Il trucco mediatico dell’inflazione

Quante volte avete sentito il ritornello in televisione, sui giornali, perfino al bar? Mettere in circolo nuova moneta fa scattare alle stelle l’inflazione. Aumentano i prezzi e cade in picchiata il potere d’acquisto dei salari.

Questa convinzione è ormai un luogo comune dato per scontato. Come che gli zingari rubano, che in Inghilterra piove sempre e che mettersi il k-way durante il jogging aiuti a dimagrire. In pochi sanno che quel mantra è in realtà la semplificazione comunicativa della “teoria quantitativa della moneta” elaborata dall’economista americano e vate del neoliberismo Milton Friedman. Una teoria quindi. Come un’altra. Nella fattispecie basata sull’analisi dei processi economici dal solo punto di vista dell’offerta. C’è un piccolo problema però. Il capitalismo può essere osservato anche dal lato della domanda. E da lì le cose sono ben diverse.

In questi mesi in molte parti d’Europa – poco in Italia a parte le boutade di Mr.B – si affronta il dibattito su “euro sì, euro no”. E quasi tutte le ipotesi di uscita prevedono il ritorno alle monete sovrane, la disponibilità del cambio flessibile come strumento macroeconomico e l’eventuale emissione di moneta per ridare liquidità al mercato e spingere la ripresa.

Ditelo a chiunque dei soloni delle larghe intese e vi risponderà con il mantra. Anzi, per essere precisi, ditelo a chiunque ha il culo sugli scranni del Parlamento e  vi risponderà con il mantra. Su questa questione l’opposizione non esiste. Su tutte le altre cazzate, invece, sfodera la sciabola. Bontà loro.

E allora delle due l’una. O questi signori stringono la mano e inneggiano a folli criminali irresponsabili oppure vi raccontano balle. E io propendo per la seconda. Perché se non sbaglio nei giorni del G8 ho vito più volte lo sguardo fiero e scamiciato di Letta stringere il manone scuro del Nero più Bianco d’America. E pensate forse che Letta non sappia che negli ultimi 4 anni la Federal Reserve non ha fatto altro che alimentare la domanda grazie all’immissione sul mercato di nuova liquidità?

E’ esplosa forse l’inflazione? I prezzi sono forse schizzati alle stelle? Gli americani sono insorti perché le mele costano 20 dollari al chilo? Nemmeno per idea. L’economia degli Stati Uniti, invece, ha iniziato di nuovo a crescere. Di soli 2,5 punti si dirà. Roba che in questo Paese questi tassi di crescita non li vedremo più per decenni.

Ce lo racconta bene Krugman:

Brad DeLong ha scritto un pezzo abbastanza lungo e intricato su quello che sembrava un pronostico di John Cochrane, all’inizio della Grande Recessione, ovvero che l’espansione della Fed della base monetaria avrebbe alzato l’inflazione. Ma io credo che sia questo il punto principale, cioè che tutte le persone che predissero l’aumento dell’inflazione  quattro anni fa avevano ragione di farlo, visti i loro modelli. E la lezione dell’attuale bassa inflazione – una lezione che la maggior parte di loro si rifiuta di imparare – è che i loro modelli erano sbagliati.

In sostanza, molte persone di destra avevano e hanno una visione della crisi solo sul lato dell’offerta. Disponibile in diverse versioni: c’è l’opinione che le indennità di disoccupazione e Obamacare stanno riducendo l’offerta di lavoro, c’è la visione austriaca che la bolla ci ha lasciato con una struttura del capitale che non funziona e probabilmente altre versioni che mi sfuggono. Fatto sta che, qualunque fosse l’interpretazione dal lato dell’offerta, la decisione della Fed di rispondere cercando di pompare la domanda, che ha fatto aumentare notevolmente la base monetaria, avrebbe dovuto essere inflazionistica.

Ma non è stato così. Che è ciò che la gente dal mio lato della discussione aveva detto fin da subito. Perché abbiamo riconosciuto che il crollo della domanda ci aveva spinto in una trappola della liquidità in cui problema della Fed era la mancanza di trazione, non l’inflazione.

La cosa deludente è, come ho già suggerito, che quasi nessuno è stato indotto da questo drammatico fallimento della previsione – o l’errore simile su tassi di interesse – a cambiare punto di vista, e forse anche ad ammettere che i keynesiani avevano ragione.

Ironia della sorte, il monetarismo nato negli USA sembra essersi impossessato del vecchio continente. Austerità, recessione, caduta libera del PIL e del reddito medio. Aziende che chiudono, 100 negozi al giorno che falliscono, 40% dei giovani senza lavoro. Niente ferma l’ossessione ragionieristica dei Monti d’Europa per i conti in ordine e per la quantità di moneta in circolazione. E niente li fermerà. Né l’Immensa Depressione (se quella del ’39 era Grande non saprei come altro chiamare quella che ci aspetta dietro l’angolo) dei prossimi anni, né le eventuali proteste di piazza.

Alla fine, quando osservo gli scenari che ci si parano di fronte sono tristemente convinto che accanto alla competenza, all’etica e al senso di responsabilità di chi gestisce la cosa pubblica, sia morto il buon senso. Quella regola aurea che i nonni ci insegnavano nelle giornate di pioggia. Se fai una cosa e quella non funziona, fanne un’altra.


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