La stanza dei bottoni – appello agli indecisi

Se a 4 giorni dalle elezioni non sapete cosa fare, appartenete a questa categoria. Anche se avete deciso ma avete dubbi e ripensamenti sulla decisione presa, appartenete a questa categoria. Se poi state per andare a votare come avete sempre votato ma lo stomaco vi si stringe, allora siete proprio indecisi. E siete parte di quel 30% o giù di lì che decide il futuro di questo paese. Avete un grande potere. E con esso, come diceva Ben Parker, una grande responsabilità.

Se dopo aver letto questo post sarete ancora indecisi, rimanetelo. Non andate a votare tanto per farlo. Non seguite le litanie di chi vi racconta che votare è un dovere. Che dovete scegliere per forza. Non fate danni inutili. Non votate per chi vi dice vostro marito o vostra moglie, il nonno o la figlia, se non siete convinti dell’idea che vi esprimono. Annullate la scheda. Ma se non volete annullarla, votate consapevolmente.

E per farlo non potete non sapere come funziona la stanza dei bottoni. Come faccio a saperlo? No, non l’ho letto su internet. Non l’ho copiato o incollato da un blog cospirazionista. Non me l’hanno raccontato gli amici al bar. E nemmeno me l’ha detto quello che l’ha sentito da quell’altro. No. Purtroppo vicino a qualcuna delle stanze dei bottoni ci vivo e ci lavoro.

La stanza dei bottoni, quella dove si insedieranno quelli che andremo a votare, è un luogo asettico dove entri solo accompagnato. E prima della porta si accertano che tu abbia un debito contratto con chi sta dentro. Non necessariamente economico. Certo, se lo è, è meglio. Ma ne basta anche uno morale. Un favore, fatto a te o a qualcuno che ti è vicino. Se non sei in debito ma hai diritto ad entrare, ti lasciano passare. E piano piano ti costruiscono intorno quel debito. Ti obbligano ad accettare un favore. E a quel punto sei fottuto. Se anche sei entrato nella stanza dei bottoni pulito, se vuoi rimanerci ti devi sporcare. Perché la dinamica dei favori reciproci e della reciproca ricattabilità tiene tutti al sicuro. Oggi a te, domani a me. Se a un certo punto hai una crisi di coscienza, l’unica possibilità è uscire dalla stanza dei bottoni. E’ per questo che nessuna revisione dei principi che governano il funzionamento della stanza dei bottoni può avvenire dal suo interno. Meno che mai da chi la comanda da sempre. Ma nemmeno da qualche integerrima mosca bianca che entra lì dentro con le migliori intenzioni. La stanza dei bottoni ti fagocita e ti digerisce come le sabbie mobili di una palude tropicale.

Questo se sei da solo. E se entri dalla porta in silenzio riverente. Se entri con un gruppo consistente di persone che la pensano come te e la porta la butti giù a calci, la storia cambia. O almeno ha una possibilità di essere cambiata.

Alla fine della seconda guerra mondiale entrammo a calci nella stanza dei bottoni fascista con i simboli di una democrazia nascente. La falce e il martello, lo scudo crociato, le bandiere della repubblica. Poi l’avidità e il marciume hanno ricostruito la vecchia stanza dei bottoni e i vessati di allora si sono trasformati in aguzzini. Il 23 e 24 febbraio possiamo prendere di nuovo a calci quella porta. Portando dentro centinaia di persone integre e il nuovo simbolo di una diversa idea di democrazia: la bandiera con le cinque stelle.

Nel 1948 non sapevamo a cosa andavamo incontro. Ma sapevamo bene da dove venivamo. Ora è lo stesso.

E sta a voi indecisi far pendere l’ago da una parte o dall’altra. Prima di mettere quella croce chiedetevi cosa preferite. Il fascismo del malaffare, dello strapotere dei mercati, delle consorterie che avete visto all’opera fino ad oggi? Oppure l’incognita di un’avventura differente che vi chiama in prima persona a partecipare, giudicare, sanzionare l’operato di quei rappresentanti che chiamano se stessi “i vostri dipendenti”?

Rompete gli indugi e aiutateci a trasportare questo paese attraverso una nuova resistenza e verso un futuro che per il solo fatto di essere diverso dal passato non potrà che essere migliore.


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