Il 25 aprile dei Marcello Pera

In pochi si ricorderanno le esternazioni dell’allora Presidente del Senato. Di quel Marcello Pera, amico e portavoce nel cuore dello Stato delle litanie di Papa Ratzinger, che sosteneva che:

“I cittadini dell’Europa – ha detto Pera – non pensano europeo perché l’Europa stessa non si sente europea”. Sembra quasi che non apprezzi “il senso della propria storia”. Per questo il richiamo alle radici cristiane da inserire nel Preambolo del Trattato, secondo Pera, “non è solo una questione accademica, storica, filosofica. Si tratta di qualcosa di più, si tratta di identità”.

In poche parole l’identità dell’occidente sarebbe cristiana. E non riferirsi a quel paradigma culturale indebolirebbe la pregnanza storica stessa dell’Europa. Come a dire quindi che chi non è cristiano, o non si riconosce nei tratti distintivi della cultura anche laica che al cristianesimo si richiama, non sarebbe pienamente europeo. Ora come allora mi torna in mente la canzone di Gaber. Ascoltando le parole di Marcello Pera, misi a fuoco infatti, uno di motivi per cui non mi sento europea come non mi sento italiano.

Molti cittadini sdegnati dalle affermazioni del filosofo integralista (mascherato da laico) fondatore della mitica Fondazione Magna Carta (potente think tank iperconservatore) gli risposero che anche i laici, marxisti, atei, socialisti, ambientalisti o semplicemente cittadini volevano sentirsi europei a prescindere dalle idiozie cristiano-centriche di uno dei senatori più idioti della nostra Repubblica.

Fra quei cittadini, nemmeno a dirlo, c’erano molti esponenti della classe politica avversaria dell’allora Forza Italia a cui Pera apparteneva. Piddini in erba, socialisti di vecchia data, nostalgici della falce e martello, verdi, ecc. Ma soprattutto atei in là con l’età partoriti dalla lotta di Resistenza al nazifascismo. Che proprio l’inciucio ante-litteram fra la Chiesa e il Fascio avevano combattuto in armi.

E’ sintomatico dei nostri tempi rendersi conto cinque-sei anni dopo le affermazioni di Pera che alla fine un po’ di ragione il senatore l’aveva. Peccato che la caratteristica principale della cultura europea, e in primi di quella italiana (quella maggioritaria ci mancherebbe) non sia la “matrice culturale ascrivibile al Cristianesimo”, ma proprio l’atteggiamento fideistico e acritico. E che in esso siano immersi (inconsapevolmente?) proprio i suoi massimi detrattori.

Ieri Grillo (o chi per lui) ha postato sul blog un lungo riadattamento della canzone “Dio e Morto” di Guccini. Quella che la voce straziante di Augusto Daolio ha reso famosa. Nella versione di Grillo è il 25 aprile ad essere morto. Si può discutere sull’opportunità politica di quel commento. Ma si sa Grillo non è uno che abbia a cuore i metodi impomatati del politically correct. Ergo sul metodo niente di nuovo. Nel merito, però, ci sono un paio di seri motivi per essere d’accordo con lui:

1)      Una provocazione è sempre cartina di tornasole dell’atteggiamento peggiore di chi da essa si sente toccato. Ed è sempre più chiaro come la classe politica (non solo parlamentare) del nostro paese sia talmente priva di contenuti da vivere ormai solo di ricordi. Stretti attorno al simulacro della Resistenza, i Marcello Pera della pseudo-sinistra-centro mettono al centro dei tratti fondanti dell’identità italica la lotta al nazifascismo. Come il senatore forzitaliota mette il cristianesimo. Senza un minimo di autocritica, senza analisi, senza dibattito. Prendere o lasciare. La religione di Cristo come quella dei Partigiani. In un Paese in cui provare ad analizzare storicamente i limiti della resistenza, le sue ombre è un tabù che viene immediatamente accusato di revisionismo, o peggio di fascismo. Con la stessa veemenza con cui l’inquisizione bruciò sul rogo Giordano Bruno. Prendere o lasciare. O sei con me o sei mio nemico. Credere o non credere. Che suona sempre più come “credere, obbedire, combattere”. Tanto per chiarire che il fascismo fu un’idea politica ma che continua ad essere soprattutto un atteggiamento verso la diversità.

2)      Una provocazione mette in luce soprattutto l’idiozia. Rendendoci sempre più consapevoli dell’inettitudine, dell’imbecillità e dell’analfabetismo funzionale di cui è impregnata fino al midollo quella che dovrebbe essere la nostra classe dirigente. Perché, per non arrivare a capire che il post di Grillo è esattamente il contrario di quello che lo si è voluto far sembrare, bisogna essere o totalmente idioti o ridotti talmente male da arrivare non solo a strumentalizzare un messaggio, ma addirittura a distorcerlo fino a trasformarlo nel suo opposto. Se prima di dare fiato alla bocca, geni incompresi quali Vendola e i santoni piddini si fossero fatti spiegare (è evidente che da soli non c’arrivano) il post di Grillo, si sarebbero resi conto (forse) che si tratta proprio di un’esaltazione dei valori della resistenza distrutti e negati dai comportamenti indecorosi che loro stessi hanno messo in scena in questi anni. Si chiama negazione dell’opposto. Capisco che sia troppo complicato per i cervelli mono-neurone che siedono nei Palazzi. Ma non è poi così difficile. Tanto per chiarire il concetto a queste menti brillanti, la canzone originaria di Guccini la cantavano anche (e soprattutto) i cristiani intelligenti. Perché era nei soprusi descritti nelle strofe che veniva giustificato il refrain “Dio è morto”. Dio non è morto in assoluto. Ma “dentro alle stanze da pastiglie trasformate”, “ai bordi delle strade”, “nelle auto prese a rate”, “nei campi di sterminio”, “con gli odi di partito”.

Ma è ovvio, per fare questo ragionamento elementare bisogna essere un minimo intelligenti (non molto eh, basta il liceo, ma forse Vendola non ha fatto nemmeno quello) ma soprattutto non bisogna essere né colpevoli (e allora ci si sente toccati e scatta la consueta tecnica di difesa che consiste nello spostare l’attenzione della folla su qualcos’altro) né totalmente privi di contenuti da vivere ormai asserragliati intorno agli ultimi simulacri di identità rimasti alle spalle. Perché davanti, per il futuro, di progettuale non c’è nulla. Il vuoto pneumatico riempito dal pensiero unico.

Se invece di continuare a rimuginare sulle glorie della Resistenza questi deficienti si rendessero conto che il Paese la sta vivendo oggi un’altra Resistenza. Contro un potere invisibile e ubiquo. E che guarda caso nella vecchia e cara Europa la lingua dell’oppressore è sempre la stessa. Arbeit macht frei.  Se si rendessero conto di piccole cose come queste, potrebbero pensare a un prossimo 25 aprile (mi raccomando conservate la data come facevano i Cristiani quando sostituivano il credo unico ai riti pagani!) in cui festeggiare la liberazione dal giogo dell’euro. Dalle politiche espansioniste della Germania. Dalla morsa della recessione. Per far risorgere il 25 aprile come risorgeva il Dio morto della canzone di Guccini.

Ma anche per questo ci vuole intelligenza, non colpevolezza, contenuti. Tutta roba a cui la classe dirigente è totalmente immune.

Alla fine ha ragione Grillo. Il 25 aprile è morto. E’ morto soprattutto nella stupida indignazione dei suoi ipocriti sostenitori. Come era morto il Dio di Guccini. Senza, temo, alcuna possibilità di resurrezione.

Dedicata a Vendola e ai suoi simili:

Ho visto
la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente,
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,
dentro alle stanze da pastiglie trasformate,
lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,
essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
e un dio che è morto,
ai bordi delle strade dio è morto,
nelle auto prese a rate dio è morto,
nei miti dell’ estate dio è morto…

Mi han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede,
nei miti eterni della patria o dell’ eroe
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,
l’ ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
e un dio che è morto,
nei campi di sterminio dio è morto,
coi miti della razza dio è morto
con gli odi di partito dio è morto…

Ma penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi,
perché noi tutti ormai sappiamo
che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,
in ciò che noi crediamo dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo dio è risorto,
nel mondo che faremo dio è risorto…


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