La luna, le valli di ghiaccio e la tenacia di un grande compagno. La Ratti al Monte Bianco

Al bar Combal salutiamo Ro e Silvia e iniziamo a salire verso la cresta della morena. Un po’ eccessivi i saluti, penso fra me. Nemmeno stessimo partendo per lo Shisha Pangma. E’ solo il Monte Bianco! Poi ci ripenso. Mica sono Kukuczka io! E lui mica è Messner! Mi tornano in mente i racconti della prima volta che il capo degli Yanomami fu portato in Europa e si trovò ad attraversare Oxford Street. Terrorizzato dal flusso di macchine, dovettero accompagnarlo per mano. Lui che da decenni guidava il suo popolo attraverso le ombre della foresta amazzonica! Alla fine cosa significa avventura se non semplicemente uscire dalla propria zona di confort? Non appena arriviamo in cresta ci guardiamo e sappiamo entrambi di essere sul margine delle nostre.

Ci accoglie un gruppo di camosci. E uno di loro ci precede sul piccolo corridoio che dobbiamo percorrere. Sembra ci guidi per la strada giusta. Un buon segno, dico a Giacomo. Recitando una convinzione dei nativi americani a cui non credo. Ma che, guardando cosa ci attende, un po’ fa comodo. 11 km di lunghezza. Largo forse uno. Il Ghiacciaio del Miage è uno dei più lunghi fiumi di ghiaccio che scendono dai pendii del Bianco. Rari bolli gialli, ometti e un po’ di intuito ci guidano verso il centro. Saliamo e scendiamo fra massi di ogni dimensione. Da quelli piccoli come un pugno a quelli grandi come autobus. Tutti più o meno in bilico. Trascinati lentamente a valle dal Miage. Ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto di essere soli in questa immensità. Respiriamo, ma potremmo tranquillamente essere due astronauti su un pianeta alieno. Ostile e privo di vita. Giusto i camosci si avvicinano a queste rocce per leccare via i minerali salini depositati dalla pioggia e incrostati dall’evaporazione.

Chiacchieriamo degli ultimi giorni. Delle nostre vite nell’era della crisi perenne. Di altre montagne. Quelle che sogniamo e quelle che non faremo mai. Poi ogni tanto ognuno si chiude nei propri pensieri. Mi sento bene in questi ambienti. Sopra i 1700 sto in genere meglio che a valle. L’ostilità che avverto intorno a me si mischia alla pace e al silenzio. E ciò che ne viene fuori è un misto di totale abbandono e allerta perenne.

Giorni fa ho salito e sceso il Testa Grigia con un gruppo di amici. 3200 m. e qualcosa. 1600 in salita e 1900 in discesa. Il giorno dopo era come se non avessi camminato. Ce l’ho nelle gambe il Monte Bianco, mi dico per incoraggiarmi. Qualche giorno dopo con un altro gruppo ho scalato ai Satelliti del Tacul. Intorno ai 3500. E la concentrazione era totale. La fatica quasi nulla. Ho trovato la via. Ho arrampicato leggero e veloce. Sicuro di ciò che stavo facendo. Ce l’ho nella testa il Monte Bianco, mi dico per incoraggiarmi. Poi alla foce del ghiacciaio del Monte Bianco un ruggito mi desta dai pensieri. Un distacco dai seracchi pensili. Buongiorno! Esclamo e Giacomo sorride. La montagna si è svegliata e ci ricorda che siamo piccoli. E che anche se ce l’hai nelle gambe e nella testa, una via là in mezzo non è un solo problema. Ma almeno una quindicina in fila. E per ognuno di essi devi trovare la soluzione. Per ognuno di essi devi avere gambe e testa.

Il ghiacciaio toglie, il ghiacciaio restituisce. Poco più in là una Nikkor giace appoggiata su un masso. E’ un vecchio modello analogico. Avrà una ventina di anni ed è tutta arrugginita. Alla mia mente piace creare storie e me ne vengono subito in mente un paio. Finiscono tutte male e le ricaccio nella cantina dei miei pensieri. Poi alzo gli occhi e la icefall del Ghiacciaio del Dome ci avverte con un paio di scrosci che le ore passano e che siamo vicini alla zona dei crepacci che dobbiamo aggirare.

Sentiamo alcune voci. Sono dietro a una delle decine di colline di detriti che abbiamo scavalcato seguendo l’stinto e gli omini. Poi li vediamo. Capelli bianchi. Canottiere di cotone vecchio stile. Camice a quadri arrotolate sotto la patta dello zaino. Piccozze lunghissime. Procedono lentamente e li raggiungiamo. Incontrare qualcuno in questi luoghi ti dà un pericoloso senso di sicurezza. Se ci sono loro la strada è giusta, ti dici. Ma come sai che non stai seguendo qualcuno che sbaglia? Uno di loro è già stato al Gonella prima della ristrutturazione. Si toglie gli occhiali e si asciuga il sudore con il dorso della mano. Ma sai quanti anni ho? Mi chiede dopo che gli ho detto che già i miei 40 iniziano a pesare. 77, si risponde. La stessa età di mio nonno il giorno che è morto, penso. E l’altro è ancora più anziano. Se ce la fanno loro, ce la faccio pure io, mi viene da pensare. Il mio ego balza in primo piano subito dopo lo stupore. Ma so subito che anche quella certezza è fasulla. Da quando arrampico ho scoperto che la montagna se ne frega dell’età. E che non sempre l’allenamento, la preparazione tecnica, il vigore del fisico sono un vantaggio sulla saggezza e sull’esperienza. Ce li lasciamo dietro che chiacchierano un passo dopo l’altro. Ma l’accento biellese si perde presto fra i soffi del vento di caduta e il gorgogliare dell’acqua che scorre nelle crepe del ghiaccio.

Il sole è alto ormai e la parete nord-est dell’Aguille de Tre la Tete che incombe sulla nostra sinistra ha virato dal grigio al blu scuro. Dietro, il cielo rimane dell’azzurro limpido che ci accompagnerà per il resto della nostra salita. Sapevo che questa finestra di alta pressione era lì ad attenderci. E grazie a Paolo e alle sue elaborazioni abbiamo evitato il giorno di vento che ci avrebbe complicato non poco l’arrivo al Gonella.

Il Gonella! Un bagliore sul contrafforte fra il Ghiacciaio del Dome e quello di Bionassay ci rivela dov’è. Appollaiato fra le rocce qualche centinaio di metri più su. Vicino, mi dico. Non ci vorrà molto.

4 ore e 40 dopo aver lasciato la macchina siamo sul terrazzo grigliato del nuovo Gonella. Panni bagnati sventolano sulla balaustra. Scarponi che si asciugano al sole. Bene, rifletto. Qualcun altro è salito. Magari domani non saremo proprio soli. Quando abbiamo deciso di fare il Monte Bianco per la Ratti, la via italiana che parte “da sotto”, lo sapevamo che il bello stava proprio nell’isolamento. Nell’ambiente selvaggio. Ma quando poi ti ci trovi dentro, il pensiero di un’altra cordata, di altre 4 braccia a dare una mano in caso qualcuno finisse nei guai, non fa poi così schifo.

In lontananza Giacomo intravede una cordata che scende. Strano, penso. La nostra intenzione è quella di traversare e scendere in Francia per una delle loro normali. Da questa parte, quasi completamente a sud, i ponti sui crepacci diventano instabili al calore del sole. E scendere stanchi là in mezzo può trasformarsi facilmente nel tratto più impegnativo dell’intero giro. Certo, come sempre dipende da dove sei salito. E Mirko e il suo socio hanno fatto la cresta dell’Innominata. 19 ore di battaglia con la roccia marcia per 1000 metri di sviluppo. Scendere sul Dome è stato solo l’ultimo dei loro problemi. Eppure ci raccontano di una traccia che non c’è. Di un paio di crepacci da saltare. Impegnativi persino in discesa. Inizio a immaginarmi da subito cosa significherà saltarli in salita. Scuoto la testa, li saluto e mi sdraio a riposare. Stanotte non si dormirà quasi, la sveglia è a mezzanotte. Ma Giacomo è più ottimista. Abbiamo già avuto esperienze con le esagerazioni di rifugisti e alpinisti stanchi in discesa. La tendenza è quella di ingigantire un po’ i problemi. Qualche ora e lo scopriremo, mi dico mentre Giacomo russa. E’ incredibile come riesca a cadere subito in letargo appena tocca una superficie orizzontale. Lo invidio per questo.

Poco prima di cena arrivano anche i biellesi. Sono al tavolo con noi, insieme a due toscani che provano anche loro la vetta domani. Domani, si fa per dire. Fra qualche ora, scherziamo. Sono qui da ieri per acclimatarsi e stamattina sono saliti fino al grande crepaccio per studiare la prima parte del percorso. Ci confermano l’impressione di Mirko. La traccia non c’è. Ci sono pesate qui e lì. Ce ne sono pezzi da raccordare. Ma ognuno che è salito è andato un po’ dove voleva. Sulle parti dure di ghiaccio scoperto, poi, i ramponi non lasciano quasi segni. E i pochi fori li fonde il sole e li riempie il rigelo notturno.

Crepacci da saltare in salita. Niente traccia. La cosa migliora di ora in ora! L’ironia si accompagna bene al riso scotto al gorgonzola e alle patate fredde. Il rifugio è confortevole. Il pasto un po’ meno.

Mezzanotte. Suona la sveglia e oltre i vetri brillano le stelle. La luna è ancora quasi piena e come un proiettore illumina il palco bianco della nostra piccola avventura. I 5 francesi non partono e a colazione siamo  solo in 6. Tre cordate. Niente a che vedere con le decine di persone pronte a legarsi degli altri 4000 che ho fatto. I gestori ci hanno lasciato i termos ma si sono dimenticati delle tazze e dei filtri del te. Come ladri frughiamo nella cucina alla luce delle frontali. Il tintinnio dei moschettoni appesi all’imbrago accompagna i nostri passi. Troviamo tutto e mangiamo in fretta. C’è anticipazione nei nostri sguardi. E voglia di uscire sul ghiacciaio. Ci prepariamo e all’1.10 ci chiudiamo dietro la porta a vetri. Un ultimo sguardo dentro. Non ho dimenticato niente. Inizia la danza.

Il signore attempato e sua figlia partono per ultimi. O magari è una giovane moglie che si vergogna e lo chiama papà? O forse un’amante terrorizzata dagli incontri casuali e dalle coincidenze? Congetture che accompagnano i nostri primi passi per distrarci dalla fatica che precede l’entrata in funzione del sistema aerobico. Il dubbio non lo scioglieremo mai. Quando raggiungiamo il labbro inferiore del primo grande crepaccio, infatti, le loro luci sono ancora ferme all’inizio della nostra traccia. Ogni tanto chiedo a Giacomo come va. Il piede destro gli dà problemi da settimane ma oggi sembra silente. Bene. Ieri sera la testa gli batteva. Ma ora anche quella sembra essersi abituata all’idea di salire. Anche io avevo avvertito i piccoli disagi della sosta oltre i 3000. Ma un paio di aspirine e due ore di sonno sono state sufficienti. Siamo dietro a Francesco e Luigi e mi sento come se stessi camminando su un marciapiede di Courmayeur.

Primo crepaccio. Primi dubbi. Poi i toscani si ricordano di averlo passato sulla sinistra. Scendiamo e attraversiamo il primo ponte di neve fino a un corridoio largo un metro e mezzo fra due crepacci giganti. Provo a vederne il fondo con la frontale. Ma il raggio di luce si dissolve nel buio. Passiamo oltre e le rare orme di chi ci ha preceduto svaniscono. Una rampa sulla destra, dura, ghiacciata sembra la strada più logica. Proviamo e stavolta per passare non ci sono ponti. Scaviamo un gradino con lo scarpone e la piccozza ci aiuta a scavalcare la fenditura di un metro. Più in alto il seracco a piramide a cui stiamo puntando lampeggia del bianco opaco della luce lunare. Attraversiamo altre crepe minori. Poi finiamo sul  margine di un’altra gola profonda che sembra allargarsi in entrambe le direzioni. Ma so che non è possibile. Se da una parte si allarga, il crepaccio dall’altra deve per forza stringersi. O almeno di questo sono convinto. Verso sinistra non si passa. A destra un restringimento c’è. Ma non c’è il ponte. Bisogna saltare. Zaino in spalla e in salita. Prendo la rincorsa. Stacco. Sono di là. Ringrazio silenziosamente gli anni dell’adolescenza e le gare di salto in lungo e pianto la picca lasciando alla corda il lasco sufficiente a Giacomo per prendere la sua rincorsa. Mi ha detto che saltare non è proprio il suo forte. Mi preparo quindi ad ogni evenienza. Ma come quasi sempre, tutto fila liscio. Sotto il seracco a piramide capiamo che a destra si passa solo con due picche. Ne abbiamo una a testa. Non resta che tentare a sinistra. Salgo oltre il ponte e inizio a cercare un percorso sicuro. La neve è smossa. A grandi blocchi. Sembrano i resti di una piccola valanga. Lontano davanti a me mi sembra di vedere un’esile traccia. Sarà quello giusta o il vagare stanco di ieri pomeriggio di Mirko e il suo compagno  alla ricerca di un passaggio? Sopra, torri di ghiaccio si alzano verso il cielo. L’idea di passare lì in mezzo non mi sorride nemmeno un po’. Punto alle tracce. Metto il primo piede fra i blocchi di neve e ghiaccio smossi e provo se la superficie tiene. Funziona. Muovo l’altro piede ma quando sposto la picca il manico scivola dentro come nel burro. La luce della frontale illumina il vuoto e si dissolve nel buio. Avviso Giacomo. Sono con tutti e due i piedi su ponte inconsistente. Devo tornare indietro. Lentamente. Quasi senza respirare pronto ad infilare la piccozza da qualche parte se tutto mi cede sotto i piedi. Quando sono al sicuro respiro e scendo sull’orlo superiore del crepaccio. Lo percorriamo per tutta la sua lunghezza verso destra. Orme! Qui e lì ne vedo di fuse dal sole. Terminano su una prua che si slancia in avanti finendo in una specie di passerella. Una di quelle sollevate in obliquo sulla poppa delle barche a vela ancorate in un porto. Chissà se tiene mi chiedo. Poi mi consulto con gli altri che si guardano intorno. La tracce sono le uniche qui intorno e in altre direzioni il terreno sembra farsi ancora più insicuro. Giacomo passa avanti e testa con il bastoncino la tenuta della passerella. E’ lunga un paio di metri e una fessura di 50 cm la separa dall’altro margine. Dove sembra aprirsi un pendio più sicuro. Mi accuccio, assesto la picca nella neve e gli lascio il lasco sufficiente per saltare di là. Cammina. Poi un passo più rapido e salta. Tiene. Passiamo tutti. Siamo ormai nella parte superiore del ghiacciaio del Dome. Sulla sua sinistra orografica. E il Colle dell’Aguille Gris non è lontano. Continuiamo ad unire i puntini di orme residue, ad inventare una traccia. E dopo un po’ le azioni diventano automatiche. Attraversa il ponte, salta la fessura, proteggi il compagno nell’eventualità che finisca dentro. E più si automatizzano più andiamo veloci. Sotto la crepaccia terminale i toscani si fermano a mangiare. Noi proseguiamo.

Faccio passare avanti Giacomo così sto al suo passo. Dopo un paio di volte che mi chiede di rallentare mi dico che non ha senso forzarlo al mio ritmo. Non abbiamo fretta. Il tempo è stabile e il cielo limpido fino a dove arriva lo sguardo. L’obiettivo è arrivare. Con facilità superiamo il canalino prima del colle fra sfasciumi e rampe ghiacciate. Sono le 3 quando in lontananza verso nord ci appaiono le luci di Chamonix. Sotto di noi le centinai di metri della parete nord dell’Aguille di Bionassay. A destra la cresta che ci attende. Mentre ingoiamo qualcosa ci raggiungono i toscani. Ammiriamo insieme l’infinita bellezza che ci circonda. Siamo solo in 4 lungo la via. Siamo partiti consapevoli che una delle opzioni era perdersi fra i crepacci ed essere costretti a tornare indietro al sorgere del sole. Ma ce l’abbiamo fatta. Parto di nuovo in testa alla nostra piccola spedizione centro-italiana. E mentre i ramponi stridono sulle rocce ripide e le mani cercano appigli saldi per evitare di sganciare sassi su chi mi viene dietro, mi torna in mente la battuta di un piemontese incontrato sul Castore. Meravigliato che gente di Roma scalasse in autonomia montagne del nord ci aveva chiesto, ma perché che montagne avete laggiù? E noi, per rispondere con un nome che pensavamo si conoscesse, rispondemmo il Gran Sasso. E lui, senza nessuna venatura di ironia, ma quasi rattristato dalla cosa, esclamò mi dispiace veramente tanto. Che probabilità c’era di incontrare altri due italiani del centro su questa via? E che probabilità c’era che fossero gli unici dell’intero rifugio a voler salire stanotte? Un altro buon segno avrebbe pensato Corvo Rosso. E mentre esco dalla cresta rocciosa di nuovo su neve ghiacciata mi vengono in mente il signore attempato e la sua figlia-moglie-amante. Getto uno sguardo a valle e vedo le luci vicino all’orlo del primo grande crepaccio. Sono lentissimi penso fra me e me. Ma d’altra parte non avevano intenzioni di salire fino in vetta ma solo di fare un giro verso l’Aguille Gris e rientrare al rifugio. Rientrare al rifugio! Il solo pensiero di riattraversare le bocche spalancate di quei mostri laggiù sotto il sole di mezzogiorno mi spedisce un paio di brividi lungo la schiena. Il terzo arriva quando sbuco sulla piazzola obliqua che precede la famosa cresta di Bionassay. Un corridoio largo poco più di due scarponi e lungo tanto. Non so quanto, ma lungo. Centinaia di metri di vuoto sia verso la Francia che verso l’Italia.

La teoria la so tutta. Il compagno dietro ma non troppo distante. Asole di corda in mano per avere qualche decimo di secondo in più se qualcosa va storto. Poi se hai la fortuna di capire dove il compagno sta cadendo devi saltare dall’altra parte. La corda vi salva entrambi. Se esiti siete morti tutti e due. Ma tuffarsi volontariamente nel vuoto richiede un sangue freddo che non sono sicuro di avere. E penso che nessuno lo sappia fino al giorno in cui ti trovi costretto a saltare. Il comandamento quindi è un passo dopo l’altro. Saldi, sicuri, alla stessa velocità. L’obbligo è non inciampare, non cadere. Il vento è appena un alito che ci accarezza da nord-est e l’attraversamento si rivela più facile del previsto. Quando la cresta si allarga e cede lentamente il passo a un pendio ghiacciato, Giacomo passa di novo avanti. I toscani sono ormai lontani. Quando scavalliamo sul plateau che porta al Dome de Gouter stanno attraversando l’esile corridoio. Ci rilassiamo. Siamo ormai fuori dai problemi. O almeno così crediamo.

Non appena intravedo il crepaccio che taglia la base del Dome dentro di me penso, no, un altro. Il ponte che attraversiamo sarà l’ultimo. Ed anche il più precario. Ormai fa caldo e mentre scavalchiamo la calotta ghiacciata mi viene in mente il motto degli scalatori della generazione “light and fast”. “If you’re cold move faster”. Se hai freddo, muoviti più rapidamente. Una strategia pensata per evitare la disidratazione, uno degli inneschi principali di una catena di reazioni fisiologiche devastanti in quota. La più semplice delle quali è il mal di montagna. Ma magari sentissi freddo, rifletto. Dall’una sono salito con tre magliette una sull’altra. Niente pile, niente giacca, niente calzamaglia. Ho bevuto regolarmente e mi sento alla grande. Ma quando raggiungiamo la normale francese inizia a fare caldo e durante la seconda pausa da quado siamo partiti tolgo un altro strato e mi guardo intorno.

Fine della solitudine, penso. Fine dell’avventura. Almeno cinquanta persone punteggiano l’autostrada battuta che porta in vetta. Rimpiango le ore passate. Anche il vagare preoccupato fra i crepacci grandi come valli. Giacomo inizia ad essere stanco. Calzamaglia e giacca da quando siamo partiti. Il tubicino del camelback ghiacciato. Mi chiede acqua e si vede che è assetato. Particolari che noto ma che metterò in fila solo qualche ora più tardi. Dai che mancano solo 600 m di dislivello. Manco il Monte Gennaro è così basso, lo incoraggio. Mi sorride e riparte. Un piede davanti all’altro. In silenzio. Alla capanna Vallot noto che il ritmo è rallentato ancora e che i suoi talloni si sono avvicinati. E’ evidente che la sua condizione fisica sta peggiorando. 200 metri più su si ferma. Ha gli occhi spalancati, il fiatone. Mi dice a fatica che è un po’ provato. Ma la mascella si muove a fatica. Mi chiede ancora acqua. Un campanello suona nella mia testa. Mal di montagna! E so qual è l’unica cura. Scendere. Alla sosta successiva lo rassicuro. Se non ce la fai non preoccuparti, giriamo e scendiamo. Non c’è nessun problema. Ma so che è una mezza verità. Mancano 400 metri alla vetta e i primi raggi dell’alba hanno iniziato a dorare i pendii a sud. Orlando di colore le creste e i contrafforti. Sto ancora alla grande e arrivare su per me non sarebbe un problema. Ma so bene che anche la rinuncia è implicita nell’atto di legarsi a qualcuno. 100 metri più in alto sono più onesto. C’è una piazzola dove la gente si riposa. Se non ce la fai più fermati qui a riposare, gli dico stavolta. Io corro su e torno giù a razzo e scendiamo più veloce che possiamo. Ma lui mi guarda fisso e sopra alla sofferenza vedo emergere tenacia e determinazione. Nemmeno per sogno, mi risponde. Si volta e riprende a salire. Un passo dopo l’altro. A quel punto non posso far altro che incoraggiarlo. Guardando sempre i suoi talloni pronto a fermare un’eventuale caduta seguo la scia della sua voglia di guardare l’Europa dall’alto.

Ancora mezz’ora e sediamo in mezzo alla folla proveniente dalla Francia sul Tetto d’Europa. Sono passate 6 ore e 40 minuti. Nonostante tutto un buon tempo per una via che ne richiede fra le 7 e le 8. Fra un tremore e l’altro si scusa per avermi rallentato. Lo mando a quel paese e gli do qualcosa da mangiare e da bere. Soffia la brezza ed è ora di coprirsi. Scattiamo foto, ci abbracciamo e cerchiamo uno spicchio di sole oltre le ombre lunghe di un gruppo sterminato di alpini polacchi in divisa. Per qualche secondo ammiro le creste delle alpi francesi e le cime italiane lungo l’orizzonte. Ma metà della mia mente è preoccupata. Giacomo trema di meno ma so per certo che starà meglio solo sotto i 4000. Ci leghiamo di nuovo e scendiamo. Alla Capanna Vallot incontriamo i toscani. Salgono felici. Ci complimentiamo a vicenda per aver risolto tutti i problemi della giornata. Non sanno che noi ne abbiamo ancora uno da affrontare. Pacche sulle spalle e scendiamo più veloci di prima.

Al Gouter Giacomo inizia a riprendersi. Mangiamo un pasta piena di panna che non riusciamo a finire e, di nuovo in calzoncini, iniziamo a scendere lungo l’interminabile cavo e dietro a cordate da tre ancora legate. Tu aspetti il tuo turno e una guida francese col cliente ti spinge da dietro. Saluta il collega che sale che ti spinge da davanti. Poi scendi ancora un po’ e la cosa si ripete. Ogni tanto sento il bisogno di prendere la piccozza e schiantarla sul cranio di uno di questi pataccati del cazzo. Mercì mi dice uno sorpassandomi dopo un paio di spintoni. Grazie al cazzo, mi sei montato sopra, gli rispondo ad alta voce in italiano. Sperando che capisca e mi costringa a mettergli le mani addosso. Poi ci ripenso, non vale la pena. E mi rinchiudo dentro i ricordi della notte passata. Dentro la solitudine conviviale di due cordate immerse nelle pieghe della grande montagna.

Sotto i 3000, quando il sentiero è di nuovo tale, Giacomo si è ormai ripreso totalmente. Ora ci scherziamo su ma qualche ora fa c’era poco da ridere. Senza l’aiuto che mi hai dato su alimentazione e allenamento, mi dice, questa cosa non l’avrei mai potuta fare. Mi ringrazia ma non è lui a dover ringraziare me. E’ vero, da quando ci conosciamo ha perso almeno 12 chili e quest’anno ha salito 900 metri in poco più di un’ora. Conquiste non da poco dopo i 40. Eppure in questi due giorni nella grande montagna chi ha imparato qualcosa sono io. Dei due sono sicuramente il più allenato, il più resistente, il più forte tecnicamente su roccia, su ghiaccio e su vari miscugli dei due elementi. Ma questa è roba che serve finché tutto va bene. E in montagna qualcosa che non funziona c’è sempre. Il meteo, le condizioni, la temperatura, il tuo corpo, l’attrezzatura, l’orientamento. Le variabili sono talmente tante che è più probabile che le cose vadano storte che il contrario. E in quei casi l’unica cosa che conta è la testa, la determinazione, la tenacia. Proprio quel lampo che negli occhi di Giacomo ho visto spingere sul fondo la sofferenza e biascicare stentatamente quelle tre parole. Nemmeno per sogno! Qualcosa che non sono ancora certo di avere e sul quale varrà la pena lavorare.

Mentre ci sdraiamo al Nid D’Aigle aspettando la cremagliera lo guardo e un po’ lo invidio. Se avventura significa oltrepassare la zona di confort e scoprire nuove frontiere della propria esperienza interiore, allora fra i due è lui quello che in questi giorni ne ha vissuta una totale. Alla fine dei conti, guardandomi indietro, io sono stato più al di quà che al di là di quella linea.

Un bimbo grida fra le lacrime la sua fame. Due signori anziani si siedono sulla panca accanto a quella su cui sono steso. I miei calzini puzzano come due carogne dimenticate in una cantina ma non sembrano dargli fastidio. Siamo in ritardo di 4 ore per l’appuntamento con chi ci recupera a La Fayet. E nelle file francesi bisogna sgomitare come in quelle peruviane. Ho fame e sono incredibilmente sveglio e poco stanco per uno che ha dormito 2 ore in due giorni, salito 3200m e sceso 2600. Guardo le nuvole che si chiudono sulla cresta di Bionassay e non vedo l’ora di riabbracciare Ro. Giacomo si è addormentato sulla mano chiusa intorno alla maniglia del finestrino. Come lo invidio per questo!


2 responses to “La luna, le valli di ghiaccio e la tenacia di un grande compagno. La Ratti al Monte Bianco

  • Tartaruga

    che emozione risalire il tuo racconto fino in vetta! confesso che mi è venuto il…mal di cittá!!!!!
    grazie della condivisione.
    mi chiedo se a volte la nostra “area di confort” non sia altro che “l’abitudine a un malessere familiare” …familiare appunto, quindi confortevole…ma pur sempre malessere… effetto “rana bollita”…..

    • Tengri

      Beh sì, trasportato nella vita di tutti i giorni anche la “zona rana bollita” è di fatto un area di confort …. per questo è così complicato uscirne.

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