Il bene del paese

Di cosa ha bisogno l’Italia? L’intelligentia di sini-estra guidata dai voleri del Dio occulto e plurale “I Mercati” sostiene che abbiamo bisogno di un governo. Uno purché sia? In sostanza sì, perché la speculazione ha bisogno di una costante: la stabilità. Ma siamo poi così sicuri che sia così? In realtà i bravi speculatori trovano maggior soddisfazione, sia professionale che economica, proprio nei momenti di confusione e imprevedibilità. Chi scommette ai cavalli se vuole vincere tanto scommette sul vincitore più improbabile. O magari sul perdente. Scommettere in una corsa facile e sul vincente dichiarato non è né sfidante né redditizio. E infatti questi speculatori, i professionisti del rischio, non sono quelli che chiedono la stabilità. Sono quelli a cui piace vincere sempre e facile a penetrare i gangli della politica e a barattare la stabilità forzata con le prebende (di ogni genere, non necessariamente espresse in denaro contante).

La mia modesta opinione è che il Paese abbia bisogno di un governo rappresentativo della maggioranza dei cittadini e che possa funzionare, secondo la dinamica democratica “maggioranza versus opposizione”, per una legislatura. Un governo PD-M5S non risponderebbe a questa esigenza. Sarebbe poco più che un’accozzaglia posticcia. E verrebbe meno, in primis, al sacro mandato degli elettori. La piattaforma con cui il M5S si è presentato alle elezioni non è quella del PD. E per questo vale la proprietà transitiva. Siamo sicuri che gli elettori del PD si identifichino nei vari occhiolini che Bersano ha strizzato al M5S nei suoi 8 punti? Io ne dubito fortemente. Se così non fosse dovrebbero rivedere la loro posizione. Quegli occhiolini infatti non erano nel loro programma. Sempre che si occhiolini si tratti. Se invece (come probabile) si tratta solo di incomunicabili frasi in politichese che valgono tutto e il contrario di tutto, allora anche gli elettori del PD sanno che si tratta solo di un trucco. Delle due l’una.

Eppure il grido di battaglia, dopo “l’Italia giusta” ora sembra essere quello di “il bene del Paese”. Soccorrono Bersani anche gli intellettuali (bontà loro) che si appellano al M5S per entrare in uno pseudo papocchio governativo. Di alto profilo. Dando ad intendere (come sostenere il contrario) ce altre opzioni sarebbero “di basso profilo”. E nemmeno a farlo apposta nella lista che firma l’appello, i nomi sono quasi tutti quelli di sostenitori storici delle maestranze piddine. In questi casi, io che sono scettico per natura penso inevitabilmente che anche gli intellettuali hanno i telefoni. E di solito in questi momenti di crisi i telefoni squillano. “Ciao Lorenzo sono Vasco, ti chiamo io che Pierluigi è impegnato come immaginerai. Che me lo fai un piacere? Senti un attimo Roberto e Michele e facciamolo vah!”.

Il bene del paese. Tutti oggi ne parlano. Salvo poi preoccuparsene realmente. Una questione in fondo alle liste delle cose da fare ormai da decenni. Il bene del paese. Il bene del paese. Lo stesso paese che ha visto il fatidico PIL scendere di 2,4 punti rispetto all’anno scorso. Il bene del paese. Ma siamo sicuri che il Plotone Bersani sia realmente interessato al bene del paese? Sono ormai settimane che scrivo su questo blog che si tratta solo di dinamiche interne. Che il Plotone Bersani sta solo cercando di uscire vivo (politicamente) dalla notte dei lunghi coltelli post-elettorale. Con il Plotone Renzi pronto al take-over. Alcuni elettori del PD sembrano però ancora illusi che le favole che il segretario gli racconta siano reali. E va beh, come diceva Leopardi sono le illusioni a muovere gli uomini e la storia. Una volta stracciato il velo di Maya, però, ciò che ci si mostra dietro è la decrepita nave di Morpheus. E i vestiti di pelle della Matrice sono in realtà stracci consumati dal tempo.

Oggi Federico Geremicca su La Stampa analizza la questione con un lucidità che condivido. Il finale dovrebbe essere un monito agli elettori del PD per capire bene cosa fare alle prossime (imminenti?) elezioni. Buona lettura.

Un macigno sulla strada di Bersani

Ci sono porte che si chiudono, porte che vengono sbattute e porte che non erano mai state aperte. Quella di Beppe Grillo, per esempio, non si era mai nemmeno socchiusa, nonostante il bussare insistente del Pd. E invece per una settimana si è voluto far finta di credere (o di far credere) che l’ipotesi di un governo Bersani-Grillo – viene da sorridere al solo scriverlo – fosse una ipotesi, come si dice, in campo. Non lo era, e non lo è: e la giornata di ieri, con Grillo che annuncia l’addio alla politica se il M5S darà la fiducia «a chi ha distrutto l’Italia», e i capigruppo grillini di Camera e Senato che chiudono alla possibilità perfino di prendere un caffè «con quelli che ci hanno portati fin qui», dovrebbe averlo chiarito con sufficiente nettezza.

Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio e le schiere di parlamentari arrivate a Roma sull’onda di uno tsunami che continua a produrre effetti, non sono spendibili (perchè non intendono esserlo) nella soluzione del complesso ingorgo politico-istituzionale che è di fronte al nuovo Parlamento.

Saggezza e senso di responsabilità consiglierebbero, dunque, di guardare in faccia alla situazione con maggior realismo, così da concentrarsi – finalmente – sulle due opzioni rimaste in campo. La prima: un governo di un qualche tipo che – sostenuto dai voti di Pd e Pdl – vari una nuova legge elettorale e porti il Paese al voto presumibilmente con le europee della prossima primavera; la seconda: elezioni subito (cioè già a giugno) con la prospettiva, però, che – aperte le urne – ci si ritrovi poi di fronte a una situazione sostanzialmente identica a quella attuale…

Comunque sia, la giornata di ieri ha cambiato le carte in tavola, consegnando al Presidente della Repubblica una matassa difficilissima da sbrogliare. Pesano, naturalmente, le difficoltà oggettive determinate da un voto che non ha prodotto maggioranze in grado di governare; ma pesano anche gli impacci – per usare un eufemismo – che frenano l’azione dei tre leader che dovrebbero indicare la via da imboccare. Silvio Berlusconi, per esempio, non ha nemmeno avuto il tempo di gioire per lo scampato disastro elettorale, che si è ritrovato sballottato tra aule di tribunale e corsie d’ospedale, per i suoi vecchi e nuovi guai giudiziari; Beppe Grillo, invece, ha certo avuto il tempo di esultare, salvo poi realizzare che il successo elettorale gli consegnava responsabilità politiche che non vuole o non è in grado di affrontare. E Pier Luigi Bersani, infine, ha subito un colpo così inatteso – e che lo ha così duramente provato – che ancora si attende di capire quale sia la via che intende davvero perseguire.

Non si può credere, infatti, che il leader del Partito democratico pensi sul serio che l’ipotesi di un governo con Beppe Grillo sia realmente percorribile (e se lo credeva, in ogni caso, da ieri può metterci una pietra sopra). È all’interno dello stesso Pd, del resto, che molti pensano che il segretario sia già concentrato sul suo personalissimo «piano b», che prevede un rapido ritorno alle urne. I più maliziosi, anzi, si spingono addirittura a ipotizzare che proprio le elezioni anticipate già a giugno siano – da subito dopo il risultato del voto – il vero «piano a» del segretario: i tempi stretti, infatti, renderebbero difficili nuove primarie, rinvierebbero a tempi migliori l’inevitabile «regolamento di conti» con Matteo Renzi e gli consegnerebbero quasi automaticamente una nuova chance di guidare da candidato premier il centrosinistra anche alle prossime elezioni.

Si vedrà se le cose stanno così. Alcuni segnali, però, lo lascerebbero credere. Chiuso in una sorta di «torre d’avorio», è giorni che Pier Luigi Bersani ha scarsissimi contatti con i dirigenti del suo partito: chi vuole parlare con lui, deve per ora accontentarsi dei fidati Errani e Migliavacca. «Ho capito – dice polemicamente Matteo Orfini – che dovrò chiedere a Crimi, capogruppo Cinque Stelle, quali sono i nomi che il Pd indica per le presidenze di Camera e Senato…». Già, le presidenze: cioè il primo impegno istituzionale di fronte al nuovo Parlamento (si inizia a votare venerdì).

Circolano molte ipotesi confuse, ma una pare essere diventata più forte delle altre: offrire la presidenza del Senato ai centristi di Monti e tenere quella della Camera per Dario Franceschini. Non è un’offerta che allarga la maggioranza, certo; né può esser considerata una «cortesia istituzionale» rivolta all’opposizione (o a una significativa forza di opposizione). Ma somiglia molto, invece, a una sorta di patto pre-elettorale: per portare il Partito democratico al voto il prossimo giugno forse ancora con Nichi Vendola, ma ancor più certamente – stavolta – da alleati con Mario Monti…


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: