Vincere si può. Ma vincere sul serio.

Sono sostanzialmente d’accordo con l’analisi di VociAlVento che ribloggo più in basso. Il M5S ha perso. Punto.

Nonostante abbia sentito persone disgustate dall’inciucio di governo.

Nonostante una certa tendenza a partecipare alle elezioni politiche in maniera diversa da quelle amministrative.

Nonostante l’indubitabile carattere dell’italiano medio. A cui piace stare tranquillo. Che oggi lancia il sasso e domani nasconde la mano. Anche in periodi di necessità stringenti.

Nonostante … Nonostante …

In realtà quello che mi piacerebbe sentire ora è una bella sessione di autocritica. L’avversario lo conoscevano benissimo. Le sue armi erano palesi. Cos’è mancato? Perché la base elettorale del M5S è rimasta a casa? Il M5S è già diventato “parte del problema”?

Ecco, parte del problema. Vediamo.

“Mi dispiace che il voto sia andato in questa maniera in tutta Italia. La strategia politica dovrebbe essere già da un pò in mano ai cittadini e alla Rete e noi essere solo i portavoce, come dice giustamente Crimi. Ma con strumenti come la ‘piattaforma’ che, invece, ancora non c’è. Ci rimbocchiamo le mani e continuiamo a fare opposizione”, Adriano Zaccagnini, Deputato M5S

“Un occhio particolare alla mia Campania, dove gli enti locali sono dilaniati dal clientelismo politico più sfrenato. Se entriamo anche lì – sostiene – allora alle prossime elezioni nazionali, dove il voto è molto più libero, vinciamo e andiamo al governo di questo paese. L’attivismo e quindi il consenso libero continua a crescere. Chi dice il contrario forse non ci sta osservando […] Credo che se tra le amministrative dell’anno scorso e quelle di quest’anno non ci fossero state le politiche (con un 25% di crescita improvvisa), oggi staremmo esultando, perché tra 15 giorni avremo altri Sindaci a 5 Stelle, come Federico Pizzarotti …”, Luigi di Maio, Vicepresidente della Camera, Deputato M5S

Avete mai sentito due parlamentari della stessa forza politica esprimere due pareri agli antipodi? Sì, succede. In genere, quando è pianificato, serve ad accontentare tutti gli uditori. Quello dei critici e quello dei tifosi fedeli. Il problema è che, per quanto riguarda il M5s, non si tratta di strategie pianificate – la direttiva dei comunicatori era addirittura “non commentate”. Ma dell’improvvisazione (anche sincera) di chi fa ciò che può. Senza rete. Senza la forza di un vero piano d’azione. E il risultato è esattamente l’opposto. Sembra tattica da vecchi volponi del Palazzo ma il risultato è uno sfacelo. Quindi, dal punto di vista della reputazione, qualcosa di equivalente alla beffa dopo l’inganno.

In realtà un modo per vincere c’è. Un modo per vincere davvero. Bisogna tornare a parlare tanto agli intelletti informati, quanto alle pance da tifo. “Tutti a casa” funzionò perché entrò in sintonia con entrambi i pubblici. Sia con la tifoseria che cerca lo slogan e la soluzione semplice (e improbabile) a questioni complesse. Sia a chi riconosceva un ruolo non secondario (ma nemmeno primario) della classe dirigente incompetente e collusa nel tracollo del paese, in base a un analisi storica e politica.

Per tornare a vincere bisogna sintonizzarsi di nuovo su quel duplice canale. E l’unico modo per farlo è prendere in mano la questione delle questioni. Quella che nessuno dei partiti tradizionali e collusi avrà mai né l’interesse né il coraggio di fare. L’Italia deve uscire dall’Euro, recuperare la sovranità monetaria e garantire la linfa vitale per la ripresa. Sottraendosi definitivamente al giogo tedesco.

Fuori dall’euro. Fuori dalla crisi.

Una battaglia che va preparata. Spiegata. Illustrata in maniera semplice per le pance. Argomentata con i dati per le menti. I numeri stanno lì. Evidenti. Palesi. Aspettano solo che qualcuno li prenda in mano e li gridi nelle piazze. Raccontando finalmente la verità. Che la corruzione è lì da sempre. E non è solo con quella che si spiega il disastro sociale in cui viviamo.

Si tratta di vedere se si avrà l’onesta intellettuale per farlo. Passando da una battaglia importante (ma idealistica e irrealizzabile nell’immediato – tutti a casa) alla battaglia delle battaglie. Quella fondamentale per evitare il tracollo.

 

Analisi di una sconfitta

Da http://vocialvento.com/2013/05/28/analisi-di-una-sconfitta/

Purtroppo si leggono in giro tante versioni del risultato elettorale figlie di quel massimalismo masochistico che fece dire a chi criticava “avete sbagliato a votarci” della serie “meglio pochi ma buoni”.

Qualcuno addirittura fa riferimento al 2008-2009 e dice che da 0 a xx% il movimento è l’unico a guadagnare. O si insiste nel dire, dopo il friuli, che le comunali sono diverse. Sono tutte stronzate. La crisi è talmente profonda in questo paese che ogni momento, ogni decisione è pienamente politica. L’astensione è politica. La protesta è politica.

Ammetto che in un comune di 30.000 anime la situazione potà anche essere “di prossimità” e il voto alla persona. Ma francamente non me ne frega molto. Guardo al dato politico che esprime una città come Roma, dove la prossimità non esiste. Il voto a Roma è politico. Il governo della città è lontano dal cittadino quanto quello nazionale.

Ho fatto un’analisi dei numeri (su roma): hanno votato 1.242.384 su 2.353.282 ovvero il 52,8%

Marino prende 512.720 – 42,6%
Alemanno 364.337 – 30,27%
De Vito 149.665 – 12,43%
Marchini 114.169 – 9,48%
Medici 26.825 – 2,22%

se si fosse mantenuto il dato sull’astensione delle precedenti, ovvero il 73,66 del 2008 avrebbero votato 1.733.427 cioè 491.043 in più.

è evidente, che quel quasi mezzo milione di voti, avrebbe fatto la differenza. Anche semplicemente confermare i voti delle politiche a febbraio, cioè 436.340 avrebbe valso il 25,17%

Marino avrebbe avuto a parità di voti circa il 29,6%
Alemanno il 21% …

Quindi ci sarebbe stato un ballottaggio Marino – De Vito e secondo voi chi avrebbe vinto?

La realtà è che la martellante campagna mediatica non tendeva a riguadagnare consenso perduto per il partito unico. Tendeva a fare argine all’avanzata m5s demotivando in vario modo i suoi elettori, di febbraio e potenziali. Ci sono riusciti, per questo cantano vittoria. Per questo è una sconfitta del m5s.

Poi analizziamo i motivi di questa sconfitta. Pensare che dipenda solo dal non essere andati in tv è miope. Un uso più spregiudicato dei media classici può anche starci ma il problema è a monte. Il problema di comunicazione non è solo di vetrina e apparenza. Il problema è cosa comunichi. I parlamentari hanno fatto molto, fra loro ci sono persone veramente valide e tutti si sono fatti in quattro.

Direi che hanno fatto moltissimo, in relazione a quanto era in loro potere fare. Ma sono stati lasciati soli. Isolati. Costretti ad inventarsi puzzle di un programma che non esiste. A rappresentare in parlamento e sui media una ridda di voci in cui c’è di tutto, assolutamente di tutto, mantenendo però un’unità formale che se è reale negli intenti, non può esserlo nella politica ad ampio respiro.

Dietro di essi è mancato quello che normalmente si chiama “partito”, ma chiamatelo pure come volete. Ovvero una struttura che elaborasse, studiasse, proponesse, avendo competenze specifiche serie nel campo che andava affrontando. Si è chiesto ai parlamentari di fare questo e insieme anche di imparare a fare i parlamentari. Una cosa impossibile che pure per certi versi sono riusciti a fare. E ora gli si chiede anche di andare in televisione, di comunicare meglio.

Ma non sono loro il “partito”. Non sono loro il movimento. Sono dei portavoce si dice. Ma cosa hanno dietro? Nella migliore delle ipotesi piccoli gruppi informali.

Ma, oltre questo, il punto è: si riesce a fare politica,vera politica, con un movimento? la prassi di questi ultimi mesi dimostra di no. L’alternativa alle strutture di partito doveva essere la famosa piattaforma online, ma a parte che non se ne è vista traccia, personalmente ritengo che sia uno strumento valido consultivamente, ma quando si tratta di elaborare? Non sottovaluto l’intelligenza collettiva, anzi la esalto, ma quando essa riesce ad attrarre competenze e ad utilizzarle. La struttura assembleare molto difficilmente riesce ad esprimere posizioni elaborate. L’intelligenza collettiva si esprime in piccoli gruppi ad alta competenza specifica, laddove si incrociano esperienze trasversali che fanno elaborare al gruppo punti di vista diametralmente opposti, ma dove deve esistere comunque una capacità di sintesi che non è propria delle strutture assembleari.

Se non si costruisce un retroterra organizzativo che elabori strategie e le comunichi alla gente, ci vuole molto ottimismo per sperare che il m5s riesca a rappresentare l’alternativa al sistema di potere che occupa da decenni tutti i gangli di potere del paese. E di ottimismo nel paese ne è rimasto poco. Quindi la gente non va nemmeno a votare. Bisogna ridare speranza. Bisogna rischiare. Non è il momento dell’attendismo. Ma bisogna anche essere spregiudicati e realisti. I massimalisti idealisti non hanno mai fatto le rivoluzioni, al massimo hanno fatto i martiri.

C’è un altro dato che ha indotto all’astensionismo e che non va sottovalutato. Quello di sentirsi impotenti. Ho sentito molte persone ammettere che la campagna mediatica è stata indecente, che il movimento in parlamento ha fatto quello che poteva, ma … Ma se pure presenti 100 proposte di legge bellissime e sei costretto ad ammettere che il partito unico al potere le prende e ci si pulisce il culo, un po’ gente comunque smette di votarti, perché la tua è un’ammissione di impotenza.
Se ti fai fare a pezzi sui giornali, la tua è un’ammissione di impotenza.
Se ti fai rendere ridicolo, la tua è una faccia da perdente.
Perché dovresti prendere voti e fiducia di chi vuole sperare di cambiare la sua situazione da perdente?
Il motivo, uno dei motivi, per cui Berlusconi ha preso tanti voti sempre in questo paese, è questo. E’ un vincente, è un figlio di puttana, è uno che sta sempre a galla. La gente lo vota sperando in una sorta di trasfert. Lui vince e io con lui.
Non è vero un cazzo, ma così è, e la politica mediatica è fatta anche di questo. E’ psicologia delle masse. Anche questo conta. Per questo a volte è meglio mediare e ottenere poco o niente, facendo finta di aver ottenuto chissà cosa, piuttosto che arroccarsi e rimanere con un pugno di mosche in mano. Questo, tanta gente non lo ha perdonato. Aver preso un sacco di voti, essere entrati come vincenti e essere rimasti appunto, con un pugno di mosche in mano. Il messaggio che è passato è stato quello di essere dei pirla. E perchè dovrebbero votare dei pirla?

La politica è anche empatia di pancia. Non dico che questo sia il solo motivo dell’astensionismo, ma uno dei motivi. L’ho percepito bene, parlando con la gente, fra quelli che erano stati gli elettori più estemporanei, quelli dell’ultimo momento, quelli che avevano seguito l’onda della protesta indignata contro i partiti.

Anche laddove c’è vaga comprensione dei meccanismi che hanno impedito di “fare qualcosa”, anche dove si riconosce l’impegno, se perdi non ti voto. E’ un atteggiamento psicologico su cui ci sarebbe molto da discutere, ma è noto. Gli spin doctor / influencer lo conoscono bene. Paradossalmente, sotto il profilo della comunicazione, meglio un disonesto vincente che un onesto perdente. Con questo ovviamente non voglio dire che la comunicazione del m5s debba essere improntata alla disonestà… dico che c’è questo dato. Semplicemente. Può piacere o non piacere ma la gente, una parte di essa, funziona così, e vota. E il loro voto vale quanto quello di una persona consapevole e preparata.

Tutto questo porta a fare una semplice considerazione: il m5s, o quello che potrà nascere da esso, avrà qualche possibilità di cambiare l’italia solo se riuscirà ad elaborare una proposta politica antagonista che si affermi come una speranza nel cuore della gente.

Questa sconfitta probabilmente allenterà la pressione dei media di regime, ma fino a un certo punto.

Per far sì che sia stata una salutare scossa da cui ripartire si dovrà elaborare nelle giuste sedi una linea politica chiara, forte, abbastanza forte da permettere i necessari compromessi dove essi sono necessari, per iniziare a costruire il cambiamento. Deve rappresentare un’alternativa credibile, anche se scomoda. Fuori dal coro e necessariamente dura, perché i tempi lo impongono.

Sul piano strategico non può essere altro che assumersi la responsabilità di dire con chiarezza che l’italia deve uscire dall’euro e riconquistare la sovranità monetaria nazionalizzando la banca d’italia.

Sul piano tattico occorre mantenere la stessa politica di trasparente onestà che ha contraddistinto il movimento ma anche alleandosi transitoriamente con chiunque permetta l’attuare di parti di programma, anche piccole.

Di forze che restano con un pugno di mosche in mano la gente non sa che farsene, a quello provvediamo da soli.


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