Se tutto va bene … siamo rovinati

Cronistoria del ruolo delle banche tedesche nella mala gestione della crisi nell’eurozona. Paradossalmente, adesso che le abbiamo aiutate a coprire buona parte delle loro esposizioni non hanno più bisogno dell’eurozona. Pensano già agli asset di valore da aggredire in caso di un’uscita dei periferici e della conseguente svalutazione. Ma la Merkel sembra pensarla diversamente.

Fonte: http://vocidallestero.blogspot.it/

Originale: http://nakedkeynesianism.blogspot.nl/2013/12/does-anybody-really-want-to-solve-this.html?spref=tw

di Paolo Bortz

Sono passati più di cinque anni da quando l’Irlanda fu costretta a salvare le sue banche dal fallimento. Quasi quattro anni dall’inizio della crisi in Grecia. Più o meno gli stessi dall’esplosione della bolla immobiliare in Spagna. La Francia è immersa in una recessione persistente, come l’Italia. Uno 0,1% di “crescita” in un trimestre viene celebrato come una prova inconfutabile del “successo” dei programmi di austerità. Nello scenario più realistico, l’eurozona ha di fronte a sè un lungo decennio di stagnazione, alta disoccupazione e tensioni sociali crescenti. Molte delle possibili soluzioni sono scartate, mai considerate, come ad esempio l’unione fiscale o gli Eurobond. Altre vengono sabotate, come l’unione bancaria. Le ristrutturazioni dei debiti sovrani sono rimandate per anni, anche se la loro necessità è facile da vedere. Qualcuno potrebbe chiedersi: perché la crisi dell’Eurozona non è già stata risolta? A questo punto, è difficile non concludere che la crisi non è stata risolta perché non c’è alcuna intenzione di risolverla. Ma chi è che non ne ha intenzione?

Alcuni paesi sono andati meglio rispetto ad altri, quindi non si può dire che in questo periodo nessun paese ha avuto successo. Tuttavia, ci sono dei  settori che hanno avuto successo. In questo articolo, voglio concentrarmi su uno di tali settori, che ha un’enorme influenza nelle sfere decisionali della politica europea, ha affrontato grandi rischi all’inizio della crisi e durante tutto questo periodo tempestoso, ma ha poi visto gli eventi evolvere in suo favore e ora sta iniziando a spingere verso l’esplosione dell’eurozona. Non dirò niente di nuovo, ma intendo brevemente offrire un’interpretazione del perché queste istituzioni hanno fatto meglio di altre e perché sono nella posizione in cui sono. Sto parlando delle grandi banche tedesche. Spero anche di chiarire in modo convincente quali benefici economici ha ottenuto il governo tedesco appoggiando gli interessi delle banche, tranne in situazioni molto specifiche, che approfondiremo più avanti.

grafico1

grafico2Il fondamento di base di questo post è illustrato dai grafici 1 e 2. Entrambi mostrano l’esposizione delle banche tedesche verso alcuni specifici paesi della periferia europea, basata sui dati del BIS (tabella 9d delle Consolidated Banking Statistics). La curva nera nel grafico 2 che corrisponde a Cipro è misurata sull’asse del lato destro.

La crisi del 2008 ha colpito gravemente le banche tedesche, non solo perché avevano acquistato ingenti quantità di titoli cartolarizzati negli Stati Uniti, ma anche perché avevano finanziato le bolle del settore immobiliare privato (e immobiliare commerciale) della periferia europea. Considerando che la loro esposizione verso l’Irlanda ammontava al 137% del PIL irlandese, non sorprende che lo scoppio della bolla immobiliare irlandese abbia costretto il governo tedesco, tra le altre misure, a salvare la Hypo Real Estate. Ma questo non è stato il solo aiuto pubblico che hanno ricevuto: è ormai risaputo che la BCE ha costretto il governo irlandese a rendersi garante del debito delle sue principali banche. In ogni caso, la crisi finanziaria ha imposto una certa ritirata delle banche tedesche dai paesi periferici, anche se lo stesso vale per gli Stati Uniti. Intorno al secondo trimestre del 2009 la situazione si era stabilizzata ed  esse sono state disposte a far di nuovo dei prestiti  a questi paesi.

La crisi dell’Eurozona si è innescata  tra l’ultimo trimestre del 2009 e l’inizio del 2010, con il cambio di governo in Grecia e la scoperta delle statistiche falsificate e del deficit di bilancio più grande del previsto. In quel momento, è diventato evidente che il debito greco non era sostenibile, che il governo non sarebbe stato in grado di affrontare autonomamente i suoi impegni, e che era necessario un aiuto: o sotto forma di un prestito, o di una ristrutturazione del debito, o entrambi. Diamine, perfino Keynes ha esplicitamente affermato che, in situazioni come queste, un salvataggio è  inevitabile, e lo ha scritto settant’anni fa!

Alla fine, sono stati concessi dei prestiti in cambio delle condizioni ormai note a tutti. Nell’ottobre del 2011 si è proceduto con una ristrutturazione del debito, e un’altra è seguita alcuni mesi più tardi. Tuttavia, quel “alla fine” ci ha messo molto tempo per concretizzarsi: tali misure sono state implementate solo anni dopo lo scoppio della crisi. Nel frattempo, come mostrano i grafici, le banche tedesche avevano sostanzialmente ridotto la loro esposizione nei confronti del debito greco (in particolare evitando il secondo default greco)vendendo i titoli in loro possesso alla BCE, che è ora diventata uno dei principali creditori della Grecia e di altri paesi europei, con uno dei programmi di acquisto peggio implementati della storia e col Meccanismo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF) / Meccanismo di Stabilità Europeo (ESM)(vedere pagina 17-18). E si sono ritirate anche in Spagna, prima che la ricapitalizzazione delle banche fosse implementata attraverso i prestiti dell’ESME si sono ritirate anche a Cipro, quando era divenuto chiaro che le banche cipriote avrebbero avuto bisogno di un altro piano di salvataggio a causa dell’impatto del primo default greco. Il piano di salvataggio cipriota è avvenuto quasi un anno e mezzo dopo il primo default greco. Ecco il principale beneficio che le banche tedesche (così come le francesi) hanno ottenuto dal modo in cui la crisi è stata “gestita”:  il tempo. Il tempo di tirarsi fuori, leccarsi le ferite e di scaricare i propri attivi deteriorati nelle mani del settore pubblico, sia a livello nazionale sia continentale.

La prima indicazione che il peggio era ormai passato, è probabilmente stata il fatto che la Deutsche Bank non ha partecipato alla seconda operazione LTRO del febbraio 2012. Nel secondo trimestre del 2012, cioè il trimestre precedente all’annuncio di Draghi del programma OMT, i crediti delle banche tedesche nei confronti dei debitori spagnoli e italiani hanno toccato il minimo, e la tendenza al ribasso per quanto riguarda i crediti nei confronti dei mutuatari irlandesi è rallentata. Le banche tedesche hanno anche ottenuto tempo per l’attuazione dell’Unione bancaria e le sue diverse componenti. Qualunque siano i problemi che possono avere ora le banche tedesche, la loro esposizione verso i paesi europei in difficoltà non è ormai un problema importante, e forse non è affatto un problema. Ed esse non hanno alcun bisogno di fare prestiti a queste economie problematiche: hanno da alimentare un mercato immobiliare interno in pieno boom.

Il tempo di cui hanno goduto le banche tedesche per ridurre la loro esposizione al debito della periferia è stato ottenuto dal governo tedesco (in particolare dal Ministero delle Finanze tedesco), dalla Bundesbank e dalla BCE (soprattutto durante il mandato di Trichet). Incolpando “l’esplosione incontrollata della spesa” dei governi greco, spagnolo, irlandese e italiano, essi si sono rifiutati di riconoscere qualsiasi possibilità di ristrutturazione del debito. L’EFSF è stato implementato quando la Grecia era già in bancarotta, e l’aumento dei tassi di interesse (mentre gli investitori fuggivano dal paese) è stato utilizzato come una minaccia, al fine di forzare i governi ad attuare politiche di austerità. Lo sappiamo tutti. Conosciamo tutti la riluttanza della BCE ad agire come prestatore di ultima istanza, e quando poi hanno infine deciso che bisognava comprare un qualche debito, lo hanno fatto male. Confrontate quei risultati con l’annuncio dell’OMT: la BCE è riuscita ad abbassare i tassi di interesse senza necessità di acquistare effettivamente alcuna obbligazione.

Anche il default greco è rivelatore. Inizialmente esso fu chiaramente respinto; più tardi si decise che il debito pubblico greco nelle mani del settore privato doveva essere tagliato del 21%, successivamente il taglio passò al 50%, e alla fine si arrivò intorno al 70% del Valore Attuale Netto. Queste modifiche sono avvenute nell’arco di mesi.

La Bundesbank è stata la principale oppositrice a qualsiasi misura che potesse ragionevolmente aiutare (in un modo o nell’altro) i governi in difficoltà. In tutta onestà, essa neppure voleva questi paesi nell’eurozona fin dall’inizio. La Bundesbank si è opposta all’OMT, l’acquisto del debito pubblico, o perché esso era (nella sua interpretazione) esplicitamente vietato dal trattato di Maastricht, oppure perché ne violava “lo spirito”. Essa ha rifiutato l’idea che l’ESM potesse prestare direttamente alle banche (invece di prestare ai governi); sta rifiutando (o cerca di limitare) la supervisione delle banche tedesche da parte della BCE, e sta rifiutando qualsiasi possibilità di un fondo di redenzione a livello europeo, nel caso in cui servano soldi nella messa in liquidazione delle banche, senza gravare sui governi nazionali. Ha rigettato di concedere una licenza bancaria all’ESM. Questa posizione mira a preservare il vantaggio delle banche tedesche nei confronti delle concorrenti della zona euro, che sono paralizzate non solo per il cattivo stato delle finanze dei loro mutuatari ma anche, in periferia, dall’interazione con le finanze del settore pubblico, sia come debitrici, sia come possibili soccorritori.

Il governo tedesco, a sua volta, tiene più o meno la stessa linea della Bundesbank. Dopo tutto, a causa di questa crisi, il tasso di interesse che paga sul proprio debito è al minimo storico, il che gli consente un risparmio di circa 10 miliardi di euro. Le piccole e medie aziende tedesche, che sono al cuore del successo economico tedesco e un’importante fonte di voti per la CDU, pagano tassi di interesse inferiori quasi del 2% rispetto a quello che pagano le equivalenti, e altrettanto competitive, PMI italiane, per esempio. La Germania sta diventando la principale destinazione per i migranti giovani e preparati che vogliono fuggire dalla situazione cupa e disperata dei loro paesi. Il governo tedesco sta esplicitamente incoraggiando questa tendenza, peggiorando ulteriormente le prospettive di lungo termine delle economie che la subiscono. In un certo senso, è piuttosto difficile non arrivare alla conclusione che la Germania stia “rubando popolazione” alla periferia.

Ma ci son state un paio di circostanze in cui il punto di vista della Bundesbank e quello del governo tedesco si sono discostati. Abbastanza stranamente, in quegli episodi è sembrato che il Ministero delle Finanze fosse più d’accordo con la Bundesbank che con il Cancelliere. Uno di questi episodi è la controversia già citata, descritta nell’articolo di Der Spiegel, riguardante l’ammissione o esclusione dell’Italia dall’euro. L’altro evento importante è stato il voto nel Consiglio Direttivo della BCE relativo alla realizzazione del programma OMT.

Tale proposta fu accolta con un risultato di 23 voti a favore e 1 contrario. E i rappresentanti tedeschi sono 2. Joerg Asmussen, membro del comitato esecutivo, votò a favore dell’OMT, mentre Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, votò contro. Ciò evidenzia, a mio avviso, che quando arriva il momento critico Angela Merkel è disposta (molto più di Schauble) a fare il minimo sforzo indispensabile per tenere in piedi l’eurozona.

La Bundesbank non ha intenzione di farlo. Non ne ha intenzione, perché le grandi banche tedesche non hanno più bisogno dell’eurozona. Non solo disapprovano le misure sul tavolo per regolamentarle, legate all’unione bancaria (anche se il governo tedesco sta combattendo con le unghie e con i denti per difenderle); non solo perché devono concentrarsi sul curarsi le ferite derivanti da altri casini (come la loro esposizione verso i derivati e le relative azioni legali negli Stati Uniti) e rafforzare i loro coefficienti patrimoniali: ma anche perché se, per esempio, la Grecia dovesse uscire dall’euro, potrebbero esserci nuove opportunità di acquisto di attività a un prezzo ancora più basso per realizzare enormi plusvalenze. In qualunque modo vada, loro vincono e la periferia perde.

Non discuterò dei benefici per i paesi periferici a lasciare l’eurozona, come le grandi banche tedesche (e la Bundesbank) vorrebbero. A mio avviso, questi vantaggi esistono e sono veri e concreti. Ma anche se le banche sono d’accordo su questo, i paesi periferici farebbero meglio a non aspettarsi alcun sostegno da parte delle banche tedesche. Esse non si opporranno ad ulteriori pacchetti di austerità, ma si opporranno a qualsiasi misura favorevole ai periferici. Le misure che risolverebbero la crisi dell’Eurozona mantenendo tutti a bordo, sono relativamente più facili da implementare, da un punto di vista strettamente economico, rispetto all’intero set di misure necessarie perché i paesi periferici lascino ordinatamente e con successo l’eurozona, diventando  stati indipendenti. Tuttavia, la volontà politica di curare la crisi a Bruxelles (e a Berlino, e a Francoforte) è inesistente, e i punti di vista spaziano dal desiderio di continuare ad affamare i paesi in difficoltà  al completo disinteresse per il loro destino.


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