Fottuto negro. Stronza puttana se ci riprovi ti ammazzo.

violenza_donneQualcuno si sente toccato da queste frasi? Turbato in qualche modo nella propria sensibilità? Preferirebbe che in un libro, in un film o in un’opera multimediale di qualunque genere non venissero pronunciate? O magari che non ci fossero scene di stupri, omicidi, palesi discriminazioni nei confronti degli omosessuali, violenza gratuita sugli animali? O magari vorreste essere avvisati della loro presenza all’interno dell’opera? O magari vorreste che almeno i vostri figli lo fossero? Quando vanno al cinema. Quando all’Università preparano l’esame di letteratura.

Se siete fra queste persone sarete d’accordo con la recente iniziativa dell’assemblea degli studenti di un Università straniera. Scioccati dalle scene narrate in alcuni classici della letteratura, hanno chiesto ai loro docenti di applicare ai volumi delle “etichette” che li avvertano della presenza di contenuti “sensibili”.

Immagino stiate pensando a giovanotti turbantati di un ateneo talebano di Kabul o Islamabad. E invece no. Sono i sensibili ventenni dell’Università della California a Santa Barbara. Uno dei templi del pensiero liberal e progressista a stelle e strisce.

Per capirsi, i trigger warning (si chiamano così le “etichette” di cui sopra) li inventò il movimento femminista. E furono pensati per rendere esplicito al fruitore un contenuto sciovinista o discriminatorio. Una cosa che a me sa di idiozia già nella sua versione originale. Figuriamoci in quella di plastica 2.0.

I testi in questione (ma una volta creato il precedente quale testo non rischierebbe di essere messo all’indice?) sono The Great Gatsby (misoginia e violenza sulle donne), Huck Finn (razzismo), Things Fall Apart (colonialismo e persecuzione religiosa), Mrs. Dalloway (suicidio), The Merchant of Venice (e qui i trigger sono innumerevoli). Non parliamo quindi di autori underground, dei minimalisti feroci alla Palahniuk o della generazione pulp di Bukowski. Ma di Fitzgerald, Twain, Achebe … e perfino Shakespeare.

In quest’ottica uno studente uno studente meno intorpidito dei suoi colleghi di Santa barbara è intervenuto sottolineando “What kind of trigger warning would be put on the Bible. It would start “with nudity and fratricide in the Garden of Eden and moving on to mass drowning (Noah), polygamy, adultery, etc.” (che tipo di trigger warning bisognerebbe mettere sulla Bibbia. Inizierebbe con “nudità e fratricidio nel Giardino dell’Eden” e proseguirebbe con “annegamento di massa (Noè), poligamia, adulterio, ecc.”

Scrive mattia Ferraresi su Il Foglio

“Simili richieste sono state formulate all’Università di Rutgers, del Michigan e alla George Washington University. All’Oberlin College, in Ohio, gli studenti osservano: “I trigger sono rilevanti non solo per quanto riguarda gli abusi sessuali, ma per tutto ciò che può causare un trauma. Occorre fare attenzione al razzismo, al classismo, all’eterosessismo, al cisessismo e all’ableismo, e ad altre questioni che generano privilegio o oppressione”. Cisessismo e ableismo sono rispettivamente la discriminazione dei transessuali e dei disabili: si può creare un – ismo da additare per qualunque categoria.

Questa tendenza del politicamente corretto è particolarmente rilevante nelle università liberal, che incidentalmente sono le stesse che in questo mese di chiusura dell’anno accademico si sono distinte per avere impedito a ospiti culturalmente non allineati di parlare ai laureati. E sono ideologicamente affini a quelle in cui circola l’idea di abolire la libertà accademica e ammettere esplicitamente che il criterio con cui si invitano gli ospiti a partecipare al dibattito è quello del conformismo delle idee. Damon Linker, giornalista di The Week, parla di “moralismo pigro” delle università liberal, che “si stanno trasformando in istituzioni votate all’isolamento degli studenti dalla provocazione e dal libero pensiero, quando invece dovrebbero esporli”. “L’idea – ha spiegato al New York Times Lisa Hajjar, professoressa di sociologia a Santa Barbara – è che gli studenti non dovrebbero essere costretti ad affrontare argomenti che li mettono a disagio”, un’idea “assurda e persino pericolosa”. Invece di perseguire la conoscenza di autori e contenuti oggettivamente importanti, e occasionalmente offensivi per la sensibilità di qualcuno, le università cercano il “comfort psicologico e intellettuale”, come dice Greg Lukianoff, presidente della Fondazione per i diritti individuali nell’educazione, faccenda che ha a che fare con l’impronta educativa che gli studenti ricevono prima di approdare in quelli che, una volta, venivano presentati come i santuari del libero pensiero.

Sulla rivista New Atlantis Alan Jacobs scrive che “certe abitudini della mente sono connesse, in modo perverso, con il modo in cui vengono educati gli studenti di oggi. I giovani che non hanno avuto alcuna esperienza non strettamente controllata dai genitori potrebbero facilmente pensare che il ruolo principale degli adulti sia quello di proteggerli dai pericoli. Magari non capiscono i pericoli che vedono i genitori, ma il loro atteggiamento di fondo rimane influenzato dal loro”. In un sistema dove ogni oggetto, convinzione o idea non perfettamente sterilizzata rappresenta un rischio mortale da ridurre se non da eliminare, “Lolita” può essere alternativamente un capolavoro della letteratura o, come dice un anonimo professore di letteratura citato dal New Yorker, semplicemente “lo stupro sistematico di una ragazzina”, passibile di “trigger warning”.

Sull’argomento scrive anche Jen Doll sul Guardian

[..] any blanket trigger warning is bound to fail, because what it hopes to protect is only as known as the interpretation of the individual reader or viewer. And the freedom and creativity of those who create art is bound to suffer when their artwork becomes not simply judged – because everything is judged by others –but also relegated to categories of “triggering”.

How do we create anything at all when the way a reader feels – that ultimate unpredictable piece of any artistic puzzle – becomes the most important or validated part of artwork?

[…] In The Giver, the main character finds there is something more important than a society that’s free from pain. It’s a society in which we feel. That, of course, is the intention of art itself: it’s not meant to shield us from pain so much as offer a vessel through which we can cope, grow and even move past tragedy. If we warn people with a flashing red light that inside great works of literature they are likely to find pain, we do a disservice to the conversations, and the healing, meant to come through the act of reading itself.

Leggere – ma fruire qualunque forma di arte – è un processo di crescita che passa per il disturbo, per il dolore, per la sofferenza e per la meraviglia del cambiamento e della catarsi che chi ci si appresta sperimenta. Un libro sterilizzato è come una gatta senza le ovaie: non dà vita a nulla.

Brutta storia quando un pensiero (qualunque esso sia) diventa egemone e inizia a mettere in campo le stesse dinamiche che criticava nel pensiero avversario dalla posizione subalterna. I progressisti smettono di essere tali e si trasformano immediatamente in intransigenti conservatori. Fin dalla loro adolescenza, chiedendo la censura prima ancora che i censori intervengano.


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