Intellettuali organici

Brecht diceva che uno spettacolo teatrale può essere utile, inutile o dannoso. La cosiddetta sinistra italiana, quell’accozzaglia melmosa che comprende i Partito Deficiente e tutti i suoi satelliti è ormai sulla soglia fra le due ultime tipologie. E i suoi intellettuali costruiscono la rete di giustificazoni a cui i pastori e il gregge si arrampicano.
Buona lettura. Il pezzo ce segue lo condivo alla virgola
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Ci siamo. Pressati dall’attualità e dalle contingenze, molti degli osannati e sempre troppo sovrastimati “intellettuali” italiani sono costretti ad uscire allo scoperto e a confessare in modo schietto e diretto come la pensano su certi temi delicati e oltremodo cruciali della politica interna e internazionale. Eugenio Scalfari e Massimo Cacciari sono senza dubbio i campioni della “real politik” nostrana, quella secondo cui con la caduta del muro di Berlino e la fine delle ideologie, bisogna guardare con un certo disincanto la storia e adattarsi con concreto pragmatismo al corso degli eventi. Il loro assunto più propagandato a furor di popolo è il seguente: “siccome c’è la globalizzazione, e la competizione economica avviene su scala globale, non si può più competere rimanendo piccoli stati sovrani isolati, ma bisogna unire le forze creando federazioni e confederazioni di stati, come sta avvenendo oggi in Europa”. Tradotto in termini più semplici il loro famigerato sillogismo suona così: “siccome c’è la Cina, bisogna creare per forza di cose gli Stati Uniti d’Europa, in caso contrario saremo spacciati e verremo travolti dalla marea gialla!”. Inutile ricordare che qualcuno (per la precisione Claudio Borghi Aquilini) ha già smontato questa tesi bizzarra con straordinaria capacità di sintesi e immaginazione: l’economia non è mai stato un gioco di tiro alla fune in cui più siamo e meglio è, ma è una complicata questione di organizzazione, efficienza, sinergia, competenza, conoscenza, ripartizione, distribuzione, in cui vince chi riesce ad utilizzare meglio le proprie risorse umane e materiali. Belle parole, ma del tutto inefficaci nel nostro caso, perché Cacciari e Scalfari hanno sempre ragione.
 Infatti, nonostante la tesi quantitativa sia la più nota del duo delle meraviglie, Cacciari e Scalfari sono anche i mostri della tuttologia italiota, quelli del “so tutto io”, quelli dell’opposizione bieca a qualsiasi tipo di contraddittorio che non confermi ed esalti le loro conclusioni: si va dalla filosofia, alla storia, fino alla letteratura, all’economia, alla gastronomia, al taglio e cucito. Qualsiasi sia la materia del contendere, quando arriva la sentenza di uno dei due saggi barbuti, bisogna ascoltare in religioso silenzio e accettare senza battere ciglio le loro illuminanti dissertazioni. Puoi anche sforzarti di sottoporre al duo quintali di studi e documenti vergati di proprio pugno da premi Nobel ed economisti di caratura internazionale, che spiegano in modo accessibile a tutti come le unioni monetarie, politiche e commerciali tra stati diversi funzionino solo quando sussistono delle particolari condizioni al contorno, ma questo impegno si dimostrerà presto del tutto vano e infruttuoso: di fronte all’infinita saccenteria del duo, anche le vette più alte del sapere umano si sciolgono come neve al sole. Per intenderci, se in giornata di grazia, Cacciari e Scalfari sarebbero pure capaci di stravolgere il relativismo di Einstein o la teoria quantistica di Planck. Figurarsi, quindi, se in un dibattito serrato non sfiderebbero sfrontatamente gli impegnativi studi e le ricerche sul campo di umilissimi premi Nobel dell’economia.
 Ma in effetti è bene sottolineare che la fama di questi due personaggi da commedia dell’arte italiana ha potuto prosperare e ingigantirsi all’interno di un particolare contesto sociale e politico: il PD, il partito più curioso e singolare della storia dell’uomo. L’unica aggregazione di individui che si dichiarano ostinatamente di “sinistra”, ma che da più di trenta anni perseguono e applicano solo politiche di “destra” ultraliberiste e ultraconservatrici. Soltanto i “piddini” potevano elevare a loro modelli ed icone delle statue di cera, dei colossi d’argilla, dei vitelli dai piedi di balsa come Scalfari e Cacciari. In ogni altro ambito culturale, questi due megafoni del vuoto pneumatico sarebbero stati cacciati fuori a pedate. Ma nel PD tutto può succedere e nulla è impossibile: in un partito in cui vengono messi sullo stesso piano Matteo Renzi (il concorrente della “Ruota della Fortuna”) e Antonio Gramsci, Margaret Thatcher e Karl Marx, Von Hayek e Keynes, delle sagome abituate da anni a fare equilibrismi e salti mortali da circensi come Scalfari e Cacciari non potevano che trovare entusiastica accoglienza.
 Nel PD esistono infatti due correnti prevalenti: quella dei “comunisti” della base che non hanno mai letto un libro in vita loro e votano PD sulla fiducia credendo (o meglio illudendosi) che sia un partito di diretta emanazione della gloriosa sinistra operaia, e quella dei “radical chic” dei salotti che leggono soltanto Benni e Ammaniti perché scrittori alla moda e tanto politicamente corretti e non hanno mai capito un accidenti di nulla di politica e di economia, reputandole discipline aride e specialistiche da riservare soltanto ad esperti qualificati. In un taleagglomerato sociale di imbecillità e ignoranza, condito da fanatismo e orgoglio di appartenenza, tenuto insieme negli ultimi decenni solo grazie all’anti-berlusconismo viscerale, due fini dicitori dal lessico forbito come Scalfari e Cacciari non potevano che inserirsi come due lame nel burro. Nessun piddino oserebbe mai contraddire una qualunque tesi del duo, o perché non ha i mezzi culturali per farlo o perché pur avendo un discreto bagaglio culturale, la sua visione del mondo è stata ormai stravolta e manipolata da anni di lettura degli editoriali e delle inesattezze giornalistiche di “Repubblica” (i libri di Cacciari invece servono solo da arredamento, e nessun piddino è andato mai oltre l’introduzione). Nonostante lo stesso Scalfari abbia a più riprese confessato di non essere mai stato un “comunista” e di sentirsi molto più legato alla tradizione liberale italiana, nessun piddino avrebbe mai il coraggio di ammettere a se stesso che il verecondo ottuagenario non sia un “uomo di sinistra”. Sarebbe la fine di un mito, di un sogno che per decenni ha consentito a milioni di elettori traditi e beffati di ingoiare i più amari rospi della storia italiana. La distruzione endemica dello stato sociale italianosotto gli occhi attoniti di coloro che più avevano lottato e beneficiato delle sue garanzie è potuta avvenire solo perché sponsorizzata da esperti della truffa e del raggiro come Scalfari e Cacciari. Al suono di guerra di “ce lo chiede l’Europa”, “più Europa”, “il sogno degli Stati Uniti d’Europa”, “solo così possiamo competere con la Cina”, “c’è la globalizzazione” e via dicendo.
Tuttavia, ora che il sogno europeo sta cominciando a dissolversi sotto i colpi del giudizio della storia e della dura realtà, anche per due acrobati della dialettica come Scalfari e Cacciari la vita comincia a farsi più difficile ed è arrivato il momento di alzare il tiro delle loro provocazioni. Durante la festa organizzata da “Repubblica”, la “Repubblica delle idee” (vi consiglio di vedere il video integralmente, perchè si tratta di una vera chicca di idiozia), sono rimasto allibito dalla disinvoltura con cui i due venerabili del PD, in un’orgia di boria e autoreferenzialità, abbiano potuto rivelare delle convinzioni piuttosto indigeste e raccapriccianti, che solo una platea assolutamente distratta e sonnolenta come quella dei piddini poteva lasciar passare senza la minima obiezione o mugugno. Una in particolare ha colpito la mia attenzione: la democrazia funziona solo quando è oligarchica, ovvero condotta e guidata da un gruppo ristretto di persone, possibilmente molto, ma molto ricche. Con tanto di esempi della Grecia di Pericle, della Roma dei patrizi, e della Venezia dei dogi. Per carità, a livello storiografico la conclusione non fa una piega (anche se, ad onor del vero, bisogna dire che è esistita pure la Grecia di Efialte e la Roma di Tiberio Gracco, ostici avversari dei ricchi, dei plutocrati e degli oligarchi, non a caso morti entrambi assassinati), ma per essere davvero obiettivi bisognava quantomeno ammettere che dal Rinascimento ad oggi, la storia della democrazia ha fatto passi da gigante, con l’eliminazione dei vincoli patrimoniali alla partecipazione politica, la conquista del suffragio universale, la nascita delle moderne repubbliche costituzionali parlamentari. Insomma da Pericle a Vito Crimi, ne è passata di acqua sotto i ponti, e semplificare così la faccenda mi sembra un esercizio di retorica un po’ frivolo e inconsistente.
 Ma a questo punto bisogna chiarire anche il contesto in cui è scaturita questa summa di pragmatismo politico: si parlava del vuoto di democrazia che esiste in Europa, a causa del processo incompleto di creazione degli Stati Uniti d’Europa, che si è fermato praticamente all’introduzione della moneta unica senza dare vita ad un governo centrale federale come è accaduto negli Stati Uniti d’America. La causa principale di questa anomalia è dovuta alle differenze linguistiche, culturali, storiche che esistono tra i diversi stati europei, che necessitavano quindi di una struttura del tutto nuova di governo, come l’oligarchia tecnocratica degli Olli Rehn, Van Rompuy, Barroso, che pur non essendo mai stati democraticamente elettiricoprono oggi i principali posti di potere dell’Unione Europea. Di necessità insomma si è dovuta fare virtù, e visto che in passato la democrazia oligarchica ha funzionato abbastanza bene, dobbiamo avere fiducia e continuare nel nostro processo di integrazione guidato dall’alto. Rivendicare un’anacronistica appartenenza al territorio e alla propria nazione è del tutto fuorviante, visto che oggi esiste solo un’appartenenza di diritto, ovvero le persone si riconoscono cittadini di un certo stato o federazione di stati solo quando rispettano le stesse leggi. Bene, applauso del pubblico e tutti a casa felici e contenti.
 Con tutto il rispetto per Cacciari e Scalfari, facciamo ora però alcune precisazioni, creando un ideale contradditorio che non c’è mai stato ai due retori della sinistra annacquata dei giorni nostri. Il fatto che esistano delle notevoli differenze linguistiche, politiche, istituzionali, culturali tra i vari stati membri europei doveva essere una pregiudiziale da non sottovalutare durante il processo di integrazione, che doveva agire come elemento frenante di prudenza e non come acceleratore turbolento di un disastro annunciato. La circostanza che molti politologi, nonché svariati economisti, avessero avversato l’introduzione di una moneta unica in Europa perché non esistevano a priori quegli elementi automatici di aggiustamento, quali la flessibilità dei prezzi e dei salari, la mobilità dei lavoratori, la convergenza dei tassi di inflazione, i trasferimenti pubblici e privati di reddito, l’omogeneizzazione fiscale, sindacale, scolastica, le barriere linguistiche e culturali, avrebbe dovuto essere un deterrente e non un catalizzatore del processo. Fare per forza qualcosa che è impossibile e sconveniente fare non giustifica l’adozione di prassi anomale, ma ne rende quantomeno sospetta e sindacabile l’impostazione di massima. Se gettandomi da una rupe so con certezza che mi schianterò al suolo, non sono meno stupido se mi getto di testa, di piedi, di lato, con doppia giravolta carpiata. Sono stupido e basta. L’evidenza empirica che ha mostrato a conti fatti quanti squilibri e asimmetrie macroeconomiche si siano create in Europa a causa dell’euro, è una dimostrazione palese della giustezza delle tesi di coloro che avevano bocciato il progetto fin dall’inizio e non una giustificazione a posteriori dell’eccezionalità con cui si continua a condurre l’intera operazione.
Andiamo avanti. Cacciari dice che gli europei ormai si riconoscono tali perché rispettano le stesse leggi. Di grazia, potrebbe spiegarci il filosofo Cacciari quali siano queste fantomatiche leggi (a parte i cervellotici standard qualitativi sul diametro dei piselli o la curvatura delle banane) che gli europei rispetterebbero alla stessa maniera? Paesi come Germania, Italia, Francia, Spagna hanno costituzioni diversecodici penali e civili diversi,amministrazioni pubbliche diversesistemi pensionistici e contrattuali diversileggi bancarie diverse ed era proprio questo uno dei maggiori limiti che ostacolavano il processo di integrazione. Però con un po’ di malizia, possiamo intuire a quale unica legge si riferisca Cacciari: la legge del mercato. Attraverso i trattati europei, il libero mercato e la moneta unica, tutti gli europei sono stati resi uguali di fronte alle leggi del mercato, che ne hanno decretato a forza di spreads e continuo stato di emergenza, il livello di reddito, la quota di redistribuzione, i diritti sindacali, la flessibilità in uscita, le decurtazioni previdenziali e assistenziali, imovimenti migratori, contravvenendo esplicitamente ai principi costituzionali che in teoria avrebbero dovuto costituire un argine a questa deriva mercantilista. Descrivendo il processo di globalizzazione come storicamente ineluttabile, Cacciari presenta l’euro e l’unione monetaria come l’unico espediente per contrastare l’ascesa dei paesi emergenti, dimenticando però che non esiste un unico modo di globalizzare l’economia, ma infiniti (e la stessa storia umana ce ne offre diversi esempi) e questo particolare tipo di globalizzazione è stato proprio voluto dagli oligarchi, al fine di minimizzare i salari e massimizzare i profitti e le rendite. L’euro quindi non è una cura o una necessità storica, ma è la conseguenza di un processo politico fortemente voluto dagli stessi oligarchi che Cacciari vuole adesso al governo delle vetuste e antiquate democrazie parlamentari, ridotte ormai a futili assemblee consultive o passivi organi di ratifica di decisioni prese sempre altrove.
 Fra l’altro, numeri alla mano, ribadiamo che a causa dei ben noti squilibri e dissidi interni, l’euro non ha rafforzato la competitività dei singoli stati e dell’unione in quanto tale, ma ne ha indebolito la capacità produttiva e la propensione al consumo e agli investimenti di lungo termine, portando a compimento il disegno perseguito dagli oligarchi: la globalizzazione sfrenata senza regole che punta al ribasso dei salari, all’espansione delle esportazioni, alla maggiore redditività degli investimenti esteri speculativi e alla concentrazione della ricchezza in poche mani e non quella regolata e governata democraticamente che tende alla crescita uniforme e sostenibile dei diritti e del benessere in tutto il mondo. Gli ultimi dati sulla distribuzione della ricchezza (vedi grafico sotto) confermano inequivocabilmente che questo tipo di globalizzazione ha provocato alcuni effetti distorsivi mai avvenuti prima nella storia: meno dell’1% della popolazione possiede il 41% della ricchezza mondiale. Questo risultato secondo Cacciari è un processo storico ineluttabile o un evidente indirizzo politico? E’ chiaro che poi, essendo i veri artefici del progetto, gli oligarchi si propongano al pubblico, in forza anche delle loro smisurate risorse finanziarie e mediatiche, come gli unici capaci di gestirlo e governarlo, sempre a loro uso e consumo. La prospettiva quindi è completamente ribaltata: l’eurocrazia non è un’anomalia necessaria a contrastare una trasformazione storica irreversibile ed immutabile, ma è uno dei tanti aspetti dell’anomalo e provvisorio processo di globalizzazione, che è stato sempre guidato dall’alto e non ha mai ricevuto legittimazione democratica dal basso. Tanto è vero che sia la globalizzazione che l’eurocrazia sono stati sempre bocciati dai popoli vessati e sfruttati in tutte le occasioni in cui questi ultimi hanno avuto la possibilità di farlo.
 Ora, il tentativo di Cacciari di giustificare a posteriori l’oligarchia tecnocratica, come miglior modo di governo delle moderne democrazie, si scontra non solo con i dati puramente economici che sono tutti contro il progetto, ma anche con semplici fattori di gradimento, difficilmente contestabili dal punto di vista statistico e quantitativo. Se la democrazia oligarchica funzionasse così bene e si dimostrasse così efficace ed equa (?!) nella distribuzione delle ricchezze, perché mai esisterebbe tutta questa avversione da parte dei popoli? Come mai Olli Rehn non è così acclamato come lo era Pericle nell’agora? Come mai Van Rompuy non è così amato come Solone? Come mai Barroso non gode della stessa fama di Pisistrato? Le ragioni potrebbero essere molteplici e noi ne isoliamo solo due: o la democrazia oligarchica non funziona più bene come un tempo perché la storia è cambiata oppure Rehn, Van Rompuy, Barroso, sono degli inetti incapaci buoni solo a riscaldare poltrone e ad avallare direttive commerciali provenienti da una miriade di gruppi di pressione e di potere privati. E la notizia brutta per noi è che queste due conclusioni sono vere entrambe. Gli oligarchi di un tempo sapevano che dovevano lavorare bene e soddisfare le richieste dei rispettivi popoli, perché dal loro benessere e consenso, attraverso i tumultuosi dibattiti dell’agorà, della bulè, dei tribuni della plebe, dipendeva gran parte del loro potere. Gli oligarchi di oggi invece non devono rendere conto e ragione del loro operato a nessuno (a parte i “mercati”), sia perché non sono eletti democraticamente ma nominati unilateralmente (dai “mercati”), sia perché hanno ormai distrutto ed esautorato la capacità di filtro e mediazione dei vari parlamenti europei e nazionali. Il potere degli oligarchi di oggi è smisurato come quello dei monarchi del passato e, con buona pace di Cacciari, ha davvero poche similitudini con ciò che accadeva nelle antiche forme democratiche di governo.
Questo discorso non vuole essere sicuramente una spassionata adesione verso i modelli di democrazia diretta, che possono funzionare bene in piccole realtà locali, che vanno dai quartieri ai comuni fino ai singoli cantoni svizzeri, ma mostrano i loro limiti quando si tratta di governare e gestire paesi complessi di grandi dimensioni. In questo caso l’unica soluzione valida, per evitare la paralisi e il caos, rimane sempre la democrazia partecipativa, che richiede la faticosa formazione di classi dirigenti politiche competenti e responsabili che definiscono i programmi e le strategie di politica economica di lungo periodo, tramite un continuo confronto con i dati reali e un fecondo dialogo con la propria base elettorale. Le classi dirigenti e i quadri intermedi si devono fare carico di trovare di volta in volta le migliori soluzioni per garantire i principi costituzionali su cui si forgia l’identità e l’appartenenza di un popolo, dall’equità alla giustizia sociale fino alla libertà di impresa e di opinione. Cavalcare l’onda della democrazia oligarchica, come fanno i cosiddetti “intellettuali di sinistra” sulla scia di uno scellerato pragmatismo utilitarista tipico degli “intellettuali di destra” e dei conservatori, significa invece svilire i principi costituzionali molto concreti in favore di astratte leggi di mercato, che poi hanno sempre l’obiettivo di avvantaggiare ancora di più gli oligarchi e di espandere a dismisura le disuguaglianze. Questo gli oligarchi lo sanno bene e per questo motivo allevano con cura e coccolano lautamente i propri intellettuali e propagandisti di regime prezzolati (filosofi, professori, economisti di università private, politici, giornalisti). Senza la loro indefessa opera di manipolazione e mistificazione, difficilmente gli oligarchi potrebbero continuare a governare, controllare e reprimere le richieste di democrazia e partecipazione che arrivano dal basso.
Un’ultima considerazione che serve a smontare un ennesimo ragionamento davvero pretestuoso e goffo del buon Cacciari (buono si fa per dire, perché come si dice spesso dalle mie parti: se fosse fatto di pane, mi guarderei bene dal mangiarlo). Secondo Cacciari, noi europei dovremmo ritenerci fortunati perché siamo arrivati a questaforma ibrida ed anomala di governo (un qualcosa che è a metà fra una federazione e una confederazione di stati, ma in fondo è solo l’euro e la BCE), senza passare per guerre e spargimenti di sangue come è accaduto negli Stati Uniti con la guerra di secessione. Ora, la guerra civile americana sappiamo che aveva delle ragioni politiche e sociali molto complesse, che avevano spaccato praticamente in due gli interessi e le rivendicazioni popolari: un processo sicuramente guidato dall’alto, ma che aveva profonde radici di partecipazione umana e emotiva anche dal basso, fra chi parteggiava per le istanze separatiste e chi per quelle unitarie. In queste condizioni di accesa dialettica interna, non era difficile convincere un giovane ragazzo ad indossare una divisa e imbracciare un fucile per inseguire un sogno di libertà, pace, prosperità, unità nazionale, come dall’altra parte dell’Oceano, stava già accadendo quasi contemporaneamente in Europa con i moti risorgimentali.
Il processo di integrazione europea è stato invece solamente pilotato e imposto dall’alto e nessun cittadino, men che meno oggi, si sognerebbe mai di combattere e rischiare la propria vita (a parte i militari di professione e i mercenari che sono pagati per farlo) per difendere l’Unione Europea e l’eurozona in particolare. Per che cosa dovrebbero combattere? Per un pezzo di metallo chiamato euro? Per difendere il palazzo di vetro di Francoforte? Per garantire ai propri figli una prosperità e un futuro che proprio l’euro ha contribuito a tagliare? Ma siamo sinceri, nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe mai combattuto e combatterebbe oggi per difendere la moneta unica, perché quest’ultima non è il frutto spontaneo di un acceso dibattito partito dal basso, ma ilprodotto artificiale di un progetto preconfezionato fortemente voluto dall’alto, che è stato fatto passare e digerire ai popoli europei con una campagna mediatica che ha del demenziale. Anzi, è molto più probabile che i popoli europei si coalizzino, come peraltro stanno già facendo in modo disorganizzato e scoordinato, contro gli oligarchi per la ragione opposta: per distruggere questo tipo di progetto unitario, a causa di tutte le differenze, gli squilibri, le miserie e le umiliazioni che ha già generato.
Fra l’altro, gli americani avevano il vantaggio di parlare la stessa lingua e di essere nati dallo stesso processo storico e culturale che portò alla dichiarazione di indipendenza dalle monarchie europee, mentre gli stati europei come già sappiamo e abbiamo ripetuto tante volte nascono da storie, tradizioni ed esperienze culturali totalmente diverse, che hanno condotto alla fine alla definizione e alla nascita degli odierni stati nazionali. In che lingua avrebbero dovuto parlare i soldati alleati di questa ipotetica guerra di annessione europea paventata da Cacciari? Quale cultura dominante avrebbe dovuto assumersi l’onere di combattere questa guerra? Ma se è lo stesso Cacciari a dire che ogni progetto unitario europeo tentato in passato, da Roma a Carlo Magno fino a Napoleone e Hitler, è stato fallimentare, perché mai avrebbe dovuto avere successo il subdolo disegno oligarchico portato avanti soltanto per ragioni commerciali e con il vessillo di una moneta unica? Come può pretendere Draghi di riuscire oggi con i suoi miserabili spiccioli da un euro dove non sono riusciti in passato le gloriose aquile delle insegne romane? Si tratta veramente di argomentazioni talmente fragili da rasentare il ridicolo, perché se è inconfutabile che l’Europa è sempre stata un’entità geografica e culturale a se stante nell’immaginario collettivo, è altrettanto vero che non è mai stata un’esigenza politica e una necessità storica sentita dai popoli europei.
E paradossalmente nemmeno la classe degli oligarchi e dei plutocrati vuole questa tanto agognata (a parole) unione politica e fiscale, perché ciò comporterebbe una perdita dei lucrosi profitti e delle rendite di posizione ottenuti solo grazie alle disfunzioni finanziarie create dall’euro (ricordiamo che quando i mercati sono stabili, omogenei e poco volatili, gli speculatori guadagnano poco o nulla). Agli oligarchi interessa solo l’euro e la sua permanenza a qualunque costo sociale, mentre tutto il resto sono chiacchiere da bar buone soltanto per tenere a bada una certa parte dell’elettorato di sinistra e illuderlo con sogni e fantasie che hanno poca attinenza con l’attuale corso della storia. A dispetto delle paure e delle fobie dei piddini, la pace tra i popoli europei continentali (un discorso a parte meriterebbero invece i paesi balcanici), prima dell’introduzione dell’euro, era ormai una condizione conclamata e duratura, mentre oggi, proprio a causa dell’euro, cominciano a riemergere antichi dissapori e conflitti tra i paesi che hanno guadagnato e paesi che hanno perso con la moneta unica.
Il sogno europeo di Altiero Spinelli, di cui spesso si parla fuori luogo e a sproposito, non aveva nulla a che vedere con una insignificante unione monetaria che annulla gli aggiustamenti valutari delle bilance dei pagamenti e il rischio di cambio degli speculatori. Inoltre se Spinelli ha sognato un’unione politica e federale europea nel momento più sanguinoso e tragico della seconda guerra mondiale, quando tutti i paesi europei erano dilaniati dalla violenza e dall’odio, ciò non significa che questo sogno di pace e fratellanza universale, concretamente irrealizzabile, avesse mantenuto la stessa consistenza e importanza a guerra conclusa. Ma poi cosa volete che sogni un povero esiliato di guerra per ragioni politiche se non il Manifesto di Ventotene? Un uomo sogna la pace quando è in guerra, mentre quando è in pace dovrebbe utilizzare tutti gli accorgimenti politici, diplomatici e culturali per preservala nel tempo. E l’euro non è sicuramente fra questi strumenti, visto che esaspera le differenze e esacerba certi atavici dissidi tra i popoli. E siccome già sappiamo che nessuno stato europeo egemone vuole oggi l’unione politica e fiscale, perché ciò comporterebbe un permanente trasferimento di ricchezza dagli stati più ricchi a quelli più poveri, come è avvenuto negli Stati Uniti, in Italia e in Germania dopo l’unificazione, cosa facciamo? Gli puntiamo un fucile in testa perché i piddini hanno un sogno? Quante morti, suicidi, sofferenze, malversazioni dobbiamo sopportare perché una minoranza politica sgangherata e ormai allo sbando, fomentata da un’ancora più ristretta casta di oligarchi, ha un sogno strampalato da realizzare in questo mondo?
Concludo dicendo che forzature del ragionamento come quelle espresse da Cacciari e Scalfari, se possono avere cittadinanza in luoghi ovattati e impermeabili al libero pensiero, come può essere un covo di piddini, devono essere invece tenacemente contrastate e smontate in tutte le sedi opportune, per rivelarne in profondità la loro misera ed impalpabile infondatezza. Certi argomenti, come la democrazia oligarchica, non devono assolutamente passare, perché, come successo per tante altre cose sgradevoli, a lungo andare si finisce per abituarsi e reputarle normali (il metodo utilizzato dalla propaganda è abbastanza noto: si ripete ad oltranza una menzogna finchè non viene accettata da tutti come un’ovvia verità). Invece si tratta di assurdità senza capo né coda, perché rappresentano un antico retaggio del passato e un passo indietro nel cammino evolutivo della storia e  della civiltà. E bisogna stigmatizzare a dovere chiunque tiri in ballotesi così offensive ed oltraggiose nei confronti dei nostri principi democratici e costituzionali.
Se per nostra fortuna di uno dei due mistificatori presto ne sentiremo parlare soltanto nei necrologi (è sempre squallido augurarsi la morte di un uomo, ma nel caso di Scalfari la natura è nostra alleata), con l’altro dovremo purtroppo fare i conti ancora per qualche decennio e considerando che si tratta di un presunto ideologo che detta la linea sia agli avamposti che alle retrovie, dobbiamo imparare a fronteggiarlo senza alcun timore reverenziale. Iltuttologo buono per tutte le stagioni e per tutti i programmi televisivi, con i suoi virtuosismi da equilibrista, ormai è in evidente affanno e di fronte al corso inesorabile degli eventi, ha iniziato ad arrampicarsi sugli specchi. Pensate, della storica avanzata del Fronte Nazionale di Marine Le Pen in Francia, Scalfari e Cacciari hanno colto soltanto la ferma condanna di Hollande contro tutti i nazionalismi e i fascismi. Quindi, un partito dichiaratamente anti-euro si prepara a governare il secondo paese più importante dell’unione, e tu cosa cogli? La tempestiva dichiarazione del tuo compare di cordata, senza fare un minimo accenno a tutti i malumori e i mal di pancia del popolo francese contro l’impostazione eurista, che hanno favorito l’ascesa del Fronte Nazionale. Come se queste persone in fondo non esistesseronon avessero diritto ad avere voce e ad essere rappresentatifossero cittadini di serie B, da oscurare e censurare in tutti i modi possibili. Perchè loro hanno sicuramente torto, mentre Cacciari, Scalfari, Letta, Monti, Hollande, Merkel, Draghi, Barroso, Van Rompuy, Olli Rehn hanno certamente ragione. Vi ricorda qualcosa questo modo di fare?
Ora, la Le Pen sarà pure un’estremista di destra (e così dicendo rischio anche di beccarmi una bella querela, visto che lei stessa ha minacciato di denunciare tutti coloro che etichettavano il suo partito in questa categoria), ma secondo voi è più fascista chi cerca di contrastare nel merito e nei fatti il pensiero unico dell’euro o chi è ormai assuefatto a questo pensiero e con le buone o con le cattive cerca di marginalizzare ed isolare tutte le opposizioni? Non sarebbe un modo di fare molto democratico, improntare ad armi pari un dibattito e sconfiggere l’avversario nel merito, invece di esorcizzare la sua avanzata tirando in ballo fantasmi e paure del passato? Perché mai nessun politico francese pro-euro si è mai preso la briga di intavolare un confronto televisivo a reti unificate con la Le Pen? Possibile che questi impavidi sognatori della moneta unica non abbiano argomenti validi per sostenere le loro nobili tesi, a parte le castronerie storiografiche e politiche bofonchiate da vecchi tromboni come Cacciari e Scalfari? Ragionate, ragionate gente, e un giorno non tanto lontano scoprirete forse che i tatuaggi con le svastiche stavano proprio sulle braccia e sulle spalle delle persone più insospettabili. Quelli sempre politicamente corretti. Quelli di “sinistra”.

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