La sinistra inesistente

Per Calvino era il Cavaliere ad essere inesistente. Per il nostro Paese è la sinistra Cavaliere-fobica, invece, che sta seguendo inesorabilmente le sorti della sua nemesi. La decadenza, il crollo, lo sfaldamento. Condannata com’è all’inesistenza. O forse, per dirlo meglio, all’inutilità.

La domanda infatti che mi faccio ormai da mesi è: a cosa serve questa sinistra? A cosa servono Letta, Renzi, Civati e i vecchi marmatroni alle loro spalle? E la risposta è: a nulla. Un tempo esisteva una voce dominante – quella del capitalismo euroamericano per semplificare – e dall’altra parte una voce alternativa – quella del socialismo reale. Oggi non è più così. Tutti conoscono i molteplici perché quindi non mi dilungo. Ma il risultato è curioso. La sinistra, un tempo anticapitalista, è diventata sostenitrice del liberismo più spinto e delle politiche economiche maggiormente tese all’allargamento della forbice fra ricchi e poveri. I Chicago Boys un tempo erano di destra oggi sono sia di destra che di sinistra. Dietro alla facciata keynesiana di Boccia e Fassina ci sono le ricette di Alesina e Giavazzi. L’ideologia comunista è stata miseramente sostituita dall’europeismo. Ovvero dalla dottrina che predica il massacro dei popoli del vecchio continente per la salvaguardia dei diritti, quelli sì inviolabili, di banche d’investimenti, grandi gruppi industriali transnazionali e potenti burocrazie tecnocratiche.

Cosa succede quindi ai legittimi interessi delle moltitudini che i fantocci del PD-Sel-pseudo sinistre non rappresentano più?

L’esempio più rappresentativo è quello della sacrosanta opposizione all’integralismo europeista, alla fedeltà ai dettami della Troika, all’idiota ossessione per l’euro, alla svendita di goni residuo della sovranità.

A chi legge il compito di trarre le dovute conclusioni:

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“Lo scontro che si sta consumando nel PDL è qualcosa che va al di là della folkloristica divisione tra falchi e colombe o della più seria divisione tra lealisti, pontieri e governisti. Nella totale inconsapevolezza dei più, in ballo c’è il lucido e legittimo tentativo da parte di Alfano, Lupi, Quagliariello e altri, di portare il maggior partito del centro destra italiano all’interno del club di élite ed establishment di cui già fanno parte Monti, Letta, Prodi, Casini, D’Alema ed i soggetti politici loro collegati.

Il loro obiettivo è quello di legittimarsi all’interno di quei salotti e di quei contesti nazionali ed internazionali dove c’è il vero potere e nei quali nessun partito del Cdx italiano é mai entrato. Questo passaggio, comprensibile nella visione di una politica che è principalmente crescita personale dei suoi protagonisti, significa blindare i confini dell’azione di quel partito, che si chiami Pdl o Fi è indifferente, in accordo con i confini di un “politicamente corretto” individuato da altri, accettare che il loro movimento entri in una sorta di recinto di “legittimità burocratico istituzionale” e di contestuale sudditanza politica. Si accettano acriticamente i paletti definiti a livello europeo e ci si confronta con un altro schieramento che ha accettato le stesse regole e lo stesso terreno di confronto.

Ci si avvia, cioè, su una strada nella quale le differenze tra cdx e cds sono marginali perché la base comune politica è definita altrove, in altre sedi, in altri contesti, senza le problematiche che comportano i sistemi democratici. Non si può mettere in discussione “questa” Europa, non si può mettere in discussione “questa” moneta così costruita, non si possono ridefinire parametri fissati burocraticamente anche se uccidono un paese reale ed un popolo in carne ed ossa, si accetta la sudditanza della politica rispetto al sistema di finanza, burocrazia e banche attualmente alla guida di questo continente e del mondo.

Si accetta il passaggio, indolore e certamente più sicuro e redditizio per chi lo porterà avanti, di partiti che aderiscono ad un “sistema” predefinito nel quale la vittoria dei uno schieramento o di un altro poco cambia sul piano delle grandi scelte future. Si accetta un ruolo marginale della politica, un ruolo marginale dell’Italia, una lenta decadenza del suo modello produttivo fatto da milioni di piccoli imprenditori, si sottoscrive un patto con il diavolo che congela le possibilità di rappresentanza reale di interessi diffusi dei cittadini italiani per intraprendere la strada di un pensiero unico nel quale è consentito dividersi solo sugli aggettivi. I lati positivi di questo percorso sono molti, moltissimi, ma quasi esclusivamente individuali e non del paese e del popolo.

Il PDL berlusconiano era fuori da questo sistema. Lo era forse proprio in virtù del grandissimo conflitto di interesse del suo leader, perché la sua forza finanziaria e mediatica, privata, personale lo rendeva insensibile ed indifferente alle lusinghe ed offerte di quel sistema. E quel sistema lo ha sempre guardato con sospetto e diffidenza perché non era “comprabile” con sistemi tradizionali, non per superiorità morale, per ricchezza. L’unica sua necessità era garantire il suo “particolare” ma questo lo rendeva più libero su tutti gli altri fronti, più libero di ogni suo altro concorrente politico che doveva aggiustarsi difendendo una pluralità di interessi di altri poteri. Questa libertà, pur nascendo da una contraddizione democratica, lo rendeva capace di interpretare meglio di altri, con totale libertà e con scientifico cinismo, il sentimento popolare di una parte del paese. La sua forza in questi anni è infatti stata la diversa possibilità di espressione e linea che poteva permettersi rispetto ad altri schieramenti obbligati ad accettare compromessi continui con poteri reali esigenti e molto più forti della politica e delle Istituzioni democratiche. Allo stesso modo gli concedeva una disinvoltura realistica e pragmatica nei rapporti internazionali, dalla Libia alla Russia, che non poteva essere concessa all’Italia. Proprio per questo motivo, la riconduzione del Pdl nell’alveo della “linea giusta”, il passaggio politico dell’altro giorno, questo governo Alfetta o Lettano,  è stato benedetto in modo bipartisan, da Schulz in nome dei socialdemocratici e dalla Merkel in nome dei popolari, avvallato da un messaggio di parte del Presidente della Repubblica, unico nella storia repubblicana, di Squinzi, e di tutti quelli che in un modo o nell’altro devono la loro sopravvivenza o il loro futuro al sistema bancario/finanziario/burocratico attualmente al comando. Proprio a dimostrare che non esisteranno nemmeno più in Italia differenze se non marginali, tra i due schieramenti.    Ma questa possibile scelta del pdl, che da un lato rafforza le persone che l’hanno guidata, apre loro spazi di radiosi futuri personali, dall’altro uccide una possibilità di espressione democratica in questo paese e sancisce in modo drammatico la linea di scivolamento dell’italia nella categoria dei paesi di serie b, in attesa della c. La vicenda interna del pdl diventa pertanto importante non perché sembra ridisegnare il ruolo di Berlusconi, che negli ultimi mesi ha sbagliato a mio avviso tutto ciò che si poteva sbagliare, non per il destino di alcuni falchi che sono riusciti a regalare, con il loro integralismo, la palma di moderati seri a persone cui poco importa del paese ed ancor meno del centro destra, non per la classe dirigente che non esiste di un partito che non è mai nato, ma per la rappresentanza della parte produttiva di questo paese che sarà uccisa da “questa” Europa, per le piccole e medie imprese, per agricoltori, artigiani, commercianti, ma anche per i loro dipendenti, che hanno perso ogni possibilità di essere difesi dal percorso di distruzione scientifica portato avanti dalle scelte economiche funeste accettate dal nostro paese. Oggi siamo un po’ più accettabili in Europa, ma non per la nobiltà delle nostre scelte.

Oggi una parte in più del sistema politico italiano è stata fagocitata in questa informe accozzaglia di euroentusiasti senza ragione. Anche il centro destra è stato messo in sicurezza. Ma non è in sicurezza il paese. Ora questo Governo dei buoni e gentili, questo governo i cui leader assomigliano anche fisicamente ai burocrati europei, approverà un’ennesima manovra, da 10 miliardi se non 15: di tasse, di prelievi, di imposte. Saranno nascoste, magari avranno un nome straniero, saranno affiancate da alcune finte concessioni, come i 20 euro in busta paga, ma questo è il valore che entro dicembre faranno uscire dalle tasche degli italiani.

Questo governo proseguirà con la compressione scientifica, in nome della competitività, del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti. Questo governo non farà il minimo atto nei confronti di un sistema bancario che sta strozzando ogni giorno migliaia di imprese e famiglie. Questo governo non disturberà i manovratori europei. Questo governo aiuterà la lenta conquista da parte di multinazionali del mondo della parte sana industriale del paese. Questo governo magari  farà come sta facendo in Grecia il suo gemello e cercherà di far diventare reato di opinione le critiche all’Europa ed all’Euro. Questo Governo continuerà a dare più credito a Befera che ai milioni di italiani uccisi da cartelle ed interessi surreali. Questo governo continuerà a calpestare lo statuto del contribuente; questo Governo non sarà in grado di toccare minimamente lo strapotere di una burocrazia intollerabile. Quello di Alfano non può e non potrà essere il centro destra che Berlusconi aveva detto di volere e che non é mai riuscito a costruire perché in realtà non gli interessava. E’ un’altra cosa. Con una sua legittimità, una sua logica, una sua ratio, una sua nobiltà politica. Ma la parte di società che sempre si è riconosciuta nel centro destra sarà da domani orfana. Si apre quindi la sfida a rappresentare questo popolo. Una sfida che ha bisogno di parole d’ordine forti e di proposte concrete che rompano lo steccato nel quale é stato compresso il paese. parole come sovranità nazionale, interesse nazionale, identità nazionale, libertà. Sfida che non penso potranno più cogliere i falchi    o le colombe. Sfida che molte persone libere possono provare a raccogliere uscendo dalle prigioni dei vecchi partiti di appartenenza. Sfida che vorrebbe cogliere l’officina che abbiamo lanciato: sfidando il falso popolarismo europeo, svenduto alla finanza,  in favore del popolo, la svenduta socialdemocrazia europea in favore della parte più debole del paese, l’inutile demagogia grillina per costruire istituzioni credibili che difendano chi non ha voce.

Guido Crosetto – Coordinatore Nazionale Fratelli d’Italia

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http://www.youtube.com/watch?v=mRPOzV2V0dA&feature=share

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Scaraventare in faccia la verità fa male, quindi o la si anestetizza oppure – meglio – la si nasconde. Sentite un po’ cosa ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera: “Tutti sanno, senza ipocrisie, perché in Italia non si è mai passati attraverso un passaggio elettorale per misurare il consenso della nostra partecipazione all’Europa. Tutti sanno che il popolo avrebbe votato contro l’Europa, esattamente com’è accaduto in tutti i Paesi europei (tranne in un caso) ogni volta che si è data la parola al verdetto popolare”.
Più chiara e sfacciata di così la verità non potrebbe essere raccontata. L’Europa popolare non esiste, l’Europa delle elite sì. Di più, è la sola ad esistere. Quindi non c’è bisogno di formare un consenso attorno ad essa: basta imporla. Così è. L’Europa politica senza democrazia non potrà mai esistere, malgrado i pistolotti di Napolitano e compagni. Senza il coinvolgimento dei popoli resta solo la sovrastruttura verticistica, ovvero il potere della Troika e dei tecnocrati. Prova ne è il fatto che, proprio nel momento di maggiore crisi dell’Europa tra i popoli, sono stati inventati governi della paura, calati dall’alto. I governi tecnici, i governi della larghe intese, i governi della Bce e del Fondo Monetario.
I popoli non devono votare perché il grande progetto non può essere messo in discussione. Tutt’al più il popolo va educato, anche rieducato. Va convinto con appositi lavaggi del cervello mediatico. I giornaloni italiani in coppia con Raiset sono campioni del mondo della specialità. Il Corriere è stato il giornale dell’endorsement a favore di Romano Prodi prima come oggi è lo sponsor delle larghe intese nel segno della continuità con il fallimentare governo di Mario Monti: tutti gabinetti intoccabili e credibili. La Repubblica non è mai stata da meno. Gli anatemi del padre fondatore contro chi osa mettere in dubbio la Verità europea sono celebri. Il recente duetto filosofico tra Scalfari e Cacciari è stato uno dei punti più alti del fanatismo europeista celebrato in una tre giorni di dibattito promosso sotto le insegne della “Repubblica delle Idee”. Incontri, convegni, dibattiti tra euroconvinti ed euroentusiasti; nessuno spazio a tesi alternative. Le stesse idee che stanno seminando il panico a Bruxelles. E che i megafoni della troika stanno confinando nello spazio dell’estrema destra, come se i movimenti no global o OccupyWallStreet – tanto per citarne due – fossero di estrema destra.
I cittadini non devono sapere. Devono solo subire. E soprattutto pagare il prezzo dell’austerity che Bce, Commissione europea e Fmi hanno ordinato ai governi. Per questo le leve massmediatiche usate sono quelle del terrore: se si uscisse dall’euro ci sarebbe la catastrofe; state attenti alla demagogia e al populismo dei nuovi movimenti no euro, eccetera eccetera. Il messaggio dominante ed esclusivo è da pensiero unico: morte a chi tocca Europa ed euro. Rivendicare un referendum sulla moneta unica? Giammai! Sarebbe pericoloso perché il risultato potrebbe essere ancora una volta contrario ai disegni in corso.
L’Europa ha svuotato gli Stati, ne ha resettato le politiche economiche imponendo una moneta-non-moneta. L’Europa pilota i governi. L’Europa scrive le manovre finanziarie imponendo l’indebitamento privato, che è la più diffusa arma nelle mani dei governanti. Solo un simile fanatismo avrebbe potuto bloccare ogni crescita nazionale su una percentuale (il famigerato rapporto 3% pil-debito) divenuta un idolo intoccabile. L’economia reale italiana sta saltando per aria per colpa di questo rigore giudicato eccessivo dalla maggioranza dei nostri concittadini.
L’autonomia dei governi è zero di fronte ai diktat europei. Da qui una domanda: che senso ha votare per dei partiti che sanno solo scazzarsi su Berlusconi o su Bossi e che poi votano come un gregge impaurito ogni ordine impartito da quei poteri privi di mandato? Gratta gratta, sulle cose fondamentali (cioè quelle economiche) non ci sono differenze tra le diverse fazioni; essi sono una cosa sola. Il siparietto sull’iva o sull’Imu è solo una parte in commedia perché il fiscal compact approvato e inserito in Costituzione non lascia margini di crescita. Dovremmo privatizzare e liberalizzare, ci viene detto. Certo, continuiamo a calare le braghe a compagnie di giro (quando all’osso non c’è rimasto nulla) o alle potenti banche d’affari (quando invece si tratta di mettere le mani su acqua ed energia).
La crisi finanziaria ha bruciato tanti di quei soldi che in confronto – lo dico a mio rischio e pericolo – lo spreco della Casta è ridicolo! Eppure a quella globalizzazione finanziaria non viene dato alcun freno; di contro, allo sviluppo di imprese e famiglie si obietta sempre il rispetto dei vincoli europei.
I cittadini potranno anche non votare ma queste cose lo conoscono eccome. Perché le hanno imparate sulla propria carne viva.

Gianluigi Paragone – giornalista

 

 


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