro situazionale. L’effetto sarà quello di fare in modo che quando arriva il momento di usare quelle abilità, la pressione delle nuova situazione non si trasformi in un blocco tale da impedirti totalmente un’azione efficace.

Prova angolazioni diverse e situazioni diverse. Come ad esempio il volo con la corda in mano. E ricorda che come per il resto delle componenti anche per questa l’allenamento non è mai completo. Perché come per le altre è reversibile.

 

Sulla roccia

Scegli una via nella quale da uno spit non vedi l’altro o in cui i movimenti fra uno e l’altro non siano ovvi. Arrampica più in alto possibile fino a dove ti senti ancora tranquillo e vola in maniera volontaria e controllata. La volta successiva non tentare di completare il run out, fai solo un paio di movimenti in più e vola di nuovo. Continua e ripeti fino a quando la cosa sembra addirittura noiosa. Qualche lettore potrebbe pensare “ma ci vuole tutto il giorno”! Esatto!!!!

La chiave per salire i gradini della scala della fiducia in se stessi è comprendere la quantità di esercizio che ogni tappa necessita prima di essere in grado di muoversi verso la tappa successiva.

La questione con quelli che hanno veramente paura di volare è che si considerano esperti arrampicatori. Hanno già fatto la gavetta nell’apprendere da zero e non hanno nessuna voglia di sottoporsi di nuovo al lungo apprendimento che parte da esercizi di base.

In realtà, superare la paura di cadere è tanto più difficile quanto più si aspetta a esercitarla.

 

Inserire i voli nella dieta giornaliera di arrampicata

I voli dovrebbero essere inseriti sempre più nell’attività normale di arrampicata. L’ultimo stadio è quando i voli programmati e quelli veri convergono e si riesce a mantenere una dose giusta di voli su vie al limite come parte normale dell’arrampicata.  A quel punto non sembra più un allenamento, ma il risultato è lo stesso.

Per iniziare si può decidere di volare subito sotto la catena. Si completa la via, poi si disarrampica fino alla distanza dall’ultimo spit che si è scelta e da lì si pratica il volo. In seguito si può anche provare a volare dall’ultima presa della via con la corda in mano così da allungare il volo. E questo si può fare anche in palestra.

Se fai 20 vie in una sessione, 3 volte a settimana e provi il volo su ognuna (perché no?) stiamo parlando di qualche migliaia di voli l’anno senza bisogno di aggiungere tempo all’allenamento.

Fai questo piccolo sforzo e  sarà praticamente impossibile non avere enormi miglioramenti dal punto di vista della fiducia in sé stessi nell’arrampicata da primo. A patto, è ovvio, che la tua tecnica di volo le renda esperienze positive.

In aggiunta devi volare quando provi una via che non riesci a fare. Chi grida “blocca” e si siede sulla corda pensa che la fiducia in sé stessi rimanga la stessa. Magari non sta allenando l’audacia ma pensa che nel frattempo essa rimanga al punto dov’è. Sbagliato!

E’ il vecchio problema della specificità. Quello che fai, diventi!

E allora decidi apertamente di non gridare “blocca” e di non afferrare i rinvii quando non ce la fai più. Vola. A meno che non sia oggettivamente pericoloso farlo. E per rendere l’impegno ancora più reale, dillo al tuo socio che così ti aiuterà nei momenti di debolezza. Con il passare delle settimane smetterai di gridare “blocca” e prenderai a lottare fino al volo. E più la cosa prosegue, più diventa piacevole e semplice. In realtà si tratta di superare un paio di ostacoli iniziali.

In questo campo il clipstick (tattico, papero, ecc.) è il nemico. Se ti accorgi di affidartici anche un minimo, dallo via. Se te lo porti in falesia la tentazione di usarlo sarà sempre troppa. Ti riporterà dritto all’inizio ogni volta che tenti di migliorare.

Una volta che sei diventato un volatore abituale non rilassarti. Tieni traccia mentale dei voli che fai di mese in mese e se per un po’ non riesci a praticarne trova il modo di infilarli nel tuo allenamento per recuperare.


Il mio alluce destro

Quando sono a piedi scalzi non posso fare a meno di guardarlo. E’ diverso dall’altro. Il callo sulla nocca subito sotto l’unghia è grande. Evidente. Negli ultimi anni è diventato sempre più pronunciato, deformando di fatto l’intero dito. L’ho anche a sinistra questo callo. Ma è più piccolo. Meno evidente.

In molti non esiterebbero a definire sgradevole la vista di quella strana protuberanza dura e quasi insensibile. Ma io no. Spesso lo guardo con una certa soddisfazione.

Quando arrampichi scopri di avere un piede più grande dell’altro. Finché indossi scarpe normali non lo sai. Ma quando inizi a metterti le scarpette da arrampicata la cosa si fa evidente.

Le scarpe devono essere strette. Quanto strette dipende dalle tendenze masochistiche di ognuno e dalle difficoltà che si arrampicano. Ma già dopo il primo paio impari la sequenza obbligatoria delle sensazioni. Appena le compri il piede più grande è quello che soffre di più. L’altro serve a ricordarti che si può fare. D’altra parte non potendo comprare due paia di scarpe è quello più piccolo che guida la scelta. Le scarpe le compri per lui.

Il percorso inizia quindi un po’ di sofferenza. Come tutte le iniziazioni rituali. Le scarpe in genere le allarghi a casa. Con quelle giuste – o meglio che diventeranno giuste – non riusciresti a scalare appena comprate.

Indossandole mentre leggi. Guardando un film. E’ così che all’inizio le aiuti a prendere la forma del piede. Poi inizi a provare a starci in equilibrio su un gradino, sulle punte. O meglio su una sola. Senza smadonnare troppo. A quel punto sono pronte per essere precise ed efficaci. Roba che se ti filmassero sarebbe il video comico dell’anno.

Ma non sono i primi giorni quelli migliori. A un certo punto inizia la fase 2 che è quella che tutti gli arrampicatori aspettano. Quella in cui la scarpa non fa più male ma continui a sentirla stretta, avvolgente. E sai che dove metti il piede, se lo metti bene, quella lì rimane.

E’ il momento di grazia di cui in genere devi approfittare per ottenere il massimo. Alle volte finisci anche per meravigliarti di quanto possano essere piccoli gli appoggi su cui la mescola della suola sostiene il peso del tuo corpo e la forza che vi applichi. Magari in aderenza.

Poi come per le grandi civiltà, come per la produzione di un artista, anche per le scarpette arriva la fase della decadenza. Usate su qualunque terreno, sottoposte a spinte, torsioni, abrasioni, arriva il giorno in cui sono ormai troppo larghe e sformate. A quel punto o le regali a qualcuno con il piede più grande o le usi su terreni più facili o le butti.

Le scarpette vanno ma il callo sull’alluce resta. Anzi si modifica. E inizia a rappresentare una parte di noi. Di ciò che siamo. Una sorta di codice segreto attraverso il quale ci riconosciamo. Le mani nerborute ce le hanno anche gli operai, i contadini, gli artigiani di varia natura. Ma il callo sul dorso dell’alluce no. Quando lo vedi sai che chi ti sta di fronte arrampica. Che anche lui appartiene a quella strana tribù dedita alle attività verticali. Una congrega di persone anche molto diverse fra loro ma che condividono la passione per una distanza sempre crescente fra le natiche e il suolo. E quel callo è un messaggio. Quasi un cenno a mano aperta fatto a qualcuno che senti vicino.

Poi spesso ci si saluta. Senza scambiarsi che poche parole. Spesso persi nei propri progetti da inseguire nel poco tempo a disposizione. Ma sapendo comunque che lì hai incrociato uno dei tuoi.

Identità azzarderebbe qualcuno.

A me piace più che altro dire che quel callo racconta un po’ chi sono oggi. Cosa faccio per vivere felice. Cos’è che fa la differenza nella mia vita fra un periodo sì e uno no. Non l’unica chiaramente, ma una delle principali. Quella per la quale si paga volentieri lo scotto di una pur piccola deformazione.

Fino a non molti anni fa facevo immersioni e avevo il callo del boccaglio sotto il labbro superiore e quelli delle pinne dietro ai talloni. Camminavo scalzo su sabbia, strade e scogli. A fine stagione le suole dei piedi erano un unico callo scuro che veniva via intero all’inizio dell’inverno. Era quello che facevo allora e per cui provavo gioia. E quelli erano i segni che lo raccontavano.

Oggi invece guardo il mio alluce destro e sorrido. E’ brutto. Ma non riesco a fare a meno di provare una certa soddisfazione.


Il Pettirosso

Ci guarda. Cinguetta sottovoce. Saltella fra le canne. Sembra cercare qualcosa. Guarda a destra. Poi rapidamente a sinistra. Scuote con forza le piume del petto. Le gonfia. Poi un battito d’ali e sparisce. Le canne si muovono poco più in là. Non se n’è andata. Ci osserva.

Starà con noi tutto il giorno.

Mentre infiliamo le dita in piccole fessure taglienti. Mentre la gomma delle scarpette si piega su gocce di roccia modellate dalla pioggia. Un click e sai che il moschettone si è chiuso intorno alla corda. Quel rumore è come un grilletto che innesca uno stato di trance. Le dita sporche di bianco si rilassano. Sei al sicuro. Puoi osservare cosa ti aspetta più in alto. E intorno a te non c’è niente. Silenzio. Non c’è ieri. Non c’è domani. C’è solo quell’istante. Le dita. Le punte dei piedi.

Ma cosa pensa quel pettirosso mentre ci osserva? Starà ridendo di due uomini strani vincolati da una corda che cercano qualcosa verso l’alto? E che tornano a terra senza mai averla trovata? Su e giù per poi essere sempre allo stesso punto?

O forse non pensa niente. La mente di un pettirosso è solo istinto. Saltella qui e lì cercando avanzi di cibo. Sopravvivere. Nutrirsi. Per poi volare altrove e cercare qualcos’altro. Magari per i piccoli nascosti in un nido qui vicino. Poi arriverà la stagione dell’accoppiamento. E allora sopravvivere significherà trovare un compagno. Non sono sicuro che sia una femmina, ma mi piace l’idea. Le femmine sono più curiose e scaltre. Cercherà un maschio e riprodursi sarà l’unico obiettivo della sua vita.

Pensando a questo livello dell’esistenza, in genere si pensa alla fortuna di essere umani. Al piacere che il pensiero riflessivo ci regala. All’importanza della consapevolezza che ci ha sollevato al di sopra delle pulsioni che l’istinto ci imponeva.

Vola in alto la nostra piccola ospite. Ospite nel senso che ci ha accolto senza protestare nella sua casa. Siamo noi gli stranieri da queste parti. Volteggia controsole. Leggera. Sembra volerci mostrare come si fa a salire fin lassù. Ma forse in realtà sta solo scrutando il terreno da una posizione migliore. Insetti. E’ questo che cerca. Noi siamo solo un curioso diversivo in un giornata come molte. Ci sontrolla per assicurarsi che non rappresentiamo un pericolo. Sopravvivere.

La guardiamo e siamo sicuri di essere di più. Possiamo interrogarci, analizzare, capire, mettere in dubbio e ripensare. La nostra mente è un calcolatore più grande. Può fare più operazioni di quella di un pettirosso. Ma allora perché quasi chiunque rimane affascinato nell’osservare una femmina di pettirosso fare ciò che fa ogni giorno?

Essenzialità e leggerezza. Sono queste le due parole che mi vengono in mente mentre osservo un tramonto grandioso che alle porte di Roma – ormai sulla via del ritorno – incendia di arancioni l’orizzonte. Mentre ripenso alle canne che quasi non si piegano sotto il suo peso. A quei gesti sempre uguali. Ripetuti al ritmo di una voce interiore che è da sempre così.

E’ vero. Noi siamo di più. Ma è proprio per quello che lei ci ammalia. Perché spesso quell’essere di più diventa ingombrante. Perché talvolta nel chiederci il perché delle cose smettiamo di sentirle sulla pelle. Diventiamo incapaci di ascoltare le vibrazioni di ciò che ci circonda.

Ed è allora che mi accorgo che quel pettirosso è stato una specie di epifania. Come una piccola metafora materializzatasi lì per puro caso. Perché cos’altro è se non l’essenzialità e la leggerezza ciò che cerchiamo nell’arrampicata. Realizzare con poco il sogno di Leonardo per un uomo senza ali. Salire con leggerezza e riscendere a terra incolumi. Librarsi verso l’alto ingannando per qualche istante la forza di gravità. Spegnere il pensiero riflessivo e tornare ad essere leggeri, essenziali.

Ci mettiamo in spalla gli zaini e iniziamo a scendere. Raccolgo il cappello che è a terra vicino al cespuglio di canne dove la nostra amiche ha saltellato tutto il giorno. Non c’è. Guardo meglio ma non è più lì. In alto non ci sono ombre che volteggiano. Deve aver trovato ciò che cercava. Magari qualche pezzo dei nostri panini. So che vive qui intorno. E’ rimasta troppo tempo con noi per essere solo di passaggio.

Sorrido a uno dei piccoli regali che ogni tanto la vita verticale ti fa. Ma è ora di andare. Ho fame ed è tempo di riempire lo stomaco e rinunciare, per sopravvivere, a un po’ di quella leggerezza.


Imprigionare una via

Per chi scala il termine “liberare una via” fa parte del gergo comune. Lo si impara ancora prima di imparare ad arrampicare. Per chi non ha mai messo mani e piedi su roccia o ghiaccio la cosa appare senza senso e necessita quindi di qualche spiegazione.

La “via” è il percorso seguito dall’arrampicatore per arrivare da A – in genere la base di una parete – a B – in genere, ma non sempre, la sommità della stessa. All’inizio della storia delle attività verticali la questione principale era arrivare appunto da A a B. il come era secondario. Le imprese di allora si svolgevano soprattutto in ambienti montani e la retorica eroica della conquista di una vetta trascendeva ogni altra esigenza.

Intorno agli anni ’70 del secolo scorso qualcuno mise ufficialmente in dubbio questo aspetto dell’alpinismo classico. Lo stile e l’etica iniziarono a fare capolino accanto a nuovi “attrezzi”. La cosa coincise più o meno con l’avvento dell’arrampicata sportiva. Ovvero con il trasferimento delle tecniche arrampicatorie dall’ambiente montano e dalle vie lunghe (di più tiri, ovvero lunghezze di corda) ad ambienti diversi e ai cosiddetti monotiri. Alle protezioni aleatorie, inerite e disinserite dall’arrampicatore nella roccia o nel ghiaccio, si sostituivano sempre più protezioni fisse, inglobate per sempre nella roccia stessa.

Pian piano, arrampicatori tecnicamente sempre più preparati, iniziarono a innalzare gli standard non solo cimentandosi su itinerari più difficili ma anche stabilendo un nuovo stile. Fino ad allora era naturale per chi salisse utilizzare le protezioni fissate nella roccia (chiodi, cunei, dadi) come supporto per la progressione. In sostanza ci si appendeva anche a esse se ciò era necessario per oltrepassare un tratto complesso. Dagli anni ’70 in poi qualcuno iniziò a obiettare. Le protezioni andavano usate solo perché la corda a esse vincolata proteggesse, appunto, la caduta. La progressione doveva essere effettuata affidandosi solo alle mai e ai piedi.

Insieme all’arrampicata sportiva nasceva così l’arrampicata “in libera”. Dove “in libera” significava proprio “non utilizzando le protezioni per la progressione”.

Escalade en libre, free climbing. In tutte le lingue che conosco la parola che accompagna questo nuovo modo di arrampicare rimanda irrimediabilmente alla parola libertà.

Libertà dal vincolo dell’attrezzatura. Libertà di esprimere, col movimento che conduce il corpo da un punto di equilibrio all’altro, stati della mente nell’insolita dimensione verticale. Insolita in quanto pian piano dimenticata nei lunghi millenni di evoluzione che dai primati ci hanno condotto verso l’homo sapiens. Libertà che a partire dalla descrizione prettamente tecnica di un nuovo modo di arrampicare, iniziò pian piano ad acquisire sfumature di carattere culturale, sociale, politico. Intorno all’arrampicata, soprattutto nel primo mondo, si radunò un movimento culturale di opposizione ai modelli dominanti che vedeva nel semplice esercizio arrampicatorio il proprio ruggito antagonista. La dimensione verticale opposta in qualche modo alla dimensione orizzontale e consueta con la quale venivano indicati “gli altri”. L’arrampicata divenne così un esercizio di costruzione dell’identità.

Con il passare del tempo l’innovazione ripercorse a ritroso la via da cui era venuta. E nell’alpinismo, anche quello estremo, condotto in luoghi selvaggi e remoti o alle quote più elevate, qualcuno iniziò a introdurre l’etica dell’arrampicata “in libera”.

Oggi per un arrampicatore la “libera” è un po’ la massima aspirazione. Sui monotiri rappresenta un requisito base. Come nel calcio il fatto di non toccare la palla con le mani. Se lo fai è fallo. Se lo fai stai imbrogliando.  Se tocchi le protezioni, la via in sostanza non l’hai fatta. Nell’alpinismo è ciò che fa la differenza fra i pochi e i molti. Molti sono ormai in grado di percorrere itinerari complessi. Pochi quelli che lo sanno fare “in libera”.

Il paradosso dell’arrampicatore però è che più l’itinerario è complesso e più è libera l’esecuzione dell’individuo più l’ambiente, la via in questo caso vengono imprigionati in una sequenza di movimenti. Un insieme di passi e gesti che riducono o azzerano l’infinito numero di possibilità che una via sconosciuta rappresenta agli occhi di chi sogna di salirla.

La prima riduzione avviene quando l’uomo osserva una parete vergine e immagina su di essa una linea di salita. Già immaginare confina lo sguardo e la visualizzazione su una zona escludendo il resto. Un atto che richiede intuito, creatività e coraggio. Ma che dall’altro lato alimenta il paradosso. La via viene poi “aperta”. Nel senso che la si percorre fisicamente. E se viene aperta “in libera” – la massima aspirazione di un alpinista – allora il gioco è fatto. L’innocenza persa per sempre. Quella striscia verticale di roccia rimane per sempre stampata nella mente come un’imprigionante sequenza di tiri di corda. Di gesti e passi che da A portano a B. La potenza cede irrimediabilmente il passo all’atto. L’astrazione del pensiero alla concretezza del realizzato. Se la via viene aperta “appendendosi alle protezioni”, l’esito finale è solo rimandato. Prima o poi arriverà qualcuno che “libererà la via”, sottraendola per sempre alla sua dimensione potenziale.

Paradossalmente, più la via è complessa, più liberatorio è eseguirla in libera, più sarà imprigionante il liberarla. I movimenti di una via complessa sono infatti molto più obbligati di quelli di una via facile. Più una via è difficile più chiunque voglia liberarla sarà costretto a mettere mani e piedi sugli stessi appigli e appoggi di chi è venuto prima di lui. A quel punto la via non sarà imprigionata solo nella mente di chi l’ha eseguita, ma lo sarà allo stesso modo in quella di chiunque l’abbia salita.

Come ogni attività umana anche l’arrampicata è un atto di apprendimento. E come tale rappresenta una riduzione di ciò che è sconosciuto a ciò che dopo non lo sarà più. Ciononostante, il conosciuto non rappresenta mai la totalità delle possibilità che lo sconosciuto offre. Ma solo quella più “conveniente”, “semplice” ed “efficace” al momento in cui si apprende. Apprendere rappresenta una scelta. E come tale sovrappone alla realtà la nostra mappa ma sottrae tutte le altre possibili. Si tratta sostanzialmente di una riduzione agli schemi del sé dell’infinito numero di combinazioni che un fenomeno presenta.

Paradossalmente più si scala “in libera” più si imprigiona una via in una fissa sequenza di movimenti. E più la via è difficile più quella sequenza è uguale per tutti. Più le sbarre di quella via si fanno alte e spesse.

Quando arrampico su un itinerario al limite delle mie capacità fisiche e mentali vengo assalito da tutto lo spettro delle sensazioni possibili. Prima sono curioso, attratto, magari intimorito. Durante la salita sono assorto, entusiasta, felice se la via mi piace e riesco a “capirla”, deluso se è il contrario. Subito dopo averla conclusa però, immancabilmente, la gioia esplosiva cede lentamente il passo a un alone di tristezza per qualcosa che da plurale è diventato singolare. Per tutte le possibilità che la mia mente ha ormai escluso. Molti alpinisti chiudono il capitolo e corrono verso un’altra via cercando nuovi luoghi in cui immaginare. Sfuggono alla frustrazione emigrando. A me spesso succede l’inverso. Imperterrito torno sulla scena del crimine. Come un assassino del possibile che cerca disperatamente di andare oltre sé stesso cercando altri modi di compiere il delitto. Un atto insensato, lo so. Uccidere in modi diversi la stessa vittima non la riporta in vita né rende minore la gravità dell’atto. Rifaccio la via cercando altri modi. Cercando di tenerli a mente per conservare almeno un po’ della meraviglia del molteplice. Poi le possibilità si esauriscono e abbandono il tentativo. Passa il tempo e la sequenza indelebile che rimane nella mia mente è una. Una sola. Stampata a fuoco nei miei ricordi.

Paradossalmente l’unico modo di liberare veramente una via è quello di non salirla mai.


La montagna facile non esiste

O quasi. L’ho sempre saputo. E quest’estate in Valle d’Aosta ne ho avuto conferma.

Tramonta il sole e sono seduto sull’ultimo masso incastrato di questa lunga giornata. In lontananza i ghiacciai del Gran Paradiso. A destra, più vicine, la vetta della Grivola e la lunga lingua di quello che rimane del ghiacciaio del Trayo. Tratti di bianco attraversano la roccia nera, scurita dalla luce che si affievolisce. Cascate. Acqua che scorre. Ho una gran sete. Nella valle si accendono le prime luci. La fettuccia è tesa sotto il peso della corda in tensione. L’ATC Guide fa il suo lavoro. Posso rilassarmi un po’. Ce l’ho fatta. Ho risolto tutti i problemi. Ho perso e ritrovato la via. Ho guidato la mia cordata fuori da tutte le difficoltà. Quelle esterne e quelle interne. E loro sono stati fantastici. Un passo dopo l’altro. Ingoiando i disagi. Dando tutto quello che c’era da dare per uscire dal labirinto.

8 ore dentro alla montagna. Il mio primo tramonto seduto sulla vetta. Un misto di gioia, apprensione, eccitazione. Prima separate. Una per volta assalgono il mio tentativo di rimanere concentrato. Di mantenere l’equilibrio giusto fra velocità e sicurezza. La mia ma soprattutto quella degli altri. Poi in cima tutte insieme mi affollano la pancia. Sorrido. Sento le voci di G e S sotto di me. Ci abbracciamo appena mi raggiungono. Se non c’eri tu avevo già chiamato l’elicottero, mi dice G. Chissà. So solo che lassù lui c’era sempre. Attento. Presente. E S ha dato ogni goccia di energia. Se ha traballato lo ha fatto dentro. Sgranando gli occhi. Strofinandosi il viso. In silenzio se le parole potevano intralciare la salita. Ogni tanto gli ho urlato contro. Perché la corda non veniva. O perché eravamo lenti. Ma quassù alla luce del tramonto è tutto dimenticato tranne la felicità che ci invade.

Mi piacerebbe fare la Pousset per la parete est. Con questa frase di G inizia la piccola storia di quella salita. Prima non sapevo nemmeno cosa fosse la punta stondata che guardata da Gimillan assomiglia al piede calloso di un arrampicatore. Cerco notizie su internet. Si trova poco. Sembrerebbe una via di cresta. Un 3000 che dalla normale è una lunga camminata piacevole in un magnifico ambiente isolato. Tecnicamente non sembra presentare problemi. Perché no, mi dico. Una cosa così lunga non l’ho mai fatta.

E più ci penso più mi piace.

L’alba colora di un velo di rosa l’orizzonte. L’aria è già calda e la gatta si stira nel tepore del lucernario. Le previsioni per oggi danno meteo stabile. Niente vento. Continuerà così anche domani. Il giorno ideale per provarci. Facciamo colazione e usciamo. Partiamo in 4. R proseguirà per la normale e ci vedremo in cima. Alla casa del guardiaparco incontriamo altri 3 escursionisti. Saranno le uniche facce che vedremo in questa lunga giornata. Cerchiamo di individuare in lontananza la scala di legno che dà accesso alla parte alta degli ometti che conducono all’attacco. Da lontano ci vedo male ma G la vede subito. Guardo l’orologio e per me è già tardi. Ma non faccio testo, mi dico, per me è sempre tardi. Se ci metto due ore a fare una cosa penso spesso a come avrei potuto mettercene una e mezza. Sono fatto così. Per me anche il tempo fa parte del gioco. E averne a disposizione per uscire dai guai mi dà serenità.

Salgo avanti agli altri in cerca degli spit descritti nell’unica relazione trovata. Dovrebbero aiutare a proteggere le prime placche fino al III. Ne vedo uno ma sono già alto. Traverso verso una cengetta comoda, faccio cenno a G e S e inizio a mettermi l’imbrago e a liberare la corda. E’ mezzogiorno. Quasi tre ore di avvicinamento. Sentiero lungo. Ricerca lunga. Guardo verso il Piemonte e sulla dorsale che protegge la Valle di Cogne crescono i primi cumuli. Il vento è aumentato. Per fortuna. Soffia da nord e li respinge. Vento e crinale come un diga tengono lontane le torri bianche. Almeno per ora, penso. Se si affievolisce prima dell’ora più calda sono cazzi. Precipitazioni non ci saranno. Ma nella nebbia sarebbe un bel lavorio trovare la strada.

Dico a G e S di passare per la cengia erbosa. Da lì è più facile salire. Gli calo la corda semmai. Veniamo su, i traversi non ci piacciono, mi rispondono. Sorrido. E me lo dici adesso, penso. Ma poi a chi è che piacciono i traversi? Mi raggiungono e osservo S che affronta i passi laterali che portano dove sono io. Eh sì, non gli piacciono proprio. Speriamo non ce ne siano altri più su.

Illuso. Una linea che sale da sinistra a destra o procede in diagonale, quindi in semi-traverso, o alterna tratti verticali a traversi veri e propri. Un modo lo troveremo.

Capisco subito che l’idea della conserva non è praticabile. Anche sui tratti più facili bisogna procedere a tiri di corda. Ho una corda sola e due compagni. Bella storia. E’ roba facile, riecheggiano nelle orecchie le frasi dei valligiani. Facile. Ma che vuol dire facile?

Meno male che Alfredo ci ha consigliato di portare le scarpette. Sì perché il II e il III a blocchi, o in un camino, o in un bel diedro ammanigliato li fai pure con i ramponi ai piedi e usando le mani quando serve. Ma quando si tratta di belle placche lisce appoggiate con quei meravigliosi licheni gialli sopra la cosa è ben diversa. Eppure sempre III è.

Mi infilo le scarpette e corro su per il primo tiro. 2 spit in 40m. Sosta fatta. Su spit. Secondo tiro uguale. Al terzo c’è solo una sosta su vecchi chiodi. Da lì sparisce ogni cosa. Corro su. Veloce come posso. Placche appoggiate in diagonale verso destra. Tutto così. A 5 metri dalla fine della corda mi guardo intorno. Cerco qualcosa dove infilare protezioni. A cui avvolgere una fettuccia per fare una sosta. E meno male che sono fissato e che mi sono portato qualche friend e qualche dado. Lavoro di fantasia per mettere gli altri in sicurezza.

Alla quinta lunghezza su pacche e licheni S inizia a mostrare i primi segni di stanchezza. Non fisica. E’ la testa che non ce la fa più. I traversi non le piacciono. Me l’ha detto. Ma che posso fare? Raddrizzare la montagna non posso. Devo cercare di stare vicino al filo di cresta. Dicono così le relazioni. E’ il punto più facile. Ma che vuol dir facile se quel tipo di facilità è proprio quella che temi di più?

Un traverso di 40 metri su una cengetta su cui si cammina è la prova finale. In cima sarà la cosa che S ricorderà di più nonostante tutto quello che seguirà. Più in alto iniziano grandi blocchi a gradoni. Ancora in diagonale verso destra. Placche appoggiare e gradoni. Massi. Placche appoggiate e gradoni. Massi. G mi indica una cengia sotto una roccia bianca e rotta. Dobbiamo scendere 5-6 metri. Ci penso. Secondo me è sopra. Ma magari sotto riusciamo ad evitare tutti questi traversi che stanno snervando S. Non sono convinto ma decido di scendere. La cengia è un ammasso di sfasciumi in equilibrio gli uni sugli altri. E’ comoda. Ci riposiamo un secondo e mangiamo una cosa veloce.

Sarà l’ultimo boccone prima della vetta.

Il primo tiro dopo la cengia a sfasciumi sembra confortante. III, non più su placca appoggiata ma fra blocchi grandi come lavatrici. Stabili. Riesco finalmente a proteggermi un po’. Corro. Faccio sosta. Richiamo gli altri. Proseguo. Ma più proseguo più la situazione peggiora. Il grado sale. Caminetti. Gradoni. Blocchi strapiombanti. Mai sopra il VI ma interminabili. Ma so che da qui non si torna più indietro. O si esce o si esce. Calarsi è impossibile. Faccio soste, richiamo, corro su. Ormai siamo in silenzio. S è stanca. G provvede a confortarla un po’. Le sorrido. Le faccio i complimenti per i passaggi meno facili. Ma sono soprattutto concentrato.

Quando squilla il telefono sono le 17,30. E’ R. Cazzo mi sono perso il tempo! Sarà preoccupatissima. Ci ha aspettato per ore sotto la vetta. Ci dice che scende. Le diciamo che siamo quasi fuori. Di non preoccuparsi. So che non è vero ma va bene così.

Vedo finalmente in alto il diedro più complesso. Il passaggio chiave della via. IV. Verticale. Ci spero. Le placche, le lavatrici e i diedri fratturati mi iniziano a stancare. Cerco di puntarlo ma due enormi blocchi mi sbarrano la strada. A destra verso l’interno non si passa. Salgo a sinistra. Incastro un dado. Due passi e mi accorgo di essere sul filo di cresta. Guardo sotto il prato. Centinaia di metri più in basso. Devo fare un passo. Solo uno e poi sono fuori. A terra sarebbe un giochetto. Ma quassù, su un dado e con il culo sospeso a mezzo chilometro da terra, me la faccio sotto. Mi concentro. Aderenza. La so fare. Ci provo. Salgo. Troppi zig zag. La corda mi tira. Urlo corda. Ma G non può fare molto. Tiro e finalmente viene. Trovo un masso incastrato e tiro su gli altri. Mi racconteranno poi che per passare sono montati una sulle spalle dell’altro. Alla vecchia maniera.

Un campo di sassi che attraverso quasi di corsa e siamo alla base del diedro. Vedo la croce di vetta. Ma è piccola. E’ passata un’altra ora e la luce si affievolisce. Il vento non è calato e le nuvole iniziano a sgonfiarsi. Meno male. Nel diedro ci dovrebbero essere chiodi e spit. Pure troppi dice l’unica relazione trovata. Non li vedo. Salgo nel primo camino. Metto giù una protezione. Alzo gli occhi. A 10 metri da terra il primo spit. Sorrido con me stesso. 40 metri e 3 spit dopo sono alla prima sosta a spit da stamattina. E come bere acqua dopo ore nel deserto. La tensione scende. Ma anche la luce. Veloce. Un’ora e mezza e saremo al buio. Guardo una bella cengia con tettoia. L’ideale per una bella notte all’addiaccio. Mi viene da ridere solo a pensarci quando vedo S che mi raggiunge. Si aggrappa alla mia gamba, mi sorpassa e si siede. E’ esausta. Non lo dice ma è spaventata. La rassicuro. Ne usciamo sicuramente. Ormai il peggio è dietro. Poi ci rifletto. Come faccio a saperlo? Sono al buio come lei. Cerco una strada.

Tagliamo a destra e ci infiliamo in una grotta passante come ci ha detto Alfredo. Poi in un buco. Poi sfasciumi. Sfasciumi. Corro e faccio sicura a spalla. L’ultimo tiro in diagonale e scavalco l’ultimo sasso. Il sole rosso. La vetta della Grivola. Il Gran Paradiso. La gioia.

O forse quella sensazione di liberazione che avverti quando sai di aver fatto tutto il possibile. Quando il tunnel in cui ti immergi quando arrampichi si dissolve e il mondo intorno ti investe. Senti il tepore sulla pelle. L’odore acre del sudore. Lo stomaco che brontola. E’ come se per ore avessi avuto un solo senso e d’improvviso ti accorgi di averne 5. E fai difficoltà a stargli dietro.

Non so quante soste ho costruito quel giorno. G dice 30. 4 erano in loco. Ma non azzarderei un numero. Ne ho fatte tante. Di più. Come meglio potevo per garantire la sicurezza di chi mi veniva dietro. Grande lezione quella della Est della Pousset. Umiltà. Timore. Consapevolezza della strada che c’è sempre da fare. Desiderio di imparare di più. Amore per le avventure che la vita ti mette difronte. Per quelle che cerchi nei luoghi che ami. Ma anche la piccola grande soddisfazione per avercela fatta. Come primo di cordata. Tiro dopo tiro.

Dopo la vetta ci attende il buio. E una lunga discesa sotto le stelle. Fra stambecchi di cui vediamo prima gli occhi e poi le sagome nere. Beviamo. Beviamo. Assetati. Affamati. Arriviamo a casa che sono le 00.40. E’ già domani.

Domani. Oggi non si fa nulla. La giornata pero è ancora bella. Il meteo stabile. Risaliamo in macchina lungo la strada che entra in paese. Sul marciapiede l’erba secca sparsa dalle pale di un elicottero. E’ successo qualcosa. Spero nulla di serio. Poi vedo due ragazzi con l’imbrago che camminano verso la staccionata. Tutto a posto allora. In lontananza il pilota che li saluta. Li hanno appena recuperati in difficoltà sulla est della Pousset.

La montagna facile non esiste. O quasi.

O forse sarebbe il caso di chiedersi cosa vuol dire facile. Molto spesso infatti ci si sofferma all’aspetto tecnico. II+, placche di III, un diedro di IV con qualche spit. Facile. E lì finisce. Magari.

L’avvicinamento. La lunghezza della via. Il meteo. I componenti della cordata. Gli aspetti psicologici. La conoscenza o meno dell’itinerario. Le informazioni a disposizione. Il tipo di terreno e i pericoli oggettivi. L’esposizione. Le possibilità di fuga. Tutti elementi che si influenzano a vicenda. Se a tutti è possibile rispondere “facile”, e solo allora secondo me, la via è veramente facile. In linea di massima questo non succede mai. Soprattutto perché alcuni di quegli elementi cambiano durante la salita.  

Cambia la motivazione. Si parte carichi e poi magari il morale di qualcuno crolla durante la salita. E si sa, la forza della cordata equivale a quella dell’elemento più debole. Io e Manolo scaleremmo al mio livello non di certo al suo.

Cambia l’esposizione. Nelle relazioni superficiali al massimo viene descritta una media. “Tratti esposti”. Non sai quanto esposti. Né quanto è esposto ognuno. Magari “esposto” è la media fra placche leggermente esposte e traversi che ti tolgono il fiato.

Cambiano i pericoli oggettivi. Anche se sai che ci sono massi instabili, non sai dove, né quanti, né quanto grandi.

Cambia tutto soprattutto se sbagli direzione. Per insufficienza di informazioni. Per errore. O semplicemente se per risolvere un problema, o perché sei convinto che in quel momento sia meglio, vai a destra invece che a sinistra.

Alcuni elementi cambiano lungo la salita, altri sono così e fanno parte del rischio delle attività verticali. Ma probabilmente anche l’indeterminatezza dei primi è parte del rischio implicito. E’ proprio per questo che “facile” è un aggettivo applicabile solo a una via che conosci. E aggiungo, che frequenti spesso. Perché in alcuni casi le condizioni cambiano di anno in anno.

Ora che l’ho fatta posso dire che la Est della Puosset è una via facile se sei in due, almeno medi arrampicatori e che conoscono bene dove andare. In questo caso si fa in 3, 4 ore. In caso contrario no.


Apnea e arrampicata sportiva

Le sfide verticali mi piacciono. Ma non sono uno di quelli che arrampicano fin da quando erano piccoli. Non andavo in montagna né da bambino, né da adolescente. A mio padre piaceva il mare ed è lì che ho passato i primi 28 anni della mia vita. E lì l’unica verticalità possibile è quella inversa. Si va giù, non su.

Quando ero in forma stavo sotto 4 minuti. Assetto variabile? Assetto statico? Ero lì per il piacere di farlo, a pesca o a fotografare. Quindi non saprei. Probabilmente quando ho calcolato ero fermo.

Ma che c’entra l’apnea con l’arrampicata? A parte la dimensione verticale, della quale mi piacerebbe parlare in un’altra occasione, sembrerebbe ben poco. Se non fosse per il lavoro che Umberto Pellizzari e Milorad Cavic hanno iniziato a fare insieme. Ma chi sono questi due signori? Pellizzari era uno dei miei riferimenti di adolescente apneista. Sotto lui ci stava 8 minuti. Una specie di mutante con le branchie. Diciamo un’autorità difficilmente discutibile quando si tratta di trattenere il respiro. Cavic è il campione del mondo dei 50 farfalla. Un nuotatore. La vasca la chiude in 22,67. La domanda da farsi è cosa cerca nell’apnea se fa il nuotatore.

La risposta è nella distanza dal secondo classificato quando vinse a Roma nel 2009. Matthew Targat, australiano chiuse a 22,73. Se la matematica non è un opinione fanno 6 decimi di secondo. Praticamente niente. E allora, quando si è a quei livelli, bisogna lavorare sodo per mantenere i 6 decimi o addirittura far scendere il proprio personale. Soprattutto ora che i costumoni semigalleggianti sembrano essere proibiti. E in quel caso anche respirare diventa un lusso. Non che i velocisti lo facciano spesso. Lui ad esempi sui 50 farfalla respira 2 volte. Talvolta una. Se ci riesce mai. Uscire dall’acqua completamente per respirare muta l’assetto. Richiede energia. Anche l’atto stesso della respirazione mette in azione tutta una serie di muscoli che, per muoversi, bruciano carburante e consumano tempo.

Ma cosa c’entra con l’arrampicata? L’aggancio non è tanto nell’articolo che trovate completo qui. L’idea mi viene un po’ dalla mia personale esperienza e un po’ da un’intervista ad Alessandro Vergendo. C’è lui dietro molto del lavoro di Pellizzari. E a questo punto penso che leggerò il suo “Deep Inside”. Vergendo sostiene che il segreto dell’applicazione dell’apnea ad altre discipline principalmente anaerobiche sia nell’uso del diaframma. D’altra parte quando vai sott’acqua, se non sai fare la respirazione diaframmatica, sei destinato a riemergere dopo pochi secondi. Qui è spiegato abbastanza bene come funziona il muscolo in questione. Che, in sostanza, separa la cavità addominale da quella toracica. Vergendo sostiene che la respirazione diaframmatica migliori gli scambi gassosi nei polmoni, aiuti il rilassamento degli altri muscoli coinvolti e soprattutto apra la “porta del rilassamento”.

Di nuovo. Ma l’arrampicata cosa c’entra? Provo a spiegarmi. L’arrampicata sportiva è una disciplina prevalentemente anaerobica. Dico prevalentemente perché dipende dal terreno su cui si scala. Se sei su una via al disotto delle tue possibilità e vai su in scioltezza, rapido come un fulmine, di anaerobico c’è ben poco. A quel punto la componente aerobica prevale. Ma se sei al tuo limite le cose cambiano. Se poi sei un boulderista, allora di aerobico c’è solo l’avvicinamento ai massi. Il lavoro è quasi totalmente massimale e anaerobico. Quindi, tanto il boulderista quanto l’arrampicatore al proprio limite si trovano di fronte ad un dilemma. Quando e come respirare.

Se provate a osservare un principiante e un campione mentre scalano vi accorgerete di una sola, unica, piccola somiglianza. Nel momento dello sforzo massimale trattengono il respiro. Il principiante lo fa sempre. D’altra parte per lui ogni sforzo è massimale. E in genere sbaglia tutto. Considera e interpreta come massimale anche ciò che non lo è. C’è quindi una tendenza naturale, secondo me, a esercitare il picco di forza e di concentrazione trattenendo il respiro. Non è certo una novità. Lo fa il culturista che solleva il bilanciere alla panca piana. Lo fa il saltatore nel momento in cui stacca da terra.

Il problema principale è come lo si fa. Ma soprattutto come lo si prepara. Vergendo sostiene che una volta “aperta la porta del rilassamento, ciò aiuta anche la nostra parte psichica. I muscoli si rilassano e il corpo esegue il movimento tecnico giusto. Non più sotto pressione, il corpo diminuisce il dispendio energetico”.

Certo è impensabile, anche per Pellizzari, salire una via di 30 metri in apnea. Ciò che però è possibile è imparare a usare la respirazione diaframmatica mentre si scala. Evitando così la dilatazione eccessiva della gabbia toracica, che peraltro richiede l’azione combinata di un numero elevato di muscoli. Molti dei quali disturbano quelli coinvolti negli schemi motori dell’arrampicata. Quindi più energia, preziosa magari per i passaggi duri. Ciò aiuterebbe l’arrampicatore al suo limite anche a controllare la componente psicologica, che in verticale ha un ruolo non trascurabile. Poi nei passaggi massimali concentrazione, giù il diaframma e apnea. Questa volta preparata ed esercitata con consapevolezza e tecnica. Suddividendo una via in sezioni “diaframmatiche” e sezioni “in apnea” è plausibile pensare che la resa possa essere migliore. Ovviamente bisogna conoscere la via. Averla studiata. Quindi questa tecnica non funziona per l’”a vista”. Ma d’altra parte parlo di arrampicatori al loro limite. E difficilmente lo saranno “a vista”.

In quest’ottica un boulderista potrebbe eseguire la sua fase “diaframmatica” comodamente seduto sul crash pad mentre studia i movimenti. Per poi eseguire il blocco totalmente in apnea. Appena agganciata la prima presa infatti l’ossigeno che serve è già lì. E la respirazione diventa quasi un intralcio. D’altra parte gli apneisti fanno così. E il blocco diventa una specie di immersione.

Si tratta di provare a scardinare gli schemi conosciuti. A dimenticare le espirazioni forzate mentre si esegue un movimento massimale e relegarle alla fine dello stesso. Quando riprende la frase diaframmatica. Ad evitare gli atti respiratori accelerati e superficiali tanto comuni nell’arrampicatore in difficoltà. Che consumano più ossigeno di quanto ne introducono nel sangue. In un momento peraltro in cui non serve, o quasi.

E’ ovvio che questa proposta implica un allenamento aggiuntivo e specifico. Imparare a fare la respirazione diaframmatica, a preparare e a esercitare l’apnea non è banale. Non per altro Cavic ha chiesto aiuto a Pelizzari.

In sostanza respirare si deve. Quando e come farlo va studiato. Potremmo anche scoprire che un respiro può fare la differenza fra passare e volare.