Il Dio Euro e il mito vichingo

L’Islanda, il paese che si è ribellato ai banchieri, ha scritto la costituzione online, ha cacciato i responsabili del disastro e si è rialzata sulle sue gambe. Tornando a crescere e facendo il writedown dei mutui per la gente che non riusciva più a pagare. La storia è talmente bella da non sembrare vera. E infatti non lo è. O almeno così sembra.

Il 28 aprile ci sono state le elezioni e le hanno vinte i partiti che avevano causato il dissesto che tutti conosciamo. Privatizzazione delle banche, aggancio alla finanza creativa legata alla bolla americana dei subprime, paese sull’orlo del baratro.

Secondo i primi dati avrebbe vinto il Partito dell’Indipendenza di Bjarni Benediktsson, 43 anni, che ha ottenuto il 25 per cento dei voti e 19 seggi all’Althing, mentre il partito di centro (Progresso) di Sigmundur David Gunnlaugsson, 38 anni, otterrà 18 seggi in Parlamento grazie al 22 per cento dei voti. La maggioranza richiesta è di 32 seggi su 63, e con i 37 ottenuti da due partiti il governo è assicurata.

Crollano invece i partiti di governo di centrosinistra: l’Alleanza socialdemocratica avrà 9 seggi con il 13 per cento dei voti, più o meno come i Verdi, mentre il partito Futuro Luminoso, centrista e a favore dell’euro, avrà invece 6 seggi.

Da qui: http://www.rischiocalcolato.it/2013/04/il-vento-sembrerebbe-aver-cambiato-direzione-le-elezioni-islandesi.html

C’è qualcosa che non va. Se il governo della socialdemocratica Johanna Sigurdardottir avesse compiuto il miracolo che ci raccontano in Italia, perché i cittadini avrebbero dovuto votare di nuovo quelli che li avevano condotti quasi sul lastrico?

Oggi se lo chiede anche Steingrímur Sigfússon ministro delle finanze uscente in una intervista al Financial Times:

I was part of the ousted centre-left coalition that stopped the slide. At the time of last month’s election, the deficit was turning into a surplus, the currency had stabilised, inflation had dropped to less than 4 per cent and unemployment had halved.

The Icelandic recovery was not based on the sort of austerity measures seen elsewhere in Europe. Low-income groups and the unemployed were protected. Debt on homes with negative equity was written down. The International Monetary Fund rather unexpectedly lauded Iceland for retaining our Nordic welfare system.

In sostanza il poveretto (il discorso sembra gliel’abbia scritto Bersani) si chiede esterrefatto come sia possibile. Abbiamo risanato, non abbiamo tagliato lo stato sociale, nemmeno il FMI si lamenta, com’è possibile? La risposta che ci fornisce è ovviamente che i cittadini sono scemi. Che i partiti del centro-destra hanno fatto promesse di corto termine e hanno avuto la meglio perché gli elettori non sono in grado di percepire i benefici a lungo termine della ristrutturazione e del pareggio di bilancio.

Ma come ristrutturazione! Ma come pareggio di bilancio! Ma l’Islanda non era questa?

In Islanda si è tenuto un referendum, promosso da 60.000 islandesi, per decidere se ripianare con soldi pubblici il fallimento della banca Landsbanki legato ai depositi Icesave. Il 93% degli islandesi ha votato contro il pagamento pubblico, solo l’1,8% a favore. Gli islandesi sapevano che il no al salvataggio della banca avrebbe messo a rischio l’ingresso dell’Islanda nella UE. La perdita di di 3,9 miliardi di euro di Icesave infatti ha colpito soprattutto risparmiatori britannici e olandesi. I governi di Gran Bretagna e Olanda hanno fatto forti pressioni per la restituzione dei depositi versati dai loro cittadini. Gli islandesi si sono rifiutati di pagare per gli errori di una banca privata e degli enti che avrebbero dovuto controllarla. E’ una fantastica notizia!

Da qui: http://www.beppegrillo.it/2010/03/il_ruggito_dellislanda.html

O questa?

C’era un paese che aveva nei confronti delle potenti banche estere un debito di diversi miliardi, pari a decine di migliaia di euro di debito a carico di ciascun cittadino! Le banche creditrici, appoggiate dal governo, hanno proposto misure drastiche a carico dei cittadini, che ciascun cittadino avrebbe dovuto pagare con tasse e/o minori servizi, qualcosa come 100 euro al mese per 15 anni! I cittadini sfiduciarono il governo, si fece strada l’idea che non era giusto che tutti dovessero pagare per errori e ruberie commessi da un manipolo di banchieri e politici, decisero poi di fare un referendum che con oltre il 90% dei consensi stabilì che non si dovesse pagare il debito.

Daqui: http://www.beppegrillo.it/2012/08/la_favola_islan.html

La risposta è almeno duplice.

Primo. Il mito nordico dei vichinghi ribelli è esattamente ciò che è: un mito. Nel senso etnologico (e non peggiorativo) del termine. Ovvero una ricostruzione culturale e atemporale che mescola eventi veri e fittizi. Attraverso i miti una cultura fonda sé stessa. Elabora la propria cosmologia. E la elabora nel momento storico in cui il mito viene prodotto. Quindi il mito è un riflesso dei bisogni del presente elaborativo, non una ricostruzione degli eventi che vi hanno condotto. E il mito nordico dell’Islanda ribelle contro il capitale internazionale è in questo senso un mito della crisi. E uno dei protagonisti è proprio la finanza internazionale.

La storia però e diversa.

Cosa stiamo intuendo, quindi, dalla situazione islandese? Allora, andando per ordine, per quanti si sono distratti:

  • L’Islanda è stata per tre anni in assistenza del Fondo Monetario Internazionale;
  • L’operazione di salvataggio del proprio sistema finanziario domestico è stata estremamente costosa per il contribuente;
  • I controlli sui capitali, in vigore dal 2008 a mai allentati, stanno determinando una nuova bolla immobiliare, mentre i mutuatari, come detto, soffrono per il sistema di indicizzazione dei propri debiti, che sottrae quote crescenti di reddito disponibile e frena pesantemente la ripresa;
  • L’Islanda ha evitato di svenarsi per pagare i creditori esteri, ma ha comunque pagato l’assicurazione sui depositi di non residenti, contrariamente alla vulgata italico-terzomondista;

 

Ma il malessere economico islandese resta profondo, e poggia soprattutto sui forti oneri sopportati dai mutuatari, che hanno un debito ipotecario complessivo equivalente a 11,3 miliardi di euro (su una economia che ha un Pil equivalente a circa 13 miliardi di dollari), l’80 per cento del quale è indicizzato ai prezzi al consumo, attualmente in crescita tendenziale del 4 per cento. Nel paese c’è quindi diffuso disagio, contrariamente a quanto credono i gonzi italiani, ed i partiti si muovono per promettere un minimo di sollievo ai cittadini, ad esempio vagheggiando tagli di tasse oppure (con esponenti dell’attuale opposizione) promettendo di abbattere di almeno il 20 per cento il valore dei mutui in essere, per alleggerire il peso sui debitori. E qui sorgono ovvi problemi.

Da qui: http://phastidio.net/2013/04/23/islanda-nel-paese-che-non-cera/

E veniamo al secondo elemento: l’Europa. Infatti l’ex ministro Sigfússon non solo non la racconta giusta, ma non la racconta tutta. Infatti, i cittadini le bastonate per ripagare i debiti le hanno prese e come. E continueranno prenderle per lungo tempo per ripagare la linea di credito concessa dal FMI (e questa è la parte in cui Sigfússon non la racconta giusta). Non solo, ma il suo partito è quello che li avrebbe portati in Europa. E magari nell’euro (e questa è la parte in cui non la racconta tutta). E sulla sua pelle Sigfússon ha dovuto imparare che i cittadini sono sì fessi. Ma fino a un certo punto.

Il 28 aprile hanno rimandato a casa lui e il suo governo e  hanno detto chiaramente che preferiscono la corruzione e una riedizione del boom-and-bust che gli propinarono i partiti di centro destra. Preferiscono addirittura i fascistoidi xenofobi del Partito del Progresso. Tutto piuttosto che affidarsi alla Troika. Meglio il boom-and-bust che il bust perenne dell’austerità.

Quello islandese è un altro tassello che ci rende sempre più chiaro il triste epilogo della socialdemocrazia europea. Incapace di ricostruire una propria cosmologia fondante che riempisse il vuoto creato dal suicidio dei marxismi, ha finito per adottare l’europeismo. Un’esca intellettuale dietro alla quale erano in agguato i predatori del capitale finanziario. E un po’ per collusione, un po’ per idiozia, siamo dove siamo.

Ovvero al punto in cui la risposta Keynes – “nel lungo periodo saremo tutti morti” – rischia di essere la croce uncinata. Chissà se almeno la storia li seppellirà con ignominia! 


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