C’eravamo sbagliati

Vi ricordate le armi di distruzione di massa che gli esperti di Blair e Bush avevano individuato in Iraq? I media pomparono la n notizia. Nell’immaginario collettivo Saddam Hussein divenne la personificazione del maligno. Le folle mondiali gridavano al mostro. E la war on terror venne santificata. Delega totale. Andate a fate giustizia per noi. Che muoia il dittatore. Fu scatenata una guerra e molti giovani americani e non morirono. Ancora più alti i numeri degli iracheni. Militari e civili. Il nemico, che prima era un amico, venne giustiziato. Poi qualcuno si accorse che s’erano sbagliati. Il dossier era falso. Artefatto. Ma nessuno pagò il conto. Né Blair, né Bush. Nemmeno i compilatori del dossier pagarono il prezzo equivalente al numero di vite sepolte sotto le macerie nella mezzaluna fertile.

La strategia la conosciamo bene. Nella storia recente, ma anche in quella più antica, è sempre stata usata. Crea il mostro, convinci le folle, aizzale, uccidi il mostro. Che poi il mostro sia realmente un mostro poco importa. Una volta eliminato indietro non si torna.

Oggi sappiamo che la cosa si è ripetuta. Non in qualche paese lontano governato da forze ostili al modello di vita euro-americano. Ma a casa nostra. Nel cuore della comunità internazionale che quel modello lo vive giorno dopo giorno. Ci hanno raccontato che la crisi era un problema di debito pubblico. E che ci voleva l’austerità, perché con il debito così alto la crescita era impossibile. Hanno rimosso un governo eletto (pessimo per carità, ma eletto dai cittadini) e lo hanno sostituito con i tecnocrati pronti a mettere in atto le misure necessarie ad applicare formula. Hanno incaricato insigni studiosi di redigere report accurati. Hanno dato i numeri ai media. E i media hanno martellato. Debito pubblico altissimo, emergenza, ridurlo è una necessità, lacrime e sangue sono impellenti. Per uscire dalla crisi i cittadini devono fare un sacrificio.

E da lì è iniziata la guerra. Perché di una guerra si tratta. Combattuta con missili silenziosi che lasciano intatti i palazzi ma suicidano le persone. Armi perverse contro cui non puoi combattere perché ti entrano nell’esistenza. E riducono in cenere l’unico bagliore che permette ai pochi di vincere anche la più dura battaglia contro i molti: la speranza. Prima perdi il lavoro, poi perdi la casa. E piano piano perdi le relazioni. Gli amici, i famigliari spariscono. Perché difendendosi da te, tengono lontano ciò che rappresenti. La disperazione. E a quel punto capisci che sei in guerra. E che in guerra si muore. E che la guerra è una betoniera che macina sabbia umana e calce di esistenze distrutte per creare il cemento di una nuova società. Che sarà sempre più uguale a quella vecchia. E che tu non sarai lì né per goderne né per combatterla. E allora cerchi un’arma e la carichi. Qualunque essa sia. Perché se proprio devi andartene, almeno lo farai combattendo. Ma quando ti volti in cerca del nemico ti accorgi che trovarlo è impossibile. Perché è fatto di pezzi sparsi qui e lì. Non puoi sparare allo spread. Non puoi sparare alla speculazione finanziaria. Non puoi sparare alla disoccupazione e ai tassi d’interesse. Ma puoi sempre sparare a te stesso. Perché hai vissuto al di sopra dei tuoi mezzi. Perché è anche colpa tua se il debito pubblico è alle stelle. Se gli ospedali costano. Se la scuola di tuo figlio e i suoi insegnanti gravano sulle magre finanze dello Stato. Lo sai, te lo hanno detto migliaia di volte. Lo dice il Presidente. Lo dice la TV. Lo dicono tutti. Dovrà essere pure vero no? Il nemico non c’è, perché il nemico sei tu. I conti tornano.

Un colpo e la disperazione sparisce. La solitudine che nasce dal confronto si dissolve nel buio della fine. Almeno non sarai vivo quando la betoniera di raccoglierà. Nuova sabbia umana, nuova calce di un esistenza smembrata.

Poi qualcuno si accorge che si erano sbagliati. Non è vero che il debito pubblico alto ferma la crescita. E l’austerità, che punta a ridurre il debito (ma non ci riesce, Monti docet), non rilancia la possibilità della crescita. E’ il contrario. Il debito è creato e alimentato dalla crescita inesistente. E l’austerità non ha fatto che spingere verso il basso la spirale.

Scrive Focus Economia di Radio 24 Ore:

Scintille tra Nobel e accademici sull’austerità: gli studi condotti dai super esperti Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, sostegno teorico delle politiche di austerità, sarebbero sbagliati e basati su dati parziali. I due economisti sostengono in sintesi che un debiti nazionali elevati (oltre il 90%) compromettono la crescita. Tre economisti dell’University of Massachussetts hanno però scoperto che lo studio è stato condotto con metodologie discutibili ed omettendo alcuni dati (ad esempio il Pil di Australia e Nuova Zelanda che nonostante l’alto debito crescono a ritmi sostenuti). Con i conteggi corretti il riultato dei paesi indebitati passerebbe da – 0,1% a + 2,2%. Rogoff e Reinhart hanno ammesso che alcuni risultati sono errati ma hanno ribadito la validità complessiva dello studio. Una replica che ha fatto infuriare il Nobel Paul Krugman che analizzando i dati dei paesi del G7, e in particolare Italia e Giappone, ribalta la tesi: il debito è causato dalla bassa crescita e non viceversa.lo studio è stato condotto con metodologie discutibili ed omettendo alcuni dati (ad esempio il Pil di Australia e Nuova Zelanda che nonostante l’alto debito crescono a ritmi sostenuti). Con i conteggi corretti il riusltato dei paesi indebitati passerebbe da – 0,1% a + 2,2%. Rogoff e Reinhart hanno ammesso che alcuni risultati sono errati ma hanno ribadito la validità complessiva dello studio. Una replica che ha fatto infuriare il Nobel Paul Krugman che analizzando i dati dei paesi del G7 , e in particolare Italia e Giappone, ribalta la tesi: il debito è causato dalla bassa crescita e non viceversa.

S’erano sbagliati. Scienziati, economisti. Avevano fatto male i conti. Però, dicono, la teoria che da quei conti era generata è valida. Roba da matti.

S’erano sbagliati, ma intanto voi siete morti. Corpi senza nome. Sabbia. Perché la guerra se ne frega di chi sei. La guerra ti uccide e basta.

Negli anni ’80, racconta Perkins nel suo bellissimo Confessions of an Economic Hit Man, li chiamavano Sicari Economici. Rampanti esperti, docenti universitari, scienziati dell’economia incaricati di costruire dossier su paesi in via di sviluppo. I documenti, nella maggior parte dei casi, dovevano spingere i governanti a chiedere al FMI e alla Banca Mondiale fondi per alimentare lo sviluppo. Spingere la crescita. E lo Stato in questione si indebitava. Per sempre. Perché i soldi venivano utilizzati per attività che coinvolgevano le multinazionali che drenavano le risorse verso l’estero e non pagavano le tasse nel paese in cui intervenivano. Innescata la spirale del debito il paese era schiavo. Le ricette che seguivano le conosciamo. Le aveva inventate la Lady di Ferro a cui hanno fatto i funerali degni di una Regina. Di una despota appunto.

Li chiamavano sicari economici. Oggi non gli danno un nome. Ma la storia sembra essere la stessa. Ma l’obiettivo non sta più altrove. perché non esiste più un altrove da saccheggiare.

Il debito pubblico è l’arma di distruzione di massa di un Europa che assomiglia sempre di più all’Iraq. Sepolta sotto le macerie di una guerra di tutti contro tutti e in attesa dell’esercito salvatore.

Qui trovate – in inglese – l’analisi tecnica dell’errore (se è stato tale ) di Rogoff e Reinhart. Roba che se non fosse tragica farebbe ridere a crepapelle.


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