Sogno rivoluzionario

Mi sveglio di soprassalto. Sono sudato. Ho fatto un sogno molto vivido. Uno di quelli che quando apri gli occhi fai fatica a capire da quale delle due parti sta la veglia. Ero in una piazza affollata. Volti felici festeggiavano una vittoria. Cerco nei frammenti e vedo bandiere bianche con cinque stelle gialle. Sventolano appesantite dalla pioggia. Una signora anziana si avvicina e la sua mano pelle e ossa mi stringe l’avambraccio. L’ho fatto per il mio nipotino, mi dice. Forse lui non vedrà gli orrori che ho visto io. Una voce dal palco si sovrappone al ticchettio delle gocce che giocano sul mio ombrello. “Pensavano che saremmo stati tanti. E invece siamo di più. Più di loro. E da oggi si cambia”.

La sveglia mi ha interrotto in quel punto. Accendo il televisore e la realtà mi salta in faccia con violenza. Ho lasciato il volume alto e la folata delle casse sposta le lenzuola. Come fa il treno che entra in stazione con i capelli dei passeggeri che aspettano. Bersani presenta il novo governo. Monti è ministro dell’Economia, D’Alema agli esteri. Altri nomi noti sulle sedie di sempre. Li intervistano giornalisti compiacenti. Domande preparate. Che non chiedono conto. Che non disturbano. Ringraziamo gli elettori per la fiducia che ci hanno accordato! Grida il leader del PD. Abbiamo sconfitto il populismo e l’antipolitica. E ora l’Europa è un luogo più sicuro. Terremo fede ai nostri impegni per il lavoro, per la crescita e per l’affidabilità dell’Italia e dell’Europa …. Che vomito. Spengo e decido di alzarmi. Il bollitore è già acceso. Lei sta già preparando la colazione. Vado in bagno a darmi una sciacquata al viso. Devo svegliarmi. Ci aspettano altri cinque anni difficili. Andrà sempre peggio e dal mese prossimo mi ridurranno ancora lo stipendio. Mi guardo nello specchio e un dubbio mi assale. In camera da letto non ho un televisore e lei non si alza mai prima di me!

Qualcuno mi accarezza la testa. Labbra umide si appoggiano sulle mie. Il pianista dentro lo smartphone suona senza sosta. E’ tardi, dobbiamo andare. Il sussurro di lei mi sveglia delicatamente. Fa freddo stamattina e non voglio uscire dal piumone. Anche lei mi guarda con gli occhi pigri di una mattina di brutto tempo. Mi decido. Andiamo dai, le dico con un po’ di rammarico. Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno. Oggi si insedia il nuovo governo. Il comico ce dice cose serie ha battuto i politici che fanno ridere. Non se l’aspettavano. L’hanno sottovalutato. Hanno sottovalutato la gente. Il popolo che hanno denigrato. La gente a cui hanno detto siete tutti populisti. E la gente li ha puniti. Ci vestiamo e facciamo colazione rapidamente. Non ci saranno presentazioni in TV. I nuovi ministri parleranno a Piazza San Giovanni e incontreranno la gente. Le telecamere dei media di regime rimarranno in fondo. Sul lato opposto a quello del palco. I ministri annunceranno l’apertura dei Forum di Governo. Spazi in cui i loro team di lavoro interloquiranno in rete con i cittadini, rilevando problemi collettivi e individuando questioni da risolvere. Nel paese reale. E’ tardi, mi dice lei. E’ la terza fetta che mangi. Forza che ci aspettano. Ingoio l’ultimo pezzo e bevo un po’ di tè per farlo andare giù. Afferro il casco e mi precipito fuori. Lei già non c’è più.

Una porta sbatte sullo stipite e mi sveglia. Un rumore sordo. Lontano. Sento il vento sulle guancia destra. Sbatte di nuovo. Più forte. La nebbia che ho davanti agli occhi si dirada. Una ragazza con il camice bianco mi passa davanti. Si china su di me e sostituisce la flebo. Sono in un ospedale. Ma dove? Cerco nei ricordi ma si affacciano nella mente in pezzi sconnessi. Una valle alberata. Un bagagliaio pieno di zaini e corde. Un falò con intorno volti sconosciuti. Un cantiere. Un donna anziana con due bambini per mano. I nipoti probabilmente. Fumo. Il rumore sordo dei fucili che lanciano lacrimogeni. Le urla di un coro di dolore. Con il baritono colpito all’addome che risponde al soprano colpito alla testa. Sangue. Ora ricordo. Siamo andati con tre amici a scalare in Val di Susa. Ma in realtà era un pretesto. Il governo del PD ha deciso di mettere fine alle proteste dei No-TAV. Troppo importanti i profitti per le cooperative rosse che si agitano in valle. Abbiamo risposto alla richiesta di aiuto e ci siamo uniti alla protesta. Dopo tre giorni d’assedio sono arrivati i pulmini della celere. Centinaia di agenti in tenuta antisommossa. Ma noi siamo disarmati. E nella folla che dorme davanti al cantiere ci sono donne anziane, contadini e pastori, bambini. Il Ministro dell’Interno li chiama banditi. Ma deve aver capito male. Bambini, D’Alema, bambini.

La ragazza con il camice ha finito di trafficare col mio braccio e si allontana. Provo a dirle qualcosa. Ma non riesco a parlare. La testa mi pulsa in punto preciso. Lo stesso dove mi colpi 25 anni fa il primo manganello delle mie piazze. Non so che fine hanno fatto i miei amici. Ma ricordo benissimo il bambino col piumino giallo che piangeva accanto al corpo del padre svenuto dopo la seconda carica. O almeno spero che fosse svenuto.

Un suono  acuto interrompe il flusso dei ricordi. Una sveglia lontana. Speriamo che sia la mia.


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