Sincretismo rivoluzionario

Ovvero perché è così difficile capire il M5S.

Sono ormai giorni che i commentatori e i cittadini si lanciano in interpretazioni di ogni  genere. I primi in genere un passo indietro rispetto ai secondi. E questo è già un segnale. Infatti i commentatori, gli intellettuali, interpretano in genere in base a griglie stratificate e anchilosate, maturate e nel tempo. Molto più difficili da mettere in discussione di quelle dei cittadini che ragionano in termini di efficienza ed efficacia.

Basta guardare i titoli di oggi. Il focus di tutti i media è sul post della Lombardo che analizzava il primo fascismo. E non è un caso. La grande questione e da giorni la stessa: il M5S è di destra o è di sinistra? Giorni fa anche io postavo un articolo di Alberto Bagnai che diceva che il loro programma economico è un miscuglio fra analisi di destra e soluzioni di sinistra. Qualche giorno dopo un amico mi ha segnalato questa corposa analisi di vecchi Kompagni con la kappa. Di quelli che abbastanza prevedibilmente concludono sentenziando: “Agli attivisti del M5S, anche ai compagni che si sono riposizionati nel M5S, noi diciamo questo: o si sceglie l’anarcocapitalismo (tendenza che per sua natura porta a chiedere la privatizzazione di tutto e la distruzione del welfare) o si sceglie la difesa dei beni comuni, il reddito garantito etc. Tertium non datur”. Ed in quel Tertium non datur che si svela il problema interpretativo.

E’ un dilemma che quasi tutti stanno vivendo. Se il M5S non è né di destra né di sinistra che roba è? E non sono solo i detrattori a viverlo. Ma anche molti dei simpatizzanti ed elettori che hanno aderito “di pancia” e in funzione anti-sistema più che a seguito di un ragionamento coerente e argomentato.

Proviamo a farlo insieme. Due presupposti.

Il primo. Le culture e le organizzazioni sociali che le sostengono sono costrutti spesso molto coercitivi. Nella maggior parte dei casi, anche quando si crede di “pensare fuori dal coro”, in realtà quella alternativa è già prevista dalla cultura di cui si fa parte. O in qualche modo la cultura tende a digerirla in breve tempo. Ne altera le coordinate e le caratteristiche in modo da inserirla all’interno del già conosciuto. Questo perché l’alternativa sarebbe mettere in discussione tutto. Fin nelle fondamenta. Rivoluzionare (attenzione a questa parola) la struttura profonda della cultura stessa. E questo è comunque un evento traumatico che i gruppi umani tendono, per loro natura, a evitare. In sostanza le culture sono costrutti conservatori per definizione.

Il secondo. L’acquisizione di nuovo sapere passa generalmente per 4 fasi:

1)      Non so di non sapere

2)      So di non sapere

3)      Non so di sapere

4)      So di sapere

Partiamo da un dato di fatto. La nostra cultura – quella che per definizione chiamiamo Occidentale e che più tecnicamente potremmo definire euro-americana, senza però fermarci alle sole coordinate geografiche che questa etichetta fa venire in mente – dalla donazione di Costantino in poi è influenzata dal Cristianesimo. Quando sommi idioti come Marcello Pera e la sua Fondazione dicono che preservare i principi cristiani significa preservare la cultura occidentale dicono qualcosa di politicamente falso ma di tecnicamente vero. Per quasi 2000 anni gli uomini hanno formato i propri orizzonti simbolici in base al dualismo perfetto istituito dal Cristianesimo. Ovvero, da una parte il bene, dall’altra il male. Tertium non datur. Ciò che non è il bene, deve essere il male. Tertium non datur. Attenzione perché i simboli sono così potenti – e la semplicità di un dualismo perfetto così immediata e seduttiva – che la loro natura è transitata dalla cultura religiosa dritta dritta in quella laica. In sostanza non è che chi non crede o non professa allora ne è immune. Tutt’altro. Il dualismo – e la sua versione più estrema e manichea – sono il nostro modo di interpretare la realtà. Ed è difficile, quasi impossibile, per molti di noi farne a meno.

La controprova è ciò che successe in tutti i momenti della nostra storia in cui entrammo in contatto con culture “altre”. Con insiemi di simboli e usanze che sfuggivano alla categorizzazione duale. Cosa successe infatti? All’inizio dell’epoca del contatto una parte dell’intelligentia illuminista definì gli altri “selvaggi o primitivi”. Ovvero una sorta di noi stessi “fuori dalla cultura” (selvaggi) o “prima della cultura” (primitivi). Un’altra parte iniziò ad elaborare il mito del “buon selvaggio”. Ovvero quello di noi stessi migliori. Vi ricorda qualcosa? Bene o male. Positivo o negativo. Selvaggio o buon selvaggio. E parliamo di Voltaire e Rosseau. Intellettuali di levatura storica (ma forse anche allora i contadini erano un passo ai filosofi. Chissà). Di fatto nemmeno loro – o forse proprio loro – riuscivano a prescindere dall’interpretazione duale.

Questo perché i filosofi illuministi “sapevano di sapere”. Forti del lume della ragione che rischiarava le loro menti e che li aveva fatti emergere, attraverso l’umanesimo e il rinascimento, dalle buie (secondo loro) segrete del Medioevo, erano convinti di avere in mano le chiavi della verità. Erano incastrati nella fase 4 del ciclo dell’apprendimento. Sapevano di sapere.

Poi successe (semplificando molto) che nel secolo successivo – e ancor di più nel ‘900 – qualcuno si fece venire il dubbio che forse mancava qualche tassello. Forse non sapevamo proprio tutto. Anzi, era probabile che “non sapevamo nemmeno di non sapere”. E’ così più o meno che nacque l’etnologia. E i selvaggi iniziarono a diventare semplicemente Inuit, Kung San, Yanomami, Sami. E si scoprirono punti di vista leggermente diversi e tecniche di analisi come l’etnocentrismo critico, l’osservazione partecipante e il relativismo che aiutarono gli scienziati sociali a farsi domande diverse. Prima ancora di cercare le risposte.

Torniamo un secondo ai 4 stadi dell’apprendimento e affianchiamoci qualche suggerimento delle scienze sociali.

1)      Non so di non sapere. Ignoranza inconsapevole. In questa fase, quando due gruppi umani si incontrano, in genere la diffidenza e l’esclusione reciproca prendono il sopravvento. Ricordiamoci che le culture sono conservatrici e tendono a digerire o respingere qualsiasi cosa che alteri gli equilibri raggiunti. Molti dei nomi che i popoli senza scrittura danno a sé stessi è la traduzione della nostra locuzione “noi uomini”. Nelle sue mille varianti. Il che sta a significare che gli altri sono “non uomini”, “fuori dal consesso degli uomini”. Tanto per capire che il mito del buon selvaggio ha già di per sé stesso qualcosa di aprioristico.

2)      So di non sapere. Ignoranza consapevole. A questo stadio si situa la consapevolezza che il mio orizzonte e i miei schemi forse non sono sufficienti a capire il gruppo umano che ho difronte. Ed è qui che in genere si situa l’etnocentrismo critico. Ovvero, prima di cercare di capire chi ho difronte, devo capire chi sono io. Quali sono le mie caratteristiche, in modo da non sovrapporle o anteporle a quelle dell’altro che mi appresto a cercare di comprendere. Durante questa presa di coscienza del sé culturale costruisco di fatto il punto di riferimento da cui partire per l’analisi. Anche il relativismo infatti, senza consapevolezza del sé culturale, è una comodo e suggestiva posizione intellettuale. Ma nient’altro. In questo caso lo si definisce appunto relativismo irrelato. Ovvero, poco più di un sillogismo.

3)      Non so di sapere. Conoscenza inconsapevole. Fra la fase precedente e questa si situa l’osservazione partecipante. Sapendo di non sapere ma desiderando sapere devo mettermi in ascolto, osservare. E gli etnologi si resero conto che l’unico modo era quello di cercare di entrare nei meccanismi socio-culturali del gruppo umano che si voleva comprendere. Stare lì. Vivere lì. Partecipare. Addirittura cercare di vestire i panni dell’altro (con non pochi disastri – vedi relativismo irrelato). O, nei casi più fortunati – “diventare parte del panorama”. Fare in modo che l’altro si abitui talmente alla tua presenza discreta da interrompere comportamenti alterati dalla tua presenza per riprendere quelli consuetudinari. In queste situazione il sapere altro veniva registrato ma anche “incamerato in maniera inconsapevole”.

4)      So di sapere. Conoscenza consapevole. L’ultimo stadio dell’apprendimento consiste nel raggiungere una nuova consapevolezza sulla base dell’esperienza fatta. Dal vivo. In mezzo alla gente. In mezzo agli altri. A contatto con l’alterità e immergendosi in essa. Solo qui il relativismo funziona come categoria esplicativa. Altrove è un’arma a doppio taglio.

Il problema con queste 4 fasi è che non sono sufficienti. Una volta che “sappiamo di sapere” rischiamo di rimanere incastrati nella nostra arrogante consapevolezza. Abbiamo costruito un nuovo paradigma che però è di per sé stesso, e per definizione, temporaneo. Al cambiare della realtà con cui ci confrontiamo esso stesso deve essere messo in discussione. Pena la sindrome illuminista (tanto per dargli un nome). O forse la sindrome occidentale, visto che l’approccio non è mai mutato dall’illuminismo in poi.

Cosa c’entra tutto questo con il M5S? C’entra, c’entra.

Dicevamo che la cultura occidentale tende al dualismo. E che cosa sono destra e sinistra se non categorie duali semplici ed efficaci per distinguere il bene dal male? Il giusto dallo sbagliato? Il dualismo della religione del libro contagia anche il mondo laico della politica. Destra e sinistra sono di fatto categorie “interne” all’orizzonte occidentale. Orrore! Come, da una parte e dall’altra si sostiene che la propria idea sia “rivoluzionaria”! Ovvero che metta in discussione il paradigma. Soprattutto a sinistra ci si considera anti-occidentali. In alcuni periodi della stoia della sinistra “occidentale” diventa addirittura un’offesa. Se sei occidentale allora sei di destra. Ci si definisce Rivoluzionari, con la R maiuscola. E invece? E invece la contrapposizione fra destra e sinistra, come categorie politiche ma anche come paradigmi esegetici è pienamente e totalmente occidentale. Ovvero prevista dalla cultura a cui la stessa suddivisione, fra filosofie di destra e filosofie di sinistra, appartiene. Ergo, ogni tentativo di spiegazione che utilizzi uno qualunque dei due parametri è di fatto un atto conservativo rispetto all’orizzonte a cui appartiene. In sostanza non esiste un pensiero di sinistra rivoluzionario e uno di destra conservatore. Entrambi tendono a spingere il modello sociale euroamericano verso punti di arrivo (sempre più simili) ampiamente previsti dal modello stesso.

In questa ottica antropologica il M5S risulta essere un’anomalia. Non rappresenta di certo una componente esterna al modello occidentale. Non sono un gruppo di invasori provenienti da Urano e portatori di un modello socio-culturale differente. Sono invece qualcosa di non collocabile, se non in base a forzature ideologiche, né a destra né a sinistra. Con il M5S il paradigma duale trema. E i custodi della verità sentono la terra ce vibra sotto alla stampella psicologica dei loro schemi preconfezionati.

E allora? Come capire il M5S?

Provo a illustrare la mia visione. E inizio dicendo qualcosa che farà scuotere i polsi degli intellettuali falce-e-martello. Quelli che sanno sempre di sapere. Quelli che o di qua o di là perché siamo rivoluzionari. L’unica vera rivoluzione cubana non è quella Castrista ma quella Santera. Orrore!! Fidel e il Che non erano rivoluzionari? Non abbastanza. La loro proposta sociale era assolutamente interna all’orizzonte occidentale e al suo orientamento cristiano-filo basato sul dualismo fra bene e male. Fra destra e sinistra. Fra capitalismo e comunismo (o forse sarebbe meglio dire capitalismo di stato?) In sostanza né la destra né la sinistra hanno messo mai in discussione il paradigma. Che in questo caso è rappresentato dal modello di sviluppo (meccanizzazione, industrializzazione, impatto ambientale, alternanza tempo libero-lavoro, suddivisione dei processi di produzione, ecc.). Ciò che cambiava era la proposta sociale di gestione di quel modello di sviluppo. Ovvero la dicotomia prevista dal modello stesso.

E che c’entra la Santeria?

La Santeria è quel complesso simbolico (attenzione perché lo sono anche il capitalismo e il marxismo-leninismo) che ha operato una fusione sincretica fra i complessi rituali dei neri africani deportati come schiavi nelle Americhe e la religione cristiana. Gli Orixa, ovvero gli esseri spirituali a cui i santeri si relazionano, non sono né santi cristiani né spiriti africani. Sono qualcosa di nuovo. Qualcosa di sincretico appunto. Qualcosa che risponde ai bisogni esistenziali, esegetici, economici e psicologici di una popolazione meticcia che vive un trauma culturale come quello della deportazione forzata, prima, e dell’inurbamento coatto, poi. Non a caso la religione cristiana, non riuscendo a collocare la Santeria, la rinchiuse nell’alveo dei culti del diavolo (sapere di sapere, arroganza della consapevolezza, riduzionismo che riporta lo sconosciuto all’interno del conosciuto e, generalmente, gli assegna un ruolo negativo). E lo stesso fece la Rivoluzione Castrista, che non perseguitò la Santeria ma che la degradò al rango di superstizione, di reliquia della società capitalista (sapere di sapere, arroganza della consapevolezza, riduzionismo di matrice diversa). Peccato che la Santeria avesse a che fare con il capitalismo, più o meno ciò che aveva a che fare con il comunismo. E che era una superstizione tanto quanto lo era il comunismo castrista.

In realtà si trattava di un’anomalia culturale che metteva in discussione il paradigma conoscitivo della cultura occidentale. Quello condiviso da destra e sinistra. Quello scientista e storiografico. La Santeria proponeva – e propone – una visione del mondo altra. E questo non era accettabile, allo stesso modo, da nessuno dei rappresentanti dei vari comparti dell’espressione cubana della società occidentale capital-comunista. Né la Chiesa, né la Rivoluzione riuscirono a digerire culturalmente la Santeria. In questo senso a Cuba, la Santeria rappresenta l’unico vero paradigma culturalmente rivoluzionario. E si è rivelato tale proprio per la sua natura sincretica. Né africano, né cristiano euro-americano. Ma propriamente cubano. In quanto nato e nutrito dalle caratteristiche socio-culturali dell’isola caraibica.

Il M5S sta alla politica italiana come la Santeria sta alla vita sociale cubana. Né di destra né di sinistra. Ma sia di destra che di sinistra. È proprio nel sincretismo la portata rivoluzionaria del Movimento. Questo perché l’unica proposta interna all’orizzonte duale occidentale che può presentarsi come rivoluzionaria – tendente quindi a una revisione radicale del paradigma, quando non al suo sovvertimento – non può che per definizione essere data dal sincretismo. In quest’ottica il Tertium non datur dei Kompagni falce e martello è vero solo se visto all’interno del dualismo conservatore di cui loro (insieme a quelli che considerano gli avversari della destra) sono portatori.

Se applicando il ciclo dell’apprendimento, e scendendo dal piedistallo dell’ideologia, fin dentro alla natura della cultura di cui si è parte, si inizia a farsi domande diverse, ci si accorge che il terzo non è dato fin quando si è parte del problema. Fin quando si è interni al dualismo occidentale, pur vantando la propria estraneità ad esso. Attraverso la pratica dell’etnocentrismo critico e del “diventare parte del panorama” si capisce invece che il terzo è dato eccome. E rappresenta proprio il sincretismo rivoluzionario che può mettere in discussione il paradigma.

La risposta del M5S alla domanda più stupida che gli sia stata rivolta finora è, in quest’ottica, illuminante. Dove vi siederete? A Destra o a Sinistra?. Risposta: dietro! Non fuori, ma dietro. Le coordinate spaziali (e simboliche) vengono alterate. E lo spazio bidimensionale di destra e sinistra diventa tridimensionale. Magia. Il terzo è dato semplicemente cambiando il punto di vista e i piani su cui si situa il fenomeno sociale.

Dunque, la rivoluzione, se non viene dall’esterno del gruppo umano, e quindi non assume le caratteristiche di un invasione, può essere guidata solo dal sincretismo. Da una proposta che ridiscuta gli equilibri consolidati.

Certo è che le culture sono strumenti potenti. E quasi sempre i sincretismi finiscono denigrati, accantonati, digeriti, marginalizzati. L’ordine conservativo prende il sopravvento e dopo lo tsunami la gente si rifugia nel porto sicuro del conosciuto. Dove l’onda ha distrutto meno e da dove è più facile ricostruire. Come prima.

Staremo a vedere.


One response to “Sincretismo rivoluzionario

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: