I Costi delle Crisi Finanziarie (e l’Euro)

Paolo Manasse è docente di Macroeconomia  e Politica Economica Internazionale all’Università di Bologna. Dall’articolo sembrerebbe non pensarla esattamente come gli economisti che propendono per l’uscita dall’Euro.

In realtà se poi si vanno a vedere le risposte ai commenti di questo post si nota che:

1)      Conferma che l’Europa non è un’area monetaria ottimale

2)      Conferma che solo se ci sono salari flessibili e prezzi flessibili ci si avvantaggia di un cambio fisso

3)      Che il problema focale secondo lui è valutare se l’uscita costa più o meno della permanenza

4)      Che la crescita è indipendente dalla moneta nel medio-lungo (ovvero che la moneta è neutrale) ma che dipende più dall’investimento in ricerca, innovazione e dalle riforme strutturali.

Le mie modestissime opinioni

1)      Se lo dice addirittura lui che non sembra essere un euro(nelsensodimoneta)-scettico!

2)      Questo discorso è pericolosissimo. Il prezzo che i lavoratori tedeschi hanno pagato per potersi avvantaggiare del cambio fisso non lo augurerei nemmeno ai greci (che ora stanno peggio)

3)      Appunto. L’uscita, sostengono i suoi promotori dovrebbe essere controllata. Non “aspettiamo che ce lo comunichino da Bruxelles”.

4)      Verissimo. Il problema è che quando i soldi per investire non li hai perché l’irrigidimento del sistema del cambio (e degli accordi ad esso legati) ti costringe ad aumentare il gettito fiscale per ripagare il debito estero convertito in debito pubblico le chiacchiere stanno a zero.

Ciò che però lo studio dei suoi allievi sembra confermare è che dopo la crisi e la susseguente svalutazione i paesi non recuperano più il livello precedente del PIL. Mentre a guardare i grafici della seconda figura a me sembra che, a parte alcuni casi, il PIL riprenda a salire esattamente come prima.

Le voci diverse vanno comunque ascoltate.

http://paolomanasse.blogspot.com/2013/03/i-costi-delle-crisi-finanziarie-e-leuro.html

 grafico 1
Insegnare a (bravi) studenti di Dottorato ha un lato positivo, si impara un sacco. Gli studenti del mio corso a Bologna su Economics of Financial Crises hanno discusso qualche giorno fa un interessante lavoro di Valerie Cerra and Sweta Chaman, che non conoscevo, “Growth Dynamics: The Myth of Economic Recovery“, pubblicato su American Economic Review 2008, 98:1, 439–457.

Il lavoro è interessante perché presenta un’analisi delle conseguenze sulla dinamica del PIL delle crisi finanziarie che si sono verificate in 190 paesi tra 1960 e 2001: crisi di cambio, crisi bancarie, crisi gemelle (bancarie e valutarie), e crisi politiche e guerre civili.

La conclusione più, importante, e in parte sorprendente, è questa:

  • le crisi finanziarie (e politiche) hanno effetti permanenti sul reddito nazionale: dopo 10 anni i paesi recuperano in media meno del 1% rispetto al punto più basso della caduta (v.figura sotto)
  • gli effetti sono diversi a seconda del tipo di crisi: quelle valutarie sono associate ad una caduta media del 4% del PIL , quelle bancarie del 7.5%, le crisi “gemelle” del 10% , le guerre civili al 16%.

 grafico 2

  • Gli effetti sono diversi per i  paesi a seconda del loro livello di reddito. Ad esempio,le crisi bancarie hanno conseguenze più gravi nei paesi avanzati, quelle di cambio nei paesi a reddito medio e basso (il che era ragionevole attendersi).

Quale lezione trarre circa il dibattito sull’ uscita dal’ Euro?

  • Intanto, che bisogna diffidare da argomenti tipo “nel 1992 abbiamo svalutato e non è successo nulla” , oppure “l’Argentina dopo la crisi del 2001 si è ripresa nel giro di un paio di anni“: chi basa le proprie “inferenze” su una (o due) osservazioni è      un ciarlatano.
  • Le conseguenze dipendono dal tipo di crisi: un conto è una la svalutazione del cambio (nel paper una crisi valutaria equivale a forte deprezzamento e/o caduta di riserve), un altro  una crisi valutaria accompagnata da una crisi bancaria , un altro è una crisi valutaria + crisi bancaria + crisi di debito sovrano, un altro ancora è crisi valutaria + crisi bancaria + crisi di debito sovrano+ crisi politica.
  • Se gli autori hanno fatto bene  i conti (e chi non è convinto può scaricare qui i dati e riprovare a farli) queste crisi hanno in comune due aspetti: gli effetti sul PIL sono negativi e permanenti .

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