Euro: proteggere la Francia, deindustrializzare l’Italia

Ovvero di come L’Italia fra incapacità e collusione è finita nella trappola della moneta unica.

Un’altra intervista di Byoblu a un famoso complottista, anarco-insurrezionalista, no global, no tav, esponente di spicco dei centri sociali … Antonino Galloni, direttore generale del Ministero del Lavoro.

Il tema? La svendita dell’Italia sull’altare dell’euro. Tanto per fare un po’ di storia.

Al minuto 19.05 si fa interessante. Copio e incollo l’estratto di Byoblu:

Nel 1982/83 io ero funzionario del Ministero del Bilancio e feci uno studio. Lo feci vedere al Ministro, facendogli presente che questo sistema avrebbe rovinato il Paese perché il debito pubblico, nel giro di 5/6 anni, avrebbe superato il prodotto interno lordo, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%. Ne parlai anche col Ministro del Tesoro, che era Beniamino Andreatta, e con alcuni dell’ufficio studi della Banca d’Italia. Tutti quanti concordarono sul fatto che la mia analisi era esagerata e che non era possibile che il debito pubblico superasse il PIL, perché allora il sistema sarebbe saltato. E io dissi: scusate, se il debito è un fondo e il PIL è un flusso, non c’è nessun problema. Se io oggi, per farvi un esempio, con 50mila euro di reddito della mia famiglia vado a chiedere un prestito di 200, 250mila euro alla banca, me lo danno. Quindi anche un rapporto di 4/5 volte rispetto al PIL è sostenibile. Se è sostenibile per una famiglia, che tutto sommato non ha la forza di uno Stato, perché uno Stato, se supera il 100% del PIL, dovrebbe vivere chissà quali catastrofi? Allora dissero che le preoccupazioni sulla disoccupazione giovanile erano esagerate… Insomma: litigammo, me ne andrai dall’amministrazione e andai a fare altri lavori.

Nel 1989 ebbi uno scambio con l’allora incaricato Presidente del Consiglio che era Giulio Andreotti, il quale mi disse: “Dobbiamo cambiare l’economia italiana perché così non può andare avanti, ci dia una mano”. Io mi misi a disposizione e mi fecero incontrare con il suo braccio destro il quale, come è noto, mi chiese “Che cosa devo fare per cambiare l’economia di questo Paese”? Dissi: “Guardi, lei si faccia nominare dal prossimo Governo al Ministero del Bilancio e mi metta in mano tutta la struttura. Al resto ci penso io”. Poi me ne andai, pensando insomma che non sarebbe successo niente. E invece mi chiamò, dopo qualche settimana, e mi disse: “Guardi, sono Ministro del Bilancio” e mi mise a capo di tutta la struttura. Per cui io, nell’autunno del 1989 cominciai a cambiare l’economia di questo Paese. Nel senso perlomeno di rallentare il processo dell’Europa. Poi io ho avuto la buona scuola di Federico Caffè.. non ero un euroscettico, però non ero neanche un euroestremista. Insomma, pensavo che l’Italia dovesse anche guardare all’Europa, ma con i suoi tempi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità, per cercare di recuperare un po’ di sovranità monetaria etc.

In effetti io lì lavorai due o tre mesi e poi successe l’inferno. Arrivarono al Ministro del Tesoro, Giulio Carli, telefonate dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindusitra e, nientedimeno, da un certo Helmut Kohl, il quale era venuto a sapere che c’era questo oscuro funzionario del Ministero del Bilancio che stava cambiando le carte degli accordi. Nel frattempo, però, lo stesso Andreotti stava cambiando idea. Quando mi chiamò, nell’estate dell’89, volevano cambiare. Non volevano fare quello che poi fu fatto. Lui stesso andava in giro dicendo che le rivendicazioni della Germania erano una sciocchezza. Dopo qualche mese ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire. C’erano fondamentalmente, contro la spesa pubblica, contro la classe politica del tempo, contro la sovranità monetaria – per quello che comporta – due correnti. Una era interessata soprattutto ai grandi business delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Hanno guadagnato distruggendo l’industria pubblica: c’erano aziende che venivano vendute al loro valore di magazzino, e quindi come andavano in borsa ovviamente alzavano la loro quotazione. Poi c’erano gli altri, che erano magari in buona fede, cioè avevano l’obiettivo di moralizzare il Paese. E hanno sbagliato. In entrambi i casi la contropartita è stata negativa: abbiamo perso quell’abbrivio strategico che avevamo nell’ambito della nostra industria. Quindi in sostanza la nostra classe dirigente ha accettato una prospettiva di deindustrializzazione del nostro Paese.

Non a caso appena la Francia ha dischiarato di non riuscire a ridurre il deficit, l’UE ha ammorbidito i termini. Che sia il prossimo fallimento della Francia a decidere finalmente la fine dell’unica moneta senza Stato della storia dell’uomo?

Fonte: http://finanza.lastampa.it/Notizie/0,495979/Olli_Rehn_i_Paesi_in_crisi_possono_avere_pi%EF%BF%BD.aspx

I Paesi di Eurolandia in crisi potranno avere più tempo per raggiungere il pareggio di bilancio. Questo il nucleo principale di una lettera scritta ieri dal Commissario europeo agli affari economici Olli Rehn ed indirizzata ai ministri delle Finanze. Per la Commissione europea, in caso di peggioramento delle proprie condizioni economiche, un Paese può chiedere ed ottenere un periodo di tempo più lungo per risanare i conti. Rehn però specifica che la condizione imprescindibile per beneficiare di un rinvio per la correzione del deficit è che lo Stato in questione abbia effettuato gli sforzi di risanamento richiesti. Decisioni di questo tipo sono già state prese lo scorso anno per la Grecia, il Portogallo e la Spagna. Precisazioni quelle del funzionario europeo fatte alla vigilia dell’aggiornamento delle previsioni economiche della Commissione europea, che saranno pubblicate il prossimo 22 febbraio. A preoccupare soprattutto la Francia; proprio ieri infatti il premier Jean-Marc Ayrault ha confermato che Parigi non riuscirà a ridurre il deficit a 3% entro il 2013 come richiesto dalla Ue. Lo zero sarà raggiunto alla fine del quinquennio del presidente Francois Hollande. Rehn si sofferma anche sulla situazione italiana; le decisioni di bilancio prese da Roma dopo il novembre 2011 hanno convinto i mercati e abbassato i tassi. Solo nel primo anno una discesa di 100 punti nei tassi ha fatto risparmiare all’Italia 3 miliardi di euro.


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