Cambiamo nome al primo maggio

Avrei ptuto mettere solo il link. Ma sul web si sa più ripeti meglio è. I motori di ricerca imparano come i giovani scimpanzé. E i miei 10 lettori almeno non devo cliccare. Dal sempre illuminante blog di Alberto Bagnai. E’ lungo. Leggetelo a pezzi. Ma leggetelo tutto.

Fonte: http://goofynomics.blogspot.it/2013/05/declino-produttivita-flessibilita-euro.html

Declino, produttività, flessibilità, euro: il mio primo maggio

(iniziato a Orly, come l’altra volta, proseguito per tutta l’Italia, e finito a Roma…)
A tutti coloro ai quali la Natura matrigna e un minimo di forza di volontà hanno consentito di raggiungere un certo livello, anche lo studio dell’economia, al pari di qualsiasi altra attività umana (lo scopone scientifico, il beach volley, la fisica quantistica), offre una inesauribile miniera di profonde soddisfazioni intellettuali. Perché, vedete, gli economisti le cose non è che non le sappiano o che non le dicano. Le sanno, e le dicono, e quando se le dicono, queste cose, i loro rigorosi e un pochino arzigogolati discorsi somigliano tanto, ma tanto tanto tanto, alle vostre schiette e limpide intuizioni. Solo che da un lato loro, un po’ per pudore (forse), e molto per allungare il cv, le loro cose se le dicono in separata sede, in linguaggio aulico, e non perdono tempo a divulgarle. Un libro divulgativo non è un libro, in accademia, quand’anche contribuisse, chissà, magari, forse, a orientare il dibattito politico di un paese. Dall’altro, voi le vostre intuizioni siete stati abituati a reprimerle: vi è stato suggerito, o meglio imposto, di non credere ai vostri occhi, e alla fine, de guerre lasse, vi ci siete abituati.
Il luogocomunismo ha vinto.
O meglio: aveva vinto, fino a quando non è arrivato un tipo strano che ha cominciato a spiegarvi cosa dicono gli economisti (quelli veri, quindi non il signor Creosoto o i gianninizzeri), usando però un linguaggio meno aulico.
E voi avete cominciato a poter credere ai vostri occhi, a poter esprimere quello che avevate sempre pensato, riconoscendo che quanto avevate intuito coincideva, in effetti, con le conclusioni di ponderosi studi scientifici. Il che, posso immaginare, deve essere stato una bella soddisfazione intellettuale: riconciliare i fatti con le proprie intuizioni, incasellare le (proprie) sensate esperienze nelle (altrui) certe dimostrazioni, che goduria! Mai quanto la mia nel constatare che vi ho aiutato a emanciparvi, e questo nonostante il noise di fondo, un po’ white, e un po’ red (Giorgio il precisazionista è a disposizione per chiarire i termini acustici della metafora, il cui significato però è evidente: ormai non reggo più nessuno, e da oggi sarà guerra totale, e mi dispiace per le anime belle: io sono con Gibilisco…).

I numeri del declino

Rientra a pienissimo titolo fra gli economisti veri, anche se voi lo avete criticato in modo un po’ spiacevole (cosa che lui ha fatto benissimo a farmi notare), Francesco Daveri, che leggevo sempre con interesse su lavoce.info (prima di cominciare a scrivere, cosa che ha sottratto ahimè tempo alla lettura). Ricorderete che lo ho incontrato in due occasioni (quie qui), per scambi di idee sempre interessanti, che spero possano ripetersi in futuro. La realtà cambia, un aggiornamento ogni tanto male non fa. Il professor Daveri si è occupato, con alcune coautrici, di una cosa della quale mi occupo anch’io, e della quale vi occupate anche voi (o, per meglio dire, è lei ad occuparsi di voi): mi riferisco al declino dell’economia italiana, che abbiamo visto ad esempio qui. Me ne sto occupando, in particolare, nel mio ultimo lavoro, dal quale proviene questa tavola:
La tavola descrive la crescita del reddito pro-capite in termini reali nell’Eurozona a 12 paesi e in tre sue suddivisioni: il nucleo (Germania, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Finlandia), l’Italia, e la periferia (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo). Nota: in termini reali significa depurato dall’effetto dell’inflazione, cioè valutato a prezzi costanti (chi queste cose non le sa può studiarsele qui).
Questa ripartizione territoriale, lo ricordo a chi se lo fosse dimenticato, si basa sullo studio condotto da Harvey e dai suoi coautori sui “club” di inflazione nell’Eurozona. Per chi non lo ricordi, lo studio prefigurava esattissimamente quali sarebbero stati i problemi dell’Eurozona: gli squilibri di competitività derivanti dalla mancata convergenza dei tassi di inflazione, convergenza prevista dai liberisti de noantri (per i quali, come continuano a ripeterci, sarebbe bastato “legarsi” ai paesi virtuosi per mandare le cose a posto), ma decisamente smentita  dal modello minskyano (quello che chiamiamo “ciclo di Frenkel”). Com’è andata lo sapete: la convergenza non c’è stata, la divergenza di competitività è esplosa e con essa gli squilibri che ci stanno portando al redde rationem. Questo breve ripassino solo per farvi capire che la ripartizione territoriale proposta nella tabella ha un ben preciso significato ed è fondata in studi rigorosi. Ma torniamo al punto.
Che un declino dell’Italia ci sia è innegabile.
Attenzione. Non facciamo confusione.
Il rallentamento della crescita, cosa che i Savonarola da quattro soldi non capiranno mai, perché è troppa fatica per loro studiare dieci pagine di economia (quando è molto ma molto più remunerativo in termini politici berciare slogan che non vogliono dir nulla), è cosa del tutto fisiologica e prevista dai modelli standard di crescita economica (sulla cui fondatezza si può comunque discutere). Il problema non è tanto che la crescita italiana diminuisca di un po’ più di un punto a decennio, partendo dal 5% degli anni ’60. Quello che Savonarola non sa è che il modello standard di crescita economica prevede proprio che il sistema evolva verso uno stato stazionario. Ma per capire questo bisogna arrivare a pagina 30, e siccome Savonarola di solito è un ingegnere, leggere 30 pagine di cose che a lui sembrano semplici (come al diciassettenne la sonata di Mozart) è troppa fatica. Non chiediamogliela, ma non stiamolo più a sentire, e torniamo a occuparci dei problemi veri, che sono due:
1)     il primo è che il rallentamento della crescita (fisiologico) è più rapido in Italia che nei paesi del nucleo, e questo nonostante in effetti l’Italia, essendo in posizione di relativa arretratezza rispetto al nucleo, avrebbe dovuto, in teoria, continuare a crescere in modo relativamente più rapido del nucleo (essendo questo relativamente avanzato), per portare a termine il proprio processo di convergenza (catching up), così come aveva fatto nei primi tre decenni considerati (dagli anni ’60 agli anni ’80).
2)     il secondo, che questo rallentamento, invece di portare a uno stato stazionario (crescita zero del reddito pro-capite), diventa un declino in termini assolutidel reddito pro-capite (una crescita negativa, una decrescita, una recessione). Quanto questa decrescita sia felice è sotto gli occhi di tutti, e va detto che Daveri e la sua coautrice, che sono due economisti professionisti (chiaro?) l’avevano vista arrivare fin dal loro primo studio del 2005 (di cui vi dico subito dopo un breve corsivo).
(vorrei per favore non dovermi occupare più di chi non capisce che il Pil è reddito, che è composto per oltre il 70% di servizi e non di beniconsumisticiinquinantibrutto, che è una misura di valore e non di volume fisico e quindi di rifiutiingombrantifiniremosepoltisottolaplasticabrutto. Basta. Gli idioti e i dilettanti devono fare un passo indietro, o il sangue dei tanti suicidi ricadrà anche sopra le loro teste. Non c’è risposta, ma ci sarà una Norimberga, questo ricordatelo sempre.)

L’anatomia del declino

Chiusa la parentesi, Daveri parte proprio dall’analisi di questi due aspetti problematici. Due suoi contributi mi sono sembrati particolarmente interessanti: il primo risale al 2005, con Cecilia Jona-Lasinio dell’ISTAT, e il secondo al 2010, con Maria Laura Parisi dell’Università di Brescia.
Nel primo, intitolato “Getting the facts right”, pubblicato sul Giornale degli Economisti (vol. 64, n. 4), Daveri e Jona-Lasinio (DJL) analizzano, in una rigorosa prospettiva neoclassica, il declino che abbiamo descritto. Cosa intendo per “rigorosa prospettiva neoclassica”? Intendo che l’analisi è incentrata sul lato dell’offerta, cioè trascura totalmente il ruolo della domanda nel determinare la crescita di un sistema economica. L’idea che la crescita possa essere influenzata anche dalle condizioni della domanda è propria dell’approccio keynesiano (oggi qualcuno dice “postkeynesiano”) e lo distingue dall’approccio neoclassico (vagamente assimilabile a quanto alcuni chiamano “liberismo”). Insomma, nell’ormai consueta metafora del cinico Guerani, i neoclassici sono quelli per i quali il miglior barista è quello che fa più caffè al giorno, e i keynesiani sono quelli per i quali il bravo barista è quello che vendepiù caffè al giorno, considerando il fatto che se ti domandano spesso di fare qualcosa, magari diventi più bravo a farla (e qui ognuno potrebbe portare la propria esperienza).
(E i neokeynesiani? Sono “supply siders” mascherati, ma ne parliamo un’altra volta.)
Incentrare l’analisi dal lato dell’offerta significa ricondurre la crescita al dato ingegneristico(quanto sono buone e moderne le macchine che usi) e organizzativo (quanto ti alzi presto la mattina, e magari anche, giustamente, quanti lacciuoli – con la “u” – ti mette lo Statoladroooooo), trascurando il dato più propriamente economico(quanto mercato hanno le cose che produci). I tre elementi potrebbero convivere, e la scelta di separarli è analitica, ma anche, come sempre, ideologica.
In termini analitici, l’approccio neoclassico conduce a utilizzare come strumento per “organizzare” i fatti la funzione di produzione aggregata, cioè la relazione fra il totale degli input (capitale e lavoro) e il totale dell’output (prodotto) di un settore o di un’intera economia, e questo fa Daveri con le sue coautrici, producendo risultati a mio parere molto interessanti.
“Orrore!”, anzi, “Ovvove!”, diranno gli economisti “de sinistra”, drappeggiandosi nei loro tweed molto britannici, e immediatamente esibendosi, a titolo di rito purificatorio, in quella simpatica attività che istwine ha icasticamente definito “lo scambio di figurine”: “La funzione di produzione aggregata! Ma Garegnani ha detto… Ma Joan Robinson ha ribadito… Mi dai due Kaldor che ti passo un Kalecki? Sì, però allora insieme ci voglio anche uno Sraffa. Qualcuno ha quella di Godley in sahariana?…” E così blaterando, di santino in santino, in uno sterile e deliquescente chiacchiericcio filologico che in effetti a me, dall’esterno, ricorda molto certe dispute fra tifosi di calcio (mi perdonino tutti gli amici, dalla A di Angelini alla Z di Zezza).
Che poi uno si chiede: ma perché persone che mediamente sono state troppo zitte sull’euro, diventano mediamente troppo loquaci appena uno cerca di fare informazione?
Ma lasciamo stare…
Istwine è icastico, e io so’ pragmatico (pure istwine, del resto).
Se una persona mi racconta delle cose interessanti, la sto a sentire. Il pedigree mi interessa poco. Intanto ascolto, poi si vede…
Cosa ci raccontano DJL, usando la funzione di produzione aggregata?
(Amici “de sinistra”, ripeto: lo so che Y=F(K,L) non esiste, tranquilli, non è questo che mina la sacrosanta“unità da ‘a sinissra”, no: è la vigliacca e opportunistica difesa dell’euro da parte di alcuni, magari al grido di “più Europa”, inclusi alcuni che magari, immagino, oggi, pur di non dover mai ammettere di aver avuto torto e di aver tradito, oggi, suppongo, tifano Letta sperando veramente che possa servire a qualcosa! Ma di questo il conto non ve lo chiederò certo io: vedete bene che ho altro da fare).
Scusate, oggi divago. Capisco che questo renda difficile la lettura. Ma bisognerà pure che condivida con voi il senso di quanto, e per quali sterili e insulsi motivi, il mio lavoro è difficile…
DJL ci raccontano, dicevo, delle cose che, appunto, mi sembrano interessanti. Ve le enumero, così potrete valutare anche voi:
1)     il declino dell’economia italiana è dovuto a un rallentamento della produttività del lavoro, non a una riduzione del numero di ore lavorate. Un rallentamento che, come ricorderete, abbiamo visto qui(nella Fig. 1). Non sembra quindi si applichi all’Italia l’argomento di Alesina, Glaeser e Sacerdote (2005) (li chiameremo AGS), i quali imputano la minor crescita dell’Europa rispetto agli Stati Uniti al fatto che “Europeans today work much less than Americans”, naturalmente per colpa dei sindacati, ça va sans dire (e chi è che oggi vuole “abolire” i sindacati?)…
Il punto merita un approfondimento. Come mostrano DJL, la valutazione di AGS è viziata da un errore di quelli che il prof. Bisin nella sua velina esorta a non fare(sagge parole): la confusione fra livelli e tassi di crescita. Perché è vero sì che nel 2004 lo scarto di prodotto pro capite fra Italia e Stati Uniti dipendeva in effetti per due terzi da un minore input di lavoro, e per un terzo dalla minore produttività (lo vedete nella Tab. 1 di DJL). Ma, come giudiziosamente e correttamente osservano DJL, questo dato puntuale, riferito ai livelli di un singolo anno, è il risultato di una storia precedente, e lungo questa storia si vede bene che da quando è iniziata la stagnazione dell’economia italiana (cioè, secondo DJL – e anche secondo me – dal 1995), in effetti le ore lavorate per addetto sono andate costantemente aumentando, e non di poco: dell’1% all’anno (Tab. 2 di DJL), mentre quella che è rallentata (non diminuendo, ma sostanzialmente stagnando) è la produttività.
2)     il rallentamento della produttività si è concentrato nel settore manifatturiero, mentre nel settore delle “utilities” (gas, luce, acqua, ecc.) ci sono stati rilevantissimi incrementi di produttività, la cui crescita è piuttosto accelerata (e questo lo vedete nella Tab. 3 di DJL).
Insomma: vi ricordate il meraviglioso mondo di Balassa-Samuelson, quello con due settori, uno di beni commerciabili (tradable) e uno di beni non commerciabili (non tradable)? Bene: in Italia la crescita della produttività ha rallentato nel settore tradableper eccellenza, il manifatturiero, addirittura azzerandosi nel settore dei beni di consumo durevole (tipo le automobili, per intenderci).
Perché?
Bo’!
DJL registrano il fatto, dicono che è startling (isnt’it, my dear?), ne enumerano le infauste conseguenze (ad esempio, è un peccato che la crescita della produttività sia tanto assente proprio nel settore – quello dei beni durevoli – nel quale generalmente si concentra l’attività di ricerca e sviluppo e che quindi svolge una funzione di avanguardia e di traino per l’intera economia). Ma di spiegare perché questo accada non se ne parla. Eppure…
…ma va be’, ne parliamo sotto.
3)     il rallentamento della produttività è praticamente tutto imputabile a un effetto within anziché between.
In altre parole, si tratta di un effettivo calo della produttività all’interno dei (within) singoli settori, anziché dell’effetto di una riallocazione di lavoratori fra (between) settori (con l’idea che se metti una persona a lavorare in un settore caratterizzato da produttività più bassa, nell’aggregato la produttività cala). Attenzione, siamo precisi: il calo ha riguardato il tasso di crescita della produttività – sapete che sono nel mirino di Bisin, vedo il fastidioso pallino rosso del puntatore laser ronzarmi intorno come una mosca… Meno male che la mano è malferma (per i noti motivi!). In altre parole, quello che gli economisti chiamano “cambiamento strutturale”, cioè l’evoluzione nel tempo dei pesi dei singoli settori (da una società agricola a una industriale a una di servizi), c’entra poco con quanto ci è successo: il calo della produttività non è dovuta al fatto che, come berciano gli idioti, siamo passati tutti dal produrre elettronica al produrre ciabatte di gomma.
E questo lo vedete nella loro Tav. 4.
So far so good.
Ma la domanda resta: perché?

Le spiegazioni del declino: tre teorie

Ora, non è pensabile che un dato così macroscopico non abbia suscitato dei tentativi di spiegazione. Ma naturalmente, le spiegazioni, come neoclassicismo vuole, sono tutte dal lato dell’offerta, ignorando rigorosamente quello della domanda. Si soffermano, cioè, su elementi riferiti alla struttura del processo produttivo (i famosi 100 caffè del barista di Torny Guerani), senza minimamente considerare il fenomeno economico nella sua completezza (che produci a fare se nessuno compra?). Sembra ovvio: se la causa del declino risiede nella produttività, bisogna occuparsi della condizioni della produzione. Lo dice la parola stessa. L’idea “goofynomica”, ma in realtà economica, che l’economia si faccia in due, e che quindi la domanda retroagisca sull’offerta, a questi non passa minimamente per il cervello. D’altra parte, è pur vero che il modello accademico statunitense ci spinge a settorializzarci: “offertisti”neoclassici e “domandisti” postkeynesiani.
L’America è il paese delle grandi praterie e delle grandi porzioni, non quello delle grandi sintesi, lo sappiamo.
Ma vediamole, allora, queste spiegazioni settoriali, che sono tutte molto interessanti, e vediamo se si può fare di più (senza essere eroi).

Il nanismo

La prima spiegazione la conoscete, anche perché è condivisa da una fetta significativa (in termini mediatici) degli economisti “de sinistra”. E quale sarebbe? Quella secondo la quale le imprese italiane sarebbero poco produttive perché troppo piccole. Il “nanismo” delle imprese italiane, in grande parte piccole e medie imprese organizzate in distretti industriali, sarebbe all’origine della loro scarsa produttività. Va da sé che, come i più accorti fra voi intuiscono, questa spiegazione si coniuga naturalmente con una difesa ad oltranza dell’euro, difesa, beninteso, da “sinistra”.
E perché, diranno i più distratti?
Ma è semplice!
Perché (e su questo mi ha fatto riflettere molto Alessandro“Torny” Guerani) negli ideatori del progetto fascista dell’euro (sì, del progetto fascista, sorprendentemente difeso ultra vires da molti compassati economisti di rito cantabrigense antico e osservato), negli ideologhi dell’euro, c’era, indubbiamente, anche spazio per un certo margine di buona fede. È indubbiamente probabile, molto probabile, che una delle motivazioni più o meno esplicite del progetto eurista fosse quella di “indurre” (amorevolmente) le piccole imprese a fondersi per diventare grandi e quindi produttive. Un “quindi”messo un po’ a casaccio, sulla base di un atto di fede, come sono i “quindi”dei piddini.
Ma come si voleva realizzare questo nobile, ancorché forse non pienamente fondato intento?
Be’, lo sappiamo. Il fascismo di Mussolini usava il manganello. Quello di Barbapapà e dei suoi accoliti “de sinistra” usa il vincolo esterno. Sotto la morsa di un cambio sopravvalutato, le (piccole) imprese sarebbero state costrette a fare la cosa giusta, anzi, a farne due: pagare di meno i salariati, e unirsi per cercare economie di scala. Due cose intrinsecamente di sinistra, come ognuno vede, soprattutto la seconda, che piacevolmente evoca i Kombinatsovietici (ah, quanta nostalgia di quando si poteva inneggiare a certi carri armati, eh, compagni? Che cce voi fa’, i tempi cambiano…).
Lo possiamo dire con una frase, volete?
Uno degli elementi più deliranti del progetto eurista è stata la sua fede nel fatto che la politica macroeconomica (nella fattispecie, la manovra del cambio) si potesse sostituire alla politica industriale (ad esempio, la creazione di infrastrutture o lo snellimento della burocrazia). Certo, trovare testimonianze aperte di questa decisione è piuttosto difficile, per il semplice motivo che i piccoli e medi imprenditori sono tanti, e nessun partito politico è così scemo da andargli a dire in faccia: “immolatevi per il bene del paese”! Ci sarebbe poi stato da spiegare come mai i politici di un paese la cui prosperità si fondava in modo significativo sui distretti industriali fossero così proni a un progetto, quello europeo, che per tante vie favoriva la grande impresa del Nord, come i giuristi ben vedevano. Ma sono sicuro che i sagaci lettori di queste testimonianze ne troveranno, e come. E del resto, sapete che c’è? Anche se ha sempre fallito, l’uso del vincolo esterno come strumento di politica industriale non è nemmeno una grande novità.
Sentite cosa ci racconta Pierre Gaxotte nella sua storia della rivoluzione francese (ve l’ho raccontato a Padova): nel 1786 una crisi da sovrapproduzione fa crollare il prezzo dei prodotti agricoli, e il governo, nella persona di Charles Gravier de Vergennes, si preoccupa di rianimare l’esportazione. In che modo? Con un trattato commerciale bilaterale concluso con il Regno Unito, con il quale si sposa una logica liberista: abbattimento dei dazi, per favorire il commercio, il quale, va da sé, sarebbe servito a consolidare la pace (in un solo trattato due novità: “l’euro ci ha dato la pace” e “più Europa”: cose nuove, come vedete!). Certo, i prodotti agricoli francesi diventavano così più appetibili per gli inglesi. Ma la riduzione dei dazi sui prodotti industriali inglesi corrispondeva a una rivalutazione reale del cambio francese, a un inasprimento del vincolo esterno (i prodotti industriali francesi diventavano meno convenienti). Qual era l’idea geniale del de Vergennes? “Vergennes espérait que les difficultés contraindraient les usines à moderniser leurs machines et leurs méthodes et qu’un petit mal serait payé par un grand bien” (il vincolo esterno avrebbe costretto le imprese ad adottare innovazioni di processo per migliorare la produttività).
Invece la ricompensa venne sotto forma di rivoluzione: “Sur l’heure, on ne vit que les stocks invendus, les ouvriers sans travail errant dans les rues des villes, demandant du pain et maudissant les riches”.
L’idea delirante che le imprese debbano essere pungolate col vincolo esterno quindi non è né di oggi, né di ieri. Scommetto che lettori di buona volontà potrebbero trovarne esempi nell’Antico Testamento. Del resto, altrimenti perché mai avremmo passato tanti millenni a combatterci?

R&S

La seconda spiegazione la conoscete, perché è anch’essa parte integrante del mantra luogocomunista. La spesa in ricerca e sviluppo! La piccola impresa va manganellata col vincolo esterno perché, oltre tutto, fa poca ricerca e sviluppo. “Noi non facciamo abbastanza ricerca e sviluppo”, ecc. Vi ricordate il trollazzo cojone, Alex78, quello dei maglioncini, appunto? Vi ricordate quello delle ciabatte di gomma? Ecco, quel discorso lì, autorevolmente supportato da una ricerca della Banca di Credito Cooperativo di Casteltrollazzo di sotto. Economisti di vaglia, si intende, mica gente ai margini della comunità scientifica.
Ora, nessuno nega che la ricerca e lo sviluppo siano importanti. Ci sono fior di lavori che ne dimostrano l’importanza. Uno per tutti, quello di Parisi, M.L., Schiantarelli, F., Sembenelli, A. (2006) “Productivity, innovation and R&D: micro evidence for Italy”, European Economic Review, 50, 2037-2061. Lavoro accuratissimo, rivista prestigiosissima. Ma anche non ci fossero lavori così convincenti, figuratevi se io, che nel settore della ricerca ci lavoro, andrei a dire che la ricerca non è importante: un sano e italico conflitto di interessi mi condurrebbe naturalmente a dirne tutto il bene possibile! Ovvio, no?
Madri, date ricerca alla Patria! Un altro slogan eurista, che però un fondamento pare averlo. Solo che… i dati che ci dicono?
Una cosa molto semplice e molto nota: la spesa in ricerca e sviluppo in Italia ha viaggiato, nel tempo, attorno a un punto di Pil. In Germania, pensate, nella virtuosa Tedeschia, era il doppio: il 2% del Pil. E, va da sé, nella viziosa Ellade era quasi la metà. Il che lascia peraltro ai supply-siders l’ingrato compito di spiegare come mai un paese con così poca ricerca sia cresciuto così rapidamente (prima del botto), e lo abbia fatto soprattutto per via di un potente recupero di produttività (crescita media della produttività del lavoro al 3% dal 1999 al 2008, quasi il doppio di quella tedesca).
Ma non mettiamo in imbarazzo i supply-siders.

Produttività e flessibilità

Eh, ma queste cose le sapevate! Ora invece sto per stupirvi con effetti speciali, e, se non mi inganno, sto anche per farvi godere profondamente. Perché… c’è una terza spiegazione del calo di produttività del lavoro in Italia (e più in generale in alcuni paesi europei).
E sapete qual è?
Quella proposta da Gordon, R.J. and Dew-Becker, I. (2008) “The role of labor market changes in the slowdown of European productivity growth”, CEPR Discussion Papers, February (scaricabile dal NBER). Oh, attenzione: Robert Gordon è un economista importante, non è che stiamo parlando del primo venuto. Tra l’altro, io la macroeconomia l’ho studiata (per dovere di istituto) sul suo libro di testo, che era quello adottato nel corso di Maurizio Saltari.
(Grande esame. Alla fine Saltari mi propone un 27, e io gli chiedo perché. E lui: “Ma vedo che lei con Tenenbaum ha preso 26, e io ho grande stima della capacità di valutazione di Tenenbaum.” E io: “Ma la spiegazione è semplice: l’esame del prof. Tenenbaum non l’ho studiato, perché la microeconomia non mi interessa. La macroeconomia mi interessa di più e quindi vorrei un’altra domanda”. Fatta la domanda, preso 28. Il prof. Saltari era (ed è) fortemente autocorrelato: sarà per questo che gli riesce doloroso pensare di dover abbandonare l’euro! Oh, Enrico, si scherza eh! Lo sai che io sono un buon diavolo…).
(Oltre che per dovere sul Gordon, fortunatamente la macro me l’ero studiata per mio piacere anche sull’Ackley, quello in italiano comprato da Maraldi a Roma, e quello in inglese comprato da Barblan et Saladin à Fribourg, e ricordo ancora quando Vianello mi disse: “Che bel libro l’Ackley!”. E lui, che era “de sinistra”, proprio non poteva credere che uno come me, che gli sembrava “de destra” perché faceva econometria, cioè perché preferiva i dati allo sterile e deliquescente chiacchiericcio filologico, avesse letto Keynes, avesse studiato Ackley, e tante altre cosucce… Eh, chissà cosa direbbe oggi Vianello? Forse fa parte anche lui di quelli come Dornbusch, dei quali dobbiamo pensare che alla fine è meglio per loro – anche se peggio per noi – che non ci siano più…).
Comunque, scusate, divagavo, so che non vi interessa, ma era solo per darvi contezza del fatto che la teoria che sto per esporvi è stata formulata da uno che ce l’ha lungo (il CV).
E che teoria è?
Semplice.
Gordon e il suo coautore sostengono che la colpa del calo di produttività del lavoro in Europa sia da attribuire alle riforme del mercato del lavoro.
E come?
Semplice: la disponibilità di lavoro reso più conveniente dalle opportune“flessibilizzazioni” avrebbe indotto gli imprenditori a adottare metodi di produzione a più alta intensità di lavoro, a detrimento della produttività. Insomma: il problema sarebbe nella relativa abbondanza di offerta di lavoro resa possibile, appunto, dalle mirabili riforme à la Schroeder, per dirla con l’ortotterone nostro
Daveri, F. e Parisi, M.L. (“Temporary workers and seasoned managers as causes of low productivity”, paper presented at the Ifo, CESifo and OECD Conference on Regulation“Political Economy, Measurement and Effects on Performance”, Munich, 29-30 January 2010), questa storia ce la raccontano così:
“Queste modifiche legislative (il pacchetto Treu) dettero pieno riconoscimento legale a una quantità di forme contrattuali part-time e temporanee, alcune delle quali esistevano da prima, anche se confinate al mercato del lavoro non ufficiale (NdC: un modo elegante per dire “nero”). L’abbondanza di lavoro a buon mercato derivante da queste riforme monche ha determinato un declino del rapporto capitale/lavoro di equilibrio. Potrebbe anche aver scoraggiato la capacità innovativa di molti imprenditori, che sono stati posti a confronto con la tentazione irresistibile di adottare tecniche che usassero in modo intensivo i lavoratori part-time, la cui disponibilità sul mercato del lavoro era aumentata”.
Ma…
Scusate…
Sto trasecolando…
Le riforme del mercato del lavoro nel senso della flessibilità (in uscita, va da sé) non sono forse quella cosa tanto bella, che i tedeschi hanno fatto prima di noi perché sono tanto bravi, e che l’Europa (o la Bce, visto che l’Europa è l’euro) ci chiede a gran voce? E proprio queste riforme sarebbero all’origine del calo di produttività, e quindi del declino della nostra economia e anche degli squilibri esterni e interni del nostro paese?
Perché, vedete, se cala (o non cresce) la produttività diminuisce la crescita del prodotto e quindi del reddito, per cui diventa più difficile il risanamento finanziario (pubblico, ma anche privato): i privati guadagnano meno, sono in difficoltà col rimborso dei propri debiti, e pagano meno tasse, per cui anche lo Stato è in difficoltà col rimborso dei propri debiti. Ma se cala la produttività, cala anche la competitività, perché lo stesso costo del lavoro si ripartisce su un numero proporzionalmente minore di prodotti, e quindi i prezzi dei prodotti nazionali aumentano relativamente a quelli dei prodotti esteri, e quindi succede quello che succede (sbilanci esteri, accumulazione di debito estero, crisi di bilancia dei pagamenti, ecc.).
Bene.
Non so se avete capito: per Daveri e Parisi (DP) questi processi perversi sono attivati da cosa? Dalle“benefiche” (o forse erano “venefiche”?) riforme del mercato del lavoro! Sì, avete capito bene! Ve lo dicevo, no, che vi sareste divertiti…
Attenzione: non si tratta di una mera ipotesi. Lo studio di Daveri e Parisi sottopone questa ipotesi a una seria verifica empirica, analizzando la relazione fra produttività e impiego di lavoratori “flessibili” (de gomma…) in 4177 imprese italiane nel periodo dal 2001 al 2003 (nel quale la produttività aggregata calò dell’1.8%). Conclusioni? L’ipotesi è “consistent with our data” (anche se naturalmente questo indica solo una correlazione, non è detto che implichi un nesso causale, ecc.). Ma i dati questo raccontano.
Quando l’ho fatto notare a istwine, la risposta è stata abbastanza esilarante. La domanda era (affettuosa): “Ma Daveri c’è o ce fa?”. E la risposta (perdonate i francesismi del giovane istwine):
“Comunque non lo capisco neanche io, speravo di aver capito male, cioè,  non pensavo fossero così al contrario. Mi son anche cercato recenti articoli per vedere se fosse contro la flessibilità. Macché, addirittura contro l’art.18. Boh, ma che cazzo scrivono a fare questi? Sono il corrispettivo degli economisti de sinistra che fanno articoli su Marx, Kalecki e Keynes e poi si fanno le seghe con Fassina. Ma che cazzo di senso ha?
Mi ricordano quelli che dicono “la classica? Bellissima, soave.” “cosa ascolti?” “e boh, Allevi, Einaudi”.
Ah.
Insomma, dilettanti?
Oppure no.
Perché vedete, che la flessibilizzazione del lavoro abbia effetti perversi non è certo Daveri il solo a dirlo (in Italia). Sentite ad esempio Giuseppe Travaglini, un economista “de sinistra” e anche un amico che mi ha mandato qualche giorno fa, qui ai margini della comunità scientifica, un suo saggio, dove leggiamo:
“Il basso costo del lavoro ha agito da disincentivo per le imprese ad accrescere l’efficienza, rendendo profittevoli attività a basso valore aggiunto, altrimenti marginali… La moderazione salariale quindi oltre che deprimere le retribuzioni e in consumi, favorendo l’indebitamento, ha depresso l’investimento di qualità, i processi innovativi e la crescita della ricchezza nazionale.”
in “Alcune riflessioni sulle cause reali della crisi finanziaria¸ Quale Stato n. 1/2, 2009 (un saggio che dovreste comunque leggere, il link è al pre-print).
Insomma: sia gli economisti di “destra” (intendo: neoclassici, più vicini alla Bocconi che alla CGIL) che “de sinistra” (intendo: neokeynesiani, più vicini alla CGIL che alla Bocconi) in fondo sono d’accordo: la flessibilizzazione, premessa essenziale della moderazione dei salari (perché chi ha diritti rivendica, e chi non ne ha abbozza) è all’origine del problema.
Ma il punto che sorprendeva me e istwine (e spero sorprenda anche voi) è questo: che un economista relativamente vicino al sindacato (faccio per dire, non so quanto Giuseppe lo sia) possa pronunciarsi contro la flessibilizzazione selvaggia del lavoro è anche scontato, diciamo fa parte del gioco, anche perché (suppongo) questo economista magari sarà stato critico verso la Fornero, ecc. Uno però potrebbe giustamente chiedersi, come del resto fa istwine: “A Daveri, invece, chi glielo fa fare di adottare una spiegazione del declino (il declino causato dalla flessibilità) così poco in accordo con le premesse ideologiche e teoriche del blocco ideologico/politico al quale appartiene? Una tesi così contrastante con la sua difesa a spada tratta di Monti, Fornero, dell’Europa che per definizione ci chiede sempre cose giuste (fra cui la flessibilità)?”
Come fa un economista schierato (legittimamente) come Daveri a dire che il problema della produttività è causato dalle riforme che hanno portato flessibilità?
Credo che dipenda dalla necessità di scegliere il male minore, l’ammissione meno pericolosa in termini ideologici, come passo a spiegarvi.

Le spiegazioni del declino: un fatto contro tre teorie (e daje a rideeee….)

Vedete, nella descrizione del declino data dalla Table 2 qua sopra ho adottato, per mera convenzione di calendario, una suddivisione della storia economica italiana per decenni. Ma è un dato assodato che i decenni non corrispondono (in generale) ad effettivi punti di svolta, né ci sarebbero motivi per crederlo. Non si può chiedere alla Storia, e nemmeno alla SStoria, di piegarsi alle convenzioni del calendario. La Storia, e anche la SStoria, quando si volta pagina lo decidono loro, senza stare a vedere se fa cifra tonda.
Ora, osserviamo il profilo temporale della produttività media del lavoro in Italia (cosa che abbiamo già fatto):
Basta un colpo d’occhio ai dati per capire subito che alcune delle dotte spiegazioni di destra e “de sinistra” volano in cocci.
Cosa mostrano infatti i dati? Che l’arresto nella crescita della produttività è repentino e si situa inequivocabilmente a metà degli anni ’90.
DJL  non contestano minimamente questo dato di fatto, anzi! Le loro analisi prendono come punto di “rottura” del trend della produttività il 1995 (vedi le varie tavole). Al di là di quale sia la datazione precisa del fenomeno, è chiaro che l’arresto della crescita della produttività è piuttosto improvviso e si situa in quei paraggi. Ancora una volta, “destra” neoclassica e “sinistra” neokeynesiana sono perfettamente d’accordo su questo che è un dato, il dato. Ad esempio, Giuseppe Travaglini (“Il rallentamento della produttività del lavoro in Italia– Cause e soluzioni”, Quaderni di Rassegna Sindacale, n 1, 2013), usando un approccio analogo a quello di Daveri, situa il punto di svolta nel 1994 (in entrambi i casi manca un’analisi formale del punto di rottura, ma la coincidenza di vedute è piuttosto significativa).
Questo, però, crea un ovvio problema!
Prendete ad esempio la spiegazione che vede la causa del problema nel “nanismo” delle imprese, come sentiamo spesso profferire dai compassati colleghi “de sinistra” (quelli che “la piccola impresa è una metastasi”), per una volta in celeste corrispondenza di amorosi sensi con quelli “de destra” (quelli che “la mobilità internazionale dei capitali è come la Roma, non si discute, si ama”).
Scusate, compagni e camerati, lo vedete il dato? La produttività rallenta improvvisamente a metà anni ’90. Cioè, fatemi capire, compagni e/o camerati, mi state dicendo che nel 1995 le imprese italiane sono improvvisamente diventate tutte troppo piccole? State sostenendo che in quell’anno i distretti industriali italiani sono stati tutti lavati in lavatrice col programma sbagliato, facendo l’ingloriosa fine del golfetto d’angora strinato a 90 gradi?
Mi sembra chiaro che questa spiegazione non sta in piedi. L’arresto della produttività è improvviso, quindi non può essere connesso al “nanismo”, che eventualmente è un fenomeno strutturale, di lungo periodo, e riconosciuto per tale, perché la piccola e media impresa è da sempre uno degli assi portanti dell’economia italiana.
Del resto, il modello dei distretti industriali italiani era stato lodato, fino alla prima metà degli anni ’90, proprio per il suo dinamismo, e questo non solo nella letteratura scientifica nazionale (il nazionaliiiiiismo!), ma anche e soprattutto in quella internazionale (ad es., Pyke, F., Sengerberger, W. (eds) (1992) Industrial districts and local economic regeneration, Geneva: International Institute for Labor Studies). Non esistono solo le economie di scala. Esistono anche le esternalità di rete, tanto per dirne una. E qui mi fermo.
Ma non va molto meglio se prendiamo in considerazione le spiegazioni basate sull’altro mantra, quello della scarsa ricerca e innovazione. Questa spiegazione, come la precedente (nanismo), non spiega il profilo dei dati. Perché, vedete, la spesa per ricerca in Italia è sempre stata la metà di quella tedesca, virgola più, virgola meno. Ma ora guardatevi l’andamento delle produttività italiana, francese e tedesca:
(nota: in questo post di Krugman si parla del rapporto fra la linea verde e la blu, cioè fra la produttività italiana e quella francese, senza capire bene cosa è successo –vedi sotto…).
A me pare che fino al 1989 la produttività italiana sia cresciuta allo stesso tasso di crescita di quella tedesca. Poi, come abbiamo visto, c’è un primo arresto corrispondente allo Sme “credibile”, e un arresto definitivo dal 1996. Ora: non è che quando la produttività italiana cresceva allo stesso ritmo di quella tedesca (cioè fino al 1995) il livello della spesa in R&S italiano fosse pari a quello tedesco, per poi calare improvvisamente, dal 1995 in poi, tirandosi dietro la crescita della produttività. Eh no, amici. Come nel caso delle dimensioni delle imprese, così in quello della spesa per R&S, non è che a un certo punto, nel 1995, la lavatrice della SStoria ha girato col programma sbagliato, restituendoci delle variabili “ristrette” e condannandoci in quell’anno al declino. No no no! Le cose non stanno così.
E anche sui livelli ci sarebbe qualcosa da dire, perché è sì vero che la spesa formale in R&S è relativamente bassa in Italia, ma è anche vero, e ce lo spiegano, ad esempio Belussi, F., Pilotti, L. (2002) “Knowledge creation, learning and innovation in Italian industrial districts”, Geografiska Annaler, 84B, pp. 125-139, che il modello del distretto industriale vede uno dei propri punti di forza nella capacità di produrre e diffondere rapidamente i risultati di innovazioni economicamente rilevanti che non nascono da un’attività di ricerca e sviluppo formale (quella che ricade nelle statistiche: l’esistenza cioè di uno staff o di un progetto esplicitamente dedicato e finanziato), ma all’interno delle singole imprese, per iniziative non formalmente assimilate a R&S. Quindi non è detto che le statistiche rispecchino l’effettivo impegno in R&S dei due sistemi industriali.
Ancora una volta, non ci siamo.
Il fallimento empirico (incapacità di spiegare il punto di svolta) dei due approcci che fanno la parte del leone sui media (il “nanismo” e il “ricerchesviluppismo”),spiega però la strana contorsione logica di DP. Perché la loro spiegazione, per quanto contraria alla loro ideologia “libertaria”(flessibilizzare sempre e comunque), sembra però quadrare con i dati. In effetti, come dicono loro (abbiamo visto la citazione sopra), il pacchetto Treu è stato adottato a metà degli anni ’90, e quindil’idea che il declino della produttività sia dovuto alle norme di flessibilizzazione in esso contenute sembra finalmente fornire una spiegazione coerente.
Sembra…
Perché il pacchetto Treu, va ricordato, è stato emanato a metà 1997, e anche ammettendo che abbia da subito dispiegato i suoi effetti, bisogna riconoscere che difficilmente avrebbe potuto spiegare il rallentamento marcato della produttività che si verifica fra 1995 e 1996 (due anni prima), o addirittura, se ha ragione Travaglini, fra 1994 e 1995 (tre anni prima). Certo, fa parte della mistica neoclassica il principio delle cosiddette “aspettative razionali”. Come dire: magari nel 1995 un imprenditore, perfettamente informato di quello che sarebbe accaduto nel 1997, avrà cominciato ad assumere lavoratori sapendo che due anni dopo gli sarebbero costati di meno e abbassando così il rapporto capitale/lavoro ottimale…
Suvvia!
Nessuno, soprattutto non Francesco Daveri, può credere a una spiegazione simile. E infatti, come ricorderete, la sua ipotesi che sia la quantità di lavoratori “flessibili”ad abbassare la produttività lui non la sperimenta in un intorno del punto di svolta, ma alcuni anni dopo, sul triennio 2001-2003 (nel quale sono successe anche altre cose).
Ma allora perché usare una spiegazione che per una volta non è controintuitiva (la flessibilità deteriora la produttività) ma che è senz’altro controideologica (la flessibilità deve essere sempre buona e bella perché ce la chiede l’Europa!).

Quello che i dati dicono e gli economisti non dicono

Semplice.
Per non dire che la colpa è anche dell’euro. Posto nell’alternativa fra profanare due totem (la flessibilità e l’euro), il male minore a molti economisti sembra quello di profanare la flessibilità (accusandola di compromettere la produttività), pur di non attribuire alcuna responsabilità all’euro. Ma i conti non tornano.
Il fatto stilizzato par excellence dell’economia italiana, negli ultimi venti anni, è questo:
In verde trovate, come sopra, la produttività del lavoro (ALP, average labour productivity). In rosso il tasso di cambio lira/ECU (lire per ECU), che dal 1999 diventa il tasso di cambio irrevocabile con l’euro. Ricordo a beneficio delle eventuali persone dalla limitata capacità di comprensione che questo tasso, cioè quello rispetto agli altri paesi europei, è il più significativo per quanto riguarda l’effettivo“peso” della valuta italiana, dato che le valute che componevano il paniere dell’ECU (e che poi sarebbero di fatto confluite nell’Eurozona) corrispondono ai paesi che esprimono la maggior parte del commercio dell’Italia (paesi europei, perché, guarda caso, si tende a commerciare di più con chi è più vicino…). Segnalo anche che il cambio è espresso in lire per ECU, cioè incerto per certo, il che significa che un suo aumento implica una svalutazione (quella cosa che viene variamente descritta dagli scienziati economici come un cancro, come il sorpassare in corsia di emergenza, e via luogocomunando, quando in fondo è solo l’operare della legge della domanda e dell’offerta…).
Per chi ama le misure, le due serie hanno una correlazione di 0.973 in livelli e di 0.431 in tassi di variazione, entrambe significativamente diverse da zero: c’è poco da dire, le due serie si muovono insieme, e in particolare, è visibile, si fermano insieme. Nel 1996, dopo aver raggiunto un picco di svalutazione, l’Italia rivaluta, e da quell’anno la crescita della produttività pare arrestarsi (espertoni, un attimo! Arrivo subito!).
Vorrei fare due ordini di considerazioni.
La prima è per i miei amici del cuore, gli espertoni, i quali saranno pronti con il loro cavallo di battaglia: “la correlazione non implica causalità”! E vengono a spiegarlo a me, che da vent’anni insegno cosa sono le regressioni spurie! Sus Minervam docet, come al solito.
Ora: se due variabili A e B si muovono insieme, questo può succedere per svariati motivi: perché A causa B; perché B causa A; perché C causa A e B; o per caso (esiste anche questo).
Vediamo un po’…
Che quello che accade nella figura sia effetto del puro caso, sinceramente tenderei ad escluderlo. Un caso può verificarsi, una volta ogni tanto, ma noi constatiamo nella figura che ogni volta che il cambio si irrigidisce (smette di“crescere”), la produttività flette (cresce meno rapidamente). Il fenomeno è abbastanza evidente fra 1988 e 1989, ad esempio, e un’analisi più dettagliata è stata fatta qui. Non credo si possa invocare il caso (che pure produce meravigliose correlazioni).
Allora vogliamo pensare che sia una terza variabile a influenzare sia il cambio che la produttività? Io, sinceramente, non conosco un modello che funzioni in questo modo, ma se qualche trollazzo di passaggio ha un’idea, perché no? A me sembra però che nel campo delle idee plausibili rimangano le due più semplici: A causa B o B causa A.
Vediamo…
Vogliamo pensare che sia la produttività a causare il cambio? Cioè che il rallentamento della produttività causi un apprezzamento nominale. Sinceramente, mi sembra strano. Una rivalutazione (o un rallentamento della svalutazione) del cambio implica che la moneta del paese sia più domandata dagli operatori esteri (commercianti, investitori). E perché mai qualcuno dovrebbe desiderare di più la valuta di un paese che, essendo meno produttivo, offre meno opportunità di profitto? Se qualcuno me lo spiega, forse lo capisco, ma gradirei che lo facesse per iscritto, così, a futura memoria. Per non parlare del fatto che l’irrigidimento del cambio che osserviamo nella figura è determinato da un cambiamento istituzionale (l’adesione all’Eurozona) ed è quindi largamente esogeno, predeterminato, indipendente dalla logica economica. Che una variabile esogena (cambio) possa essere causata da una variabile endogena (produttività) suona strano: come fa una variabile “esterna al modello” ad essere causata da una variabile “determinata dal modello”? (per usare un linguaggio semplice).
Non c’è niente da fare! Rimane in piedi solo l’ultima ipotesi: che la stasi della produttività (declino) sia causata da quella del cambio (fissazione del cambio nominale). Questa ipotesi quadra con la dinamica dei dati (il rallentamento della produttività coincide con la rivalutazione del 1996) ed è supportata da un preciso modello causale di riferimento, il modello di crescita kaldoriano diDixon e Thirlwall (1975). Questo modello si basa sulla legge di Verdoorn, che vi ho già illustrato: a causa della presenza di rendimenti crescenti, il tasso di crescita della produttività è influenzato positivamente dalla crescita della domanda. Il barista diventa più produttivo se gli chiedono più caffè, perché impara a farli meglio. Questo meccanismo attiva un processo di causazione cumulativa che può agire da circolo virtuoso o vizioso, a seconda della spinta iniziale.
Se a un paese si aprono nuovi mercati, questo aumento di domanda stimola la produttività, permettendo di produrre a prezzi inferiori e di consolidare così l’espansione nei nuovi mercati, secondo un processo cumulativo. Se invece i mercati si chiudono, si avrà uno shock di domanda negativo che porta il paese su un percorso di crescita della produttività e del reddito inferiori.
Ora, cos’è successo secondo voi nel 1996? Visto che abbiamo drasticamente rivalutato rispetto ai partner europei, è facile che ci sia stato uno shock negativo di domanda, tramite esportazioni. In effetti, questa figura:
mostra che nel 1996, in sincrono con una rivalutazione dell’8%, si è verificato un bel tuffo delle esportazioni di più del 2%, per di più dopo un periodo di forte crescita.
Direi che il modello di Dixon e Thirlwall mette insieme almeno un paio di fatti stilizzati dei quali le altre spiegazioni non danno conto:
1)     la data del cambiamento di struttura, che coincide con la rivalutazione preliminare all’aggancio della lira all’euro (tutte le altre spiegazioni o non forniscono una data, o, nel caso di quelle articolate sulla flessibilità, ne forniscono una posteriore);
2)     il fatto che il calo di produttività abbia riguardato prevalentemente i settori “aperti”al commercio internazionale e, in particolare, come ricordano DJL, i settori del “made in Italy” (le altre spiegazioni non illustrano come mai proprio i settori più aperti e dinamici sarebbero stati colpiti da un improvviso calo di produttività, mentre se prendi in considerazione il ruolo del cambio, il motivo diventa ovvio).
Siete sempre convinti che l’euro non c’entri, e che sia solo un problema di produttività? L’unico modello che si riconcilia coi dati ci dice una cosa diametralmente opposta: proprio perché è un problema di produttività l’euro (cioè l’improvvisa rivalutazione della lira e l’adozione di un cambio sopravvalutato) c’entra, e come!

I paradossi del vincolismo

Attenzione.
Io non sono eretico (sono inquisitore) e non sono eterodosso (sono ortodosso), ma sono eclettico: non ho alcun motivo particolare per ritenere che nel mondo ci siano solo la domanda, o solo l’offerta. Questo tipo di spiegazioni le lascio ai pasdaran. Nel mio mondo il mercato ha due lati.
Quindi?
Quindi secondo me c’è del vero anche nella spiegazione di DP e di Travaglini. Sicuramente, dopo essere stata messa su un sentiero di crescita della domanda e quindi della produttività inferiori dallo shock del 1996, l’Italia è stata mantenuta su questo sentiero anchedalle riforme del mercato del lavoro, con gli effetti perversi descritti da DP e da Travaglini (disincentivo all’innovazione di processo e di prodotto determinato dalla disponibilità di manodopera flessibile a buon mercato).

Ma… attenzione! Questo non fa che raddoppiare le responsabilità dell’euro!
Perché?
Ma perché la flessibilità, con i suoi effetti perversi, ci è stata venduta in nome del “ce lo chiede l’Europa” come necessaria risposta alle rigidità “virtuose”indotte dal cambio fisso. Dato che la moneta italiana era rigida, dovevano diventare flessibili i lavoratori, e ciò sarebbe stato un bene perché avrebbe aumentato l’occupazione e la produttività. Non ricordate? Eppure ce l’hanno detto, io me lo ricordo, e chissà quante citazioni voi, che siete bravi, troverete…
Quello che si perdeva in competitività con un cambio troppo forte, lo si doveva guadagnare con riduzione dei costi di produzione interni, cioè del costo del lavoro, riduzione che è più facile se la disoccupazione è alta o se il lavoratore è precario e quindi ricattabile. Questo era lo scopo che si voleva ottenere: lo sbriciolamento dei diritti dei lavoratori. Ma per renderlo politicamente “accettabile” era necessario che questo scopo venisse proposto in nome di un ideale superiore: insomma, il solito “ce lo chiede l’Europa”.
Ora, pensateci un attimo. L’idea del vincolismo è che lavoratori e imprese devono essere manganellati dal vincolo forte per migliorare (farsi pagare di meno, essere più produttivi). Ma… ragioniamo un attimo sulle imprese. Le imprese operano per fare profitti, e i profitti sono dati dai ricavi meno i costi:
Profitti = Ricavi – Costi
L’ideologia vincolista sostiene che se un’impresa viene messa in condizione di fare meno profitti, si darà da fare per migliorare (fondendosi con altre, diventando più produttiva) per farne di più. Da Vergennes a Prodi, passando per Andreatta, l’idea sottostante è questa.
Ora, in tutto questo la manovra del cambio, usata come strumento di politica industriale, agisce prevalentemente sul lato dei ricavi: se la moneta nazionale è troppo forte, l’impresa esporterà di meno e incasserà di meno. Questo viene visto come virtù.
Ma, paradossalmente (e questo l’ho capito leggendo Travaglini), viene vista come virtù anche la flessibilità, che allenta il vincolo dal lato dei costi: il lavoratore flessibile viene pagato di meno, e l’impresa fa più profitti.
Vedete? È sempre la solita storia della differenza fra etica e moralismo. Il moralismo è asimmetrico. Perché mai di due cose che riducono i profitti (cambio forte e diritti dei lavoratori), e che quindi vincolano le aziende stimolandole – in teoria – a diventare più produttive, una deve essere vista come buona e perseguita (il cambio forte), e l’altra come cattiva (i diritti dei lavoratori) e sostituita dalla flessibilità? Non è chiaro.
Anche perché lo sgretolamento di diritti e retribuzioni dei lavoratori conduce a un esito inevitabile: il crollo della domanda interna, che spinge ad esasperare (per forza di cose) la strategia mercantilista di promozione delle esportazioni, cioè, in presenza di cambio rigido, a ulteriori risparmi di costi da cercare con ulteriori compressioni dei redditi e dei diritti.
Questo è il triplo fallimento dell’ideologia vincolista del quale parlavo a Padova (in dipartimento, non filmato). Il vincolismo ha condotto al declino l’economia italiana attraverso tre canali:

1)     la relazione fra domanda e produttività (modello di Dixon-Thirlwall, 1975), ovvero il rallentamento della produttività determinato (nel 1996) dalla sopravvalutazione e conseguente fissazione del cambio nominale, via shock sulle esportazioni;
2)     la relazione fra flessibilità del lavoro e produttività (Gordon, DP, Travaglini), ovvero l’adozione da parte delle imprese italiane di un rapporto capitale/lavoro non ottimale, con il ricorso massiccio a lavoro precario sottopagato e conseguente calo della produttività (una risposta resa inevitabile dalla sopravvalutazione del cambio);
3)     la relazione fra moderazione salariale e crollo della domanda interna, che ha portato all’aumento del debito di famiglie e imprese e alla rincorsa (senza speranza) del “modello tedesco”, i cui fallimenti, peraltro, cominciano a dispiegarsi ai nostri occhi, come era ampiamente prevedibile.
È un fallimento economico, ma è anche e soprattutto un fallimento politico, non dimentichiamolo mai. Quello di élite che per motivi che gli storici appureranno (collusione con interessi esteri? Accecamento ideologico?) hanno paternalisticamente deciso di governare gli italiani col manganello del cambio,sapendo di esporli a difficoltà, ma confidando nel fatto che queste li avrebbero temprati.

La filosofia politica di Charles Gravier de Vergennes.
Il cinico Guerani, ricordando l’Unione Monetaria Latina, e la tassa sul macinato che ne fu l’ovvia conseguenza (certo, certo, adesso c’è la Cina), dice che le unioni monetarie se le possono permettere solo quei paesi che possono cannoneggiare gli operai, come fece il feroce monarchico Bava. Ma Alessandro in fondo è un buono. Fa un po’ il cinico per impressionare le donne bionde dal marcato accento palermitano (Lidia, si scherza, va da sé!), ma in fondo in fondo è un pezzo di pane, perché il raccontino che ci siamo fatti dice che le cose stanno molto peggio di così! Quanto meno,bisogna riavvolgere il nastro di almeno un secolo.
Possono permettersi un’unione monetaria i paesi nei quali vige ancora il feudalesimo, stati pre-borghesi nei quali la classe imprenditoriale non ha una rappresentanza politica, e il buon pater familias, il de Vergennes di turno, può decidere, se lo desidera, di bastonarli col cambio rigido, magari per favorire un’altra classe sociale (che all’epoca potevano essere gli agricoltori, oggi magari le imprese finanziarie). In quei paesi va bene il gold standard, o, il che è lo stesso, l’euro.

Dice: ma noi non siamo così, oggi gli imprenditori votano!
Può darsi.
Ma ho come la sensazione che comincino a capire che la fregatura l’hanno presa anche loro. Forse gli sarebbe convenuto un regime con meno rigidità del cambio, e meno flessibilità del lavoro: avrebbero avuto più domanda estera e più domanda interna. Un po’ meno vincolo esterno, e un po’ più vincolo interno, insomma, quello dato dalla necessità di usare bene un fattore lavoro un po’ più costoso. Dove sarebbe lo scandalo nel ripristinare questa simmetria? In fondo, il senso della proposta di external compact”che faccio alla fine del Tramonto dell’euro è essenzialmente questo, ed è essenzialmente questo il modello di sviluppo e integrazione europea che aveva in mente Meade: mantenere la flessibilità del cambio come tampone rispetto a shock esterni e meccanismo dissuasivo rispetto a politiche beggar-thy-neighbour, e sincronizzare la dinamica delle retribuzioni su quella della produttività per evitare svalutazioni reali competitive e sostenere la dinamica della domanda interna.
Ma di questo parliamo con più calma un’altra volta.
Oggi, il primo maggio 2013, mi interessava farvi capire che quando vi dicono: “il problema non è l’euro, ma la produttività!”, la risposta corretta è: “appunto!”.

(dedicato, ovviamente, a quelli che “il problema non è l’euro, ma la produttività…”. Degli infiniti modi che una persona ha a disposizione per farci capire di non capirci assolutamente niente questo è uno dei più ricorrenti. Speriamo che da oggi la piantino, o forniscano un modello, non dico pubblicato sugli Oxford Economic Papers, mi sta bene anche sulla tovaglia di carta della trattoria, che spieghi perché l’arresto della produttività in Italia coincide con la fissazione del cambio. Un modellino, due equazioni, che cce vo’… Visto che voi sapete qual è il problema, erudimini… Siamo qui, per una volta non chiamiamo noi, chiamate voi, se avete qualcosa da dire. Sento che dormirò tranquillo.
Un pensiero commosso alle vittime del delirio di onnipotenza paternalistico che ci ha condotto a questo punto, alle vittime delle nostre élite corrotte e nemiche dei nostri interessi. Non durerà perché non può durare. Manteniamo i nervi saldi e aiutiamoci a resistere.)

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