Questione secondaria?

La base inizia ad avere fretta. E a ragion veduta. Il paese cola sempre più a picco. Posti di lavoro che non vengono creati, quelli che ci sono che si restringono, disoccupazione da terzo mondo soprattutto quella giovanile, imprese alla canna del gas. E via dicendo. Bisogna uscire dalla palude.

E la cosa più importante per questo passaggio, l’ho scritto più volte su questo blog, è la politica economica. E in quell’ottica la revisione sostanziale del dogma dell’euro. Questa la premessa che sembrerebbe mettere tutto il resto in secondo piano. E uso il condizionale per una ragione ben precisa. In secondo piano, nella mia ottica significa anche (per un  paio di questioni in particolare) “sottoterra”, nel senso “nelle fondamenta”.

Il problema del nostro paese, è ormai chiaro a tutti quelli che si prendono la briga di studiare e leggere, non è il debito pubblico e non è nemmeno la casta corrotta e spendacciona. Ma siamo sicuri? Ovvero. Il problema principale è costituito dall’indebitamento estero e dall’attivazione del ciclo di Frenkel. Secondo il quale fra un po’ o si cambia marcia o facciamo il botto. Ormai abbiamo studiato e lo sappiamo. Ma chi ha permesso che le cose arrivassero a questo punto? Io? Voi commercianti? Voi tassisti? Voi grafici pubblicitari? Voi piccoli imprenditori, dipendenti, consulenti, operai, farmacisti? No. E’ evidente.

Un comitato d’affari che intreccia politica, burocrazia ministerial-amministrativa, banche, grandi settori corporativi dell’economia ha speculato e guadagnato sulle nostre spalle per almeno 20 anni (contiamo solo quelli della seconda repubblica nonostante quelli della prima non è che fossero diversi). Siamo soliti riferirci a lor signori con il termine di classe dirigente. Nel perseguire i propri interessi (diretti o indiretti) la classe dirigente ha trascurato (nella migliore delle ipotesi) importanti segnali che preannunciavano il declino e l’avvicinarsi del bordo del baratro. Quel settimo stadio del ciclo di Frenkel da cui indietro non si torna. Da cui si salta in una nuova avventura. Con molti margini di imprevedibilità. Nella peggiore delle ipotesi, invece, la classe dirigente sapeva, e sapeva bene. Ma il gioco valeva la candela, perché sapendo in anticipo chi vincerà basta scommettere su di lui per mettere insieme piccole e grandi fortune. Non solo economiche.

E allora mi chiedo: in questo scenario è pensabile che sia questa stessa classe dirigente a partorire il nuovo indirizzo che dovrebbe salvare il nostro futuro e invertire la tendenza? La domanda è ovviamente retorica. No. Non potrà mai accadere. Un’assemblea non elegge mai il candidato che propugna la sua stessa estinzione. Nessuno sceglie di suicidarsi se dalla vita può ancora ottenere qualcosa. I parlamenti (e le loro consorterie) non sono sette evangeliche che si danno fuoco nel palazzo all’avvicinarsi del giorno del giudizio. Sono molto più furbi.

E allora forse dovremmo rivedere un po’ le nostre aspettative. Ritararle alla luce di ciò che il risultato elettorale ha realmente significato. Leggo articoli in cui si scrive “è cambiato più nello scorso mese che nei 20 anni precedenti”. Vero per carità. Temi e comportamenti impensabili e quasi impronunciabili fino a ieri oggi lo sono. Ma le pretese, legittime e sacrosante, della base elettorale del M5S sono inevitabilmente destinate ad essere, nell’immediato, deluse. La classe dirigente è stata, per ora, appena scalfita dal risultato elettorale. In Parlamento il “nuovo” rappresenta ancora la minoranza. E soprattutto è un nuovo di superficie. E’ tutto da dimostrare che alla prova dei fatti la superficie nasconda anche la sostanza. I presidenti della camere rappresentano al 50% un’astuta mossa tattica. Ma nient’altro. Gli otto punti del programma di governo sono anche peggio. Fuffa allo stato puro utile a cercare i senatori necessari alla fiducia. E utile in seguito per poter infilarci dentro tutto e il contrario di tutto. Al di sotto dell’epidermide degli eletti la situazione è esattamente com’era. Il 90% dell’iceberg naviga saldo nel solito mare.

Il nuovo per ora è una mano di vernice che cerca di tenere in piedi lo scafo fatiscente della nave Italia.

Siamo quindi prigionieri di un paradosso?

Per cambiare la politica economica ci vuole una nuova classe dirigente. Quella vecchia continuerà solo a produrre vernice spendibile in termini di immagine ma che, alla fine, nasconderà le solite ricette, chiamandole in modo diverso. Ricordate il finanziamento pubblico ai partiti che diventò magicamente rimborsi elettorali? La logica sarà la stessa. Ciononostante il nuovo corso è urgente, serviva già ieri. E però per costruire una nuova classe dirigente ci vogliono anni. Non bastano un manipolo di benintenzionati inesperti che totalizzano poco più di un terzo degli eletti (ce ne sono sparsi anche oltre il M5S). E qualche mese a disposizione.

Nello specifico, sarebbe ora che il M5S proponesse il suo programma di riforma economica. Ma se anche lo facesse, pensiamo realmente che gli altri 2/3 del parlamento lo approverebbero? Pensiamo veramente che le cordate consolidatesi in 60 anni di partitocrazia si riposizionerebbero in funzione del cambiamento che ne mina nelle fondamenta guadagni e privilegi? Siamo realmente convinti che i Mandarini che siedono nei gabinetti ministeriali permetterebbero la realizzazioni dei loro “piani”? La tecnocrazia europea rimarrebbe a guardare? I mercati e le loro agenzie del terrore e del rating avallerebbero la nova linea?

Impensabile. Se si guarda in giro per il mondo recente, soluzioni estreme di questo tipo sono state adottate solo da paesi in cui la forza politica del Presidente aveva la maggioranza assoluta, quasi plebiscitaria, con forti sospetti di incrinature autoritarie della democrazia. In America Latina ad esempio mi vengono in mente l’Argentina peronista della Kirchner, il Venezuela bolivarista di Chavez e l’Ecuador di Carrera. E l’ultimo esempio sta già lentamente cedendo terreno al vecchio che inesorabilmente avanza di tre passi ogni volta che il nuovo ne fa uno.

Cosa fare dunque? Purtroppo gli spazi di manovra sono quasi inesistenti. Se potessimo aspettare direi di puntare solo a un programma di medio termine che punti al rinnovamento etico-politico. Base unica sulla quale poi si possono pensare le “politiche” … di qualunque genere esse siano. Ma non possiamo aspettare. E quindi?

Provo a darmi una risposta:

1)      Nell’immediato continuare la battaglia per la costruzione di una nova classe dirigente. Con un time-span realistico. Un piano quinquennale. E non il vuoto pneumatico di “apriremo il Parlamento come una lattina”.

2)      Fare molta attenzione alla partita sul Presidente della Repubblica. A differenza del M5S i partiti hanno lo sguardo lungo. Puntano a un degno sostituto di Napolitano. A un altro profeta dell’inciucio. A un garante dell’impunità per Berlusconi e della permanenza per i piddini. E mentre il Governo (se mai lo formeranno) durerà lo spazio di un mattino, e il Parlamento poco di più, il Presidente e Capo dello Stato sarà lì per 7 anni a firmare le leggi. Quindi la partita sul Presidente della Repubblica è parallela a quella sulla nuova classe dirigente.

3)      Ho scritto più volte che l’anomalia M5S può continuare ad esistere e a immettere innovazione nel sistema della politica solo se rimane tale. Un’anomalia. Una volta normalizzata sarà inutile. Al massimo ridotta al Movimento 5 Percento. E allora che si dia massima espressione all’anomalia. Che il M5S proponga 5 punti (non 20 slogan) – come le 5 stelle – da realizzare nei prossimi mesi. E che li proponga mediaticamente ai cittadini. E li mobiliti perché il Palazzo sia costretto a un’altra mossa, magari di facciata, ma che scalfisca un altro po’ il moloch del pensiero unico. La comunicazione politica si fa raramente con i silenzi stampa e con le conferenze chiuse da un “non accettimao domande”.

Io di idee ne avrei almeno un paio su come farlo. Ma Casaleggio ha un’intera agenzia a sua disposizione. Che si inventi qualcosa! O che volendo mi offra un consulenza🙂


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