Perché ha ragione D’Alema

Ieri per qualche ora l’ho visita la riunione della direzione del PD. Dovrebbero fare a scambio con Crozza. Se facessero fare a lui il governo e introducessero loro Ballarò, potrebbe anche succedere la magia. Il paese avrebbe una persona onesta in più nella macchina dello Stato e loro troverebbero come finanziare il Partito facendo ridere la gente a pagamento. In prima serata.

Sì perché da ridere c’era molto. L’imbarazzo e l’incapacità di lettura del date elettorale era raccapricciante. Soprattutto se si immagina che lì dentro siede gente che come unico (o quasi) compito e competenza ha proprio quello. Capire il Paese, avvertire i bisogni, esaminare l’espressione elettorale di quei bisogni, interpretarla e comportarsi di conseguenza. E invece.

Qualcuno diceva – il nome non lo ricordo ma poco importa – “facciamoci aiutare da qualche esperto. Perché sennò le nostra letture finirebbero per confermare le ipotesi di partenza. Gli ambientalisti direbbero che siamo poco ambientalisti. I sindacalisti che non ci occupiamo del lavoro”. E a me veniva in mente “ma come ci vuole l’esperto? Non è questo il presupposto di ogni analisi? Guardare le cose da un punto di vista “altro” o quantomeno “neutro”. Mah.

Pochi colleghi più tardi sale sul podio Fassina. Lo avevo sentito a Piazza Pulita. E quando Bagnai gli parlava di euro e di responsabilità tedesche dietro alla crisi balbettava slogan tipo “se usciamo dalla moneta unica crolla tutto”. Ieri a metà del suo discorso in politichese stretto se ne esce con questa frase. L’ho scritta per non dimenticarla. “La Germania vive nel migliore dei mondi possibile. Tiene vincolate a sé le economie che svalutavano. Ha interessi basi. E l’Euro non è forte come il Marco e quindi esporta pure. Se la cosa continua così tutto si sfascia. E le elezioni italiane saranno l’ultimo dei problemi”. Ma come Fassina? Ma la settimana scorsa non era il contrario? Lo spirito di un economista vero si è impossessato di Fassina?

No, niente paura. Magie della diretta. Quando tutti di guardano ti comporti in maniera diversa. Non è un’opinione. E’ un fatto. Si chiama banalmente stato di performance. Una delle preoccupazioni maggiori dell’antropologia visuale. In poche parole, quando riprendi una realtà, e chi sta in essa agendo lo sa, quella realtà diventa fiction semplicemente a causa della tua presenza. E’ il dilemma dei documentaristi. E lo fu del cinema neorealista nel dopoguerra.

Quello di ieri era (in buona parte uno spettacolo). E D’Alema faceva la sua parte. Quella del poliziotto vecchio e inciucione. Ho ascoltato anche lui e quello che riportano i giornali oggi è come sempre distorto e gonfiato. Come il telefono senza fili, se alla performance davanti alle telecamere aggiungi il filtro dei media, “casa” diventa in poco “cacca”. D’Alema non ha fatto l’elogio dell’inciucio. Ha solo detto le cose come stanno. Ha lasciato la porta aperta a Berlusconi perché lui meglio di altri conosce la vera identità del PD. E sa che quella di Bersani è una mossa dai soli riflessi interni. Non vuole essere seppellito dagli elettori. Preferisce che la colpa sia di Grillo. Questo gli garantisce una qualche sopravvivenza politico-istituzionale nei prossimi anni.

Ah, per inciso, per chi avesse ancora dubbi, il bene del paese non c’entra niente eh!

Rispetto al tema di un governo tecnico, o comunque a maggioranza combinata PD-PDL – ovvero il Monti (agenda) bis di cui parlo da prima delle elezioni – Travaglio oggi scrive su il Fatto. Stranamente condivido:

Ieri Bersani era chiamato al massimo sforzo per rendere almeno possibile la mission impossible di un governo Pd-M5S. E in un certo senso il suo massimo l’ha dato con gli 8 punti del “nuovo” programma. Purtroppo il suo massimo è molto meno del minimo che potrebbe consentire ai neoeletti del M5S di giustificare davanti ai loro elettori l’eventuale appoggio a un governo. E quel minimo potrebbe garantirlo solo un’alta personalità della società civile, non compromessa con i partiti e gl’inciuci dell’ultimo ventennio: come ha proposto Santoro. Anche perché dire “mai al governo con B” mentre si governa con B. da 16 mesi, fa sorridere (“mai più al governo con B.” sarebbe più credibile). Intendiamoci: fra gli 8 punti ci sono anche cose buone. Che però – a parte la legge elettorale alla francese – sono pure le più vaghe o diluite in tempi lunghi (e nei tempi lunghi saremo tutti morti): rinegoziare in Europa i vincoli di bilancio, peraltro sottoscritti da Monti con l’appoggio del Pd; salario minimo per chi non ha lavoro, che peraltro il Pd definiva insostenibile quando lo proponeva Grillo; norme costituzionali per abrogare le province e dimezzare i parlamentari; legge sulla responsabilità giuridica dei partiti; tagli e taglietti qua e là su compensi e poltrone negli enti locali; nuove norme su corruzione, falso in bilancio, reati fiscali, autoriciclaggio, voto di scambio e addirittura riforma della prescrizione (appena accorciata dalla legge Severino, su proposta del Pd, con salvataggio di Penati e delle coop rosse); e altri bei propositi. Non una parola sui cavalli di battaglia del M5S che l’han portato al successo in tutt’Italia e addirittura al trionfo in Val Susa, a Siena, a Taranto e così via: via i fondi pubblici a partiti e giornali; via le leggi 30 e Fornero; via dal Parlamento tutti i condannati, anche sotto i 2 anni; no alle grandi opere inutili, dal Tav Torino-Lione al Terzo Valico, e agli F-35; via i sussidi a banche e imprese private (Mps, Fs, Autostrade ecc.); basta con i Riva che violano la legge all’Ilva; inversione di rotta sui rifiuti, per ridurre progressivamente i materiali inceneriti; antitrust per tv e pubblicità; ritiro delle truppe dall’Afghanistan; tetto alle pensioni d’oro. Totalmente ignorata anche la campagna online di MicroMega, che ha raccolto 130 mila firme in cinque giorni, per dichiarare subito ineleggibile B. ai sensi della legge 361/1957 sui concessionari dello Stato.

Anzi il modello da seguire per i conflitti d’interessi è la legge-brodino approvata in commissione “alla Camera nella XV legislatura” (2006-2008). Una barzelletta. Il testo, scritto da Franceschini, Bassanini e Violante (“Si tratta di perfezionare la legge Frattini”) e nobilitato dalle firme di Elia e Onida, riguarda solo i conflitti dei membri del governo, non dei parlamentari; e soprattutto non prevede alcuna ineleggibilità, ma solo il passaggio delle azioni delle imprese del titolare del conflitto a un blind trust, un fondo cieco. Ma così si può risolvere il conflitto d’interessi “attivo”: quello di chi, al governo, potrebbe legiferare a vantaggio delle proprie aziende. Non certo quello “passivo”: di chi, al governo, viene favorito dalle proprie aziende – tipo tv e giornali – nel mantenere o nell’acquisire consenso presso l’opinione pubblica. Insomma, se B. rimane un semplice parlamentare, anche se diventa capogruppo del Pdl o presidente del Senato, non gli succede niente; casomai tornasse al governo, le sue azioni di Mediaset, Mondadori ecc. finirebbero nel fondo cieco, ma i suoi giornalisti continuerebbero a vederci benissimo (e comunque, a quel punto, potrebbe abrogare la legge). Sarà un caso, ma il primo a escogitare il blind trust (Montanelli lo chiamava “blind truff”) per risolvere il conflitto d’interessi di B. era stato, nel 1994, lo stesso B. Insomma, i 5Stelle un governo Bersani non possono appoggiarlo. Ma Berlusconi sì.


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