La svolta Ungherese

E che me ne frega dell’Ungheria? Qui c’ho quel pazzo di Grillo che non vuole fare governi. Berlusconi che assalta la magistratura. Bersani che fra un po’ lo saltano dalla finestra come il Rossi di MPS. Napolitano che difende tutti per non difendere nessuno. Ma che me ne frega dell’Ungheria! Il commento potrebbe essere legittimo. Se non fosse che l’Ungheria ci offre un esempio abbastanza lampante di cosa sarebbe potuto succedere.

Basta gugolare per ottenere almeno 45 link che dicono più o meno la stessa cosa. Il presidente Viktor Orban è riuscito a farsi votare dal parlamento le modifiche alla costituzione. In sostanza dalle prossime settimane alcuni simpatici provvedimenti stringeranno i cordoni della democrazia ungherese.

Quello che succederà è più o meno questo:

1-In futuro la Corte costituzionale potrà esaminare cambiamenti della Costituzione solo da un punto di vista formale, non sui contenuti. E inoltre i giudici supremi non potranno più richiamarsi a loro sentenze sul Diritto costituzionale ed europeo emesse prima dell’entrata in vigore della Costituzione voluta dal partito di Orbàn e varata nel gennaio 2012, anche in quel caso senza dialogo con gli altri partiti e senza tener conto di critiche e riserve dei partner europei. “E’ la vendetta di Orbàn contro la consulta”, dicono i socialisti. La Corte costituzionale in effetti aveva respinto proprio leggi liberticide che ora Orbàn trasforma col voto parlamentare di oggi in dettame costituzionale.

2-La libertà di espressione e di opinione potrà essere limitata se ferirà una non meglio definita “dignità della nazione ungherese”.

3. Gli studenti saranno obbligati, dopo la laurea, a restare in Ungheria per un periodo almeno lungo come il corso di laurea, e in alcuni casi fino a dieci anni, e sarà loro vietato di cercare lavoro all’estero. Se violeranno tale norma dovranno ripagare le spese degli studi superiori.

4. I senzatetto non potranno trattenersi e dormire in spazio pubblico, se lo faranno saranno punibili dal diritto penale.

5. Dibattiti elettorali saranno vietati su radio e tv private, le ultime indipendenti e già combattute dal regime con taglio di frequenze e pressing per brutali tagli della pubblicità.

6. Coppie non sposate, senza figli o omosessuali non potranno avere la definizione di famiglia, e non avranno gli stessi diritti e agevolazioni della famiglia eterosessuale ufficialmente sposata e con figli.

7. Il vecchio partito comunista (da cui è scaturito come altrove al centro-est europeo il Partito socialista, alleato all’Europarlamento di Spd, Pd, Ps francese o New Labour) è definito organizzazione criminale. Processi politici contro oppositori sono dunque teoricamente possibili con pretesti costituzionali.

Qui c’è anche una lunga analisi degli oppositori che ovviamente sottolinea il restringersi degli spazi democratici e la marcia dell’Ungheria verso un regime autoritario.

La prima cosa che viene da chiedersi è chi è questo Orban che i detrattori già chiamano Viktator. Leggendo in giro si intuisce che era il delfino del capo storico del partito Fidesz, l’Unione Civica Ungherese dei primi anni novanta, formazione liberale, progressista, impegnata sui diritti civili. Anticomunista fin da giovane, spostò l’asse del partito verso il centrodestra durante il primo mandato (1198-2002). Nel 2010, dopo 8 anni di opposizione, torna di nuovo al governo vincendo le elezioni con un quasi plebiscito. il 52,73% dei voti totali va al movimento di Orbán, mentre i socialdemocratici del MSZP – partito di Governo uscente – registrano un crollo di oltre 20 punti (dal 40,3% al 19,3%). Completa il quadro la crescita dell’estrema destra: i nazionalisti di Jobbik prendono il 16,67% (e 47 seggi). L’alleanza con Jobbik segna la svolta verso la destra autoritaria e conferisce a Orban 262 seggi su 386, pari al 67,88% circa dei parlamentari.

Ma cosa è successo in Ungheria negli 8 anni in cui un leader conservatore diventa un nazionalista reazionario e avvia il paese verso un regime autoritario para-fascista?

Non c’entrerà per caso l’economia? E chi ha governato per 8 anni mentre il paese colava a picco?

L’Ungheria è parte dell’Unione europea ma non dell’area Euro. Fra il 2002 e il 2010 i governi di centro sinistra (guarda caso – con alleanze di vario genere fra socialisti e liberali) fanno crollare il PIL (santo PIL! Sic) da +3.2% a -6,3%. Nel frattempo la disoccupazione sale dal 5,8% al 10. Il leader dell’ultimo governo elettorale prima della vittoria di Orban, Ferenc Gyurcsány, viene coinvolto in uno scandalo. Ha nascosto al paese la vera natura della crisi economica e di conseguenza tutti le cifre importanti hanno un meno davanti. In quei mesi qualcuno scrive:

Gordon Bajnai, il nuovo premier nominato a fine aprile e sostenuto da socialisti e liberali. Uomo d’affari ed ex ministro dell’Economia, Bajnai promette di “riportare l’Ungheria in condizioni migliori”. Per farlo dovrà tagliare il generoso welfare di Budapest. “Gli ungheresi dovranno fare molti sacrifici”, ha dichiarato Bajnai al momento della nomina.

“Il premier non può fidarsi neppure dei suoi alleati, il nuovo governo avrà vita breve”, avverte l’analista politico Zoltan Gyevai. “Dopo le prime misure d’austerità, i socialisti usciranno dal governo per evitare una disfatta politica alle prossime elezioni”.

La Fidesz, il più grande partito di opposizione, aspetta al varco il nuovo esecutivo. “Bajnai è parte del problema, non la soluzione”, sostiene Laszlo Surjan, parlamentare europeo della Fidesz. “Era una delle figure centrali nel governo Gyurcsany ed è uno dei responsabili di questa crisi, non il salvatore della patria”. Secondo i sondaggi, la pensa allo stesso modo il 70% degli ungheresi, propensi a votare per il centro-destra alle prossime elezioni politiche previste per il 2010. Solo un misero 18% appoggia il nuovo governo.

Uomo d’affari. Sostenuto da socialisti e liberali. Prima mossa l’austerità. Ci ricorda qualcosa? Ma l’Ungheria non è nell’euro. Perché questa mossa suicida?

Facciamo un passo indietro. Ovvero a quando fra il ‘95 e il 2004 i socialisti implementano le direttive dell’UE perché l’Ungheria possa farne parte. A quel punto l’Ungheria diventa affidabile. E come al solito cosa succede? Affluiscono i capitali esteri. I famosi investitori danno soldi a banche locali e queste agli ungheresi. Appena esplode il caso Gyurcsany e la crisi si manifesta per ciò che è la procedura si arresta. E come da manuale il flusso dei capitali si interrompe. Le banche locali diventano insolventi, i cittadini lo diventano verso le banche e lo Stato che fa? Tagli e aumenti della pressione fiscale. L’Ungheria precipita nella recessione più nera.

Mentre il clima politico si fa rovente, Bajnai deve affrontare un quadro economico desolante. Il PIL ungherese si ridurrà del 6% nel 2009, la produzione industriale a febbraio è calata del 30% su base annua e il tasso di disoccupazione ha superato il 9%. I consumi delle famiglie sono destinati a scendere del 3% nei prossimi mesi.

E gli economisti ci mettono il carico da 11.

“Il nuovo primo ministro è giovane, dinamico e deciso”, spiega Raffaella Tenconi, economista della banca d’investimenti Wood & Co. “Le misure draconiane promesse da Bajnai rallenteranno ancora la crescita, ma l’economia ungherese ha i mezzi per riprendersi sul lungo periodo”. Il rischio maggiore per Budapest è che le agenzie di rating non diano però fiducia al nuovo governo. “Se ci fosse un nuovo downgrade sul debito estero dell’Ungheria, il fiorino si svaluterebbe ancora. Per gli ungheresi diventerebbe sempre più difficile pagare i mutui e le banche straniere potrebbero correre grossi rischi”, prevede l’economista Tenconi.

Le banche stringono ancora di più i cordoni della borsa. La HSBC di Londra immagina scenari neri. Nel medio periodo il 25% dei mutui potrebbero essere inesigibili. Ci sono anche le banche italiane e Intesa San Paolo commenta così:

“Per quanto riguarda le aziende, è indubbio che ci sia un deterioramento della qualità del rischio del credito. Anche la nostra banca, come del resto tutto il settore finanziario, potrebbe avere delle ricadute negative”, conferma Paolo Spada, “È scontato un aumento del costo del rischio. In questo senso, la nostra politica di credito sarà più selettiva, senza però far mancare il sostegno alle aziende meritevoli”.

Un modo politicaly correct per dire “niente soldi a chi non assicuri la solvenza”. Ovvero a nessuno.

Qualunque analista politico avrebbe previsto la vittoria di Orban alle elezioni successive. Soprattutto perché si presentava con un programma teso a recuperare sovranità e a oltrepassare il guado della crisi. Punta sull’autarchia ma non sa chi ha di fronte.

Se avesse avuto la macchina del tempo avrebbe potuto ascoltare Mario Draghi che pochi giorni fa parlava del pilota automatico delle riforme. Non importano le elezioni. Il volere dei cittadini è secondario. Il volere dell’Unione trascende perfino la virata para-fascista di Orban. Dimostrando che il capitalismo finanziario conferma l’ipotesi strutturalista di Marx. Ovvero che la sovrastruttura dipende dalla struttura economica. E non ci sono restrizioni guidate dall’ideologia che tengano quando chi ha in mano i cordoni della borsa pronuncia il suo verdetto.

Costretto a fare un passo indietro sull’autarchia. Tirato per la giacca dal FMI e costretto a negoziare un prestito di 20-25 miliardi nel 2012 (ovviamente da utilizzato per ripagare i cosiddetti investitori che comprano il debito grazie ai tassi al 7% dovuti ai pessimi rating delle agenzie. Mentre l’economia ristagna e i consumi precipitano) anche Orban è all’angolo. E in questi giorni, subito dopo aver modificato la costituzione (sovrastruttura), si deve essere ricordato dei consigli del vecchio Zio Karl tanto odiato in gioventù. Ha infatti sostenuto che “è un anomalia che un così ampia parte del sistema bancario ungherese sia in mano straniera. Puntiamo a nazionalizzarne il 50%. Qui Bloomberg analizza la situazione e registra l’inquietudine delle banche estere. Italiane comprese. Orban nazionalizzerà forzosamente metà delle banche del paese? Difficile crederlo.

Ma una domanda sorge spontanea. Come mai l’UE non lascia andare a sé stessa la metastasi nazionalista ungherese e si libera delle incombenze che averci a che fare comporta? Facile. Le banche Europee hanno ingenti capitali di cui rientrare. A inizio 2012, quando i correntisti iniziavano ad aprire conti correnti nella vicina Austria i capitali in Ungheria erano più o meno questi: Austria (per la quale l’Ungheria è anche il quarto mercato d’esportazione) con 32 miliardi di euro, Italia con 23 miliardi e Germania con 21 miliardi. Inoltre gli avvoltoi sorvolano la preda e aspettano che sia morente per attaccarla e guadagnarsi un pasto facile. Se abbandonassero il campo al ritorno la troverebbero ormai putrefatta. E’ il capitolo finale della terzomondializzazione. UN paese non si abbandona, si aspetta che strangolato inizi a vendere gli asset di valore a prezzi da mercatino delle pulci. Quale modo migliore per rientrare dei capitali investiti?

Di fatto quindi gli elettori hanno consegnato a Orban un mandato che era forse irrealizzabile. Il neo-ministro dell’Economia del suo governo, Varga, è stato chiaro con il Wall Street Journal:

“ E necessario ascoltare gli operatori economici con un orecchio ricettivo”

Altro che autarchia! Altro che programma di rinascita nazionale. Quando il denaro chiama il debitore risponde e lo fa inchinandosi.

La riflessione che secondo me bisogna fare riguarda due aspetti:

  1. In Ungheria, come in Grecia ma con conseguenze più permanenti. La crisi è stata mal-guidata dal sodalizio delle forse social-liberali. E al momento della resa dei conti i cittadini si sono rivolti alla destra – anche estrema. In Italia i presupposti erano gli stessi. Ma il M5S ha significato una proposta diversa. In una direzione completamente nuova
  2. Essere fuori dall’Euro potrebbe non essere sufficiente. L’appartenenza all’Unione, ma soprattutto il debito estero e la catena di debiti che si trascina dietro, potrebbero rendere il fatto di liberarsi del vincolo monetario insufficiente per risalire la china.

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