Perché abolirei il finanziamento pubblico ai partiti

Partiamo da due presupposti.

  1. Lo so bene che la corruzione è sempre esistita e che il problema principale del nostro paese non è questo. Eppure, le manovre economiche necessarie per una svolta sono gli uomini nelle stanze dei bottoni a doverle pensare e attuare. Ergo il problema non è secondario.
  2. Le belle teorie senza il contesto sono ciò che sono. Teorie. Talvolta anche peggio. Sono come la favola di Biancaneve senza la Strega Cattiva. Non hanno senso. Il contesto è tutto!

Ieri parlavamo di questo argomento su un social network. A partire dalla segnalazione di un amico di questo contributo. La sostanza, anche se meglio argomentata, è quella della versione classica. Quella bersanian-bertinottiana – semplicemente perché, in ordine cronologico inversa, l’ho sentita caldeggiare ai due politici in questione. Ovvero, se la politica non è finanziata dal pubblico, solo chi ha i soldi per pagarsi lunghe campagne elettorali, due case (una a Roma per governare, e una dove vive) e il rientro nella professione a mandato scaduto farà politica. Quindi verremmo costantemente governati da oligarchi danarosi invece che da normali cittadini che brillano per capacità, intuizione e abilità gestionali.

Come negare questa bellissima …. Teoria? Perché tale è. Ovvero qualcosa che si inserisce appieno nell’ambito del presupposto n 2.

Ma proviamo un attimo a guardarci intorno. Cosa vediamo?

  1. Oligarchi che governano grazie al loro gruzzolo.
  2. Partiti composti di persone che fanno politica per professione e che prestano la faccia ad altri oligarchi danarosi che preferiscono stare nell’ombra. Magari semplicemente avendo la tessera del partito.
  3. Menti brillanti, con capacità, intuizione e abilità gestionale che hanno di fronte due possibilità. Non fanno politica. Fanno altro. Oppure provano a entrare in un partito e a iniettare novità. E allora la struttura ossidata degli incapaci, dei furbi e dei mediocri, li tiene al margine. Timorosa di un rimpiazzo. Li mette dove non disturbano. Quelli ci provano, poi ci riprovano. Protestano. Scalpitano. E alla fine fanno altro.

Ma la cosa più divertente è che i primi e i secondi li paghiamo per farlo! Non solo li paghiamo quando sono eletti. Ma li paghiamo anche per farsi eleggere. E poi continuiamo a pagarli a vita dopo che siamo riusciti a liberarcene.

L’assurdità del contesto (il contesto è tutto!) è che abbiamo realizzato il paradosso. Paghiamo per ottenere lo scenario che secondo la vulgata pro-finanziamento pubblico dovremmo ottenere non pagando.

C’è poi un fraintendimento di base. Buona parte di chi – e parliamo della maggioranza del Paese che si espresse in un referendum e che oggi sarebbe addirittura molto più ampia – è contro il finanziamento pubblico concentra la propria contrarietà in particolare sul prima e in parte sul dopo. Mi spiego. Nessuno dice che quando sei in carica non ti si debba pagare adeguatamente (non vergognosamente si badi bene! Adeguatamente) per svolgere il tuo lavoro. Ciò che si dice è che

  1. Non ti pago prima. La campagna elettorale la fai con il sostegno dei tuoi militanti. E sfatiamo il mito che non si possa fare. Guardatevi i costi della campagna elettorale del M5S e ve ne accorgerete. Raccolti più soldi di quanti ne sono stati spesi. Beh, si dirà, ma lì c’era Grillo. E quindi? Qual è la differenza fra Grillo e un politico suadente sulla breccia da 30 anni? L’unica differenza è che il primo non l’abbiamo pagato se non volevamo. Il secondo sì. A prescindere.
  2. Per il dopo prevedo al massimo un periodo cuscinetto per il reinserimento. Anche qui il contesto è tutto. Ma siete sicuri di voler credere alla favola di uno che per una, due legislature è stato nella stanza dei bottoni e che dopo non riesce a trovare lavoro? Per favore non scherziamo. Che la disoccupazione è una cosa seria.

Tirando un po’ di somme. Sono convinto che la politica sia una professione che dovrebbe fare solo chi ha una forte vocazione (come quella del medico, dello street lawyer o del missionario) e quindi una forte integrità morale. Sono anche convinto che nel mondo ideale il finanziamento pubblico a persone di questo calibro avrebbe un senso darlo a vita. Ma sono anche convinto che il dilemma di “chi controlla i controllori” sia sostanzialmente irrisolvibile. O meglio che abbia solo soluzioni contestuali possibili. Ovvero diverse a seconda delle situazioni e dei contesti.

Il nostro contesto lo conosciamo bene. E abbiamo di fronte l’esempio di una forza politica che è riuscita a portare in parlamento una ventata di novità restituendo il finanziamento pubblico e chiedendo i soldi ai propri sostenitori.

Il Italia il finanziamento pubblico ai partiti va abolito. Subito. Avete paura che vi governino le multinazionali? Tranquilli, GIA’ LO FANNO. Solo che gli paghiamo i prestafacce. Almeno sarebbe esplicito. E con una legge sul finanziamento privato dei partiti (che sono associazioni di diritto privato) almeno sapreste realmente chi c’è dietro. Con i bilanci pubblicati in rete.

Inoltre, il finanziamento pubblico esercita un forte potere di delega simbolica dall’elettore al politico. Visto che ti do i soldi, ti devi occupare tu della cosa pubblica. Io al massimo mi ricordo di venire a votare quando mi chiami alle urne. Fra una e l’altra scadenza elettorale posso anche dormire. Perché tanto c’è lo Stato, c’è il Pubblico che mi protegge. Una volta che un partito fosse finanziato pubblicamente da questa o quella azienda, il cittadino terrebbe le antenne più alte. Sorvegliando, come dovrebbe sempre, i suoi delegati. Controllando i controllori. Soprattutto in un mondo in cui ormai le aziende, a causa della sensibilità dei loro clienti rispetto a certi temi (energie sostenibili, sfruttamento del lavoro. Inquinamento, ecc.) sono costrette almeno a porsi il problema della Responsabilità Sociale.

Con questo ovviamente non intendo che il ruolo di mediazione e controllo delle istituzioni propriamente pubbliche debba venir meno. Tutt’altro.

In tutto questo c’è ovviamente una variabile che in pochi considerano e che spariglia tutte le carte. La variabile si chiama “lobbista”. Volendo, un mestiere come un altro. Che alla luce del sole e con i dovuti controlli è anche questa roba che esiste da sempre. Da noi però non funziona così. In genere un ufficio che si occupa di questo onorabile mestiere vecchio come il mondo ha tre soci. Uno con i contatti con la parte politica A, uno con la parte politica B e uno con la parte politica C. Chiunque governi, il lobbista sta tranquillo. E con lui quelli che lo pagano per infilare in una legge una riga in più, per far sparire un comma. Spesso è sufficiente una parola nella complicata legislazione italiana. Un “non solo”, un “anche” o un “sebbene”, nell’interpretazione del cavillo, fanno la differenza di uno zero nel fatturato.

Il lobbista made in italy nel finanziamento pubblico ci sguazza come lo spacciatore nel proibizionismo. Metti le dosi sul bancone della farmacia e il racket lo fai fuori in un giorno. Elimina il finanziamento pubblico e non eliminerai i lobbisti. Ma almeno eliminerai la parte più viscida e moralmente riprovevole del loro lavoro.

Mentre aspettiamo che per le stanze di Montecitorio si aggirino i filosofi della Repubblica di Platone a cui dare il finanziamento pubblico a vita. Mentre siamo costretti a convive con Gasparri e Fassina, con Capezzone e Maroni, con la Finocchiaro e la Mussolini … aboliamo il finanziamento pubblico ai partiti. Poi si vedrà.


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