Quale futuro per la zona euro?

Stamattina definivo i neo governanti italiani bugiardi. Quest’articolo di Sapir tradotto da Sirtori aggiunge un tassello al perché della definizione. Sanno tutto. E’ impossibile che non sappiano. L’ipotesi della stupidità e dell’incompetenza inizia a vacillare. Se io e voi abbiamo accesso a queste informazioni, com’è possibile che loro non lo abbiano? Jacques Sapir è un’economista di rilievo internazionale. Mica il blogger di provincia ingigantito dalla bolla virtuale de “mi piace”!!!

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Jacques Sapir commenta uno studio di una fondazione tedesca sulla possibile evoluzione futura della crisi dell’eurozona

ribloggato da http://vocidallestero.blogspot.it/2013/05/sapir-quale-futuro-per-la-zona-euro.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+VociDallestero+%28Voci+dall%27estero%29

Traduzione di Ugo Sirtori

La Friederich Ebert Stiftung, una fondazione tedesca legata alla SPD, ha appena pubblicato un documento che analizza i possibili scenari futuri per la zona Euro, un progetto dal titolo Scenario Team Eurozona 2020 [1]. Questo documento è stato preparato sulla base di molti incontri (16 in totale) in diversi paesi nel corso del 2012. Le conclusioni sono state tirate in un incontro tenutosi a Bruxelles il 6 dicembre 2012. Anche se non rappresenta la posizione ufficiale della social-democrazia tedesca ed europea (partecipanti provenienti da vari paesi dell’area hanno collaborato alla sua stesura) questo documento è sintomatico del punto di vista che si è ora formato in Germania sulla questione dell’area dell’Euro. Questo è quel che lo rende interessante. Non consideriamo questo testo come l’alfa e l’omega della riflessione su questo tema, ma come qualcosa che è rappresentativo di una mentalità nel resto d’Europa e in Germania e che contrasta nettamente con quanto continua a essere propagandato dalla stampa francese tutta. Il documento inizia con uno ‘stato dell’arte’ e riconosce che l’Euro sta affrontando una crisi diffusa. Esso riconosce che le misure finora adottate per affrontare questa crisi si sono rapidamente mostrate inadeguate e hanno contribuito a esacerbare la crisi.

“Le misure adottate nei diversi summit si sono dimostate inadeguate e spesso hanno semplicemente esacerbato i sintomi della crisi. In molti paesi, specialmente nel Sud Europa, il tutto si è manifestato con un’intensificazione drammatica della crisi sociale, un’alta disoccupazione giovanile, la recessione dell’economia e una frustrazione crescente in vasti strati della popolazione sull’Europa e le istituzioni europee.”(p.3)

Non si può che concordare con la constatazione. Inoltre, alcune delle misure formalmente decise, si scontrano con una resistenza significativa sulla loro attuazione (come nel caso dell’unione bancaria che è stata accettata solo con grande riluttanza dalla Germania). L’acuirsi della crisi, sia per il drammatico aumento della disoccupazione in paesi come la Grecia e la Spagna, sia per il degrado costante dei conti pubblici in diversi paesi, dimostra che la crisi è sempre più presente e pressante.

I. I quattro scenari selezionati

Da questa osservazione, sono stati sviluppati quattro scenari. Alcune delle loro ipotesi sono realistiche, ma altre sembrano esserlo meno. Tuttavia, uno scenario è niente senza il realismo delle ipotesi. Li riepilogheremo brevemente, indicando gli elementi su cui i gruppi di lavoro non hanno adottato ipotesi realistiche, o dove sono state adottate ipotesi solo parziali.

(1) Lo stallo nella crisi. (Muddling-trough the crisis)

In questo scenario, l’Unione economica e monetaria rimane un meccanismo incompleto. Come risultato, i paesi dell’Europa del sud continuano a essere dipendenti da piani di salvataggio a carico dei paesi del Nord Europa, mentre la BCE continua, e aumenta anche, gli acquisti di debito sovrano sul mercato secondario per mantenere i tassi di interesse a livelli gestibili. L’Europa meridionale si avvia così in un lungo periodo di depressione e non è in grado di implementare un nuovo modello di crescita a causa della mancanza di investimenti. Si aggiunga inoltre la mancanza di domanda “solvibile” e la fuga dei migliori cervelli. I piani di salvataggio assicurano che questi paesi rimangano nell’euro (nonostante sorgano nelle popolazioni movimenti sempre più importanti contro l’euro), ma non sono in grado di trovare una soluzione a questa crisi. L’Unione europea si indebolisce sia nei confronti degli Stati Uniti che dei paesi emergenti e diventa sempre più dipendente da suoi partner.

(2) La rottura dell’Eurozona. (Break-up of the Eurozone)

Qui, la gestione della crisi è ancora più conservatrice rispetto allo scenario precedente, dove si ammetteva un significativo impegno della BCE. L’unione bancaria, anche se formalmente implementata, è inefficiente a causa della riluttanza di molti paesi alla sua applicazione. Il peggioramento della situazione economica dei paesi dell’Europa meridionale si combina con una rinnovata rigidità riguardo il patto di crescita e stabilità che richiede a questi paesi ancora maggiore impegno per una riduzione del deficit e del debito. Inoltre, non c’è nessuna politica di investimento né politica industriale o politica commerciale a livello europeo. Il risultato di tutto questo è che le tensioni sociali diventano incontrollabili e conducono a uscite non concordate dalla zona euro. Questo si traduce in un divisione monetaria dell’Europa in tre parti, con un euro “mantenuto” intorno all’area della Germania (in realtà una zona Marco), un’unione monetaria del Nord intorno alla Gran Bretagna e un Sud Europa, dove ogni paese riguadagna la sua sovranità monetaria. Facciamo qui notare che la cosiddetta ‘Unione monetaria del Nord’ è in realtà molto poco probabile.

La Gran Bretagna non ha alcun interesse a un’unione monetaria. L’”area della sterlina” è una possibilità, ma il grado di probabilità è basso. Il risultato da considerarsi più probabile è da un lato la costituzione di una ‘zona del marco’ destinata indirettamente o direttamente ad alcuni paesi dell’Europa centrale, e un ritorno alla sovranità monetaria per tutti gli altri paesi. In questo scenario, l’Unione europea è attaccata tanto dall’esterno, dove la sua posizione nei confronti degli Stati Uniti, ma anche di Cina e Russia è indebolita, quanto dall’interno dall’aumento dei movimenti politici che mettono radicalmente in discussione l’esistenza stessa delle istituzioni europee.

(3) Il ripiegamento su un nocciolo duro dell’Europa. (Core Europe)

In questo scenario rimangono da una parte solo i paesi del centro, nel contesto di un nuovo trattato, che comprende l’unione bancaria, ma anche l’Unione fiscale e dall’altro lato gli altri paesi che rifiutano questo trattato e che costituiscono un secondo livello di UE ridotta a una zona di libero scambio. Lo studio di FES naturalmente include la Germania e la Francia nei paesi core e accetta la scommessa che intorno a questi due paesi un certo numero di altri paesi si riunirà sulla base di un accordo politico (denominato Euro patto plus) che includa la cessazione dell’austerità e delle regole sociali e fiscali comuni per evitare il dumping sociale e fiscale.

“Il Patto Euro Plus, con il suo impegno per un’ulteriore convergenza della tassazione delle imprese, dei contributi e delle prestazioni sociali, sarebbe implementato solo nei paesi core, che dovrebbero protegersi dal crescente dumping fiscale e sociale da parte degli altri paesi. Delle nuove risorse finanziarie per gli investimenti, combinate con una politica industriale, col mercato unico e con adeguate riforme strutturali, aiuterebbero la transizione verso un’economia più verde, più efficiente e più inclusiva nel gruppo dei paesi del centro.” (p.8)

Questo nucleo di paesi avrebbe quindi una forte coerenza e ci potrebbe essere uno sviluppo più armonioso. Per altri paesi, la situazione sarebbe meno rosea e l’azione “non convenzionale” della Banca Centrale Europea sarebbe sempre necessaria. Allo stesso modo, il MES sarebbe comunque necessario e vedrebbe i suoi mezzi di intervento potenziati per far fronte a crisi nei membri non ‘hard core’ pur avendo una condizionalità ancora rinforzata. Le differenze tra i paesi del ‘hard core’ e il resto dell’Unione europea sarebbero destinate a crescere. Al limite, si potrebbe sviluppare un forte antagonismo tra i paesi ‘hard core’ e gli altri paesi dell’Unione europea.

“Gli stati membri della periferia sono favorevoli a misure protezionistiche, con gli stati del centro che devono fronteggiare delle pressioni crescenti in termini di competitività a causa dei loro standard sociali elevati. Questo porta ad una crescente ostitlità e ad un populismo antieuropeo all’interno e all’esterno dei paesi core.” (p.8)

Questo scenario sembra improbabile in quanto presuppone un accordo politico di fondo non semplice con la Germania, quando invece il conflitto tra la Francia e la Germania sta crescendo di intensità, nonostante quel che dice il governo. Ora, se tra Germania e Francia un accordo non è in realtà possibile, e considerando le attuali divergenze questa sembra la soluzione più probabile, la soluzione per il nostro paese potrà essere sia di dar ragione alla Germania sull’austerità, sia di lasciare l’Euro. Siamo pertanto ricondotti al primo scenario (la situazione di stallo) o al secondo (l’esplosione).

(4) Il completamento dell’Unione di bilancio (Fiscal union completed).

In questo scenario, al seguito della Francia, la Germania e altri paesi dell’Eurozona riconoscono la comune necessità di accelerare il movimento verso un’Europa federale, riducendo in modo significativo l’austerità per l’Europa meridionale. Un fondo comune di stabilizzazione è implementato (una mutualizzazione del debito) e l’area dell’Euro si dota di un’agenzia in grado di emettere il proprio indebitamento per finanziare investimenti massicci in tutti i paesi, sotto l’egida di un’autorità comune di controllo.

“Una sorveglianza macroeconomica è combinata con maggiori risorse per la ripresa: non solo una più rapida implementazione dei fondi strutturali, ma anche un Fondo Economico Europeo per la Stabilizzazione col compito di gestire gli shock asimmetrici. Il dialogo sociale e la contrattazione sono incoraggiati a libvelo nazionale ad europeo per un migliore allineamento dei salari e della produttività.” (p.9)

Il problema con questo scenario è che esso non quantifica le esigenze finanziarie in trasferimenti annuali al di là della questione degli investimenti. Questo è un problema ricorrente in tutti gli scenari federalisti. Il federalismo comporta trasferimenti, che la Germania, ma anche la Finlandia e l’Austria, rifiutano. Ora, la grandezza dei trasferimenti per assicurare soltanto un recupero dei quattro paesi più in difficoltà (Spagna, Grecia, Italia, Portogallo) è nell’ordine di 240 – 250 miliardi di euro all’anno per dieci anni. Inoltre, è altamente probabile che questo livello di trasferimento diventerebbe permanente, come si è visto oggi all’interno degli Stati e in Francia con il caso del DOM – TOM. Quindi non parliamo di trasferimenti per un breve periodo, e non è affatto realistico aspettarsi di finanziarlo con dei prestiti.

II. La probabile evoluzione della situazione nell’area dell’Euro.

Nella valutazione di possibili scenari futuri e del loro grado di probabilità, dalla lettura del documento si può notare facilmente che vi sono delle gravi divergenze. Questo è particolarmente visibile nella mancanza di coerenza osservata nell’analisi dei diversi scenari. Tuttavia, emerge un’impressione generale: quella di un grande pessimismo circa il futuro dell’eurozona.

(1) Dall’impossibilità di continuare l’attuale politica al rischio di esplosione dell’area dell’Euro.

Nel primo scenario, lo stallo nella crisi, questo passaggio è particolarmente contraddittorio. “Il primo scenario – muddling through the crisis – è generalmente considerato insostenibile, ma vi è una importante variabile nel quadro all’interno del quale la cosa potrebbe durare, e precisamente una sorta di Japanese scenario. Questo significherebbe un lungo periodo di stagnazione, deflazione e alto indebitamento. Questo scenario sarebbe il risultato della gestione della crisi prevalente sino ad ora, caratterizzata da too little, too late, combinata con la dominante del metodo intergovernativo invece che comunitario.” (p.10)

La prima reazione è che l’affermazione che un tale scenario non è sostenibile è contraddetta dal riferimento, alla fine, a uno scenario “giapponese”. Tuttavia, questo ultimo scenario, che fa riferimento al “decennio perduto” del Giappone, non tiene conto del fatto che la zona Euro non è un paese, ma un insieme di paesi, come sottolinea anche il riferimento al “metodo intergovernativo”. L’unica soluzione per dare una continuità allo scenario della situazione di stallo, è di ammettere un flusso di trasferimenti certamente inferiore rispetto agli importi necessari nell’ipotesi federale, ma che rimarrebbero comunque significativi. Tuttavia, è chiaro che non solo la Germania si rifiuta di pagare tali importi, ma si oppone sempre più apertamente alle modifiche avvenute alla BCE con l’arrivo di Mario Draghi [5]. In realtà, il secondo scenario, quello di una rottura dell’Eurozona, appare molto più probabile, ma si divide in uno scenario ‘nero’, descritto come “Jugoslavia” e uno scenario più roseo, chiamato “Unione Sovietica”.

Il secondo scenario – crollo dell’Eurozona – potrebbe essere il risultato del perdurante e infruttoso approccio di muddling-through seguito finora, come abbiamo visto. Questo crollo potrebbe verificarsi in due modi: in primo luogo, la sindrome Yugoslavia, che comporta una violenta separazione e un vuoto decisionale, con gli eventi che vanno fuori controllo. Questo, naturalmente, sarebbe il peggiore tra i peggiori scenari possibili e non è sorprendente che sia stato prefigurato da un rappresentate della exYugoslavia. Dovrebbe essere preso seriamente, perché anche se nessuno lo desidera, potrebbe anche accadere…” (p.10) e

Il secondo scenario sarebbe quello di uno scioglimento pacifico, come lo scioglimento dell’Unione Sovietica, dove una saggia leadership riconoscerebbe che i costi di mantenere l’unione sarebbero molto più alti – e probabilmente insostenibili – della scelta di consentire una separazione, mantenendo almeno un centro intatto (nel caso della UEM, la decisione di una saggia leadership di questo tipo condurrebbe logicamente allo scenario dell’Europa Core).” (p.10)

(2) L’ipotesi del “nocciolo duro” europeo e le sue contraddizioni.

Il terzo scenario esaminato potrebbe allora derivare dal secondo. Il “nocciolo duro” costituito da paesi che conserverebbero l’Euro è in realtà lo scenario che è stato considerato il più plausibile da una maggioranza di partecipanti in varie riunioni organizzate dalla Friedrich Ebert Stiftung. Ma su questo punto, noi non possiamo che rilevare un’incongruenza: perché il “nocciolo duro” previsto nello scenario 3 possa formarsi, è imperativo che la Francia ne faccia parte. Se il “nocciolo duro” è costituito dalla vecchia zona del marco, siamo infatti in una delle varianti dello scenario dell’esplosione dell’Eurozona, perché è chiaro che la Germania e i suoi satelliti non avrebbero né desiderio né interesse ad attuare le riforme che coinvolgono il “nocciolo duro”. Tuttavia, la Francia non potrebbe rimanere in una “area Euro” senza che l’Italia (e forse la Spagna) ne facciano parte. Gli effetti sull’industria francese dell’appartenenza a un Euro senza l’Italia o la Spagna sarebbero abbastanza drammatici. Ma un “nocciolo duro” comprendente la Germania, la Francia e l’Italia non è molto diverso dalla configurazione attuale. La Grecia e Cipro fuori dall’Euro avrebbero economicamente (finanziariamente sarebbe un’altra questione) poca importanza. Tuttavia, è chiaro che la situazione economica della Spagna e dell’Italia è molto compromessa. Pertanto, il “nocciolo duro” non è niente altro che una zona marco ridenominata, quindi la Germania dovrebbe accettare quei trasferimenti che oggi nega. Ci siamo quindi ritrovati nella situazione precedente.

Il terzo scenario – Core Europe – potrebbe così derivare dagli altri due sopra menzionati. E’ stato considerato da molti come lo scenario più probabile, ma comporta grandi rischi, che riguardano soprattutto la sua potenziale caratteristica non democratica, derivante dall’approccio intergovernativo alla gestione della crisi implementato dalla amministrazione Merkel ” (p.10).

Un altro problema sollevato è la mancanza di democrazia nel caso dell’istituzione di un “nocciolo duro” intorno alla Germania. Questo è davvero uno dei problemi, pure se estraneo all’economia. È chiaro che l’impostazione di istituzioni controllate dal governo tedesco non avrebbe altra logica che trasformare i paesi europei aderenti in protettorati (nella migliore delle ipotesi) o colonie (nella peggiore) della Germania.

Infine, l’ultimo scenario, quello di un federalismo fiscale altamente avanzato, è stato considerato dai partecipanti come il migliore ma il meno probabile degli scenari. Su questo punto, possiamo solo condividere l’osservazione già espressa sulla fattibilità di questo federalismo.

(3) Le ragioni dell’indecisione tedesca.

Da questa tabella elaborata da competenti esperti della Friederich Ebert Stiftung ne deriva una constatazione che alcuni troveranno pessimista, ma che è in verità realistica. La posizione della Germania condanna a breve termine l’area dell’Euro, e la soluzione migliore sarebbe una dissoluzione concertata, che permetta di salvaguardare un nucleo istituzionale europeo. Quindi è necessario pensare a “chi ha interesse all’Euro” in Germania.

Si tratta chiaramente di un’alleanza tra gli industriali dei più grandi mercati europei e dei banchieri che ha molto da perdere da una dissoluzione dell’Euro. Per i primi, l’Euro, nella sua forma attuale, è la garanzia di una moneta che non è troppo sopravvalutata. Se la Germania tornasse al marco, non solo quest’ultimo si apprezzerebbe fortemente contro il dollaro e lo Yen (con un cambio di un DM per 1.50 Dollari) ma le valute dei principali clienti della Germania in Europa, la Francia, l’Italia e la Spagna, si deprezzerebbero liberamente. Non solo il surplus commerciale tedesco scomparirebbe, ma non è impossibile che si trasformerebbe in un deficit dall’1% al 2% del PIL. D’altra parte, una parte della popolazione e i pensionati avrebbero interesse che la Germania lasci la zona Euro per garantire il valore dei loro risparmi. In ogni caso, questa parte della popolazione si oppone ferocemente a qualsiasi trasferimento della Germania ai paesi dell’Europa meridionale. Questa ambiguità spiega la politica della signora Merkel che afferma di voler mantenere l’Euro (e così facendo prende in considerazione gli interessi degli industriali e dei banchieri), ma che afferma anche che pagare, direttamente o indirettamente, è fuori questione, perché difende gli interessi del suo elettorato. Aggiungiamo che se deciderà di sacrificare gli interessi del suo elettorato, gli industriali le ricorderanno che la competitività tedesca è basata inoltre sul fatto che una parte delle eccedenze commerciali viene reinvestita.

Tabella I

Posizione dei gruppi sociali tedeschi sulle prospettive della crisi dell’Euro

Classe o gruppo sociale Continuazione della situazione attuale Federalismo completo (prelievi   dell’8-10% all’anno) Esplosione della zona Euro (Marco   a 1,50 dollari USA)
Grande industria globalizzata Situazione piuttosto favorevole. Situazione molto sfavorevole   a
causa della pressione sugli utili per alimentare i trasferimenti.
Situazione piuttosto sfavorevole,   ma che può essere controllata da
un’accelerazione delle delocalizzazioni, per sfuggire al marco forte,
in Cina e negli Stati Uniti.
Piccole e medie imprese. Situazione molto favorevole   per
il controllo della moneta e la mancanza di un marco forte.
Situazione molto sfavorevole   a
causa della pressione sui profitti.
Situazione molto sfavorevole   a
causa della perdita di competitività da marco forte.
Settore bancario. Situazione molto favorevole. Situazione moderatamente   favorevole. Situazione molto sfavorevole   a
causa di perdite di valore sugli attivi.
Amministrazione della Banca   centrale e assimilati Situazione sfavorevole per   l’interrogativo latente sullo status
della Bundesbank e la sua autorità a livello europeo.
Situazione molto sfavorevole   a
causa di un interrogativo aperto sullo stato e autorità della
Bundesbank.
Situazione molto favorevole   con
ritorno dell’autorità interna ed esterna della Bundesbank.
Risparmiatori e pensionati Situazione moderatamente avversa   per il rischio di erosione del valore
del patrimonio e dei beni.
Situazione molto sfavorevole con
forte attacco sul reddito e potenzialmente sul capitale.
Situazione molto favorevole,   con
guadagni sugli attivi a causa del marco forte.
Dipendenti di grandi aziende Situazione relativamente   favorevole dato che i datori di lavoro
possono permettersi di distribuire una parte dei profitti.
Situazione molto sfavorevole   per
le pressioni sui salari e sui redditi per finanziare i trasferimenti.
Situazione molto sfavorevole   con
massicci licenziamenti in virtù di delocalizzazioni.
Dipendenti delle piccole imprese Situazione sfavorevole a causa   della pressione sui salari e condizioni
di lavoro derivanti dalla riforma Harz IV.
Situazione sfavorevole a causa   dell’aumento del carico fiscale. Situazione relativamente meno   sfavorevole se la produzione non è
delocalizzabile.

Non ci sono grandi margini di manovra. Ci sono sette gruppi sociali, la cui dimensione è certamente diversa, ma la cui influenza sul processo decisionale è relativamente paragonabile o a causa dei mezzi di informazione che controllano, o della loro reputazione nella società o semplicemente per il loro peso elettorale. Essi sono di fronte alle tre possibilità che si aprono davanti alla Germania: o il perpetuarsi della situazione attuale, o un federalismo fiscale importante che impone i costi dei trasferimenti dall’8% al 10% per la Germania, o un’esplosione dell’Euro con una forte rivalutazione del marco. Vediamo che la soluzione del federalismo fiscale è quella peggiore per 5 delle 7 categorie previste. Esso non è realmente vantaggioso per alcuna categoria. La soluzione di un’esplosione dell’area dell’Euro è molto sfavorevole per 3 categorie, ma al contrario molto favorevole per 2 categorie. La soluzione del perpetuarsi della situazione attuale è moderatamente negativa o moderatamente favorevole per tutte le categorie tranne che per una per la quale è molto favorevole. Ecco perché il consenso si raccoglie, in realtà per impostazione predefinita, intorno a questa opzione. Ma, chiaramente, l’opzione del federalismo fiscale è da escludersi in Germania per una questione democratica, in quanto è troppo negativa per molti segmenti della società. Resta il fatto che la prima delle possibilità non può essere perpetuata nel tempo, come il documento della Friederich Ebert Stiftung stabilisce in modo convincente. In queste condizioni, inevitabilmente si procederà alla terza possibilità, lasciare esplodere l’area dell’Euro.

Per non aver capito questa situazione, per non aver fatto un’analisi per categorie sociali e gruppi con una significativa rappresentanza simbolica, un Jean-Luc Mélenchon tiene discorsi insensati dove si afferma, contro ogni evidenza, che la Germania “vuole” far uscire dall’Euro i paesi che sono i suoi principali clienti…Mentre quello che la Germania vuole soprattutto evitare è di dover contribuire massicciamente all’economia dell’area dell’Euro.

(4) Una dissoluzione ordinata, la migliore delle soluzioni ?

Una lettura attenta di questo documento conferma così che diversi esperti europei riuniti dalla Friederich Ebert Stiftung considerano che la continuazione della politica attuale non è più possibile e che è diventata anzi pericolosa, dato che può portare in qualsiasi momento ad un disfacimento incontrollato della zona Euro. La realizzazione di un ampio federalismo fiscale, al di là dei problemi politici che solleverebbe, non appartiene più all’ambito del possibile. Quest’obiettivo deve essere considerato come un’utopia nel vero senso del termine. La terza soluzione, nota come il “nocciolo duro” affronta due contraddizioni: la prima è tra le politiche francesi e tedesche. Se la Francia capitola alle condizioni tedesche il “nocciolo duro” non funziona; se la Francia cerca lo scontro, essa rischia di essere presa in parola della Germania e di dover uscire dall’Euro. Ma vi è una seconda contraddizione. Il “nocciolo duro” avrà l’omogeneità necessaria per funzionare solo se approssima la “zona del marco”, ma allora, perde molto del suo interesse.

Vediamo allora che la sola soluzione ragionevole è quella di uno scioglimento ordinato dell’Eurozona, lasciando i meccanismi di cooperazione monetaria tra i paesi, ma ripristinando tutta la flessibilità monetaria necessaria. Questo non è altro che la soluzione che ho difeso nel luglio scorso in un documento sul lavoro [6]. Ormai, ci si arriva, spinti dalla necessità.

[1]U. Dirksen, B. Hacker, M-J Rodriguez et W. Velt, Scenarios for the Eurozone 2020, Scenario Team Eurozone 2020, Friederich Ebert Stiftung, Berlin, Mars 2013. URL: http://library.fes.de/pdf-files/id/ipa/09723.pdf

[2] M. Aglietta, Zone Euro : éclatement ou fédération, Michalon, Paris, 2012.

[3] P. Artus, « Trois possibilités seulement pour la zone euro », NATIXIS, Flash-Économie, n°729, 25 octobre 2012 ; idem, « La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne : rester compétitive au niveau mondial ? La réponse est oui », NATIXIS, Flash-Économie, n°508, 17 juillet 2012.

[4] J. Sapir, “Le coût du fédéralisme dans la zone Euro”, billet publié sur le carnet Russeurope le 10/11/2012, URL: http://russeurope.hypotheses.org/453

[5] K. Pfaffenbach, « La BuBa confirme un rapport critique sur les OMT », Les Echos.fr et Reuters, 24 avril 2013, http://www.lesechos.fr/entreprises-secteurs/finance-marches/actu/reuters-00517494-la-buba-confirme-un-rapport-critique-sur-les-omt-562463.php

[6] Document publié en septembre 2012 sur RussEurope, J. Sapir, La dissolution de la Zone Euro: Une solution raisonnable pour éviter la catastrophe, Working Paper inédit, 19 juillet 2012, pdf., http://russeurope.hypotheses.org/23

 


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