Meglio Sartori o l’Uomo Ragno?

Se Sartori scrivesse sul Giornalino del Prenestino, avrei letto le conclusioni e avrei appallottolato il suo articolo di oggi per accendere la stufa. Ma scrive sul Corriere della Sera, uno dei quotidiani più venduti (e dei siti più visitati). Ergo non si può passare oltre.

Se Sartori fosse un commentatore qualunque non sarei nemmeno arrivato alla fine del suo pezzo di oggi. Ma basta dare un’occhiata al suo CV su Wikipedia (che sarà anche parziale) per capire che qualcosa che non va c’è eccome. Perché Sartori colleziona lauree come un serial killer gli omicidi. E non è laureato in Scienze della Fioritura, ma in Scienze Politiche … e, poveri i suoi studenti, l’ha pure insegnate! Spero per loro che al massimo tenesse il corso di “Legende Metropolitane”, perché in quel caso i giovani in questioni sarebbero al sicuro.

Ma cosa scrive oggi Sartori? Vediamo.

L’EUROPA E GLI IMPEGNI – Forse molti non sanno che l’Unione Europea (Ue) non comporta l’adozione di una moneta comune (l’euro). I Paesi Eu che hanno adottato l’euro sono 17, mentre i Paesi senza euro sono 10. A parte l’Inghilterra che mantiene la sterlina e che è il caso più importante, sono fuori euro Danimarca, Svezia, Polonia, Ungheria, Romania e altri piccoli Stati. L’Unione Europea nacque quando venne di moda (diciamo così) la «globalizzazione». S’intende che la globalizzazione finanziaria venne da sé, con la tecnologia che la rendeva non solo possibile ma anche ineluttabile. La globalizzazione economica è tutt’alta cosa, avendo in mente, per l’Europa, il modello Stati Uniti.

Lasciamo perdere la questione della globalizzazione. Della quale si inizia a parlare già dagli anni ’80 mentre il Trattato di Maastrich che da vita alla UE è del ’92. La questione degli USA però è curiosa. Un politologo lo dovrebbe sapere che differenza c’è fra un confederazione di Stati (UE) e una vera e propria federazione (USA). Nel primo caso un vero e proprio governo centrale non c’è, gli stati conservano la sovranità (ormai formale). Nel secondo il governo federale gestisce direttamente e con potere sovrano questioni come, ad esempio, la difesa. Ma Sartori lo sa. Solo che la similitudine impropria gli serve per il discorso successivo. Ma teniamola a mente anche noi.

IL MODELLO USA – Il problema è che un sistema federale richiede un linguaggio comune. Gli Stati Uniti parlano l’inglese, la Germania il tedesco, l’India ha ereditato l’inglese, il Messico lo spagnolo, il Brasile il portoghese. L’Europa parla invece circa 22 lingue, che certo non possono alimentare una aggregazione federale. Invece l’Europa può diventare una comunità economica, che oggi è la comunità dell’euro. Ma purtroppo la messa in opera di questa unione è stata frettolosa e insufficientemente pensata. Tutti gli Stati del mondo controllano la propria moneta e si possono difendere, economicamente, con dazi, dogane, e anche svalutando o rivalutando la propria moneta. Così gli Stati Uniti tengono il dollaro «basso» per facilitare le proprie esportazioni. Invece l’Unione Europea è una comunità economica indifesa. I singoli Stati che la compongono non possono stampare moneta, né difendere le proprie industrie con barriere doganali,

Sorvoliamo anche qui sulla questione della lingua. Se Sartori avesse deciso di parlare con cognizione di causa racconterebbe ai suoi lettori che ormai negli USA l’inglese è una lingua franca. La lingua più parlata è lo spagnolo. E in interi quartieri di città non certo secondarie come Chicago si parla il Polacco. Per poi non parlare dell’immigrazione cinese destinata ad aumentare vertiginosamente nei prossimi anni. Anche in Europa, Sartori, si parla l’inglese come lingua franca. Forse lei no, ma gli altri sì. E infatti il problema non è questo. Ma il punto interessante è più in basso. Dove ci accorgiamo che Sartori sembra aver capito il nucleo del problema Italia. Il problema è la sovranità monetaria. Oddio, ma Sartori parla come un economista anti-euro? Sul Corriere della Sera?

LE NOSTRE COLPE – In questa vicenda tutti hanno le proprie colpe. Ma ne hanno di più i Paesi mediterranei, Italia inclusa, che si sono dati alla bella vita indebitandosi oltre il lecito. L’ora della verità è scoccata, ahimè, troppo tardi per i Paesi che sono riusciti ad accumulare un debito pubblico (Buoni del Tesoro) che supera abbondantemente il Pil, il Prodotto interno lordo. Come possono risalire la china nella quale sono colpevolmente precipitati? In Italia oramai la pressione fiscale è altissima, a livelli che soffocano la crescita. E l’evasione fiscale resta largamente impunita.

C’avevate creduto eh? E invece la colpa è tutta vostra. Soprattutto se siete PIGS col culo sempre a bagno nel Mediterraneo, invece di lavorare e produrre. Avete vissuto sopra ai vostri mezzi facendo aumentare il debito pubblico. E ora il debito pubblico brutto e cattivo va rimesso in riga. Chiaro? Due cose Sartori, da modesto lettore di gente ben più informata di me. Mi risulta che parte del debito pubblico sia costituito dalla spesa in servizi e stipendi dei dipendenti pubblici. Tanto è vero che una delle misure più in voga al momento è proprio quella del taglio degli uni, e all’occorrenza degli altri. Come mai per lei ci sono solo i buoni del tesoro? Pensa che il 27 del mese al MEF i dipendenti li paghino in BTP? E poi un’altra perplessità. Mi risulta che se io mi indebito per comprare la casa o la macchina (seguendo il fantasmagorico modello di riferimento americano) codesto si usi chiamare debito PRIVATO. Per il quale rispondo a un istituto di credito. Per capire la relazione che esso ha con il debito pubblico è necessario aver chiaro cosa sia il cilco di Frenkel. Ma se fosse così anche per lei, non potrebbe scrivere ciò scrive nel resto dell’articolo. Ciononostante da un politologo ci si aspetterebbe almeno un po’ più di conoscenza di base (la mia) di quello che poi scrive.

IL CARO EURO – Dovremmo esportare di più. Ma qui l’ostacolo è, come ho già accennato, che la nostra moneta, l’euro, è sopravvalutata rispetto al dollaro. In passato (nel 1972) avevamo escogitato il «serpente monetario» europeo che consentiva fluttuazioni delle monete entro una fascia del 2.25 per cento. L’esperimento fu utile, ma venne sostituito nel 1979 dal sistema monetario europeo (Sme) che venne a sua volta sostituito, da ultimo, dalla Banca centrale europea di Francoforte.

Dovremmo esportare di più. Eh appunto Sartori. Vuole un suggerimento? Guardi a cosa ha fatto la signora Merkel. Se non puoi svalutare la moneta, svaluti i salari. Le tue merci costano di meno e voilà, si esporta a spron battuto. Ci vada lei però alla FIAT a dire agli operai massacrati dalla crisi che devono guadagnare di meno per il bene del paese. Non sarà per caso che lei continua a guardare le cose da dentro una bella gabbia e che tutto ciò che vede, dovunque guardi, ha tutte delle belle strisce nere sopra? Non sarà che per togliere quelle strisce sarebbe il caso di osservare, per una volta almeno, le cose da fuori della gabbia? La gabbia ovviamente è il suo “caro euro”.

CRESCITA ZERO – Varrebbe la pena di risuscitare un nuovo «serpente» sotto il controllo, beninteso, di Francoforte? Non lo so. Ma varrebbe la pena di pensarci. Perché da 14 anni la crescita dell’Italia è vicina allo zero. Aggiungo che il nostro Paese è particolarmente a rischio anche per le ragioni che passo rapidamente a elencare. Primo, risultiamo, nelle graduatorie internazionali, tra i Paesi più corrotti al mondo. Tra l’altro siamo anche gli inventori della «onorata società», volgarmente mafia, e per essa un Paese forse più tassato dal pizzo che dallo Stato. Aggiungi una altissima inefficienza burocratico-amministrativa. A tal punto che i fornitori dello Stato vengono pagati con nove-dodici mesi di ritardo. Un vero scandalo. Tutto sommato, allora, non vedo proprio come gli investitori stranieri siano, in queste condizioni, tentati di investire in Italia.

E qui ce n’è per ridere a crepapelle per una settimana. Resuscitare il serpente? Sotto il controllo di Francoforte? Sartori in realtà intuisce la vera soluzione ma non la può dire. Il serpente permetteva delle fluttuazioni controllate. Ovvero concedeva una sovranità monetaria controllata (come la libertà dei semicarcerati). Quindi il problema è la fissità dell’Euro, in un agglomerato di Stati che non hanno un bilancio unico. Ma non sarà Sartori che invece di una mezza soluzione sarebbe meglio una soluzione intera? Perché invece delle microfluttuazioni che risolvono microproblemi non dice chiaramente che l’unica soluzione è l’uscita dalla moneta unica e la restituzione agli Stati di quella libertà di difesa di cui lei stesso parla nel suo pezzo?

L’Italia da 14 anni non cresce. Sì è vero. Da quando siamo nell’Euro più o meno. E pure qui la corrispondenza a Sartori non salta all’occhio. Eh no perché il problema, di nuovo, non sono la mafia, la corruzione e la burocrazia. Certo Sartori che da un fine ed esperto politologo come lei ci si aspetterebbe qualcosa di diverso dai soliti luoghi comuni da Domenica In. Il problema della crescita è di nuovo legato all’impossibilità di essere competitivi a causa della fissità del cambio, quando accoppiato ad altre variabili dell’economia quali ad esempio il costo del lavoro.

Ma la conclusione è il pezzo migliore. Gli investitori stranieri non verranno in Italia in queste condizioni. Ma magari Sartori! E’ proprio lì che nasce il problema. Sarebbe sufficiente che invece di leggere le missive di Monti e dei tecnocrati della Troika si andasse a vedere qualche grafico. Non quelli del Leoncavallo eh, quelli del Fondo Monetario Internazionale. E si accorgerebbe di qualcosa di piuttosto palese. Ovvero ….. glielo faccio dire dal prof. Bagnai più titolato di me a farlo.

estero

D – Professore, perche’ in Europa e nel mondo sono cosi’ importanti parametri come l’ammontare del Debito e Deficit Pubblico, mentre sono assai meno noti parametri come la Bilancia dei Pagamenti e la Posizione Netta sull’Estero?

R – L’attenzione si focalizza sul debito pubblico per motivi puramente ideologici. Ormai è appurato che le crisi finanziarie degli ultimi trent’anni sono state causate da elevato indebitamento privato (con l’estero), in presenza di debito pubblico stabile o decrescente. Tutti lo sanno. È quello che gli economisti chiamano un “fatto stilizzato”. Perfino il Trattato di Maastricht, come molti ignorano, prevedeva che l’indebitamento estero dei paesi fosse tenuto sotto controllo, come quello pubblico. Ma per quello pubblico si è stabilito un parametro (il 3% del Pil), mentre per quello estero no. Perché? Per due motivi. Primo, perché limitare l’indebitamento pubblico significa ridurre il peso del “nemico” ideologico, cioè dello Stato, mentre limitare l’indebitamento estero, che è per lo più privato, significherebbe limitare l’azione dei “mercati”. Secondo, perché in un’Europa costruita e gestita dai “vasi di ferro”, il debito estero dei vasi di coccio tornava utile (visto che, come abbiamo detto e ripetuto, si convertiva in acquisti di beni dei paesi forti).

Che l’indebitamento estero vada limitato non è l’idea di uno strampalato professore di provincia. Dopo aver usato il credito/debito estero come una clava per sbriciolare i paesi del Sud, la Commissione Europea, candidamente, ammette che c’è un problema, e nella sua “procedura contro gli squilibri macroeconomici”, promulgata a fine 2011, stabilisce limiti proprio per le variabili delle quali gli economisti riconoscono da tempo l’importanza: il debito privato, il debito estero, il deficit estero.

Naturalmente la stalla si chiude quando i buoi sono scappati, semplicemente perché le chiavi della stalla sono state date ai ladri di bestiame: le grandi banche del Nord. Ricapitolando: che il debito estero sia più pericoloso di quello pubblico lo sanno e lo sapevano tutti: economisti, politici, e tecnici della commissione (che infatti pongono sul debito estero un vincolo quantitativo più stringente che su quello pubblico). Non se ne parla nei media per motivi ideologici e di convenienza: se la gente capisse che il problema sono gli squilibri esteri, capirebbe che il problema è l’euro, e per la finanza del Nord finirebbe la pacchia.

L’indebitamento estero ( i suoi “investimenti stanieri” per capirci, gli emiri del Kuwait di Monti o, volendo che ora vanno più di moda, i russi con i conti nelle banche ipertrofiche Cipriote) è la palla di neve che diventa valanga attraverso le 7 fasi del ciclo di Frenkel.

frenkelSecondo lei dove siamo insigne politologo Sartori? Io che mi limito ad ascoltare le voci più informate di me direi allo stadio 6. A un passo dal tracollo e dalla svalutazione che almeno ci rimetterebbe in corsa. E lei invece che vorrebbe fare? Sbaragliare i mafiosi, abolire la corruzione e smembrare la burocrazia (un piano cinquantennale praticamente irrealizzabile) per fare cosa? Per tornare dritti alla fase 2? Caro Sartori, lei sembra aver capito il problema. Ma la sua auspicata soluzione è come un’iniezione di glucosio nelle vene di un diabetico. E come tenere un cristiano sottacqua fino al suo limite di apnea e, quando sta a 20 cm dalla superficie, rispingerlo giù di 10 metri. Dicendogli “non ancora, non ancora. Non sei ancora pronto”.

Tornando agli USA dell’incipit, Sartori, lei la differenza la conosce bene. E’ che come al solito deve mentire per rimanere fedele alla linea. Negli USA è il bilancio federale a compensare le sperequazioni fra la recessione dell’Alabama e il surplus della California. E’ questo l’unico modo in cui lo Stato svolge la sua funzione istituzionale. Ma per farlo deve avere un bilancio. Ergo, mutatis mutandi (come dicono gli intellettuali istruiti come lei) l’unico modo di conservare la moneta unica sarebbe il bilancio unico in cui i fieri vichinghi del nord si prendono carico dei pigroni mediterranei del sud. Lei ce li vede olandesi e tedeschi che finanziano il deficit della Regione Sicilia? Per favore Sartori non faccia il finto tonto. Che il paese è veraqmente al collasso.

La penna caro Sartori implica attenzione estrema a ciò che produce. Una penna che scrive dove scrive lei ha un grande potere. Che può essere esercitato nella direzione dell’informazione (e della formazione del pensiero critico) o in quella (talvolta involontaria e in buona fede) della propaganda e della cementificazione dei luoghi comuni. Da un pluridecorato politologo editorialista ci si aspetterebbe un minimo più di attenzione alla massima di Zio Ben. Sì Sartori, lo zio di Peter Parker, l’Uomo Ragno. With great power comes great responsibility.

Come vede Sartori nell’Europa Unita parliamo anche noi l’inglese. E talvolta si impara di più a leggere i fumetti fatti bene che gli articoli in prima pagina fatti male.


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