Il sesto potere

Giornali (il quarto potere) e TV (il quinto potere) in Italia si lamentano costantemente del fatto che la libertà di stampa sia a livelli inferiori a quelli di alcuni paesi non propriamente democratici. In senso occidentale ovviamente. Ma dimenticano, per ovvia convenienza, che i mezzi di informazione dovrebbero raccontare i fatti. E non costruire il consenso a favore delle classi dirigenti. Dispiegando il fuoco di fila contro chiunque si azzardi a mettere in discussione il potere costituito. In sostanza la libertà violata di cui si lamentano è quella che gli preclude l’editore nemico. Ma gli va benissimo essere servili rispetto all’editore amico. I giornalisti di De benedetti contro Berlusconi e viceversa.

In questo modo il giornalismo diventa propaganda. Ed è esattamente ciò che abbiamo visto in scena durante questa campagna elettorale. Anzi, in maniera totalmente antidemocratica, anche mentre gli elettori erano dentro le urne. Questa sì è roba da giunta militare latinoamericana. Altro che le metafore di Grillo. Ma la propaganda mediatica nel 2013 ha raggiunto livelli paradossali. Il sistema dei mezzi di informazione mainstream assomiglia ormai sempre di più ai cinegiornali dell’Istituto Luce.

Sarà che hanno paura del Duce perché lo vedono ogni mattina allo specchio?

Ma il paradosso, oltre che nell’ampiezza dell’azione – martellante e pervasiva – è nella direzione dell’attacco. Solidali come non mai, come nemmeno nel ’48 con il pericolo fascista alle spalle e il blocco sovietico a guardare alla finestra, tutti si scagliano contro il M5S. Dalla legione di Mediaset a quella che da RCS, passa attraverso il gruppo di De Benedetti per finire alle TV lottizzate della RAI. Con una forza e una pervasività che fa venire i dubbi anche a quelli ormai convinti. Perché Goebbels aveva ragione: “ripeti una menzogna all’infinito e diventerà la verità”. Ecco dove affonda le radici la campagna mediatica anti M5S che vediamo in scena questi giorni, nelle massime del ministro della propaganda del Terzo Reich.

Della legione Mediaset non voglio nemmeno occuparmi. E’ come sparare sulla Croce Rossa. Si tratta del pericolo evidente. Quello che ormai capiscono anche gli elettori di Berlusconi. Solo che per convenienza o pigrizia mentale scelgono di fare orecchie da mercante. Quello che mi interessa è il pericolo dissimulato. La malattia subdola e invasiva. Quella che quando arriva il sintomo ormai e troppo tardi. Quella che ti inganna perché mentre ti divora ti senti bene. E mentre ti lavano il cervello formuli opinioni che pensi siano tue. Ma non ti rendi conto che stai solo recitando il mantra ripetuto di qualcun altro.

Pensate stia delirando? Purtroppo no. A causa del mio lavoro sono costretto a rovistare nella spazzatura che chiamiamo informazione tutti i giorni. E vi faccio l’elenco. Per farla breve prendo ad esempio i quotidiani/periodici. Che fra l’altro, con le versioni online ormai totalizzano milioni di lettori e di “esportatori sani di disinformazione”. Ovvero quei lettori che poi attraverso commenti e condivisioni fanno da moltiplicatori del fuoco di fila.

Il giorno prima delle elezioni il Corsera esce con due pagine di Servegnini con pubblicate al centro addirittura le facce dei cosiddetti “grillini”. Non tutti ovviamente (sarebbe rischioso piazzare 100 foto. Quasi un consiglio a votarli). Magari quelli che hanno il viso da sprovveduti. Con accanto i commenti di quelli più naif. Gli risponde domenica, in piena tornata elettorale, un altro maestro del nostro giornalismo asservito. In prima pagina su Repubblica.it Scalfari scrive roba come “Certo se sommiamo i voti previsti per Grillo e quelli per il centrodestra berlusconiano-leghista, potremmo avere quasi la metà degli elettori che rappresentano una zavorra molta pesante”. Basterebbe questa frase per capire dove realmente risiede il pericolo per la democrazia. O meglio dove ha risieduto almeno per gli ultimi 30 anni.

Ovviamente, dopo il quotidiano non ufficiale del PD, alla batteria di prodi fucilieri non poteva mancare la Pravda. Oggi (e siamo ancora con le urne aperte) l’Unità pubblica una bella (si fa per dire) intervista allo storico (sic. è proprio vero che la Storia la scrivono i vincitori) Gotor, addirittura candidato in Umbria. E c’era qualcuno che si lamentava delle signore anziane che mandavano SMS ai famigliari per votare M5S. Ma ci rendiamo conto o no?

La tesi dell’intervista farebbe sorridere se non provenisse da tale fonte “autorevole”. In sostanza secondo lo storico di partito (l’autorevolezza dell’imparzialità!) da Berlusconi, alla Lega a Grillo è tutto un bel coacervo omogeneo. Berlusconi sarebbe l’estremizzatore dei moderati. Grillo il leader carismatico che li raccoglie quando ormai sono radicalizzati e decidono di salire sul carro populista. Tutto ovviamente replicando l’estremismo, il radicalismo e il qualunquismo che portò alla ribalta niente popò di meno che il Partito Fascista. Nell’analisi di Gotor non c‘è nemmeno un vago accenno alle responsabilità del suo partito dai tempi del compromesso storico, attraverso gli inciuci della sinistra riformista ai tempi del pentapartito e via dicendo fino all’occupazione dello Stato e alla distruzione del sistema produttivo italiano. Ma come potrebbe. Le multinazionali del tabacco ci hanno messo decenni per scrivere sul pacchetto “nuoce gravemente alla salute”. Ce ne vorranno altrettanti per vedere sotto al simbolo del PD la scritta “nuoce gravemente alla democrazia”. Ma tant’è. Alla domanda del giornalista, Gotor addirittura sdogana la DC. La rimpiange? Beh quasi. Almeno la DC era il “partito che ha contenuto i moderati e ha fatto da filtro”.

Fantastico. Questi campioni di democrazia osannano il partito che “contiene”, che “fa da filtro”. E lo fanno esplicitamente. Sulle righe di un quotidiano nazionale. Con la stessa spudoratezza con cui Berlusconi fa battute sessiste alla funzionaria della Green Power. E lo fanno perché sanno che dalla sua fondazione il programma politico del PD non è stato altro che il tentativo di sostituirsi alla vecchia DC in quel ruolo. Quello di silenziatore del dissenso, di diluitore del conflitto sociale di ricettore della delega totale del cittadino. Nel sogno sì totalitario della totale (appunto) separazione dei cittadini (contenuti e filtrati dal partito e dalle sue parastrutture socio-sindacali-assistenziali) dal comitato di affari servito e accompagnano dal partito stesso. Quel luogo di congiuntura in cui gli interessi dei burocrati si saldano con quelli dei bachieri, dei grandi gruppi industriali e delle consorterie transnazionali.

Non vi ricorda qualcosa? A me sì. Si chiama dittatura tecnocratica ed è qualcosa di ben peggiore di quella militare o fascista. Perché non si vede. Non si avverte. Fino a quando è troppo tardi. E a quel troppo tardi ci siamo ormai vicini.

Gotor resuscita la DC e anche il gruppo Class sembra d’accordo. Il giorno prima dell’Unità, Milano Finanza esce con un’intervista a Cirino Pomicino. No, non vi siete sbagliati a leggere. Paolo Cirino Pomicino. Si ripesca ovunque per sparare contro il nemico di tutti. Anche nel passato più sordido della Repubblica. E l’opinione di questo grande saggio ed “esperto” (tanto per capire chi sono gli “esperti” della nostra politica. Quelli che piacciono tanto a Scalfari) è che si stava meglio quando si stava peggio. Anche lui, grande mente, si lancia nell’analisi del “leaderismo” che negli anni ’90 avrebbe ipersemplificato la vita del Paese. Grillo? Un’altra piccola perversione di un sistema politico allo sfascio. Mica europeo come quello spagnolo o greco? E se lo dice Pomicino.

Peccato che si dimentichi di un particolare interessante sugli spagnoli.

“Quando l’11 marzo 2004 l’intero complesso mediatico spagnolo, destra e sinistra unite nella lotta, collaborarono a diffondere la menzogna di José María Aznar, che aveva interesse a raccontare che gli attentati di Madrid fossero stati commessi dall’ETA invece che da Al Qaeda, i cittadini si ribellarono ribaltando il risultato delle elezioni politiche della domenica successiva. Lo fecero con i «media personali di comunicazione di massa», utilizzando Internet, i blog, le reti sociali per informarsi, ma soprattutto facendo rete con il più diffuso e semplice di tali media, il telefonino. Lo fecero, secondo Manuel Castells, attivando quelle «reti di fiducia» per le quali «se io mando un SMS a dieci persone e ognuno di loro lo gira a dieci amici, nel giro di pochi minuti potremmo avere lo stesso o addirittura più impatto di quanto ne può avere la televisione perché tali reti sono selettive, si dirigono a persone che si conoscono». Rispetto alla pretesa dei disinformatori di professione di orientare a loro fini l’opinione pubblica, i cittadini spagnoli furono in grado di replicare spostando in poche ore il voto del 21% degli elettori sdegnati dalla manipolazione del governo e della stampa. Quella dell’11-14 marzo 2004, continua Castells «è stata una specie di rivolta etica che ha sorpreso tutti, inclusi gli stessi media. Non è stata una rivolta contro un partito o a favore di un altro. È stata una rivolta per la verità e contro la menzogna»”

Se Pomicino (e tutti i suoi degni compari nella politica e nei media) vivesse nel mondo reale e non nella bolla eburnea pagata dai cittadini si sarebbe reso conto di qualcosa. Ovvero che ancora prima che il M5S diventasse ciò che è oggi, gli spagnoli avevano realizzato una piccola rivoluzione dal basso. Aznar le perse quelle elezioni. Le Reti erano intervenute direttamente sul “sistema dei partiti” di Pomicino e avevano stracciato il “filtro” di Gotor.

Il sesto potere aveva fatto sentire la sua voce. Ma era ancora la voce volontaristica della contingenza. Di individualità non sistemiche che si saldano per un necessità impellente. Se la pseudo-sinistra italiana non fosse così laida, sudicia e complice avrebbe riconosciuto immediatamente questo “sintomo sociale”. Circa un decennio prima dei fatti spagnoli. Nel ’94. Era un anno particolare quello. Berlusconi scendeva in campo. Ma dall’altra parte dell’Atlantico qualcun altro prendeva le armi. Nella Selva Lacandona , nel Chiapas Messicano, l’EZLN si ribellava al Partito-Stato Messicano. Una “rivoluzione” di stampo guevarista che però aveva in sé il seme dell’innovazione. I media fecero tappo totale. Le notizie che uscivano dal Messico erano tutte “filtrate” (proprio come piace a Gotor). L’unico modo in cui si seppe cosa stesse succedendo e si venne a conoscenza della realtà dei popoli di quella regione fu grazie alla prima rudimentaria rete telematica in funzione in quegli anni. La “rivoluzione” del Sub Comandane Marcos fu la prima documentata dai media non-mainstream e dalle reti di fiducia. La sinistra da salotto avrebbe potuto cogliere quel barlume, comprenderlo e cavalcarlo, rinnovando sé stessa. Come aveva già fatto Marcos che non citava né Marx né Guevara ma usava il PC e parlava dei problemi della gente. Era il Sub Comandante, perché il Comandante era il popolo.

Ma no, Gotor, Servegnini, Scalfari e i loro compari “esportatori sani di democrazia e disinformazione” erano troppo occupati a costruire il mito del nemico mediatico Berlusconi. Un centro sinistra ormai senza proposte sociali da almeno 10 anni aveva bisogno di un causa emotiva che acciecasse la sua base elettorale. Poi il nemico finì a governare e il resto è la triste storia dello scambio di favori che è giunto fino ai giorni nostri.  Ma l’occupazione delle TV di Stato e l’elaborazione di un mitico nemico televisivo sono la spiegazione antropologica più lampante dell’incapacità di capire cosa stesse succedendo nel mondo o meglio, forse, di scelta più comoda e fruttifera. Invece di spalare fango nel mondo reale che iniziava a parlare, non più mediato, grazie al sesto potere, meglio arroccarsi sugli altri cinque insieme al finto nemico, limitando il più possibile l’accesso alla rete. Da una parte costruisci il consenso attraverso gli strumenti mediati, dall’altro cerchi di limitare l’utilizzo di ciò che non capisci e che facilmente potrebbe sfuggirti di mano.

Non è un caso che quando Grillo mette fra le 5 stelle del suo movimento l’accesso alla rete come diritto in pochi capiscono l’essenzialità di questa cosa. Tutti pensano alla casa, alla sanità, all’istruzione – per carità cose essenziali e sacrosante – e si meravigliano dell’inserimento di questo diritto fra quelli di base. E che sarà mai se non ho la rete. Leggo i giornali e vedo la TV per informarmi. Appunto! La dittatura tecnocratica ha bisogno dei 5 poteri ma ha paura del sesto. I primi cinque si possono occupare. Con il sesto è un po’ più difficile. Non bastano i bandi in tempo di elezioni per arruolare un centinaio di spargitori di sale mentre fuori già infuria la bufera.

In sostanza tutta la pseudo sinistra nel ’94 preferì Berlusconi a Marcos. E oggi si guarda sconcertata allo specchio quando quel sesto potere supera la barriera della spontaneità, della contingenza, del volontarismo e si organizza in una struttura stabile. Un movimento con poche regole, senza ideologie ma con molte idee. Con un portavoce che non è candidato. Con un Sub Comandante perché il comandante è il popolo. Cose che i contadini maya del Chiapas avevano capito nel ’94 ma che i laidi complici del programma berlusconiano hanno tentato di ignorare. Ora gli ritorna dritto in faccia e hanno paura che i cinque poteri (da quello legislativo a quello televisivo) che hanno cercato di lottizzare non siano più sufficienti.

La chicca che suggella la saldatura dei media mainstream contro il M5S è l’intervista di Repubblica.it alla fidanzata di Berlusconi che esce dalle urne. Gli acerrimi rivali nel gioco nel parti della politica da salotto fanno la recita televisiva di concerto. Il titolo del video e le parole dell’URL (che nell’era della Rete sono quelle che i motori di ricerca cercano) sono “speriamo che i grillini non ci invadano” e lei aggiunge “sono veramente indisciplinati”. Gotor sarebbe d’accordo.


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