Reinvestire l’avanzo primario. Un passo prima di abbandonare l’euro?

Uscire dall’euro. Noi con una moneta sovrana. Attraverso una fase intermedia come quella proposta dal Manifesto di solidarietà europea. O con una conveniente autoespulsione della Germania. Ognuna di queste tre vie, applicata in maniera ragionata, pianificata e controllata, risolverebbe buona parte dei problemi del nostro Paese. Chi legge questo blog sa bene che la penso così.

La strada non sarebbe né facile né priva di rischi. Ma quella che stiamo percorrendo, è ormai evidente anche ai più beceri, porta in un luogo ben preciso e dal profilo inquietante. Un luogo che siamo soliti chiamare “terzo mondo”.

Alle élite che ci governano (plurale … perché non penserete mica che vi governano solo quelli che avete eletto no?) frega ben poco. Un politico, un’industriale, un banchiere, stanno meglio nel terzo mondo che qui da noi. Meno controlli, più forze di polizia a salvaguardare la loro sicurezza, più libertà nel reprimere il dissenso, più distanza sociale dal ciarpame che inonda di sudiciume le periferie urbane. I ricchi sono più ricchi nel terzo mondo. I poveri sono più poveri e non contano un cazzo. A conti fatti meglio appartenere all’élite del terzo mondo che a quella del (si fa per dire) primo … o secondo che sia.

Senza nemmeno il timore di sembrare complottisti dell’ultima ora, mettere in evidenza il progetto di terzomondializzazione del nostro Paese è quasi come dire che fumare fa male. Un’ovvietà. Eppure anche le ovvietà di tanto in tanto vano rinforzate. Perché la tendenza è quella di dimenticarle. Per sostituirle con ipotesi più martellate dal tam tam mediatico.

L’unico che nel panorama politico sembra dar voce alla questione è, ad ora, quel vecchio volpone del Caimano. Eh sì, perché quello sta una spanna sopra a tutti! Quando gli serviva riacquisire credibilità in Europa, ci regalò il pareggio di bilancio in costituzione. Praticamente fu lui a imporci una delle mannaie che oggi oscilla pericolosamente sopra le nostre teste. Ma si sa, in quel periodo c’era il caso Ruby. E il puttaniere cercava disperatamente di riaccreditarsi statista. Ancora non aveva capito che lo stavano sostituendo con qualcuno più affidabile. Oggi però incita le folle, gridando al Governo “freghiamocene del vincolo del 3%, tanto non ci cacceranno mica”. E si appresta con questo ennesimo trucchetto a fare le scarpe a PD e 5 stelle.

Ma la cosa più triste in tutto questo è che Mr B. ha ragione. Chiaro, considera l’ipotesi solo e unicamente pro domo sua, ma nonostante tutto ha ragione.

Esiste infatti una misura che potrebbe essere messa in campo subito per dare ossigeno all’economia ancora prima di pianificare l’uscita dall’euro. Il reinvestimento dell’avanzo primario. Fabio Santini lo spiega su Il Fatto.

Si dirà che lo fa per calcolo politico. Si dirà che ha governato per anni adeguandosi all’austerità. Si dirà che parla fuori tempo massimo. E si diranno altre cose più o meno sensate. Ma saremmo intellettualmente disonesti se negassimo che questa volta ha ragione Berlusconi: la politica economica del governo dovrebbe effettivamente guardare oltre i vincoli europei.

Per quanto mi riguarda, credo di averlo già chiarito pochi giorni fa sul “Sole 24 Ore”: bisogna utilizzare l’avanzo primario (l’eccedenza delle entrate fiscali sulla spesa, esclusi gli interessi sul debito), sfondando il vincolo europeo del deficit al 3%. Nelle condizioni date, non ci sono altre strade altrettanto efficaci, certe, per rilanciare l’economia. Infatti, nessuno ormai può più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito già tre anni fa, con la famosa “Lettera degli economisti”le politiche di austerità sono fortemente recessive e fanno sprofondare l’Europa nel baratro. Quanti sostenevano che i moltiplicatori della politica fiscale – che appunto misurano l’impatto dei tagli e delle tasse sulla produzione nazionale – fossero trascurabili (o addirittura negativi, secondo la favoletta per cui l’austerità favorirebbe la crescita) sono stati sbugiardati nella maniera più plateale. Come ha scritto Krugman, mai nel ring della storia del pensiero economico un match teorico si era chiuso con un ko così netto. I keynesiani, favorevoli alle politiche anticicliche di stimolo della domanda, hanno messo al tappeto i falchi della austerità. Insomma, oggi vi è unaclamorosa contraddizione tra la condizione in cui siamo, per molti aspetti peggiore di quella del ’29, e l’idea di proseguire con tagli della spesa pubblica (che, si badi bene, è già a livelli inferiori della media europea, considerando anche la spesa per interessi) e aumenti delle tasse.

L’azzeramento dell’avanzo primario, costruito con le politiche di lacrime e sangue, vale oltre 35 miliardi di euro e avrebbe un effetto benefico rilevante per l’economia italiana. Quanto benefico? Ebbene, utilizzando l’intervallo stimato da Olivier Blanchard – l’illustre quanto moderato capo economista del Fondo Monetaria Internazionale – l’effetto espansivo sul Pil italiano sarebbe, nel giro di 9-15 mesi, variabile tra i 34 e i 62 miliardi di euro, cioè tra i 2 e i 4 punti di Pil, con un valore medio superiore ai 45 miliardi di euro. Ma quest’ultima sarebbe una stima davvero molto prudente, se è vero che un ulteriore recente studio dello stesso Fondo Monetario Internazionale considera che il moltiplicatore della spesa in Italia, in una condizione recessiva come quella in cui siamo, dovrebbe assumere molto più probabilmente un valore intorno al massimo dell’intervallo proposto da Blanchard. Per non parlare delle stime compiute sugli effetti delle politiche espansive di Obama(l’American Recovery and Reinvestment Act) che sono arrivati ad individuare moltiplicatori ben più ampi, pari a 3.

A quanti osserveranno che questa manovra farebbe incrementare il rapporto tra deficit e Pil, ricordiamo che un intervento di questo genere avrebbe ampi effetti retroattivi positivi. Intanto, la crescita del Pil tenderebbe ad arginare significativamente l’aumento dei rapporti di finanza pubblica. E, d’altra parte, le entrate fiscali aumenterebbero non meno di un punto di Pil, come conseguenza automatica della crescita. A coloro che vivono nell’incubo del debito pubblico, vorrei piuttosto ricordare che nella storia italiana il debito raramente è cresciuto velocemente come in questo periodo di austerità e che (per quanto il paragone sia in buona misura improprio) se una impresa è indebitata il modo razionale per risolvere la questione può ben consistere nello spendere qualcosa in più per tentare di incrementare il fatturato, riducendo il peso dei debiti. A chi si chiede di quanto aumenterebbe lo spread sui titoli del debito pubblico, replico che si tratta di questione più politica che tecnica, perché se la Banca Centrale Europea assumesse un profilo accomodante gli spread potrebbero addirittura ridursi.

Una strada difficile da percorrere? Certamente. Ma è la sfida cui siamo sfortunatamente chiamati e il resto sono frottole.

 


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: