La civiltà del telecomando

Avrei voluto scrivere qualcosa su Boston. Poi ho visto il risultato delle “quirinarie” e mi sono cadute le braccia. Ma è possibile che l’iscritto medio al M5S abbia il QI pari a quello di un bambino delle elementari? E’ possibile che nella lista dei dieci nomi da proporre al voto degli iscritti comparissero nomi quali Gino Strada, Milena Gabanelli, Emma Bonino e Romano Prodi? Giornalista d’assalto la prima – con non poche falle nel suo CV  – ma anche fosse Presidente della Repubblica? Medico e attivista – con non poche ombre anche lui – uomo di grandi sforzi umanitari, ma anche fosse, Presidente della Repubblica? Mi chiedo se gli iscritti al M5S hanno la minima idea di quali siano le responsabilità e i compiti della prima carica dello Stato. A che livello di pressioni si è sottoposti. Alla quantità di potere che, soprattutto in questa fase anarchica (nel senso tecnico del termine), si troverà a gestire il successore di Napolitano. Su Prodi e Bonino nemmeno mi pronuncio. Sul primo ho detto già in passato tutto ciò che si potrebbe dire. Sulla seconda sono sostanzialmente d’accordo con Travaglio e i suoi 2 articoli sul Fatto.

Il risultato della votazione finale la dice lunga. Vince le quirinarie la Gabanelli. Secondo Gino Strada. Bontà loro i due si dicono indisponibili. E la parte meno idiota del Movimento scalda parole di approvazione per Mr. Authority Rodotà. Figura su cui trovare l’accordo con il PD. L’esito però la dice lunga sull’idiozia media del popolo del web. Questa però è una spiegazione sommaria. Troppo semplice per essere convincente. Ci deve essere qualcos’altro. Sarà che in Itali al web non accedono tutti. Sarà che nelle mie frequentazioni lavorativa ho notato una reticenza a utilizzare le rete per informarsi e partecipare proprio nelle persone più colte e preparate. Che intimorite dal mutamento continuo delle tecnologie e dalla valanga informativa preferiscono le tranquille spiagge del vecchio ai turbini elettronici del sempre contemporaneo. Di qualcosa che non solo non riesce ad essere “moderno”, ma che on diventerà mai “classico”. Sarà …

Poi ho ripensato a Boston. E a un commento che leggevo su un blog americano stamattina. E la connessione esiste.

Avevo cercato quel post chiedendomi: perché colpire una manifestazione sportiva? Sono andato a vedere i dati del Global Terrorism Database e le maratone oggetto di attacchi non sono poi molte. 3 in Irlanda del Nord, una in Bahrain, 2 in Pakisan. E una in Sri Lanka che fece 83 morti. Si aggiunge ora quella di Boston. 3 morti finora e più di un centinaio di feriti. Ma perché proprio lì?

Il commento parlava di 3 componenti: 1) lo sport rappresenta simbolicamente libertà e pluralismo. 2) in molti partecipano a una maratona. 3) ci sono i media.

Sul primo punto ho qualche dubbio. Nonostante il simbolismo sia azzeccato ci sono altri obiettivi che lo incarnano ancora di più. E che diventano molto più efficaci se si tiene in conto anche il punto 2. Una piazza durante un gioioso assembramento? Durante un concerto? Durante una delle classiche celebrazioni americane che festeggiano la libertà (liberamente interpretata)? Insomma il punto 1 è debole. Il punto 2 anche. Se decidi per una maratona sicuramente l’arrivo è dove ci sono più persone. Se devi colpire, colpisci lì. Ma di nuovo, meglio un luogo in cui i tuoi obiettivi non passano correndo, ma sono fermi e possibilmente assiepati. Diciamo che il motivo portante è il terzo. I media sono già lì. E seguono l’evento dall’inizio alla fine. Ci sono gli elicotteri che lo riprendono dall’altro. La commozione è alta sia in strada che a casa dove gli appassionati seguono passo passo. Il terrore (da chiunque venga dispensato) ha bisogno di un palcoscenico. Ha bisogno del media coverage. Per reclutare nuovi adepti, per consolidare la fedeltà di quelli che già si sentono parte dell’organizzazione terroristica. Per creare il casus e spingere il nemico a reagire in modo che la reazione ne provochi a cascata altre. E la spirale monti fino a dove il gruppo o il singolo che ha pianificato l’attacco vuole spingerla. Un’azione terroristica senza i media è come l’albero che cade nella foresta. Se nessuno la racconta, non esiste.

Tutti i media? Siamo sicuri? E’ vero, il CEO di FourthSquare ha twittato ai parenti che stava bene. Correva anche lui a Boston. Un giornalista di Repubblica ha telefonato raccontando le due esplosioni al traguardo. Ma cos’è che la gente è andata a cercare? Immagini semoventi. I servizi della TV. Le sedie a rotelle spinte dai paramedici con sopra la gente mutilata. I boati. Niente racconta e imprime un messaggio nella mente dello spettatore quanto l’immagine semovente. Qualcuno al massimo cerca su YouTube i video amatoriali di chi c’era. Quelli cu cui poi nascono le ipotesi di complotto. Ma il grosso degli spettatori guarda i servizi di ABC, CNN, BBC. Rimbalzati qui e lì dalle televisioni nazionali di tutto il mondo. E si nutre di montaggio. Di riscrittura spesso sgrammaticata della relatà. Di immagini accostate e ormai lontane mille miglia dal contesto originario. Di musica sovrapposte. Delle parole ripetute da Obama. “Make no mistake. We’ll see to the bottom of it!”.

Poi torno a pensare alla Gabanelli e la cosa un senso ce l’ha. La rivoluzione del web non ha rivoluzionato ancora un bel niente. Gli smanettoni del M5S che si professano avanguardie del nuovo hanno votato una faccia televisiva. Sapranno poco niente di Gustavo Zagrebelsky ma vedono Report. Si cibano della biondina che punisce i malfattori. Come l’eroina di un telefilm a stelle e strisce. Lo stesso che magari ha addestrato le menti di generazioni di spettatori in giro per il mondo. E di cui gli attentatori di Boston erano ben consapevoli.

Il quinto potere non cede terreno. La TV è ancora sovrana. Il web si conferma per ora un’occasione ancora da cogliere. Una grande discarica in cui i cicli del riciclaggio sono ancora inceppati. Quello più potente, che crea opinione  e gestisce comportamenti è quello delle immagini televisive. Afferrate, catturate e riprodotte. Condivise.  Amplificate. In questo senso, a guardare i grandi numeri, più che il luogo della creazione della controinformazione sembra una grande cassa di risonanza di contenuti televisivi. Per carità, c’è altro è ben venga. Ma la rivoluzione del sento potere è molto in là da venire.


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